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	<title>Pasolini Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Un elogio spassionato di Roberto Saviano di Sion</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 28 May 2026 16:41:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Pasolini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quello che segue è un elogio pseudo-vero e pseudo-serio di Roberto Saviano. Conduco questa operazione apologetica pur non lavorando per “La Repubblica” o Fabio Fazio, il che in Italia è una notizia. Il motivo dell’encomio è presto detto: ciò che riguarda il suo elogio ha a che fare con la morte, con Pier Paolo Pasolini e con Amazon Video</p>
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<p class="wp-block-paragraph">La ripubblicazione di&nbsp;<em>Gomorra</em>&nbsp;a vent’anni dalla sua prima comparsa offre una buona occasione per tornare su Saviano: non tanto perché il suo bestseller resti la sua opera migliore, quanto perché il suo gesto intellettuale più felice sembra essersi compiuto altrove. Quello che segue è un elogio pseudo-vero e pseudo-serio di Roberto Saviano. Conduco questa operazione apologetica pur non lavorando per&nbsp;<em>La Repubblica</em>&nbsp;o Fabio Fazio, il che in Italia è una notizia. Il motivo dell’encomio è presto detto: ciò che riguarda il suo elogio ha a che fare con la morte, con Pier Paolo Pasolini e con Amazon Video.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Studiare la produzione letteraria di Saviano, che a partire dalla pubblicazione di&nbsp;<em>Gomorra</em>&nbsp;è cresciuta su se stessa accumulando pagine su pagine – pur sempre queste, però, inferiori al numero delle interviste rilasciate ai vari podcast italiani – implica osservare il corpo a corpo che lo scrittore napoletano ha ingaggiato con la produzione letteraria dell’autore di&nbsp;<em>Ragazzi di vita</em>, morto esattamente mezzo secolo fa. Questo “pasolinismo” di Saviano è stato già analizzato, descritto e raccontato magistralmente da Walter Siti – curatore, fra l’altro, proprio delle opere di Pasolini per i Meridiani della Mondadori – nel suo&nbsp;<em>Contro l’impegno</em>, libro uscito per i tipi della Rizzoli nel 2021, in cui i propri strumenti di critico letterario vengono affilati attraverso la nobile arte della stroncatura. Lo statuto prettamente letterario di Roberto Saviano – che nell’aspetto fisico, sempre secondo l’occhio di Siti, ricorda Enrique Irazoqui, il Cristo del&nbsp;<em>Vangelo</em>&nbsp;di Pasolini – non ne esce perfettamente illeso, anzi tutt’altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Apprendiamo, per esempio, che in&nbsp;<em>Gomorra</em>&nbsp;Saviano non solo riprende un famoso pezzo anaforico di Pasolini, “io so, ma non ho le prove”, volgendolo però in positivo, “io so e ho le prove”, ma dichiara altresì di voler “fare della mia vita un campo di battaglia”, forse ancora pensando al “gettare il mio corpo nella lotta” di pasoliniana memoria. Commenta Siti: «Pasolini, sull’impotenza della parola di fronte all’enormità della vita, ci ha penato per anni, ci ha giocato il valore della sua stessa poesia, attraverso una continua dolorosa sperimentazione formale. Per Saviano sembra che basti ridurre la forma ai minimi termini […] Saviano ripudia la profondità polisenso della scrittura a favore dell’efficacia immediata, dello shock cronachistico-politico, dello “sbattere in faccia”, del fare i nomi».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con&nbsp;<em>La paranza dei bambini</em>, edito da Feltrinelli nel 2016, l’influenza di Pasolini nella scrittura di Saviano non si limita a qualche episodico rimando. Qui, infatti, il modello sottotraccia «è quello dei ragazzi di vita di Pasolini: pasoliniano è l’uso di incastonare narrativamente dei “pezzi” ritenuti sociologicamente significativi, pasoliniana la connessione tra emarginazione e sacralità, pasoliniano il divertimento nel notare la modernità tecnologica dei ragazzi, pasoliniana infine la vivacità magnetofonica di certi cazzeggi». Eppure, volendoci affidare nuovamente al giudizio di Walter Siti, il punto debole del romanzo è proprio la scrittura: «Contrariamente a quanto accade in Pasolini, i diversi livelli stilistici non frizionano consapevolmente tra loro ma si giustappongono inerti, passivi; lo scrittore usa tutti gli stili e quindi non ne ha nessuno».</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Saviano cade in fallo, inoltre, anche quanto ad esattezza della conoscenza storica della vita di Pasolini. Scrivendo infatti che si sentiva «salire all’esofago il sapore rancido del pollo che Pino Pelosi mangiò al Biondo Tevere», sembra dimenticare che il commensale di Pasolini nella sera che precedette la sua morte non fu sicuramente Pino Pelosi, ma probabilmente Johnny Lo zingaro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, è proprio il tema della morte che permette a Saviano di correggere il suo errante ma errato pasolinismo, e di passare dalle stroncature agli elogi (pur se pseudo veri e pseudo seri). Come è noto, una tra le tante ipotesi circa l’assassinio di Pasolini è che questo sia stato premeditato, ma dallo scrittore stesso, che avrebbe così inscenato la propria morte come atto finale e cruciale della propria opera. A favore di questa tesi, vi sarebbero molteplici testimonianze all’interno delle opere stesse del casarsese, elencate minuziosamente dal pittore e amico di Pasolini, Giuseppe Zigaina, nel suo libro&nbsp;<em>Hostia</em>.&nbsp;<em>Trilogia della morte di Pier Paolo Pasolini</em>. Nella finta nota dell’editore premessa alla&nbsp;<em>Divina mimesis</em>, per esempio, si legge che l’autore del libro, appunto Pasolini, «è morto ucciso a colpi di bastonate sulla spiaggia». Nella stesura teatrale di&nbsp;<em>Bestia da stile</em>, invece, leggiamo: «Per protesta voglio morire di umiliazione. Voglio che mi trovino morto col sesso di fuori, coi calzoni macchiati di seme bianco, tra le saggine laccate di liquido color sangue».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Detto ciò, e ritornando a Saviano, ecco che allora emerge un nuovo aspetto che lo collega a Pasolini. Al pari dello scrittore di Casarsa, anche Saviano ha immaginato il giorno della propria morte. Tuttavia, non ha utilizzato la prosa dei suoi articoli e dei suoi romanzi, ma ha delegato il tutto ai riflettori di Amazon video. Un documentario in bianco e nero di sei ore e mezzo in cui, con il suo solito particolare afflato retorico, viene ad innalzare il proprio altare intellettualistico e militante? Null’affatto, bensì un programma comico,&nbsp;<em>Roast in peace</em>, in cui dei comici di professione (Stefano Rapone, Edoardo Ferrario, Beatrice Arnera, Eleazaro Rossi, Corrado Nuzzi e Maria di Biase) si sfidano nel tessere l’elogio funebre migliore a quattro personaggi ben noti della nazione (appunto Saviano, con Francesco Totti, Elettra Lamborghini e Selvaggia Lucarelli).