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	<title>Premio Strega Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Non possono esserci solo romanzi pietisti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Oct 2025 10:49:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando la vita sparisce dai romanzi e la letteratura si riduce a poco più di una seduta di gruppo.</p>
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<p><strong><em>Nota a chi legge:<br></em></strong><em><br>Scrivere di dolore è non solo legittimo, ma spesso necessario. Alcuni dei libri che saranno citati in seguito contengono pagine potenti e oneste. Non metto in discussione il diritto di raccontare traumi, malattie o fragilità. Ma quello che oggi vedo – troppo spesso – è una narrativa che usa il dolore come lasciapassare, come scorciatoia estetica e soprattutto etica. Qui si vuole mettere in discussione un meccanismo editoriale, culturale, stilistico, che rende il dolore un prodotto. Una macchina che vende emozioni consolatorie, ma che nel farlo dimentica che la letteratura dovrebbe essere soprattutto vita, invenzione, visione, tensione.</em></p>



<p></p>



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<p>Negli ultimi anni è emerso un genere letterario apparentemente di successo, che chiamiamo “romanzo pietista”. Quel tipo di romanzo che mette al centro <strong>malattia, perdita, trauma, lutto e disagio mentale</strong>, non come materia narrativa, ma come garanzia morale.</p>



<p>È la nuova zona franca della letteratura contemporanea: se soffri o se scrivi di qualcuno che soffre – anche se è un personaggio di fantasia &#8211;<strong> puoi anche dimenticare trama, stile, visione, coerenza, messaggio</strong>. Non importa. Il dolore ti assolve sempre.</p>



<p>Lo spunto di questa riflessione è giunto dopo aver provato a leggere <em>Lo sbilico </em>di Alcide Pierantozzi. Un testo che si muove tra diario clinico e flusso letterario, tra ambulatorio e confessionale. La lingua e lo stile cercano di tenere insieme i pezzi e a tratti ci riescono anche. Ma il problema non è stilistico quanto sostanziale.</p>
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		<title>Antonio Scurati e l&#8217;antifascismo di facciata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Oct 2024 10:46:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Stroncature]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Scurati]]></category>
		<category><![CDATA[Davide Brullo]]></category>
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		<category><![CDATA[Mussolini]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Strega]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>recensione estratta dal libro "Stroncature" (GOG 2022) di Davide Brullo.</p>
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<p>Più che lo stile, poté la mole. <strong>Muscolare. Fascistissima</strong>. Più di ottocento pagine per raccontare il primo atto della vita politica del Duce, dalla fondazione dei Fasci di combattimento (23 marzo 1919, Milano; incipit alquanto moscio: «Affacciamo sulla piazza del Santo Sepolcro. Cento persone scarse, tutti uomini che non contano niente&#8230; Aspettano che io parli ma io non ho nulla da dire»), al 3 gennaio 1925, quando Mussolini risolve a suo favore la crisi seguita al delitto Matteotti, con il celebre discorso ai deputati («<strong>ebbene, signori, io dichiaro qui, al cospetto di questa assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto&#8230;</strong>», potete leggerlo in scioltezza su qualsiasi repertorio online).</p>



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<p>Ovviamente, per il getto delle prossime settimane – la durata biologica di un libro – non si parlerà d’altro che di <em>M. Il figlio del secolo </em>(nel maneggiare il titolo, il calco, lieto, è da <em>N.</em>, il romanzo di Ernesto Ferrero, un po’ più smilzo, dedicato a un duce un po’ più celebrato, Napoleone, che predò lo Strega nel 2000<strong>: si sa, i dittatori tirano, letterariamente e letteralmente</strong>), l’ultima, sfiancante gincana romanzesca di Antonio Scurati, scrittore avvezzo ai premi (un Campiello per <em>Il sopravvissuto</em>, finalista allo Strega con <em>Il padre infedele</em>) e non indifferente al saggio (tra i noti: <em>Guerra </em>e <em>La letteratura dell’inesperienza</em>). <strong>Che Scurati abbia dichiarato di volere dare, con questo romanzo, il proprio personale contributo all’antifascismo, è del tutto ininfluente: sarebbe come dire che <em>Moby Dick </em>è stato scritto da Melville per focalizzare l’attenzione planetaria sul problema della cattiva alimentazione dei marinai a bordo di una baleniera</strong>. Scurati, piuttosto, con intelligenza, ha capito la cosa più semplice: <strong>il Ventennio</strong> – preciso: dalla fine della Grande guerra al Dux a testa sotto in piazzale Loreto – <strong>è una miniera romanzesca</strong>, altro che <em>American</em> <em>Tabloid </em>di James Ellroy, per dire.</p>



