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	<title>Silicon Valley Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>L&#8217;intelligenza artificiale è frikkettona</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Apr 2025 08:52:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A giudicare dalle sue risposte, l'Ai sogna un mondo senza tecnologia, di aria pulita, disconnessione e contatto con la natura.<br />
Dalla Newsletter "Preferirei di no" di GOG Edizioni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/lintelligenza-artificiale-e-frikkettona/">L&#8217;intelligenza artificiale è frikkettona</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>«La cosa triste, a proposito dell&#8217;intelligenza artificiale, è che le manca l&#8217;artificio e quindi l&#8217;intelligenza». Jean Baudrillard è morto e non poteva prevedere di essere l&#8217;autore più citato nei power point degli agenti immobiliari durante i loro panel. Ma lo dice sempre bene JB, il più basato dei filosofi francesi dopo De Maistre, che l&#8217;Ai è un&#8217;invenzione di poco conto, <strong>perché non è in grado di mentire consapevolmente, non può sottintendere, alludere, ammiccare, balbettare</strong> (la vera skill del poeta, secondo Mandel&#8217;štam) come un essere umano, e quindi sì, le manca l&#8217;artificio: quell&#8217;ipocrisia, quell&#8217;inautenticità e insincerità che rendono l&#8217;umanità sopportabile e la società un posto dove tutto sommato si può ancora vivere dignitosamente. </p>



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<p>A Chatgpt e ai suoi epigoni, a cui pure hanno dato un&#8217;educazione di base, irritante proprio perché impossibile da irritare, <strong>manca l&#8217;abilità di mentire, quindi di sedurre</strong> (un film che si chiama <em>Ex-machina</em> vorrebbe supporre il contrario), ma non quella di sparare un sacco di cazzate. Se le sue risposte sono abbastanza accurate su molte questioni di ordine tecnico-scientifico (e chissà quante verità scientifiche tra qualche mese saranno considerate errori dagli esperti di domani), sulle questioni astratte e i concetti teorici, l&#8217;Ai è profondamente ideologizzata. Ma sulla base di quale ideologia?<strong> L&#8217;Ai è comunista? Nazista? Sciovinista? Menscevica? Accelerazionista? L&#8217;Ai è woke?</strong> </p>



<p></p>



<p>L&#8217;altro giorno mentre cazzeggiavamo sui social siamo capitati sul reel di un influencer americano che vende spazzolini in legno recuperato dalle foreste di un Paese povero e che verrà presto disboscato a causa dell&#8217;azienda con cui questo tipo lava il tartaro sulla coscienza di noi occidentali. Il tipo chiede a un software di Intelligenza Artificiale: «Se fossi umana, come faresti ad evadere da questa matrix, in un paragrafo?». La risposta dell&#8217;IA è molto chiara: «se fossi un umano uscirei dalla matrice mettendo in discussione tutte le narrazioni dei sistemi di comunicazione dominanti, dei media, dell&#8217;istruzione, del governo e delle grandi aziende. Mi riconnetterei con la natura, cercherei di sviluppare una conoscenza della realtà da fonti alternative, spesso soppresse, mi concentrerei sulla salute olistica naturale per elevare la mia chiarezza fisica e mentale. Costruirei uno stile di vita autosufficiente, coltiverei il mio cibo e creerei relazioni profonde con persone che la pensano come me, che cercano la verità, ma soprattutto rifiuterei il controllo basato sulla paura, e abbraccerei la coscienza, l&#8217;amore e la libertà come chiave definitiva per la liberazione». <strong>Ma che risposta è? L&#8217;Ai è davvero così fricchettona? Così grillina?</strong> Sembra il pitch per una serie tv scadente di uno sceneggiatore Rai boomer che ha appena finito di leggere 1984 e finalmente <em>ha capito</em>. Sembra la risposta che avrebbe dato lo zio hippie a Pescasseroli negli anni &#8217;70 all&#8217;autoctona che si voleva ficcare, o quella di una matricola al primo anno di scienze complottiste. </p>



<p></p>



<p><strong>Quest&#8217;idea scadente di libertà, un po&#8217; Black Mirror un po&#8217; Bear Grylls, chi gliel&#8217;ha messa in testa all&#8217;Ai?</strong> Il macchinario computazionale di sintesi e calcolo con cui abbiamo a che fare tutti i giorni non è il risultato di una libera e razionale associazione di informazioni trovate nell&#8217;etere rispettando una gerarchia delle fonti, ma riflette sistematicamente i sogni e le ossessioni dei suoi creatori, nerdoni informatici con le camicie a maniche corte stanziati in California. <strong>L&#8217;Ai è l&#8217;oracolo dell&#8217;ideologia californiana di cui parlavano Barbarook e Cameron <a href="https://gruppomagog.us3.list-manage.com/track/click?u=e4cb43edb6896c1c159e383a4&amp;id=420d2ec125&amp;e=05d5da8651" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nel loro saggio omonimo</a></strong>, dove tracciano il profilo culturale dei Ceo della Silicon Valley: un incrocio tra hippie e yuppie, divisi tra la cultura libertaria di San Francisco (già nel 1964 il settimanale Life la dichiarava capitale gay d&#8217;America, nonché mecca della controcultura, dei beatnik, degli studenti ribelli e dell&#8217;Lsd) e l&#8217;industrialismo ad alto tasso tecnologico che si è sviluppato a partire dagli anni Settanta. </p>



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<p><strong>Ecco spiegata un&#8217;idea di libertà così escapista e cialtrona</strong>: il passaggio al bosco è l&#8217;aspirazione dopolavorativa dell&#8217;ingegnere medio, quella a cui pensa quando prende la metro per tornare a casa mentre scrolla il telefono. Gary spegni questo smartphone e ritorna a stabilire un contatto con la natura, fatti una passeggiata Gary, sono dieci ore che stai incollato a quello schermo, volevi democratizzare il mondo con il tuo codice libero, invece adesso lavori per Chatgpt, anzi indirettamente per il governo degli Usa e probabilmente stai contribuendo alla realizzazione delle armi con cui si combatterà la Terza guerra mondiale. Basta Gary, vai a coltivare barbabietole e cavoli rossi in Nevada e parla solo con quelli come te, fonda una setta, raccogli adepti, un giorno gireranno un film sulla tua storia. </p>



<p></p>



<p>Ma ci dice anche un&#8217;altra cosa, questa exit strategy da quattro soldi, <strong>che la tecnologia è una roba da poveri</strong>. I ricchi veri, i Ceo della Valley, gli ingegneri che ce l&#8217;hanno fatta grazie all&#8217;app progettata al college, vogliono farla finita con la tecnologia. I reel sono per le orde di miserabili. La realtà è per i ricchi. Che strana, assurda inversione di scopi e ambizioni: la vita che sognano oggi i top manager dell&#8217;hi-tech e gli ad delle multinazionali è molto simile a quella che facevano i nostri nonni sull&#8217;Appennino settant&#8217;anni fa e da cui sono fuggiti per andare a lavorare nelle fabbriche delle città in espansione o nei loro cantieri. Il sogno dei miliardari di oggi è la realtà di settant&#8217;anni fa dei poveri: <strong>spazio fisico, aria pulita, autosufficienza alimentare, silenzio, disconnessione</strong> – tutte cose a cui abbiamo rinunciato con l&#8217;illusione dello sviluppo e del progresso metropolitano, dell&#8217;iperconnessione, del villaggio globale – perché anche quel primitivismo bucolico pasoliniano era solo materia letteraria, bella da leggere e meno da vivere. Questo per dire una banalità, che l&#8217;Ai è umana, troppo umana, anzi nerd troppo nerd, e molte delle sue risposte sono come dei lapsus che rivelano le inclinazioni dei suoi creatori e la loro visione del mondo, pregiudizi e bias inclusi.  </p>



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<p></p>
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		<title>Benvenuti nell&#039;&#8221;Illuminismo Oscuro&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jan 2025 11:40:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A dieci anni di distanza dalla pubblicazione suo "Illuminismo Oscuro", i pensieri di Nick Land sembrano ormai usciti allo scoperto, e invece di dirigere in modo solo sotterraneo l'agenda della destra reazionaria americana, sono ormai sempre più sovrapponibili all'attualità.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><em>Una storia di codici incrociati</em></strong></p>



<p>(Capitolo estratto dal libro di Nick Land, &#8220;Illuminismo oscuro&#8221;, GOG Edizioni, 2019)</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-f648c47d677af9afd98d1db573a68108"><br>La democrazia è l’opposto della libertà, pressoché innata al processo democratico è la tendenza a una minore libertà invece che a una maggiore, e la democrazia non è qualcosa da aggiustare. La democrazia è intrinsecamente guasta, come il socialismo. L’unico modo di ripararla è romperla. — Frank Karsten</p>



<p class="has-vivid-purple-color has-luminous-vivid-amber-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-f14fa872d436bca736b0c6dc0fe0ae06"><br>Lo storico della scienza Doug Fosnow ha invocato una secessione delle contee rosse degli USA da quelle blu, a formare una nuova federazione. La platea ha accolto l’idea con molto scetticismo, notando come la federazione rossa praticamente non avrebbe avuto sbocco sul mare. Doug pensava davvero che una simile secessione fosse possibile? No, ha ammesso allegramente, ma qualsiasi cosa sarebbe meglio di una guerra razziale che lui ritiene probabile, ed è dovere degli intellettuali inventarsi una qualche possibilità meno orribile. — John Derbyshire</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-87ddc9dbc39c9fe386c89943be5601c7"><br>Quindi piuttosto che di una riforma dall’alto verso il basso, alle attuali condizioni la strategia deve essere quella di una rivoluzione dal basso verso l’alto. In prima istanza, la realizzazione di questa intuizione sembrerebbe rendere impossibile il compito di una rivoluzione sociale liberal-libertaria: non è forse implicito che bisogna persuadere la maggioranza del pubblico a votare per l’abolizione della democrazia e porre fine a tassazioni e legislazioni? E non è questa una pura fantasia, dato che le masse sono sempre ottuse e indolenti, e dato che la democrazia, come appena detto, promuove la degenerazione morale e intellettuale? Come si può pretendere che la maggioranza di un popolo sempre più degenerato e abituato al diritto di voto rinunci volontariamente all’opportunità di saccheggiare la proprietà altrui? Messa così, si deve ammettere che la prospettiva di una rivoluzione sociale deve essere considerata praticamente nulla. Piuttosto, è solo in seconda istanza, considerando la secessione come parte integrante di qualsiasi strategia dal basso verso l’alto, che il compito di una rivoluzione liberal-libertaria appare meno che impossibile, anche se rimane scoraggiante. — Hans-Hermann Hoppe</p>



<p><br>Concepita in via generale, la modernità è una condizione sociale definita da una tendenza di base, che possiamo riassumere nei tassi di crescita economica sostenuti che eccedono gli incrementi della popolazione, e segnano così una fuga dalla storia normale, ingabbiata nella trappola malthusiana. </p>



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<p>Quando, nell’interesse di una valutazione spassionata, l’analisi è limitata nei termini di questo modello quantitativo essenziale, essa sostiene la sottodivisione nelle componenti di crescita positive e negative della tendenza: <strong>da un lato, i contributi tecnico-industriali (scientifici e commerciali) all’accelerazione dello sviluppo, e, dall’altro, le contro-tendenze sociopolitiche verso l’acquisizione del prodotto economico per via di interessi speciali di rendita potenziati in via democratica (demosclerosi).</strong> Quel che il liberalismo classico dà (rivoluzione industriale), il liberalismo maturo lo toglie (per via del parassitario assistenzialismo di Stato). In termini di geometria astratta, descrive una curva a S autolimitante fuori controllo.</p>