</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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<p class="wp-block-paragraph">Finalmente, dunque, dopo aver inseguito Pasolini fin dai suoi esordi narrativi, uscendone sempre sconfitto dal punto di vista letterario, ecco che, con questo gesto, posata la penna, può smettere di arrancare. Saviano crea pasolinianamente scandalo, tradendo il proprio mondo culturale di riferimento, ovvero l’impolverato primo Novecento. Lo accompagnano non le riflessioni sulla libertà della Arendt ma il twerking della Lamborghini, non l’amore per la verità ricercato da Simone Weil bensì gli articoli della Lucarelli, non le poesie di Carlo Michelstaeldter ma le barzellette di Totti. Ancora, non la prima pagina de L’Aurore con il&nbsp;<em>J’accuse</em>&nbsp;di Zola (fieramente mostrata dietro di sé in un suo video su Instagram, incorniciata alla parete), ma le battute di Eleazaro Rossi, non una pubblicazione per Einaudi, ma un set televisivo gravido di trashate. Spazzata la polvere del Novecento è riemerso uno scenario postmoderno, dove alto e basso confluiscono, dove la parola dell’intellettuale, pur in uno scenario di finzione, vale quanto quella di un comico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eppure, all’interno di questa finzione, Saviano ha compiuto un gesto tanto nobile quanto poetico, motivo che sostanzia il mio elogio: finalmente non si è preso sul serio. Con un’abile operazione di regresso, ha portato al grado zero della discussione concettuale quella stessa tematica – quella della propria morte &#8211; attraverso la quale precedentemente aveva potuto scalfire il proprio statuto intellettualistico. È come se si fosse seduto sul lettino del proprio psicoterapeuta, per poi però alzarsi e farsi una linguaccia.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!vBL-!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F38555d2e-cdb8-4e7b-be90-41ba4743fa1b_2932x1550.jpeg" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></p>
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		<title>Su Petrolio e l’omicidio di Pasolini</title>
		<link>https://ilnemico.it/su-petrolio-e-lomicidio-di-pasolini/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 17:58:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anni '70]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Pasolini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È innegabile che l’eccessivo immaginario sessuale del romanzo ha un effetto anestetizzante, un velo che occulta il sostrato di un linguaggio politico accusatorio. Dunque è necessario leggere tra le righe.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Nella notte tra l’1 e il 2 Novembre 1975, un uomo di mezza età si trova nell’Idroscalo di Ostia, cercando di avere un rapporto sessuale con un ragazzo ben più giovane di lui. Quell’uomo è Pier Paolo Pasolini, cineasta, poeta, scrittore, un intellettuale multiforme tra i più importanti del XX secolo. In quella notte a cavallo tra il sabato e la domenica, Roma dormiva, dopo l’ennesima settimana interminabile. Pasolini invece moriva brutalmente, colpito con un bastone e successivamente travolto con la sua stessa auto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La ricostruzione ufficiale dell’omicidio accusa come unico colpevole Giuseppe Pelosi, il minorenne con cui si stava intrattenendo lo scrittore. I giornali parlarono di un rapporto sessuale non consensuale finito in tragedia. I critici si avventarono sul morto come avvoltoi, accusandolo di violenze su minori ed altre becere iniziative: “Se l’era cercata”, insomma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ad oggi la situazione è molto più complessa di quello che sembri. È probabile che Pasolini sia stato ucciso da un gruppo di uomini, forse sicari, ma mandati da chi? E perché soprattutto? Bisogna avere un occhio di riguardo per gli ultimi lavori del friuliano e la complessa situazione politica nell’Italia degli anni ‘70.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli italiani non se la passavano bene in quel periodo, per varie ragioni. In primis, il “miracolo economico” che perdurava dal dopo guerra ebbe una brusca battuta d’arresto. Potremmo riassumere il sentimento degli italiani di quegli anni con una parola: diffidenza. Diffidenza perché si erano aperte delle crepe insanabili nelle istituzioni in cui l’italiano credeva fermamente. Gli operai scioperavano in tutta Italia, il PCI di Berlinguer stava diventando il partito di sinistra più influente d’Europa. Il governo era appannaggio della Democrazia Cristiana da tempo; la Guerra Fredda era entrata anche in Italia, con complessi meccanismi di potere da una parte e dall’altra. Questa netta divisione viene esasperata dal terrorismo degli anni di piombo. Si aveva paura anche solo di prendere un treno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In tale contesto emerge la loggia P2, guidata da Licio Gelli, che annoverava tra gli iscritti i principali vertici politici ed economici del paese. Il loro progetto prevedeva: contenimento della sinistra, controllo dei media e riforme autoritarie del sistema statale. Comprensibile che gli italiani guardassero alle istituzioni con diffidenza. A chi si dovevano rivolgere? Chi erano i “buoni” e chi i “cattivi”?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://open.substack.com/pub/ilnemico/chat?utm_source=chat_embed" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a>A tutto ciò si aggiunge l’impresa statale più importante del tempo: l’Eni. Anch’essa non era esente dalla corruzione; del resto, controllare l’energia ha un peso enorme nella politica di un paese. Nel 1962 Enrico Mattei, presidente dell’Eni, viene fatto morire in un misterioso incidente aereo; dalle dinamiche emerge che probabilmente non si trattava di una tragedia accidentale, bensì di un attentato. Gli successe alla conduzione dell’azienda Eugenio Cefis, una personalità tutt’oggi opaca, che si muoveva tra le ombre della loggia P2. Infine, come se non bastasse, nel ‘73 c’è la famosa crisi petrolifera: il prezzo del carburante quadruplica e in Italia non si parla d’altro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questa cornice storica si muove uno degli intellettuali più lucidi del XX secolo, il nostro Pasolini. Negli ultimi anni di vita stava scrivendo un romanzo controverso, scabroso se vogliamo:&nbsp;<em>Petrolio</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La trama in breve parla di Carlo Valletti, un ingegnere Eni diviso tra una vita retta e una dionisiaca, volta all’amore omosessuale e scandaloso. La critica si è incentrata solo sul secondo lato dell’opera, ignorandone la forte matrice politica. Il celebre poeta Edoardo Sanguineti, per dirne uno, di&nbsp;<em>Petrolio</em>&nbsp;diceva che fosse una disperazione privata “in cui la componente sadomasa è poi esplosa in una chiara patologia”. Pasolini sarebbe stato un malato, un pervertito mentale dunque.