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	<title>Sicilia Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Vita lenta, morte veloce</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Jan 2026 08:32:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Italia Profonda]]></category>
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		<category><![CDATA[disastro ambientale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La retorica della vita lenta funziona allora come una perfetta anestesia collettiva. Neutralizza il conflitto, rende accettabile l’abbandono, trasforma la mancanza di futuro in identità culturale. Ma il Sud non è lento é rallentato e non per scelta, é bloccato da infrastrutture che non arrivano, da servizi che non funzionano, da una gestione del territorio che interviene solo dopo, mai prima.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>C’è un disastro ambientale in corso in Sicilia. Non è lento, non è silenzioso, non è invisibile. È improvviso, violento e le immagini che arrivano dai territori colpiti sono tutt’altro che rassicuranti, strade spezzate, case spaccate in due, interi quartieri evacuati, fenditure nel terreno che attraversano l’asfalto e i cortili. Scene che fanno paura, che sembrano uscite da un film catastrofico e che avrebbero tutte le caratteristiche per diventare <em>breaking news</em> permanenti all’interno del contesto mediatico. E invece, nel racconto nazionale, durano poco, scivolano via, restano sullo sfondo, come un rumore che si impara a non ascoltare.</p>



<p>A Niscemi, in provincia di Caltanissetta, una frana di dimensioni eccezionali ha colpito la collina su cui sorge la città. Il terreno ha ceduto dopo giorni di piogge intense, rendendo instabili edifici, strade, infrastrutture. Oltre mille persone sono state costrette a lasciare le proprie case, interi quartieri sono stati dichiarati zona rossa. Le immagini mostrano palazzi affacciati su un vuoto improvviso, automobili ferme sul ciglio del precipizio, crepe profonde che si allargano giorno dopo giorno. Non ci sono vittime accertate, ed è un sollievo, ma non basta a ridimensionare la gravità di ciò che sta accadendo, né a cancellare la sensazione di precarietà assoluta che attraversa quei territori.</p>



<p>Quello che è successo a Niscemi non è un’eccezione. È la manifestazione più evidente di una fragilità strutturale che attraversa l’intera Sicilia, dissesto idrogeologico cronico, consumo di suolo incontrollato, manutenzione assente, infrastrutture obsolete, gestione del territorio lasciata all’emergenza permanente. È il risultato di decenni di interventi frammentari, promesse rimandate, piani mai portati a termine. Il cambiamento climatico non crea questi problemi, li accelera. Li rende esplosivi. Porta alla superficie tutto ciò che per anni è stato ignorato o rimandato, trasformando criticità note in eventi improvvisi e devastanti.</p>



<p>Eppure, nel racconto mediatico nazionale, tutto questo fatica a diventare centrale. La notizia viene data, spesso anche con immagini forti, ma non basta ad aprire un dibattito strutturale né a produrre interrogativi politici di lungo periodo. Viene rapidamente archiviata come cronaca locale, come problema “del Sud”, come se il contesto geografico fosse sufficiente a spiegare e quindi a giustificare ciò che accade.</p>



<p>Negli ultimi anni si è consolidata una narrazione apparentemente conciliante, quella del Sud come luogo della&nbsp;<em>vita lenta</em>. Un immaginario ripetuto ossessivamente, soprattutto sui social. Le signore sedute fuori casa a fare la pasta, i balconi con i panni stesi, le sedie di plastica all’ombra, i vicoli assolati, il tempo che sembra essersi fermato. Un Sud pacificato, pittoresco, eterno, che non cambia e soprattutto, che non chiede nulla.</p>



<p>Non c’è nulla di sbagliato in quelle immagini, prese singolarmente. Il problema è quando diventano l’unico racconto possibile. Quando sostituiscono tutto il resto e funzionano come una patina estetica che copre l’abbandono, la precarietà, la mancanza di servizi, la devastazione ambientale. La lentezza diventa una virtù romantica, quando spesso è una condizione subita. Il silenzio diventa poesia, quando in realtà è isolamento. La marginalità si trasforma in folklore e il disagio viene neutralizzato attraverso l’estetica. Così il Sud può continuare a essere mostrato, purché non disturbi e resti paesaggio. Senza mai rischiare di mostrare il conflitto, la rivendicazione e la domanda politica, privandolo della facoltà di chiedere conto delle responsabilità a chi di dovere.</p>



<p>In questo quadro, il disastro ambientale non viene negato, viene normalizzato, trattato come un evento quasi fisiologico, come se certe aree del Paese fossero naturalmente destinate a crollare, a bruciare, a essere sacrificate. È qui che la rimozione diventa politica facendo sì che il silenzio smetta di essere distrazione e diventi scelta.</p>



<p>Quando eventi simili colpiscono il Centro o il Nord Italia, il racconto cambia radicalmente. La copertura mediatica è totale, continua, ossessiva. Si parla di emergenza nazionale, di responsabilità, di prevenzione mancata. Giustamente. Le immagini vengono rilanciate, commentate, analizzate. I territori diventano simboli di una fragilità collettiva. Quando accade in Sicilia, invece, la notizia si consuma in fretta. Come se il rischio, la paura, la perdita fossero in qualche modo previste, accettabili e la distruzione di certi territori fossero già stati messi in conto. Non è solo una questione di attenzione mediatica è una gerarchia implicita di territori e di vite. È l’idea, mai dichiarata ma sempre praticata, che alcuni luoghi possano essere lasciati indietro senza che questo diventi uno scandalo politico nazionale. È una forma di assuefazione al disastro che colpisce sempre gli stessi.</p>



<p>La retorica della vita lenta funziona allora come una perfetta anestesia collettiva. Neutralizza il conflitto, rende accettabile l’abbandono, trasforma la mancanza di futuro in identità culturale. Ma il Sud non è lento é rallentato e non per scelta, é bloccato da infrastrutture che non arrivano, da servizi che non funzionano, da una gestione del territorio che interviene solo dopo, mai prima.</p>



<p>Arrivati a questo punto, le responsabilità non possono più restare astratte. La gestione del territorio, la prevenzione, la manutenzione, i fondi, le scelte su dove investire e dove no, sono responsabilità politiche. Del governo nazionale, delle amministrazioni regionali, di una classe dirigente che continua a intervenire solo quando il danno è già fatto, trasformando ogni tragedia annunciata in un’occasione per dichiarare l’ennesima emergenza.<br></p>



<figure class="wp-block-image"><a class="image-link image2 is-viewable-img can-restack" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!DOuB!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff080c8c9-0895-497c-8764-750fd947bb9d_1170x878.jpeg" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!DOuB!,w_2400,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ff080c8c9-0895-497c-8764-750fd947bb9d_1170x878.jpeg" alt=""/></a></figure>