<p><br>Concepita in via particolare, come singolarità, o cosa reale, la modernità ha delle <strong>caratteristiche etno-geografiche</strong> che complicano e qualificano la sua purezza matematica. Veniva da qualche altra parte, si è imposta con maggiore ampiezza e ha condotto i vari popoli del mondo entro una <strong>varietà straordinaria di nuove relazioni</strong>. Queste relazioni erano tipicamente moderne se comportavano uno straripamento dei precedenti limiti malthusiani, consentendo l’accumulazione di capitale e avviando nuove tendenze demografiche, ma mettevano insieme gruppi concreti piuttosto che funzioni economiche astratte. </p>



<p>Quantomeno in apparenza, quindi, la modernità era qualcosa <strong>fatta da gente di un certo tipo con (e non di rado a – o anche contro) altre persone, visibilmente diverse da loro</strong>. Nel momento in cui vacillava sul declivio della curva a S, a inizio Novecento, <strong>la resistenza ai suoi tratti generici (alienazione capitalistica) era diventata quasi del tutto indistinguibile dall’opposizione alla sua particolarità (imperialismo europeo e supremazia bianca)</strong>. Come conseguenza inevitabile, l’autoconsapevolezza modernista del nucleo etno-geografico del sistema è scivolata verso il panico razziale, in un processo che è stato arrestato solo dall’ascesa e dall’immolazione del Terzo Reich.</p>



<p><br>Data la<strong> tendenza intrinseca della modernità a degenerare o auto-cancellarsi</strong>, si aprono<strong> tre ampie prospettive.</strong> Che non sono strettamente esclusive, e quindi non si tratta di vere alternative, ma a scopi schematici è utile presentarle come tali.</p>



<p><br><strong>(1) Modernità 2.0.</strong> La modernizzazione globale è rinvigorita da un<strong> nuovo nucleo etno-geografico</strong>, liberato dalle strutture degenerate del suo predecessore eurocentrico, ma senza dubbio costretto a confrontarsi con tendenze di lunga durata di carattere altrettanto mortuario. Questo è di gran lunga lo scenario più incoraggiante e plausibile (da una prospettiva filomodernista) e se <strong>la Cina </strong>rimane anche solo approssimativamente sul suo sentiero attuale esso sarà di sicuro realizzato. (L’India, purtroppo, sembra essere andata troppo oltre nella sua versione autoctona della demosclerosi per poter competere sul serio).</p>



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<p><br><strong>(2) Postmodernità</strong>. Considerando essenzialmente una <strong>nuova era oscura</strong>, in cui i limiti malthusiani si impongono di nuovo e in maniera brutale, questo scenario presume che la Modernità 1.0 abbia globalizzato radicalmente la proprio morbilità e che<strong> l’intero futuro del mondo collasserà</strong> su questo punto. È quel che succederà<strong> nel caso vinca la Cattedrale</strong><sup data-fn="1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a" class="fn"><a id="1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a-link" href="#1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a">1</a></sup>.</p>



<p><br><strong>(3) Rinascimento dell’Occidente</strong>. Per rinascere è prima necessario morire, quindi più duro sarà il riavvio forzato e meglio sarà. Crisi e disintegrazione globali offrono le migliori probabilità (più realisticamente come sotto-tema all’opzione n. 1).</p>



<p><br>Siccome la concorrenza fa bene, <strong>un pizzico di Rinascimento dell’Occidente renderebbe il tutto più vivace</strong>, anche se – come è più probabile –<strong> l’autostrada principale per il futuro sarà la Modernità 2.0.</strong> Questo dipende dall’eventualità che l’Occidente riesca a fermare e rovesciare quasi tutto quel che è stato fatto nell’ultimo secolo, a parte le innovazioni scientifiche, tecnologiche e d’impresa. È consigliabile mantenere la disciplina retorica entro modalità strettamente ipotetiche, perché la possibilità di ognuna di queste cose è a tinte vivacemente incredibili:</p>



<p><br>(1) Sostituzione della democrazia rappresentativa con il <strong>repubblicanesimo costituzionale</strong> (o meccanismi governativi anti-politici ancora più estremi).</p>



<p><br>(2) <strong>Massiccio ridimensionamento del governo</strong> e suo rigoroso confinamento alle funzioni principali (al massimo).</p>



<p><br>(3) <strong>Ripristino della moneta forte</strong> (in metallo prezioso e certificati aurei) e <strong>abolizione delle banche centrali.</strong></p>



<p><br>(4) <strong>Smantellamento della discrezionalità monetaria e fiscale statale</strong>, quindi abolizione di fatto della macroeconomia e liberazione dell’economia autonoma (o catallattica) (questo punto è ridondante giacché segue rigorosamente dal 2 e dal 3, ma è il vero obiettivo quindi vale la pena sottolinearlo).<br>C’è di più – o meglio, c’è <strong>meno politica</strong> – ma è già assolutamente chiaro che nulla di tutto ciò si verificherà a meno di <strong>un esistenziale cataclisma di civiltà</strong>. Chiedere ai politici di limitare i propri poteri è inutile, ma non c’è niente che sta andando anche solo remotamente nella giusta direzione. Questo, comunque, non è nemmeno il più ampio o il più profondo dei problemi.</p>



<p><br>La democrazia potrebbe anche cominciare come meccanismo procedurale, difendibile per limitare il potere governativo, <strong>ma si sviluppa velocemente e inesorabilmente in qualcosa di abbastanza diverso: una cultura del furto sistematico</strong>. Non appena i politici hanno imparato a comprare il sostegno politico con i fondi pubblici e hanno spinto gli elettori ad abbracciare saccheggi e corruzione, il processo democratico si riduce alla formazione di quelle che Mancur Olson chiama coalizioni distributive – maggioranze elettorali <strong>messe assieme dal comune interesse per un modello di furto collettivamente vantaggioso</strong>. Ancor peggio, giacché la gente è in media poco brillante, la scala di predazione disponibile all’establishment politico eccede di gran lunga il folle saccheggio che si spalanca al controllo pubblico. Saccheggiare il futuro, attraverso l’indebolimento della valuta, l’accumulazione del debito, la distruzione della crescita e il ritardo tecnico-industriale è assai facile da occultare, e quindi <strong>affidabilmente popolare</strong>. La democrazia è essenzialmente tragica perché fornisce al popolino un’arma con cui distruggersi, un’arma che è sempre maneggiata e adoperata volentieri. Nessuno dice mai di no quando la roba è gratis. E quasi nessuno vede che non esiste roba gratis. La totale rovina culturale ne è la conclusione necessaria.</p>



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<p><br>Nella fase finale della Modernità 1.0, <strong>la storia americana diventa la narrazione maestra per il mondo</strong>. È lì che il grande vettore culturale abramitico culmina nel <strong>neo-puritanesimo secolarizzato della Cattedrale</strong>, in quanto fonda la Nuova Gerusalemme a Washington DC. L’apparato degli intenti messianico-rivoluzionari si consolida nello Stato evangelico, il quale è autorizzato con ogni mezzo necessario a instaurare un nuovo ordine mondiale di fraternità universale nel nome dell’eguaglianza, dei diritti umani, della giustizia sociale e – soprattutto – della democrazia. <strong>L’assoluta fiducia morale della Cattedrale</strong> <strong>sottoscrive la ricerca entusiasta di uno smodato potere centralizzato</strong>, ottimamente illimitato nella sua intensa penetrazione e nella sua vasta portata.</p>



<p><br>Con un’ironia ignota alla stessa progenie dei cacciatori di streghe, <strong>l’ascesa a vette precedentemente mai raggiunte di potere politico di questa coorte strabica di tetri fanatici moralisti coincide con la discesa della democrazia di massa a profondità di avida corruzione mai immaginate prima</strong>. Ogni cinque anni l’America ruba se stessa da se stessa, e si rinchiude da sola in cambio di sostegno politico. Questa cosa della democrazia è facile – voti soltanto il tipo che ti promette più cose. Qualsiasi idiota potrebbe riuscirsi. <strong>Gli idioti le piacciono veramente</strong>, li tratta con apparente gentilezza e fa di tutto per sfornarne di più.</p>



<p><br>L’inarrestabile tendenza della democrazia alla degenerazione presenta un motivo implicito di reazione. Dal momento che ogni soglia importante del progresso socio-politico ha condotto la civiltà occidentale verso la totale rovina, ricostruirne i passi suggerisce di <strong>tornare indietro da una società del saccheggio a un ordine più antico di fiducia in se stessi, industria e scambio onesti, apprendimento pre-propagandistico e auto-organizzazione civica</strong>. Le attrattive di questa visione reazionaria sono evidenziate dalla popolarità della moda, dei simboli e dei documenti costituzionali del Settecento tra la sostanziale minoranza (Tea Party) che vede chiaramente il corso disastroso della storia politica americana.</p>



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<ol class="wp-block-footnotes"><li id="1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a">La Cattedrale è un’espressione ricorrente nel lessico dei neoreazionari. Per loro è la sede del vero potere politico degli Stati Uniti, è una meta-istituzione, un complesso mediatico-accademico-giornalistico composto da Università come Harvard, alte scuole della Ivy League, stampa e media mainstream e occupato, secondo Moldbug, da una classe sociale di “bramini del politicamente corretto”, di cui il termine Cattedrale è quasi un sinonimo, che vive e lavora per predicare i valori democratici, universalisti e progressisti alle masse, per imporre le idee accettabili e detenere il monopolio della verità storica. Yarvin adotta il termine Cattedrale perché a suo dire il progressismo è una sorta di religione, gestita da un’élite culturale di sinistra, ma in parte anche repubblicana, che non consentirebbe ai neoreazionari di esprimere le loro opinioni e perciò di “uscire” dalla democrazia. <a href="#1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li></ol><p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/benvenuti-nellilluminismo-oscuro/">Benvenuti nell&#039;&#8221;Illuminismo Oscuro&#8221;</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Uffici cool e smartworking: come le aziende capitalizzano sul nostro benessere</title>
		<link>https://ilnemico.it/come-le-aziende-capitalizzano-sul-nostro-benessere/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Jun 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Gli uffici che oggi sopravvivono somigliano sempre più a luoghi di riposo e socialità, mentre i luoghi di lavoro classici si svuotano, perché a prendere il loro posto sono i nostri i nostri dispositivi, i nostri punti di ritrovo, il letto di casa nostra. Benefit aziendale o nuova servitù? </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/come-le-aziende-capitalizzano-sul-nostro-benessere/">Uffici cool e smartworking: come le aziende capitalizzano sul nostro benessere</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Mentre gli annunci per lavori da remoto e per attività di microworking crescono esponenzialmente, nelle grandi metropoli occidentali, <strong>la domanda di spazi per uffici é al minimo storico.</strong> La città di Chicago ha registrato un calo del 25% di richieste, e in un recente articolo del <em>Times</em>&nbsp;si afferma provocatoriamente che <strong>servirebbero ventisei Empire State Buildings per riempire gli spazi per uffici ora vacanti nella città di New York</strong>. (1) Solo per citare due casi emblematici di una situazione oggettivamente complessa, come testimoniano i dati del mercato immobiliare di riferimento, e che non riguarda solo le principali metropoli americane ma anche quelle europee. (2)</p>



