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	<title>UE Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Se per caso esplodesse il mondo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Mar 2025 09:42:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Ostilità]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[RearmEU]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Guida pratica per comporre il kit di sopravvivenza richiesto dall’Unione Europea</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>1.       Prima di tutto, trovate il contenitore: capiente, ergonomico, ignifugo, idrorepellente. Se però pensavate di destinare il vostro fabbisogno di prima necessità alle tasche dei vostri nuovi pantaloni cargo per comunicare che voi lavorate in ambito STEM e<strong> che voglio dire siamo gente di quella cerchia al di là dell’estetica noi solo tessuti tecnici grafici a torta e milioni di dollari perfetto FATELO</strong>.</p>



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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 2.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Sempre a proposito del contenitore: il primo che dice “vedi io che ho fatto il classico? So benissimo che se inverto il contenuto con il contenitore non è uno sbaglio ma una sineddoche” lo lasciamo fuori dal bunker.</p>



<p>          3.       Prima ho sentito Matteo Renzi al telefono, mi ha detto che lui nel kit ci metterà “<strong>tutto se stesso, come sempre per la democrazia</strong>”.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 4.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Emergenza sì ma comunque ATTENTI AGLI SPRECHI: se le sei confezioni di pane di segale che avete comprato a sconto non vi entrano nell’Eastpak mangiatele TUTTE plastica compresa o non faticate a sopravvivere.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 5.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Non c’è modo di peggiorare un olocausto nucleare se non passandolo a guardarvi leggere con lampi di autocoscienza l’ultimo, acuminatissimo saggio di Federico Rampini su come siamo finiti a tirarci i missili: se proprio dovete, sull’iPad, grazie.</p>



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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 6.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Mi raccomando, non mettete nel kit i vostri sogni inesauditi, i desideri inespressi, la voglia pazza di licenziarvi e iscrivervi a MasterChef, per favore.</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 7.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; In ogni caso, prima di scegliere per la “sopravvivenza”, accertarsi che Jerry Calà sia sempre vivo, perché, come disse una volta la nostra guida spirituale – Mara Povoleri in arte Venier –, se vivere significa vivere senza Jerry no grazie allora passo.</p>



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		<title>L’Altra Piazza dell’Europa della Pace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Mar 2025 11:41:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Ostilità]]></category>
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		<category><![CDATA[Commissione Europea]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<category><![CDATA[Spritz]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A Bruxelles c'è aria di guerra, ma non per le tensioni internazionali. E' il clima che si respira ogni giovedì sera, quando chiude la Commissione e i portaborse scravattati si litigano il posto in fila per l'Eurospritz, sulle note di "Danza Kuduro".</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p class="has-text-align-right"><em>E già che avanzava tempo abbiamo fatto anche la guerra</em></p>



<p><em><br></em>Ogni giovedì mattina a Bruxelles, come sorge il sole, un eurotirocinante si sveglia e sa che dovrà correre più veloce dell’eurotirocinante di fianco a lui o ci sarà troppa fila per un eurospritz a <em>Plux</em>. Ogni giovedì mattina a Bruxelles, come sorge il sole, non importa che tu sia un eurotirocinante o un’eurotirocinante, l&#8217;importante è che – ad una certa – arriverai in fila per un eurospritz a <em>Plux</em>.</p>



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<p><br>Place Luxembourg, <em>Place Lux</em> per la gioventù, <em>Plux </em>per l’euroregazness, è il cuore pulsante della fervente bolla europa, di fronte all’Europarlamento. Il place-to-be del giovedì, la tappa fissa, il ritrovo immancabile, l’after work per antonomasia, l’occasione perfetta, l’appuntamento imperdibile. <em>Plux </em>è l’euromercato: non quello del semestre europeo o della moneta unica. Il mercato della carne. La<em> Boucherie Plux </em>ha un dress code anomalo per una macelleria: ci si presenta dopo lavoro – non ha alcuna importanza quale lavoro, fintanto che sia EU-related – quindi eleganti. Vestiti da consulenti, per intendersi. Stagisti della Commissione, lobbisti, assistenti parlamentari, traduttori, interpreti, advocacy managers, qualche coraggioso del Comitato delle Regioni – <strong>esseri esotici, non appartenenti alla santissima trinità Parlamento-Commissione-Consiglio, che si aggirano selvatici e riluttanti.</strong> E ancora campaign strategists, press officers, policy officer, legal officer, communication officer, officer officer.</p>