<p>Solo che. Scurati decide di ammainare il “romanzesco” in favore di una sorta di immane docu-film della vita di Mussolini.<strong> Il libro, costruito per sketch (ogni capitolo, piuttosto rapido, sgrana protagonista, luogo, data), sostenuto da una scrittura fredda, anti-empatica e anti-epica, sul crinale del piatto e del superficiale, ha, perciò, un pericolo genetico: la monotonia</strong>. A pagina 300 l’ardito lettore si lancia nella più spossante delle considerazioni (caspita, me ne mancano altre 500!), senza, in fondo, avere scoperto ciò che già non sappia se ha letto una manciata di saggi storici specifici o una biografia nutrita del Dux. Se il romanzo, di norma, nasce per mostrare il lato nascosto della realtà, il mostruoso dietro l’ordinario, le pudenda del mostro, qui Scurati, facendosene vanto («ogni singolo accadimento, personaggio, dialogo o discorso qui narrato è storicamente documentato»), <strong>racconta i fatti nella loro nuda ovvietà in blanda cornice narrativa</strong>. Solo che il libro non è utile come bigino per l’esame di storia contemporanea (troppo lungo) né per invogliare il liceale a far pratica nella storia patria (meglio un documentario, una serie, un film).</p>



<p>A parte alcune scene di rapace efficacia (esempio: nella morte del brigadiere Ugolini, linciato dalla folla nel giugno 1920, Mussolini «contrariamente al solito, sembra sinceramente scosso. Al contrario di ciò che nega esplicitamente, si ha l’impressione che… veda il cannibalismo all’orizzonte del futuro<strong>»), il libro (non romanzo) pecca (esplicitamente?) di «effetto Wikipedia»</strong>. Così, quando appare Filippo Tommaso Marinetti scopriamo che «nel millenovecentonove ha fondato la prima avanguardia storica del Novecento italiano. Il suo manifesto per un movimento poetico futurista ha avuto risonanza europea, da Parigi a Mosca» (ma va!), mentre Mario Sironi è uno «che dipinge paesaggi urbani inanimati in cui la natura è assente», Umberto Boccioni è «il pittore delle visioni simultanee» e Gabriele d’Annunzio «ha speso il primo cinquantennio della propria vita nel tentativo di diventare il primo poeta d’Italia» (e «ci è riuscito»). <strong>Anche le chiavate del Duce con Margherita Sarfatti («il secolo vibra nei suoi seni, nel suo ventre, nelle sue cosce nude, spudorate. Lui, Benito Mussolini da Predappio, figlio di Alessandro, contro quelle cosce da signora ci sbatte come la mosca impazzita sbatte sul vetro del bicchiere capovolto») hanno il sapore stucchevole e didascalico dell’anagrafe cimiteriale</strong>.</p>