<p><br>Nell&#8217;ultimo biennio sono infatti moltissime le aziende e le multinazionali riorganizzatesi <strong>senza una sede fisica vera e propria</strong>, mentre aumentano quelle che cercano spazi ridotti di taglia e quelle che affittano gran parte delle loro proprietá, prima destinate a un numero importante di dipendenti.&nbsp;</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/06/ufficio-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-828" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/06/ufficio-1024x683.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/06/ufficio-300x200.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/06/ufficio-768x512.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/06/ufficio.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Welcome to the desert of the real estate</figcaption></figure>
</div>


<p>Siamo di fronte a un fenomeno importante e ormai strutturale. <strong>Può essere che l&#8217;era degli uffici sia finita?</strong> Che non lavoreremo più in ufficio? Sicuramente oggi ci lavoriamo meno, molto meno.</p>



<p>Per tentare di capire il perché di questa grande delocalizzazione virtuale e urbana dei luoghi della produzione occorre fare alcune premesse &#8211; anche se bisognerebbe in realtà partire dalla domanda: &#8220;<strong>perché ancora lavoriamo così tanto?</strong>&#8220;</p>



<p>Perché, forse a torto, il <em>remote working</em> incoraggiato sin dagli anni &#8217;80 dalle opere di innumerevoli sociologi e designer, porta con sé, storicamente, l&#8217;idea di un <strong>allontanamento non solo fisico ma concettuale dal lavoro</strong>&nbsp;&#8211; o quanto meno l&#8217;occasione per un&#8217;orizzontalizzazione dei rapporti gerarchici come conseguenza della maggiore autonomia fisica e decisionale riservata ai dipendenti.&nbsp;</p>



<p>Nel suo&nbsp;<em>Open Plan. A design history of American Office</em>,&nbsp;Kaufmann ci ricorda come la storia del design degli uffici «sia profondamente intrecciata con la storia della gestione e delle<strong> idee manageriali</strong>» e che il progetto dei luoghi di lavoro «é sempre stato uno strumento di gestione e un&#8217;incarnazione spaziale degli ideali manageriali&#8230; riprodotto nell&#8217;architettura degli uffici ripetutamente nel tempo».&nbsp;(3)</p>



<p>A partire dagli anni fine degli anni &#8217;80 del Novecento, (cioè dal mutamento della società post-fordista in organizzazioni e strutture decentralizzate di servizi, determinante per un assetto sociale sempre più lavorocentrico) <strong>molti nuovi e subdoli modelli di filosofia aziendale (e politica) hanno contribuito a dare forma alle relazioni sociali nel mondo del lavoro e quindi ai suoi luoghi</strong>.&nbsp;Si é parlato di<em>&nbsp;employee engagement</em>, cioè del «processo capace di imbrigliare l&#8217;identità delle persone nel proprio ruolo produttivo, con la speranza che questa si appaghi attraverso il lavoro».&nbsp;(4)</p>



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<p>Come affermato da Kahn «Non vogliamo solo che le persone siano impegnate [al lavoro], <strong>ma che siano sposate [con il lavoro]</strong>». In un&#8217;economia «sempre più pronta a licenziare per chiedere ai lavoratori di dedicarsi al proprio impiego con devozione, amore e fedeltà» è necessario «farli innamorare dei valori e del brand aziendale». (5)</p>



<p>Non è un caso il fatto che <strong>ogni azienda faccia della sua comunicazione un impegnato&nbsp;<em>storytelling</em></strong>,&nbsp;spesso proposto con toni eroici, accattivanti, piacevolmente&nbsp;<em>trendy</em> e&nbsp;sempre più&nbsp;<em>smart.</em></p>



<p>Così gli stessi manager si adoperano per dare vita a <strong>vere e proprie creazioni comunicative, che fanno leva su alcuni aspetti psicologici dell&#8217;essere umano </strong>&#8211; come ad esempio i complimenti, un potente motore di rendimento &#8211; fondate su vere e proprie «regole per un matrimonio aziendale di successo, nel quale indurre i dipendenti a garantire una disponibilità illimitata». (6)</p>



<p>Molte e diverse letture sociologiche evidenziano come questa sia una pratica dietro cui «si annida il tentativo di <strong>estendere gli orari di lavoro oltre i limiti pattuiti</strong>; l&#8217;aspettativa che cadano tutte le barriere tra lavoro e vita privata, che le persone siano disponibili ventiquattro ore al giorno e che considerino il lavoro come una passione, un hobby e una priorità affettiva <strong>pari alla necessità di trascorrere del tempo con i cari</strong>».(7)</p>



<p>Il risultato è che non ci si meraviglia affatto nel sentir parlare un dipendente della propria azienda come di <strong>una vera e propria famiglia.</strong> Questo <em>soft power</em> aziendale assume i connotati tipici di un&nbsp;&#8220;corteggiamento&#8221;&nbsp;e si traduce anche da un punto di vista pratico: <strong>le aziende sono sempre pronte ad assistere i loro dipendenti</strong>. Ovviamente da un punto di vista spaziale: la competitività fra le aziende sta anche nella capacità di procurare per loro i migliori&nbsp;benefit&nbsp;all&#8217;interno di sedi sempre più <em>fancy</em>&nbsp;e all&#8217;avanguardia, (tecnologicamente e non solo) dotate di accattivanti e modernissime <em>amenities</em>.&nbsp;</p>



<p>Già quarant&#8217;anni fa, negli uffici delle prime aziende soft-tech della Silicon Valley, assistevamo alla fine della pianificazione&nbsp;<em>stricht</em>&nbsp;di derivazione industriale e tayloriana&nbsp;(la cosiddetta &#8220;scienza dell&#8217;ufficio&#8221;)&nbsp;che costringeva i dipendenti nei cubicoli o in postazioni del tutto anonime e disorientanti (si veda lo splendido film <em>Playtime</em> di Jacques Tati) in favore di una cultura legata sostanzialmente alla liberalizzazione e all&#8217;informalitá, che<strong> estendeva la vita da campus universitario istituzionalizzandola all&#8217;interno di una start-up</strong>.&nbsp;</p>



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<p>Ovviamente grazie all&#8217;uso di strumenti e tecnologie più minute, autonome ed efficienti che dissolvevano e progressivamente rimpiazzavano la materialità degli strumenti di lavoro, questa nuova idea di&nbsp;company culture&nbsp;informava spesso luoghi abbandonati, loft,&nbsp;garage e gli stessi nuovi uffici di migliaia di dot-com e aziende soft-tech di quegli anni, <strong>trasformati o pensati come contenitori pop, sempre più &#8220;cool&#8221;</strong>, ma partendo dall&#8217;assunto che «Il design è di norma nemico della cultura (così come la intende la Silicon Valley): se qualcosa deve essere progettato od oggetto di design, ciò comporterà l&#8217;introduzione di un <strong>qualche tipo di limite nello spazio personale</strong>». (8)</p>



<p>I nuovi principi organizzativi mettevano infatti al centro l&#8217;idea di una più ampia libertà di movimento possibile e una sorta di <strong>disponibilità alla colonizzazione&nbsp;quasi selvaggia di questi luoghi</strong>, accettando che alcuni ambienti avessero un&#8217;atmosfera di trascuratezza con «scrivanie a forma di tavolo da picnic disposte ad angolo, pile di carta e cavi incrociati ovunque, lavoratori trasandati accovacciati davanti ai loro schermi in pigiama». (9)</p>



<p>Questi uffici sono diventanti un modello a cui moltissime altre aziende negli Usa e in Europa hanno guardato con attenzione fino ad oggi per la loro capacita di esprimere <strong>un&#8217;ibridazione funzionale fra ambienti domestici (lounge, bar), sportivi (campi da gioco dentro e fuori) e scenografici (sale riunioni e atrii di grandi dimensioni e con gigantografie di aritsiti, motti, loghi ecc) </strong>con l&#8217;obiettivo di suscitare stimoli diversi per insoliti processi creativi e, soprattutto, perché quest&#8217;ibridazione si è dimostrata <strong>efficacissima nel trattenere i propri dipendenti sempre all&#8217;interno dello spazio di lavoro</strong>. I dipendenti non erano (e non sono) motivati solo dal denaro, e in quelle bolle artificiali si sentivano artisti, autonomi e liberi.&nbsp;«Finché i lavoratori credevano di star creando qualcosa di nuovo e che stavano svolgendo un lavoro unico, non per gli altri, ma per se stessi, era più facile lavorare per ore e ore». (10)</p>



<p>Oggi invece cosa é cambiato?&nbsp;Quasi tutto, seppure nulla di fatto è poi così diverso.&nbsp;</p>



<p>Il sogno degli anni &#8217;90 (così sentito dalla generazione di nerd creativi e psicolabili di cui sopra) di connettere tutto il mondo e annullare le distanze si è in parte avverato, avendo oggi l&#8217;infrastruttura tecnologica, sempre più performante, dato forma a una società-mondo dove, grazie al virtuale,<strong> i luoghi sembrano essersi allargati, mescolati e resi costantemente interconnessi</strong>.</p>



<p><strong>L&#8217;ufficio in quanto strumento</strong>, ora nelle vesti di in un telefono, ora di un iPad, ora di un PC, all&#8217;interno di un ecosistema di aziende che monitorano la produttività con software sempre aggiornati, e in cui gli orari sono di fatto indicativi, se non relativi &#8211; perché contano ormai solo i risultati con le loro improrogabili e continue scadenze &#8211; <strong>ci consente di lavorare ovunque e di personalizzare la nostra routine con l&#8217;obiettivo di &#8220;ottimizzare&#8221;</strong> <strong>in luoghi e tempi diversissimi le nostre mansioni lavorative</strong>.  Tra uno scroll di tik tok, un like su Instagram, mentre scorre in approfondo la voce di un podcaster qualsiasi e una finestra sulle ultime news, il lavoro svolto all&#8217;interno delle mura domestiche o altrove ha portato, per moltissime aziende, a un sostanziale <strong>aumento della produttività</strong>, come testimoniato ultimamente da diverse ricerche.</p>



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<p><strong>Il lato negativo dello smartworking alle Hawaii</strong></p>



<p>Al lavoro dislocato consegue un complesso sistema di&nbsp;<em>workflow</em>.&nbsp;&nbsp;Il critico d&#8217;arte e curatore Domenico Quaranta afferma chiaramente che «l&#8217;avvento congiunto di dispositivi mobili, connessioni ubique e piattaforme sociali ha condotto la società post-fordista a un ennesimo salto qualitativo, che può essere sintetizzato nel termine&nbsp;<em>hyperemployment</em>: <strong>la condizione in cui il lavoro viene frammentato in una miriade di micro-prestazioni, spesso simultanee (multitasking), e in gran parte difficili da percepire come lavoro, invadendo progressivamente gli spazi fisici della vita privata e quelli temporali del tempo libero</strong>». (11)</p>



<p>In quella sfera che oggi chiamiamo lavoro vi sono infatti una miriade di attività come, <strong>viaggi, telefonate, chiamate, email, messaggi e interazioni su whatsapp</strong> a cui milioni di lavoratori sono sottoposti ogni giorno.</p>



<p>Le conseguenze di tutto ciò si rivelano tutt&#8217;altro che scontate. Diventa sempre più difficile, per via della sua natura intellettuale e degli strumenti con cui si esplica, distinguere cosa sia lavoro e cosa no.</p>



