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	<title>Romanzo Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Scrivere per sopravvivere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Nov 2025 13:01:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista a Federico Mosso, scrittore GOG al terzo romanzo. </p>
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<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-36e58e8de9a32053f8ad57d16bd29813">N:<br>Ciao Federico, non è la prima volta che pubblichi per noi. Ci conosciamo da diversi anni; apprezziamo la tua penna e il tuo stile, il lavoro che metti nei tuoi libri, frutto sempre di ricerca per le storie ma soprattutto per la Storia, che manipoli con abilità per costruire le tue trame affascinanti. Questa intervista quindi, più che per noi, è per i tuoi lettori, che potrebbero volerti conoscere più da vicino, perché se è vero che in ogni libro c&#8217;è un po&#8217; dell&#8217;autore, nei tuoi sei nascosto molto bene. La tua biografia, poche righe per lasciare su di te una certa dose di mistero, recita così: “lavora in una multinazionale per sopravvivere ma scrive per vivere”. È un&#8217;esagerazione romantica? È davvero così? La scrittura è il tuo rimedio al suicidio?</p>



<p><strong>Federico Mosso: </strong><br>Ciao <em>Il Nemico</em>, e grazie per questa simpatica chiacchierata. Sì, <em>lavoro in una multinazionale per sopravvivere e scrivo per vivere</em> … certamente una biografia stringata, minimale, quasi una boutade, ma giusta così in un contesto di quarta di copertina. Non occorre aggiungere troppo su di me, lascio che il giudizio e l’interesse vengano rivolti a ciò che scrivo più che alla mia vita in sé. In un mondo di protagonismi, di vanteria, di boria, di autoesaltazioni preferisco in questo ambito raccontare direttamente ciò che creo scrivendo, rispetto a ciò che sono e che faccio nella mia vita privata. Mi chiedi se la scrittura sia il mio rimedio al suicidio. Ecco, <em>esageruma nen</em>, ci si suicida per drammi, per sofferenze, per disgrazie, per disperate infelicità che per fortuna non mi appartengono.<strong> Al contempo, nel mio caso, affermo senza indugi che la scrittura salva la vita</strong>. Sì, è il mezzo eccezionale, di cuore e mente, per elevarsi dalla routine grigia e molesta di tutti i giorni, dal lavoro inteso come necessità di guadagno, meccanismo collettivo a cui non si può rinunciare, a meno che non si sia disposti ad una grande e coraggiosa rinuncia del materiale (non sono così tosto da diventare eremita), a meno che il lavoro non collimi con la passione e il desiderio e dunque l’appagamento (bravi loro che ce l’hanno fatta in tal senso, guadagnare da un mestiere che li rende felici nel farlo), a meno che non si sia molto ricchi (peccato, sarà per un’altra vita …).</p>



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<p>Ecco, io sono uno dei tanti, dei tantissimi, che lavora con onestà per guadagnarsi da vivere e che però ha la necessità vitale, il desiderio fortissimo – l’ossigeno dell’anima – di cercare una via di fuga dal meccanismo quotidiano, dall’imprecazione delle ore sette della mattina, dall’ufficio e dai fogli excel, <strong>e nel mio caso questa via di fuga è rappresentata dalla scrittura</strong>. Il grande rimedio. La medicina dell’anima per elevarsi, la salvezza dall’abbruttimento, dalla rassegnazione, dai conti della serva. La scrittura come passione che brucia a fiamme alte, lima che sega le sbarre del foglio Excel, corda di lenzuola per fuggire dall’open space, quella scialuppa di fortuna per sfidare il mare in burrasca di scartoffie urticanti come meduse. C’è questo vecchio film meraviglioso, <em>Papillon</em>, con Dustin Hofman e un grandissimo Steve McQueen, galeotti senza futuro gettati in una terribile colonia penale francese, che però non si arrendono, cocciuti privi di speranza che tentano in tutti i modi di evadere perché la libertà è una conturbante sirena dal canto irresistibile. Nella scena finale Papillon, alias Steve McQueen, rinchiuso sugli scogli nell’Isola del Diavolo, si tuffa dagli alti bastioni naturali dell’isola con la sua zattera di noci di cocco e urla tra le onde del mare:</p>



<p><em>«Maledetti bastardi&#8230; sono ancora vivo!»&nbsp;</em></p>



<p>Una frase meravigliosa, la brevissima poesia di chi mai si arrende. La stessa frase che mi viene in mente quando finisco di scrivere un libro, o anche solo un buon racconto che finirà sepolto in un cassetto. Scrittura è vita, è parte essenziale della mia vita.</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-4476e34d6c27112fe7b434a13fd425d7"><strong>N:<br><em>Il club degli Insonni</em>, <em>Ho ucciso Enrico Mattei</em>, e adesso <em>Zobel</em>. Sei alla tua terza pubblicazione con GOG Edizioni. Nei tuoi libri racconti la vita di personaggi assurdi e visionari, baroni sanguinari, agenti della CIA, killer spietati, individui liberi che hanno voltato le spalle ai canoni e fatto di testa loro, spesso portando le loro vite a degli eccessi, stazioni misteriose dell’esistenza da cui non si torna. Cosa ti affascina di questi soggetti, cosa ti nutre delle loro storie? </strong></p>



<p><strong>FM:</strong><br>Ai Santi preferisco i mariuoli. Nell’eccentricità, nell’estremismo umano, nelle esistenze che si sono consumate in fiamme ardenti – nel bene e nel male – trovo fonte di grande ispirazione. <strong>C’è un fascino potente nell’esplorare il limite di vite eccezionali o sbagliate, di percorsi terreni (o anche ultraterreni) di chi ha tentato di rendere la propria vita un romanzo d’avventura, o di disavventura, o tragico</strong> … grandi imprese o grandi disastri, ma comunque romanzo, quindi eccezionalità, esistenze <em>diverse</em>. Passare il Rubicone senza ritorno. Con gli amici di GOG scrissi <em>Il Club degli Insonni, </em>sciarada di eccentrici, eroi, indemoniati, pazzi. Con <em>Ho ucciso Enrico Mattei</em> raccontai del verosimile Joe, la spia della CIA che per opportunismo attentò alla vita del Gran Visir dell’ENI. E oggi con <em>Zobel </em>narro il giorno infernale di Tancredi, arrivato in una Torino deserta e metafisica, per strangolare un uomo dall’identità misteriosa, in un panorama urbano allucinato, dove le ombre dei portici sussurrano i segreti del Novecento in agitazione violenta, dove i fantasmi bisbigliano dall’Aldilà.</p>