<p><br>Alle 18 – fuso orario dell’Eurobarometro – la <em>Boucherie Plux </em>apre e parte l’assalto ai balconi dei bar. Prendi il numerino e ti metti in fila. Arrivano i drink, si inizia a ciarlare, a straparlare. I colleghi, gli amici dei colleghi, ti offrono uno spritz, ti offrono una pacca sulla spalla, ringrazi, vorresti ricambiare ma l’offerente ti dice <em>Non ti preoccupare, a buon rendere</em>. E poi sorride. E ti dà un biglietto da visita. Perchè al mercato della carne di Place Luxembourg nulla è gratis. <strong>È la sublimazione del networking in un mercato di eurosperanze saturo e inflazionato.</strong> È la consulenza delle Big Four camuffata da pubblico. È la ricerca degli eurobenefits mascherata da bene(ficio) comune. <strong>L’obiettivo: l’accesso alla scalata dell’euro-piramide e la detassazione.</strong> Vedere il proprio nome apparire in un organigramma di una qualsiasi istituzione, <em>ma per carità fatemi entrare che ho trent’anni, ho studiato l’iraddiddio, ho fatto i campeggi estivi dei giovani federalisti europei, il volontario al Punto Europa di Busto Arsizio, come è possibile che dopo tutto sto sforzo mamma UE ancora a malapena mi paghi l’affitto è giovedì sera sono ubriaco e le sigarette costano 12 euro ridatemi la lira.</em></p>



<p><br>Tutti hanno uno scoop, un gossip e – <em>sicuramente</em> – una previsione politica. D’altronde, sono tutti anche un po’ policy advisors. <strong>Più aumenta l’inflazione nei drink, più l’ambizione della previsione</strong>. Se alle 18:30 si scommette sulla percentuale di Alternative für Deutschland alle elezioni tedesche, alle 23 Rodolfo mi giura su sua madre che sa che Draghi è a Bruxelles, su un tapis roulant, pronto a sostituire la Von Der Leyen alla prima sbandata. Io me lo immagino, Mario ansimante in tuta da corsa, e voglio dare fiducia a quel rettiliano di Rodolfo.</p>



<p><br>La <em>Boucherie Plux</em> non dorme mai nella febbre del giovedì sera. Alle 22 cambia d’abito: i bar diventano club, le birre gin tonic, improvvisamente per andare in bagno tocca pagare. <strong>Rodolfo mi chiama e giura su suo padre che c’è il Generale Vannacci al <em>Coco Bar</em> che sta ballando sul nuovo album di Bad Bunny. </strong>Io vorrei andare a vedere – perchè stasera mi fido ciecamente di Rodolfo – ma sto parlando con Raquel che mi sta raccontando di quella volta che è andata in Toscana con i suoi genitori, o in Sicilia in gita di classe, o mi sta chiedendo se è meglio Firenze o Venezia, se è vero che Bologna è la migliore meta Erasmus d’Europa, se conosco quel tale che ha studiato due settimane a Ferrara 7 anni fa. O forse mi sta chiedendo conferma circa il fatto che nella carbonara non ci vada la panna, o se la pizza romana è più buona di quella napoletana, e quanto è sporca Bruxelles ma quanto è comodo andare a Parigi in Flixbus, o se mi piace la <em>raclette </em>perchè a lei piace un sacco. Insomma, una conversazione che di certo contribuisce ad alimentare il dibattito intellettuale di questo continente. Potrei chiudere il dialogo, andare al club di Vannacci, fargli un video mentre balla con Alice – che sicuramente si presterebbe al gioco –, e creare un grande euro-scandalo. Ma Raquel ha occhi grandissimi e blu e non mi va di andarmene. E comunque il mio telefono è quasi scarico, e tra l&#8217;altro poi se chiedo ad Alice di ballare con Vannacci – seppur per una buona causa – c’è anche caso che mi mandi a cagare, e poi io come torno a casa che le chiavi della bici le ha lei.</p>



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<p><br>Per chi non rimorchia un contratto, una posizione junior o non strappa un bacio ad interim, il giovedì notte a la <em>Boucherie Plux</em> finisce con la gara di piscio – <em>Manneken-Pis </em>– nel giardinetto del Parlamento Europeo. <strong>Sogno di ieri, banca di oggi, orinatoio per stanotte</strong>.</p>



<p><br>Oggi però non finirà così, c’è un’aria strana. <strong>C’è tensione, è tempo di terze guerre mondiali. E <em>tutti</em> hanno una teoria bellica</strong>. Ci sono quelli che l’esercito europeo serviva <em>da anni</em>. Quelli che Trump si muove saggiamente in modalità anti-cinese e <em>dovremmo ringraziare</em>. Quelli che avendo vinto un torneo di scacchi nel 2006 ci spiegano gli errori strategici dell’avanzata Russa. Quelli che si doveva entrare in guerra <em>subito</em>, ormai sticazzi. Quelli che non bisogna entrare in guerra <em>mai</em>. Quelli che Zelensky sta tenendo testa <em>da solo</em> all&#8217;autocrazia russa che se non fermata arriverà a conquistare l’Europa, l’America, le Indie e il mondo. Quelli che la retorica di Zelensky unico difensore della democrazia mondiale è una follia demagogica. Quelli che in fondo l’Ucraina dalla caduta del muro altro non è che la nuova cortina di ferro, quindi <em>cosa ci aspettavamo</em>. Quelli che si guardano attorno un po’ persi, e con voce roca fanno la domanda che tutti un po’ ci poniamo, ma nessuno osa fare ad alta voce: “ma poi, <em>letteralmente, </em>cosa sono queste <em>terre rare</em>?”.<br><br>Poi ci sono i freakkettoni piccoloborghesi turbo-dadaisti emo-chore catto-comunisti come me, per cui la guerra è un discorso troppo superato per essere discusso, e la Terza Guerra Mondiale tuttalpiù è un disco degli Zen Circus.</p>