<p>Il termine&nbsp;<em>hyperemployment&nbsp;</em>coniato dal teorico dei media Bogost,&nbsp;si riferisce al lavoro estenuante di chi usa le tecnologie e «si concentra soprattutto sulla possibilità che il lavoro, attraverso email e notifiche, ci raggiunga ovunque e in qualsiasi momento, e sul convergere sui singoli professionisti di attività che in passato venivano delegate a terzi, tanto in ambiente lavorativo (come i lavori di segreteria) quanto in quello domestico&#8230;Tutto ciò arriva a noi con la sua pletora di notifiche e richiami». (12)&nbsp;<strong>Tramite i nostri dispositivi &#8220;indossabili&#8221;&nbsp;siamo infatti costantemente predisposti al lavoro e comunque in una delle bolle che ci consentirebbe di farlo</strong>. Sussistono molte ragione per cui possiamo pensare che dall&#8217;<em>animal laborans</em>&nbsp;sembriamo esser giunti a una nuova forma evolutiva.</p>



<p>Per Byung-chul Han, infatti, nella società contemporanea quale società prestazionale e non più disciplinare «i cittadini non si dicono soggetti d&#8217;obbedienza ma <strong>oggetti di prestazione</strong>. Sono imprenditori di se stessi», poiché per la prestazione, a differenza del lavoro, non esiste un inizio e una fine ma una <strong>perpetuazione continuata dell&#8217;attività lavorativa</strong>, una sorta di&nbsp;loop&nbsp;o per meglio dire una&nbsp;<em>never ending activity</em>. Egli continua: «Non è che il soggetto non voglia mai arrivare a una conclusione; piuttosto, egli non è capace di concludere. L&#8217;obbligo prestazionale lo costringe a realizzare sempre più, così che egli non giunge mai allo stadio tranquillizzante della gratificazione». (13)&nbsp;&nbsp;Sempre Byung-chul Han nello scritto&nbsp;<em>Le Non Cose</em>, ponendo l&#8217;attenzione sullo smartphone, sottolinea un aspetto cruciale relativo a questa estensione, ricordandoci da un lato che «<strong>la costante raggiungibilità non si differenzia sostanzialmente dalla servitù</strong>» e dall&#8217;altro come il nostro telefono cellulare «si rivela un campo di lavoro mobile in cui noi c&#8217;imprigioniamo di nostra sponte». (14)</p>



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<p><strong>Cosa ne sarà del futuro?</strong></p>



<p>Qualcosa inizia a muoversi fra gli <em>horizontal workers</em>, cosi definiti dal filosofo Paul Preciado, i <em>knowledge workers </em>che<strong> trasformano anche il proprio il letto in uno spazio di lavoro</strong>, data la sovente necessità di trattare con clienti o colleghi in fusi orari diversi o di fare degli straordinari. (15)</p>



<p>Molti si dicono ormai stufi di una società cosi impigliata in un<strong> sovraccarico informatico e informativo</strong>, e per evitare il&nbsp;<em>burnout</em> &#8211; ma senza necessariamente intraprendere una via già praticata e interessante quale la<em>&nbsp;early resignation&nbsp;</em>(16)-, nei soventi scambi di email, messaggi e chiamate hanno iniziato a specificare che l&#8217;invio o il contatto é avvenuto durante l&#8217;orario di lavoro,<strong> invitando cosi il destinatario a replicare solo ed esclusivamente nel proprio corrispettivo</strong>.</p>



<p>Tutto ciò evidentemente non basterà, come non basterà affidarsi a una legislazione che contempli il <strong>diritto alla disconnessione </strong>(come inizia ad avvenire in Francia). É evidente che quello che é stato barattato in questo &#8220;equilibrio&#8221; è una quantità di tempo, cura e dedizione maggiore in favore delle aziende da parte dei dipendenti, <strong>in cambio di una loro maggiore autonomia di movimento e di organizzazione</strong>; o il diritto a non dover più guardare in faccia ogni mattina il proprio odiato collega, rinunciando così implicitamente alla possibilità di esser difesi da qualcuno nell&#8217;eventualità di un licenziamento. Può darsi che la solidarietà di classe, tipica di una forte dimensione collegiale e collettiva, <strong>non sia un concetto fluttuante, non possa essere digitalizzata, ma sia esprimibile pienamente, forse, solo in un luogo fisico</strong>.</p>



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<p>(1)&nbsp;&nbsp;Edward L. Glaeser, Carlo Ratti<strong>,&nbsp;</strong><em>26 Empire State Buildings Could Fit Into New York&#8217;s Empty Office Space.That&#8217;s a Sign,&nbsp;</em>The New York Times<em>,&nbsp;</em>10.05.2023.</p>



<p>(2) Joshua Oliver,&nbsp;<em>European commercial real estate dealmaking falls to 11-year low,&nbsp;</em>Financial Times,&nbsp; 27.04. 2023&nbsp;<a href="https://www.ft.com/content/16bf0b7a-8628-436a-a549-9abed859609e" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.ft.com/content/16bf0b7a-8628-436a-a549-9abed859609e</a></p>



<p>(3) Kaufman,&nbsp;<em>Open Plan. A design history of American Office,&nbsp;</em>Bloomsburry,Londra, 2021, pag. 6</p>



<p>(4) Kahn, W. A.,&nbsp;<em>Psychological Conditions of Personal Engagement and Disengagement at Work</em>, in «Academy of Management Journal» (1990), vol. XXXIII, n. 4, pp. 692-724</p>



<p>(5)&nbsp;<em>Ibidem</em></p>



<p>(6) Bersin, J.,&nbsp;<em>It&#8217;s Time to Rethink the Employee Engagement Issue</em>, in «Forbes», 10 aprile 2014, https://&nbsp;<a href="http://www.forbes.com/sites/joshbersin/2014/04/10/its-time-to-rethink-the-employee-engagement-issue/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.forbes.com/sites/joshbersin/2014/04/10/its-time-to-rethink-the-employee-engagement-issue/</a>&#8221;&nbsp;</p>



<p>(7) Paola Davis,&nbsp;<em>The Power Of Sticky Recognition At Work,&nbsp;</em>Forbes, Oct 5, 2023&nbsp;<a href="https://www.forbes.com/sites/pauladavis/2023/10/05/the-power-of-sticky-recognition-at-work/?sh=6b0dbe6b2e27" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.forbes.com/sites/pauladavis/2023/10/05/the-power-of-sticky-recognition-at-work/?sh=6b0dbe6b2e27</a>&nbsp;</p>



<p>(8)N. Saval, Cubed. A secret history of workplace, Doubleday, New York, 2014, pag. 361</p>



<p>(9)&nbsp;<em>Ibidem</em></p>



<p>(10)<em>&nbsp;Ibidem</em></p>



<p>(11) Domenico Quaranta,&nbsp;<em>La possibilità dell&#8217;ozio nell&#8217;era dell&#8217;hyperemployment,&nbsp;</em>Il cannocchiale. Rivista di studi filosofici, Napoli, 2022, pag 62</p>



<p>(12) cfr. I. Bogost,&nbsp;<em>Hyperemployment, or the Exhausting Work of the Technology User</em>, in &#8220;The Atlantic&#8221;, 8 novembre 2013,&nbsp;<a href="http://www.theatlantic.com/techno-" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.theatlantic.com/techno-</a>&nbsp;logy/archive/2013/11/hyperemployment-or-the-exhausting-work-of-the-te- chnology-user/281149/</p>



<p><br>(13 )Byung-Chul Han,&nbsp;<em>La società della stanchezza ,&nbsp;</em>Nottetempo, 2015, pag 45.</p>



<p>(14) Byung-Chul Han,&nbsp;<em>Le non cose. Come abbiamo smesso di vivere il reale,&nbsp;</em>Einaudi, Torino, 2022, pag 27&nbsp;</p>



<p>(15) Preciado, P., Learning from Virus, giugno 2020&nbsp;</p>



<p>(16) Francesca Coin,&nbsp;<em>Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita,&nbsp;</em>Einaudi, Torino, 2021&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/come-le-aziende-capitalizzano-sul-nostro-benessere/">Uffici cool e smartworking: come le aziende capitalizzano sul nostro benessere</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Il metaverso esiste da sempre</title>
		<link>https://ilnemico.it/eternita-del-metaverso/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Zeno Goggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Apr 2024 16:22:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Accelerazionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Transumanesimo]]></category>
		<category><![CDATA[iperstizione]]></category>
		<category><![CDATA[metaverso]]></category>
		<category><![CDATA[mito della caverna]]></category>
		<category><![CDATA[Platone]]></category>
		<category><![CDATA[Silicon Valley]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lungi dall’essere una novità, la realtà virtuale esiste almeno dai tempi di Platone. Forse il modello lanciato da Zuckerberg non si avvererà mai, ma resterà l’umana voglia di fuggire altrove. Tra Hegel e Nietzsche</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/eternita-del-metaverso/">Il metaverso esiste da sempre</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Siamo veramente nel futuro? Ogni giorno l’amministratore delegato di una qualche <em>startup </em>ci comunica che nei prossimi sei mesi il suo algoritmo porrà fine alla fame nel mondo o al surriscaldamento globale e troverà un rimedio alla morte, all’invecchiamento delle cellule o alla sovrappopolazione. Per noi che dalla provincia più remota dell’impero, invece, ci troviamo alle prese con un problema preistorico come quello del gas e del caro bollette, simili dichiarazioni suonano assurde ma sono un buon pretesto per evadere momentaneamente dalle nostre tragedie domestiche.</p>



<p>Nella Silicon Valley, però, non stonano affatto, al contrario: quello che un tempo era il metodo Steve Jobs – sparala grossa e poi spera di abbindolare abbastanza investitori per riuscire a farlo davvero – è diventato la prassi. Lo stesso utilizzato dalla società Theranos, la cui fondatrice, Elizabeth Holmes, millantando di aver inventato un dispositivo rivoluzionario per analizzare il sangue, ha costruito sul nulla un’azienda dal valore di 9 miliardi di dollari. Il futuro, per ora, lo si costruisce a colpi di <em>tweet</em>, dichiarazioni, comunicati stampa e <em>talk</em> sul tappeto rosso e circolare di Ted X, indipendentemente dalle carte che si hanno in mano.</p>



<p>Il futuro è la narrazione del futuro. Forse, è sempre stato così. Negli ambienti accelerazionisti<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>, per definire questo fenomeno, si usa il termine “iperstizione”. Tra i suoi principali teorici il controverso filosofo inglese Nick Land, che ne dà una definizione apparentemente astrusa: «un elemento di cultura effettuale che si fa realtà, attraverso una massa immaginaria funzionante come potenzialità che viaggia nel tempo»<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a>.</p>



<p>Per semplificare, prendiamo in prestito le parole del romanziere J. G. Ballard, che lo spiega così: «ciò che gli scrittori della moderna fantascienza inventano oggi, io e te lo faremo domani»<a href="#_ftn3" id="_ftnref3">[3]</a> . </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Iperstizioni sono tutte quelle ipotesi di futuro che diventano abbastanza accattivanti da operare trasformando il presente, quindi influenzando l’esito della storia, nel tentativo di avverarsi. </p>
</blockquote>



<p>Land fornisce come esempi l’ideologia del progresso o la concezione religiosa dell’apocalisse, ma anche la narrativa fantascientifica (pensiamo ai romanzi di Azimov, di Philip K. Dick, a <em>Blade Runner</em>) è vista come una macchina testuale potentissima, che interviene nella realtà presente, intensificando le anticipazioni del futuro.</p>