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<p>Diciamo che un romanzo storico di 800 pagine, oggi, <strong>si sopporta solo se sei Lev Tolstoj o se tenti di scassare gli angusti limiti del genere</strong> (esempi ce ne sono, dopo Thomas Mann: l’Uwe Johnson di <em>I giorni</em> <em>e gli anni</em>, oppure, più recenti, Christoph Ransmayr e Jan Brokken), e Scurati – onore alla fatica – pare terrorizzato dall’adornare il Duce di aggettivi. <strong>Così Benito Mussolini, imbarbarito dalla fame di fama, fa la figura dell’assatanato sessuomane, un poco <em>pataca</em>, come si dice dalle parti sue, in Romagna, né glorioso né grottesco, il grado zero dell’uomo</strong>. Eppure, è la letteratura a fare la storia, il contrario è pappa stantia, stanchezza retorica: anche la presa di Fiume, presa per quella che è, in fondo («l’intera città appare in orgasmo. Il clima umano è da orgia a cielo aperto. La libidine sfrenata del seduttore la pervade. Soldati, marinai, donne, cittadini turbinano, variamente allacciati, sul ritmo di fanfare militari»), è una specie di brioso happy hour.</p>



<p>Qualche bizzarro riferimento all’attualità (a un certo punto appare «Arcore, il buco del culo del mondo») e certe sentenze («nessuna morte eroica ha senso per gli italiani, sempre pronti a tirare fuori il coltello per scannarsi in liti d’osteria ma incapaci di muovere un dito per l’Italia») sintetizzate meglio da chi conosce il mestiere (nel recente <em>Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale</em>, Vittorio Emanuele Parsi ricama sull’«ammirazione che troppo spesso molti italiani provano per il potere, pari solo al disprezzo che nutrono per l’autorità»), in questo libro che pretende di essere il prototipo del romanzo anti-sovranista non mi tolgono di torno una funerea considerazione<strong>. La storia soffoca l’atto letterario, il Duce incenerisce i suoi candidi o ruvidi cantori</strong>. Per raccontare Mussolini ci vorrebbe un Malaparte. Abbiamo Scurati. Tocca tenercelo.</p>



<p>Antonio Scurati, <em>M. Il figlio del secolo</em>, Bompiani</p>



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<p>Caro Antonio Scurati,</p>



<p>non ci conosciamo, sa come la penso, le porgo i miei sinceri complimenti<strong>. Ha ottenuto ciò che voleva e al vincitore va dato atto della vittoria</strong> – tuttavia, sa anche questo, non basta una bottiglia di liquore e la rampicata per la cima della classifica delle vendite a fare il capolavoro. <strong>A volte la immagino travestito come il “Duca di Ferro”, Amedeo di Savoia-Aosta, mentre cavalca il Duce, aggiogato da sella eritrea, che gli stuzzica il cranio e lo imbocca con carote a fiotti, ridendo, beato</strong>. Una scena raccapricciante, ha ragione. D’altronde, è ciò che ha fatto: cavalcando Mussolini, equino di razza, ha vinto lo Strega e le reticenze dei lettori di ogni latitudine.</p>



<p>Caro Scurati, le scrivo convinto di poter raffinare il suo trinariciuto narcisismo. <strong>La prego, ha ottenuto quel che voleva, ora basta, non ci propini il ricino di altri due volumi di <em>M. Il figlio</em> <em>del secolo</em>, uno è sufficiente</strong> – peraltro, mi creda, lo sa, non ha la statura di un Malaparte né la verve di un Pasolini, le seconde puntate funzionano peggio della prima, non sarà ammansito dallo Strega, venderà di meno. <strong>Didascalico, retorico, cronachistico, il suo libro ha retrodatato la nostra letteratura di due secoli</strong>: probabilmente ha preso a modello Dumas figlio, non possiede il genio di Thomas Mann, ha ignorato la perizia di Uwe Johnson e le peripezie stilistiche di William Vollmann (perché?), le è aliena la furia apocalittica di un Giuseppe Genna (le consiglio, per variare sul menù, la lettura delle <em>Lettere dalla Russia </em>di Astolphe de Custine, può esserle utile: lì l’osservazione politica s’innerva perfettamente allo sketch narrativo). Ha scoperto l’uovo di Colombo – <strong>scrivere un romanzo sul Dux, cent’anni dopo i Fasci di combattimento, colpo da biliardo retorico</strong> – e l’ha cucinato per le masse, mirando a una narrazione populista più che popolare, anelando a essere (come i narratori deboli) il Duce della letteratura italiana, il guru con le verità in tasca.</p>