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Il libro “frocio e basta” di Benedetti e Giovanetti, offre un’analisi a tutto tondo della complessa opera. Qui si parla di lettura “sessuo-patologica” degli ultimi lavori del friuliano,&nbsp;<em>Salò</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Petrolio</em>: se Pasolini fosse morto per cause naturali, afferma Benedetti,&nbsp;<em>Petrolio</em>&nbsp;sarebbe stato accolto dalla critica con un giudizio storico e fortemente impegnato; a causa della sua morte ambigua, l’opera è stata aspramente criticata solo per le sue oscenità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È innegabile che l’eccessivo immaginario sessuale del romanzo ha un effetto anestetizzante, un velo che occulta il sostrato di un linguaggio politico accusatorio. Dunque è necessario leggere tra le righe.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“Pasolini non è stato quindi ucciso da un ‘ragazzo di vita’ poiché omosessuale,” ammonisce Benedetti, “bensì da sicari armati dai poteri, occulti o meno, in quanto oppositore a conoscenza di verità scottanti, per di più in grado di divulgarle con autorevolezza anche dalle pagine di un quotidiano nazionale”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scrittrice si riferisce al celeberrimo articolo scritto da Pasolini un anno prima della sua morte, “io so”. In questo articolo uscito per il Corriere della Sera, egli afferma di conoscere i nomi dei colpevoli e dei mandanti delle stragi che avevano spaccato l’Italia in due, dal ‘69 ( a Piazza Fontana, Milano) in poi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pasolini sa, ma non ha prove né indizi. Per molti, questo intervento segnerà la sua condanna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In aggiunta, la giornalista Simona Zecchi nel suo libro/inchiesta sulla vicenda riporta un episodio finora rimasto in ombra: due settimane prima di trovare la morte, Pasolini aveva ricevuto un dossier sulla Dc (un documento finora sconosciuto) la cui eventuale pubblicazione avrebbe messo in crisi il partito cattolico di governo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Petrolio</em>&nbsp;fu pubblicato postumo 17 anni dopo. Amputato delle parti più importanti, tra l’altro. Di un intero capitolo, “lampi sull’Eni”, non abbiamo che una pagina bianca con il titolo. I discorsi di Eugenio Cefis, di cui Pasolini aveva sottolineato l’importanza, scomparsi anche quelli. Non una parola sull’Eni, sull’omicidio di Mattei, sui meccanismi di potere. Per chi legge il romanzo oggi, sorriderà pensando ai dettagli sessuali così espliciti. Non troverà altro. Come afferma ancora una volta Benedetti, si sono censurate le parti “politiche” con il risultato di far passare Petrolio per un libro “scabroso”.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Nelle opere di Pasolini è possibile ravvisare la complessa dicotomia tra un’Italia che si affacciava al progresso e le sue radici rurali, che lo stesso Pasolini cerca di mantenere salde sottoterra, affinché l’albero non crolli. Sottoterra però, c’è finito solo lui. E ancora oggi le circostanze di questa tragica fine non sono ancora chiare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla luce di tutto ciò che abbiamo detto, la questione rimane irrisolta. Più ci si immerge in queste storie, più emergono domande senza risposta. Pasolini intanto, è stato brutalmente ammazzato. Ed è importante non sapere da chi. Il suo “testamento”, come lo definiva nelle lettere a Moravia, è uscito anni dopo e censurato. Per timore? Siamo in uno stato democratico, che ha fatto dei diritti umani e della libertà i capisaldi della sua encomiabile Costituzione. Gli intellettuali non sono epurati, come accade presso altri totalitarismi mostruosi… o no?</p>
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		<title>Epstein, o le 120 giornate di Sodoma</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 28 Feb 2026 07:59:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[De Sade]]></category>
		<category><![CDATA[Epstein]]></category>
		<category><![CDATA[Epstein Files]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sorprendiamo di quello che succedeva sull’isola di Epstein, eppure era tutto sommato verosimile che un’élite turbocapitalista che non si fa il minimo problema a esportare guerre, ad affamare le popolazioni, a lucrare sulla sanità, a capitalizzare sulla privazione del necessario, possa non avere grossi crucci etici nel trafficare corpi di minorenni. Ma ancora di più è nella natura stessa dell’aristocrazia fascisteggiante, come avevano capito Sade e Pasolini, abusare degli altri anarchicamente.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">di <em>Niccolò Bennat</em>i<br><br>In questi giorni, man mano che si disvelano dettagli sempre più inquietanti sugli Epstein Files diffusi in maniera non ancora integrale dal Dipartimento di Giustizia degli USA, in molti devono aver pensato a Pasolini e al suo <em>Salò o le 120 giornate di Sodoma</em>. Ormai da anni il ricordo dell’intellettuale comunista si presta ad essere tirato continuamente per il bavero da una sponda e dall’altra per la sua natura di pensatore fuori dagli schemi e nemico delle logiche di bottega (le stesse che oggi lo brandiscono come una clava a seconda della convenienza). Malgrado la portata del film di Pasolini sia effettivamente profetica, la realtà attuale è così manichea e retriva da poter essere intercettata compiutamente già dall’opera originale del marchese De Sade, incompiuto romanzo settecentesco che racconta il metodico stupro di massa da parte di quattro aristocratici “libertini”, coadiuvati da una schiera di ruffiani e lacchè, ai danni di un nutrito manipolo di popolani, ragazzi e ragazze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le affinità sono moltissime e fa venire la vertigine pensare a come, mentre la morale comune si dice mutata continuamente nel corso degli anni, l’amoralità del ricco e del potente possa avere degli stilemi così ricorrenti a distanza di quasi trecento anni (tanto per scrollarsi di dosso ogni dubbio residuale sull’effettiva attualità delle istanze socialiste e anticapitaliste): c’è ovviamente il reclutamento coatto, c’è la morbosità sessuale, c’è la creazione di un codice proprio e l’adozione di un luogo altro, lontano dalle convenzioni sociali e dalle arbitrarie leggi degli uomini.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter"><a class="image-link image2 is-viewable-img" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!9bSR!