<p>La mia personale ricerca verso il limite dell’essere umano, verso la frontiera, non si ferma.</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-0dc8bebd50027b5b1668f5f1d231f337">N:<br>Oltre a essere uno scrittore, sei anche un lettore? Qual è il tuo rapporto con la lettura, e da cosa trai ispirazione per le tue trame? </p>



<p><strong>FM:</strong><br>Sì, ovviamente sono un lettore curiosissimo. Ritengo che essere un lettore curioso e talvolta bulimico sia la <em>conditio sine qua non</em> per poi riuscire a scrivere con decenza. Non esiste la scienza infusa, non esistono geni a digiuno di lettura che poi riescano, così, per ispirazione divina a realizzare un buon romanzo senza basi di studio o di letture pregresse. Forse può esserci nella poesia, nell’ispirazione pura, nel guizzo geniale, nella visione splendente di un momento la capacità immediata di far balenare sul foglio parole in rassegna magica, ma nel romanzo o nel racconto lungo questa capacità viene incanalata diversamente, con la corretta calibratura tra istinto, conoscenza e metodo. C’è una base di studio essenziale per chi si vuole cimentare nel romanzo storico, certo, ma va anche detto che non è solo studio fine a sé stesso, utile unicamente per la stesura di un romanzo, al pari di un semplice strumento usa e getta.</p>



<p>I libri sono panorami da aprire ed esplorare, e questi panorami possono mostrarsi infinitamente diversi l’uno dall’altro, e un qualcosa di questi panorami rimane al lettore che poi scrive, nella forma, nell’organizzazione stilistica, nelle atmosfere, nei dettagli, nelle immagini che la mente si è proiettata scorrendo tra le righe. <strong>Scrittura e lettura sono spesso in simbiosi. Ambedue sono mosse da curiosità. La scrittura è mossa dalla curiosità nel creare, la lettura è mossa dalla curiosità di conoscere</strong>. Pertanto, nella lettura, la briglia della curiosità è sciolta, e diventano viaggi anarchici dettati dalla curiosità del momento, verso rotte diversissime l’una dall’altra.</p>



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<p>Per esempio, negli ultimi mesi le mie letture sono state un miscuglio di romanzi, italiani e non, di saggi su religioni scomparse e storia coloniale britannica, di biografie di <em>papi dalle vite efferate</em>, di approfondimenti su orientalismi e di letterature di viaggio ad alta gradazione alcolica, di elogi della follia. Non dico questo per fregiarmi del titolo di gran lettore, e quindi come sciocca vanteria per sembrare uomo colto, dico questo per sottolineare il concetto di curiosità come leva che muove il desiderio di leggere dei più svariati argomenti e storie, e questo desiderio poi realizzato nella lettura quanto più eclettica, si trasforma in altro dentro mente e anima, diviene l’universo intimo e privato, che, inevitabilmente, influenza la scrittura.&nbsp;</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-64d31a6587a9505e087aeec438e00058">N:<br>Per noi sei uno scrittore <em>sui generis</em>, puro, forse perché a differenza degli altri scrittori, sei uno scrittore nel vero senso della parola: sembri un misto tra London e Salgari (c&#8217;è anche un po&#8217; di Emilio Praga, quest’ultimo per la condivisa vocazione al vino). Nei tuoi libri non utilizzi traumi personali, tue esperienze di vita per raccontarti, non cerchi di ammiccare ai trend del momento per accalappiare lettori inesperti senza punti di riferimento nell&#8217;oceano infinito di pubblicazioni. Tu scrivi, e scrivi quello che ti va, e se ne percepisce la passione. Consideri i tuoi libri la tua prole? Che fai della tua prole una volta messa al mondo? Te ne prendi cura o la lasci al suo destino?</p>



<p><strong>FM:</strong><br>Grazie per il paragone con il mostro sacro London: non sono così bravo con la penna e la mia vita non è così estrema, spero di non finire come lui, avvelenato da un cocktail oppiaceo con le budella flambé dalla bottiglia. Grazie anche per il paragone con il viaggiatore della fantasia Salgari, spero di non finire come lui, con il petto squarciato da un rasoio, tormentato dalla vita diventata cattiva. Per risponderti alla domanda libri-prole: non considero i miei libri come figli; figli non ne ho e avrebbero un rango d’importanza infinitamente più alto di un libro, per quanto bello esso possa essere, non scherziamo. Piuttosto, li considero amici che ho creato modellandoli dalla pagina bianca. Amici prima immaginari, ora concreti, leggibili su carta.</p>



<p>Riprendendo quanto ho risposto prima: sì, <strong>scrivo quello che mi va, quando mi va, così come leggo quello che mi va, quando mi va. Del trend del momento me ne sbatto allegramente</strong>. Già devo timbrare il cartellino ogni giorno per lavorare e portare uno stipendio a casa, invece, quando scrivo il cartellino non lo timbro. Scrittura è libertà totale, ovviamente tenendo conto delle giuste regole per scrivere bene, ma è libertà, bellissima libertà. Se dovessi mettermi alla scrivania pensando a dover compiacere mode e possibili lettori non sarebbe di certo la stessa cosa. Sarebbe mettersi a confezionare un prodotto, e non a scrivere un libro: questa è una considerazione personale, certamente, che riguarda me. Quando scrivo l’unica persona che devo compiacere sono io. Totale separazione di ciò che si <em>deve</em> fare da ciò che si <em>vuole</em> fare. Non si intenda questo come un atto di presunzione, ma come atto di libertà. Poi, se quello che ho scritto interessa anche ad altri, è quindi meritevole di pubblicazione, ben venga.</p>