<p><strong>Il romanzo, una frittata, è scritto male</strong> – che erotico grigiore le chiavate del Mascellone con la Sarfatti, «il secolo vibra nei suoi seni, nel suo ventre, nelle sue cosce nude, spudorate» –, è monotono – a causa della scansione cronologica, pedante: bisogna variare, stupire, volare alto! –, storicamente stucchevole – chi non sa che Marinetti «nel millenovecentonove ha fondato la prima avanguardia storica del Novecento italiano» e che «Il suo manifesto per un movimento poetico futurista ha avuto risonanza europea»?, non faccia il ciuco! –, <strong>con affondi psicologici degni di un gestore di racchettoni ad agosto che abbia l’estro di sfidare Roger Federer</strong> – del tipo: «Tutto va male. Non c’è nemmeno un soldo. A volte si fa anche la fame».</p>



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<p><strong>Sostanzialmente, il suo non è un romanzo, ma un vago, variopinto libro di storia.</strong> Una di quelle lagnose biografie che trovi a stagionare in una bancarella periferica. Non è un’illazione, la mia, ne è consapevole anche lei. Appena ha vinto l’ambito premio, non ha parlato di letteratura ma di storia: «moltissimi altri lettori italiani conosceranno attraverso <em>M </em>la loro storia, la nostra storia», ha detto. <strong>Quando la interpellano in certe trasmissioni televisive, in effetti, è preteso a parlare del Ventennio, della figura storica di Mussolini, non certo della sua opera, del suo genio romanzesco</strong>, e lei si presta al gioco medianico della tivù, vegeta nell’ambiguo.</p>



<p>A me sembra, caro Scurati, che il Duce la abbia annientata, la ha vampirizzata<strong>: esiste, come romanziere, perché esiste Lui, delle cui ombre si nutre con avidità da iena</strong>. Viene trattato alla stregua di uno storico – neanche, a ciò che dicono gli esperti, particolarmente dotato. <strong>Ha imparato la strategia di dire stratosferiche banalità ammansite da aggettivi</strong>, come quella che Mussolini abbia lavorato sugli «umori più neri delle masse, per alimentarle, soffiare su quel fuoco che soffia in basso, nelle paure, nei risentimenti, nei timori». Ci vuole un romanziere per dire il risaputo, per sputacchiare l’ovvio, che si attaglia al Dux come a Salvini come a Di Maio o al Commissario Zingaretti?</p>



<p>Caro Scurati, lei è uno scrittore da molto tempo, la prego, si conceda un po’ di dignità. <strong>Vederla scodinzolare intorno al mausoleo dei luoghi comuni, a fare la solita pisciatina</strong>, squalificando l’opera, «Dedico la vittoria ai nostri nonni e ai nostri padri, che furono prima sedotti e poi oppressi dal fascismo», <strong>è imbarazzante proprio per chi, come me, come tutti, ha avuto padri e nonni martirizzati dai fascisti</strong>. Ci mancherebbe che avesse scritto un romanzo in favore delle camicie nere – anche se forse sarebbe stato un azzardo narrativo più interessante (realmente, potentemente <em>narrativo</em>), indagare l’obbrobrio degli sconfitti, lo scempio degli ulcerati.</p>



<p><strong>Il suo antifascismo, caro Scurati, è di facciata</strong>: perché non ha scritto la biografia romanzata di Gramsci, di Giacomo Matteotti, di Carlo Roselli, di Piero Gobetti? Capisco, editorialmente sono personaggi che non “tirano” come il Duce. Perché, allora, non ha avuto il coraggio di scrivere il romanzo su Mussolini più che un bignami di storia sul Ventennio, all’acqua di rose, con qualche sortita letteraria a imbonire i lettori? Capisco, aveva timore che l’accusassero di apologia del fascismo. Ma uno scrittore, caro Scurati, non scrive per accontentare cani e porci: né zuppa né pan bagnato, ideologo dell’inerzia, Lancillotto dei pavidi, non le resta che fondare il Partito degli Ignavi. In effetti, che completi la trilogia del suo progetto narrativo o la interrompa, poco importa. Lei non è uno scrittore e io mi preparo, per tempo, a ballare il tango con la camomilla.</p>