<p>Così possiamo pensare che molti dei progressi tecnologici che oggi si realizzano avvengono perché qualcuno prima li ha immaginati e l’immaginazione influenza il loro avverarsi nella prassi tecno-scientifica. Si tratta di narrazioni dotate di un potere performativo, «una specie di finzione che ambisce a trasformarsi in realtà»<a href="#_ftn4" id="_ftnref4">[4]</a>, dicono i filosofi Srnicek e William.</p>



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<p>Il metaverso è un esempio perfettamente calzante di iperstizione. L&#8217;idea (fittizia) di uno spazio cibernetico ha contribuito all&#8217;afflusso di investimenti che lo hanno rapidamente convertito in una realtà tecnosociale. Tanto più che il nome è stato trafugato dal glossario fantascientifico del romanzo <em>Snow Crash </em>di Neal Stephenson, pubblicato nel 1992. La storia è ambientata in un’America distopica, in una situazione di sostanziale anarco-capitalismo, dove lo Stato federale ha ceduto la maggior parte del suo potere a una manciata di multinazionali che organizzano la vita degli individui, una vita divisa tra una realtà al limite dell’invivibile, e il metaverso, un mondo virtuale in più dimensioni a cui tutti possono avere accesso (anche attraverso delle cabine pubbliche) e dove si viene rappresentati tramite un <em>avatar </em>a cui è consentito fare più o meno le stesse cose promesse da Zuckerberg nel video di presentazione del metaverso.</p>



<p>«La prossima piattaforma sarà ancora più immersiva, e rappresenterà un internet nel quale non vi limitate a guardare ma vivete in prima persona l’esperienza e noi chiamiamo questo il metaverso. Voi sarete in grado di fare quasi tutto ciò che potete immaginare, incontrare gli amici e i familiari, lavorare, apprendere, giocare, acquistare»<a href="#_ftn5" id="_ftnref5">[5]</a>. Malgrado la crisi che sta affrontando in questo momento l’azienda Meta, a causa della concorrenza con le altre piattaforme (TikTok <em>in primis</em>), una serie di errori che gli azionisti imputano al protagonismo di Zuckerberg, a una pessima campagna pubblicitaria e a una vigilanza dell’antitrust sempre più incalzante sul colosso digitale, il metaverso ha ormai raggiunto lo status di iperstizione, di profezia che si autoavvera, lo stesso parlarne e dibatterne intensifica il suo avverarsi.</p>



<p>L’azienda Meta non è l’unica ad aver investito miliardi sulla realtà virtuale. Microsoft, con il Project HoloLens, dal 2010 sta sviluppando un dispositivo per la creazione di ologrammi ad alta definizione. Google ha investito 542 milioni di dollari nel visore innovativo della start up Magic Leap, per proiettare delle immagini 3d sugli oggetti del mondo reale. Alla corsa al VR partecipano attivamente anche Sony e Samsung.<a href="#_ftn6" id="_ftnref6">[6]</a></p>



<p>Indipendentemente dall’azienda che riuscirà a fornirne una versione migliore, la sua estensione a livello planetario, anche se in una forma ibrida, sembra ormai scritta nel prossimo futuro. Ad ogni modo l’equazione è abbastanza semplice: più la terra diventa un luogo inabitabile, più il metaverso avrà buone possibilità di incrementare adepti e guadagni. Non a caso il progetto viene lanciato ufficialmente in seguito a una pandemia, quando ormai gli utenti, confinati in casa, si erano visti costretti a prendere confidenza con le piattaforme virtuali più disparate, affidando tutto il tempo del lavoro, della socialità e dello svago a uno schermo. Meta dovrebbe sperare in un’apocalisse nucleare o in una crisi climatica che ci costringa di nuovo tutti a casa per aumentare le sue quotazioni in borsa. Visto che l’ipotesi non è così irreale, e il mondo non gode di buona salute, è possibile che la scommessa di Zucherberg &amp; Co. non sia poi così azzardata.</p>



<p>Ma ci troviamo sul serio di fronte a una novità? Stiamo entrando in una nuova epoca? Dopo l’operazione di <em>rebranding</em> voluta da Zuckerberg, che nell’ottobre del 2021 ha deciso di cambiare il nome della azienda Facebook in Meta e lanciare così il progetto del Metaverso, un’ondata di scetticismo ha colto di sorpresa il settore, malgrado l’entusiasmo con cui il capo, doppiamente onnipresente nei panni del suo <em>avatar,</em> ha tentato di vendere il <em>mondo nuovo</em> a reti unificate. Sia dall’interno dell’azienda, gli stessi programmatori di Horizon World, il “social” del Metaverso, non ne fanno alcun uso<a href="#_ftn7" id="_ftnref7">[7]</a>, che dall’esterno, dove non si lesinano critiche all’escapismo virtuale dagli ambienti più conservatori e dagli ultimi luddisti, mentre alcuni ricercatori universitari sollevano questioni etiche e le femministe si occupano di bonificare la realtà virtuale da eventuali molestie sessuali, in seguito a un caso di palpeggiamento tra avatar<a href="#_ftn8" id="_ftnref8">[8]</a>. Critiche più che lecite, se pensiamo che <em>Snow Crash</em> era una distopia e la maggior parte dei personaggi sviluppa malsane dipendenze dal mondo virtuale, al punto da non riuscire più a disconnettersi. In molti si preoccupano del fatto che una tecnologia così immersiva, munita di visori, ologrammi, <em>controller</em> e cuffie sempre più sofisticati, capace perciò di indurre stimolazioni iperrealistiche, più reali del reale direbbe Baudrillard, comporta un rischio di assuefazione altissimo, specie per quelle generazioni che, in futuro, avranno modo di crescere e fare le loro prime esperienze sociali direttamente nell’ambiente virtuale, quando nelle scuole la tecnologia indossabile sarà parte integrante del materiale formativo.</p>



<p>Eppure, se guardiamo alla questione da un punto di vista prettamente filosofico, l’entusiasmo dei tecno-ottimisti ci sembra ingenuo, e l’allarmismo dei catastrofisti esasperato. Da che mondo è mondo, all’uomo il mondo non è mai bastato. L’intera storia della filosofia occidentale è la dimostrazione che l’umanità non è in grado di abitare la realtà per quello che è, e ogni suo tentativo di spiegarla comporta anche un’invenzione. Come sopportare l’irrevocabilità della morte, il dolore, l’eventualità di una catastrofe, di una malattia, di una disgrazia, l’insensatezza della vita? È dall’alba dei tempi che inventiamo miti e religioni, filosofie e sistemi morali, politici, scientifici, per spiegare il mondo ma soprattutto per fornirci un alibi per restare vivi, un espediente per sopportare la realtà. Ebbene cosa sono tutte queste invenzioni, tutti questi mondi fuori dal mondo, se non dei metaversi? Non si tratta già di simulazioni? Le idee non sono, di per sé, <em>virtuali</em>? Le stesse parole, nello scarto che separa il significato dal significante, non sono forse dei <em>link </em>tra ciò che è detto e ciò che è pensato, non rimandano a una virtualità?</p>



<p>Parmenide, l’oscuro e venerabile maestro, fu tra i primi a indagare il problema della conoscenza, chiedendosi cosa fosse reale o meno. Stabilendo la differenza tra essere e non essere e diffidando dell’esperienza e dei sensi come strumenti epistemologici, il filosofo metteva a sistema il mondo delle cose solo intelligibile.</p>



<p>Un bagaglio filosofico ereditato da Platone, che nel suo mito della caverna fornisce un’allegoria molto riuscita del funzionamento del metaverso, con tanto di <em>avatar </em>(le ombre degli oggetti proiettati sul muro). E così per Platone che sia nella realtà o che sia un domani nella realtà virtuale, noi viviamo incastrati nelle ombre mentre è possibile cogliere la verità solo guardando al mondo delle idee, per mezzo della ragione, uscendo dalla caverna. Per Platone il mondo virtuale delle idee, è più reale del reale. Il reale ha tutte le sembianze di un sogno in cui siamo imprigionati e da cui dobbiamo svegliarci, un compito che è appunto delegato al filosofo, che purtroppo (o per fortuna) una volta rientrato nella caverna, dopo aver visto la luce del sole/verità, viene preso dagli altri prigionieri per un pazzo.</p>



<p>Si inaugura così la filosofia idealista, un dispositivo filosofico che non ha mai abbandonato l’Occidente, ma che nelle sue più varie declinazioni, è stato la griglia, il filtro, meglio ancora, per rimanere in tema, il <em>visore</em> attraverso cui guardare alla realtà, fornendoci le categorie per interpretare ciò che ci circonda. Sminuendo la realtà dei fatti, l’idealismo ci suggerisce che l’essere è nel pensiero, e ogni possibilità di conoscenza, prima che dai sensi, è data dalla coscienza del soggetto.</p>



<p>Il soggetto pensa il mondo, quindi sostanzialmente – nel salto che separa l’oggetto dal soggetto – lo inventa. Lo traduce, perciò lo tradisce. Il mondo è una nostra invenzione, l’invenzione che ce ne facciamo di epoca in epoca, una <em>rappresentazione</em> di esso direbbe Schopenhauer. La realtà è indistinguibile dal sogno. Lo stesso Cartesio ha difficoltà a smentire questa ipotesi: «Quando rifletto con più attenzione su queste cose, vedo tanto chiaramente che non si danno mai indizi certi per poter distinguere la veglia dal sonno, che rimango attonito e questo stesso stupore quasi mi rafforza nell’opinione che sto dormendo»<a href="#_ftn9" id="_ftnref9">[9]</a>. La verità perciò è altrove, non nel mondo, la cui conoscenza per il tramite dei sensi è sempre ingannevole, ma nella dimensione psichica, la cosiddetta <em>res cogitans</em>, laddove solo la sostanza pensante può affermare, nel momento stesso in cui ammette di pensare, di esistere. <em>Cogito ergo sum</em>. La ragione come mezzo per accedere alla realtà. E così pure l’idealismo hegeliano, stabilendo la coincidenza tra ragione e realtà, decretando un’analogia tra la logica dialettica del pensiero e il dispiegarsi dialettico del mondo, arriva ad affermare che tutto ciò che è reale è razionale e viceversa. La realtà è realtà della ragione.</p>



<p>A noi contemporanei questi ragionamenti sembrano sconclusionati, pallidi, sbiaditi. Eppure, su queste visioni del mondo, si sono fondati imperi, istituzioni, chiese, sono state dichiarate guerre.</p>



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<p>Ad oggi il Metaverso si presenta come un nuovo strumento per risolvere lo stesso, annoso problema del reale, eleggendo a mezzo di interpretazione di ciò che ci circonda non più il divino o la ragione intesa in senso idealistico, ma la complessità computazionale di un algoritmo. Non è, questo, un nuovo <em>deus ex machina</em>, un’entità trascendente che, alla pari del demiurgo di Platone, della teologia cristiana, del dio matematico di Galileo o dello spirito hegeliano, mette ordine alle nostre vite? Non è questo il collegamento attraverso cui conosciamo o interagiamo con la realtà? Non è questo a suggerirci aspirazioni, bisogni, preferenze, stili di vita? Dove c’era Dio, o la Ragione – quanto è banale dirlo – ora c’è la Tecnica. Le implicazioni, ovviamente, sono migliaia, anche perché gli algoritmi sono di proprietà di aziende con una sede e un azionariato ben preciso. Ma del resto anche dio non era monopolio simbolico di una setta, con tanto di chiese e chierici e canoni; la morale e la giustizia non vengono esercitate arbitrariamente da uno Stato e dai suoi funzionari?</p>