<p><br><strong>Però, anche io, non posso fingere che non ci sia tensione stasera. C’è bellicosità nell’aria. Si respira polvere da sparo.</strong></p>



<p><strong><br></strong>Di fronte a <em>Spuntino</em>, enclave italiana della <em>Bucherie Plux</em>, un tirocinante urla che l’Unione Europea ha vinto il NOBEL PER LA PACE e getta un gin tonic sulla camicia di uno con un contratto ad interim che sosteneva la necessità di utilizzare i bisonti della foresta primordiale di Białowieża per sferrare un attacco laterale alla Bielorussia, per colpire il coccige di Putin tramite Lukashenko. È una chiara provocazione, un <em>casus belli</em>, una violazione delle gerarchie che governano la piazza. Non solo: anche stando al Manuale di Sopravvivenza e Onore de <em>La Gintoneria di Davide</em> è assolutamente sufficiente per fare scatenare una rissa. Da qualche parte in Centro-America, il Dottor Lacerenza nitrisce soddisfatto dal suo rooftop in località ignota.</p>



<p><br>Si scatena una grande scazzottata. Il teorico dei Bisonti di Białowieża si è inimicato gli advocacy officers animalisti dei Verdi, ma anche i nazionalisti polacchi di Diritto e Giustizia, preoccupati da eventuali ricadute sull’import-export di vodka Żubrówka. Il tirocinante pacifista sta scagliando bicchieri su un gruppo di traduttrici baltiche, da dietro lo afferrano e viene lanciato in mezzo alla rotonda. Lui risponde recitando a memoria la Dichiarazione Schuman. Dall’altro lato della piazza accorre <em>l’inner circle</em> dei patrioti di ECR. C’è Galeazzo Bignami in testa. È vestito come sempre da nazista, ma – come sempre – rassicura tutti dicendo che arrivava diretto da un matrimonio. Che poi quanti amici nazisti ha Galeazzo Bignami? Che poi chi lo invita Galeazzo Bignami a tutti ’sti matrimoni? I nazisti, naturalmente.<br>All’avanzata a falange dei camerati una serie di serrande sulla piazza di spalancano. Minimarket, fino a pochi secondi fa chiusi, aprono i battenti. Dentro, gigantografie di Calenda. Non erano minimarket, ma le sedi belga di Azione, quartieri generali della campagna elettorale, ormai messi nel dimenticatoio per inutilizzo, subaffittate da Carlo a seguito della <em>débâcle</em> alle urne – con grande spirito imprenditoriale – a venditori di frutta e verdura locali. In nero. Riaprono le serrande e guerriglie calendiane in uniforme escono, in piccoli gruppi. Cellule indipendenti addestrate in mesi di nullafacenza politica pronti a interventi mirati di guerra irregolare. È un&#8217;escalation inevitabile. I migliori atleti della gioventù macroniana si calano dalla <em>coloc</em> di Renew Europe. I tiratori scelti di Patrioti per L’Europa, dal tetto del Parlamentarium, lanciano le prime bombe carta. I compagni di The Left non aspettavano altro: escono immediatamente dai <em>basement</em> delle vie limitrofe, appena sentono l’odore del fumo, e accerchiano la piazza da più lati. <strong>La Compagna Salis distribuisce molotov e limoni sussurrando che è <em>giunta l&#8217;ora di alzare il livello dello scontro</em></strong>. Rodolfo afferra la molotov e – balbettando, nella confusione crescente di sirene e cori marziali – le grida che è <em>bella come un carcere in rovina</em>. Il Generale Vannacci distribuisce papaveri rossi, canticchiando Faccetta Nera. I socialdemocratici sono interdetti, erano rimasti in ufficio più a lungo per un convegno e si ritrovano in piazza disarmati. Non ci mettono molto a creare una barricata con biciclette e monopattini elettrici in cui continuare il loro seminario sull’utilizzo dell’AI nella comunicazione interistituzionale.</p>



