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	<title>Palestina Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>8 minuti. La Voce di Hind Rajab</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Oct 2025 15:50:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Isra-Heil]]></category>
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		<category><![CDATA[La voce di Hind Rajab]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Resoconto di un'esperienza straziante.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/8-minuti-la-voce-di-hind-rajab/">8 minuti. La Voce di Hind Rajab</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Ieri sera ho visto <em>La Voce di Hind Rajab</em> con un amico.</p>



<p>In auto, durante il tragitto di ritorno, non abbiamo detto nulla: non una parola sul film, non un’opinione sulla regia o sulla sceneggiatura; niente, non avevamo il coraggio di dire niente.</p>



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<p>La città era ancora accesa nonostante fosse piuttosto tardi; le luci dei semafori &#8211; molto verdi &#8211; sembravano star così da un po’, quasi in attesa che arrivassimo noi, consapevoli dell’imbarazzo che stavamo vivendo chiusi in quella macchina. Per il tragitto avevamo chiesto aiuto al navigatore, proprio come all’andata; solo che noi, <em>giuro</em>, non lo ricordavamo, e anche se lo avessimo ricordato non avremmo potuto fare granché, perché il navigatore è digitale, non conosce <em>La Voce di Hind Rajab</em>, o meglio, non può conoscerla, lui è costretto a ignorarla, ma non è colpa sua. Non si potrebbe mai accusare un navigatore d’ignoranza.</p>



<p>Nostro malgrado distavamo <em>8 minuti</em>: gli stessi 8 minuti che avrebbe dovuto percorrere l’ambulanza nel film. E se avesse dovuto percorrerli nel film, li avrebbe dovuti percorrere anche lì, a Gaza, nella vita reale, il <em>29 gennaio 2024</em>, per salvare Hind Rajab.</p>



<p>Se il navigatore avesse detto nove, dieci &#8211; qualsiasi numero &#8211; forse ci saremmo comportati diversamente, chissà. Magari avremmo scambiato qualche opinione su quello che avevamo appena guardato &#8211; espandendo i confini della tolleranza, data la delicatezza dell’argomento &#8211; o forse non sarebbe cambiato nulla. Ripensandoci, alla luce di quel profondo dolore che avevamo ascoltato lì dentro, avremmo trovato il coraggio di esprimerlo? Se sì, chi dei due avrebbe parlato per primo? Sono abbastanza sicuro che ce lo saremmo stretti in pancia fino ai crampi piuttosto che sibilare un pensiero.</p>



<p>Tuttavia, le supposizioni rimangono tali, perché proprio mentre ragionavamo se dire qualcosa, cosa dire e come dirlo, la voce automatica ha pronunciato «Avvio itinerario. 8 minuti.» Ci siamo ricordati di quanto non volessimo sentire quel numero; e pur non aprendo bocca sapevamo che avremmo voluto allungare il percorso; pur di scongiurare quel numero avremmo barattato qualsiasi cifra di tempo, anche al costo di perderci. Saremmo finiti in mare se necessario. Noi del nord che del mare sappiamo più o meno nulla.</p>



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<p><em>Il Rumore</em></p>



<p>Il film è iniziato puntualissimo. Noi siamo entrati poco prima; la sala era tutta rossa e i due portelloni di sicurezza che davano sulla strada erano spalancati, il che avrebbe arrecato un leggero fastidio data l’intensità acustica di un cocktail bar e un minimarket con musica indiana dall’altra parte del marciapiede. Emergenza rientrata rapidamente grazie all’impeccabile intervento di un bigliettaio qualsiasi. Ci siamo seduti accanto ad altre persone. Alla nostra destra una coppia di giovani: lei, con una coppola rosacea e delle ciocche bionde che si snodavano intorno alle gote, stringeva con una mano un pacco di fazzoletti causandone il tipico scricchiolio di plastica, e con l’altra ondulava &#8211; utilizzando accuratamente il dorso &#8211; delle dolci carezze sul collo del fidanzato, che ripiegava le labbra in un sorriso compiaciuto, che era più o meno la definizione di tranquillità. La fila dopo era occupata da un gruppetto che tossicchiava per via di una popolarissima influenza stagionale; alcuni di loro testimoniavano d’esserne usciti illesi, ma ne portavano ancora un po’ le scorie. Il telo era insolitamente freddo e nero, personalmente non mi era mai capitato; per la prima volta era muto da qualunque pubblicità. Nessun manifesto locale, nessuna sagra di paese, non un singolo modello di automobile sostenibile con attori hollywoodiani al volante; solo il nostro riflesso: una dozzina di persone racimolate nel cuore della sala a chiacchierare d’insulsaggini nell’attesa che il film iniziasse.</p>



<p>Poi sono arrivate le 21:30.</p>



<p>È davvero faticoso rispondere a ciò che è avvenuto. Ogni ostinata stesura di riscrittura trascina inevitabilmente alla radice del problema. Quindi, nella più tacita e assoluta umiliazione deontologica &#8211; non può essere che così a questo punto -, scriverò cosa è successo mentre il proiettore s’illuminava e le luci si buttavano a terra, senza teatralità, senza manierismi. Io sentivo il silenzio più abissale della mia vita.</p>



<p>Sapevo &#8211; come tutti &#8211; perché mi trovavo lì, che cosa avrei visto, a che cosa avrei assistito; ero in qualche modo preparato. Ma la feroce rapidità con la quale ogni bocca si è serrata &#8211; un lasso di tempo assolutamente infinitesimale &#8211; ha di lunga misura elevato l’esperienza, alzato la posta in gioco. Le mani della ragazza avevano smesso di funzionare, le tossi si erano deglutite d’un tratto. Eravamo tutti completamente scomparsi.<br></p>



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<p><em>Assurdo</em></p>



<p>Alcuni termini sono diventati inutilizzabili, svuotati della loro semantica a causa del massiccio e pedestre utilizzo dei social network. Alcune specifiche parole &#8211; da sempre considerate ragionevolmente quotidiane &#8211; hanno rinunciato al loro fascino e ne è stata abiurata la serietà. Un po’ come quella storia che a furia di ripetere meccanicamente qualcosa, essa diventa piatta. Ecco; in questi anni è toccato ad <em>assurdo</em>. Alla ricezione di un reel su Instagram, si risponde: <em>assurdo, </em>qualsiasi esso sia. È valido per qualsiasi contenuto. Reazione e stupore per un gatto minuscolo? C’è sdegno perché il mondo impazzisce? Una festa è degenerata in una guerriglia urbana? <em>Assurdo</em>. Pronunciarla attivamente ha ormai deflazionato l’affascinante rischio che si portava appresso; ora a dirla è di passaggio, incentiva una risata, attiva il cerchio del criceto.</p>



<p>Ed ecco che il cattivo presagio si rendeva manifesto vocale quando l’usciere, mentre apriva delicatamente i portelloni d’emergenza &#8211; con una manovra di polso fantastica e naturale &#8211; era riuscito a dire solamente «<em>Assurdo, </em>vero?<em>»</em></p>



<p>Prima nota<em>: </em>Quel <em>vero</em> superfluo. Sempre nutrito la verace convinzione &#8211; vittima dell’idealismo che persevera in me &#8211; che le parole sono come proiettili; occorre assumersene la responsabilità. Non si accosta un’allusione così perentoria per poi richiedere una vergognosa conferma, non si spara per poi domandare timorosamente “Ho fatto bene a sparare?”</p>



<p>Comunque abbiamo sorriso sommariamente, quasi tutti nello stesso momento; anche chi aveva pianto si è concesso una pausa. Non ci rimaneva null’altro da fare; quanto avevamo visto era <em>assurdo</em>, l’usciere aveva ragione. Solo è stato un peccato non poterne accusarne il peso della parola in purezza, come anni fa.<br></p>



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<p><em>La stessa Barca</em></p>



<p>Verso metà film ho intravisto qualcuno piangere, forse era la ragazza con la coppola rosa, non saprei. O forse sarà il caso di levare le maschere una volta per tutte: era sicuramente la ragazza con la coppola rosa. Lo scrivo perché non l’ho intravista, l’ho <em>guardata</em>. Ho da sempre questa pessima abitudine &#8211; vezzo dei bugiardi &#8211; di fingere l’allungamento del collo verso destra e sinistra per poter curiosare l’ambiente circostante sperando di non dar troppo nell’occhio, così l’ho fatto, e l’ho vista piangere. Era un pianto sobrio, scivolava &#8211; una sorta di sincerità fluida -; le sue gambe tremavano leggermente. Ho immaginato di accarezzarla, di tranquillizzarla dicendole che era solo un film, che gli sceneggiatori avevano fatto un buon lavoro, ma là dentro tutti sapevamo la verità.</p>



<p>L’ho lasciata nella sua sofferenza, che era un po’ anche la mia. Non mi sono più girato verso di lei.</p>



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		<title>Un minuto di cecità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 08 Oct 2025 09:31:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
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		<category><![CDATA[cecità]]></category>
		<category><![CDATA[Manifestazioni]]></category>
		<category><![CDATA[minuto di cecità]]></category>
		<category><![CDATA[minuto di silenzio]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[proteste]]></category>
		<category><![CDATA[saggio sulla cecità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questi giorni il dibattito italiano sulla Palestina si sta polarizzando; tutti si chiedono se la piazza sia servita o no. Ma è la domanda corretta?</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/un-minuto-di-cecita/">Un minuto di cecità</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel <em>Saggio sulla cecità</em>, Saramago immagina che l’intera popolazione smetta di vedere. All’epoca sembrava un incubo; oggi potrebbe essere una salvezza. Questo periodo storico è ossessionato dallo sguardo e tutto viene immediatamente registrato e diffuso. L’atto stesso di vedere è diventato consumo.<br>Il minuto di silenzio, nato all’inizio del Novecento in Portogallo, come un momento di raccoglimento è stato uno degli strumenti moderni utili a trasformare un dolore in memoria pubblica. La collettività sincronizzata nel tempo e nel corpo, finanche nel respiro. In quel vuoto, che non sospende soltanto la parola ma l’intero ordine simbolico, si rivelava la forza di ciò che non si dice e che, proprio nel non dirsi, si manifesta.</p>



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<p><br>Adesso il minuto di silenzio avrebbe bisogno di essere accompagnato da un minuto di cecità. Da un tempo nel quale si interrompe il flusso delle immagini, in cui non fotografiamo né registriamo, in cui smettiamo di consegnare ogni gesto ai dispositivi che trasformano l&#8217;ideologia e la vita stessa in contenuto.</p>



<p><br>Come nel film Un cane andaluso, bisogna perforare l&#8217;occhio, dissolvere l’economia dell’immagine e lasciare spazio a un’esperienza non immediatamente mediabile.</p>



<p><br>Basta osservare una scena: Piazza Duomo, Milano, una protesta contro l’assalto israeliano alla flottiglia. Un minuto di silenzio. Tutti con lo smartphone acceso. Registrano, postano. Nulla di illegittimo, documentare significa mostrare la compattezza di un popolo, rendere visibile la sua presenza, il suo corpo sociale, la sua voce comune. Ma in quell’istante una contraddizione esplode: il silenzio, nato come sottrazione o meglio, come sospensione, diventa contenuto. Non siamo fermi, non contempliamo, continuiamo a produrre, quindi a lavorare.</p>



<p><br>Lutto, rabbia, indignazione sono immediatamente assorbiti dal meccanismo che li rilancia come surplus di visibilità.</p>



<p><br>In questi giorni il dibattito italiano si sta polarizzando; tutti si chiedono se la piazza serva o no. <strong>Ma è la domanda corretta?</strong></p>



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<p><br>I più ingenui, gli esseri più vergognosi e ripugnanti, diranno che disturbare il traffico, rallentare i lavoratori, bloccare un camionista sia sbagliato. Obiezioni bieche riflesso di un’ideologia servile. È chiaro che bisogna organizzarsi con intelligenza, garantire corridoi per i servizi essenziali in modo da non colpire i fragili. Ma il prezzo di un ritardo al lavoro, di un turno saltato, di un disagio temporaneo è minimo rispetto alla posta in gioco. Chi pretende che non si debba disturbare nessuno difende in realtà solo l’inerzia della propria vita ridotta a ingranaggio. Ogni lotta ha un prezzo, e quel prezzo va pagato. </p>



<p>Scendere in piazza è giusto e non bisogna sprecare nemmeno un attimo per convincere chi si macchia di un pensiero tanto malsano da credere tra un impiegato-zombie e civili uccisi in un genocidio, sia più urgente il primo. Queste persone non hanno cuore e non hanno ideali, sono schiave e non dobbiamo averne cura.</p>



<p><br>Ma il nodo della questione è un altro: sempre più spesso, assediare le piazze e le vie principali delle città significa, attraverso uno strano bisogno di scopica autorappresentazione, alimentare piattaforme che monetizzano ogni immagine, ogni parola, trasformando il dissenso in flusso di valore per gli stessi circuiti che alimentano le guerre e ne gestiscono la rappresentazione.</p>



<p><br>L’infrastruttura che assorbe le proteste è la stessa che sostiene l’economia bellica. I grandi contractor — Lockheed, RTX, Northrop, General Dynamics, BAE, Leonardo (finanziata da molte delle nostre università pubbliche) — registrano ricavi record, perché la domanda è una struttura permanente, non eccezionale né tanto meno emergenziale. In parallelo, Palantir e Anduril vendono sistemi di comando e di visione predittiva, accumulando contratti miliardari con USA e NATO. Google e Amazon offrono i loro cloud all’esercito israeliano. Il conflitto si gioca anche lì: nello spazio dei dati, nell’integrazione fra guerra e informazione.</p>



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<p><br>E mentre in piazza alziamo i telefoni, trasferiamo valore a piattaforme che appartengono a questi stessi circuiti o ne dipendono: X orbitata da Musk, Meta con Facebook e Instagram, YouTube in mano ad Alphabet. Ogni abbonamento Premium, ogni moneta virtuale, ogni post, ogni reel, rovesciano la retorica della visibilità come emancipazione e divulgazione.</p>



<p><br>Ci illudiamo di accumulare forza e consenso, ma ciò che realmente facciamo è accumulare fonti di reddito per chi arma i conflitti.</p>



<p><br>Il minuto di cecità è una provocazione utile a  spezzare questa catena perché se continuiamo a offrire i nostri volti alle piattaforme, a fornire dati che addestrano gli algoritmi, a consegnare perfino le immagini dei nostri figli, allora cosa resta della protesta? Nulla, se non un’immensa banca dati utile alle stesse macchine che organizzano la guerra. Negli anni Settanta i fogli, la carta e le riviste militanti erano anch’essi tecnologia, ma una tecnologia che, una volta prodotta, non apparteneva a nessuno. Le piattaforme non funzionano così, bensì sono proprietà privata, recinti che fingono democraticità e apertura a un pubblico vasto, ma concentrano tutto il potere in un centro.</p>



<p><br>Il punto è che la tecnologia non è neutra, ma è un dispositivo giuridico e politico che cattura la cooperazione sociale e la privatizza. Ogni atto collettivo, per esistere, deve superarla, non attraversarla. E allora la domanda diventa semplice: siamo disposti a pagare il prezzo di rinunciare? non per tornare indietro, ma per creare spazi non mediati, spazi nuovi.</p>



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<p><br>I social sono il campo del nemico. Non si combatte con le sue armi. Non si combatte nei suoi palazzi. Asserire che le piattaforme sono il nostro campo di battaglia è un errore di prospettiva, sono spazi con regole unilaterali. E mentre condiviamo l&#8217;ennesimo post strappalacrime di Tlon o de IlNemico fornendo like e condivisioni, forniamo dati, aumentiamo il valore della pubblicità e di tutta l&#8217;infrastruttura da cui pretendiamo di liberarci.</p>