<p>In questo contesto, appare ancora più grottesca l’insistenza sulla costruzione del Ponte sullo Stretto, rilanciata come grande opera strategica dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. Un’infrastruttura da decine di miliardi di euro, presentata come simbolo di modernità e sviluppo, mentre la Sicilia crolla letteralmente sotto il peso della propria fragilità. Si parla di collegare l’isola al resto del Paese, ma si ignorano strade provinciali che franano, acquedotti che perdono acqua, territori privi di manutenzione e interi quartieri evacuati per dissesto idrogeologico. Investire risorse enormi in un’opera monumentale senza aver prima messo in sicurezza ciò che già esiste non è una visione di futuro, è una scelta politica precisa, privilegiare la propaganda alla cura. Senza contare l’assurdità di progettare una struttura di questa portata in una delle aree più sismiche e geologicamente instabili d’Europa. Il ponte diventa così il simbolo perfetto di una politica che costruisce in alto mentre lascia crollare le fondamenta.</p>



<p>Il governo guidato da Giorgia Meloni ha dichiarato lo stato di emergenza, come si fa sempre. Ma lo stato di emergenza non è una politica ambientale. È una toppa. È la certificazione del fallimento di tutto ciò che doveva avvenire prima. Così come non lo sono i fondi straordinari sbandierati a ogni disastro, senza mai una strategia strutturale sul dissesto idrogeologico e sull’adattamento climatico, soprattutto nel Mezzogiorno, dove gli effetti della crisi ambientale sono più rapidi e più violenti.</p>



<p>Se davvero il disastro ambientale è una priorità nazionale, allora deve esserlo sempre, non solo quando colpisce i territori considerati centrali. Il Sud è parte del Paese e non può continuare a essere raccontato solo come sfondo, come scenografia, come luogo buono per l’estetica e cattivo per la politica. La Sicilia che frana non è un problema locale é una questione politica nazionale, continuare a trattarla come rumore di fondo significa scegliere consapevolmente di guardare altrove.</p>



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		<title>Ogni siciliano è infelice a modo suo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Mar 2025 15:31:29 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Italia Profonda]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[contra-Sicilia]]></category>
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		<category><![CDATA[pulsione di morte]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il «contra-Sicilia» è un genere letterario maledetto, sindone testuale di ciò che i siciliani potevano essere e non sono stati. É divagazione estetica, un delirio di impotenza, pieno di rimorsi e lutti civili, capriccio che un po' alla volta si sono tolti tutti, con risultati eterogenei in termini di affidabilità e precisione.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Leonardo Sciascia è stimato dai siciliani tragici, ingannati dal loro amor proprio, e che credono di ragionare come lui. I più validi relitti in fatto di autocritica, allenati dall’istruzione media, esclamano «meraviglioso!», leggendolo. Nell’<em>Ordine delle somiglianze</em>, Sciascia definisce «curioso» che i ritratti dell’uomo siciliano a distanza di secoli non si interrompano e che mantengano «validità e verità». Le mannaie sciasciane (una specie di <em>lectio</em> perenne su come non essere complici dei propri risentimenti), sono però anche oggetto d’ammirazione per tutti quei cultori di una ragion critica-pratica «contro-siciliana». <strong>Il problema è che dire una parola in più oltre le tornite concezioni di questo scrittore è impossibile, ridicolo. Resta percorribile soltanto lo spazio dell’accostamento, tentazione a ruminare il perfetto già «rivelato»</strong>, aggiungendo il proprio talentuoso pugno di sale sulla ferita: non sarebbe poco, considerando la prevalenza di troppe confidenze col lettore. &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



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<p><strong>Il «<em>contra-Sicilia</em>» è un genere letterario maledetto, sindone testuale di ciò che i siciliani potevano essere e non sono stati</strong>. É divagazione estetica, un delirio di impotenza, pieno di rimorsi e lutti civili, capriccio che un po&#8217; alla volta si sono tolti tutti, con risultati eterogenei in termini di affidabilità e precisione. Il motivo è che in un genere così, declinato a ritratto di qualche peculiare afflizione, ogni grammo «intimo» e autobiografico porta imbarazzi per rovinose derive elegiache, specie nei letali <em>je me souviens que</em>: pure i migliori cascano e in parte vanificano l’intento.     <br>Ma se uno vuole essere non tanto siciliano anti-siciliano, quanto brioso psico-entomologo dei costumi e degli spiriti locali (un ‘risvegliato’, reporter illuminato su certe vanitose e crudeli atarassie locali), ha il diritto di astenersi da quel gioco delle parti col «self», in cui chi indica i malanni sente contemporaneamente la voglia (per giustificarsi ai suoi stessi occhi?) di annettere un «caro diario»; <strong>e ha il dovere di attirare le solite villane accuse di ingratitudine verso «l’isola che gli ha dato i natali»</strong>. Ma mettono in vita i genitori, non i comuni o le regioni, quindi non siamo in debito con le astrazioni dei lungomare, degli agrumeti, dei fichi d’India. Veniamo al sodo: in Sicilia, vivere è un’idea, e come tale è una colpa.<br>Le <em>idee</em>, anche in quanto fantasie, devono venir meno, perché non sono un cespite e sono il contrario della cosa, della <em>roba</em>. Prendere iniziative estranee alla «roba» verghiana, si rivela in generale sbagliato, pericoloso, a meno che non siano timbrate da qualche autorità, anche familiare, o che non avvenga sotto precise catene o burocrazie. La <em>roba</em> di Verga è più che feudo, denaro o terreno, è «Cosa», religione al piombo di materialismo, istinto omicida verso ogni minimo elevarsi dal misero del fatto e del muretto a secco. <strong>La colpa di tutte le colpe, però, è la vita, va espiata, rinviandone l’esperienza all’aldilà</strong>. L’altra faccia della «pulsione», in alcuni esseri umani, non è quella della spinta o della forza, ma «dell’infinita sete di obbedienza» (Freud): sì, gli esseri umani possono essere assetati di obbedienza, uno ‘scandalo’, questo, che Freud solleva in <em>Psicologia delle masse</em>. Esiste una tendenza a preferire la schiavitù alla libertà. <strong>Il paradigma neolibertino si rovescia in quello securitario</strong>. Conta di più della libertà l’obbedienza, la sottomissione, in cambio della sicurezza.<br>Certe persone, possono preferire le catene alla libertà (tema spinoziano!). Spinoza infatti si chiede “ma come è possibile che si preferiscano le catene alla libertà?”, e Freud molti anni dopo risponderà che «trattasi di paradosso della pulsione securitaria», una forza di autoconservazione che preferisce «la protezione della vita rispetto alla vita». L’umano è aspirazione all’ossigeno della libertà: la pulsione si presta ad agevolare questo salto dionisiaco verso il “mare”, dice Nietzsche, l’affermazione della libertà come potenza, sperimentazione e sconfinamento, incontro con l’ignoto.<br><strong>Ma il siciliano incarna perfettamente quel lato opaco e inquietante della pulsione claustrale/autoconservativa scoperta da Freud.</strong> «Come liberarmi della libertà? Come disfarmi di questo orribile peso e luogo d’angoscia?», si chiede il siciliano sempre in “fuga dalla libertà”, in regressione verso la tanatofilia narcisistica.  <br>La vita qui è l’impresa più folle, esistere col desio è vizio da togliersi immediatamente, perché appunto distrae dalla «roba», dalle cose, dalla pietra, dalla tomba, e forse soprattutto perché sarebbe un incitamento contro il vittimismo (disposizione psicologica preferita dei siciliani). L’ingenuo dirà: «ma qui la prole si moltiplica!». Lo sciasciano oltraggioso replicherà: «certo, quale miglior modo per zittire la vita che dilagarla con biberon e vagiti, replicandola senza convinzione? Dando all’esistenza un’asfissiante forma di premio-produttività biologica?». <strong>I figli in Sicilia molto più che altrove si sfornano per tradizione, per competizione, tic superstizioso, regola previdenziale. </strong>Tanti a un certo punto comprendono finalmente di non essere tagliati per vivere la vita e allora delegano: «è tempo che lo faccia qualcun altro».<strong> Dunque, non far figli per affiancare vita ad altra vita, ma per aggirare la propria, protetti dalla facciata di un «traguardo»</strong>. Altro modo infallibile per far tacere la vita, e quindi la parola, è il cibo, visto che non si parla con la bocca piena, specie di cose che richiedono partecipata concentrazione. <strong>Quindi ben vengano le bulimie di fritture, cassate, le crapule di pasticcerie e cannolifici, per silenziare le voci e colmare la pancia</strong>. Ma la sazietà, lo dicono pure i <em>Veda</em>, non riempie la vita, la spegne.</p>