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<p><br><br>Xi Jinping, nella sua tenuta a Gibuti, segue gli scontri in streaming sull’Apple TV mentre gioca a Minecraft con Elon Musk, mangiando Zuppa di Wonton, caviale e gamberi rossi di Mazara del Vallo.<br>Nella guerriglia urbana una figura attraversa la piazza, imperturbabile. Una visione profetica in uno scenario post-apocalittico. Sembra il padre de <em>La Strada</em> di McCormac, ma senza figlio. Fa rabbrividire, ma catalizza la nostra attenzione. Io e Alice ci avviciniamo, lei mi stringe la mano e cerca il mio sguardo. Ci facciamo coraggio. <strong>È Luigi Di Maio</strong>. Siamo di fianco a lui, è in forma invidiabile. La pelle liscia, lo stress del Covid un ricordo lontano, è quasi irriconoscibile. Ha gli AirPods e sembra non accorgersi dell’inferno che gli sta accadendo attorno. Forse non gliene importa nulla. Lo aspetta un&#8217;auto diplomatica all’incrocio. Lo porterà al suo jet privato, per tornare al suo chalet a Doha, da cui difendere in prima linea gli interessi economici ed energetici del Vecchio Continente nel Golfo Persico.</p>



<p><br>Nel frattempo, dall’epicentro <em>Plux </em>il conflitto si è espanso nella città. Valloni e Fiamminghi hanno finalmente l’occasione di sfogarsi circa la forzata coabitazione nella stessa città. Da Lille arrivano carovane di francesi che rivendicano la paternità delle <em>Moules marinières avec frites</em> – come se ci fosse da vantarsene –, mentre dal confine occidentale arrivano gli olandesi, a dar man forte alla fazione fiamminga. Da Sud e da Ovest baby gang di mezza Europa convergono, dopo essersi date appuntamento su Tik Tok. Dal Centro Cabraliego la comunità spagnola, a cavallo di tori di Pamplona arrivati la sera prima apposta per il <em>Carnevale Sauvage</em>, si scagliano contro i brasiliani e portoghesi barricati nel <em>Parvis </em>di Saint-Gilles, per una lotta tutta latina per la parte meridionale del centro-città. Giovani ariani si muovono in pattuglie da Molenbeek e Anderlecht per scontrarsi con il terzo-mondo cencioso di Gare du Midi e i nordafricani di Anneessens. Da Matongue i congolesi risalgono Ixelles verso le sedi consolari e le lussuose ambasciate, in un atto estremo di anarco-diplomazia anti-colonialista. In un insospettabile effetto domino, da quel dibattito pacifista alla<em> Boucherie Plux</em>, <strong>Bruxelles implode e la violenza degenera. È lotta di quartiere e caccia aperta all’eurocrate.</strong> Le auto diplomatiche sono finite, Uber non funziona più, i monopattini elettrici inutilizzabili e insostituibili parti di trincee. Impossibile scappare. Le strade bruciano, e i primi funzionari iniziano ad impiccarsi con la cravatta nelle soffitte della Commissione Europea, mentre l’<em>Inno alla Gioia</em> – suonato volutamente stonato dall’orchestra del <em>Conservatoire Royal de Bruxelles </em>dal tetto del Palazzo di Giustizia – riecheggia sui tetti della città in fiamme.</p>



<p><br>Venerdì all’alba un corteo di camion sgangherati parte da Les Marolles e si accampa di fronte al Parlamento. <strong>Tappeti e cianfrusaglie. Violini e pellicce. Le ceneri della <em>Bougerie Plux </em>ancora fumano.</strong> Tra le fuliggine della bolla europea, Place du Luxemburg diventa succursale del mercato delle pulci di Jeu de Balle. Da qui partirà la redistribuzione della ricchezza per la rivoluzione europea, che – dal Vangelo Secondo Spinelli – doveva pur sempre essere socialista.</p>



<p></p>



<p class="has-text-align-right"><br><em>“E lui può già vedere la vecchia e malata Europa, con tutta la sua grandeur e la sua cultura e la sua boria, il suo tè delle cinque e le sue cerimonie accademiche, abolita, occupata, conquistata dalle masse dei più miseri, dei più affamati, dei più sfruttati. Sarà la loro guerra. I poveri si vendicheranno seminando figli ovunque, riproducendosi a raffica come il crepitio delle mitragliatrici, occupando ogni postazione con i propri cadaveri, usando se stessi come forza di sfondamento. Vinceranno, e di loro, evangelicamente, sarà la terra.”<br></em>(PVT)<br></p>



<p></p>



<p><br><strong>La cortina di ferro si è spostata proprio lì, a Place Luxembourg, lanciando un processo di de-costruzione dello stato nazione. L’Europa geografica si sgretola</strong>. A partire da Bruxelles, poi il Belgio, e di rimpetto l’intero continente. Si ricostituisce il Ducato di Fiandra e il Principato di Vallonia, passando per il Regno di Prussia e la Boemia, il regno di Navarra, Leòn-Castiglia, Aragona. Il Ducato di Savoia, la Catalogna, la Galizia e i Paesi Baschi, la Lega Anseatica, il Ducato di Bretagna, le Repubbliche Marinare, la Repubblica di Ragusa. Il Regno di Württemberg, il Granducato di Hessen-Darmstadt, il Ducato di Nassau, il Principato di Waldeck-Pyrmont, il Granducato di Toscana, la Repubblica di Utrecht, il Ducato di Holstein-Gottorp, e – naturalmente – la neo-fondata Repubblica Salentina, la Padania e il Principato del Molise. <strong>In un inverso processo di deformazione della sovranità statale, in un atto di ribellione collettiva, da organizzazione regionale l’Unione Europea vede sgretolarsi le sue unità di misure fondanti: gli stati membri, croce e delizia del processo d’integrazione.</strong></p>