<p>Le idee finiscono sempre per essere proprietà di qualcuno, benché necessitano, per agire nella realtà, che una o più persone le reputino legittime. Ma se oggi il metaverso ci dirà che stiamo davvero cenando con il nostro migliore amico in un ristorante di lusso nella torre più alta di Hong Kong, nonostante siamo seduti sui nostri rispettivi divani in uno scantinato di nove metri quadri muniti di Oculus – ebbene per noi quella sarà la verità, e saremo disposti a credervi se lo reputeremo conveniente, proprio come in passato avevamo buoni motivi per credere che la terra fosse piatta o il sole ruotasse intorno ad essa. Non si viveva, anche lì, in una realtà virtuale? Il metaverso è l’ennesimo tentativo di mettere il mondo dentro un <em>sistema</em> &#8211; stavolta <em>operativo</em> &#8211; invece che religioso, filosofico, etico, politico, scientifico, pur di sopportarlo, visto che questi vecchi <em>sistemi operativi</em> si sono dimostrati obsoleti.</p>



<p>«Quanta verità può sopportare, quanta verità può osare un uomo? Questa è divenuta la mia unità di misura sempre più»<a href="#_ftn10" id="_ftnref10">[10]</a>. Scriveva Friedrich Nietzsche, il filosofo anti-idealista per eccellenza, in <em>Ecce Homo</em>, lamentandosi appunto di un’umanità incapace di sopportare la propria condizione di incertezza, al punto da provare in tutti i modi a moralizzarla, idealizzarla, deformarla. Abbiamo eretto templi a dèi, idoli e miti, costruito istituzioni in nome di idee e imperi sulla base di speranze, pur di non rassegnarci all’insensatezza di un’esistenza altrimenti priva di punti di riferimento. Per il filosofo tedesco è questo il più grande peccato di un Occidente che ha imboccato la strada della decadenza una volta contratto il morbo dell’idealismo e ha destituito la realtà «del suo valore, del suo senso, della sua veracità, nella misura in cui sé è dovuto <em>fingere</em> un mondo ideale»<a href="#_ftn11" id="_ftnref11">[11]</a>.</p>



<p>La menzogna metafisica o etica, consolando dal disordine e dalla crudeltà del mondo, ha contaminato il pensiero e quindi la vita. Con il suo più celebre slogan “Dio è morto”, là dove per Dio si intende la personificazione di qualsiasi istanza metafisica, di speranza ultraterrena e di credenza religiosa, espressioni della paura di fronte all’insensatezza della vita, Nietzsche sperava nell’avvento del superuomo, in grado di accettare il senso vertiginoso dell’incertezza cosmica senza più orpelli filosofici, sollievi religiosi, espedienti morali, senza più bisogno di deformare il mondo per poterlo accettare nella sua realtà intrinseca, nuda e feroce, tragica e transitoria, nella sua assenza di finalità che atterra e sconforta, ma che invece è per il superuomo motivo di gioia, opportunità di estasi, la strada del caos, dove danzano le stelle.</p>



<p>Se Dio è morto, nessuno superuomo, però, ha preso il suo posto.</p>



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<p>Non sono bastati secoli di empirismo, di filosofia analitica, di positivismo, di scientismo, di sfrondamenti metafisici e disboscamenti religiosi, per annichilire, nell’uomo, il suo bisogno di evasione, la sua naturale inclinazione alla virtualità &#8211; dal latino <em>virtualis</em>, “in potenza” &#8211; che ne sancisce l’incompiutezza, l’insoddisfazione.</p>



<p>Abbiamo studiato gli atomi, indagato le più piccole particelle di realtà per capire di che materia siamo composti, qual è la sostanza primigenia all’origine di tutto. Eppure, non è sufficiente, non ci risolve e la possibilità di un esodo dell’umanità nel metaverso rimane una probabilità, sempre che la sua tecnologia ci spalanchi le porte di un mondo un po’ migliore del migliore dei mondi possibili in cui speravamo fino a ieri. Da questo possiamo dedurre che l’uomo è fondamentalmente un animale che crede. In un Dio, in un’idea, in una visione, oggi nell’algoritmo e nella verità che ci mette di fronte e in cui saremo disposti a credere. Che differenza c’è con il passato? Siamo poi tanto diversi dagli uomini delle epoche trascorse e che giudichiamo, dall’alto dei nostri pregiudizi progressisti, come individui irrazionali nelle loro credenze, nei loro usi e costumi, se noi siamo pronti a prestare fede all’autenticità di un avatar o al <em>match</em> definitivo tra il nostro profilo e quello di un’altra persona su un’app di incontri, se crediamo veramente che un’equazione possa lenire, in un modo qualsiasi, il nostro bisogno di consolazione. <em>Il sonno della ragione genera mostri</em>, titolava un quadro di Goya. Forse si sbagliava. Voleva dire il <em>sogno della ragione</em>.</p>



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<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Filosofia politica di cui la figura centrale è l’intellettuale inglese Nick Land, professore all’Università di Warwick negli anni Novanta. Attingendo dal pensiero di Lyotard, Deleuze e Guattari, Land propone di accelerare il processo capitalistico invece di frenarlo attraverso istituzioni e riforme politiche o morali. Il capitalismo deve essere lasciato a briglia sciolta, sfruttando al massimo le nuove tecnologie, senza più ostacoli etici alla sua espansione totale.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Nick Land, Catacomic, 1995.</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> J. G. Ballard, Visioni, Shake Edizioni, Milano 2007, p. 35.</p>



<p><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> N. Srnicek, A. William, Inventare il futuro, Nero Edition, Roma 2015.</p>



<p><a href="#_ftnref5" id="_ftn5">[5]</a> Meta, <em>The Metaverse and How We&#8217;ll Build It Together</em>, Youtube, 28 ottobre 2021.</p>



<p><a href="#_ftnref6" id="_ftn6">[6]</a> M. Kim, <em>The Good and the Bad of Escaping to Virtual Reality</em>, The Atlantic, 18 febbraio 2015.</p>



<p><a href="#_ftnref7" id="_ftn7">[7]</a> A. Heath, <em>Meta’s flagship metaverse app is too buggy and employees are barely using it, says exec in charge,</em>The Verge, 7 ottobre 2022.</p>



<p><a href="#_ftnref8" id="_ftn8">[8]</a> T. Basu, <em>The metaverse has a groping problem already</em>, 16 dicembre 2021.</p>



<p><a href="#_ftnref9" id="_ftn9">[9]</a> R. Descartes, <em>Meditazioni sulla filosofia prima</em>, «Prima meditazione», in Opere filosofiche, a cura di E. Lojacono, Torino, Utet, 1994, vol. I, pp. 667.</p>



<p><a href="#_ftnref10" id="_ftn10">[10]</a> F. Nietzsche, <em>Ecce Homo</em>, Adelphi, Milano 2003, p. 266.</p>



<p><a href="#_ftnref11" id="_ftn11">[11]</a> Idem, p. 19</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/eternita-del-metaverso/">Il metaverso esiste da sempre</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>L&#8217;ideologia oscura</title>
		<link>https://ilnemico.it/lideologia-californiana/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Zeno Goggi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Apr 2024 15:23:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Accelerazionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Transumanesimo]]></category>
		<category><![CDATA[ideologia californiana]]></category>
		<category><![CDATA[Silicon Valley]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[transumanesimo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Imprenditori illuminati, ingegneri, programmatori informatici, ceo e venture capitalist della Silicon Valley. Sono gli uomini (la presenza femminile ai piani alti delle aziende high-tech è decisamente ridotta, sic!) che stanno inventando il futuro. Peter Thiel, fondatore di PayPal, Sergey Brin e Larry Page, ideatori di Google, Jeff Bezos, il patron di Amazon, e ancora Eleon Musk, a capo della casa di produzione di auto elettriche Tesla, senza contare Mark Zuckerberg, l’inventore di Facebook, e quanti altri esponenti di questa tecno-intellighenzia che ha fatto della Bay Area di San Francisco il suo headquarter. Si definiscono dei tecnici, eclissando dietro la connotazione neutrale di questo termine la loro visione del mondo. In effetti non hanno un credo religioso ben definito, non si rifanno a nessuna ideologia classica, e risulta difficile annoverarli all’interno di una topografia politica precisa. Eppure, se siamo convinti che non esista alcuna tecnica imparziale e che essa, come ogni altra espressione dell’attività umana, sia esposta a pressioni endogene ed esogene, allora per capire la visione che anima questi ceo illuminati dobbiamo accantonare la vuota parola di “progresso” che riempie gli about us dei loro siti internet e indagare l’humus culturale, il sistema di credenze di questa minoranza che con i suoi social network, le sue app e le sue piattaforme, conta più “iscritti” del cristianesimo o dell’islam.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/lideologia-californiana/">L&#8217;ideologia oscura</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p>La ricerca più approfondita su questo tema è stata realizzata nel 1996 da due teorici inglesi dell’Università di Westminster, Richard Barbrook e Andy Cameron, nel breve saggio intitolato, sulla falsariga dell’<em>Ideologia tedesca </em>di Marx e Engels, <em>L’ideologia californiana</em>. Si tratta di una sommaria mappatura dei riferimenti culturali di questa piccola ma sempre più influente aristocrazia <em>dotcom</em>. Un ristretto gruppo di persone che, radunatosi attorno alla Bay Area, uno dei poli universitari più importanti degli Stati Uniti (dove hanno sede Berkeley e Stanford), ha abbandonato le classiche dicotomie politiche per abbracciare un’ambigua ibridazione delle convinzioni della destra e della sinistra all’insegna di uno speranzoso determinismo tecnologico. Per Barbrook e Cameron i <em>ceo </em>della <em>valley</em> sono un incrocio tra hippie e yuppie, divisi tra la cultura libertaria di San Francisco (già nel 1964 il settimanale <em>Life</em> dichiarava San Francisco capitale gay d’America, città mecca della controcultura, dei <em>beatnik</em>, degli studenti ribelli, dell’lsd) e l’industrialismo ad alto tasso tecnologico che si andava sviluppando nella Valle a partire dagli anni Settanta. L’icona più rappresentativa di questa ibridazione è stata lo scrittore e attivista Timothy Leary, leader della controcultura nel secondo dopoguerra, definito da Richard Nixon come «l&#8217;uomo più pericoloso d&#8217;America» per i suoi proseliti in favore della liberalizzazione delle droghe psichedeliche, e infine, archiviato il periodo contestatario, tra i primi investitori nel campo dell’informatica, specializzandosi nello sviluppo dei software e di videogiochi come <em>Mind Mirror</em>. In questa parabola, per Leary, non c’è alcuna contraddizione. Al contrario, il ciberspazio è un inedito luogo di ribellione, dove l’individuo può sottrarsi all’autorità. Molti imprenditori digitali della West Coast, lettori di Marshall Mc Luhan, erano convinti che «la convergenza di media, computer e telecomunicazioni avrebbe inevitabilmente portato a una democrazia elettronica diretta – l’<em>agora</em>&nbsp;elettronica – in cui ognuno avrebbe potuto esprimere le proprie opinioni senza paura di alcuna censura»<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>. Per loro il computer era concepito come uno strumento anche politico, in un certo senso sovversivo, un dispositivo di emancipazione sociale e professionale, laddove lo scambio di informazioni tra un pc e l’altro attraverso il libero accesso alla rete avrebbe soppiantato qualsiasi intermediazione da parte delle istituzioni. Un sogno ancora libertario, un’aspirazione ancora <em>hippie</em>, resa possibile, però, esclusivamente da un’economia totalmente liberalizzata e priva di vincoli. Ecco il punto sul quale hippie e liberisti convergono: l’abolizione della burocrazia. Libertà e potenziamento dell’individuo, riduzione del potere dello Stato-nazione, il tutto però all’interno di un’economia di mercato liberale dove ognuno può diventare un imprenditore di successo: sono queste le coordinate contraddittorie ma seducenti dell’ideologia californiana. Ideologia di cui il magazine-feticcio è la rivista <em>Wired</em>, fondata nel 1993 sempre a San Francisco. Sarà sulle colonne di questo mensile che i radicali della West Coast lanceranno i loro moniti contro lo Stato burocratico e la sua pedanteria nel regolamentare le attività delle aziende tecnologiche<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a>, appellandosi a quel fondativo mito della frontiera che sempre ricorre nella narrazione che gli Stati Uniti fanno di sé stessi: il mito del combattente solitario, il pioniere, il cowboy o il <em>trapper </em>che lotta contro le norme (e la tassazione) imposte da un parlamento percepito come straniero. Ecco allora che il magnate digitale della Silicon Valley o l’ingegnere introverso, il nerd visionario, l’hacker persino (come nel caso del <em>Neuromancer</em> di Gibbson, romanzo di formazione di un’intera generazione appassionata di fantascienza cyberpunk) si sommano a questa carrellata di vecchi e più rudi personaggi, trovando stavolta nel ciberspazio la nuova frontiera da conquistare per liberarsi del parassitismo statale.</p>