<p><br>Il cinema distopico lo ha capito. In <em>The Lobster</em>, i solitari si rifugiano nei boschi. In <em>Children of Men</em>, la resistenza vive nelle rovine, lontano dalla città. In <em>The Hunger Games</em>, i distretti marginali diventano il nucleo dell’insurrezione. La periferia è il luogo dove il potere non può convertire il esto in spettacolo, ma con le piattaforme, la periferia e il margine si sposta verso il centro e ritorna dov&#8217;era velocemente, senza incidere. Forse i margini non esistono nemmeno più, abitiamo i centri ipercontrollati di Instagram, TikTok, Facebook, Substack. Non siamo dissidenti, siamo sudditi. Per questo bisogna disertare. Spegnere i social. Smontare il corpo digitale. Non più sciopero della fame, ma sciopero dell’immagine. Non più sacrificio del corpo fisico, ma distruzione del corpo visivo che abbiamo consegnato alle piattaforme. Non abbiamo bisogno di dire “guardate quanti siamo”: dobbiamo solo esserci. Riconoscerci senza specchio, senza feed, senza contatori.<br></p>



<p>L&#8217;altro snodo è forse quello più ostico da trattare: un popolo che non sa difendere sé stesso non può difendere nessun altro. Un popolo che protesta per i diritti altrui ma non conquista i propri, che scende in piazza un giorno e il giorno dopo torna alla precarietà, che non lotta per il lavoro o la sanità, è un popolo già svuotato. La solidarietà senza radici interne diventa un surrogato della propria impotenza. Senza istituzioni che lo rappresentano negli ideali e negli intenti, senza organizzazione, senza rappresentanza reale, ogni energia si disperde e la protesta diventa l&#8217;ennesima mobilitazione senza conseguenze reali.<br>Se in Spagna Sánchez ha potuto introdurre misure concrete che incidono sul rapporto con Israele, bisogna domandarsi perché qui non abbiamo la stessa forza. Forse con la stessa foga dovremmo saper ottenere i nostri diritti, non per mettere da parte le altre lotte, ma per costruire un terreno fertile fatto da rappresentanze politiche reali, governi che sposino ideali capaci di tradursi in azione. Perché un popolo che non riesce a difendere i propri contratti, la propria sanità, la propria casa, che si alza un giorno per scendere in piazza e il giorno dopo torna alla precarietà, non ha la forza di difendere nessun altro.</p>



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		<title>La No-State solution della questione palestinese</title>
		<link>https://ilnemico.it/la-no-state-solution-della-questione-palestinese/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jul 2025 10:39:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Isra-Heil]]></category>
		<category><![CDATA[anarchia]]></category>
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		<category><![CDATA[no-state solution]]></category>
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		<category><![CDATA[sionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Stato-nazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Traduzione dell'articolo di James Herod, apparso nella 'Newsletter' del Boston Anti-Authoritarian Movement (BAAM), #18, nel febbraio 2009.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Né la soluzione a due Stati (Two-State) né quella a uno Stato (One-State) risolveranno il problema in Palestina. Solo la No-State Solution può farlo. <strong>Essa propone lo smantellamento dello Stato israeliano e la rinuncia a qualsiasi tentativo di creare uno Stato palestinese</strong>. Al contrario, i popoli che abitano il territorio della Palestina storica dovrebbero evolvere verso una forma sociale avanzata e decentralizzata, fondata su un&#8217;associazione di comunità autonome e autogovernate, basate sulla democrazia diretta. Verrebbe così abolito ogni forma di governo di tipo rappresentativo. Questo storico balzo in avanti dovrebbe coinvolgere immediatamente anche Libano e Giordania, due Stati artificiali creati dagli imperialisti occidentali dopo la dissoluzione dell’Impero Ottomano.</p>



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<p>La No-State solution permetterebbe agli abitanti della Palestina di superare le entità territoriali governate da classi dominanti capitaliste, siano esse definite in termini etnici, razziali o religiosi, o attraverso i cosiddetti diritti civili del liberalismo umanistico e laico. <strong>Il vero problema è lo Stato-nazione in sé</strong>, non che esso sia religioso o laico, etnicamente o razzialmente omogeneo o meno, mono o multiculturale, liberale o conservatore.</p>



<p><strong>Questa affascinante proposta anarchica — una soluzione così ovvia —, sfortunatamente, non è mai stata nemmeno presa in considerazione nel corso dell’intero secolo di aggressione sionista ai danni dei palestinesi. Perché?</strong> Anzitutto, la vittoria storica del marxismo sull’anarchismo nel XIX secolo ha relegato gli anarchici ai margini della scena politica per oltre un secolo. Inoltre, il sistema degli Stati-nazione, controllato dal capitalismo, è così forte e radicato che è difficile adottare una prospettiva al di fuori di esso, e quasi nessuno ci ha mai provato. Ora, tuttavia, alcune voci innovative iniziano a farsi sentire a favore dell’idea, come quella di Bill Templer o di Uri Gordon.</p>



<p>Il problema della Two-State Solution è che essa conferisce legittimità allo Stato sionista di Israele e riconosce così il suo diritto all’esistenza. Ma Israele non ha alcun diritto di esistere. È stato fondato sull’espulsione violenta degli abitanti originari (e legittimi proprietari) della Palestina (circa 750.000 persone). La campagna terroristica sionista di pulizia etnica, che dura ormai da quasi un secolo, è stata possibile solo grazie al sostegno di potenze imperialiste occidentali, in particolare degli Stati Uniti, che l’hanno alimentata con ingenti aiuti militari, finanziari e politici. <strong>Per riparare a quest’ingiustizia storica gravissima è necessario smantellare lo Stato militarista e razzista di Israele e garantire il diritto al ritorno ai rifugiati palestinesi</strong>, che oggi contano quasi cinque milioni di persone.</p>



<p>Ed è sempre stato questo l’obiettivo dei movimenti per la liberazione della Palestina, anche se non sempre dei loro leader o di certi intellettuali occidentali. Quanto ai leader, sia l’OLP che Hamas hanno finito per accettare la soluzione a due stati. Quanto agli intellettuali, Noam Chomsky ha sempre (fino al mese scorso) sostenuto la soluzione a due stati. (Perché mai, a proposito, Chomsky, che si definisce anarchico, non propone mai soluzioni anarchiche per le questioni di attualità?) Allora perché non sono stati istituiti due Stati? Perché Israele, in quanto entità sionista, non vuole uno Stato palestinese.</p>



<p>Il suo obiettivo fin dall’inizio è sempre stato rubare tutta la terra della Palestina — e persino altro territorio da Libano, Siria, Giordania ed Egitto — <strong>al fine di costruire una Grande Israele</strong>, e purificare la terra da tutti gli abitanti non ebrei.</p>



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<p>Inoltre, la rapina sionista delle terre palestinesi è proseguita senza sosta al punto che ormai non c’è quasi più terra sulla quale pensare di fondare uno Stato palestinese. I palestinesi sono stati rinchiusi e imprigionati nella Striscia di Gaza e in numerosi minuscoli enclave simili ai bantustan nella Cisgiordania. Non controllano nulla. <strong>Israele ha di fatto rimosso definitivamente la soluzione a due stati dal tavolo</strong>.</p>



<p>Dopo i massacri spaventosi e orribili, i bombardamenti e le invasioni di Gaza, Libano e Jenin negli ultimi anni, e dopo decenni di assalti brutali contro i palestinesi, con assassinii mirati dei loro leader, demolizioni di case, i checkpoint, il Muro, gli omicidi sommari, le distruzioni degli uliveti, la sottrazione dell’acqua, lo strangolamento economico, la detenzione senza processo, la tortura, la fame, i furti di denaro, le restrizioni di movimento, l’annientamento della società civile, la distruzione delle infrastrutture e così via,<em> ad nauseam</em>, <strong>chi potrebbe ancora, con del buon senso, promuovere la continuità dell’esistenza di Israele in Medio Oriente?</strong> Questi crimini sono andati talmente al di là del limite da distruggere per sempre qualsiasi rivendicazione di legittimità dello Stato israeliano o desiderio di convivenza pacifica con esso.</p>



<p>E si arriva così alla One-State Solution, che ultimamente viene riproposta più di frequente e talvolta sostenuta seriamente. I suoi sostenitori immaginano uno Stato laico unico per la Palestina storica in cui i diritti civili di tutti i cittadini siano garantiti, e in cui persone di diverse religioni ed etnie possano convivere in uguaglianza, libertà e pace. <strong>Un tale Stato significherebbe ovviamente la fine del progetto sionista ed è quindi fortemente respinto dagli israeliani sionisti</strong>.</p>



<p>In verità, lo Stato laico sarebbe meglio che non fosse sostenuto da nessuno. I suoi presunti benefici sono in gran parte un miraggio<strong>. Difficilmente esiste uno Stato-nazione che non pratichi serie discriminazioni nei confronti delle minoranze razziali o etniche interne, per non parlare dell’oppressione, apparentemente insradicabile della metà femminile della razza umana, o dello sfruttamento sistematico della classe lavoratrice</strong>. Con rare eccezioni, gli Stati-nazione sono controllati dai capitalisti. Quelle poche entità che passano in mano socialista finiscono per collaborare comunque con i capitalisti. Per decenni i marxisti hanno scritto critiche dettagliate della “democrazia borghese”, come la chiamavano, smascherandola come una frode. Così hanno fatto anche gli anarchici. Kropotkin pubblicò un attacco feroce al governo rappresentativo 124 anni fa, nel 1885. È come se lo avesse scritto l’anno scorso, rivolto a noi. L’era del governo rappresentativo sta per finire. È fondamentale assicurarsi che finisca davvero.</p>



<p>Ecco perché è così importante promuovere la No-State solution in Palestina. Il fatto che oggi ciò sembri impossibile è tanto più motivo per far circolare l’idea, mettere la proposta sul tavolo. Questo è il primo passo. Solo così potremo iniziare a vedere come essa potrà realizzarsi. Dopotutto, un mondo decentralizzato, senza capitalismo né Stati, sembra impossibile ovunque. Ma magari non lo è. <strong>Dobbiamo iniziare a combattere per ciò che vogliamo, e per ciò che è giusto, non per ciò che pensiamo di poter ottenere</strong>. L’organizzazione sociale del mondo deve cambiare in modo profondo se noi, esseri umani, vogliamo avere qualche speranza di sopravvivere alle crisi senza precedenti che oggi ci affliggono e di creare una società vivibile e sostenibile.</p>



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		<title>Necrologio dell&#8217;umorismo ebraico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 05 Jun 2025 10:23:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E anche Woody tace su Bibi; fra gli ebrei l’inclinazione all’autoironia è un prodotto storico. Una volta venute meno le condizioni che lo hanno generato non ha avuto più motivo di esistere.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>“L’umorismo ebraico non esiste. L’epoca delle barzellette ebraiche, cioè della situazione che le ha generate, è da tempo finita. In altre parole: come sono affrontati i conflitti oggi nella comunità ebraica? Con molto meno spirito – ma forse è proprio questa la vera emancipazione”. Così scriveva il drammaturgo e romanziere ebreo-svizzero Charles Lewinsky, in un articolo dal titolo “Un necrologio” uscito nel 2012 su <em>Tachles</em>, settimanale ebraico del suo Paese. Lo scrittore non aveva ragione: aveva doppiamente ragione. <strong>Fra gli ebrei l’inclinazione all’autoironia è un prodotto storico, e come tutti i prodotti della Storia, una volta venute meno le condizioni che lo hanno generato non ha avuto più motivo di esistere</strong>. Ma se la Storia ha un senso e uno soltanto, dovrebbe farsi maestra, a maggior ragione nell’animo di chi custodisce come tappa fondativa la Shoah ma ha oggi sulla coscienza la guerra di sterminio a Gaza. Di chi, dopo il 7 ottobre 2023, si presenta unilateralmente come unica vittima, dopo esserlo stato nei secoli della diaspora. In questo caso, vittima dotata di uno spiccato e tutto particolare <em>sense of humour</em>: nero, caustico, impietoso. Se tanta parte degli israeliani e, con loro, degli ebrei del pianeta (due categorie, ricordiamolo, che di loro andrebbero distinte) non sembrano mostrare più alcuna percepibile attitudine a ridere di sé, significa che la lezione del passato, un passato che pesa e viene fatto pesare di continuo, non è servita a nulla.</p>



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<p>Di fronte al dolore dei palestinesi nel sistematico massacro di Gaza e nei soprusi dei coloni in Cisgiordania, non si ode né si legge una voce, un fiato, una singola uscita da parte di appartenenti allo Stato d’Israele, o delle organizzazioni ebraiche, <strong>che</strong> <strong>prenda sonoramente per il culo non la destra di Bibi Netanyahu (“un criminale e basta”, cit. Franco Cardini, <em>Il Fatto Quotidiano</em> 3 giugno 2025), ma la barbarie dell’apartheid israeliano in sé e per sé</strong>. Certo, da un anno e mezzo a Tel Aviv c’è chi contesta, chi freme d’indignazione e urla in piazza, a partire dai familiari dei superstiti ostaggi di Hamas. Ma un’opposizione degna di questo nome, non c’è. Né interna, né esterna. E anche se, a dispetto del Sessantotto, la risata non ha seppellito mai nessuno, un sussulto di quella corrosiva capacità di prendere le distanze dai propri difetti, errori (e orrori) dovrebbe pur saltar fuori, da chi ne aveva fatto un’arte. Invece, a parte qualcosina, <em>nada, nisba, nix</em>. Il silenzio dei (non) innocenti.</p>



<p>Dice: ma come si fa umanamente a ridere di una tragedia? Domanda malposta da riformulare così: <strong>come si fa a <em>non</em> ridere di una tragedia</strong>, e a non farlo con quel riso così intriso di sofferenza, specie se la tragedia in corso ripropone, in versione certamente differente, le esalazioni del genocidio, fantasma che popola gli incubi degli ebrei di tutto il mondo. Più di vent’anni fa, la psicologa israeliana Chaya Ostrower aprì un coraggioso filone di ricerca indagando il ruolo dell’umorismo come rifugio difensivo degli internati nei campi di concentramento nazisti. Nel suo libro, pubblicato dall’istituto Yad Vashem, viene ricostruito l’ultima apparizione, la più macabra e la più commovente, di quella sensibilità <em>yiddish</em> al motteggio e alla storiella sviluppatasi dal Settecento in poi, e più ancora nell’Ottocento, specialmente fra gli ashkenaziti, gli ebrei dell’Europa centro-orientale, i più religiosi e i più discriminati, sotto l’influenza del <em>chassidismo</em>, variante mistica caratterizzata da una mitezza stemperante che non si fatica a collegare alla successiva tradizione di dissacranti risate analizzate già da Sigmund Freud nel saggio “Il motto di spirito” (1905). La più famosa delle storielle nate dai lager è forse la seguente: “Su una nuvola in cielo ci sono due ex deportati, che si raccontano storie sulla vita nel ghetto e nel campo: ricordano e ridono. Dio li sente e li rimprovera con asprezza: ‘Come osate ridere di certe cose? I due lo zittiscono: ‘Che ne sai tu? Non c’eri!’.&nbsp;</p>



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<p>Freud sbagliava, tuttavia, nell’attribuire una patente letteraria di unicità all’ironia del popolo ebraico (che non è un popolo, semmai una religione; popolo è quello israeliano). Così facendo, infatti, benché lui stesso ebreo di nascita – ma ateo convinto – non faceva altro che rivestire l’ebraismo di uno stereotipo, sia pur in positivo. Vero, l’autodenigrazione era la chiave per capire il modo di ridere agrodolce dei suoi (ex) correligionari, ma <strong>le sue cause vanno fatte discendere dalla ghettizzazione e persecuzione che subivano le numerose comunità nei villaggi orientali dell’Est europeo</strong>, le cui battute e barzellette si diffusero poi, con le migrazioni, soprattutto negli Stati Uniti. E a influire, in una miscela di sacro e profano, fu anche il vento del disincanto razionalista e illuminista, che investì tutto e tutti non esclusi, naturalmente, gli israeliti (tanto è vero che di questo presunto spiritaccio ebraico, nei secoli dell’<em>ancièn régime </em>e durante il Medioevo, non c’è traccia). <strong>Il risultato, in ogni caso, fu che gli ebrei impararono a prendersi in giro, propensione che invece non hanno mai avuto i musulmani</strong> (mentre i cristiani, cattolici e protestanti, l’hanno esercitata nella forma più estrema, sconfinando nella blasfemia e nel ripudio militante della propria identità religiosa).</p>