<p><br>Tra i buoni propositi dell’Europa unita Spinelliana, non c’era forse il <em>superamento dell’ideologia dell’indipendenza nazionale</em>, che portava in sé i germi dell’imperialismo capitalista e la volontà di dominio? Forse c’è stato un fraintendimento, e il processo era da percorrersi in senso inverso: <strong>non la convergenza verso una <em>governance</em> superiore, non l’unione delle intenzioni e delle nazioni in un’entità sovranazionale, ma l’estrema provincializzazione. L’autodeterminazione portata agli estremi, la rivendicazione della quartierizzazione</strong>, il tortellino contro il cappelletto, il cappellaccio versus il tortellone, la difesa sfrontata degli arancini contro le arancine. Stracciate le carte d’identità nazionali, la proliferazione di cittadinanze <em>provinciali</em>. Perché in fondo, se anche l’unico presupposto rimasto per un ordine internazionale – la condivisa preferenza alla pace sulla guerra – appare oggi obsoleta, non rimane che il parrocchialismo come (non)valore condiviso.</p>



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<p><br>Sarà tutto bellissimo per qualche settimana: sagre, canti tradizionali, commedie dialettali, ognuno nel proprio paese, villaggio, quartiere. A sghignazzare pensando ai ridicoli tempi dell’Erasmus, quando ora l’unica possibilità di tornare in quello che un tempo si chiamava <em>Belgio</em>, è vincolata alla necessità di manodopera nelle miniere vallone di recente riapertura. <strong>Saranno un paio di settimane bellissime. Sarà come Natale. Poi, come a Natale, tutti inizieranno a litigare con i propri genitori, con i fratelli, con i compagni delle elementari, con amanti e fidanzate, con i vicini di casa</strong>. Inizieranno a trovare il cibo monotono, vorranno andare a ballare musica diversa, avranno bisogno di solitudine, di spazio, di mare, di amore, di mode, di modi di fare, di facce strane, di belle facce, di sushi, e pretenderanno di uscire da quel buco di quartiere in cui si sono rinchiusi e di cui si sono fatti la cittadinanza, e invocheranno a gran voce l’istituzione di una doppia cittadinanza: provinciale, ed europea.</p>



<p><br>Perché in fin dei conti, un weekend ad Amsterdam al mese Rodolfo se lo deve fare, sennò d<em>iventa pazzo</em>.</p>



<p><br><strong>E sarà lì, in quel momento, che le Provincie Unite d’Europa si costituiranno tramite un reale processo di autodeterminazione dei popoli e si potrà iniziare a parlare di esercito europeo</strong>.</p>



<p>Sarà il provincialismo che ci salverà, Fratelli d’Europa.</p>



<p><br>La sensazione è che per scamparla si dovrà però passare necessariamente per una completa distruzione – fisica o metafisica – del sogno europeo per come ce l’hanno raccontato la sera prima di andare a dormire, nelle aule universitarie e nei film di Virzì, sino ad oggi.</p>



<p><br><em>La via da percorrere non è facile, né sicura.<br>Ma deve essere percorsa, e lo sarà!</em></p>



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		<title>Europa esaurita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Aug 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[colpa]]></category>
		<category><![CDATA[escatologia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A tenere unito il popolo europeo è la combinazione delle due ideologie di colpa e crisi: un passato cupo da redimere, un futuro terribile da scongiurare. Due retaggi biblici ed escatologici che gli europei faticano a scrollarsi di dosso, il loro nervo scoperto ideologico su cui fa leva la classe dirigente per scuotere l'animo di un popolo sempre meno interessato dalle sorti del mondo e dal proprio ruolo futuro al suo interno.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nonostante la storia paia aver ripreso il proprio corso, <strong>il futuro non sembra riservare all’Europa un ruolo di potenza sullo scacchiere mondiale. Il popolo europeo vive un presente di sospensione rassegnata. </strong>Chiamato in causa direttamente dalle contingenze storiche, se non altro per il ruolo di guida economica che ancora esercita nel mondo, esso sembra invece storicamente paralizzato da un eccesso di autocoscienza. </p>



