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	<title>woke Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Il woke è morto, viva il woke!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jan 2025 09:30:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per compiacere Trump e le destre, i CEO delle grandi aziende stanno rinunciando alle politiche di inclusività verso le quali si erano spesi con fervore negli ultimi anni. Che sia la spinta di cui aveva bisogno il movimento woke, nato morto, per risorgere come eversivo? </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Improvvisamente i social dicono addio ai filtri. Sia a quelli ideologici che a quelli di bellezza. Sotto opposte pressioni. Una da destra e una da sinistra.</strong>&nbsp;Che sia davvero un caso che Meta abbia, nello stesso momento, decretato il depotenziamento degli algoritmi di rimozione delle nostre idee e l&#8217;abolizione degli effetti di realtà aumentata che ritoccavano i nostri volti? A che pro? Perché questa smania di tornare alla realtà (o a una simulazione diversa di essa)? </p>



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<p>L&#8217;annuncio che sigla la fine dei programmi di fact-cheking lo firma Zuckerberg in prima persona, con un video dell&#8217;8 gennaio, in cui lo vediamo sempre più distante dall&#8217;immagine di lindo e innocuo informatico della Silicon Valley.&nbsp;<strong>Si presenta adesso con un taglio di capelli da Gen Z fuori tempo massimo, l&#8217;outfit tendente al gym-crypto-bro: maglietta nera oversized, vestibilità maschio alfa, capezza al collo che può accompagnare solo.&nbsp;</strong>Parla di ritorno alle radici e di libertà di espressione, ammettendo i molti errori commessi negli ultimi anni. Poi elenca i 5 punti del suo piano, che comprendono l&#8217;eliminazione dei fact-checker (insopportabili), la semplificazione delle policy, la fine delle restrizioni sui contenuti che riguardano i temi caldi dell&#8217;attualità (immigrazione, genere, discriminazioni), la riduzione della mole di errori, un ritorno dei temi politici che prima l&#8217;algoritmo penalizzava (per non stressare gli utenti), lo spostamento del suo Trust and Safety Content Moderation Teams dalla California nel non proprio democratico Texas, e la collaborazione con il governo Trump. </p>



<p>Per quanto si atteggino ad antagonisti, i Ceo delle grandi aziende hi-tech non possono fare a meno del loro cliente più importante: il governo federale degli Stati Uniti (il Pentagono sta investendo 10 miliardi di dollari per un progetto di&nbsp;<em>cloud computing&nbsp;</em>che vede coinvolti&nbsp;i signori del silicio). Se Musk ha corso il rischio di scommettere in anticipo su Trump, guadagnandosi il dipartimento senza portafoglio DOGE e l&#8217;annessa possibilità di farci credere che vivremo su Marte, Zuck sale sul carro del vincitore solo adesso e deve fare compromessi spiacevoli.&nbsp;<strong>Perciò addio alle odiose regole della community woke, a cui aveva ceduto, in passato, sotto pressione dell&#8217;amministrazione Biden a partire dal 2021, come ha ammesso lui stesso.</strong></p>



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<p><br>Nel frattempo però Meta annuncia che il 14 gennaio si chiudono i battenti della sezione Spark, la piattaforma dedicata alla creazione di beauty filter per Facebook, Instagram e Whatsapp, quelli che permettono come per magia di levigare la pelle, ingrandire artificialmente gli occhi e rimpolpare le labbra. «A partire da martedì 14 gennaio 2025 gli effetti di Realtà Aumentata (AR) realizzati da terze parti, inclusi i marchi e la nostra più ampia comunità di creatori AR, non saranno più disponibili», ha spiegato l&#8217;azienda in un comunicato. Addio Bold Glamour, e addio a tutte quelle finte fighe che ci assillavano sui social. <strong>Contentino alla sinistra woke? A quel femminismo e a quelle attiviste body positive che si battono da anni per decolonizzare la bellezza da un canone assurdo, che sta aumentando i casi di depressione, disturbi alimentari, ansia sociale? </strong>Non sembrerebbe, probabilmente la questione è economica, legata all&#8217;ottimizzazione della gestione del Cloud.</p>



<p>Cosa succederà adesso?&nbsp;<strong>La cultura woke non sembra godere di buona salute.</strong>&nbsp;Non solo per le ultime scelte di Zuck. La rielezione di Trump alla Casa Bianca ha spostato il baricentro degli investimenti in comunicazione e posizionamento di molte aziende, che possono fare a meno dei programmi DEI (diversity, equity and inclusion), e che stanno recedendo dai finanziamenti al mondo Lgbtq+. Sono almeno 12 le grandi compagnie che, nel giro di un mese, hanno rimosso o ridotto considerevolmente dalle loro agende gli impegni woke.&nbsp;<strong>Amazon, McDonald, Walmart, Toyota, Harley Davidson, non perseguiranno più &#8220;obbiettivi di rappresentanza ambiziosi&#8221;</strong>. </p>