<p>C’è poi un’altra interpretazione, emersa ad esempio nella Giornata della cultura ebraica del 2012 dedicata all’umorismo tenutasi, come ogni anno, la prima domenica di settembre. E cioè la tesi secondo cui non si tratterebbe di un escamotage psicologico per alleviare con il sorriso un’inferiorità inflitta e subìta, <strong>ma l’interiorizzazione di questa inferiorità, l’assunzione del punto di vista anti-ebraico rivolto contro sé stessi, fino a negarsi in quanto ebrei.</strong> Sarebbe, insomma, un’espressione dell’odio di sé. Per tutta risposta, il rabbino e filosofo francese Marc-Alain Quaknin, docente a Tel Aviv e Nanterre, sostiene nel libro “E Dio rise” che scherzare sui luoghi comuni di cui si è oggetto aiuta alla comprensione non solo di sé, ma più ancora dell’Altro. E giustamente sottolinea come il principale protagonista dell’auto-satira, fra gli ebrei, è Dio<strong>. L’ebreo ride con Dio e contro Dio, ma mai senza Dio</strong>. Anche qualora a firmare la freddura dovesse essere un miscredente come, per dirne uno a caso, Woody Allen. Autore, fra le tante, di questa, un grande classico: “Ho dodici anni. Vado alla sinagoga. Chiedo al rabbino qual è il significato della vita. Lui mi dice qual è il significato della vita, ma me lo dice in ebraico. Io non lo capisco, l’ebraico. Lui chiede seicento dollari per darmi lezioni di ebraico”. Il bersaglio, qui, è l’antico pregiudizio antisemita sull’avidità di denaro che sarebbe tipica degli ebrei. In realtà, a ben guardare, un lazzo contro l’avidità dei religiosi e delle religioni organizzate in generale.</p>



<p>A proposito: che fine ha fatto, il vecchio Allen Stewart Konigsberg (Woody), nato nel 1935 nel Bronx a New York in una famiglia di immigrati ebrei ortodossi di provenienza austro-russa? Tralasciando qui il giudizio sulle sue ultime opere cinematografiche, l’esponente più famoso della schiera di comici e cineasti americani di origine ebraica (dai fratelli Marx a Mel Brooks, passando per la Goldwin Mayer, fino a Steven Spielberg) sulla questione israelo-palestinese non si fa vivo dall’ormai lontano 2013. Qualcuno dirà che ha avuto altri pensieri, su tutti quello di ribattere alle accuse di pedofilia che ogni tanto riemergono, nonostante non sia mai stata provata. Ma il caso delle molestie scoppiò nel 1992, mentre ancora nel 1997, in uno dei suoi ultimi film di genio, <em>Harry a pezzi</em>, si poteva sentire la zampata del vecchio leone in questo dialogo: “Ti risulta l’Olocausto o credi che non sia mai successo? – Non solo so che ne abbiamo persi sei milioni, ma la cosa tragica è che i record sono fatti per essere battuti”. Non male da uno che, in quella stessa pellicola, si auto-accusava scherzosamente di avere una vita tutta “nichilismo, cinismo, sarcasmo e orgasmo”. <strong>Neanche troppo scherzosamente, se pensiamo a come commentava, in quell’ultima intervista del 2013 in cui ha accennato a questi temi, la faziosa confusione fra odio contro gli ebrei (aberrante) e denuncia di Israele (legittima</strong>): “Molta gente camuffa i suoi sentimenti negativi nei confronti degli ebrei con una critica, critica politica, riguardo Israele – spiegava alla rete tv <em>Canale 2</em> &#8211; In sostanza, ciò che realmente intendono è che non gli piacciono gli ebrei”. <strong>Provaci ancora Woody, la prossima volta la dirai giusta</strong>.</p>



<p>Ma se possibile ancor più deludente fu, sempre in quell’occasione, là dove scivolò nel cerchiobottismo gonfiandosi d’indignazione per il “trattamento che gli israeliani infliggono ai palestinesi in rivolta nell’intifada nei territori occupati in Palestina: ma dico, ragazzi, stiamo scherzando? Soldati che picchiano la popolazione civile per dare un esempio? Che rompono le mani e le braccia di ragazzi e donne per impedir loro di tirare le pietre?”. Chissà cosa pensa oggi dei 50 mila palestinesi trucidati, fra cui 20 mila bambini, o delle centinaia di migliaia di sfollati, e del resto della popolazione della Striscia affamata e presa a fucilate perfino quando si reca a prendere quel po’ di cibo e aiuti inviati sotto l’ipocrita egida Onu. Ci piacerebbe saperlo ma non lo sappiamo, perché Allen tace. Intervistato da Diego Bianchi a <em>Propaganda Live</em> per pura fatalità il 6 ottobre 2023, il giorno prima dell’attacco di Hamas, se ne uscì con questa perla da novello Ponzio Pilato: “<strong>Non credo che tutti i </strong><strong>comici</strong><strong> debbano pontificare o diventare filosofi, a me non interessa il loro pensiero, non ascolto un comico per i suoi punti di vista politici, sociali o personali. Mi interessa solo chi fa ridere e chi no</strong>”. Facesse ridere come un tempo, almeno…</p>



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<p>Un artista ebreo che al contrario zitto non sta è il nostro <strong>Moni Ovadia</strong>, il quale in un aureo libretto intitolato <em>Dio ride. Nish Koshe</em> (sottotitolo che significa: <em>così così</em>) legge attraverso le illuminanti lenti del paradosso la spiritualità ebraica, concludendo che “<strong>l’umorismo è uno strumento poderoso per spiazzare il potere, le regole rigide, l’ossificazione del pensiero</strong>”. Importante, quest’ultimo punto: se con pensiero intendiamo, in senso lato, ciò che si può pensare della deriva terroristica in cui è sprofondato Israele<strong>, è palese quanto la comunità ebraica internazionale, eccettuati i pochi ebrei anti-sionisti, sia congelata in un’approvazione a priori dell’operato israeliano che rappresenta la morte stessa del pensiero</strong>. <strong>Il che getta benzina sul fuoco di chi mischia in un unico calderone governo Netanyahu, cittadini d’Israele e ebrei di ogni tipo e latitudine</strong>. In altre parole, i primi fomentatori dell’antisemitismo sono proprio coloro che additano come antisemita chiunque simpatizzi per la causa palestinese. Devono aver avuto, per citare un personaggio iconico dell’ebraismo quando ancora l’ebraismo sapeva non prendersi sul serio, una <em>yiddish mamele</em>, la “mammina ebraica” che nevrotizza fin da bambino il piccolo ebreo. Per trovare un altro alla Ovadia occorre cercarlo col lanternino, e l’unico che abbiamo trovato è lo statunitense <strong>Gianmarco Soresi</strong>, attore comico che si definisce “culturalmente ebreo, religiosamente ateo” del quale trovate su internet un monologo niente male, riguardo la cattiva coscienza d’Israele.</p>



<p><strong>“Fintanto che il tuo senso dell’umorismo tiene, sei almeno in parte immune dal fanatismo”, ha scritto Amos Oz</strong>. Israeliani ed ebrei che plaudono alla sproporzionata e disumana vendetta in atto sono fanatici che non sanno più cos’è lo spirito. In che modo vivono la propria ebraicità (e, aggiungiamo noi, il rapporto con lo Stato ebraico)?, si chiedeva Lewinsky citato all’inizio. Con molto meno spirito, era la risposta. Appunto. Ma questa non è “emancipazione”. È non saper immedesimarsi nella vittima, che può essere alternativamente ebrea o palestinese. E se si accetta l’idea che la capacità autoironica sia legata allo status di vittima, se ne deve dedurre che a difettarne è il persecutore. Dal canto loro i palestinesi, almeno fino a quando hanno fisicamente potuto ossia fino all’estate 2023, qualche risata con retrogusto amaro hanno saputo strapparsela. Grazie a un gruppo di <em>standup comedians</em> capitanato dall’americano-palestinese Ahmed Zar, dal 2015 in poi hanno messo in piedi il Palestine Comedy Festival, su cui quest’anno è anche uscito un documentario. A un certo punto, si ascolta una frase che riassume tutto quanto, o quasi, abbiamo detto sin qui: “La commedia nasce dalla tragedia. Il dolore e la sofferenza sono esattamente il motivo per cui facciamo questo festival”. Quasi, perché lo <em>humour </em>va oltre il comico. Non è solo critico: è autocritico<strong>. Corrisponde alla più difficile delle conquiste, speculare alla potenza del perdono: essere in grado di scusarsi.</strong><br><br>Un giornalista chiede ad un israeliano, a un americano, a un polacco e a un russo: “Scusate, qual’é la vostra opinione sulla carenza della carne?”. Il polacco risponde: “cos’é la carne?”. Il russo domanda: “cos’é un’opinione?”. L’americano dice: “cos’é la carenza?”. E l’israeliano: “cosa vuol dire ‘scusate’?”.</p>



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		<title>Israele è l&#8217;Apocalisse</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 May 2025 10:20:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quello che sta perseguendo Netanyahu è un progetto assolutamente coerente con la concezione ebraica di Fine dei Tempi. Non è colonialismo; non è sionismo: è Apocalisse.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Israele [“Colui che lotta con Dio”] è il nome nuovo che il signore degli ebrei diede a Giacobbe.</p>



<p>Se anche ci fermassimo a questo, saremmo già sommersi da equivoci, contraddizioni e inesattezze.&nbsp; Innanzitutto dovremmo metterci d’accordo su cosa si intenda per “Dio”. Secondo poi dovremmo cercare di stabilire se il soggetto che si presentò con un tetragramma possa essere in senso assoluto qualcosa di lontanamente paragonabile a Dio. Terza cosa, Giacobbe non lottò con Dio, fosse anche inteso come il signore degli ebrei, ma con un angelo (Gen 32;29). Quarto, ci sarebbe da discutere su cosa si intenda con la parola “angelo” (corrispondente greco del termine “malach” dallo stesso significato). L’etimologia ci suggerisce come il termine significhi semplicemente “messaggero”. Probabile quindi che Giacobbe abbia solo fatto una rissa con un postino cananeo.</p>



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<p>Sarebbe stato meglio se Giacobbe, insoddisfatto del proprio nome (“colui che si aggrappa al tallone”; il tallone non è così male: poteva anche andare peggio), avesse cambiato nome in Ubaldo, ovvero “pastore audace”.</p>



<p>Sia come sia, il nome Israele, e quindi Giacobbe, non è stato scelto a caso quando il 14 maggio 1948 ebbe luogo la costituzione di uno stato ebraico.</p>



<p>La scelta di chiamarlo come il patriarca al quale sono state fatte delle promesse profetiche, religiose, di discendenza e soprattutto territoriali, è programmatica e di per sé esclude tutte le occasionali derive laiche di sorta che questa nazione ha avuto negli ultimi ottant’anni circa.</p>



<p>Finché non si comprende che, quanto sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania, non ha niente a che vedere con i poli opposti del sionismo, nato come movimento laico, e dell&#8217;antisemitismo, ma con promesse, profezie e sanguinarie faide condominiali, il problema non potrà mai essere risolto.</p>



<p>C&#8217;è un livello di approssimazione &#8211; qualcuno diceva che le parole sono importanti &#8211; spaventoso.</p>



<p>Tanto per fare un esempio, anche i gazawi o i cisgiordani sono popoli semiti (e diversi: filistei-palestinesi i primi e nabatei i secondi). Questo perché tradizione vuole che Jafet abbia dato origine ai popoli europei, Sem a quelli asiatici e del Medio Oriente e Cam a quelli africani.</p>



<p><strong>Non si può capire fino in fondo l’operazione di pulizia etnica che sta avvenendo a Gaza, se non si conosce la parola Amalek</strong> e quindi non si conoscono gli amaleciti e il significato simbolico che hanno per il popolo d&#8217;Israele, così come lo hanno le infinite guerre tra israeliti e filistei.</p>



<p>I moderni palestinesi, gli antichi filistei, sarebbero nello specifico solo i gazawi; corrispondono ad Amalek e <strong>gli amaleciti per gli ebrei andavano e vanno sterminati,</strong> allora come alla Fine dei Tempi.</p>



<p>E, va detto, la cosa è stata sempre reciproca, anche se la maggior parte dei palestinesi attuali non sembra ricordarlo; ma Hamas, che è a sua volta un movimento apocalittico vocato allo sterminio, sì.</p>



<p>Per avere conferma di questi punti nodali necessari ad analizzare l’attualità, basterebbe ascoltare uno qualsiasi dei rabbini più importanti in giro per il mondo e il tipo di lezioni che sta tenendo su questi temi negli ultimi anni. Il più moderato sembra Abatantuono nelle vesti del Ras della Fossa.</p>



<p><strong>Quello che sta perseguendo Netanyahu, pertanto, è un progetto assolutamente coerente con la concezione ebraica di Fine dei Tempi. Non è colonialismo; non è sionismo: è Apocalisse</strong>.</p>



<p>Se non si conosce il rapporto tra Netanyahu, Trump e Menachem Schneerson, il Lubavitscher Rebbe, è difficile comprendere l’accelerazione degli eventi negli ultimi mesi.</p>



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<p>Se non si è a conoscenza del fatto che per l’ebraismo siamo nell’anno 5785 e che il mondo finisce nell’anno 6000, o meglio gli eventi hanno termine nell’anno 6000, dopodiché ci sarebbero solo mille anni sabbatici, si rischia di non comprendere le recenti evoluzioni.</p>



<p><strong>Entro 215 anni, infatti, Israele DEVE avere un certo territorio (vedi Numeri 34; 1-12), il Terzo Tempio e un Messia</strong>. Cose che devono manifestarsi ragionevolmente prima della Fine, poiché deve in seguito esserci anche un periodo piuttosto lungo, i rabbini dicono almeno duecento anni, di pace e benessere mondiali.</p>



<p>Le operazioni militari che Netanyahu sta portando avanti, non sono coerenti con alcuna lotta al terrorismo o liberazione degli ostaggi, né con interessi meramente economici, ma seguono le direttive bibliche circa il disegnare un preciso territorio e renderlo disponibile per il ritorno da tutto il mondo degli ebrei in Israele.</p>



<p>Nel portare a compimento questo sedicente piano profetico, <strong>Netanyahu sta paradossalmente anche presentando la sua candidatura a Messia che il popolo ebraico attende da secoli</strong>. Il concetto di Messia (Mashiach), infatti, è quanto di più distante si intenda comunemente con questo termine: una figura spirituale che porta pace, giustizia, amore, reggae e cannabis gratuita. Ricordiamo quindi quelle che la principale autorità ebraica di sempre, Mosè Maimonide, ritiene le caratteristiche peculiari del Messia (ribadendo che non credere all’avvento del Messia significa di fatto non essere ebrei):</p>



<p>1) Costruire o completare il Terzo Tempio a Gerusalemme nella sua sede originaria.</p>



<p>2) Combattere e vincere la guerra di Gog e Magog. Essere quindi un condottiero e un guerriero.</p>



<p>3) Creare le condizioni per far ritornare in Israele tutti gli ebrei sparsi per il mondo.</p>



<p>4) Conoscere nel dettaglio la Torah e tutte le scritture sacre.</p>



<p>5) Discendenza dal Re Davide, del quale deve incarnare le caratteristiche: re o in generale capo politico, guerriero e finanche musicista.</p>



<p>Quindi, dopo aver combattuto (e vinto) tutte le battaglie finali, instaurare un regno mondiale di pace, benessere e giustizia.</p>



<p>Netanyahu ha di fatto preso il controllo del Monte del Tempio, aprendo la strada alla sua futura ricostruzione; sta combattendo, o si prepara a farlo, contro alcune delle nazioni di Gog e Magog, Iran in testa; sta disegnando con le sue operazioni militari il territorio previsto in Numeri 34;1-12, creando così anche le condizioni abitative per gli ebrei che dovessero fare ritorno dalle nazioni; conosce le scritture e potrebbe facilmente dimostrare di essere della discendenza davidica.</p>