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<p><br>Non c’è alcuna lussuria in questo ingannevole «trionfo dei sapori», attraversato in disperazione più che per attitudine al vero piacere (suprema minaccia), <strong>piacere che va sperimentato nei suoi innocui surrogati: fugaci e intermittenti concessioni alla corporeità, unicamente nei meccanici e ripetitivi termini di stimolo e risposta</strong>. Pulsione senza desiderio, fisiologia primaria dove l’istinto è concluso a rango di necessità. Anche nella perversione e nella psicosi la pulsione non è vissuta: nella prima è mummificata, nella seconda non è propriamente sperimentata (se «vissuta» vuol dire «vissuta da un soggetto»). Pure l’altro, in fondo, va tenuto a distanza, nonostante sia realisticamente assai vicino. Perché è l’errore capitale considerare i siciliani «un grande cuore schiuso al sole e al vento».<br>Alcuni amici del Nord provavano stupore nel sapere che proprio in tante famiglie siciliane sopravvive (con la scusa delle buone maniere) il risibile vezzo feudale a oltranza del ‘lei’ ai suoceri, persino dopo decenni di compresenze nei reciproci tinelli e salotti, o di supporti emotivo/ospedalieri. <strong>La prossimità va regolata, lasciando fluttuare nell’aria quel velo arrogante di nascosta diffidenza</strong>. Anche qui, in queste leziose «forme di rispetto», vuote di senso e nesso col reale, si avvera il teorema del «purchè nulla cambi», già annotato dal <em>Gattopardo</em> (nota di dubbio: il tratto culturale che nega la realtà, perseguendone una tutta privata, fatta di illusioni di superiorità a dispetto del mondo fuori lì a provare il contrario, avrà contribuito a incoraggiare le perenni immondizie del Dugento?).<br><strong>Questo anche perché in Sicilia basta veramente poco per sognare, vantare una sofisticata <em>attitude</em> personale, inventarsi e sottolineare «aristocrazia sociale» inesistente:</strong> una laurea, conquistare un certo posto di lavoro, coltivare abitudini cosiddette colte o culturali, discendere da comunissimi impiegati invece che da operai metalmeccanici o uscieri o panettieri o fiorai.<br>Tanti generalizzati miti romantici sui siciliani sono falsi, vanno abbattuti. <strong>Una caponata purtroppo non fa primavera e non «apre il porto», inaugura semmai il terzomondismo tribale del clan.</strong> Non si deve credere sino in fondo alla blandizia affettata dei padroni di casa, qui. Non basta aprire una porta per aprire un «portone».<br>Al momento opportuno, il fraintendimento iniziale di «open arms» verrà chiarito con severi paletti sulle ‘i’ e, se sarà necessario, sulle ‘z’. Questi «benvenuti!» e «si accomodi» non sono crepe nel <em>privè</em>, contatti, <strong>ma rituali egosintonici in cui l’ospite è specchio ideale per giocose vanità da strapaese</strong>. Ospite a cui va semplicemente dimostrato come si è scaltri a esibire i frutti di un’inutile operosità piccolo borghese, destinata a rimestare deprezzate cerimonie di presentabilità.<br><strong>Quanto alla mammocrazia siciliana, si distingue per la sua convulsa oppressività psico-motoria</strong>. Dove le madri del Nord lasciano figlioli ruzzolare e sbucciarsi gomiti o culetti, vagare a gole aperte durante tormente di neve e grandine con gradi sotto lo 0, le mammone siciliane sorvegliano battiti cardiaci, comportamenti e andamenti, ricoprendo fino al soffocamento corpi altrimenti assiderati da questi perlopiù mitissimi inverni meridionali. &nbsp;<br>Ma leggendo le diverse scritture dedicate alla sicilianità, come argomento o come «metafora» (ancora Sciascia), uno si può domandare se interessano anche a chi siciliano non è mai stato.</p>