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<p>La sperimentazione, inoltre. In un mondo dove tutto pare sia stato già scritto, visto e conosciuto (ma è solo parvenza), lo scrittore può e deve sperimentare. È un alchimista. La scrivania diviene il suo laboratorio di alambicchi, provette fumanti, testi magici aperti su formule criptiche, pozioni segrete. Quindi l’alchimista si mette lì, ad assemblare parole, a prendere strade misteriose, a viaggiare nel tempo, a dare vita a creature. Il rischio è naturalmente che l’alambicco con dentro la miscela narrativa gli scoppi in faccia. Ma si accetta il rischio, perché bisogna sempre osare, sempre sperimentare. E quando l’alambicco è esploso in faccia perché l’esperimento non ha funzionato, ci si toglie le schegge di vetro dalle guance, ci si disinfetta la pelle con il whisky, e si ricomincia con una nuova avventura.</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-c51732d75c61f7eacfc5a6d90d926e8a">N:<br><em>Zobel</em> lo ambienti in una Torino esoterica e magica, che ricorda “un quadro di De Chirico”. Che rapporto hai con la tua città, dicci qualcosa che non sappiamo sulla tua Torino, essendo tu uno dei pochi torinesi piemontesi rimasti. Torino ha davvero quell&#8217;altra anima, nera e occulta, che fai intravedere nel tuo romanzo?  </p>



<p><strong>FM:</strong><br>Sì, Torino ha molto che ricorda le tele di Giorgio de Chirico, la sua metafisica urbana, le piazze d’Italia, oniriche ed enigmatiche, fuori da tempo e storia. Torino è metafisica sabauda. Nonostante abbia la sua radice antica, romana, la sua identità, a differenza di altri centri italiani, è ascrivibile a secoli di gloria recente. Dunque il Seicento, il Settecento, l’Ottocento e il Novecento. Dal suo trucco e belletto barocco, alla sua costruzione architettonica juvarrana di un XVIII secolo di armonia in pietra e gloria in ascesa, dall’Ottocento di ambizione nazionale con il suo Risorgimento per fare l’Italia, fino al Novecento della grande laboriosa industria: l’identità di una città lungo quattro secoli, e ora nel nuovo millennio la stessa città alla ricerca di sé stessa, <strong>una metropoli decaduta e un po’ smarrita</strong>.</p>



<p>E nella Torino dei lunghi portici, nelle ampie piazze, nei suoi palazzi dalle forme rigorose, nella sua geometria ordinata d’eredità <em>castrum</em> si intuisce la psicologia di una strana e anche bella metropoli, così diversa dalla luce abbagliante del Rinascimento di altri celebri luoghi, una psicologia urbana unica, che si mostra e si nasconde, di sole e di tenebra. Parte dell’etichetta di città occulta, demoniaca, nera, può derivare dall’impresa risorgimentale, dal capitolo finale della Breccia di Porta Pia del 1870<strong>. Eccoli qua i sabaudi anticristi, distruttori dello Stato Pontificio, nemici del Papa e profanatori di Santa Romana Chiesa</strong> … anatemi su anatemi sopra i Savoia di Torino, e sulla città tutta: questa propaganda dai pulpiti, clericale, credo abbia influito molto sulla nomea sinistra della città. Torino massonica e risorgimentale che si arraffa Roma, Torino la tana di Belzebù. Questo potrebbe essere un tentativo storico-razionale di spiegare Torino come luogo privilegiato per l’occulto, per la magia bianca e nera. Ma ciò può spiegare il fenomeno magico solo in parte. Perché ci si può ritrovare in certe notti a camminare per vie avvolte da un’atmosfera di silenzio e mistero, come quando ci fu la sciagura isterica Covid, e la metropoli può assumere scorci di deserto urbano, e si procede lungo strade che si perdono in prospettive lontane e miraggi e si arriva fino in Piazza Statuto, fino al cospetto dell’angelo alato del monumento del Frejus, ragazzo in bronzo dalla bellezza inquietante, che pare chiamare a sé il viandante, come farebbe Lucifero tentatore, per mangiargli l’anima.</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-0e109b2baac743601e963ec37ddd4822">N:<br>Ogni anno Torino ospita, come sappiamo, il Salone del libro, un mercatone della carta in cui solo ad entrarci vien voglia di mettersi un visore h24 per non avere più a che fare con i libri. Quale pensi sia il destino del romanzo?</p>



<p><strong>FM:</strong><br>Il destino del romanzo non è solo fosco, ma tragico. Con l’Intelligenza Artificiale, tutta la creatività umana nelle arti, scrittura compresa, verrà messa in discussione. Siamo solo agli albori di un fenomeno epocale che non potrà essere controllato. In queste mie considerazioni non c’è un’avversità <em>tout court</em> al progresso tecnologico in sé. Non dobbiamo correre il rischio di non capire e quindi di diventare avversari per partito preso di qualsiasi novità, per quanto epocale e travolgente essa possa essere. Mi vengono in mente i bifolchi d’Ottocento che prendevano a pietrate i primi treni che scorrevano lenti nelle campagne, prendendo quei mezzi del nuovo che avanza come carrozze dell’inferno, mosse da incantesimi stregoneschi. D’altro canto non possiamo e non dobbiamo smettere di avere occhio critico, severissimo, di fronte agli sconvolgimenti in arrivo. L’Intelligenza Artificiale, l’embrione che sta nascendo, non è organizzata, finanziata, coordinata per un ampio sentimento filantropico, di ricerca di maggior benessere per la collettività. Nasce per volontà di grandi organizzazioni private, di colossi tecno-finanziari il cui scopo, ovvio, è quello del guadagno. In un’ottica ampia, dunque, l’IA è lo strumento per la sostituzione low-cost del lavoratore umano con quello artificiale – ad esempio – e in un campo circoscritto a quello della creatività letteraria, <strong>l’IA può diventare la rapidissima creatrice di narrativa per il largo consumo, sempre più raffinata nell’elaborazione di trame e nello stile</strong>. L’IA non inventa nulla, non sarà essa a immaginarsi da zero una storia fatta, finita e ben infiocchettata. Ma la sua potenzialità è propria della sua conoscenza, in termini di dati immagazzinati da cui attinge.</p>