<p>Curiosità: <strong>Netanyahu si è anche esibito come cantante, anche se non accompagnandosi alla cetra come faceva il re Davide</strong>, ma solo un paio di volte al karaoke. Il giorno in cui sarà in grado di fare pure gli assoli di chitarra elettrica ci sarà da preoccuparsi ancor più seriamente.</p>



<p>Basta tutto questo a far convergere i rabbini più autorevoli nel decretare che Netanyahu sia il Messia? Improbabile. Anche se è opinione di molti che saranno i summenzionati fatti, di per sé, a determinare l’identità del Messia e non un pur autorevole sinedrio.</p>



<p>Vale la pena comunque ricordare come il rabbino più importante degli ultimi secoli, il Lubavitscher Rebbe Menachem Schneerson, abbia a più riprese predetto a Netanyahu che il suo ruolo sarebbe stato quello di preparare la strada all’avvento del Messia.</p>



<p><strong>Non servirebbe la ragione della geopolitica a fermare qualcuno che sente di perseguire un piano divino, né le risoluzioni dell’ONU, così come le delibere di una Corte Penale Internazionale.</strong></p>



<p>Dire a Netanyahu, a Israele e agli ebrei osservanti, che quello che fanno è sbagliato, è doppiamente inutile<strong> perché le loro scritture prevedono che nei Tempi della Fine avrebbero avuto tutti contro</strong>.</p>



<p>Ogni accusa di trovarsi in errore non è altro che una conferma di essere nel giusto. Proprio come vi accade di sperimentare con vostra suocera.</p>



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<p>Lo stesso dicasi per qualsiasi tipo di minaccia che venga da Iran, Turchia e Russia: tutto il mondo ebraico più autorevole, sia rabbinico che cabalistico, non fa che parlare della guerra di Gog e Magog (Ezechiele 38-39) in cui Israele è insidiato dal settentrione, grossomodo presso le Alture del Golan, proprio dalla Persia (Iran), da Togarma (Turchia) e da Magog/Ros (Russia).</p>



<p>Né potrebbe fungere da deterrente che queste tre potenze dichiarino guerra e magari riescano in una prima fase a radere al suolo gran parte di Israele, perché anche ciò è dettagliatamente profetizzato negli stessi passi.</p>



<p><strong>Accuse di essere in errore, minacce, dichiarazioni di guerra e anche distruzione quasi totale, per Israele e per tutti gli ebrei che conoscono e osservano le scritture, non rappresentano altro che l’ulteriore tassello del pieno compimento delle profezie stesse e la conferma che il tempo della redenzione e dell’avvento del Messia è vicino</strong>.</p>



<p>A questo punto, tuttavia, ci sarebbe da capire con esattezza di quale “messia” si tratti. Perché, proprio all’esistenza dello stato d’Israele, è legata una delle profezie più importanti del cristianesimo, anche se nessuno sembra saperlo, men che meno Leoni primi, secondi, tredicesimi o quattordicesimi.</p>



<p>&#8220;Dal fico poi imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l&#8217;estate è vicina. Così anche voi, quando vedrete tutte queste cose, sappiate che Egli è proprio alle porte. In verità vi dico: <strong>non passerà questa generazione</strong> prima che tutto questo accada&#8221;.</p>



<p>[Matteo 24; 32-34]</p>



<p>Non fate come quegli esegeti distratti che prendono la singola frase &#8220;non passerà questa generazione&#8221; per dire che G.C. non sapeva manco lui quando sarebbero arrivati i Tempi della Fine e il Secondo Avvento, perché li riferiva alla sua generazione.</p>



<p><strong>La generazione è quella dell&#8217;albero del fico.</strong> Per questo è chiamata Parabola del Fico. &#8220;Cosa rappresenta l&#8217;albero del fico, Maestro?&#8221; gli chiedevano a più riprese discepoli e apostoli, tra cui pure Pietro, che era duro di comprendonio come la pietra. <strong>L&#8217;albero del fico rappresenta la nazione d&#8217;Israele, rispondeva Colui</strong>. Un albero che però deve avere un ramo tenero e veder spuntare le foglie.</p>



<p>Non si tratta quindi di Israele a lui contemporanea, che stava per essere distrutta insieme al Tempio, evento del quale si parla sempre in apertura di Matteo 24 per chiarire il concetto. La generazione che non deve passare, tra i 70 e gli 80 anni (Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, recita Salmi 90;10), <strong>è quella in cui lo Stato di Israele, l&#8217;albero del fico, torna a mettere le foglie e ha i rami teneri, quindi nasce di nuovo</strong>. 14 maggio 1948 + 70-80 anni= 14 maggio 2018-14 maggio 2028.</p>



<p>Israele e Tempi della Fine, Israele e Apocalisse; ma qui si tratta di scritture che gli ebrei non riconoscono e anzi ripudiano nel modo più assoluto.</p>



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<p>Forse, l’unico modo per fermare Israele, sarebbe quello di ipotizzare che il copione che loro stanno seguendo non sia il solo e che ce ne sia un altro molto dettagliato dove le cose vanno a finire malissimo.</p>



<p>Ovviamente parlarne in Israele, o più in generale agli ebrei, illustrare nei dettagli lo svolgersi degli eventi apocalittici con riferimenti precisi alle Scritture della cristianità, sarebbe inutile; spiegarlo agli americani, invece, che nelle profezie del Nuovo Testamento dovrebbero crederci, potrebbe cambiare l’intero panorama geo-profetico.</p>



<p>Altrimenti di pace si parla e pace si avrà: una “pace disarmata e disarmante” (cit.); ma si tratterà di quella dell’Anticristo, appoggiata dal Falso Profeta, qualcuno che finge di parlare in nome di Cristo, e che lo farà in maniera più disarmante che disarmata.</p>



<p>Quando diranno «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso.</p>



<p>[1Tessalonicesi 5;3]</p>



<p>“Egli (Anticristo ndr) stringerà una forte alleanza con molti per una settimana e, nello spazio di metà settimana, farà cessare il sacrificio e l&#8217;offerta; sull&#8217;ala del tempio porrà l&#8217;Abominio della Desolazione”.</p>



<p>[Daniele 9; 27]</p>



<p><strong>E, a quel punto, le scene che stiamo vedendo a Gaza finiranno per coinvolgere anche Israele</strong>.</p>



<p>“Quando dunque vedrete l&#8217;Abominio della Desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo &#8211; chi legge comprenda -, allora quelli che sono in Giudea fuggano ai monti, chi si trova sulla terrazza non scenda a prendere la roba di casa, e chi si trova nel campo non torni indietro a prendersi il mantello. Guai alle donne incinte e a quelle che allatteranno in quei giorni. <strong>Pregate perché la vostra fuga non accada d&#8217;inverno o di sabato. Poiché vi sarà allora una tribolazione grande, quale mai avvenne dall&#8217;inizio del mondo fino a ora, né mai più ci sarà</strong>”.</p>



<p>[Matteo 24; 15-21]</p>



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<p></p>
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		<title>In Palestina, esistere vuol dire resistere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 May 2025 08:53:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Isra-Heil]]></category>
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		<category><![CDATA[Valle del Giordano]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il piano di colonizzazione israeliana della Valle del Giordano e la storia di resistenza di una famiglia di pastori, circondata da Israele. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il 5% della Valle del Giordano è ancora Palestina. Per il restante 95% parlare di Palestina è più un vezzo politico. La colonizzazione della VdG, ormai quasi completata, rientra in un piano militare preciso e rivendicato esplicitamente da Israele. Gli israeliani lamentano infatti di non avere un confine naturale che li separi dai loro vicini a est, gli “arabi jihadisti”. Abba Eban, ex ambasciatore di Israele presso gli USA, dichiarava che Israele senza <strong>la Valle del Giordano fosse come un campo di concentramento lungo e stretto, un carcere nel quale gli ebrei attendono con rassegnazione una morte inevitabile e violenta</strong>. Il confine che rivendicano è il fiume Giordano, un rivolo di acqua battesimale &#8211; attraversabile a piedi, o alla peggio asfaltabile in mezza giornata per il passaggio dei cingolati &#8211; che offre una protezione di gran lunga inferiore rispetto alle tre mandate di recinsione elettrizzata e filo spinato che ad oggi già separano la Palestina controllata da Israele e la Giordania. &nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-embed aligncenter is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="The Heart of the Matter: The Jordan Valley Is the Future of the Zionist Endeavor" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/JeAqg5VhiiM?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div><figcaption class="wp-element-caption">Shottino ogni volta che il vecionostro influencer dell&#8217;IOF dice Jordan Valley. Curioso come la zona abitata da più tempo nella storia del mondo venga presentata come vuota e a disposizione.</figcaption></figure>



<p>&nbsp;&nbsp;<br><br>La conquista di questo confine naturale è servita fin da subito come pretesto per la strategia di colonizzazione israeliana, che si fonda sull’abuso di una clausola degli <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Accordi_di_Oslo#:~:text=In%20sostanza%2C%20gli%20accordi%20chiedevano,creazione%20dell'Autorit%C3%A0%20Nazionale%20Palestinese.">accordi di Oslo</a>, ovvero che Israele, in casi di estrema necessità e pericolo, può fondare accampamenti militari <em>temporanei </em>nell’area C della Cisgiordania (quella sotto il controllo diretto militare e civile di Israele), della durata di massimo 5 anni. Ovviamente <strong>la quasi totalità dell’area C nella Valle del Giordano ospita accampamenti militari <em>permanenti</em></strong>, immersi in vastissime zone militari ad accesso vietato, interrotti solo da colonie o avamposti illegali di israeliani.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Diverso è il discorso per l’area A, il territorio autonomo in mano all’Autorità Palestinese. Israele non può, in teoria, intervenire direttamente in quest’area, ma produce pretesti per farlo comunque. Come quelli prodotti per le frequenti incursioni e demolizioni nei campi profughi, come quello di Jenin recentemente sgomberato e distrutto &#8211; <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/January_2023_Jenin_incursion">la situazione a Jenin è drammatica</a>: al cimitero, come ci raccontano, hanno imparato a lavorare d&#8217;anticipo dopo il <a href="https://www.hrw.org/reports/2002/israel3/israel0502-05.htm">massacro del 2002</a>: scavano fosse preventive per le vittime della caccia al “terrorismo”, per non essere impreparati. <strong>In tutta la Cisgiordania l’area A, infatti, si concentra intorno alle grandi città, verso le quali Israele sta provando a spingere i palestinesi sparsi sul territorio</strong>. Qualche piccola macchia d’autonomia, più o meno grande, la si trova anche qua e là, scollegata rispetto ai centri urbani. Il giornalista palestinese con il quale entriamo in contatto a Gerusalemme Est decide di portarci a visitare uno di questi piccoli territori. Si trova nella VdG, per l’appunto, ed è proprietà di un suo amico, un pastore che, per sua fortuna o sfortuna, ci abita insieme alla moglie e i nove figli.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Percorriamo in macchina la strada che parte dalla palestinese Gericho &#8211; la città abitata da più tempo al mondo &#8211; e costeggia parallela il fiume Giordano. Si vedono sulla destra le montagne della Giordania, abitate a chiazze, sviluppate e urbanizzate. Danno l’aria di essere un posto come tanti altri nel Medio Oriente, come avrebbe potuto essere la Palestina. Intorno a noi il panorama è ben più inquietante. <strong>Ogni 100 metri, ai bordi della carreggiata, a destra e a sinistra sventolano parallele due grandi bandiere israeliane</strong>; ogni vallata che incrociamo ha al centro una bandiera israeliana, ogni collina l’ha in cima, se al suo posto non c’è invece direttamente una colonia illegale. A immense distese verdi di palme da datteri, recintate e avvolte nel filo spinato – coltivate da israeliani perciò -, si alterna qualche campo palestinese, sempre aperto, perlopiù di grano, sedani, zucchine. Per il resto deserto e strada. Per la strada &#8211; <strong>Route 90</strong> si chiama – le targhe sono sia gialle che verdi, sia di palestinesi che di israeliani perciò, questi ultimi o coloni o turisti qualsiasi, in quella che considerano la regione israeliana della West Bank. Ogni tanto ci si ferma a un checkpoint militare, alle intersezioni più grandi; le macchine si arrestano, i bambini con le kippah nei sedili posteriori salutano i militari, su incitazione dei padri alla guida, i militari ricambiano sorridenti. &nbsp;&nbsp;</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-1024x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-2235" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-1024x1024.jpeg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-300x300.jpeg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-150x150.jpeg 150w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-768x768.jpeg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-600x600.jpeg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map-100x100.jpeg 100w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/JV-Annexation-Map.jpeg 1240w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
</div>


<p><br>Arriviamo a destinazione, una piccola fattoria di un centinaio di pecore, qualche tenda da beduino, tre grosse cisterne per l’acqua. C’è un trattore, ma non c’è nessuna macchina parcheggiata. Una ne avevano e gli è stata rubata di notte, qualche settimana prima. Gli ovili sono un po’ fatiscenti, le pecore riescono a uscire e andare dove vogliono, scorrazzano come i cani-pastore della famiglia, ma per istinto di gregge stanno perlopiù vicine. Non si arrischiano mai ad andare <strong>nella grande strada asfaltata che costeggia la fattoria e che unisce due enormi accampamenti militari, a destra e a sinistra della casa</strong>. Saranno a 1km di distanza l’uno dall’altro, entrambi visibili dalla casa, che si trova perfettamente al centro. A qualsiasi ora del giorno e della notte, per questo, la strada è attraversata da veicoli militari, spesso vuoti, e da gruppi di giovani soldati che fanno jogging, con le casse sparate. Sulla collina che sovrasta l’accampamento di sinistra c’è una colonia. Dietro la casa palestinese, a 300 metri circa, c’è un enorme impianto elettrico, in cima a un’altra collina. Alimenta tutti gli edifici militari e civili israeliani nei dintorni, tranne la fattoria, che tira avanti invece con pannelli solari e batterie<strong>. L’impianto elettrico serve anche per illuminare a giorno la grande strada di fronte alla casa, con un numero quasi ironico di lampioni uno a fianco all’altro.</strong> Non c’è nessun motivo per cui questi lampioni debbano puntare verso un lato o l’altro della strada, verso la casa o verso la terra deserta all’altro lato della strada. <strong>Ovviamente puntano verso la casa</strong>, inondandola di luce durante la notte.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><br>Nella fattoria abita la famiglia di cui sopra, <strong>circondata da Israele</strong>. Come per tutte le case palestinesi, le cisterne d’acqua sono una necessità. La fattoria aveva le proprie condutture, connesse a una sorgente vicina. Sono state staccate dall’esercito, ed è stato intimato alla famiglia di non ricollegarle e di non scavare pozzi, pena lo sgombero. <strong>Quello dell’acqua è lo strumento più efficace nelle mani di Israele per rendere la vita impossibile ai palestinesi, in particolare quelli che non può cacciare con la forza</strong>. Perché questa fattoria non può essere ufficialmente toccata, i militari non possono raderla al suolo, sgomberarla. È un piccolo lembo di zona A, sotto il controllo civile e militare, perciò, dell’Autorità Palestinese. <strong>Tutto quello che possono fare, e fanno, è circondare, vessare e intimidire costantemente chi ci abita</strong>; o direttamente tramite la costruzione di queste infrastrutture militari, oppure finanziando e supportando i coloni più radicali che abitano nei paraggi, guidati dallo scopo messianico di liberare quella terra, e che fanno tutto ciò che Israele non potrebbe mai fare apertamente.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Ai palestinesi non rimangono tante alternative, <strong>se non resistere e sopportare, quanto più a lungo possibile</strong>. <em><a href="https://www.opendemocracy.net/en/existence-is-resistance/">Existence is resistance</a></em>. Non hanno alternative legali. Possono sì appellarsi a una manciata di diritti, ma di circostanza, e spesso senza alcun risultato, come lamentarsi della distruzione dei pannelli solari quando l’ordine di demolizione impugnato dall’esercito prevedeva di radere al suolo soltanto la casa o la fattoria. In Palestina, come ripetono spesso i palestinesi, la legge è come se non esistesse, o meglio esiste e funziona benissimo, ma solo se sei israeliano. &nbsp;&nbsp;</p>