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<p>Infatti, ciò che distingue l’europeo di oggi, rispetto agli altri popoli della terra legittimati in misura simile a pretendere un ruolo attivo nella storia, è la dedizione con la quale s’impegna, sia nel privato che nelle sue istituzioni pubbliche, a una critica morale di sé e del resto del mondo. <strong>Al ruolo di guida che potrebbe esercitare, l’Europa ha preferito quello, autoproclamato, di giudice</strong>. In quanto tale però, per una logica separazione dei poteri, esso sembra aver rinunciato alla propria facoltà esecutiva, alla propria potenza. Un popolo o un’entità statale che invochi giustizia al cospetto dei suoi pari dimostra per ciò stesso di non possedere una forza sufficiente ad attuarla. Ciò che però caratterizza l’Europa contemporanea non è tanto la mancanza della disponibilità economica e militare che le permetterebbe di risultare rilevante e incisiva per le sorti del pianeta, e dirigerlo verso i fini che più si addicono alle sue aspirazioni. <strong>Ciò di cui risulta priva è piuttosto la volontà di dispiegare la propria forza. Di fronte alla minaccia di dover ridimensionare il proprio stile di vita, gli europei preferiscono, in plebiscitaria maggioranza, le politiche di compromesso che garantiscono loro la conservazione dello <em>status quo</em> e si accontentano di pretendere per sé stessi un ruolo esterno alla storia, di giudice e garante morale.</strong></p>



<p>Sembra infatti che il popolo europeo sia giunto a quel grado di civiltà che lo espone al pericolo della decadenza politica. Gustave Le Bon, nella sua disamina della psicologia dei popoli, aveva notato che «arrivato a quel grado di civiltà e di potenza in cui, credendosi sicuro di non esser più aggredito dai vicini, un popolo comincia a godere i benefici della pace e del lusso che le ricchezze procurano, le virtù militari svaniscono, l’eccesso di civiltà crea nuovi bisogni, si sviluppa l’egoismo. <strong>Non avendo altro ideale che il godimento precoce di beni rapidamente acquistati, i cittadini abbandonano la gestione degli affari pubblici allo Stato e perdono presto tutte le qualità che avevano costituito la loro grandezza.</strong> Allora vicini barbari o semi barbari, con bisogni minimi ma con un ideale potentissimo, invadono il popolo troppo civile, poi formano una nuova civiltà con gli avanzi di quella che hanno abbattuta»<a id="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>. Nel complesso sistema di deterrenza economica e militare su cui si fonda la <em>pax americana, </em>la prospettiva di un’invasione esterna del continente europeo (o meglio dei paesi dell’Unione) sembra piuttosto remota, tuttavia le considerazioni di Le Bon permettono di fare luce su un processo che sembra aver condizionato la mentalità europea contemporanea. </p>



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<p>A differenza degli americani, su cui ricadono quasi totalmente gli oneri e gli onori del corrente assetto politico del mondo,<strong> il popolo europeo pare potersi permettere un maggiore distacco rispetto alla storia</strong>. Esso ha infatti approfittato della relativa tranquillità che gli garantiva la sfera d’influenza straniera a cui è stato soggetto nel passato recente, per riconvertire le proprie risorse, mettendole al servizio di un’attività che non si concilia affatto con lo <em>status</em> di potenza: la critica e la produzione di idee.</p>



<p>La riflessione critica ha in realtà accompagnato lo sviluppo dell’Occidente fin dai suoi albori, influenzandone il pensiero. Socrate fu il primo pensatore ad applicare il metodo razionale all’indagine filosofica, convinto com’era che nel dialogo, qualora le parti coinvolte si assicurassero di rispettare il principio di non contraddizione, sarebbe sorta maieuticamente la verità. Il pensiero socratico era perciò ancora contenuto in una cornice pagana di fiducia nella natura e nelle facoltà dell’uomo, sebbene ponesse per la prima volta i presupposti metafisici di valori ideali &#8211; come il Bene, la Verità – che potessero trascendere la sfera naturale della vita<a id="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a>. È attraverso il cristianesimo però che il pensiero occidentale ed europeo comincia ad assumere le sue caratteristiche specifiche. <strong>La rivelazione cristiana, se da un lato promuoveva l’indagine teologica ed ultraterrena, con la riflessione intorno ai dogmi biblici, dall’altro garantiva la legittimità dello studio della natura e dello sviluppo delle scienze.</strong> Essendo infatti il creato opera del Signore, lo studio di esso equivaleva a un ampliamento della conoscenza di Dio da parte del credente che a vi si dedicava, a maggior ragione se finalizzato a confermare i precetti della religione rivelata. Come notava Hans Blumenberg<a id="_ftnref3" href="#_ftn3">[3]</a>, la garanzia teologica che offriva l’idea di Dio permise alle scienze umane di svilupparsi a tal punto da arrivare in realtà a contraddire alcuni dei presupposti biblici su cui si fondava il cristianesimo, come nei celebri casi di Galileo Galilei o di Giordano Bruno<a id="_ftnref4" href="#_ftn4">[4]</a>. Dal lato invece della speculazione pura, come sottolinea Nietzsche nel frammento di Lenzerheide<a id="_ftnref5" href="#_ftn5">[5]</a>, l’idea cristiana di Dio legittimava alcuni concetti metafisici, i quali, se sviluppati fino in fondo, sarebbero arrivati a toglierle legittimità, primo fra tutti la veridicità – perseguendo la quale l’uomo europeo sarebbe entrato in conflitto con il sistema ideologico posto dal cristianesimo. </p>