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<p>Pensiamo a un luogo immaginario, una cattedrale enorme, una biblioteca grande come una metropoli, un Labirinto gigantesco. Ecco, in questo labirinto sono custoditi tutti i libri scritti dall’uomo, tutti i documenti che l’umanità abbia mai prodotto, tutti i testi delle più svariate materie, tutti i manuali, tutto, ma proprio tutto ciò da noi scritto e conservato in migliaia di anni. L’IA ha in sé, l’infinità di questo sapere, da cui può attingere a piacimento, in una frazione di secondo. L’uomo interroga la macchina, inserisce un input, semplice, e la macchina elabora, seziona miliardi di libri, estrapola frasi, parole, punteggiatura e ricrea un qualcosa di apparentemente nuovo, che sì trasmette l’idea di inedito ma che in realtà è solo rielaborazione di quanto è stato già immaginato, teorizzato, descritto. Questa rielaborazione scaturita da ordine umano però avrà così tante combinazioni, pressoché infinite, che al nostro occhio apparirà opera nuova, intelligente, arguta.</p>



<p>Quello che dobbiamo fare noi essere umani ancora con immaginazione è <strong>resistere, scrivere, creare, immaginare</strong>. Non morire inebetiti di consumo e mediocrità, con la fantasia castrata, senza più immaginazione, come vegetali dall’occhio spento e l’anima tradita.</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-fb03e97494b0fcb79417841cb710b489">N:<br>Dicci perché sconsiglieresti il tuo libro ai tuoi lettori.</p>



<p><strong>FM:</strong><br>Sconsiglio vivamente la lettura di <em>Zobel</em>, mia ultima fatica per GOG, a tutti coloro che ritengono che dopo la morte tutto taccia, che tutto possa e debba essere spiegato dalla scienza, che non esista Aldilà. <strong>Sconsiglio <em>Zobel</em> a chi detesta il mistero. </strong></p>



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		<title>Recensione dal nulla di &#8220;Viola&#8221;, di Vincenzo Profeta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 May 2025 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[Gog Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Ubaldo Berti]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Profeta]]></category>
		<category><![CDATA[Viola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Critica amichettista dell'ultimo libro di Vincenzo Profeta, "Viola. Scritture dal nulla" (GOG 2025)</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/recensione-dal-nulla-di-viola-di-vincenzo-profeta/">Recensione dal nulla di &#8220;Viola&#8221;, di Vincenzo Profeta</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Da bambino avevo un albo a colori intitolato <em>L’industria culturale del 2025</em>. Mostrava un mondo meraviglioso, dove i confini erano sfrangiati e i matematici diventavano romanzieri, gli scrittori conferenzieri, i comici <em>opinion leader</em>, le soubrette gialliste e viceversa. Una sfera protetta e felice, popolata di gente con qualche migliaio di follower che si voleva tanto bene e non faceva che scambiarsi carinerie sotto forma di recensioni brevi e zeppe di lodi, pezzulli di quattro/cinque paragrafi che quasi mai parlavano dei libri per stare invece sulle persone, sul loro pensiero, sulla loro statura come intellettuali e attivisti. Un piccolo eden di complimenti, dove tutti erano amici. E di cui ho sempre desiderato fare parte. <strong>Così, dopo aver letto <em>Viola. Scritture dal nulla</em>, romanzo di Vincenzo Profeta, ho pensato di buttare giù una recensione, e di usarla come chiave di accesso</strong>.</p>



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<p><strong>Preparo due paginine scritte bene e le invio alla <em>Lettura </em>del «Corriere della Sera</strong>». Passano cinque minuti e ricevo una chiamata. È un tizio della redazione, che inizia con una specie di interrogatorio. Mi chiede in che rapporti mi trovi con Vincenzo Profeta, vuole sapere se siamo amici. Sono in imbarazzo. Militare nella stessa cover band dei Gazosa significa essere amici? Sono amici due che sono stati scartati all’ultimo provino per la corrente edizione di Pechino Express, alla quale avrebbero partecipato come “I scrittori”? È amicizia convenire sul fatto che non avere mai più riproposto il duo Leo Gullotta-Dj Francesco come conduttori di <em>Striscia La Notizia</em> sia il più grave errore della carriera di Antonio Ricci? <strong>Se sì, io e Vincenzo Profeta siamo amici. Ma non so più se è un bene o un male</strong>. Non capisco: non erano tutti amici, quelli dell’industria culturale? E allora? Il redattore resta zitto. Un silenzio severissimo. Cerco di riempirlo, e inizio a parlare del libro: “Sa”, dico, “è proprio un bel libro, <em>Viola</em>, quando l’ho letto…”. Casca la linea. Provo a richiamare. Iliad. Ancora. Iliad. Aspetto due ore e chiamo di nuovo. Sempre Iliad. Mando una mail. Iliad. Mi sa che la recensione non la vogliono più. Mi sa che l’industria culturale mi ha respinto. È colpa mia? O è colpa di <em>Viola</em> di Vincenzo Profeta?</p>