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<p>Il giornalista di Gerusalemme Est e il pastore si conoscono molto bene. Sono amici di lunga data. A dire il vero in molti conoscono il pastore, è una figura ben nota nella VdG. Circola un video di lui che scaccia da casa propria, disarmato, dei coloni armati, venuti a intimidirlo. Il giornalista ci spiega che è un uomo ben posizionato e rispettato all’interno della comunità, probabilmente avrebbe una vita più semplice se decidesse di andarsene, di spostarsi da qualche cugino, o in qualche grande città. Avrebbe appoggi e assistenza assicurata. <strong>Non ha alcuna intenzione di farlo però</strong>. <strong>La sua resistenza non si basa su altro che continuare ad esistere, non muoversi, provare a fare la stessa vita di sempre, mentre l’esercito più potente del mondo prova in tutti i modi a farlo crollare, a rendergli la vita impossibile, a terrorizzarlo</strong>; mentre ogni giorno gli sfilano davanti le macchine da guerra degli invasori della sua terra, seguiti dai giovani soldati che si addestrano per andare in guerra contro la sua gente, mentre ogni mattina porta a spasso le pecore sul lembo di terra che ancora gli è concesso di pascolare – ogni anno più piccolo &#8211; e dove un tempo abitavano le 14 famiglie dei suoi fratelli e vicini di casa, sgomberati per fare spazio a qualche collina artificiale ricoperta di bossoli e granate esauste – campi d’addestramento per l’esercito di occupazione.</p>



<p>Lo accompagniamo al pascolo. Insieme a noi qualche attivista internazionale non-violento, che spesso accompagna il pastore e lo aiuta a sorvegliare la casa di notte. Ci raccontano un po’ di quello che sta succedendo nella VdG e del loro lavoro. Saliamo sulla montagna più alta. <strong>Ogni costruzione in mezzo al deserto che vediamo intorno a noi è Israele</strong>: distese di pannelli solari, accampamenti militari, colonie, impianti elettrici. Un deserto militarizzato e hi-tech. Sulla collina opposta vediamo un pastore colono con le pecore, ci dicono che quando capita di incrociarlo da vicino non finisce mai bene. Sulla collina opposta c’è una grande stella di David in ferro battuto, segnala una postazione di cecchini, all’ingresso di una colonia illegale. Vediamo qualche quad di coloni che ne esce, ci allarmiamo, ma siamo gli unici del gruppo, nessun altro se ne cura più di tanto. Hanno riconosciuto subito i loro abiti da turisti, vanno solo a farsi qualche salto sulle dune piene di bossoli dove un tempo abitavano le 14 famiglie.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img decoding="async" width="768" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2238" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56-768x1024.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56-225x300.jpg 225w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56-600x800.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-56.jpg 960w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption">Le dune, saranno 20mq. La loro costruzione ha richiesto lo sgombero forzato di 14 famiglie.</figcaption></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="461" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-51-1-461x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2239" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-51-1-461x1024.jpg 461w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-51-1-135x300.jpg 135w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-18_16-07-51-1.jpg 576w" sizes="auto, (max-width: 461px) 100vw, 461px" /></figure>
</div>


<p><br>Scendendo il pastore ci chiede esplicitamente aiuto, <strong>vuole che l’Italia lo aiuti</strong>, dice che ha piovuto poco quest’anno e hanno poco terreno da pascolare, la maggior parte della terra intorno è militarizzata e inaccessibile. Molte pecore moriranno di fame quest’estate, e la sua famiglia campa solo di pecore e formaggio. Sono così preziose ormai che non le mangiano neanche più. Dice che senza aiuto potrà durare al massimo 1 anno o 2. Poi anche lui se ne dovrà andare. Non sappiamo bene cosa rispondergli.</p>



<p><br>Di nuovo giù a casa ci chiede un aiuto per scavare una buca per il cesso chimico, a noi e agli attivsti. <strong>Non ne avrebbe il diritto, dovrebbe chiedere un permesso che non gli concederebbero.</strong> <strong>Neanche per la merda</strong>. È un bel momento, forse tra i più belli di tutto il nostro soggiorno in Palestina. Il sole sta calando, ad aiutarci ci sono anche i suoi figli e le sue figlie, già autonomi e indipendenti alle loro varie età, alcune anche tenere. Ogni tanto si sente il suono di un veicolo che si avvicina e lo sguardo del padre si incupisce, ci fa sedere tutti per terra, restiamo in silenzio finché il rumore non si allontana. Poi di nuovo in piedi a scavare e scherzare senza una lingua comune.<br> <br>Riaccompagniamo al crepuscolo gli attivisti internazionali verso la loro sede. In macchina il giornalista ci racconta dei piani di Israele. <strong>Ci dice che vogliono unire le varie colonie illegali fuori Gerusalemme l&#8217;una all&#8217;altra, fino al Mar Morto, per dividere la Cisgiordania in due, nord e sud</strong>. I Palestinesi potranno passare solo attraverso un tunnel sotterraneo. Gerusalemme sarà a 30 minuti di macchina dal Mar Morto invece. La strada che stiamo percorrendo invece, la 90, quella piena di bandiere israeliane &#8211; una delle ultime accessibili sia a palestinesi che israeliani &#8211; <strong>diventerà un’autostrada, accesso solo per le targhe gialle</strong>. Da essa si staccheranno varie strade come rami, a separare le comunità palestinesi tra di loro, e unire invece le colonie all&#8217;autostrada, a Gerusalemme, al resto di Israele.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="725" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-725x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2240" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-725x1024.jpg 725w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-212x300.jpg 212w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-768x1085.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-1087x1536.jpg 1087w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf-600x848.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/West_Bank_Access_Restrictions_June_2020.pdf.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 725px) 100vw, 725px" /><figcaption class="wp-element-caption">Questa era la situazione, già disastrosa, nel 2020. E&#8217; difficile trovare mappe aggiornate fatte bene. La velocità della colonizzazione è aumentata sensibilmente già all&#8217;indomani del 7/10, per via dell&#8217;eccezionale distrazione dell&#8217;attenzione internazionale.</figcaption></figure>
</div>


<p><br><br>Vediamo adesso il vero colore di quelle vallate, le chiazze di terra nera che vedevamo ai bordi delle strade sotto le bandiere. Sono le vecchie comunità palestinesi, i vecchi accampamenti di quelli che non ce l&#8217;hanno fatta, che a un certo punto se ne sono andati, lasciandosi tutto alle spalle. A destra e a sinistra, sono molte. Il colore della terra sotto le bandiere è nero di fuliggine, è l&#8217;ultima testimonianza delle famiglie ormai disperse. <strong>Su tutte sventolano, a conquista, le stelle di David bianche e blu</strong>. Il giornalista ci parla di ognuna di esse, dice quanti animali avevano, quante persone ci abitavano; dice poi: &#8220;now they are theirs&#8221; (adesso appartengono a loro).<br><br>Per strada spuntano anche le colonie, rigogliose, protette da alti fili spinati, coperte da pannelli solari, chiazzate di prati verdi. Vita tranquilla e spensierata di periferia, si sente l&#8217;acqua che scorre nel deserto, <strong>non ci sono cisterne</strong>. Ogni tanto un checkpoint. Come prima le macchine si fermano, i bambini israeliani salutano, i militari sorridono.</p>



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<p></p>
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		<title>Come nasce una colonia illegale in Palestina </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 May 2025 09:56:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 2025 il paese palestinese di Bardala, nel nord della Cisgiordania, è stato messo a ferro e fuoco da un commando armato di coloni. Ripercorriamo gli eventi per capire come nasce un avamposto illegale israeliano, la struttura che solitamente precede una colonia illegale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/come-nasce-una-colonia-illegale-in-palestina/">Come nasce una colonia illegale in Palestina </a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 2025 <strong>il paese palestinese di Bardala, nel nord della Cisgiordania, è stato messo a ferro e fuoco da un commando armato di coloni</strong>. Le macchine a targa gialla (israeliane) si sono fatte largo nel paese ad alta velocità, fino a raggiungere la collina a nord del paese. Da due mesi circa su quella collina si era insediato un avamposto israeliano, a pochi metri dalla casa di Abu R., uno degli abitanti di Bardala, la cui famiglia, come molte, vive di pastorizia e agricoltura. Da quel punto rialzato del paese hanno iniziato a sparare verso il basso con i fucili d’assalto. L’obiettivo principale era la casa di Abu R., dove era accorso un nutrito gruppo di cittadini di Bardala, in sostegno al loro vicino. A generare le tensioni era stata la risposta dei figli di Abu R. al sabotaggio delle condutture di acqua che irrigano i campi della famiglia. </p>



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<p>Nelle due settimane precedenti, da quanto avevamo potuto testimoniare, era già successo almeno altre 2 volte che i palestinesi trovassero i propri sistemi di irrigazione distrutti o danneggiati, così come le proprie macchine o i propri raccolti. Questa volta i coloni erano stati colti in flagrante, e cacciati via a sassate. <strong>Nella mentalità di un colono israeliano, rispondere alle vessazioni è un affronto imperdonabile.</strong> La risposta è stata perciò una scarica di fuoco dalla collina, e i rinforzi che sfrecciano nel paese, accorsi dalle altre colonie poco lontane. Finito di sparare, e scappati via tutti i palestinesi, i coloni hanno proceduto a dare alle fiamme la casa di Abu R., bruciandone vivo il bestiame, rimasto intrappolato all’interno.</p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video height="1080" style="aspect-ratio: 1920 / 1080;" width="1920" controls src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/Untitled2.mov"></video><figcaption class="wp-element-caption">La casa di Abu R. la notte del 23/04, circondata dai militari.</figcaption></figure>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="576" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-2192" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-1024x576.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-300x169.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-768x432.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19-600x338.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-19.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2194" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1-768x1024.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1-225x300.jpg 225w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1-600x800.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-40-59-1.jpg 960w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /><figcaption class="wp-element-caption">La schiena di uno dei figli di Abu R., colpito a distanza mentre correva via</figcaption></figure>
</div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="576" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06-576x1024.jpg" alt="" class="wp-image-2191" style="width:498px;height:auto" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06-576x1024.jpg 576w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06-169x300.jpg 169w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06-600x1067.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-05-15_11-41-06.jpg 720w" sizes="auto, (max-width: 576px) 100vw, 576px" /></figure>
</div>


<p><br>I militari israeliani, accorsi sulla scena, hanno dichiarato il coprifuoco, che oltre all’effetto di bloccare i soccorsi e i vigli del fuoco all’ingresso di Bardala, non è servito a molto altro. Il mattino seguente è stato permesso ad Abu R. e i suoi figli di tornare a casa, o quel che di essa ne rimaneva, <strong>così da poterlo arrestare nel pomeriggio.&nbsp;</strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video height="1080" style="aspect-ratio: 1920 / 1080;" width="1920" controls src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/Untitled-2.mov"></video><figcaption class="wp-element-caption">Soccorsi e vigili del fuoco bloccati all&#8217;ingresso del paese di Bardala dai militari, la notte del 23/04.</figcaption></figure>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-2204" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-1024x768.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-300x225.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-768x576.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54-600x450.jpg 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/photo_2025-04-24_15-35-54.jpg 1280w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">La casa di Abu R. il giorno dopo l&#8217;attacco</figcaption></figure>
</div>


<p><br><br>Questa strategia vessatoria, basata su uno sbilanciamento di forze spropositato tra le due fazioni opposte, i coloni e i palestinesi, rientra in uno schema ben documentato del quale può conoscere i minimi dettagli chiunque vi presti interesse e attenzione, per poi però non poter fare molto altro, oltre a contemplarne il meccanismo. <strong>Sono anni che il mondo osserva, documenta, registra; anni che se ne parla qui in occidente. E non vediamo altro che la stessa storia ripetersi, lo stesso copione: avamposto illegale, colonia illegale, a volte un libro/documentario/articolo di denuncia (come questo), e poi nulla, la colonia si espande, i palestinesi muoiono, vengono arrestati o si spostano altrove</strong>, in attesa di un nuovo colonia che nasca loro affianco, in un altro punto a caso della Cisgiordania. &nbsp;</p>



<p><br>Durante il soggiorno in Palestina abbiamo avuto modo di testimoniare direttamente la nascita dell&#8217;avamposto in questione, ancora senza nome, sorto affianco alla città di Bardala,<strong> nel nord della Valle del Giordano, territorio palestinese di cui i palestinesi controllano ormai solo il 5%</strong>. Non è ancora classificabile come colonia, ci sono solo 4 strutture in metallo e dei pannelli solari. Del perché, date queste premesse, crediamo valga comunque la pena parlarne, abbiamo provato ad argomentare<a href="https://ilnemico.it/che-senso-ha-parlare-ancora-di-palestina/"> nell’articolo precedente</a>.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>L’avamposto è dunque la fase embrionale di una colonia illegale, è un insediamento formato da hangar ed edifici prefabbricati, che si estende a ritmo costante e su spinta e sostegno delle frange più estremiste del movimento dei coloni. Chi vi abita conduce una vita spartana e armata, sostenuto nelle condizioni difficili di esistenza da una fede messianica, ovvero la convinzione di star “liberando” la terra donatagli da Dio dai suoi illegittimi invasori, <strong>ovvero dai palestinesi insediatisi in quei territori incuranti della cartografia biblica che dichiara quei territori “Giudea” e “Samaria”</strong>, dunque proprietà dei giudei e dei samaritani, in senso lato degli ebrei.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>L’avamposto in questione è situato su una collina dove fino a due mesi fa non c’era nulla. Non che fosse disabitata. Ad appena 100/150 metri di distanza sorgeva la casa di Abu R. e inizia di fatto Bardala. I coloni si sono insediati in un punto strategico: dall’alto sovrastano il paese, ne sorvegliano buona parte dei campi coltivati. I palestinesi dicono sia raro un avamposto così vicino, e in un punti così importante, affianco a un paese così grande. Solitamente vengo fondati in luoghi isolati, dove vive qualche famiglia appena, e raramente così vicini. Gli abitanti di Bardala giustificano la spavalderia sulla base dell’impunità con cui i coloni possono operare dal 7/10 in poi e <strong>grazie alla benevolenza del sesto governo di Benjamin Netanyahu, in particolare del Ministro delle finanze Bezalel Smotrich, colono a sua volta, e del Ministro della sicurezza nazionale Itmar Ben-Gvir, noto per le sue posizioni intransigenti riguardo ai diritti dei palestinesi.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p><br><br>Le colonie illegali non sono tutte uguali, alcune sono più pericolose di altre, più politicizzate. Diverse di esse nascono seguendo dei piani regolatori approvati, e con il beneplacito esplicito del governo di Israele; non che questo le renda meno illegali secondo il diritto internazionale. <strong>Sono spesso però abitate da persone “qualunque”</strong>, che non necessariamente sposano con zelo l’agenda messianica dei coloni sionisti, sebbene la sostengano direttamente, ma seguono anzitutto gli incentivi economici con cui Israele sovvenziona chi vi si trasferisce e il benessere con cui viene propagandata la vita in colonia. Queste colonie si distinguono comunque dai paesi palestinesi per una serie di dettagli visibili: anzitutto sono pesantemente militarizzate, circondate da mura o recinsioni sovrastate da un filo spinato; in secondo luogo anche nelle regioni più desertiche, le case delle colonie sono più verdi e rigogliose, e prive delle cisterne d’acqua che invece non possono mancare sui tetti delle case palestinesi, per via dell’irregolarità e dell’arbitrarietà dell’erogazione idrica gestita da Israele; in terzo luogo, anche il passante più distratto non potrà mancare di notare che, intorno e all’interno delle colonie, <strong>sventolano, a sedare ogni dubbio, decine di bandiere israeliane.</strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p><br><br><br>Storia ben diversa è quella della genesi delle colonie illegali più pericolose, come quelle intorno a Nablus, o a Massafer Yatta, quelle che nascono su iniziativa di qualche famiglia particolarmente motivata o di un gruppo di giovani zeloti con una predisposizione al sacrificio. Ricevono però tutte lo stesso rito d’iniziazione. La deposizione del primo hangar.<strong> Un giorno, dal nulla, spesso sulla cima di una collina o di un’altura della Cisgiordania, spunta un edificio prefabbricato</strong>. “Dal nulla” in realtà solo se si presta fede alle cartografie ufficiali. Chi abita i dintorni del luogo eletto, invece, non potrà non aver notato, nei mesi precedenti, il via vai di macchine con le targhe gialle, di ATV (all-terrain vehicles) e un generale andirivieni di coloni, riconoscibili dagli abiti, spesso bianchi e trasandati, dai lunghi riccioli che spuntano ai lati delle kippah, e dai caratteristici fucili d’assalto a tracolla. Persino Israele è costretta a condannare ufficialmente questi insediamenti illegali, ma di fatto li sovvenziona, offrendo loro protezione militare, sussidi, acqua ed energia. A volte dopo anni di processi, ordina la demolizione di un avamposto (almeno era così prima del 7/10), ma più in generale attende fino a che l’insediamento non si evolva in colonia di cemento, dove affluiscono poi cittadini “qualunque” e, avendo la Knesset fatto passare una legge che impedisce la demolizione di edifici veri e propri, non può che riconoscere la realtà <em>de facto</em> di queste propaggini illegali di Israele. Finisce così per tutelarle come parti del suo stesso Stato e assistere i militari e la polizia che vi risiedono all’interno.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>Come dicevamo tutto ciò è ben documentato ed esplicitamente rivendicato dai coloni e dal governo di Netanyahu, senza che ciò attragga poco più che un disappunto verbale da parte dei governi alleati di Israele, tra cui il nostro. Ciò che è più difficile documentare e dimostrare, ma non meno evidente, è la strategia esplicita con cui le terre palestinesi vengono “liberate”, per farle passare come disabitate e incontese. Consiste nel provocare, giorno dopo giorno, vessazione dopo vessazione, con una continuità che può essere alimentata solo da una fede oltranzista e cieca, uno dei tre seguenti destini a chi si trova lungo il percorso di realizzazione messianica del popolo eletto, ovvero i palestinesi:<strong> la morte, l’arresto o la deportazione “volontaria”</strong>. Un palestinese può sempre infatti, all’ennesimo sopruso, decidere di reagire direttamente, e quindi di conseguenza andare incontro a una reazione violenta da parte dell’esercito o dei coloni stessi, oppure finire in galera<a id="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>; altrimenti può decidere di non poterne più, e che tanto vale tentare la fortuna altrove, in un altro luogo della Cisgiordania (che prima o poi finirà nel mirino dei coloni anch’esso) o ammassati nei campi profughi delle grandi città palestinesi (dove l&#8217;IOF entra agevolmente per condurre operazioni a caccia di &#8220;terroristi&#8221;, con la stessa efficienza con cui sta conducendo la guerra a Gaza) o all’estero, se ha la fortuna, ormai rara, di avere qualche aggancio. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>Questo è quello che sta succedendo a Bardala, per mano di una manciata di coloni pronti a tutto, ai danni di un intero paese di mille abitanti. Nulla di nuovo, se non per la spavalderia di un progetto così grande, comprensibile solo alla luce di un’intensificazione senza precedenti della tossicità dell’ideologia che la sostiene e dall’impunità ormai dichiarata di coloni. La comunità di Bardala è molto coesa e predisposta alla resistenza ad oltranza, <strong>ma non sembrano profilarsi tante alternative; la sorte che è toccata ad Abu R. e alla sua famiglia è solo l’inizio</strong>. </p>