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<p>Inoltre, sul tema ambientale, a poche settimane dall&#8217;esito del voto, si segnala l&#8217;uscita delle principali banche statunitensi (tra cui Jp Morgan) dalla NZBA, una rete volontaria di banche globali impegnate ad «allineare i portafogli di prestiti e investimenti con emissioni zero entro il 2050», che testimonia l&#8217;allontanamento delle istituzioni finanziare dagli obblighi legati al clima assunti dopo gli accordi di Parigi.&nbsp;<strong>Ecco che le banche smettono di fingersi schifiltose nei confronti delle energie fossili, e possono tornare a fare il lavoro sporco di sempre alla luce del sole.&nbsp;</strong>Possibile che tutte le pressioni esercitate dagli ambienti woke su grandi aziende, media, istituzioni e colossi finanziari,<strong>&nbsp;vengano cancellate con un colpo di spugna in così breve tempo?</strong>&nbsp;La verità è che non hanno mai attecchito davvero nei grandi consigli di amministrazione, ma molte rivendicazioni sono state alterate per essere digerite dai più tossici meccanismi capitalistici, e utilizzate solo in una chiave di spudorato marketing dell&#8217;inclusività, della tolleranza, della differenza – finché faceva comodo.&nbsp;</p>



<p><strong>Il woke non ha combattuto le discriminazioni reali, ha solo collocato in alcuni posti privilegiati esponenti di categorie oppresse, ha fatto del vittimismo una nota di merito, ha confuso le priorità delle minoranze con quelle della società, lottando contro gli stereotipi ha finito per creare nuovi tabù.</strong>&nbsp;E la stessa queerness, che di per sé dovrebbe rappresentare l&#8217;irrappresentabile, l&#8217;indicibile, è diventata uno degli&nbsp;spettacoli con cui i privilegiati illudono se stessi di non partecipare all&#8217;oppressione, a costo e a rischio zero. E adesso basta un click per cambiare canale. Recentemente il vicepresidente eletto JD Vance ha accennato di ispirarsi per il suo mandato alle idee di Curtis Yarvin, uno dei più influenti ideologi dell&#8217;Alt-Right, sodale di Nick Land e promotore di un&#8217;America monarchica, guidata dai Ceo della Silicon Valley, con l&#8217;obbiettivo di liberare con la forza le istituzioni americane dal cosiddetto wokeism. </p>



<p>Ma scoprirà che non c&#8217;è neanche bisogno della forza.&nbsp;<strong>Basterà riunire i soliti Ceo bianchi e invitarli a tagliare quattro o cinque uffici interni alle loro aziende, a buttare i power point con le linee guida del marketing inclusivo, a rifilare un po&#8217; la propria brand identity e il gioco è fatto.</strong>&nbsp;Del resto avevano soltanto ristrutturato un bagno, basterà rimettere due muri di cartongesso. E allora sì che adesso le battaglie woke diventano davvero interessanti, possono recuperare sul serio la loro carica eversiva e smascherare le storture di una società al collasso, alla quale solo un pazzo potrebbe davvero ambire ad esserne incluso.&nbsp;<strong>Il woke è morto, viva il woke!</strong></p>



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		<title>Il wokismo è un totalitarismo?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jan 2025 10:10:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
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		<category><![CDATA[Ideologia]]></category>
		<category><![CDATA[Ideologia vendicativa]]></category>
		<category><![CDATA[Libri GOG]]></category>
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		<category><![CDATA[Nathalie Heinich]]></category>
		<category><![CDATA[totalitarismo]]></category>
		<category><![CDATA[woke]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Introduzione del libro di Nathalie Heinich "L'ideologia vendicativa" (GOG 2024)</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/il-wokismo-e-un-totalitarismo/">Il wokismo è un totalitarismo?</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il 17 febbraio 2023, il Daily Telegraph ha rivelato che Puffin Book, la casa editrice dell’autore britannico per ragazzi Roald Dahl, ha preso l’iniziativa di ripubblicare i suoi libri con modifiche sostanziali, consistenti nell’attenuare o eliminare termini che potrebbero essere percepiti come <strong>molesti, offensivi o discriminatori</strong>, ad esempio <em>fat </em>(“grasso”), <em>white</em> (“bianco”, che diventa “pallido”), o <em>mother and father </em>(“madre e padre”, che viene modificato in “genitori”).</p>