<p>Cos’è, <em>Viola</em>? È un libro uscito per Gog Edizioni, un romanzo breve in quattro capitoli, di cui il primo (che occupa più di metà volume) e gli ultimi due corrispondono a un ininterrotto flusso di pensieri del protagonista – <strong>Osvaldo, scrittore, proiezione neanche troppo dissimulata dell’autore –, ossessionato da un amore devozionale per Viola, tizia insopportabile che vive a Milano e con cui si interagisce solo via chat</strong> (è un’intelligenza artificiale? Speriamo, sarebbe l’unica scusa). In mezzo, un racconto scritto da Osvaldo: la passione tra due ragazze durante il Covid, ospedalizzazioni, deliri da terapia intensiva.</p>



<p>Detta così, potrebbe essere colpa di <em>Viola</em>. Storia d’amore anni 2000, intellettuale disastrato e ragazzina idiota che per darsi un tono si appropria di luoghi comuni sui luoghi comuni, ipotesi relazione uomo-macchina ma senza gli occhioni di Joaquin Phoenix (che potrebbe anche rispondere a una delle mie lettere: io sono VERO), incursioni nell’attualità, metaletteratura. Roba già sentita. <strong>Invece <em>Viola</em>, nel bene e nel male, è un libro come ne capitano pochi, oggi.</strong> Perché la storia d’amore non è un pretesto dozzinale per tirare avanti delle riflessioni noiosissime sull’artificialità dei sentimenti, <strong>ma un epifenomeno del processo di scarnificazione che Osvaldo pratica su se stesso e, indirettamente, sulla porzione di mondo che gli compete</strong>. L’interazione con l’imbecille di Milano lo costringe in zone insopportabili, da cui prova a fuggire affidandosi a una carambola di considerazioni che costituiscono l’elemento peculiare del romanzo.</p>



<p>Leggere <em>Viola</em> è abbandonarsi alle idee di Osvaldo, buone o meno che siano. Un debordare di pensieri che apre a continue (davvero: continue) divagazioni. Gli argomenti? <strong>Capitalismo, accelerazionismo, esoterismo, manie estetico-culturali e ostentazioni contemporanee, teorie del complotto (Stevie Wonder che in realtà ci vede clamoroso), satanismo e vertigini mistiche, anticristi russi, la sfiducia nelle possibilità del linguaggio, gli angeli e gli arcangeli, la geopolitica, il digiuno intermittente, i servizi segreti, la netta sensazione – infine – che la verità stia spesso se non sempre sulla superficie</strong>. E sono intorno a un 20%. La forma? Un flusso di coscienza, tecnica ormai antica ma che qui sembra l’unica via possibile per dare tangibilità alle aggressioni mentali subite da chi scrive. A volere cavare fuori un <em>blurb</em> da quarta di copertina, dunque, <em>Viola </em>è un libro modernissimo nel contesto, modernista nello stile, antimoderno nei contenuti e nelle risoluzioni.</p>



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<p>Io sono un tipo semplice, di quelli che gli strutturalisti definiscono “buoni per il concio”, e in un libro mi piace trovare roba antichissima, come la percezione che la scrittura sia innervata da una precisa visione del mondo (o da un complesso di idee che tendono a) – bene anche se moraleggiante, purché strutturata –, con cui magari andare d’accordo; la ricerca di una cifra stilistica netta, personale; scontatezze ridotte al minimo; momenti di grazia e universalità; sprazzi di <em>humour</em>, se possibile.</p>



<p>Ora, è innegabile che leggendo <em>Viola</em> si finisca immersi in una visione del mondo, senza mai ricevere però la sensazione di essere investiti da una serie di preconcetti ideologici disciolti in prosa – anzi, quasi tentennando per il fatto che non si ammicchi MAI al lettore –, e nel tentativo di uno stile che, anzitutto, prova a essere <em>stile</em>, non l’anti-stile ormai troppo diffuso, intercambiabile tra libro e libro, autore e autore, senza picchi né crolli, blando eppure con qualche colpo di misurato effetto per non annoiare, ma in definitiva piatto: <strong>no, lo stile di Vincenzo Profeta ha una sua caratura, con limiti </strong>(il discorso-fiume, a volte, non è condotto con il nascosto ma necessario rigore che consenta comunque di seguirlo, e nei luoghi più convulsi si trasforma in un affastellamento di sintagmi poco fruibile)<strong> e con momenti notevolissimi</strong>. <strong>Soprattutto, è riconoscibile, ha un volto, un carattere specifico</strong>. E poi, al di là dell’apparente brutalità, della confusione, della fatica che si fa per seguire il barcamenarsi tra pensieri ai limiti della paranoia e della psicosi, <strong>quello che resta, di tutto <em>Viola</em>, è una sensazione di lieve divertimento e la tenerezza che ispira la lotta di Osvaldo con sé e con il mondo, a tratti commovente. </strong>Questo, almeno, vale per me: uno che si è commosso solo con <em>Hachiko</em>, fate voi.</p>



<p>Se un vizio lo vogliamo trovare, oltre ai già citati momenti di sfilacciamento del flusso interiore, c’è da dire – ma è roba forse da beghine – che il linguaggio spesso inclina allo scurrile: un compilatore di concordanze della Crusca, voglio dire, si direbbe almeno sorpreso, nel contare in doppia cifra il lemma <strong>“sborra”,</strong> credo un <em>unicum</em> nella storia letteraria italiana non deliberatamente destinata alle auto-palpazioni.</p>



<p><em>Viola</em>, infine, è un libro da leggere, davvero. Perché è un libro in cui l’autore ha messo qualcosa di suo, non ciò che si preoccupa che gli altri pensino gli appartenga. Non badando al pubblico, insomma. E questo, quindi, non può costituire principio di ragione sufficiente per l’esclusione dal micromondo dell’industria culturale. Non c’è verso che ignorino libri degni di lettura. Impossibile. Provo ancora per telefono. Iliad. Mi sa che è colpa mia, allora.</p>