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<p>Chissà se la gente sarà stufa di sentirne parlare, passando oltre appena legge la parola ‘Sicilia’. <strong>Se si è stufata è perché non ha capito l’argomento occulto che rappresenta (il dramma di lasciarsi morire lentamente), e il motivo forse è dovuto ad autori non sempre pronti a dichiararlo senza giravolte</strong>. Spesso si è servito, alternato a brillanti <em>confutatis maledictis</em>, un dessert di salsa masturbatoria insopportabile, nonostante le promesse di un sistematico ‘lucidi’ e ‘vigili’, lasciando in chi legge un sentimento di confusione. Cosa si può scoprire, a proposito del «vivere», leggendo i migliori ritrattisti di quest’isola? <strong>Che si può liberamente scegliere di essere morti da vivi</strong>. Si può provare molta nostalgia, a causa di una infelice memoria genetica di passate oppressioni storiche, per un benessere mai provato, e odiare se stessi fino all’<em>exil intérieur</em>. Si può capire che la «pulsione di morte» non è un dato intellettuale, ma bisogno attivo di mutilare la volontà d’Eros.<br>Suggerisco a chi vuol fare un <em>contra-Sicilia</em> di non chiamarla “terra” (più prudente “territorio”), sia perché si condannerebbe a un «sound Gianbecchina» (evocando tutte le abiezioni pittoresche: «succhi d’arancia», «girotondi tra le vigne», «sangue dei padri che scorre nei campi», «mare odoroso delle scogliere», «pescherie scintillanti al sole Mediterraneo», «mercati chiassosi», «il sudore acre dei coltivatori», «mamme che brulicano felici per le vie stringendo piccini e distribuendo pesci e pasta»), e sia perché farebbe scattare ingiustamente l’immagine di Eros, della bacchica generatività, ma anche del «Primigenio» che comanda e presiede tempeste. Tutte cose, queste ultime, che i siciliani non conoscono e non sanno, rappresentandone l’opposto.<br>Se i Siciliani volessero un giorno tentare la vita, <strong>dovrebbero rinunciare alla Sicilia come feticcio e volerla come soggetto</strong>, includersi veramente in ciò che lei è, arcadia a colori, movimento di rocce e acque fra luci e tenebra.<br>Però la roba è nata qui, e non a caso: <strong>tutto è ‘cose’, in Sicilia, e ciò che <em>cosa</em> non è (per esempio le persone), lo diventa per esorcizzarne il potenziale destabilizzante</strong>. Cose e case che saturano il Tutto: adorate, protette, meditate e rimeditate, abbracciate come unico «luogo dell’anima» per un’esistenza intera, a sua volta da dedicare a furiosi accaparramenti di realtà.<br>Vero è ciò che può essere toccato dopo essersi materializzato in quella sola forma accettabile e dignitosa chiamata Cosa. <strong>Il denaro conta, non per un culto esplicito della ricchezza, ma perché compra quella realtà che tanto bisogna. Questo perché c’è troppo e tutto insieme</strong> (quel «tutto troppo insieme» che fa impazzire prima Werther e poi Faust). In un colpo solamente, troppo paesaggio trasognato, troppo idillio ellenico-fenicio, troppi templi e troppo Mito, troppa altezza, e nelle menti più anguste questo produce follia, confusione e sfinimento.<br>«Cosa posso farmene, io feudatario dei miei ombelichi, di tanta estesa e mobile inutilità»?<br>Mentre qui lo Spirito della Terra goethiano si esprime a faville in miliardi di tasselli capaci di rimettere in piedi persino l’infermo di Betesda, <strong>la vita sprofonda nel grigio scuro.</strong> Troppo mare, sempre presente, giorno e notte davanti agli occhi, archetipo del mutamento oscuro, del mistero invisibile e incoercibile, ha scavato il bisogno dell’immoto, del piccolo stanzino? Delle «risposte utili»? Di qualcosa che, si è certi, non deluderà, perché si può gestire?</p>



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		<title>Il Gattopardo non va visto a prescindere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Mar 2025 10:38:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<category><![CDATA[Tomasi di Lampedusa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel "Gattopardo" versione Netflix, il Principe Fabrizio è ora una donna nera non binaria, una donna transgender afrodiscendente e Tancredi un attivista climatico con lo smalto alle unghie.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’Italia è morta! Il cadavere è sotto un parcheggio di qualche outlet, e ci sono profilattici bucati pure, e puzza di merda. Il suo cadavere, gonfio di Nutella e debito pubblico, fluttua in uno spritz annacquato della gintoneria di sto ca’. Non c’è più alcuna nobiltà, alcuna fierezza. Ve lo dico subito: abbassate i calzoni che questo articolo sta per sfondarvi, per farvi male. <strong>Solo Maranza e Guardia di Finanza in tuta in giro, o in borghese</strong>; pensionati che si lamentano della benzina, che guardano l’unica cosa eterna che vedranno: i lavori pubblici; radical minch con la borsa di paglia; cumcette con i capelli neri di Cusenza col papà camorrista, che twittano sulla Palestina dal loro Airbnb a Ibiza.</p>



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<p><br>Tutto questo lo sapeva già il Principe Fabrizio di Salina. Lo sapeva e se l’è dovuta accollare per forza. Ecco la sua colpa, ecco il fallimento della sua genia: <strong>credere che il declino si possa affrontare con un’alzata di spalle e un sopracciglio inarcato</strong>, come Carletto Ancelotti, che magari farà cadere qualche mutandina, ma nessun Muro di Berlino.<br><br>Nel <em>Gattopardo</em> versione Netflix, il Principe Fabrizio è ora una donna nera non binaria. Sì, hanno deciso di rifare <em>Il Gattopardo</em> su Netflix, il che non significa che possiamo dire addio all’aristocrazia siciliana, ma alla Sicilia intera, all’Italia, all’UE. Il Principe Fabrizio sarà probabilmente una donna transgender afrodiscendente e Tancredi un attivista climatico con lo smalto alle unghie.</p>



<p><strong>Non lo vedo neanche quell’obbrobrio. Per scrivere qualche misero articoletto, scordatevelo. Il bello di oggi è che le cose le puoi stroncare senza vederle</strong>. Però posso testimoniare che il tutto è stato girato a Palermo, sotto casa mia, che nel film sembra Berlino Est, perché tutto su Netflix sembra Berlino Est. Io vedevo queste comparse mangiare nel mio bar di quartiere preferito, lasagne su piatti di plastica, e pensavo a Luchino Visconti esploso sotto tritolo. <strong>Questo non è un adattamento: è la riesumazione di un cadavere per violentarlo sotto i riflettori con sonde anali, in una sala operatoria aliena. Non è un omaggio, è un’adduzione rettiliana</strong>. Se Tomasi di Lampedusa fosse vivo, si sparerebbe con la doppietta.<br><br>Guardate il Presidente Mattarella: un ectoplasma istituzionale che compare in TV solo per dire cose che fanno annuire e calare il sonno. Antibattito-cardiaco-Mattarella lo chiamo io. <strong>Il monarca senza corona di una nazione senza spina dorsale</strong>, che si sveglia solo quando la Nazionale vince gli Europei e per beccare un &#8220;no&#8221; da Sinner, in un paese che poi non vede l’ora di tornare a farsi sodomizzare dai mercati finanziari e tradire qualche alleato in guerra.</p>