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F35934f36-ab99-4d51-86c7-f715975e8a8e_700x393.avif" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!9bSR!,w_2400,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F35934f36-ab99-4d51-86c7-f715975e8a8e_700x393.avif" alt=""/></a></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph">Nel romanzo, che l’incompiutezza per la prigionia dell’autore contribuisce a trasformare in uno scheletrico diario delle torture amplificandone la portata straniante, non c’è ombra di giudizio morale, sia ben inteso, c’è piuttosto una parodia un po’ allucinata delle congenite perversità della nobiltà francese. I libertini della storia non sono tratteggiati come mostri, ma piuttosto prodotti spuri di quella aristocrazia annoiata, patinata e depravata, espressione di un privilegio di casta a cui De Sade, in quanto anche lui rappresentante della nobiltà negli anni immediatamente precedenti alla rivoluzione francese, quando cioè l’ostentazione del privilegio aveva raggiunto i massimi livelli, infligge un pallido biasimo, più divertito che sdegnato. Per il marchese De Sade, la violenza e le perversioni non sono solo parte dell’animo umano, ma un dovere dell’uomo nei confronti della natura e del mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il pilastro filosofico che permea le 120 giornate è quello dell’anarchia del potere e quello sì viene esplicitato da Pier Paolo Pasolini quando ne fa la pietra angolare della sua rielaborazione moderna del romanzo sadiano. Pasolini lo spiega chiaramente: Salò o le 120 giornate di Sodoma è un film sull’anarchia del potere, cioè il potere che fa quello che vuole in quanto tale, perché semplicemente il potere non sussiste se non nella possibilità di esplorarlo interamente ed imporlo senza limiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con Pasolini, a differenza di De Sade, decade il parossismo in favore della stigmatizzazione, vuole formulare un <em>j’accuse</em> nei confronti della società capitalista, della strumentale iper-liberalizzazione sessuale, argomento fondamentale della sua perenne critica al consumismo, e del fascismo che lui interpreta sempre non come un fatto storico confinato nell’arco di un ventennio, ma come un fatto sociale che ricorre nelle proprie caratteristiche. “Tutto si è rovesciato,” scrive Pasolini. “Primo: la lotta progressista per la democratizzazione espressiva e per la liberalizzazione sessuale è stata brutalmente superata e vanificata dalla decisione del potere consumistico di concedere una vasta (quanto falsa) tolleranza. Secondo: anche la “realtà” dei corpi innocenti è stata violata, manipolata, manomessa dal potere consumistico: anzi, tale violenza sui corpi è diventato il dato più macroscopico della nuova epoca umana. Terzo: le vite sessuali private (come la mia) hanno subito il trauma sia della falsa tolleranza che della degradazione corporea, e ciò che nelle fantasie sessuali era dolore e gioia, è divenuto suicida delusione, informe accidia.”</p>



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<iframe title="Salò o le 120 giornate di Sodoma - Trailer (Il Cinema Ritrovato al cinema)" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/gT9EMbkdSs8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">PPP, in sostanza, si sforza di darci gli strumenti culturali per impugnare una continuità storica tra la società delle corti impunemente corrotte e quella dei fascismi. E quindi piega la cronaca storica ibridandola al romanzo: il castello delle torture si colloca a Salò, sede della repubblica sociale nazifascista, i ragazzini da violentare vengono rastrellati a Marzabotto, luogo simbolo della furia repubblichina contro i partigiani, le uniformi sostituiscono gli abiti civili e il tutto viene introdotto da un antinferno (richiamo dantesco al quale il film deve la struttura della fabula ripartita in gironi) nel quale i quattro aguzzini espressione di quattro diversi poteri (c’è il giudice, il gerarca, il vescovo e il banchiere) sposano le rispettive figlie, simboleggiando la stessa natura promiscua dei fascismi, che sono sempre il frutto di un’orgia tra le varie sfere del potere. È l’anarchia del fascismo di cui parla il Duca durante il film tra una sevizia e l’altra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando lo stillicidio di censure, tagli e scomuniche insanguinò la distribuzione di quest’ultimo film di Pier Paolo Pasolini, completato postumo nel 1975, l’accusa di oscenità univa tanto le istanze di quella società cattolica esplicitamente retriva e conservatrice, quanto quelle di un’Italia socialista ugualmente austera e prescrittiva, morbosamente attenta a non concedere il fianco ad insinuazioni sulla sovversione dei dogmi borghesi. È un’accusa che avrebbe particolarmente reso fiero il suo autore, nel frattempo assassinato nelle notoriamente oscure modalità di quegli anni, nell’accezione cara a Carmelo Bene, il quale, con una manipolazione creativa ma lirica della filologia, riconduce l’etimologia di “osceno” al greco <em>os-skené</em>, ovvero “ciò che è fuori dalla scena”. La parodia si compie così in profezia: Salò o le 120 giornate di Sodoma spiega e racconta la natura intima e segreta del potere come un documentario, tanto il film è scarno di abbellimenti tecnici ed estetici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo dobbiamo guardare quando leggiamo le cruente vicende dell’isola di Jeffrey Epstein con il consesso di amici miliardari: l’osceno di quello che non volevamo vedere, eppure era lì. Ci sorprendiamo, eppure era tutto sommato verosimile che un’élite turbocapitalista che non si fa il minimo problema a esportare guerre, ad affamare le popolazioni, a lucrare sulla sanità, a capitalizzare sulla privazione del necessario, possa non avere grossi crucci etici nel trafficare corpi di minorenni. È quasi spiazzante osservare quanto basso sia il profilo tenuto in questo periodo dalle personalità coinvolte nei dossier, che non si stanno neppure agitando troppo di fronte ad accuse che farebbero gelare il sangue ad ogni altro essere umano. Non servono ragioni quando hai il potere, per parafrasare lo slogan di un fortunato libro (e film) degli anni ’90. Se uno dei tetragoni di questa casta è anche presidente degli Stati Uniti e, da più dirimente uomo politico al mondo, spiega esplicitamente, riguardo ad un’invasione in terra straniera, che “l’unico limite alle mie azioni non è il diritto internazionale, ma la mia morale e la mia intelligenza”, capiamo facilmente che le categorie di pensiero da adottare oggi sono quelle delle monarchie assolute e delle corti pre-rivoluzioni: lo faccio perché ne ho la volontà e il potere. Il capitalismo moderno occidentale, non a caso, è figlio diretto di quella volontà di potenza nietzschiana che, a sua volta, ha mosso le fila per la legittimazione culturale e filosofica della forma più atroce e compiuta di potere autocratico, il nazismo</p>