<p>Un professore della scuola di Bardala, chiusa ormai qualche anno fa con un raid dei militari israeliani, ci ha raccontato di come una volta, in via del tutto eccezionale, i palestinesi siano riusciti a resistere e a cacciare i coloni da un avamposto. Avevano adottato un’originale pratica di resistenza passiva. Ogni giorno, a qualsiasi ora, bruciavano scarti organici e plastica, nel giardino della casa più vicina al neonato insediamento, che veniva così costantemente inondato da una maleodorante e tossica nube nera. Dopo qualche settimana i coloni si spostarono altrove. I palestinesi avevano vinto la battaglia. Come in tutte le guerre però i generali avveduti imparano dai propri errori. <strong>L’avamposto illegale di Bardala, come tutte le nuove colonie ormai, non sorge in un punto a caso nei pressi del paese palestinese; è stato scelto il punto certamente più alto, ma soprattutto controvento.</strong></p>



<figure class="wp-block-video aligncenter"><video height="480" style="aspect-ratio: 848 / 480;" width="848" controls src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/05/video_2025-05-15_12-33-20.mp4"></video><figcaption class="wp-element-caption">Nascita di una colonia a Massafer Yatta.</figcaption></figure>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a id="_ftn1" href="#_ftnref1">[1]</a> Ciascuno degli uomini con cui abbiamo parlato, nel villaggio di Bardala, gente qualunque che tira a campare, ha almeno una cicatrice da arma fuoco sul corpo o è stato in galera almeno una volta; spesso entrambe le cose.</p>
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		<title>Che senso ha parlare ancora di Palestina?</title>
		<link>https://ilnemico.it/che-senso-ha-parlare-ancora-di-palestina/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 May 2025 09:11:08 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Che ruolo può avere ancora l’attenzione internazionale? La nostra presenza sul territorio, il nostro sguardo, le nostre critiche, i nostri tentativi di boicottare, delegittimare e condannare il progetto sionista di Israele? </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><br>Oggi è venerdì. È il giorno santo per i musulmani. Vuol dire che nelle città palestinesi è difficile trovare un negozio aperto, o un servizio di trasporto. Il venerdì si prega, ci si riposa, <strong>e si organizzano le manifestazioni contro l’occupazione militare israeliana</strong>. Fino a qualche anno fa, di venerdì, c’era l’imbarazzo della scelta rispetto a quale manifestazione seguire. La preparazione era lunga, specialmente nelle grandi città, dove spesso se ne organizzava anche più d’una, a Jenin, a Nablus, Tulkarem, Al-Khalil, Al-Quds, o nei villaggi più piccoli, a ridosso del muro, o di qualche nuova colonia; o ancora a Gaza, prima del 7/10. Si usciva la mattina, si finiva di casa in casa a bere zuccheratissimo <em>shai</em> alla menta con i partigiani palestinesi, si parlava della giornata a venire, ci si coordinava, e poi si camminava per ore sotto al sole.<strong> </strong></p>



<p><strong>Spesso la manifestazione finiva con una sassaiola contro l’esercito d’occupazione, il quale rispondeva sparando sulla folla di <em>shabab</em>, la gioventù resistente</strong>. Ogni settimana ci scappava almeno un morto, destinato a diventare uno dei tanti martiri della resistenza palestinese. A volte i morti erano decine, come decine erano, di norma, anche gli arresti. Il 40% dei palestinesi maschi è stato almeno una volta in carcere, il tasso di condanna nei processi contro i palestinesi è del 99,7%,<sup data-fn="a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e" class="fn"><a id="a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e-link" href="#a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e">1</a></sup> quello degli israeliani denunciati dai palestinesi è invece solo del 1.8%.<sup data-fn="7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec" class="fn"><a id="7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec-link" href="#7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec">2</a></sup> I palestinesi possono inoltre essere detenuti preventivamente per 6 mesi,<sup data-fn="50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792" class="fn"><a id="50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792-link" href="#50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792">3</a></sup> rinnovabili illimitatamente, anche senza alcuna incriminazione o ragionevole sospetto, cosa che capita spesso a chi partecipa a una manifestazione, o a chi ha la sfortuna di essere nato su un terreno finito nel mirino dei coloni.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



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<p><br>Oggi le manifestazioni del venerdì sono molte di meno, si contano su una mano. Nell’economia di guerra israeliana, un sasso vale una pallottola, ma a volte basta meno, basta presenziare a una preghiera collettiva, od organizzare una marcia pacifica verso il muro che separa Gaza dai confini del ‘48, per meritarsi una scarica indiscriminata di fuoco. <strong>Per questo alle manifestazioni gli <em>shabab</em> non partecipano neanche più. Di giovani, quindi, non se ne vedono.</strong> Ne stavano morendo troppi, decimati dai cecchini arroccati nelle colonie illegali di Israele, o giustiziati dall’esercito di occupazione, a distanza ridotta. A Beita per esempio, una cittadina poco lontana da Nablus, il piccolo consiglio di anziani &#8211; saranno 20-30 persone &#8211; che si ritrova in cima alla collina ogni venerdì per pregare simbolicamente per un quarto d’ora in direzione della collina dove sorge la colonia illegale di Evyatar, ha scelto di escludere gli <em>shabab</em> dalla preghiera. Non ne valeva semplicemente più la pena, <strong>in città non c’erano più giovani,</strong> e il loro martirio non stava neanche riscuotendo chissà quale attenzione internazionale.</p>



<p>L’anno scorso un po’ di clamore l’ha riscosso<a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Killing_of_Ay%C5%9Fenur_Eygi#Biography"> la morte di Ayşenur Eygi</a>, un’attivista turco-statunitense, che osservava pacificamente la preghiera di Beita, da una posizione defilata e verso la fine della manifestazione. <strong>Nonostante il proprio passaporto privilegiato, a condannarla a morte è stato il colore della pelle e l’aspetto arabo che hanno confuso l’esercito israeliano, convinto di aver giustiziato impunemente solo l’ennesima palestinese.</strong> Non che la dinamica della sua morte sia in qualche modo eccezionale, né che sia valsa a granché, se non a intimidire anche gli attivisti internazionali, che oggi non partecipano quasi più alle proteste.</p>



<p>Per questo ormai a Beita il venerdì sulla collina si vedono solo vecchi e bambini, i vecchi si stendono sui tappeti in preghiera, hanno scelto un punto dal quale i rami li proteggono dal sole e dai mirini dei cecchini. I bambini sorvegliano invece l’ingresso, nella speranza che i cecchini risparmino almeno loro. La polizia israeliana presidia, riprende e intimidisce, in tenuta d’assalto. Appena abbandona il posto, finita la preghiera, arrivano puntualmente i coloni, scesi da Evyatar, che avanzano tra gli ulivi; si vedono le macchie di seta bianca confuse tra i rami, i riccioli neri al vento,<strong> i fucili d’assalto a tracolla</strong>. Se ci sono anche attivisti internazionali, o meglio ancora israeliani, che si frappongono fra i due schieramenti, interviene l’esercito, uscendo dalla colonia illegale,<strong> nella quale risiede con il proprio accampamento</strong>, e prova a schedare tutti i presenti, tranne i coloni ovviamente. Se in collina ci sono solo palestinesi spesso i coloni aprono il fuoco, e dei militari nessuna traccia.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="The Settlers (inside the Jewish settlements)" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/prqtXMSdeUw?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p><br><br>A Beita siamo passati nel contesto di un viaggio in Palestina. O sarebbe meglio dire un viaggio nei territori occupati da Israele in Cisgiordania, <strong>nelle briciole scollegate che rimangono della terra assegnata come Stato ai palestinesi dagli accordi di Oslo</strong>. Quello che segue perciò è l’ennesimo resoconto di un viaggio in Palestina, l’ennesimo tentativo di fissare nero su bianco la storia recente di un popolo, il suo massacro, l’apartheid a cui è soggetto, <strong>l’oppressione più documentata della storia dell’umanità</strong>, che continua a peggiorare e aumentare d’intensità, nonostante i libri, i documentari, i film, i racconti, i fumetti, gli articoli, le prese di posizione di personaggi celebri e influenti. E che non riguarda un popolo lontano sul quale l’occidente non ha alcuna influenza, ma una costola di esso, <strong>il prodotto dell’irrisolto antisemitismo occidentale militarizzato per colonizzare il Medio Oriente</strong>, con la scusa di emendare i peccati della Seconda Guerra Mondiale. È perciò il resoconto dello sconforto e del dilemma di provare ancora una volta a parlare di Palestina, quando nonostante i fiumi di parole e di pellicole la situazione non fa che accelerare in brutalità, la Cisgiordania continua a dissolversi a ritmo crescente, mentre Gaza vive, può darsi, gli ultimi giorni da territorio palestinese, in un cumulo di macerie, cadaveri e tende di fortuna.&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Si potrebbe perciò parlare ancora una volta di come, dal 7/10, la situazione palestinese sia diventata catastrofica. Di come le operazioni di insediamento di nuove colonie in Cisgiordania abbiano preso una velocità senza precedenti all’indomani dell’attacco di Hamas, del livello di impunità e di ferocia con cui operano i coloni, di come la loro società si stia espandendo guidata da fanatici religiosi sovvenzionati e armati fino ai denti, abituati a una economia di guerra che non potrà arrestarsi neanche con la conquista di Gaza e della Cisgiordania, <strong>dei progetti della Grande Israele e del suo <em>Lebensraum</em> che già la proietta in Libano, in Siria, e magari un giorno anche in Egitto, in Giordania</strong>… di tutto questo e di tante altre considerazioni allarmanti e angoscianti si potrebbe parlare ancora, ma lo hanno già fatto in molti e più autorevoli, le informazioni e le considerazioni sono disponibili a chiunque se ne voglia interessare, e un viaggio in Palestina, sebbene costringa a confrontarcisi, non offre alcuna prospettiva più ampia di quella che non possa essere abbracciata da una serie di ricerche su internet. <strong>E allora che senso ha continuare a parlarne?</strong> Che senso può avere avuto anche esserci andati di persona, oltre al proprio tornaconto personale nel poter dire di esserci stati, i punti militanza riscossi, e la pace dell’anima di chi si può raccontare di aver quantomeno provato a fare qualcosa?&nbsp;</p>



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<p>       <br>Vittorio Arrigoni suggeriva di ridurre al minimo i personalismi e la retorica nei resoconti sul campo, di limitarsi a documentare quanto più possibile quello che stava succedendo, senza orpelli e abbellimenti, senza cadere nella tentazione di autocompiacersi. Quando è morto a Gaza, 15 anni fa, la situazione era ben diversa, così come la natura della resistenza, e il ruolo dei mediatori internazionali al suo interno, gli attivisti, i giornalisti. <strong>15 anni fa si pensava che lo sguardo internazionale potesse ancora fare da deterrente, limitare le ingiustizie e gli abusi di potere. Oggi la pressione che esercita è minima</strong>. I palestinesi, ormai del tutto disumanizzati agli occhi dei sionisti, si sentono certamente più al sicuro con la presenza solidale dei bianchi, sono i primi a confermarlo, ma che questo corrisponda a una loro effettiva sicurezza è discutibile.          <br><br><strong>La percezione diffusa è che agli israeliani ormai interessi poco di quel che pensa di loro la società civile internazionale</strong>. L’impunità per le atrocità commesse a Gaza ha anzi rassicurato i coloni della Cisgiordania, che ormai non sembrano neanche prendersi più la briga di fabbricare dei pretesti legali per l’occupazione illegale dei territori. Fino a qualche mese fa, inoltre, si poteva usare anche la solita giustificazione coloniale, che Israele sarebbe l’unica democrazia del Medio Oriente &#8211; come i coloni inglesi erano gli unici cristiani di America -, mentre gli arabi sono per cultura terroristi machisti, e che nell’esercito di occupazione israeliana sono ammesse anche le donne, i gay e i vegani. <strong>Oggi però Israele somiglia sempre di più a un pericoloso e spregiudicato regime militare di estrema destra, che vive di guerra e conquista, alle quali non può rinunciare se non a rischio di implodere, che incentiva e sovvenziona fanatici xenofobi, guerrafondai e suprematisti, incurante delle condanne internazionali e della vita umana; parlarne oggi in termini di democrazia dovrebbe apparire a tutti quantomeno strumentale e miope, e la giustificazione ha perso molta credibilità</strong>. Oltre a ciò la felicità propagandata dalle spiagge di Tel Aviv con i cocktail in mano somiglia ormai più all’isterico giardinaggio del film <em>La zona d’interesse</em>, a ridosso di un muro oltre il quale si consuma un genocidio (un recente sondaggio vede Israele all’ottavo posto al mondo per tasso di felicità percepita dei propri abitanti, se i palestinesi fossero anche solo i loro vicini e gli israeliani non avessero nulla a che fare con la guerra il dato rivelerebbe comunque un allarmante disumanità). Ormai ai coloni non rimane che il mantra che ripetono ossessivamente, ovvero che quelle terre si chiamano Giudea e Samaria, come recita l’Antico Testamento, e i palestinesi non esistono, o se esistono sono arabi jihadisti e farebbero meglio ad andarsene e smettere di opporre resistenza all’inevitabile realizzazione territoriale del popolo eletto, <em>from the river to the sea</em>…       </p>