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<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/recensione-dal-nulla-di-viola-di-vincenzo-profeta/">Recensione dal nulla di &#8220;Viola&#8221;, di Vincenzo Profeta</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Il &#8220;giallo&#8221; non è letteratura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Nov 2024 11:08:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E' una forma sofisticata e prolissa di intrattenimento. La letteratura, per essere tale, deve avere qualcosa da "dire", e poco da "risolvere". </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/il-giallo-non-e-letteratura/">Il &#8220;giallo&#8221; non è letteratura</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non ho statistiche a disposizione ma tiro a indovinare che <strong>metà della produzione romanzesca di oggi in Italia è basata su &#8220;intrecci di risoluzione&#8221;: gialli, thriller, detective stories, noir</strong> che dir si voglia.</p>



<p>In Italia fino a pochi decenni fa siamo stati refrattari a questo genere di procedimento narrativo per la ragione che la nostra letteratura è stata sempre &#8220;exclusive&#8221; (Arbasino <em>dixit</em>) ossia &#8220;alto di gamma&#8221;, preziosa, ricercata, mandarinesca, destinata agli <em>happy few</em>; di fatto priva, almeno fino agli anni &#8217;60 del secolo scorso, di un pubblico di massa, cui rivolgersi anche con una letteratura di genere. Ma c&#8217;è stato anche un impedimento, diciamo così, &#8220;antropologico&#8221; alla diffusione del giallo. <strong>Il poliziesco si basa su una preoccupazione protestante: assicurare alla giustizia di un Dio veterotestamentario il colpevole, mentre nel nostro Paese cattolico e indulgente c&#8217;è sempre stata una complicità antropologica col reo, col &#8220;Caino che nessuno deve osare toccare&#8221;, figurarsi a metterlo al centro di una caccia, foss&#8217;anche narrativa</strong>. (È una spiegazione pungente che Laura Grimaldi, responsabile storica del giallo Mondadori, dava in un’intervista che non sono riuscito a segnare).</p>



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<p>Occorre subito aggiungere, circa la scarsa diffusione del &#8220;giallo&#8221;, penetrato in Italia solo a partire dagli anni &#8217;30 del secolo scorso, che esso prende nome dal colore della copertina con cui Mondadori confezionava i libri, ma in sé il giallo ricomprende crime stories, detective stories, thriller, noir, ecc. <strong>Il fatto in sé singolare è che il genere era solo d&#8217;importazione, non veniva praticato da autori italiani</strong> (salvo Scerbanenco, milanese di origine ucraina), non aveva scuole locali e pertanto non si declinava troppo in generi e sottogeneri, e non si perdeva quindi in sottigliezze nominalistiche. È noto che i nomi seguono le cose, secondo alcune suggestioni, e che scarseggiano laddove c’è poca varietà, mentre abbondano laddove c&#8217;è profusione: vedi i mille modi degli eschimesi di chiamare ciò che noi riassuntivamente e sbrigativamente chiamiamo &#8220;neve&#8221;.</p>



<p>Lo dico subito: io non amo il genere &#8220;giallo&#8221;. Credo di aver letto in vita mia, e solo per lo scrupolo di coprire una lacuna intellettuale più che per un reale interesse, non più di quattro esemplari del genere (un poker di &#8220;Gialli Mondadori&#8221;). <strong>Dopodiché non ho avvertito più il bisogno di leggerne altri, neanche sotto l&#8217;ombrellone</strong>. Aggiungo che credo di non essere uno snob: ho letto da giovanissimo Gramsci e verso la cosiddetta &#8220;letteratura industriale&#8221; ho mostrato sempre la dovuta attenzione &#8220;demopsicologica&#8221;, necessaria per comprendere l&#8217;estetica di massa, <strong>partendo dal presupposto che di questa massa faccio parte.</strong> Non ho neanche pregiudizi verso i generi: spesso più che una gabbia o un limite sono una sfida per gli scrittori di vaglia.</p>



<p>Le mie obiezioni verso il genere giallo collimano in parte con quelle espresse con caparbietà ed eleganza da Edmund Wilson ne <em>Il cronista letterario</em> (una raccolta di scritti a cura di G.Cherchi, Garzanti 1992), che ho letto &#8220;dopo&#8221; essermi fatto delle convinzioni personali, <strong>e che attestano sostanzialmente che il genere poliziesco altro non è che un gioco come un cruciverba o una sciarada: un intrattenimento</strong>. Ho qualche lettura poi nel campo della narratologia, che metto subito al servizio delle mie riflessioni: <strong>il giallo mi sembra il brillante risultato della intersezione di due macrostrutture narrative: a) il &#8220;romanzo d&#8217;assedio&#8221;; b) l'&#8221;intreccio di risoluzione&#8221;.</strong></p>



<p>Di tutte le analisi narratologiche sull&#8217;intreccio che sono state proposte nell&#8217;intento di afferrare questo proteiforme manufatto letterario che è il romanzo, almeno due mi sembrano esaustive e definitive. La prima è quella di Franco Ferrucci, (<em>L&#8217;assedio e il ritorno. Omero e gli archetipi narrativi</em>, Mondadori 1991), il quale ritiene che tutti i possibili intrecci, stringi stringi, si riducono a due archetipi narrativi: <strong>il romanzo d&#8217;assedio e il romanzo di peregrinazione (<em>nostos</em>, ritorno), il romanzo da fermi e il romanzo in movimento</strong>, ovvero l&#8217;<em>Iliade</em> e l&#8217;<em>Odissea</em>. Non è difficile accogliere favorevolmente l&#8217;estrema e azzardata riduzione di tutti i possibili intrecci narrativi a queste due modalità: è indubbio, solo per fare qualche esempio, che <em>Le relazioni pericolose</em> di Laclos è un romanzo d&#8217;assedio e che il <em>Tom Jones</em> di Fielding è un romanzo di peregrinazione, che <em>Sulla strada </em>di Kerouac appartiene al secondo tipo e <em>Gli indifferenti</em> al primo. Ancora: non vi sarà difficile ascrivere <em>Le affinità elettive</em> di Goethe e <em>Il Nome della rosa</em> di Eco ai romanzi d&#8217;assedio e <em>Gil Blas</em> di Lesage e il <em>Don Chisciotte</em> ai romanzi di peregrinazione. E così via.</p>