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<p><br><br>E il popolo? Il popolo esiste solo quando serve un hashtag; il resto dell’anno è un codice fiscale che paga le tasse e si fa strizzare le palle dai direttori di banca e dalle finanziarie, per comprare SUV a debito e telefonini da ottocento euro. Ha la figlia influencer. Boomer e millennial inferociti e sterilizzati da anni di ingiustizia sociale e “meritogrrrazzzia”.<br><br>Parliamo di plebiscito? Ok. Il plebiscito del 1860 non è altro che una grande anticipazione delle primarie del PD. La scena del plebiscito ne Il Gattopardo è un capolavoro di satira involontaria. Il popolo siciliano, analfabeta e sottomesso, viene portato a votare per l’Unità d’Italia come si portano le vacche al macello. I risultati? 432.053 voti per il Sì, 667 per il No. <strong>Percentuali da Corea del Nord e savoiardi inzuppati nel caffè</strong>. Stacco! Generazioni dopo, il caffè lo portiamo noi ai turisti, che ci scasseranno la minchia su Arancino vs Arancina e sulla ggggranidda di Siracusa. Ma ancora oggi ci raccontano che l’Italia è nata “dalla volontà del Bobbolo per fare giuSTIzzzia sociagggiale”. <strong>No, è nata da un golpe bancario-massonico dei Savoia, finanziato dagli inglesi, eseguito da mercenari e consolidato sulla testa di un popolo che non ha mai avuto voce in capitolo.<br></strong><br><strong>La vera Italia non è mai nata</strong>: esistono solo i suoi resti, uniti artificialmente dalla burocrazia, divisi giustamente in tutto il resto.<br><br>Ma destra e sinistra, gemelli siamesi della noia, sono in agguato! La destra borghese: condomini di provincia con parolone come “valori”, mentre investono in azioni Amazon e i figli ludopatici con disturbi dell’attenzione si fumano il crack. La loro idea di sovranismo è litigare su Telegram per una statua di Mussolini. La sinistra? Peggio. I wokie con i capelli azzurri che si masturbano sui diritti civili dei Maranza al suono di rap e drill, mentre si apprestano ad accendere un mutuo trentennale per finire a fare la caricatura della Famiglia Cuore.<br><br>Un tempo le invasioni portavano Attila e i Goti, gli Unni. Oggi portano ragazzini in felpa Adidas che sputano per terra e ti chiedono i soldi fuori dal Carrefour, mentre dietro ogni slogan c’è un imprenditore che vuole braccia a basso costo. Il risultato? Le città trasformate in suk, le piazze in dormitori a cielo aperto, i quartieri storici svenduti agli affitti in nero.<br><br>Tranquilli raga, l’Italia è una merda, ma ci sono gli imperi. E qui arriva lo scappellotto sulla nuca: la grande lezione de <em>Il Gattopardo</em>. <strong>La Nazione è un’invenzione per gente senza fantasia. Quello che conta è l’Impero</strong>. Federico II di Svevia lo sapeva: mentre i comuni si sbranavano per un pezzo di terra, lui costruiva castelli, parlava sei lingue, faceva volare i falchi e derideva i papi.<br><br>Il futuro non è nei confini, nei patriottismi da discount, nelle bandiere che sventolano sopra le buche delle strade. Il futuro è in chi sa costruire l’eterno, raga. In chi sa comandare. Il Gattopardo è questo. Luchino lo sapeva, Tomasi lo sapeva.<br><br>E mentre voi vi accapigliate su Salvini e Schlein, Trump è là che mangia hamburger e si fa incoronare come nuovo Cesare, Mosca è la nuova Roma, la Cina è la Cina. E noi? Noi non ci abbiamo capito un cazzo: <strong>il popolo vuole i gladiatori, non i ragionieri</strong>. Vuole il sangue, la lotta, la gloria.</p>



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<p><br><br>Ma non temete. Le tenebre non sono eterne. La storia si piega sotto il peso degli uomini spavaldi. <em>Il Gattopardo</em> non è morto. Sta solo aspettando il momento giusto per tornare. E sarà ferro. Sarà fuoco. Sarà sperma. O per lo meno, saremo già andati a fanculo.</p>
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		<title>Le donne del Sud non hanno bisogno del &#8220;Femminismo Terrone&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Jan 2025 14:41:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Italia Profonda]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[Fauzia]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Femminismo Terrone]]></category>
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		<category><![CDATA[Sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[Sud Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Claudia Fauzia e Valentina Amenta, con il saggio Femminismo Terrone, edito da Tlon,<br />
ci regalano un'opera che assomiglia a un minestrone di stereotipi al rovescio condito con un pizzico di sociologia da bar, un retrogusto di sudore e una spolverata di baffetti incolti.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Claudia Fauzia e Valentina Amenta, con il saggio <em>Femminismo Terrone</em>, edito da Tlon, casa editrice del duo Gancitano e Colamedici – chissà perché il duo fa pensare sempre alla comicità: Don Chisciotte&amp;SanchoPanza, il Gatto&amp;la Volpe, Stanlio&amp;Ollio, Gianni&amp;Pinotto, Bouvard&amp;Pécuchet, Sandra&amp;Raimondo – <strong>ci regalano un&#8217;opera che assomiglia a un minestrone di stereotipi al rovescio condito con un pizzico di sociologia da bar,</strong> <strong>un retrogusto di sudore e una spolverata di baffetti incolti.</strong> Non mancano i muretti a secco e la strumentalizzazione di ogni proto-femminismo siciliano, di ogni istanza matriarcale che nell’isola, ma nel Mediterraneo in generale, ha coesistito con secoli di patriarcato.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="710" height="1000" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/01/81MlMZibIOL._UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-1841" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/01/81MlMZibIOL._UF10001000_QL80_.jpg 710w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/01/81MlMZibIOL._UF10001000_QL80_-213x300.jpg 213w" sizes="(max-width: 710px) 100vw, 710px" /></figure>
</div>


<p>Tra un capitolo e l&#8217;altro, ci si chiede: è una critica sociale o la sceneggiatura di una fiction? La scrittura in effetti non è molto più “incisiva” di un lungo messaggio vocale su WhatsApp, e anche le analisi lasciano un po’ a desiderare.<strong> L’immaginario a cui le due autrici danno vita è il paradiso del leghista medio: vittimismo, banalità e ricerche sommarie da tesina di terza media.</strong> Questo il livello del piagnisteo: «Perché il carnevale di Venezia è un elegante festa tradizionale e il palio dei Normanni di Piazza Armerina è una rivendicazione storica di gente sempliciotta?».</p>



<p>Grazie a questo libro, il cui titolo è azzeccato &#8211; va detto &#8211; scopriamo che in Sicilia il femminismo in realtà non servirebbe a nulla, perché esiste da sempre, ma in forma ben <strong>diversa da quella raccontata da Freeda e dalla letteratura femminista sponsorizzata a basso costo dai nostri colossi editoriali</strong>. Da Costanza d’Altavilla, capace di fare un parto pubblico il 26 dicembre 1194, per dimostrare di essere all’altezza di generare un erede, fino alle Florio e persino alle vecchie matrone, le donne siciliane hanno sempre avuto tutto sotto controllo, forse non con gli strumenti che conosciamo oggi: non con le quote rosa, la lotta al maschile sovraesteso, i sex toy e la gestazione per altri, ma con mezzi diversi, esercitando un potere meno evidente e più raffinato, almeno finché l’abbrutimento piccolo borghese non ha convinto alcune di esse, con un pregiudizio tutto progressista e nordico, <strong>che le donne prima del ’68 fossero delle buone a nulla, succubi dei mariti violenti.</strong></p>