<p><a href="https://t.me/PalestineMovies">https://t.me/PalestineMovies</a> <sup data-fn="85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9" class="fn"><a id="85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9-link" href="#85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9">4</a></sup></p>



<p><br>Perciò che ruolo può avere ancora l’attenzione internazionale? La nostra presenza sul territorio, il nostro sguardo, le nostre critiche, i nostri tentativi di boicottare, delegittimare e condannare il progetto sionista di Israele? Offrono un po’ di conforto le parole di Ilan Pappé, storico israeliano anti-sionista, che sebbene dipinga un quadro sconfortante, ricorda, con sensibilità da storico, <strong>che è proprio quando i regimi diventano così spudoratamente incuranti dell’opinione internazionale e non si preoccupano neanche più di nascondere i propri crimini all’esterno, è proprio allora che iniziano a crollare, anzitutto da dentro</strong>. E sembra in effetti che il numero di disertori dell’esercito e di israeliani che si dichiarano anti-sionisti sia in crescita, soprattutto tra quelli tra di loro che parlano arabo. Il tema del ruolo degli attivisti israeliani è comunque spinoso, perché sebbene siano ad oggi gli occidentali più utili sul campo, per via della continuità che possono offrire, per la lingua che parlano, e per i maggiori diritti di cui godono, è difficile trovarne qualcuno che metta in discussione la legittimità del progetto sionista <em>tout court</em>; sono più spesso invece favorevoli alla “soluzione” a due Stati, una moderazione che dovrebbe convenire sulla realtà <em>de facto </em>dello Stato israeliano, ma limitarne l’estensione ai confini del ‘48.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br><br>Oggi perciò il ruolo degli occidentali in Palestina, così come in altri posti caldi del pianeta, <strong>deve necessariamente ridimensionarsi ed evolvere, adattarsi all’indifferente cinismo con cui si risolvono i conflitti nel clima di tensioni internazionali, accettare la propria crescente irrilevanza, e riconoscere la desensibilizzazione mediatica dell’occidente</strong>. La maggior parte delle associazioni si sono oggi infatti ridimensionate, non pretendono più di coordinare azioni dirette contro Israele o contro le sue infrastrutture, quanto invece offrire una presenza idealmente costante di solidarietà, aiuto e documentazione. È un lavoro dignitoso, utile, arricchente, permette a una parte della cultura palestinese di raccontarsi, aiuta chi sceglie di resistere all’oppressione e non cede al ricatto dei coloni a recuperare energia e vigore, a non sentirsi abbandonato, a durare un altro po’, a non lasciare la propria terra che verrebbe immediatamente requisita dai coloni o dall’esercito, e mai più restituita. </p>



<p></p>



<p>Non si tratta più, perciò, della speranza di agevolare direttamente il processo di liberazione della Palestina da parte dei palestinesi, questa speranza, ad oggi, è poco influente. Qualsiasi forma di resistenza pacifica viene repressa, spesso violentemente; qualsiasi forma di resistenza violenta o armata incontra invece una rappresaglia israeliana di una violenza molto superiore, che è difficile distinguere dalla cieca vendetta.<strong> Si tratta invece, per ora, soltanto di resistere, e di farlo il più a lungo possibile, guidati da una nuova speranza, che Israele collassi sotto la spinta della sua stessa onda distruttiva, che il martirio degli <em>shahid</em> palestinesi non sia invano, ma costringa Israele a mostrare la sua vera natura, costringa il progetto sionista a realizzarsi per quel che è sempre stato, un progetto di colonizzazione occidentale a sfondo razzista e teocratico</strong>. Si tratta di raccontare ancora, fino allo stremo, la storia dei palestinesi, di tutti i palestinesi, ciascuna piccola storia di oppressione quotidiana e tragedia, darle dignità, renderla visibile, non perché serva a qualcosa, non con il fine di impietosire le potenze occidentali, o di invertire la rotta, <strong>ma per testimoniare di un’umanità diversa, che si esprime nella solidarietà con i popoli oppressi, anche e soprattutto quando sembra che non serva a nulla. </strong>        <br><br>Per questo motivo racconteremo, nelle prossime settimane, sempre di venerdì, tre storie di quello che abbiamo visto in Palestina. La nascita e lo sviluppo di un accampamento illegale a ridosso di un villaggio palestinese, la storia di resistenza di una famiglia eroica, circondata dai militari, e le impressioni diverse che si provano nell’introdursi in due grandi città palestinesi, una ancora “libera” e fiera, Nablus, l’altra divorata dal cancro di una colonia israeliana che si espande al suo interno, sopprimendone la vitalità, divenuta il simbolo più noto dell’oppressione palestinese: Al-Khalil (Hebron).   </p>



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<p>&nbsp;</p>


<ol class="wp-block-footnotes"><li id="a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e">https://www.972mag.com/conviction-rate-for-palestinians-in-israels-military-courts-99-74-percent/ <a href="#a1a53a14-39b9-43e7-bb47-160c536d443e-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li><li id="7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec">https://www.haaretz.com/israel-news/2023-08-03/ty-article/.premium/a-quarter-of-palestinians-jailed-in-israel-are-imprisoned-without-charges-or-trial/00000189-bce5-d9f3-a1cd-bfff64f00000 <a href="#7f3880f8-00a2-43e5-914e-c8e24b534aec-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 2">↩︎</a></li><li id="50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792"><em>ibidem</em> <a href="#50a190f4-4eac-4ed9-bbbb-a75a006d1792-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 3">↩︎</a></li><li id="85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9">Canale telegram che raccoglie prodotti audiovisivi e libri sulla Palestina, in particolare consigliamo il recente documentario di Louis Theroux, The Settlers (2025).  <a href="#85445775-ce1b-4ce7-a327-dab1760c7dd9-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 4">↩︎</a></li></ol><p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/che-senso-ha-parlare-ancora-di-palestina/">Che senso ha parlare ancora di Palestina?</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Libera stampa in libero ENI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Feb 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alcuni giornali sembrano non dare importanza alla licenza assegnata da Israele per esplorare le acque antistanti alla Striscia ad alcune compagnie, fra cui la nostra Eni. Chissà perché...</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/libera-stampa-in-libero-eni/">Libera stampa in libero ENI</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>“Chi cerca la verità passa per cretino”</strong>. È una citazione dallo Sciascia di <em>A ciascuno il suo</em>. Buona parte dei gruppi editoriali italiani deve averla scritta a caratteri cubitali sui muri delle redazioni. Sapete, un po’ come si faceva ai bei tempi con le frasi della Buonanima, quando Salvini non era ministro dei trasporti e i treni arrivavano in orario. Ma non divaghiamo. Anche perché, una volta tanto, la realtà ci dà conforto: secondo dati rilevati tramite l’analisi a infrarossi delle marchette che appaiono sui media della Patria, i dotati di scarso quoziente intellettivo sono un’esigua minoranza. La maggioranza brilla per acume: non ci pensa proprio, a cercare o a dar conto dei fatti scomodi. Del resto, l’intelligenza è come il coraggio: o ce l’hai, o non ce l’hai. <strong>E gli intelligenti, grazie al cielo, abbondano. Sono sparsi a macchia d’olio.</strong></p>



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<p>Anzi, a macchia di petrolio. E generoso consumo di gas, nonostante le ultime bollette. Metti ad esempio che nel nostro googlare da perdigiorno scrivessimo, putacaso, le seguenti parole-chiave: “Eni Gaza”.  <strong>Uscirebbero quattordici pagine nella sezione “tutti” e appena cinque in “notizie”, ruotanti quasi esclusivamente attorno a Gaza Marine, giacimento sottomarino da 28 miliardi di metri cubi che, leggiamo in un articolo di <em>Avvenire </em>del 27 luglio 2024, “potrebbe trasformare la vita di milioni di palestinesi, al punto di rendere questa terra martoriata un grande produttore di energia”</strong>. Sul motore di ricerca, riguardo al tesoro mezzo sconosciuto, oltre all’organo dei vescovi compaiono una manciata di testate (<em>Il Manifesto, Il Fatto Quotidiano, L’Indipendente, Domani, Altreconomia</em>) e vari siti pro Palestina.</p>



<p>Eppure ha rappresentato, come si dice, un caso. O almeno, ci saremmo aspettati che diventasse tale. il 29 ottobre 2023, esattamente dopo ventidue giorni dall’attacco di Hamas, Israele assegna la licenza di esplorare le acque antistanti alla Striscia ad alcune compagnie, fra cui la nostra Eni, decisione contestata il 6 febbraio 2024 da una serie di associazioni palestinesi con una diffida a intraprendere le attività, fatta pervenire tramite uno studio legale di Boston. Di qui, per troncare subito il dibattito che poteva nascerne, la dichiarazione del 14 febbraio da parte del ministro degli esteri, Antonio Tajani, berlusconiano in assenza di Berlusconi: “Il contratto è ancora in via di finalizzazione, al momento non vi è alcuno sfruttamento di risorse”. <strong>Eni, dal canto suo, non ha commentato.</strong></p>



<p>Noi però, sempre per la cretineria di fondo che ci contraddistingue, ci siamo chiesti dove siano finiti gli altri giornali. Nonostante la crisi dell’editoria, ne escono ancora in buon numero. Ma niente: cerca che ti ricerca, sull’Eni troviamo una massa sterminata di news sul <em>green deal</em>, sulla mobilità sostenibile, sullo spot per Sanremo con Virginia Raffaele, sulle strategie del management, sulle centrali, sul Piano Mattei, magari su qualche brutto incidente e vertenza occupazionale, ma su questioncelle come gli affari nel mare di Gaza, niente. Passi il saggio glissare dei giornaloni istituzionali tipo <em>Corriere </em>o <em>Repubblica, </em>i più sagaci per antonomasia. Ma i paladini della libertà li pensavamo come noi: più fantozziani,  sciascianamente affetti da deficienza naturale. E invece sono anch’essi menti superiori: non si attardano su notiziole allo stato gassoso. <strong>Pensavate a una bella inchiestina come solo <em>Fanpage</em> sa fare, con insider sotto copertura munito di telecamerina? Macché. O magari un rigoroso <em>fact checking</em> di <em>Open</em> di Chicco Mentana? Ma quando mai. E <em>Piazzapulita </em>di Corradone Formigli? Non risulta. <em>Report,</em> nel novembre scorso, un’incursione su certi progetti in Kenya della multinazionale al 30% dello Stato l’ha fatta (“falsità”, naturalmente, secondo l’azienda amministrata da Claudio De Scalzi).</strong></p>



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<p>E allora, da scemi senza speranza quali siamo, ci siamo domandati a quanto ammonti la percentuale dedicata alla stampa nell’annuale piano di spesa pubblicitaria del cane a sei zampe. <strong>Dovrà pur esserci un modo per misurare, calcolare, soppesare tanta diffusa avvedutezza fra le penne d’Italia. E quale migliore criterio dei banner di pubblicità, anima del commercio?</strong> Quali informazioni più chiaroveggenti, se non i testi a cura degli studios di editori i quali, legittimamente e intelligentemente, incassano senza voler rogne? E soprattutto: quale insuperabile e insuperata strategia, la tecnica immortale del silenzio. Per dire: che fine ha fatto la trattativa con gli Angelucci, padroni di <em>Giornale, Libero </em>e <em>Tempo</em>, per vendere l’agenzia stampa Agi di proprietà dell’Eni? Mistero. Arenata, deve essersi arenata. Forse, a rivelarci qualcosa potrebbe essere Mario Sechi, il <em>revolutionary conservatory</em> direttore di <em>Libero</em>. Prima dei gloriosi quattro mesi scarsi da responsabile stampa del maschio presidente Giorgia Meloni, a dirigere l’Agi era lui. E chissà: magari ci tornerà, se mai gli Angelucci facessero il colpaccio (“Io non sono Mario Sechi perché sono venuto all’Agi. Io ero già Mario Sechi. E lo sarò anche dopo. L’Agi resta mia, io non mi sento un esule, non vado al confine”: così avrebbe parlato, nel suo per altro sobrio discorso d’addio). </p>



<p><strong>“La memoria è l’intelligenza degli idioti”. Lo diceva un idiota di fama: Albert Einstein. Ci sovviene allora un ricordo. Prima di venire destituito alla direzione del quotidiano <em>Domani</em>, nell’aprile di due anni fa,per pura coincidenzapoco dopo un piccato botta e risposta con Eni irritata per un suo articolo di fondo, Stefano Feltri scriveva: “</strong><em>Non mi azzardo a dire più nulla sulle vicende giudiziarie: ogni accenno al merito comporta esporre me e il giornale ad altre azioni legali. Eni può dire: missione compiuta” (Domani, 25 marzo 2023). </em>State sere-Eni, insomma. Ecco, visto che noi si è stupidi, ma non così stupidi, non osiamo vergare un’altra sola parola in più. Ma siccome non siamo nemmeno così scaltri nell’orientare il pappafico, come invece insegnano col loro esempio fior di giornalisti che una parola fuori budget non la scrivono neanche per sbaglio, ci limitiamo a un consiglio da donare a te, perspicace lettore: fa’ attenzione agli inserzionisti, quando sfogli o clicchi. Ti si affacceranno alla mente meravigliose connessioni. E, orgogliosamente, ti sentirai un cretino. A ciascuno il suo.</p>



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		<title>La spettacolarizzazione del conflitto israelo-palestinese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 18 Dec 2024 11:07:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Isra-Heil]]></category>
		<category><![CDATA[Ostilità]]></category>
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		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Palestina]]></category>
		<category><![CDATA[sionismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel complicatissimo conflitto in corso sinistra e destra nostrane riescono a fare il tifo per l’una o l’altra parte. Ma in fondo non contano niente.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-5d624b46c5da90edbc0bcd29d77d445a">Articolo uscito sulla rivista Domino</p>



<p>Dal 7 ottobre del 2023 la questione israelo-palestinese è tornata a occupare le prime pagine e i palinsesti dei media occidentali,<strong> dando all’opinione pubblica l’ennesima occasione per polarizzarsi</strong>, allestendo le parti di un dibattito che dovrebbe dimostrare la buona salute di una democrazia e che invece ne sancisce l’impotenza.</p>



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<p>Più si parla di pace, armistizio, de-<em>escalation</em>, più il conflitto si estende, tanto che oggi aumentano gli attori coinvolti, i popoli offesi, e così anche le vittime. <strong>Più che sulla guerra in sé, allora, conviene soffermarci sulla guerra sopra la guerra, che avviene sul piano dei simboli e delle ideologie</strong>: la guerra che si compie nell’interregno mediatico, in quello spazio dove danzano i simulacri, dove ci arrivano immagini riflesse di una lotta che si gioca su un piano puramente iconografico e discorsivo, perché informata dai media, cioè messa in forma da essi, <strong>di modo che ognuno di noi possa posizionarsi e scegliere da che parte stare</strong>.</p>



<p>Ci sono troppi intermediari tra noi e la guerra, e, come in un gigantesco gioco del telefono senza fili, tra la realtà dei fatti bellici e quello che vediamo o ascoltiamo su di essi si perde la sostanza: <strong>rimangono sbiaditi fotogrammi di un conflitto etnico, religioso, geografico, che siamo costretti a filtrare con le nostre categorie occidentali per digerirlo</strong>, al costo però di snaturarlo e di farlo diventare qualcosa di completamente diverso da ciò che è.</p>



<p>E se fosse proprio questa incomprensione, questo enorme malinteso<strong>, a rendere problematico qualsiasi nostro intervento o azione che partecipi a risolvere uno scontro che abbiamo, storicamente e politicamente, contribuito a creare? </strong>Cosa rimane, oggi, nei media occidentali, nel dibattito pubblico, negli opposti schieramenti della questione israelo-palestinese?</p>