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<p>Questa brutale semplificazione ci è di grande <strong>aiuto per riconoscere di primo acchito l&#8217;immagine complessiva di un romanzo</strong>, ciò che resterà come un fosfene negli occhi chiusi del lettore che ha finito di leggere un romanzo. Questa immagine è <strong>la macrostruttura su cui poggia tutta la narrazione</strong>.</p>



<p>I tedeschi chiamano <em>Kammerspiel</em> (tragedia da camera<strong>) il romanzo da fermo, e, per certi versi, il giallo è un perfetto <em>Kammerspiel</em>.</strong> Provate a scrivere un romanzo che si svolga tutto per linee interne e in spazi ristretti: indubbiamente dovreste essere molto bravi, perché non verrà in vostro soccorso né l&#8217;azione né l&#8217;avventura; ma potreste raccogliere frutti molto più succosi, di grande fascinazione e forte potere di attrazione: avete trasformato una &#8220;tragedia da camera&#8221; nella &#8220;stanza della tortura&#8221;, graditissima al lettore. Tenere incastrato il lettore in una stanza chiusa come in <em>Dieci piccoli indiani</em> (uno dei miei quattro gialli) o in una piccola città termale come avviene nei romanzi di Jane Austen o in un appartamento romano come <em>Gli indifferenti</em> di Moravia; e beh, non è cosa da poco<strong>. Avete utilizzato l&#8217;effetto cric: minimo sforzo (quanto ad azione e movimento) ma massimo rendimento</strong>. Avrete scritto un romanzo rinunciando al &#8220;romanzesco&#8221;, inteso come dilatazione dello spazio e del tempo tipico dei romanzi di avventura, di cappa e spada, e delle <em>Rivombrose </em>televisive.</p>



<p>Ma c&#8217;è una seconda classificazione delle macrostrutture narrative ancora più convincente che si affianca e interseca la prima<strong>. &#8220;Intreccio di rivelazione&#8221; o &#8220;di risoluzione&#8221;? Questo è il grande problema di ogni struttura narrativa</strong>. L&#8217;inventore di questa classificazione, il narratologo americano Seymour Chatman, dedica solo qualche fuggevole cenno a questi due possibili narrativi nel suo prezioso saggio <em>Storia e discorso</em> (Pratiche, Parma 1978). Secondo me sono centrali e vorrei riprenderle perché costituiscono il cuore di qualsiasi narrazione.</p>



<p>Ma di cosa si tratta?</p>



<p>Partiamo dalla definizione del più intuitivo fra i due: l&#8217;intreccio di risoluzione<strong>. Prendete una detective story, un thriller, un giallo. Ecco, questo è il classico &#8220;intreccio di risoluzione&#8221;: una trama in cui occorre risolvere un teorema narrativo.</strong></p>



<p>Ora, in questa macrostruttura narrativa ciò che si mette in <strong>moto è un enigma da sciogliere</strong>, una sciarada narrativa da risolvere, come diceva Wilson. È la narrazione <em>more geometrico demonstrata</em>, <strong>è <em>l&#8217;esprit de géometrie</em> del meccanismo di risoluzione contrapposto all&#8217;<em>esprit de finesse</em> del meccanismo di rivelazione</strong> (una narrazione che svela un io, un ambiente, un&#8217;epoca). Come nel romanzo di movimento il potere d&#8217;attrazione è assegnato principalmente all&#8217;azione, così nel romanzo di risoluzione tutto il potere è assegnato all&#8217;intreccio, alla capacità che avrete nel predisporre tale &#8220;ordigno&#8221; narrativo, nel portarlo a maturazione e nel saperlo sciogliere secondo principi logici ferrei. <strong>Qui: «Che cosa accadrà?», è <em>la</em> domanda unica del concatenamento delle vostre sequenze narrative.</strong></p>



<p>Ma occorre intendersi: i romanzi con intreccio di rivelazione, poniamo <em>Madame Bovary</em> o <em>L&#8217;educazione sentimentale</em> di Flaubert o altri ancora, non sono inerti macchine narrative dove il disvelamento di un ambiente o di una psicologia nulla concedono all&#8217;intrigo, all&#8217;incatenamento logico delle sequenze narrative, alla <em>suspense</em>. Se guardiamo più da vicino questi due romanzi scorgiamo che <em>Madame Bovary</em>, a differenza dell&#8217;<em>Educazione</em>, è un romanzo più strutturato, che segue principi quasi di &#8220;risoluzione&#8221;, mentre l'&#8221;<em>Educazione</em>&#8221; è totalmente &#8220;piatto&#8221; e nulla concede ai concatenamenti e agli sviluppi dell&#8217;azione. <strong>Il primo sembra obbedire alla regola per la quale all&#8217; inizio del romanzo &#8220;tutto è possibile, a metà le cose divengono probabili, alla fine tutto diventa necessario</strong>&#8220;. C&#8217;è dunque una forma di &#8220;risoluzione&#8221; anche nei romanzi di &#8220;rivelazione&#8221;, ed è data dalla curvatura del racconto. La sapiente messa in tensione di tutto il materiale narrativo che culmina nel suicidio di Emma garantisce questi esiti nella <em>Bovary</em>. Nell&#8217;<em>Educazione</em> invece, Flaubert, <strong>che inseguiva un suo tipo di romanzo &#8220;sul niente&#8221;, ossia senza oggetto specifico, senza appigli esterni e senza un tema centrale, inanella una <em>suite</em> di scene «dove non &#8220;succede&#8221; nulla» e la domanda «Che cosa accadrà?», resterà sempre insoddisfatta</strong>, essendo l&#8217;ultima preoccupazione dell&#8217;autore.</p>