<p>Stia bene, cordialmente, Davide Brullo</p>



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		<title>Melissa P. e il marketing dell&#8217;autoreferenzialità di Bompiani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Jun 2024 16:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Stroncature]]></category>
		<category><![CDATA[Bompiani]]></category>
		<category><![CDATA[Melissa P.]]></category>
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		<category><![CDATA[Storia dei miei soldi]]></category>
		<category><![CDATA[Stroncatura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Candidato da Nadia Terranova nella dozzina finale del Premio Strega, Storia dei miei soldi (Bompiani 2024) di Melissa P. è il trionfo dell'autoreferenzialità, una drammatizzazione autobiografica poco convincente, che tenta l'ormai consolidata strategia di marketing della Bompiani di puntare sul già visto (e già incassato). </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il lettore maturo (ossia, <em>forte</em>) che ha letto<em> </em><strong><em>Storia dei miei soldi </em>di Melissa Panarello</strong> (Bompiani, 2024) si è chiesto di certo come abbia fatto a entrare <strong>nella dozzina del premio Strega</strong> un romanzo che merita l’oblio – tenendo pure conto che è uscito a febbraio, a ridosso della scadenza per le candidature. Almeno, se l’è chiesto chi ancora crede che il più importante premio letterario italiano esprima la nostra migliore letteratura e non la nostra migliore <em>nomenklatura</em>. Ciò che si sa è che Nadia Terranova lo ha candidato definendolo «un romanzo magnifico, scivoloso e sapiente, che gioca con il grottesco, con il doppio letterario, con l’autofinzione, scritto dalla voce saggia di una donna capace di abbracciare la bambina che non smetterà mai di portare dentro.» Non si sa se qualcun altro del comitato direttivo gli abbia dato un’occhiata, visto che il direttore della Fondazione Bellonci ha dichiarato, in merito agli 82 candidati da smazzarsi in un mese: «<strong>Non sarete così ingenui da pensare che siamo andati a leggere tutta quella roba, vero?</strong>».</p>



<p>In linea con l’apprezzamento di Terranova, fioccano recensioni e interviste in rete e sui giornali che incensano l’ultima fatica di Melissa P, al punto che i lettori immaturi (ossia <em>medi</em> e <em>scarsi</em>) potrebbero fatalmente <strong>cadere nella trappola di andare a comprare il libro</strong>. Sono persone indifese, vittime di una tirannia culturale che spaccia per arte opere mediocri e considera la stroncatura un nemico mortale, una giusta causa di licenziamento: è per difenderci dalla tirannia del Kitsch che <strong>servono stroncature vere e nette</strong>; ed è solo questo il motivo per cui si discute qui di un libro da destinare al macero.</p>



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<p>Partiamo dalla trama. Ci sono due protagoniste principali, Clara T e Melissa P – esatto, l’autrice coincide con uno dei personaggi principali e con uno degli io narranti (l’altro è Clara, che si abbandona a lunghe battute di dialogo per raccontare di sé in prima persona). Normalmente, l’io narrante di un romanzo non coincide mai davvero con l’autore o l’autrice, è una sorta di gemello, ma <strong>la brama di autoreferenzialità, a quanto pare, era tale che la scrittrice doveva per forza essere protagonista della storia.</strong> Per comprendere fino a che livello arriva questa brama, si deve procedere passo dopo passo.</p>