<figure class="wp-block-image"><a class="image-link image2 is-viewable-img" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!6bKb!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fde8d6713-b152-4a16-999b-e96c2f907815_1600x1415.webp" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!6bKb!,w_2400,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fde8d6713-b152-4a16-999b-e96c2f907815_1600x1415.webp" alt=""/></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se De Sade racconta la Francia pre-rivoluzionaria in cui il popolo non aveva né i mezzi né l’interesse a occuparsi delle depravazioni dei propri nobili, tanto lontana era la loro legge e la loro morale, tanto era imperscrutabile l’esercizio del loro privilegio, l’operazione di Pasolini allora è stata duplice: non solo ha intercettato e profetizzato il disastro, ma lo ha fatto utilizzando un romanzo di due secoli prima per indicarci come il potere si rigeneri sempre uguale a sè stesso nel solito inesauribile uroboro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella traiettoria dello scandalo Epstein si innestano numerosi stilemi della tecnodestra: la psicosi del controllo, la costruzione di una rete sociale spendibile in ricatti e minacce, la manipolazione dei dati, lo sfruttamento dei corpi, persino l’ossessione ageista e post-umana, l’attrazione patologica per un’energia giovanile prima futurista e poi hollywoodiana. Eppure è importante non farne né un caso morale né un’univoca levata di scudi contro una parte politica: quello che c’è in ballo è molto più grande ed esteso, quella che va messa in discussione è una concezione del mondo che ci illudevamo fosse estinta da svariati decenni ed invece si è subdolamente consolidata.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Un dettaglio importante da notare nel film di Pasolini è che i quattro signori specificano bene, all’inizio del “gioco”, che solo chi non si ribellerà ai loro voleri avrà la libertà, allo scadere dei 120 giorni, ed un posto con loro a Salò (che così raccontato assurge ad un immondo Eden fascista). Solo chi si allinea alle aberrazioni socioculturali in cui vive può farne parte, innescando un sistema di delazioni e impulsi emulatori che stanno alla base della maggior parte degli scandali sessuali esplosi negli ultimi anni, che trovano linfa certo nella sopraffazione e nella coercizione, ma anche nell’anelito di complici desiderosi di far parte dei carnefici come riflesso dell’accettazione ad un circolo dei potenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è ancora chiara la completa portata dei dossier né tantomeno le conseguenze che ci saranno, ma nel frattempo nostro compito è prendere atto e mettere in discussione il fatto oggettivo che il mondo moderno ha ormai attribuito alle élite capitaliste lo stesso salvacondotto che era riconosciuto alle corti nobiliari: un potere smisurato da operare lontano dai nostri occhi, lontano dalle normali convenzioni, dalla morale comune e dalla legge dei mortali, un privilegio sconfinato e indefettibile che i membri di questo circolo non mancano di rivendicare. Razionalizzare, quindi, tenendo ancora a mente le ennesime lucide parole di Pier Paolo Pasolini: <em>Nel potere, in qualsiasi potere […] c’è qualcosa di belluino. Nel suo codice e nella sua prassi, infatti, altro non si fa che sancire e rendere attualizzabile la più primordiale e cieca violenza dei forti contro i deboli</em>”.</p>
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		<title>Pasolini e il Palazzo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jul 2024 16:28:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anni '70]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Stroncature]]></category>
		<category><![CDATA[Consumismo]]></category>
		<category><![CDATA[Fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Mutazione antropologica]]></category>
		<category><![CDATA[Palazzo]]></category>
		<category><![CDATA[Pasolini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Terza capitolo della critica a PPP, dove si prendono di mira il suo abuso di termini quali "mutazione antropologica", "fascismo" e "Palazzo".</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Prima dei miei vent&#8217;anni, folle solitario e finale qual ero ma sempre di buon umore come forse tutti gli sciocchi,<strong> non perdevo un solo articolo di Pasolini sul <em>Corriere</em>.</strong> Ma leggevo anche il settimanale <em>Tempo</em> quando capitava, che alternavo all&#8217;<em>Espresso</em> o <em>Panorama</em> e ancor prima all&#8217;<em>Europeo</em> della Fallaci. <strong>Erano le mie boccate d&#8217;aria</strong> rispetto alla prosa plumbea di <em>Rinascita</em> a cui ero stato abbonato dalla sezione &#8220;Carlo Marx&#8221; di Fossa Creta di cui ero segretario della FGCI, in quanto riconosciuto giovane borgataro meritevole di attenzione, segnalato a tal proposito dal compagno Bentivogli, funzionario di Reggio Emilia, spedito in Sicilia dal Partito per questo delicato lavoro politico nelle borgate del Sud irredento. (Questo faceva il grande PCI, ma aveva anche tanto &#8220;oro di Mosca&#8221; come scrisse il compagno Cervetti, e poteva permettersi una pletora di funzionari-missionari).</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Leggevo Pasolini, dicevo, i cui articoli, apparsi nei giornali dell&#8217;epoca, sono stati poi raccolti in <em>Scritti corsari</em>, <em>Lettere luterane</em>, <em>Caos</em>, <em>Le belle bandiere</em>. Tutti libri nelle edizioni coeve che possiedo ancora, ma a cui raramente ritorno. <strong>Lo leggevo perciò in diretta e lo leggerò in seconda battuta</strong>, in sedimentazione editoriale per così dire. Il compagno Bentivogli non lo amava e non ho capito mai perché, forse nel Partito gravava qualche <em>Niet</em> su Pasolini, come su altri innominabili, non so Silone, Orwell, Koestler: il Partito &#8220;sapeva&#8221; e aveva il suo &#8220;Indice&#8221; segreto evidentemente di intellettuali eretici o semi eretici.<strong> Io ne ero invece stregato, anche perché Pasolini andava spesso in tv ed era su tutti i rotocalchi per i suoi film scollacciati.</strong> (Quelli della &#8220;trilogia della vita&#8221; dai quali abiurò, vedi <em>Lettere luterane</em>). E<strong>ro fortemente preso dalla sua figura di intellettuale umiliato e offeso, da quel viso scarno e sofferente, dalla sua parlata serrata e puntuta</strong>. Non le mandava a dire, era un indignato in SPE, come gli ufficiali arruolati in Servizio Permanente Effettivo. Come suo padre ufficiale di carriera.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Successivamente ho preso le distanze dai suoi scritti, ma soprattutto dalla sua intonazione spirituale</strong>. Sul versante dei contenuti poco mi ha convinto il suo anatema dei consumi. E lo rivolgeva a mmmia? Che non c&#8217;avevo di che mangiare? Che sognavo i buondì Motta? Che ardevo dalla brama di sostituire la nutella a quella crema incolore di surrogato di cioccolato che la merceria della Signora Mimma con le tette belle vendeva sfusa prelevandola da un barattolone e che avvolgeva in una putrida carta oleata? Io? <strong>Mille volte avrei voluto subire quella ambitissima per me, odiosa per lui, &#8220;mutazione antropologica&#8221; dei consumi. Mille volte mi sarei mutato antropologicamente. Mille lucciole avrei ammazzato per un cucchiaio di santa nutella. Uno sterminio avrei fatto.