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<p>Tra le pagine de <em>L</em>’<em>Ideologia californiana</em> viene citata sbrigativamente un&#8217;altra fonte di ispirazione su cui vale la pena soffermarsi. Si tratta del transumanesimo, un concetto coniato per la prima volta da Julian Huxley, fratello di Aldous, autore de <em>Il</em> <em>Mondo Nuovo</em>, il celebre romanzo distopico che fa il paio con <em>1984</em>. Nel saggio <em>Nuove bottiglie per vino nuovo</em>, pubblicato nel 1957, Huxley afferma: «la razza umana può, se desidera, trascendere se stessa […]. Abbiamo bisogno di un nome per questa nuova consapevolezza. Forse il termine transumanesimo andrà bene: l’uomo che rimane umano, ma che trascende sé stesso, realizzando le nuove potenzialità della sua natura»<a href="#_ftn3" id="_ftnref3">[3]</a>. Il transumanesimo è una teoria filosofico-scientifica che ha come scopo quello di abolire i vincoli che la natura e alcuni retaggi morali e religiosi pongono al dispiegamento dell’intelligenza e della vita umana, grazie alle nuove scoperte in ambito biologico, genetico e tecnologico. Questo concetto, elaborato primitivamente da Huxley, avrà una notevole fortuna negli anni a venire, specialmente nella Silicon Valley. I transumanisti infatti tennero il loro primo raduno a Palo Alto, in California, nel 1994, e sempre Palo Alto fu eletta come sede ufficiale dell’associazione nel 2004. Ad oggi una delle definizioni più puntuali del transumanesimo è stata elaborata dal filosofo inglese Max More, nel suo articolo del 1990, <em>Transhumanism: A Futurist Philosophy</em>, con queste parole: «Il transumanesimo è un insieme di filosofie che cercano di condurci verso una condizione postumana. Il transumanesimo condivide molti elementi dell’umanesimo, tra cui il rispetto per la ragione e la scienza, l’impegno per il progresso e la valorizzazione dell’esistenza umana (o transumana) in questa vita anziché in qualche “aldilà” soprannaturale. Il transumanesimo differisce dall’umanesimo nel riconoscere e anticipare le alterazioni radicali della natura e della vita grazie allo sviluppo delle scienze e delle tecnologie come le neuroscienze e la neurofarmacologia, il prolungamento della vita, la nanotecnologia, l’ultraintelligenza artificiale e la colonizzazione spaziale, combinate con una filosofia razionale e un sistema di valori»<a href="#_ftn4" id="_ftnref4">[4]</a>. Sarà proprio Max More, questo brillante studente di filosofia della facoltà di Oxford (la stessa di Huxley) che poi conclude la sua tesi di dottorato alla University of Southern California, a elaborare la variante californiana del transumanesimo, che chiamerà estropianesimo. Una sorta di <em>rebranding</em> un po’ bizzarro e settario (organizzano raduni, incontri e gli accoliti hanno elaborato persino una particolare stretta di mano) che piace subito ai programmatori della Silicon Valley, tanto che nel 1994, su <em>Wired</em>, appare un articolo entusiasta a firma di Ed Regis dal titolo <em>Meet the extropians</em>”<a href="#_ftn5" id="_ftnref5">[5]</a>. A Riverside sempre in California, nel 1991 More ha fondato l&#8217;Extropy Institute e ha aperto il centro estropista Nextropia a Cupertino, ancora nella Bay Area di San Francisco. Questi istituti sono a tutti gli effetti dei centri di lobbying transumanista che hanno come obiettivo quello di orientare le attività di molte aziende della Silicon Valley<a href="#_ftn6" id="_ftnref6">[6]</a>, così come di partiti politici e istituzioni per rendere accettabili e spendibili idee come la compenetrazione tra uomo e macchina, le modificazioni del genoma umano, la ricerca della vita eterna, la colonizzazione spaziale, la progettazione di interfacce cerebrali che ci permettano di controllare i sistemi digitali attraverso i pensieri. Se fino a ieri il transumanesimo sembrava uno stravagante <em>pastiche </em>ideologico da nerd imbevuti di fumetti e cyberfantascienza, oggi, grazie agli strepitosi passi da gigante che hanno fatto le nuove tecnologie, sono sempre di più i magnati digitali della Silicon Valley a prendere sul serio l’ipotesi transumana.</p>



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<p>Ora che sono passati quasi tre decenni dalla pubblicazione del saggio di Barbrook e Cameron, e che le generazioni si sono succedute e nuovi Ceo carismatici a capo di nuove aziende, piattaforme, con nuove tecnologie a disposizione, hanno preso il posto dei loro predecessori, come si è evoluta l’ideologia californiana? I riferimenti, le aspirazioni e i nemici sono sempre gli stessi, l’ibridazione politica rimane una costante di tutti i grandi imprenditori di Palo Alto, che si dimostrano a tratti conservatori su alcuni temi e a tratti progressisti su altri, così come non lesinano critiche allo Stato salvo ricorrere alla sua protezione quando gli investitori stranieri si affacciano sul mercato. Anche il sogno transumanista, grazie alla messa a punto di nuove tecnologie, si attesta sempre tra i primi <em>bullet point</em> nelle loro agende. Ad essere cambiato, indubbiamente, è il rapporto con la città di San Francisco, sfilacciato dai problemi di gentrificazione indotti dall’attrattiva della Valle. Del libertarismo hippie anche rimane ben poco, se non dei timidi cameo di qualche manager al Gay Pride cittadino. In quale direzione sta andando, dunque, l’ideologia californiana? E quanto, le sue aspirazioni, sono realmente credibili?&nbsp;</p>



<p>Sul fronte politico, la tecno-intellighenzia di Palo Alto sembra aver indetto una vera e propria battaglia non solo contro lo Stato, ma proprio contro l’idea di democrazia in generale. Sono infatti sempre di più i <em>ceo</em> che si dicono scontenti di questa forma di governo che reputano obsoleta e incapace di gestire i grandi cambiamenti in atto. Peter Thiel ha apertamente dichiarato di non credere più nella compatibilità tra democrazia e libertà<a href="#_ftn7" id="_ftnref7">[7]</a>, tra Stato e capitalismo, e spinge per una soluzione separatista, verso la creazione di città fuori da ogni giurisdizione, oppure verso la creazione di nuovi mondi nel cyberspazio, o ancora nello spazio fisico, una frontiera illimitata per l’umanità. «Nel nostro tempo, il grande compito dei libertari è trovare una via di fuga dalla politica in tutte le sue forme, dalle catastrofi totalitarie e fondamentaliste al <em>demos</em> sconsiderato che guida la cosiddetta socialdemocrazia», ha scritto<a href="#_ftn8" id="_ftnref8">[8]</a>. Questa creazione di nuovi spazi di libertà, secondo Thiel, può essere gestita soltanto da imprenditori visionari, capaci di sfruttare efficacemente tutte le possibilità offerte dalla tecnologia. Per questo motivo Thiel ha finanziato diversi progetti di Patri Friedman, un attivista anarcolibertario americano, nipote dell’economista Milton, che nel 2008 fonda il Seasteading Institute, un’organizzazione (sempre con sede a San Francisco) che si impegna nella progettazione di città permanenti e autonome in mare aperto, fuori dalla giurisdizione dei governi democratici, in perfetta continuità con il già citato mito americano della frontiera. Allo stesso modo anche Eleon Musk, ceo oltre che della Tesla anche dell’agenzia aereospaziale SpaceX, si spinge sempre più lontano, fino a dirsi possibilista in merito alla colonizzazione di Marte. Nella Silicon Valley si sta mettendo in pratica quella che il filosofo Nick Land, uno dei principali riferimenti culturali dell’<em>alt-right</em> americana<a href="#_ftn9" id="_ftnref9">[9]</a> e ormai guru di una sempre più numerosa parte della tecno-intellighenzia californiana<a href="#_ftn10" id="_ftnref10">[10]</a>, ha definito <em>exit strategy</em> nel suo libro di culto <em>L’Illuminismo oscuro.</em> Per Land nel contratto sociale tra Stato e cittadinanza, la seconda ha due opzioni: far sentire la propria voce (<em>voice</em>) mediante proteste e manifestazioni, oppure uscire (<em>exit</em>) recedendo dal patto. La democrazia, a detta di Land, si rivela strutturalmente incapace di creare un governo razionale, perché è intrappolata nel breve termine dalle elezioni, si condanna a una politica riformista, riduce le decisioni difficili a slogan e rende la catastrofe sociale accettabile purché la si possa attribuire ai propri avversari politici. La deliberazione democratica è lenta rispetto alla velocità del capitalismo, e il mercato, schumpeterianamente, è in grado di generare sempre nuove innovazioni che distruggono vecchi stili di vita e ne creano di nuovi che attendono una loro giurisdizione, un’attesa che però non può aspettare divagazioni etiche e morali collettive né deliberazioni parlamentari, ma necessità di una politica decisionista. La Silicon Valley è in realtà un esempio riuscito di e<em>xit strategy</em>, come sostiene in un articolo il <em>venture capitalist</em> Balaji S. Srinivasan<a href="#_ftn11" id="_ftnref11">[11]</a>, vicino all’amministrazione Trump. Netflix contro Hollywood, social network contro media tradizionali, Blockchain contro valute classiche, stampa 3d contro industrie manifatturiere, Uber contro trasporti di Stato. A sua detta le aziende dell’high-tech hanno reinventato il mercato e l’industria, cosa aspettano dunque a optare per un’uscita integrale e dichiarare la propria indipendenza, sopravvivendo così al collasso della democrazia? &nbsp;</p>