<p>Per capire in che modo è orientata la riflessione critica dell’europeo contemporaneo bisognerà soffermarsi ancora un po’ su questo passaggio attraverso il cristianesimo, perché alcuni dogmi teologici sono sopravvissuti all’interno della coscienza europea, seppure laicizzati e secolarizzati, <strong>e ne condizionano aspettative, timori e senso di colpa</strong>. Ci riferiamo in particolar modo al peccato originale e all’idea del giudizio futuro, dell’apocalisse, su cui si fonda l’odierno pregiudizio europeo nei riguardi della storia e del ruolo che essa, l’Europa, vuole svolgere al suo interno.   </p>



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<p><br>La storia biblica ha un inizio – la caduta – e un compimento &#8211; l’apocalisse, il giudizio, con relativa apoteosi dei giusti e condanna degli empi. È solo a partire da una tale concezione lineare della storia, come susseguirsi di eventi irripetibili, che possono acquistare senso le idee di peccato e di redenzione, fondamentali per l’escatologia cristiana, e che in forma mutata sono sopravvissute nella coscienza europea, condizionandone l’attitudine critica. <strong>Ha perciò un’origine teologica l’idea che una colpa passata possa determinare il presente e che un giudizio futuro potrà riscattarlo</strong>. L’esito positivo della storia, però, nella concezione cristiana non avviene progressivamente, ma attraverso un’apocalisse. La concezione lineare della storia, nella sua declinazione occidentale, è perciò intimamente escatologica e teleologica, orientata verso un fine, il quale si dispiegherà non in una serena e distaccata retrospettiva di ciò che è stato,<strong> ma in un momento topico ed esplosivo, in cui le contraddizioni accumulate nel faticoso percorso dell’uomo lungo l’asse della storia raggiungeranno un’acme e si dispiegheranno senza riserve.</strong></p>



<p>La sostanziale differenza tra l’uomo prescristiano e quello biblico è quindi che se il primo, confortato da un rapporto più diretto con la natura e una concezione ciclica del tempo, accetta il fato, rassegnato o sereno che sia, il secondo, incentivato da una concezione lineare, è perennemente sollecitato a scandagliare il proprio passato e redimerlo in vista dell’avvenire. L’uomo biblico vive proiettato nel futuro e oppresso dalla colpa del passato, l’uomo pagano gode invece sereno del presente. <strong>Questo sentimento storico sembra in qualche misura essere sopravvissuto anche nell’europeo di oggi</strong>. Il passaggio attraverso l’umanesimo prima e l’illuminismo poi, ha inferto dei colpi mortali al sistema ideologico su cui si fondava il cristianesimo, <strong>senza però riuscire a liberare la mentalità europea dai pregiudizi che ad esso si accompagnavano.</strong> <strong>L’uomo, nel suo percorso di emancipazione da Dio, ha continuato ad abitare un mondo orientato verso un fine, e proveniente da un passato di colpe da emendare</strong>. Le idee moderne di colpa e crisi, prodotte dalla critica europea, mostrano perciò un’evidente radice biblica ed escatologica &#8211; il peccato originale, il giudizio della fine dei tempi – e il fervore ideologico che le sosteneva sembra essere sopravvissuto anche al venir meno dell’idea di Dio quale garante del senso ultimo della storia umana.</p>



<p>L’ultimo tassello che manca per completare il quadro della mentalità europea moderna è il disastro della tecnica novecentesca. Nel secolo scorso l’Europa ha portato alle sue estreme conseguenze il principio sul quale ha deciso di fondare la propria essenza storica, venuta meno la garanzia dell’esistenza di Dio: la ragione. Quest’ultima infatti non ha soltanto una funzione passiva e critica, nella produzione riflessiva di idee, ne ha anche una attiva e propulsiva, che porta al dominio razionale del mondo attraverso la tecnica. Il popolo europeo è stato insieme attore e testimone, nel corso del ’900 del totale dissesto sociale, ambientale, politico e militare al quale può portare l’uso della tecnica slegata da qualsiasi finalità ultraterrena o metafisica. <strong>Ciò ne ha mortificato le aspirazioni, portandolo ad accentuare la propria tendenza autocritica da un lato, e la proiezione apocalittica dall’altro. Al giorno d’oggi perciò il popolo europeo si sente situato nel punto di convergenza tra un passato percepito come scomodo e immorale, e un futuro che si prospetta impietoso nel suo giudizio.</strong> Inerte dinanzi al divenire storico, esso immagina la propria condizione naturale come uno <em>status quo</em> di stabilità economica e sociale, al cui interno potrebbero fiorire benessere e sviluppo, garantendo così la possibilità di emendare le colpe del passato e tutelare il futuro dal collasso. La situazione reale però è ben diversa. <strong>L’Europa di oggi è perciò temporalmente in bilico e priva di un rifugio in una direzione o nell’altra della storia, nel passato o nel futuro; la sua tensione storica, di conseguenza, non può che risolversi in un angosciato consumo del presente.</strong></p>