<p>Ma la Sicilia e il Mezzogiorno in generale, in quanto dimensione ancora magica, prelogica e quindi “scandalosa”, non vanno guardati con i filtri delle categorie illuministe, marxiste o sessantottine, <strong>quanto piuttosto con l’approccio dell’antropologo Ernesto De Martino, o con quello di Amalia Signorelli</strong>, i cui studi hanno fatto cadere molti stereotipi sui temi della “segregazione femminile” al Sud, e hanno indagato invece una più ampia complessità dei rapporti uomo-donna, in cui queste ultime hanno avuto un ruolo centrale nella costruzione, nel mantenimento e nell’esercizio di relazioni di mediazione e clientelari.</p>



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<p>Il &#8220;femminismo terrone&#8221;? È sempre esistito, ma non è certo quello descritto dalle due autrici. Che tra l’altro introducono il saggio con un’ammissione di colpa: «&#8221;deve essere dura essere una donna, e per dipiù queer, in Sicilia” ci sentivamo ripetere dalle compagne. In sostanza, ci sentivamo ripetere che noi, così com&#8217;eravamo, non andavamo bene; il nostro accento era volgare, le nostre tradizioni barbare, le nostre conterranee incivili. A lungo andare, abbiamo interiorizzato la discriminazione antimeridionalista perché ci hanno raccontato e continuano a farlo che la nostra è una terra irrimediabilmente marginale, sempre uguale a se stessa, recalcitrante alle innovazioni, intrinsecamente maschilista, arida e cattiva». <strong>Ecco però che il processo di decostruzione dei pregiudizi continentali non passa attraverso un vero recupero dell’immaginario mediterraneo-meridionale, ma attraverso strumenti ideologici che quelle stesse compagne hanno importato dagli Stati Uniti,</strong> con le loro mode New Age e il poststrutturalismo berkleyano, o dai Paesi scandinavi con le loro teorie svedesi dell’amore. Invece di riappropriarsi integralmente di quegli usi, costumi e pratiche, di quel sapere delle donne del Sud che ha consentito loro per secoli di <strong>amministrare un potere diverso da quello politico e immediatamente visibile</strong>, le autrici danno vita a una versione ibrida di femminismo che vuole compiacere il Nord e accontentare il Sud.</p>



<p>Proprio su questo punto, infatti, il saggio inciampa in diverse contraddizioni, prima criticando che «oggi, le donne meridionali, rese anch&#8217;esse un blocco unico monolitico indistinguibile al suo interno, vengono rappresentate alternativamente come &#8221; focose donne del sud&#8221; o &#8220;le casalinghe forti ed aggressive&#8221;, sono Malena o le madri, le zie, le nonne costrette in cucina nell&#8217;ossessiva preparazione di pietanze&#8230;» Per poi rivendicare, sul finale, esattamente l’opposto: «in questo senso è interessante ipotizzare che la domesticità e la sensualità possono essere aree in cui le donne meridionali esercitano forme di resistenza e autonomia contro le strutture di potere maschili». <strong>Ecco che le donne del Sud non hanno affatto bisogno di lezioni di femminismo dal mondo “civilizzato”</strong>, e che non per forza un femminismo che passa attraverso le istituzioni si rivelerà vincente, istituzioni con cui l’approccio individualista e matrifocale mediterraneo infatti non si è mai compromesso, intraprendendo piuttosto una politica esoterica, sotterranea, apparentemente sottomessa, magico-seduttiva, uterina.</p>



<p>E del resto, chi vorrebbe compromettersi con questa società se ha un briciolo di cervello? Chi vorrebbe un lavoro in un’azienda? Per fare carriera, per andare in guerra? Per vedere mezza busta paga andare via in tasse senza alcun servizio in cambio? Per stare otto ore al giorno davanti a un computer? <strong>Chi vuole essere “incluso” nella matrix occidentale, produci-consuma-crepa? </strong>Vivo in questo stagno siculo-mediterraneo da anni, e la frase più intelligente che sento dire in giro è sempre la stessa: <strong>“poveretto, è costretto a lavorare”. </strong>In Sicilia il lavoro non è mai stato associato alla dignità o alla ricchezza: chi lavora è un inferiore, un infelice. Sarà un retaggio gattopardesco, del Sacro Romano Impero, sarà il caldo, ma il Sud ha sempre avuto come ideale lo stesso del principe Fabrizio, dedito ad attività prevalentemente intellettuali.</p>



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<p>Ecco perché a quel femminismo anglosassone che vuole siglare i peggiori compromessi con il sistema capitalistico, le sue leggi e i suoi lacci per poi lasciarle morire da sole servendo l’economia globale, molte donne siciliane hanno detto istintivamente “no, grazie”. Perché la soluzione non è questa corsa al ribasso a chi è più vittima, una condizione mentale contemporanea, <strong>e che toglie dignità a tutte quelle</strong> <strong>donne che prima di questo fenomeno hanno saputo essere libere anche senza i bandi del PNRR per l’imprenditoria</strong> <strong>femminile e la schwa </strong>– che le due autrici utilizzano salvo poi incentivare il ritorno al dialetto (ma come?) – senza la retorica dell’inclusione in un mercato che va cambiato, prima ancora che ingrassato di carne da macello a basso costo.</p>



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		<title>A cosa serve santificare Falcone e Borsellino?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Sep 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
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		<category><![CDATA[41-bis]]></category>
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		<category><![CDATA[Falcone]]></category>
		<category><![CDATA[Sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[Stato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Da dove nasce l’esigenza dello Stato di beatificare due dei suoi cittadini, morti nella lotta alla mafia, attraverso tutti i mezzi della propaganda che possiede – dalle gigantografie sui muri e le retrospettive della RAI, fino alla toponomastica e la genuflessione a favor di telecamera delle cariche dello Stato? Si tratta di retorica, senso di colpa od opportunismo?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Come non commuoversi, ogni anno di nuovo, quando la liturgia statale ripropone il ricordo della strage di Capaci e, qualche settimana dopo, quella di Via d’Amelio? È quantificabile il debito che una collettività nazionale può sentire nei confronti dei propri eroi patrii, per chi ha pagato con la vita il semplice fatto di aver voluto perseguire senza compromessi &#8211; sempre cosciente del pericolo in cui incorreva – la legalità e il senso civico? <strong>Falcone e Borsellino sono eroi <em>dello Stato</em>, non vi è alcun dubbio</strong>. Hanno eroicamente condotto la propria funzione di magistrati antimafia, dando altrettanto eroicamente la vita per il proprio paese. In cambio hanno ricevuto una canonizzazione <em>ad honorem</em>, laica e repubblicana. La loro morte è una ferita aperta nel cuore della Repubblica, che ogni primavera zampilla di sangue vivo, incupendo con tristezza reverenziale lo spirito nazionale.&nbsp; </p>