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma anche l&#8217;intonazione spirituale di Pasolini cominciò ad andarmi in uggia. Due parole-chiave, in seguito ad altre letture e per triangolazione interna tutta mia, cominciai a guardare con sospetto e poi con insofferenza. <strong>La parola &#8220;fascista&#8221; appiccicata su ogni aspetto della realtà che non gli piaceva come un termine talismano (che però gli procurava immediate simpatie dal grande pubblico ideologizzato di allora) usato da lui in maniera metastorica ma già indigesta, con quelle sfumature generiche e svalorizzanti</strong>, a chi come me già leggeva Angelo Tasca e la sua interpretazione del fascismo storico. Nella sua visione ovviamente &#8211; &#8220;fascista&#8221; &#8211; era anche l&#8217;omologazione culturale impressa all&#8217;innocente popolo italiano dalla fascistissima società neocapitalistica (Innestando nel senso comune il paradigma, che tanti successi elettorali porterà ai grillini di ieri e di oggi e di domani, di una Politica &#8220;corrotta&#8221; e degli italiani &#8211; quelli che si lampeggiano quando vedono la polizia o frodano il frodabile &#8211; sostanzialmente &#8220;buoni&#8221;, non complici dello scasso, ma vittime).</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Altro termine da cui presi le distanze in seguito fu &#8220;Palazzo&#8221;. Nella sua terminologia assumeva l&#8217;accezione che Marcuse dava al &#8220;sistema&#8221; come un &#8220;tutto repressivo&#8221;</strong>, come una specie di invisibile <em>Nous</em> capitalistico teso ad &#8220;amministrare&#8221; le coscienze anche con dosi massicce di consumi al fine di procurarsi con questa specifica &#8220;desublimazione repressiva&#8221; masse satolle, soddisfatte e domate, non più ribelli. Ma questo &#8220;Palazzo&#8221; non era un &#8220;predicato senza soggetto&#8221;, come Michael Walzer (cfr <em>L&#8217;intellettuale militante</em>, Il Mulino, 2002) rimproverava a Marcuse per il suo Sistema, <strong>no, nella visione di Pasolini aveva nome e cognome: Democrazia Cristiana da lui in sostanza additata quale responsabile del pervertimento del popolo italiano</strong>, che bisognava trascinare in tribunale e processare. Lui sapeva i capi d&#8217;imputazione ma non ne aveva le prove. La prosa di Pasolini si caricava perciò di un <em>pathos</em> tanto immenso e affliggente quanto astratto e senza limiti. Ai limiti del complotto era la sua moralità leggendaria, intransigente e senza cedimenti. Il colpevole? Il Palazzo!</p>
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		<title>Pasolini è morto, viva il consumismo!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jul 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cattivi Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Italia Profonda]]></category>
		<category><![CDATA[Mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[Società dei consumi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il consumismo è stato nefasto per la cultura in generale, in particolare per quella italiana. Non v'è alcun dubbio. Ma a cosa serve confondere l'Italia che fu con la povertà e l'indigenza? Per restare veri e puri bisogna necessariamente morir di fame? Il pauperismo osannato da Pasolini ha  attecchito nella cultura italiana, sempre più frivola e spendacciona, facendo leva sui suoi pregiudizi agropastorali.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Può darsi che nell’inverno del nostro scontento un motivo d’afflizione aggiuntiva possa derivare dallo svuotamento delle tasche per via di questa spaventosa crisi che chissà quando ci farà rivedere “i raggi di questo sole di York” (<em>Riccardo III</em>, atto I, sc.I). E può darsi che un periodo di contrazione dei consumi possa essere visto con giubilo da chi non ha mai mancato, dal primo apparire dell’affluent society da noi, di fare <strong>il broncio pedagogico e penitenziale contro il maledetto consumismo</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Per quanto mi riguarda mai mi sono accodato a tutti coloro che con aria contrita si sono affannati a biasimare la tendenza al consumo degli italiani a partire dagli anni ’60, <strong>gli anni più felici di sempre</strong>, gli anni di “Carosello”, della canterina vetrina televisiva che invitava al consumo. Ah il consumismo, ah la perdita dei valori, ah il vagheggiamento di una società agropastorale!</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Prima del grande e impetuoso sviluppo degli anni ‘50/’60, il cosiddetto “miracolo economico”, eravamo un Paese povero e disgraziato (e il generale De Gaulle infieriva : &#8220;l&#8217;Italie n&#8217; est pas un pays pauvre, c&#8217; est un pauvre pays&#8221;). Nella economia dei prodotti a chilometro zero (quella della penuria preindustriale non quella doviziosa, sfiziosa e postindustriale di oggi) <strong>si faceva la fame</strong>. Nelle montagne imperava il gozzo e l’incesto. Nelle campagne si sudava da bestie e i cani abbaiavano alla luna scambiandola per polenta (&#8220;La luna e i falò&#8221;). Nelle città la maggior parte della gente viveva in fetide case di ringhiera col cesso in comune sul ballatoio, &#8220;in punta&#8221; si diceva a Milano, ossia alla fine della ringhiera. E quelli del Sud, &#8220;Gli alunni del sole&#8221; secondo Giuseppe Marotta, scappavano a gambe levate appena potevano <strong>abbandonando i mandolini, il sole e il mare</strong>, per poi poterli meglio cantare, ma da lontano, in qualsiasi luogo che non gli ricordasse <strong>l’afflizione, la penuria quando non la fame.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Perciò, benché consumatore parco, ho avuto verso il consumo, da “materialista spirituale” quale sono, sempre un comportamento responsabile ma<strong> mai denigratorio e sprezzante</strong> (non me lo potevo permettere). Era il mio mondo del consumo al quale anch’io accedevo finalmente, era il mio “edonismo immaginativo autonomo” per usare la bella espressione di Colin Campbell (<em>The Romantic Ethic and the Spirit of Modern Consumerism</em>, Oxford 1987) cioè un piacere che rilasciava intime soddisfazioni, enzimi di piacere, endorfine da supermercato: <strong>ah il mio primo e indimenticabile croccante cornetto!