<p>Clara è fittizia, un’attrice decaduta che interpretò Melissa P in un film tratto dal secondo romanzo di questa, una donna che per l’autrice-narratrice-personaggio è «l’altra me». Per quanto fittizia, l’idea non è proprio frutto del <em>genio</em> della scrittrice, visto che nella realtà Guadagnino effettivamente diresse il film <em>Melissa P</em>, tratto dal primo romanzo <em>100 colpi di spazzola prima di andare a dormire</em>.Tuttavia, Clara non è Maria Valverde, l’attrice che realmente interpretò Melissa P nel film di Guadagnino: Clara è l’alter ego di Melissa P stessa. <strong>Siamo già oltre la semplice autoferenzialità</strong>. Infatti, attraverso le vicende di Clara, soprattutto del suo rapporto con il denaro e del modo in cui da ricca è divenuta povera, <strong>Melissa P vuole riflettere e riappacificarsi con la Melissa P resa famosa in tutto il mondo, a diciassette anni, da <em>100 colpi di spazzola prima di andare a dormire</em></strong>; la quale – in modo mi auguro ben diverso dal personaggio inventato – ha dissipato la sua improvvisa fortuna fino a impoverirsi, anche a causa di una mal riposta fiducia in soggetti che hanno approfittato della sua ingenua fiducia. La vergogna di essere divenuta povera era tale che doveva prima o poi fare i conti con sé stessa. Dunque, siamo di fronte a <strong>una sorta di autoterapia romanzata dell’autrice, che invece di pagare uno psicoterapeuta come tutti, si fa pagare dai lettori la seduta.</strong></p>



<p><strong>Ricapitoliamo e riassumiamo: Melissa P racconta Melissa P dopo il successo di <em>100 colpi di spazzola eccetera eccetera</em>, attraverso un personaggio che interpretò il ruolo di Melissa P in un film tratto da un romanzo di Melissa P; allo scopo di affrontare il problematico rapporto col denaro che ebbe la giovanissima Melissa P. Si riesce a capire che non basta definire l’opera semplicemente autoreferenziale</strong>? È un testo la cui originalità consiste nel portare su un altro (basso) livello l’autorefenzialità, così di moda nella letteratura italiana; un vero e proprio format, probabilmente cesellato da un algoritmo o una IA esattamente come le serie TV delle emittenti <em>on demand</em> o i film costruiti da Hollywood a tavolino per essere campioni di incassi; una moda dalla quale il mainstream non vuole ancora discostarsi, <strong>in attesa di esaurire e saturare la pazienza del pubblico per proporre, solo allora, qualcosa di nuovo</strong> (non necessariamente innovativo). <em>Storia dei miei soldi</em> è l’ennesimo tentativo di rivitalizzare questo format.</p>



<p>Non siamo certo in presenza di una Annie Ernaux la quale, pur raccontando di sé, travalica la dimensione personale e per narrare una dimensione femminile universale. No, siamo in presenza di una Melissa P che ha rovinato un’idea in partenza buona, quella di inventare un personaggio fittizio per esplorare quello che lei definisce «il tabù dei soldi», espressione alla quale alcune entusiaste scrittrici femministe hanno aggiunto «in mano a una donna». Il tabù dei soldi sarebbe la vergogna con cui si guadagnano e si spendono, secondo l’autrice, facendone una massima universale; ma che tabù sarebbe quello della gestione finanziaria in mano a una donna? Un semplice tabù fittizio, inventato. Un pretesto per avviare un’opera il cui scopo è prosaicamente fare dell’autoterapia e raccontare di sé e di come si è raggiunta la felicità. Ma <strong>di pretesti questo romanzo nemmeno lunghissimo è zeppo</strong>.</p>