<p>Ma da dove nasce l’esigenza dello Stato di beatificare due dei suoi cittadini, morti nella lotta alla mafia, attraverso tutti i mezzi della propaganda che possiede – <strong>dalle gigantografie sui muri e le retrospettive della RAI, fino alla toponomastica e la genuflessione a favor di telecamera delle cariche dello Stato?</strong> Non risulta il tutto un po’ forzato e ridicolo, poi, se si considera la connivenza, per quanto presunta, tra <em>Cosa Nostra</em> e lo Stato, quello democristiano se si vuole prestar fede alle persuasive dietrologie, quello berlusconiano se si vuole prestar fede all’evidenza (sempre che Dell’Utri non fosse solo estremamente affabile e benevolo verso i suoi conterranei, che l’agenda rossa di Borsellino non fosse solamente piena di trascurabili promemoria e che Mangano non fosse semplicemente molto bravo con i cavalli).</p>



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<p>         <br><strong>C’è un motivo per il quale si intitolano aeroporti a Falcone e Borsellino, si dedicano loro murales e si indicono concerti a loro nome, e non alle tante altre vittime, non soltanto innocenti, ma anche coraggiose della mafia</strong>. Primo fra tutti Peppino Impastato, che quell’aeroporto di Punta Raisi (in seguito alle stragi ribattezzato “aeroporto Falcone e Borsellino”) lo aveva denunciato quale asset imprescindibile per i traffici di Badalamenti, oltre che esproprio violento delle terre contadine e luogo geograficamente inadatto, per via dei forti venti, ad ospitare uno scalo. Certo, erano anni diversi e Impastato non era una carica dello Stato, né possedeva di quest’ultimo una concezione particolarmente lusinghevole. Per quanto la sua lotta alla mafia non manchi di dettagli esemplari, seppur non in nome del terzo potere dello Stato, la sua agiografia è stata affidata alla famiglia o alla critica indipendente, e la politica istituzionale se ne è pressoché del tutto lavata le mani.      </p>



<p><br>Nel caso di Falcone e Borsellino, invece, lo Stato si è inserito a dirigere, in modo più che contraddittorio, la risposta dal basso alle stragi di Capaci e via D&#8217;Amelio, che già a ridosso della morte di Falcone prendeva slancio in movimenti come quello dei &#8220;lenzuoli bianchi&#8221;. Non si tratta solo del fatto che i due magistrati sono stati uomini di Stato, quindi schierati dalla parte di quest’ultimo, tenuto perciò a proteggere e osannare i propri eroi morti in battaglia (non prima però di essere stati abbandonati in vita). Il fatto è che, in verità, <strong>fa comodo a tutti, in generale, avere delle figure di riferimento dall’alto valore simbolico, delle pratiche o dei termini scudo da poter usare per disimpegnarsi dalle critiche, con affermazioni e dichiarazioni a rischio zero</strong>. Nel film di Franco Maresco <em>La mafia non è più quella di una volta</em>, pregevole sequel di <em>Belluscone</em>, la ridicola retorica istituzionale a favore dei due magistrati assassinati negli anni ’90 raggiunge un parossismo suggestivo, con l’intramontabile Ciccio Mira incaricato di organizzare un concerto neomelodico in memoria di Falcone e Borsellino, allo ZEN di Palermo, che si rifiuta però anche solo di dire che la mafia sia “una brutta cosa”. <strong>Farsa periferica e secondaria, il cui tenore però ricorda quella centrale e istituzionale</strong>, messa in scena per esempio con gli inchini e gli omaggi dei leader politici alleati o appartenenti a Forza Italia, davanti alla lapide commemorativa di Capaci.  </p>



<p><br>Gli slogan e le figure santificate servono a tutti coloro che pretendono coltivare l’aspetto simbolico del potere, ovvero liberato del fardello del compromesso con la realtà. In generale è buona norma che chiunque voglia illudersi che i propri pensieri e i propri sentimenti non siano eterodiretti a beneficio di altri, cominci a storcere il naso ogniqualvolta un’organizzazione dotata di potere &#8211;<strong> che sia lo Stato, un’azienda, una lobby, o un collettivo</strong> &#8211; riservi a un essere umano gli onori che le <em>polis</em> greche riservavano ai propri condottieri, la chiesa ai propri santi e le pubblicità ai propri prodotti.&nbsp;&nbsp;<br></p>



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<p>“Sventurato il popolo che ha bisogno di eroi”, perché all’eroe è delegato il modello di superuomo che incarna le virtù dell’eccezionalità, il coraggio, la purezza, l’abnegazione, il sacrificio. <strong>Agli eroi si può delegare l’arduo compito dell’individuazione, del riconoscimento e della lotta contro il nemico</strong>.  </p>



<p><br>Gli eroi sono carne sacrificale, e perciò spesso sacrificabili e strumentalizzabili, utili a tracciare quella dicotomia retorica del male contro il bene, estremamente funzionali nella costruzione del nemico. Identificare un nemico è indispensabile nel processo di auto-identificazione come afferma anche Umberto Eco nel pamphlet <em>Costruire il nemico</em>.  <strong>«Avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro. Pertanto, quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo.</strong>»</p>



<p><br>L’identificazione di un nemico diventa rilevante anche a livello sociale compattando le masse verso direzioni comuni, consolidando convinzioni e modelli cui appartenere e tracciando una linea netta tra il bene e il male. <strong>Falcone e Borsellino sono il corpo e le vittime sacrificali dello Stato</strong> e diventano presto funzionali alla costruzione e al rafforzamento della narrazione di esso quale garante della legalità contro le minacce del nemico, rappresentate dal fenomeno mafioso.<br></p>



<p><br>Falcone e Borsellino sono quindi gli eroi, i martiri, i morti esemplari di cui lo Stato aveva bisogno per quella che Furio Jesi definisce la “macchina del mito” nel saggio sulla cultura di destra. La cultura di destra sarebbe la cultura in cui «il passato è una sorta di pappa omogeneizzata che si può modellare […] nel modo più utile, […] in cui prevale una religione della morte o anche una religione dei morti esemplari», in cui «esistono valori non discutibili, indicati da parole con l’iniziale maiuscola». <strong>Se queste parole sono: Legalità, Patria, Tradizione, Nazione, allora Falcone e Borsellino diventano materiali mitologici d&#8217;uso e consumo, «variamente manipolati, manipolabili e quindi &#8220;tecnicizzati&#8221; cioè usati per scopi contingenti» estremamente efficaci per la macchina che strumentalizza determinate immagini rendendole mitiche e trasformandole in strumenti di mobilitazione e azione.      </strong></p>