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<p>A pensarci bene la vita di tanti di noi non è affatto romanzesca e <strong>si svolge piuttosto secondo gli schemi dell&#8217;<em>Educazione</em> che della <em>Bovary</em></strong>: una sequela di atti che non si incardinano in scene madri, che non hanno un crescendo e che finiscono senza botti. Flaubert era cosciente di tutto ciò. Scriverà all&#8217;amica Mme Roger Des Genettes nell&#8217;Ottobre 1879: «Perché questo libro [l&#8217;<em>Educazione</em>] non ha avuto il successo che attendevo? [&#8230;] È un libro troppo vero e, esteticamente parlando, gli manca una cosa: <strong>la falsità della prospettiva</strong>. A forza d&#8217;aver bene congegnato il piano, il piano è scomparso. <strong>Ogni opera d&#8217;arte deve avere un punto, una sommità, deve fare la piramide, o meglio la luce deve cadere su un punto della superficie</strong>. Ora, niente di tutto ciò nella vita. <strong>Ma l’arte non è la natura!».</strong> Ogni narrazione <strong>deve fare la piramide</strong>, deve avere una punta, che coincide con la <em>spannung</em> dei tedeschi e il <em>dénouement</em> dei francesi: <strong>tutte le linee narrative devono convergere in un punto, da dove procedere per lo <em>scioglimento</em>.</strong></p>



<p>Nel &#8220;giallo&#8221;, ahimè, <strong>non accade altro che questo:</strong> un intreccio di risoluzione che fa coincidere <em>il</em> fine e <em>la</em> fine della storia, del <em>plot</em>.</p>



<p>Occorre subito aggiungere, per altro verso, che l&#8217;intreccio di &#8220;risoluzione&#8221; non si nega a istanze di rivelazione. <strong>C&#8217;è chi afferma anzi che il thriller oggigiorno è il nostro vero &#8220;romanzo sociale&#8221;</strong>, che dietro le trame di Dashiell Hammett, di Georges Simenon, di Jean-Claude Izzo o del nostro Camilleri <strong>v&#8217;è un lavoro segreto di &#8220;disvelamento&#8221;, di rivelazione appunto, di ambienti sociali, di universi locali e di psicologie che non occorre sottovalutare rispetto al mero plot</strong>. Non c&#8217;è solo l&#8217;intrattenimento dell&#8217;intrigo ma un contenuto di &#8220;rivelazione&#8221; non sminuito dall&#8217;attesa ovvia del lettore che venga soddisfatta la domanda: «Che cosa accadrà?». <strong>Anzi diciamo che lo scrittore scaltro che ha adottato questo tipo di intreccio, gabba l&#8217;ipocrita lettore ammannendogli il giochino del «giallo», per poi fare nei fatti ciò che vuole</strong>. Accetta una convenzione per disattenderla nei fatti.</p>



<p>Ciò detto, c&#8217;è chi afferma &#8211; il sottoscritto per l&#8217;occasione &#8211; <strong>che il dominio assoluto della trama in questo genere di narrazioni è una forma di asservimento abnorme a quelle necessità ludico-combinatorie che inevitabilmente comporta l&#8217;intreccio di &#8220;risoluzione&#8221;.</strong></p>



<p>Quel che mi preme soprattutto sottolineare e che mi allontana da questo genere è che nei «gialli» <strong>il primo morto è innanzitutto l’autore</strong>; che in essi l&#8217;autore rinuncia a se stesso e noi lettori non acquisiamo un nuovo punto di vista sul mondo legato alla sua personale percezione. <strong>Guadagniamo il gioco e perdiamo il giocatore</strong>: perdiamo soprattutto lo <em>sguardo</em> dell&#8217;autore (che se è tanto icastico e perentorio, definiamo perciò: pirandelliano, tolstojano, dostoevskiano, shakespiriano o anche brancatiano ecc). <strong>Accettando il gioco rinunciamo alla conoscenza; ci divertiamo</strong> (nel senso etimologico del termine), sarà una “<em>passive diversion</em>&#8221; dirà il sommo Francis R. Leavis<strong>) ci distraiamo, e non portiamo nulla o poco a casa, ossia nessuna nuova acquisizione sulla vita, sul mondo e su noi stessi.</strong> Perché la letteratura è principalmente questo: una forma di conoscenza. Insomma, <strong>in questo tipo di intrecci non &#8220;ci si serve&#8221; della trama, ma &#8220;si serve&#8221; la trama</strong> (uso un&#8217;espressione tratta dal bel libro di Cesare De Marchi: <em>I romanzi. Leggerli, scriverli</em>, Feltrinelli, 2008): <strong>la trama diventa il fine e non il mezzo, e l&#8217;autore si eclissa al suo cospetto</strong>.</p>



<p>Concludo aggiungendo, al fine di guardare la questione sotto tutti i punti di vista, <strong>che ciò è vero solo in parte e che ogni impedimento può diventare un giovamento per i grandi artisti</strong>. Rammento infatti che uno scrittore assolutamente geniale come <strong>Carlo Emilio Gadda per uscire dal sublime ma «inconcludente» (nel senso che non riusciva a chiuderle!) manierismo delle sue precedenti opere di &#8220;rivelazione&#8221;</strong> (<em>La cognizione del dolore</em> prima fra tutte<strong>) ha dovuto ricorrere in <em>Quer pasticciaccio brutto de via Merulana</em> proprio all&#8217;intreccio di &#8220;risoluzione&#8221;</strong>, all&#8217;inchiesta commissariale, e «concludere» finalmente un&#8217;opera. Ma di Gadda ci resta però uno &#8220;sguardo&#8221; (barocco è il mondo, e lo <em>gliuommero </em>non è di don Ciccio Ingravallo ma di tutti noi), una personale visione del mondo che non si perde al servizio dell&#8217;inchiesta commissariale di don Ciccio: era scrittore, prima che narratore, l&#8217;Ingegnere, aveva qualcosa da <em>dirci</em> e nulla da <em>risolvere</em>.</p>



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