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<p>Data questa complicata mentalità del popolo europeo, quest’attitudine post-storica aggravata da un fervore teologico che condanna all’autocritica e a un atteggiamento conservativo rispetto al futuro, è interessante osservare la strategia adottata dalla classe politica dell’UE. &nbsp;<strong>All’interno di questa ultima convivono in competizione due correnti, l’una mondialista, egemone e umanitaria, l’altra nazionalista, sovrana ed élitista</strong>. Entrambe potrebbero e vorrebbero possedere un qualche tipo di prospettiva storica, ma devono fare i conti con la distorsione prospettica che abbiamo analizzato e che sembra disilluderne l’elettorato. <strong>Per mobilitare e tenere unito il <em>pluriversum</em> di nazionalità che governano, i dirigenti europei non cercano di liberare i cittadini dell’Unione dai pregiudizi che ne condizionano la mentalità, al contrario ricorrono precisamente all’esacerbazione dell’ultimo residuo ideologico e irrazionale che domina il pensiero europeo.</strong> Da un lato essi fanno perciò appello direttamente a quel senso di colpa che immobilizza l’europeo nell’autocritica, rileggendone il passato e mettendone ancora più in luce i delitti e i soprusi, nel tentativo di risvegliarne una responsabilità storica, e mobilitarlo alla ricerca di un’espiazione; dall’altro lato invece quel timore apocalittico che paralizza le prospettive storiche degli europei, invece di essere dimesso razionalmente, è al contrario accentuato e usato come leva psicologica, tramite una narrazione che racconta di una crisi sempre diversa e sempre alle porte, che potrà essere differita solo tramite l’azione e il sacrificio. &nbsp;</p>



<p>Entrambe le correnti che dominano politicamente l’Europa, infatti, paiono in realtà incapaci di galvanizzare l’elettorato solo sulla base di una dichiarata identità sovranazionale. La visione politica di ambo le parti, escluse alcune posizioni da campagna elettorale tanto identitarie quanto ininfluenti,<strong> si risolve sostanzialmente nella promessa di una gestione economica migliore del patrimonio europeo rispetto alla controparte. </strong>Una tale assenza di prospettiva soffoca e disincentiva un’attiva partecipazione politica di massa, e impedisce al popolo europeo di agire e mettersi in gioco con decisione nel contesto internazionale. La classe politica europea si vede perciò costretta, per evitare di essere espropriata dalla storia, a scuotere gli animi degli elettori e renderli disponibili ai sacrifici che richiede al suo popolo il ruolo di potenza, <strong>farcendo di timori millenaristi le ideologie che lo dominano, e predicando con fervore clericale sulle colpe del suo passato.</strong> <strong>Da un lato la fine dei privilegi, la fine delle libertà, l’avvento delle dittature straniere, l’invasione extracomunitaria, il collasso sociale, sanitario, culturale, ecologico; dall’altro le violenze del colonialismo, della schiavitù razzista, del patriarcato, dell’omofobia, dell’antisemitismo.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>In noi europei è dunque sopravvissuto un sentimento escatologico, persino oltre i presupposti teologici su cui si fondava. Esso perciò non riesce più a sostenere un’idea di progettualità nel futuro. L’unico sentimento che riesce ad accomunare il popolo europeo, assediato dagli spettri del passato e angosciato dalle crisi del futuro,<strong> è la speranza che il presente decada il più lentamente possibile, è il mantenimento dello <em>status quo</em> fine a sé stesso. </strong>Le crisi che la <em>governance</em> europea paventa al suo elettorato, avendolo scoperto ad esse suscettibile, servono a svegliare il popolo europeo, tramite l’allarmismo e le prediche morali, e trascinarlo fuori da un presente di pura sopravvivenza nel quale sembra essersi arenato, nel momento stesso in cui la marea della storia ricomincia ad agitarsi.</p>



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<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Gustave Le Bon, <em>L’inconscio del mondo</em>, Roma, GOG, 2023.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Michel Foucault, <em>Discorso e verità nella Grecia Antica</em>, Donzelli, Roma 1996</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> Hans Blumenberg, <em>La legittimità dell&#8217;età moderna</em>, tr. it. di Cesare Marelli, Genova: Marietti, 1992.</p>



<p><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> Michele Ciliberto, <em>Il Rinascimento. Storia di un dibattito</em>, Firenze, La Nuova Italia, 1975.</p>



<p><a href="#_ftnref5" id="_ftn5">[5]</a> Friedrich Nietzsche, <em>Il nichilismo europeo. Frammento di Lenzerheide</em>, Milano, Adelphi, 2006</p>
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