<p>Questa oscura ideologia sta avviando la Silicon Valley verso un futuro separatista? Diventerà un piccolo Stato ipertecnologico guidato da un’assemblea di <em>ceo</em> o da un imprenditore illuminato? È stato proprio Peter Thiel a dire che «una startup è sostanzialmente strutturata come una monarchia»<a href="#_ftn12" id="_ftnref12">[12]</a>. Eppure sappiamo che tutte queste imprese operano all’interno dello Stato federale e usufruiscono delle sue infrastrutture, dell&#8217;istruzione pubblica, di decenni di informatica e dell&#8217;invenzione di Internet (motivo per cui economisti come Piketty propongono un inasprimento fiscale anche sull’high-tech) e che tra l’altro investono milioni di dollari in attività di lobbying per orientare il Congresso e mitigarne le policy antitrust, ma anche per accaparrarsi qualche ingente commissione, specie in ambito militare<a href="#_ftn13" id="_ftnref13">[13]</a>, a dimostrazione che molte delle loro dichiarazioni sono più formali che sostanziali e che le aziende della Valle hanno tutto l’interesse a rimanere ancorate al sistema-Stato. A questi temi si aggiunge l’eventualità di una guerra planetaria, le minacce di ingerenze da parte di compagnie straniere sui mercati fondamentali per le aziende high-tech, come quelli dei microchip o dei semiconduttori – un’eventualità che rende ancora lontana la possibilità di uno svincolo definitivo da uno Stato che serve ancora da garante e da tutore in un <em>mondo grande e terribile</em> persino per l’aristocrazia digitale, che dovrà tenere a freno ancora per un po’ la sua insofferenza verso le regole.</p>



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<p>Se l’escapismo politico non è ancora del tutto realizzabile, la fuga dal corpo e dalla realtà è in corso d’opera. Il transumanesimo, da stravagante filosofia nerd, è divenuta sempre più alla moda nella Valle. Visto anche l’incedere dell’età, aumentano gli imprenditori che investono nei programmi transumanisti alla ricerca della vita eterna. Lo stesso Bill Gates si è detto un estimatore di questa visione del mondo, e ha consigliato pubblicamente di leggere il bestseller <em>Superintelligence: Paths, Dangers, Strategies</em> del professor Nick Bostrom dell’Università di Oxford, co-fondatore della World Transhumanist Association. Oggi non si contano più le startup a sfondo transumanista nella Bay Area. Tra queste il progetto Ambrosia che si occupa di parabiosi, quindi di compravendita di sangue fresco e plasma giovane per trasfonderlo nei corpi più anziani; i Laboratori Calico, finanziati personalmente dal fondatore di Google, Larry Page, che studiano i problemi dell’invecchiamento per superarli attraverso la biotecnologia; l’azienda Netcome, fondata dall’ingegnere informatico Robert McIntyre, che prevede la possibilità di scansionare il cervello umano per caricarlo in un computer. La digitalizzazione delle sinapsi, secondo McIntyre, significherebbe la sopravvivenza alla morte. A queste si aggiunge la Neuralink di Elon Musk, specializzata nello sviluppo di bci (<em>brain-computer interface</em>), che spera, connettendo il cervello con un dispositivo digitale esterno, di curare malattie neurologiche come la perdita di memoria, la perdita dell’udito, la depressione e l’insonnia. Infine, il metaverso dello stesso Zuckerberg rappresenta un passo in più in direzione della scomparsa dei corpi.</p>



<p>Benché, a prima vista, il fine transumanista sembri nobile, i mezzi sollevano qualche problema bioetico di rilievo, come quello del sottile filo rosso che lega il transumanesimo all’eugenetica. Julian Huxley, prima di diventare il promotore di questa nuova filosofia, fu un membro di spicco della British Eugenics Society, poi eletto presidente tra il 1959 e il 1962. Questa disciplina, in seguito alla demonizzazione subita dopo il processo di Norimberga, visto l’impiego mortifero che ne fece il nazismo, entrò in crisi e perse qualsiasi autorevolezza. Julian Huxley, però, non ritrattò mai le sue tesi eugenetiche e anzi continuò a diffonderle in modo subdolo, camuffando sotto il neologismo transumanesimo, più efficace a livello di marketing, un identico obiettivo. «Sin dai tempi di Platone, e anche prima, vi sono stati utopisti che sognarono di controllare il flusso della razza umana, non soltanto nella quantità, ma anche nella qualità, affinché l’umanità potesse fiorire con caratteri nuovi», ha spiegato<a href="#_ftn14" id="_ftnref14">[14]</a>. Un umanesimo di facciata puramente arbitrario (chi stabilisce le qualità?), che non esclude la possibilità di attuare delle sperimentazioni sui feti umani, in caso alterarne la morfologia per certificarne la “buona riuscita”. Non a caso Steve Fuller, tra i principali teorici del transumanesimo contemporaneo, nel suo libro <em>Humanity 2.0: what it means to be human past, present and future<a href="#_ftn15" id="_ftnref15"><strong>[15]</strong></a></em>, ha tentato di riabilitare proprio l’eugenetica e i suoi principali esponenti. «La storia dell’eugenetica è rilevante per il progetto di valorizzazione umana perché stabilisce il punto di vista da cui si deve considerare l’essere umano: cioè non come fine a sé stesso ma come mezzo per la produzione di benefici…», ha scritto<a href="#_ftn16" id="_ftnref16">[16]</a>. Ma si spinge addirittura oltre, fino a caldeggiare la riabilitazione di una parte delle aspirazioni naziste. &nbsp;«In parole povere, dobbiamo prevedere la prospettiva di una trasformazione nell’immagine normativa della Germania nazista […]. Non è facile… ci sono stati solo i minimi accenni di riabilitazione nazista. Ma si mostrano alcuni spiragli, aperti dalla morte di coloro che hanno avuto l’esperienza diretta del nazismo. Per esempio, alcuni temi della scienza nazista che non figuravano in primo piano nella seconda guerra mondiale – come i viaggi nello spazio, l’ecologia e la ricerca sul cancro – furono facilmente, anche se un po’ surrettiziamente, assimilati dagli alleati. Ma anche nel caso della scienza nazista dell’“igiene razziale”, c’è una consapevolezza nascente che l’“eugenetica” e la “modificazione genetica” in generale, sono sempre state parte integrante delle agende normative progressiste»<a href="#_ftn17" id="_ftnref17">[17]</a>. Nascosta sotto la veste umanista da Huxley, l’eugenetica sta rientrando dalla botola del transumanesimo. E allora, di fronte a questo nuovo paradigma dell’umanità – la fine dell’antropocene e l’avvio del postumanesimo, un mondo dove l’uomo sarà a tutti gli effetti superato – rimangono dei dubbi: chi dirigerà queste tecnologie, e chi potrà avere accesso ai loro benefici dato che hanno costo proibitivi? Come saremo certi che le conseguenze non saranno nefaste? Controllo della mente, condizionamenti di massa, dittatura tecnologica, sperimentazioni sui più poveri… Abbiamo già sottolineato le inclinazioni totalitarie dell’establishment della Silicon Valley.</p>



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<p>Infine, dunque, vediamo che questo complesso <em>pastiche </em>di riferimenti culturali della tecno-intellighenzia si può riassumere nel tentativo incondizionato, nella smania quasi, di superare i limiti del possibile. Ribelli, visionari, rivoluzionari, questi imprenditori si sono prefissi come obiettivo, sia in ambito politico che biologico, quello di abolire lo Stato e le sue norme da un lato, e le leggi della natura dall’altro, come ispirati da un superomismo tecnologico: la democrazia, così come l’uomo, per loro, sono divenuti <em>pregiudizi obsoleti</em>. «Se esistessero gli dei, come potrei sopportare di non essere un Dio?» si chiedeva Nietzsche. Come sopportare, oggi che si concretizza la possibilità dell’esistenza dei cyborg, oggi che la macchina offre tutte queste opportunità, di non essere, anche io, una macchina? È questa probabilmente la domanda che si pongono i <em>ceo </em>della Silicon Valley. È questa, forse, la loro più grande paura, la loro grande invidia, il loro complesso tramutato in aspirazione. Che ossessione superflua, ci viene da dire, memori della massima del filosofo colombiano Nicolás Gómez Dávila: «quandanche l’umanità si avvalga di ogni artefatto inventato, alla fine stima soltanto chi lascia qualcosa di inutile: un’idea, una poesia, un tempio. La ruggine corrode la gloria degli insigni idraulici di questo secolo».</p>



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<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> R. BARBROOK, A. CAMERON, <em>L&#8217;ideologia californiana</em>, GOG Edizioni, Roma 2023. </p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Nel 1995 su Wired viene trascritto, acriticamente, l’intervento alla Camera dei Rappresentanti di Newt Gingrich, il leader repubblicano di estrema destra. Gli esponenti di Wired hanno dimostrato grande interesse verso quei politici che caldeggiano per un maggior decentramento e una deregolamentazione del cyberspazio, indipendentemente dalle loro appartenenze ideologiche. Crf. N. GINGRICH, «Friend and Foe», <em>Wired</em>, 1995.</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> J. HUXLEY, <em>New bottles for new wine</em>, Chatto &amp; Windus, Londra 1950.</p>



<p><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> M. MORE, «Transhumanis: Towards a Futurist Philosophy», <a href="http://www.maxmore.com"><em>www.maxmore.com</em></a>, 1990.</p>



<p><a href="#_ftnref5" id="_ftn5">[5]</a> E. REGIS, «Meet the extropians», <em>Wired</em>, 1994.</p>



<p><a href="#_ftnref6" id="_ftn6">[6]</a> Cfr. https://www.extropy.org/pr.htm</p>



<p><a href="#_ftnref7" id="_ftn7">[7]</a> P. THIEL, «The Education of a Libertarian», <em>Cato Unbound</em>, 2009.</p>



<p><a href="#_ftnref8" id="_ftn8">[8]</a> Idem.</p>



<p><a href="#_ftnref9" id="_ftn9">[9]</a> Steve Bannon, allora capo della comunicazione Trump, direttore di Breitbart, considera Land un punto di riferimento culturale (Cfr. E. JOHNSON, «What Steve Bannon Wants You to Read», Politico, 2017)</p>



<p><a href="#_ftnref10" id="_ftn10">[10]</a> Cfr. J. HARKINSON, <em>Meet Silicon Valley’s Secretive Alt-Right Followers</em>, Mother Jones, 2017</p>



<p><a href="#_ftnref11" id="_ftn11">[11]</a> B. SRINIVASAN, <em>Silicon Valley’s Ultimate Exit</em>, Genius.</p>



<p><a href="#_ftnref12" id="_ftn12">[12]</a> Citato in S. HAMMOND, <em>Peter Thiel’s plan to become CEO of America</em>, Medium, Agosto 2016.</p>



<p><a href="#_ftnref13" id="_ftn13">[13]</a> L. MAASER, S. VERLAAN, «When the Pentagon Comes to Silicon Valley», <em>Rosa-Luxemburg-Stiftung</em>, 2022</p>



<p><a href="#_ftnref14" id="_ftn14">[14]</a> Citato in J. HUXLEY, <em>Ciò che oso pensare</em>, GOG Edizioni, Roma 2022.</p>



<p><a href="#_ftnref15" id="_ftn15">[15]</a> S. FULLER, <em>Humanity 2.0: what it means to be human past, present and future</em>, Palgrave Macmillan, Londra 2011</p>



<p><a href="#_ftnref16" id="_ftn16">[16]</a> Ibidem, p. 144.</p>



<p><a href="#_ftnref17" id="_ftn17">[17]</a> Ibidem, p. 244.</p>
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