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<p>Parliamo del primo, quello che giustifica l’impostazione di tutto il libro. Melissa P scrive: «Una persona la conosci se conosci la storia dei suoi soldi», perciò decide di narrare della storia del denaro di Clara, con tanto di entrate e uscite dal suo conto corrente, di come l&#8217;ha sperperato, guadagnato, perso, investito e così via – insomma, <strong>“segui i soldi” applicata all’indagine sociale</strong>. Se fosse vera una proposizione del genere significherebbe che due individui sono esattamente la stessa persona se spendono e guadagnano allo stesso modo; e altra conseguenza logica è che non esiste nessuna attività umana che non contempli uno scambio di denaro. <strong>È una tesi che non sta in piedi</strong>, a meno che, invece di generalizzare a tutti gli esseri umani, non si limiti il campo a personaggi come <strong>Chiara e Melissa</strong>, le quali, evidentemente, <strong>sono soltanto i soldi che guadagnano e spendono</strong> – altro che <em>cogito ergo sum</em>!</p>



<p>Più avanti, c’è un pretesto ancora più odioso, soprattutto se si pensa a chi davvero lotta ogni giorno per essere felice, costretto a vivere nella povertà e nell’isolamento, rassegnato alla disperazione. Panarello scrive infatti:</p>



<p>«L’incontro con Clara mi aveva fatto precipitare in una vertigine di spavento, perché <strong>anch’io come tutti temevo di vivere nella felicità e quindi nei giorni belli mi mettevo sempre a pensare alle cose storte che potevano accadere, al di fuori del mio controllo</strong>. Eppure me la ritrovavo tra i piedi la felicità, ci inciampavo continuamente quando per esempio con mio figlio prendevo il treno per raggiungere un paese fantasma della Liguria o quando Matteo mi vedeva stanca la sera e lavava i piatti sotto l’acqua bollente e si metteva a letto con le mani scorticate. <strong>Non la volevo la felicità e lei invece restava con me e ogni volta che rimaneva a lungo aumentava l’agonia e la sentivo come una maledizione, più grande era, più terribile sarebbe stato il contrappasso</strong>.»</p>



<p>Siccome gira voce che le biografie drammatiche vanno forte, uno scrittore che vuol far cassa se ne deve inventare una; e se si tratta della persona più fortunata del mondo, deve raccontare di quanto sia terribile essere la persona più fortunata del mondo – come non sorridere dell’eroico marito che si sacrifica lavando i piatti, affrontando l’inferno di acqua bollente che, per misteriosi motivi idraulici, non si poteva stemperare girando la manopola dell’acqua fredda; cosicché, vinta la prova che neppure Eracle riuscì a superare, va a letto umile, con le mani segnate dalla pugna feroce, a testimonianza del suo valore? Ecco quindi rispettato un altro format tanto in voga nell’autofinzione italiana, quello della <strong>drammatizzazione di una vita agiata, privilegiata.</strong></p>



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<p>Altri pretesti per avvincere in modo disonesto il lettore sono gli inutili climax per situazioni le quali, nelle pagine successive, si scopre non hanno nulla di drammatico, fino a culminare in alcuni casi nel falso allarme tipo “al lupo al lupo”.</p>



<p>Poi c’è la dichiarazione dell’autrice nell’incipit: tutti i proventi del libro andranno a Clara, illuminando Melissa di un alone di generosità;<strong> ma Clara è inventata, e rappresenta Melissa stessa</strong> – il titolo <em>Storia dei miei soldi </em>è corretto perché si parla di quelli di Melissa. Inoltre, il finale rivelerà una menzogna ulteriore in quello stratagemma iniziale, che non è corretto rivelare per non rovinare il finale a sorpresa – sempre che qualcuno si voglia tanto male da leggere questo romanzo dopo essere arrivato a leggere fino a qui.</p>



<p>Infine, vi sono quei pretesti che servono a conferire un alone letterario a una <strong>narrazione vuota</strong>, ossia gli inserti per così dire “filosofici”, innestati quasi sempre nelle dichiarazioni di Clara, che suonano un po’ troppo forzati; ma la cosa peggiore è la loro banalità, quando non l’offesa gratuita come nel caso già illustrato del “dimmi come spendi e ti dirò chi sei”. Uno di questi è una riflessione di Clara che testimonia il livello medio della profondità di questo romanzo (pagg. 173-174):</p>