<p>Chi si appropria dei termini del conflitto, chi ne monopolizza i simboli? E perché spesso proprio questi termini e questi simboli non coincidono con la realtà che vorrebbero rappresentare? Sia nell’universo di sinistra che in quello di destra, sia tra i filo-palestinesi che i filo-israeliani, <strong>si avvicendano una serie di fraintendimenti e incomprensioni dettate da pregiudizi ideologici che, già in passato, si sono rivelati i prodromi delle catastrofi a venire.</strong></p>



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<p>Buona parte dei partiti, movimenti, associazioni che si collocano nell’area politica progressista, e difendono pubblicamente la causa palestinese, <strong>sembra non tenere conto di tante contraddizioni in cui sono costretti a imbattersi </strong>e che minacciano la comprensione del fenomeno in tutta la sua portata, innescando facili strumentalizzazioni.</p>



<p>La difesa del soggetto palestinese in ciò che rimane della striscia di Gaza, in questo momento storico, <strong>passa per Hamas</strong>, un’organizzazione politica islamista che perpetua una linea offensiva e sacrificale nella gestione del conflitto. Alla tradizionale figura del <em>fida&#8217;i, o fedayn</em> (a cui si rifà l’inno nazionale palestinese), il combattente per la libertà, di matrice laica, pronto ad attaccare per poi rientrare alla base, Hamas predilige l’<em>istishhadi</em>, <strong>colui che è disposto a morire nell’attacco</strong>, cercando proattivamente il martirio, in un’accezione religiosa, millenarista, che abbraccia quella mistica della morte cara all’imam <strong>Ruhollah Khomeini</strong> &#8211; leader della rivoluzione iraniana, che vedeva nella guerra uno «sbocco vitale attraverso il quale i giovani martiri iraniani sperimentarono la trascendenza mistica». Il martirio è parte di una filosofia complessiva, un pilastro ideologico centrale e un ideale organizzativo di Hamas. Questa organizzazione politica vede nell’Islam «l&#8217;ideologia più solida attraverso cui raggiungere gli obiettivi della lotta nazionale palestinese»<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>.</p>



<p>Rispetto alla prima Intifada, che aveva suscitato, per metodi, per iconografia e immaginario, per le sue componenti marxiste e nazionaliste laiche, le simpatie della società civile occidentale e dei suoi organismi internazionali<strong>, le modalità di lotta della resistenza palestinese sotto l’egida di Hamas</strong> ora sono molto cambiate: ha imparato dagli errori della precedente Olp, la cui via pacifista e diplomatica <strong>si rivelò troppo ingenua</strong>. Non soltanto sono cambiati i mezzi di cui dispone e gli armamenti, ma è variato anche l’impianto ideologico, il quale, col tempo, si è avviato verso una risemantizzazione della causa in chiave profondamente <strong>religiosa, teleologica, fondamentalista</strong>.</p>



<p>Hamas, che oltre ad essere l’acronimo arabo di Movimento di Resistenza Islamico, significa “zelo”, ha come scopo dichiarato quello di sostituire lo Stato d’Israele con un Stato musulmano governato secondo la legge della <em>sharia</em>, così come vuole l’organizzazione dei Fratelli Musulmani di cui è stata l’iniziale propaggine. Si impegna a perorare tale missione, come si legge nel suo statuto, «<strong>nelle visioni e nelle credenze, in politica e in economia, nell’educazione e nella società, nel diritto e nella legge, nell’apologetica e nella dottrina, nella comunicazione e nell’arte, nelle cose visibili e in quelle invisibili, e comunque in ogni altra sfera della vita</strong>».</p>



<p>Per Hamas la Palestina non è terra dei palestinesi, ma dell’<em>umma</em> musulmana in generale, in una visione ancora più allargata di nazionalismo; <strong>sicché, suona molto controintuitiva l’adesione cieca e infervorata di una sinistra che continua a proclamarsi laica, globalista, <em>no-border</em>, LGBTQ, alla causa palestinese</strong>, inserita all’interno di una dinamica che vede coinvolti nel sostegno attori come l’Iran (che ogni anno stanzia circa cento milioni di dollari per Hamas) e gli Stati arabi del Golfo Persico che l’universo progressista da sempre condanna per la lesione dei diritti umani e il mancato rispetto delle libertà individuali. &nbsp;</p>



<p>È chiaro tuttavia che la sinistra occidentale non ha come scopo volontario spalleggiare l’islamismo più estremo, come vorrebbe farci credere la destra conservatrice, sempre pronta a paventare l’impossibile <em>clash of civilization</em>; <strong>ma riconosce in modo più che naturale la precarietà della condizione in cui sono intrappolati i palestinesi</strong>, ostaggio di un popolo di coloni «che si rifiuta di parlare un linguaggio politico con coloro che rende abietti, che si affida a violenza eccessiva e impunità diplomatica e legale e che impiega un complesso sistema di forme di controllo architettonico, tecnologico e indiretto»<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a>.</p>



<p>Di fronte a questa evidenza, la resistenza palestinese, anche nella sua forma più radicale che urta la sensibilità dei liberali più della violenza sistematica di Israele, ha indubbiamente le sue fonti di legittimità.<ins> </ins>Ci chiediamo però perché il sostegno alla causa palestinese non si sia palesato con altrettanta veemenza prima che la questione, la cui genealogia è di molto anteriore al 7 ottobre, si esacerbasse al punto da diventare più religiosa che politica. <strong>Questi abissi non scompariranno all’indomani di una vittoria dell’una o dell’altra parte</strong>, o anche solo di una <em>pace</em>, ma ritorneranno con fisionomie diverse, in luoghi diversi, poiché i progressisti e l’universo <em>woke</em> rimangono una delle due facce di una medaglia occidentale che proprio Hamas e il fondamentalismo islamico annoverano tra i loro nemici giurati.</p>



<p>Questa guerra testimonia come l’opinione pubblica, oggi prevalentemente filopalestinese, giochi un’influenza limitatissima di fronte all’egemonia di Israele sulle istituzioni. Qualsiasi forma di sostegno, anche la più urgente e necessaria deve comunque essere consapevole di sé, della sua natura e di quella dei soggetti politici che coinvolge il suo <em>endorsement</em>. </p>



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<p>Spostandoci dall’altro lato dello spettro politico, è doveroso <strong>considerare cosa è ideologicamente sottointeso nel sostegno che le destre occidentali assicurano, con poche riserve, allo Stato di Israele</strong>. Secondo le dichiarazioni esplicite, questo sostegno si regge su un convinto anti-antisemitismo, la volontà di non ripetere gli errori del passato, la difesa del diritto di uno Stato sovrano a difendersi, anche con vigore, da chi ne minaccia la sopravvivenza, tanto più se si tratta di uno Stato inserito nell&#8217;asse militare occidentale. Molto spesso la presenza stessa della democrazia israeliana in Medio Oriente viene rappresentata, soprattutto dalla destra repubblicana, <strong>come un prerequisito imprescindibile per garantire l’equilibrio e la sicurezza della regione</strong>. Rispetto alle varie monarchie etniche o repubbliche teocratiche, oltre ai vari gruppi ribelli sciiti o sunniti che provano a rovesciarle, <strong>la repubblica parlamentare di Israele&nbsp;rappresenta, agli occhi della destra, un modello costituzionale legittimo che, qualora diffuso al resto della regione, porterebbe pace e stabilità</strong>.&nbsp;</p>



<p>Ma può darsi ci sia qualcosa di più profondo a guidare quest&#8217;opinione, un sentimento <strong>che si inserisce pienamente nel solco della tradizione storica della destra</strong>, quella stessa da cui oggi tanti partiti politici si affannano nel prenderne le distanze.</p>



<p>Cos&#8217;è che caratterizza, a ben vedere, la comunità ebraica? <strong>Ogni comunità di popolo è determinata da criteri di appartenenza specifici</strong>, e questi criteri dipendono a volte da principi trascendenti, ma spesso da condizioni materiali di sopravvivenza. Così la comunità americana, in origine fondata sull’appropriazione di una terra percepita come vergine agli occhi dei suoi colonizzatori, si basa sul suolo. Ciò ha corroborato il caratteristico <em>ius soli</em>.</p>



<p>La comunità ebraica, al contrario, non potendo per lungo tempo fare riferimento a una terra, se non a una perduta o promessa, ha dovuto fondare la propria appartenenza <strong>esclusivamente sul sangue e su Dio</strong>, in termini tanto più radicali quanto più lontana dovesse sembrare la prospettiva di abitare un giorno una patria propria e comune. Questo ha fatto sì che ovunque migrasse una delegazione ebraica, indipendentemente dal lembo di terra che finiva ad abitare, <strong>questa conservasse un’appartenenza costitutiva al popolo di origine</strong>, riservando a esso una fedeltà che la quotidiana commistione con comunità diverse, il comune abitare una terra condivisa, non avrebbe potuto minare in alcun modo. L’assenza di una terra propria ha trasformato <strong>la patria, per gli ebrei, in un concetto mitico e messianico</strong>, impossibile da identificare in uno spazio geografico da abitare con altri.</p>



<p>Per questo motivo il popolo ebraico, fin dalla sua diaspora, <strong>ha sempre rappresentato un insieme comunitario problematico per la frangia più identitaria dei popoli che, nei secoli, vi sono entrati a contatto o vi hanno convissuto</strong>. Benché per lungo tempo nomadi e dispersi, gli ebrei hanno da sempre avuto un’identità invidiabilmente marcata. Quelle stesse prerogative identitarie che caratterizzano la comunità ebraica, e che la separavano rigidamente anche dai suoi conterranei<ins>,</ins> garantiscono oggi agli israeliani, nel conflitto che li vede opposti al popolo palestinese, le simpatie dell’ala politica più incline all’identitarismo nazionale.</p>



<p>Quest’ala è quella che in occidente ha raccolto l’eredità ideologico-identitaria dei vari nazionalismi novecenteschi, ovvero <strong>la destra repubblicana</strong>. Fatte le dovute distinzioni, essa in sostanza si fonda su una declinazione, di volta in volta regionale, della triade <strong>Dio, patria, famiglia</strong>.</p>



<p>Dunque, un principio superiore che giustifica trascendentalmente l’eccezionalità del popolo, un suolo da difendere e una comunità di sangue cui appartenere. Agli occhi della destra moderna o dei suoi precursori ideologici, la questione ebraica è sempre stata posta nei termini di <strong>un problema da risolvere</strong>, poiché l’ostinazione degli ebrei nell’identificarsi anzitutto come tali li rendeva, agli occhi di un sovrano o di una comunità con pretese egemoniche, <strong>inassimilabili</strong>.&nbsp;<br>È noto come il nazista <strong>Adolf Eichmann</strong>, a cui il partito aveva affidato la logistica del “problema ebraico”, avesse elaborato, su ordine indiretto di Hermann Göring, un progetto di deportazione di massa degli ebrei europei verso il Madagascar, al ritmo di un milione l’anno, per quattro anni. <strong>Il “Piano Madagascar”</strong> riprendeva in realtà una proposta già avanzata dall’antisemita Paul de Lagarde nel 1885, mentre i sionisti, dal canto loro, sembravano propendere per il più vicino Uganda.</p>



<p>Benché nessuna delle due destinazioni potesse contare, quanto la Palestina, sul supporto esegetico dei testi sacri, questo precedente storico dimostra come <strong>uno Stato ebraico fosse un’alternativa con cui lo stesso nazismo si era intrattenuto,</strong> alla ricerca di una soluzione al “problema” ebraico, prima di elaborare quella finale e spietata.</p>



<p>Il supporto che la moderna destra repubblicana offre alla causa israeliana non stride affatto, perciò, con le teorie politiche dei suoi precursori ideologici – le varie destre nazionali, aristocratiche o borghesi che fossero &#8211; spesso caratterizzate da uno spiccato <strong>e trasparente antisemitismo</strong>.</p>



<p>Non solo perché una costituzione simile a quello dello Stato di Israele, sarebbe, di fatto, <strong>la massima ambizione giuridica a cui potrebbe aspirare una destra moderna</strong> &#8211; soprattutto nella sua declinazione più autoritaria, essendo quella più moderata e liberale difficile da conciliare con un assetto teocratico – ma anche perché <strong>lo Stato di Israele rappresenta una soluzione definitiva al problema ebraico</strong>, che minaccia l’uniformità identitaria dell’Occidente fin dagli albori della sua esistenza politica. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;<br><strong>Il governo di Gerusalemme rappresenta l’esperimento più riuscito di un’elaborazione statuale in chiave moderna della triade Dio, patria, famiglia,</strong> grazie a un’interpretazione rigidamente teocratica dell’agenda politica (assicurarsi il controllo della Terra promessa da Dio), un sistema di discendenza/cittadinanza che garantisce la continuità etnica, e, finalmente, dopo una diaspora millenaria, una terra da difendere contro una persistente minaccia “esterna”.</p>



<p>Vi è dunque anche un’inconfessata radice antisemita nel sostegno che le destre nazionali elargiscono alla causa israeliane, poiché lo Stato di Israele costituisce una soluzione definitiva e conciliante al problema che la comunità ebraica ha sempre rappresentato per le frange più identitarie dei paesi occidentali. Problema che non poteva che riproporsi nel territorio dove si è acconsentito di dislocarlo.</p>



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<p>La confusione e l’aggressiva partigianeria che domina il dibattito occidentale sulla guerra non riguarda l’interrogativo principale, che l’apparato mediatico dovrebbe permettere di porre: <strong>a quale delle due parti si vuol fornire sostegno</strong>? All’Israele tendente alla teocrazia o alla Palestina di Hamas?</p>



<p>In realtà le parti coinvolte nel conflitto <strong>sono molte di più</strong>. Ci sono attori secondari e terziari che si muovono dietro le quinte e, tra i rivoli di sangue e le macerie, tirano acqua al proprio mulino. La questione che ha senso porsi, forse l’unica<strong>, riguarda la natura stessa del sostegno a una delle due parti</strong>, e quindi il ruolo che l’Occidente vuole avere nel mondo.</p>



<p>In quanto dispositivo planetario di gestione della crisi, l’Occidente contiene al suo interno, intrinsecamente, i prodromi di tutte le guerre future. Si è vista ormai la medesima dinamica, in forma diversa, ripetersi in (quasi) ogni contesto di crisi mediorientale. E se quantomeno in Libia, in Afghanistan, in Siria, in Iraq <strong>l’Occidente poteva ancora contare su una vigorosa, e spesso immatura, coscienza di sé, oggi il suo intervento sembra sempre più fiacco e meno convinto,</strong> guidato non più da un’idea presente di potenza, ma dagli spettri del passato e dall’angoscia del futuro.</p>



<p>Per questo all’opinione pubblica occidentale interessa poco comprendere chiaramente ciò che è in gioco nel conflitto israelo-palestinese, come del resto negli altri conflitti in corso. Le guerre sono un pretesto per estrapolare, a scapito di Paesi terzi, <strong>un assetto valoriale e una idea di mondo</strong>, mentre i combattimenti scorrono per conto loro<strong>. I conflitti sono solo l’occasione per giocare la propria mano, comodi e al sicuro, nella battaglia delle opinioni, per prendere posizione e affermare valori</strong>, con la serena coscienza di una pressoché totale ininfluenza.</p>



<p>La presa di posizione nella guerra mediatica permette a ciascuno di situarsi, di leggere il reale attraverso la visione preconcetta che in seguito estrapolerà dai notiziari e dai discorsi pubblici. Mentre le conseguenze sul conflitto restano limitate, tale presa di posizione risulta un ottimo strumento per discriminare la popolazione civile tra chi è incapace di liberarsi del peso opprimente del passato, da conservare cambiandogli forma, e chi è invece talmente proiettato nel <em>progresso</em> futuro da non prevedere i pericoli latenti e i disastri di domani</p>



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<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> A. NASSER,&nbsp;<em>La fabbricazione di una bomba umana: un&#8217;etnografia della resistenza palestinese</em>, Duke University Press, Durham 2009.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> A. OMAR, <strong><em>La questione di Hamas e della sinistra</em>,</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-comoda-guerra-delle-opinioni/">La spettacolarizzazione del conflitto israelo-palestinese</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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