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<p><br>Ma se analizziamo la genesi dello Stato italiano e del fenomeno mafioso sarà facile riflettere e comprendere su&nbsp;<strong>quanto sia fragile e ingannevole l&#8217;ideologia che vuole lo Stato come un moderno Ercole contro l&#8217;idra dalle molte teste della criminalità organizzata</strong>. Era ciò che affermava anche il magistrato Rocco Chinnici, fondatore del primo pool antimafia, il quale sosteneva che il fenomeno mafioso &#8211; ovvero di una struttura organizzata con rapporti sia con il potere costituito, ma anche con la popolazione, per la quale si prestava a risolvere i problemi come una specie di tribunale speciale &#8211; emerge e si rafforza con l’unità d’Italia, per il vuoto lasciato dalla cacciata dei Borboni e la successiva marginalizzazione del Sud Italia trasformato in realtà periferica dalle politiche del nuovo Regno. &nbsp;&nbsp;</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Non ci interessa tracciare un’ipotetica origine del fenomeno in quanto l’origine è un momento sempre inventato <em>ex post</em> e quindi poco significativo, ma è sicuramente interessante comprendere come <strong>la Sicilia e il meridione siano territori e contesti culturali in cui lo Stato costruisce dal principio la propria identità e mitologia.</strong>&nbsp;In essi, più degli altri territori nazionali, esso gioca la partita della sua identità, calcando in profondità, rimarcando i propri attributi morali e comunitari. Lo si può vedere in particolare nella statuaria, nella toponomastica e nelle iscrizioni comunali. Più che altrove in meridione spiccano le statue di Garibaldi, le &#8220;via Roma&#8221;, le targhe onorarie con cui &#8220;i cittadini&#8221; ringrazierebbero i piemontesi o i rivoltosi antiborbonici. Come la presenza di una legge in un ordinamento giuridico del passato ci informa dei crimini che più comunemente venivano commessi, così le onoranze municipali permettono di capire quali concetti il potere costituito si sente costretto a ribadire, in evidente opposizione a quello che deve essere il sapere comune o l&#8217;opinione diffusa. &nbsp;&nbsp;<br>&nbsp;<br>E’ interessante e tragicomico poi assistere alla sovrapposizione continua di Stato-mafia-antimafia, c<strong>he rischia continuamente di sabotare l’immagine mitica della Legalità dell’apparato statale</strong>; politici accusati di associazionismo o collusioni mafiose, personaggi dell’antimafia del movimento anti-racket accusati di praticare estorsione o che hanno approfittato dell’antimafia per creare sistemi di&nbsp; gestione clientelari per l’amministrazione di beni e imprese confiscate per mafia (come Montante, l’ex presidente di Sicindustria, o Diego di Simone capo della security di Confindustria…), o il caso recente dell’ex pm Gioacchino Natoli, ex componente dello storico pool antimafia di Falcone e Borsellino accusato dalla Procura di Caltanissetta di favoreggiamento aggravato alla mafia per il filone dell&#8217;inchiesta mafia-appalti.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<br>Servono a questo quindi le commemorazioni, il giorno di lutto nazionale e della memoria, le genuflessioni, gli inchini, le parabole, i manifesti, le gigantografie sui muri, la santificazione, perché in questo palude melmosa, dove si sfuma il confine tra bene e male, vittime e carnefici, <strong>Falcone e Borsellino sono simboli unificanti, referenti morali che restituiscono l’immagine dell’impegno e il sacrificio nella lotta al nemico e di un’immagine positiva e integra dello Stato, che esso, per sua natura, non può avere.&nbsp;</strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



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<p><br><br>C’è quindi un evidente beneficio retorico nell’aver promosso la commemorazione di Falcone e Borsellino come condizione sufficiente per diradare i dubbi circa l’opinione di qualcuno nei confronti della mafia, dello Stato e del rapporto che tra essi intercorre, beneficio con cui capitalizzano consensi e approvazione buona parte dei politici italiani. <strong>È una dinamica che ricorda le campagne promozionali della polizia contro la violenza sulle donne, o l’amore per la natura professato dalle multinazionali di <em>fastfashion</em></strong>.</p>



<p>Oltre a ciò però non si può non considerare lo strumento politico che lo Stato ha estratto dalla strage di Capaci e di via D’Amelio, per conservare il quale si prodiga nella santificazione dei due magistrati e nella sfumatura degli aspetti problematici delle loro carriere e delle loro attività. La lotta al nemico apre la possibilità per lo Stato di vivere in un perenne stato d’emergenza o d’eccezione che genera<strong> l’opportunità di adottare misure straordinarie che diventano ben presto ordinarie ed estendibili, volte a rafforzare il controllo e la repressione dell’apparato.</strong> L&#8217;idea della lotta contro la mafia gioca la sua capacità attrattiva sulla semplificazione di un mondo nel quale la linea di confine materiale e morale tra giusti e ingiusti sono ben identificabili. Solo un’opinione pubblica italiana profondamente scossa ed emotivamente coinvolta avrebbe potuto concedere che il Parlamento desse seguito alle ambizioni di Falcone di disporre di uno strumento giuridico, tanto efficace quanto crudele e incostituzionale, come il 41-bis, il carcere duro. </p>



<p>Per chiudere gli anni di piombo palermitani e avviare il processo di bonifica turistica della città di Palermo si è deciso di combattere la mafia corleonese, distintasi per crudeltà e tracotanza, <strong>rinunciando alla propria posizione alternativa a essa, scendendo al compromesso della violenza, dettato dall’emergenza, e usufruendo del proprio potere liberato dai limiti astringenti della carta dei diritti universali dell’uomo e dell’idea del carcere riabilitativo.</strong> Perché il 41 bis e il carcere ostativo, nonostante siano stati dichiarati pratiche di tortura dalla Corte europea dei diritti umani, poiché violano la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, sono disposizioni ancora presenti nell’attuale ordinamento giuridico. In principio destinate ai soli mafiosi e nel tempo estese anche ai terroristi, (altra “idea senza parole”), esse sono un chiaro esempio di come l’eccezione diventi la regola e l’emergenza sia l’altare sul quale i diritti diventano merce spendibile e sacrificafibile in nome della lotta al crimine. </p>



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<p>Nella vita reale esistono persone animate da un coraggio esemplare, come Falcone e Borsellino; gli eroi, invece, appartengono al mito e alla retorica, ambiti in cui è concesso il lusso della semplificazione. Si tratta di scoprire, ogni volta di nuovo, <strong>quale forma di potere viene legittimata attraverso l’idealizzazione eroica della vita di un essere umano, quale mezza verità bisogna mistificare, e quale insieme di valori e pratiche si pretende ammantare di un’aura sacrale, proteggendoli così, per sempre, dalla critica.</strong><br></p>
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