</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Se c’è qualcosa che temiamo come la morte, oggi, è tornare a quei tempi andati, ecco perché siamo rimasti come paralizzati davanti ai colpi della recessione e degli altrettanto violentissimi colpi del governo, di questo e di quello precedente, che ci hanno tramortiti. <strong>C&#8217;è sempre un governo che è ladro per default nel nostro immaginario</strong>. Non crediamo che sia probabile tornare a quell’Italia lì, ma la paura è tanta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Socrate andava ogni giorno al mercato per constatare di quante cose non avesse bisogno (Diogene Laerzio, <em>Vite dei filosofi</em>). Anch’io, <strong>mi ritengo un consumista svogliato</strong>. Ho una vecchia automobile, pochi vestiti, alcune paia di scarpe, vivo una vita media da uomo medio, tranne questa passione insana per il libri, fonte aggiuntiva di dolore, perché come dice la Bibbia: “Molta sapienza, molto affanno: chi accresce il sapere, aumenta il dolore” (<em>Qo</em> 1, 18).” Ma meglio questa afflizione autoimposta che una sciocca ed ebete <strong>mancanza di consapevolezza</strong>. So che il mercato procura dolori, ma sono contento però che ci sia un mercato. E non faccio il broncio a chi consuma. <strong>Ognuno si impicca alla corda che vuole</strong>, anche chi tiene un tenore di vita al disopra dei propri mezzi, anche ricorrendo ai debiti. E ce n’è tantissimi: per esperienza lavorativa ho visto cose che voi umani…</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Per conto mio sono per la massima: “di ciò che non abbiamo, facciamo senza”. Ma non amo il francescanesimo. <strong>Il pauperismo realizzato non potrà che distribuire miseria</strong>. Non sono per l’esaltazione della povertà evangelica e di contro non sono ideologicamente avverso al mercato e al consumo.<br>Per dire, preferisco il Voltaire del <em>Mondano</em> &#8211; il filosofo che in quel poemetto cantava le lodi di una delle prime globalizzazioni (sì, trafficava anche in schiavi, ahimè) e concludeva “Le paradis terrestre est où je suis” &#8211; a un Rousseau con la testa sempre rivolta all’indietro in uno stato ferino di natura, che viveva come un orso solitario, privo di ogni conforto e predicava il ritorno <strong>a una punitiva società senza spettacoli, senza consumi</strong>, tanto che Voltaire sbottò in una lettera: «Signore, vien voglia di camminare a quattro zampe quando si legge la vostra opera»&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il consumismo, viene detto con aria deprezzatoria, porta malessere e insoddisfazioni crescenti. Vero. Ma è da preferire questo tipo di malessere del benessere <strong>al malessere del malessere di chi non ha nulla e nulla può desiderare</strong>. Meglio una fila per un Ipad che per un’aringa affumicata. Mai ho seguito i miti regressivi alla Rousseau o alla Pasolini [nella foto in vistoso total Gucci]. Sono nato in povertà e sono riuscito a fuggire fortunosamente da quel mondo inseguendo un sogno piccolo-borghese di lindore, di pulizia (nella lingua prima che nel vestiario o negli arredi), proprio come il cantore dei coatti romani, <strong>Pier Paolo Pasolini</strong>; lo scrittore che mentre inseguiva narrativamente, e non solo, pischelli borgatari quali il Rinzetta e il Riccetto che parlavano come le coatte di oggi, che vagheggiava una società povera, che assegnava, da intellettuale decadente gidiano qual era, <strong>chissà quale funzione di redenzione al sottoproletario di borgata</strong>, ebbene questo intellettuale costretto per un certo periodo della propria vita a vivere in<strong> borgata da cui è scappato appena ha potuto</strong>, vergava negli umidi quaderni piccolo-borghesi de <em>La religione del mio tempo</em> questi versi racchiusi nel capitoletto “Il mio desiderio di ricchezza”:</p>



<blockquote class="wp-block-quote has-text-align-center is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Prima di ogni altra cosa, una camicia candida!<br>Prima di ogni altra cosa, delle scarpe buone,<br>dei panni seri! E una casa, in quartieri<br>abitati da gente che non dia pena.</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Da gente che non dia pena! Ossia lontano dagli sguardi dei borgatari che poi andava a incontrare, lui, su fiammanti automobili sportive. Adoro Pasolini &#8211; soprattutto quello critico, lo scrittore di <em>Passione e ideologia</em> e <em>Descrizioni di descrizioni</em> (il migliore secondo me) &#8211; e dico questo per ripararlo subito dai colpi che potrebbero dargli coloro che usassero le mie parole contro di lui. Ma come dice Sciascia: <strong>contraddisse, e si contraddisse</strong>. È l’intellettuale che più di ogni altro scrisse contro il consumismo, <strong>parlando di una alluvione antropologica solo perché cominciavamo ad addentare qualche Buondì Motta</strong>, lui, quel poeta che si dilungava su acquisti Biedermeier, da piccolo borghese con aspirazioni di lindore filisteo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli<em> Scritti corsari</em> prediceva castrastofiche mutazioni antropologiche degli italiani, e vagheggiava recensendo le prose di <em>Un po’ di febbre</em> di Sandro Penna la società povera e debilitata dell’Italia degli anni Trenta.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><br>Se Pasolini è uno scrittore di sinistra (seppur una sinistra reazionaria, com’è stato detto) allora è il destinatario naturale di questa osservazione di Michael Walzer (<em>L’intellettuale militante</em>, Il Mulino 1988):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">«<strong>Non è mai stata una buona idea per la sinistra quella di collocarsi in netta contrapposizione ai valori della gente comune</strong>. L&#8217;attacco ai beni di consumo è il punto estremo cui può arrivare l&#8217;ostinazione dei critici della società, poiché la gente, privata delle cose, è resa libera per una politica non più di quanto siano resi liberi per l&#8217;arte gli artisti che fanno la fame. <strong>La privazione è privazione</strong>; non ci si può sottrarre al mondo del guadagno e della spesa semplicemente non guadagnando e non spendendo. La vita comune ha le sue esigenze, non soltanto di ciò che è assolutamente necessario, <strong>ma anche di ciò che è puramente desiderabile</strong>».</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">E adesso, se vi è rimasto qualche spicciolo in tasca e se volete sentire ancora la gradevolezza delle endorfine del consumo sulla vostra pelle: <strong><em>enjoy it</em>, ci sarà tempo per il <em>penitenziagite</em>!</strong></p>
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		<title>Pasolini visto da Arbasino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Jun 2024 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Italia Profonda]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Anni '60]]></category>
		<category><![CDATA[Arbasino]]></category>
		<category><![CDATA[Mutazione antropologica]]></category>
		<category><![CDATA[Omosessualità]]></category>