<p>«Se nasci ricco sei sprovvisto di generosità, ed è questo a mantenerti ricco. Se sei tirchio non puoi perdere denaro, puoi solo accumularne. Se nasci povero e diventi ricco sei bravo a dissipare, anche perché vuoi dimostrare a tutti come stato bravo a farne, ti fai vedere con gli orologi costosi e i soldi, invece che nasconderli, li fai annusare a tutti. Così ci metti poco a far tornare povera la generazione subito dopo di te. Se sei ricco da sempre e non hai mai saputo cosa è la povertà, perché neanche i tuoi nonni avrebbero saputo raccontartela, semplicemente non sai cosa succede alla gente povera: non sai come vive, non ne comprendi i bisogni, e quindi non l’aiuti, pensando che sia facile per loro cavarsela, come è facile per te. Ricordati, poi, che i ricchi sono tutti accomunati da una cosa: dalla vergogna. I soldi sono sempre sporchi, fatti con il sangue o il sudore, spesso di qualcun altro, ma a volte anche il proprio.»</p>



<p>Se i contenuti sono questi, si può immaginare la qualità dello stile: è <strong>ostinatamente paratattico</strong>, asindeti e polisindeti sono spesso opprimenti, l’<strong>italiano è sciapo e talvolta cacofonico</strong> – c’è scappato pure un errore di <em>consecutio temporum</em>. Ci sono <strong>tantissimi dettagli inutili</strong>, che hanno il sapore del pellet di polistirolo espanso: un elenco sterminato di cose possedute e perdute, esperienze vissute, senza alcuna motivazione al di là di quella di raccontare il vissuto di Clara e Melissa attraverso le cose possedute. Gli esempi sono davvero innumerevoli, ne cito solo uno che è verso la fine del volumetto e che vale per tutti:</p>



<p>«Dove avrei vissuto, però? Non sapevamo rispondere. Mi abbracciò, <strong>avevo un vestito a scacchi bianco e blu</strong>.»</p>



<p>Infine, Clara racconta a voce a Melissa con lo stesso stile con cui scrive la narratrice: <strong>non c’è distinzione tra l’una e l’altra voce</strong>, a parte le virgolette del dialogo: stessa punteggiatura, stesso uso del passato remoto (che nel parlato è molto raro), parlano con lo stesso tono e lo stesso timbro. Tutto uguale: <strong>uno degli errori più gravi per un narratore</strong>, che solitamente è commesso dai principianti; non da una scrittrice nata, come Terranova definisce Melissa P fin dal suo esordio.</p>



<p>Un romanzo di questa portata che arriva al premio Strega giustifica il suggerimento di Fulvio Abbate di <strong>prendere questo concorso per un gioco e niente più</strong>. D’altra parte, sono illuminanti le parole di Melania G. Mazzucco, presidente del comitato direttivo del premio Strega, in merito alla dozzina di quest’anno:</p>



<p>«Le opere presentate quest’anno al premio Strega dagli Amici della Domenica offrono un panorama frastagliato e contraddittorio, ma <strong>esaustivo</strong>, sulla narrativa contemporanea in lingua italiana. […] Abbondano le narrazioni oblique e non finzionali, composite, di taglio saggistico, memoriale o confessionale. Ma ritorna il romanzo d’impianto più classico, sia d’ambiente contemporaneo sia storico, con una lingua media, spesso intarsiata di dialetto, e un ritmo rapido, talvolta adattato alla serialità televisiva. All’opposto, svariate scritture sperimentali propongono <strong>impervie esperienze di lettura</strong>, <strong>in polemica e apprezzabile attitudine di resistenza alla prepotenza delle mode e del mercato</strong>.»</p>



<p>In attesa di avere in Italia un premio letterario tipo il Goncourt o il Nobel, ci dobbiamo accontentare dello Strega. Speriamo che almeno quest’anno vincano le «impervie esperienze di lettura», e non i format ormai usurati.</p>



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