		<category><![CDATA[Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[Società dei consumi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La critica opportunista di Pasolini, secondo Arbasino, rimpiangeva un età dell'oro della disponibilità dei "pischelli di borgata", ormai sedotti dall'accessibilità delle donne e del lusso, e indifferenti, se non indisposti, nei confronti delle avances di PPP.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Per una interpretazione profonda di PPP suggerisco di leggere il profilo acuminato che ne fa Arbasino in <em>Ritratti italiani</em>. È una spiegazione di un<strong> omosessuale conservatore, brillante e giramondo</strong> (chi meglio di lui ha descritto la &#8220;bellezza&#8221; del miracolo economico degli Anni Sessanta ? &#8211; decennio secondo lui in cui il futuro aveva ancora un avvenire, altro che catastrofe antropologica!) <strong>nei confronti di un altro omosessuale più cupo e angosciato e forse masochista</strong>, il quale imputava chissà quale scasso antropologico degli italiani ai consumi e all&#8217;avvento della libertà sessuale degli anni &#8217;70, che invece <strong>rendeva disponibili finalmente le ragazze ai suoi pischelli di borgata</strong>, e smentiva l&#8217;assunto corrente tra gli omosessuali internazionali, da Winkelmann a von Gloden e di tanti altri viaggiatori dal &#8216;700 al &#8216;900, di una bisessualità o omoerotia spontanea presso i ragazzi italiani, i quali in verità andavano con loro <strong>solo perché poveri e non avendo donne disponibili se non a pagamento</strong>. PPP fu sconvolto secondo Arbasino, che lo frequentò fin dai primi anni Sessanta, da questi mutamenti economici e sessuali.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Ecco alcuni brani, necessariamente scuciti, tratti da <em>Ritratti italiani</em> di Alberto Arbasino:</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sulle consuetudini sessuali di due scrittori omo quali Pasolini e Comisso</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima fase:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Segregazione serale dei sessi.</strong> <strong>L&#8217;età dell&#8217;oro della omosessualità internazionale.</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">«&#8230;diari appena mossi (da leggerezza rapsodica, non da strategie narrative) di una <strong>inquietudine ingorda e inesausta nel &#8220;battere&#8221; teneri ragazzi contadini</strong> (Pasolini) oppure giovanotti in età militare (Comisso) con una passionalità quantitativa che raggiunge risultati strepitosi, numericamente, in una Italia minore ancora antica e rustica e attonita e gentile, e semivuota, <strong>ma tradizionalmente bisessuale</strong> e disponibile anche più della Grecia e della Tunisia, finché durò <strong>la segregazione serale dei sessi.</strong>»</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Eccolo il punto. « la segregazione serale dei sessi»</p>



<p class="wp-block-paragraph">Altro punto:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Bisessualità di necessità</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">«Le condizioni maschili erano semplici e basiche, secondo i requisiti tipici d’una bisessualità &#8220;di necessità&#8221; <strong>in una società dove le ragazze sono tradizionalmente inaccessibili</strong> [&#8230;]. Permissività, movimenti giovanili e discoteche spazzeranno poi questa tradizione o illusione (e Pasolini stesso si lagnerà della mutazione antropologica: «Ora devo fare centinaia di chilometri per cercare sulle cime dei monti ciò che fino a poco fa trovavo sotto casa»). Ma la caratteristica di queste pagine è una capacità di<strong> fissazione amorosa</strong> continua, ripetuta, erratica, insaziabile.»</p>
</blockquote>



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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Fine dell&#8217;età dell&#8217;oro della presunta bisessualità mediterranea</strong><br><br>Seconda fase:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">«Roma, anni Cinquanta: a detta di ogni tradizione orale e di testimonianze innumerevoli, <strong>l’ultima età d’oro per la bisessualità mediterranea</strong>, latina, rinascimentale, sia popolare sia di élite, come l’hanno conosciuta tanti viaggiatori, per consuetudine antica.»</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Terza fase:<br><br>Quando<strong> un&#8217;alfa romeo in piazzetta non è più un avvenimento</strong>. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Come si scambia un mutamento nel costume sessuale per una catastrofe antropologica (ah i maledetti consumi!)? Semplice: è cambiato lo scenario della presunta bisessualità dei ragazzi poveri. <strong>Per PPP le occasioni diminuiscono</strong>. I ragazzi escono con le ragazze. Ninetto si sposa. Sono gli anni &#8217;70. Il benessere è diffuso. <strong>PPP è disperato</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco il brano:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">«Terzo tempo. L’età permissiva dei movimenti giovanili e della liberazione femminile ha alcune conseguenze decisive: la formazione precoce della coppietta definitiva, non più dopo i vent’anni, ma addirittura a dieci. Smentita, empirica, della tesi della bisessualità antropologica, pagana, dei ragazzi italiani. Fine delle bande avventurose di ragazzi sperimentali; omologazione, omogeneizzazione dei comportamenti. Fine dell’originalità individuale, dei caratteri regionali, del sapore locale. <strong>Standardizzazione e spersonalizzazione anche dell’atteggiamento omosessuale</strong>, riservato a ‘gay’ o ‘checche’ fatte con lo stampino, invase da galatei che impongono baffi e canottiere e orecchini identici in ogni paese. Ghettizzazione in discoteche dove si ‘investe’ il tempo e i soldi del sabato sera in un amalgama impersonale, o in baretti dove si passano le ore gemendo sui bei tempi passati e sulle nuove malattie. Inoltre, non solo la droga e le armi rendono ormai pericolose e criminali quelle periferie già familiari e amichevoli: <strong>i ragazzi adesso hanno soldi e automobili, oltre che le ragazze</strong>. L’arrivo di un’Alfa Romeo in una piazzetta non è più un avvenimento, l’offerta di una pizza fa sorridere di compatimento. Questi sono i temi della <strong>mutazione antropologica</strong> drammaticamente trattati dall’ultimo Pasolini disperato: forse è stato anche frainteso, perché chi rimpiange un’Italia sana e frugale e lieta può sembrare un nostalgico del fascismo. Ma le<strong> </strong><em><strong>motivazioni autobiografiche</strong></em> delle sue <em><strong>anacronistiche invettive</strong></em> contro la <strong><em>società dei consumi e del benessere</em></strong> (corsivi miei) possono rendere ancora più straziante quella tragica fine di Pier Paolo.»</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Conclusione:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">«Pier Paolo lanciò il suo ostinato masochismo caratteriale e sperimentale contro i torti inestinguibili di una società malevola nel suo cattolicesimo come nel suo comunismo.»</p>
</blockquote>



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