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<p><br>Cosa c’entra questo, ci si potrebbe domandare, con il <em>woke</em>, oggetto di questo saggio? I suoi difensori si sono affrettati a negare che questa vicenda – un po’ imbarazzante, trattandosi di <em>caviardage</em>, se non addirittura di censura – abbia il benché minimo legame con le tematiche <em>woke</em>. Così, secondo la scrittrice britannica Joanne Harris, i <em>sensitivity readers</em> («lettori sensibili»<sup data-fn="f891e456-8b7b-4bcd-bb32-7809137e9f38" class="fn"><a id="f891e456-8b7b-4bcd-bb32-7809137e9f38-link" href="#f891e456-8b7b-4bcd-bb32-7809137e9f38">1</a></sup>) «non hanno nulla a che vedere con le brigate <em>woke</em> o con gli agenti della<em> cancel culture</em> che i media conservatori stigmatizzano», perché «aggiornare un libro per assicurarsi che sia ancora vendibile non è censura, è business»<sup data-fn="0a43b48e-e207-4946-8f3c-2b08a52a5393" class="fn"><a id="0a43b48e-e207-4946-8f3c-2b08a52a5393-link" href="#0a43b48e-e207-4946-8f3c-2b08a52a5393">2</a></sup>; ma una motivazione commerciale non impedisce in alcun modo che l’atto corrisponda ai dettami del pensiero woke, ossia <strong>l’evitamento sistematico di qualsiasi espressione che possa essere percepita come stigmatizzante per un particolare gruppo che si presume sia stato “discriminato”.</strong></p>



<p><br>Nel linguaggio woke ecco che “padre” e “madre” possono essere trasformati in “genitori” per evitare di ferire le coppie gay, “genitori” può diventare “famiglia” per evitare di ferire una ragazza madre. Analogamente, “femmina” deve eufemisticamente essere cambiato in “donna” per evitare di scioccare i sostenitori della “gender theory”, agli occhi dei quali la differenza tra i sessi è una “costruzione sociale”, senza alcun fondamento biologico. Analogamente, “maschi e femmine” deve dirsi “bimbi” per evitare di scioccare coloro che considerano gli “stereotipi di genere” <strong>come un’odiosa espressione patriarcale</strong>. Infine, anche Rudyard Kipling deve cedere il posto a Jane Austen per evitare di urtare sia le femministe che i cittadini provenienti dal subcontinente indiano. Benvenuti a Wokeland, il paese del <em>woke</em>.</p>



<p><br>Questo esempio è emblematico degli eccessi di un movimento <strong>che avrebbe tutte le carte in regola per attirare simpatie per il suo impegno a favore delle vittime di discriminazione, ma che nel giro di pochi anni ha esagerato con le posizioni dogmatiche, l’imposizione di temi obbligatori e i divieti terminologici</strong> (chi, oltreoceano, pronuncia la “n-word” – “negro”, rischia l’equivalente di una scomunica). Tutto ciò ha aspetti potenzialmente totalitari, come questo saggio cercherà di dimostrare.</p>



<p><br>Questo esempio riassume effettivamente le caratteristiche del woke. La prima è <strong>l’imposizione di un rapporto interamente ideologizzato con il mondo</strong>, che pretende di non lasciare spazio a nessun’altra griglia di lettura. La seconda è<strong> la confusione tra il registro descrittivo del discorso, che ci dice ciò che è, e il registro normativo, che ci dice ciò che deve essere</strong>, unita alla sistematica sottomissione del primo al secondo. La terza è <strong>l’alleanza di questo moralismo normativo con interessi commerciali</strong>. La quarta è quella particolare forma di stupidità che è<strong> l’ignoranza della specificità della finzione, che non ha la stessa modalità di esistenza della realtà</strong>, per cui è assurdo pretendere di proteggere i più deboli dalla rappresentazione di una realtà inquietante come se li stessimo proteggendo da quella realtà stessa. La quinta è un’altra ignoranza,<strong> l’ignoranza del contesto</strong>, spesso unita alla mancanza di cultura storica, che ci porta ad applicare criteri di valutazione del presente a produzioni del passato. La sesta è <strong>il disprezzo per i diritti morali degli autori</strong>, i quali vietano qualsiasi modifica delle loro opere senza la loro autorizzazione (disprezzo favorito, si noti, dall’assenza della nozione di diritti morali nella common law britannica e americana, dove esistono soltanto i copyright, cioè i diritti che consentono di ricavare denaro dall’utilizzo delle opere).<sup data-fn="4a9e1bdd-8363-425e-acfd-ab550c569705" class="fn"><a id="4a9e1bdd-8363-425e-acfd-ab550c569705-link" href="#4a9e1bdd-8363-425e-acfd-ab550c569705">3</a></sup> La settima caratteristica<strong> è il fanatismo, che impedisce ai propagandisti woke di immaginare e quindi di anticipare le reazioni negative alle loro iniziative</strong>, rendendoli a tal punto ridicoli da privarli di qualsiasi capitale di simpatia di cui potrebbero godere agli occhi dei loro sostenitori. L’ideologismo, il moralismo, l’interesse personale, l’ignoranza, il disprezzo per la creazione artistica e il fanatismo si uniscono così alla <strong>certezza di detenere il diritto di imporre il proprio punto di vista agli altri e danno vita al nuovo fermento culturale del totalitarismo woke</strong>.</p>



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<p><br>Tuttavia, fortunatamente, gli ostacoli non mancano, dato che le reazioni indignate e le derisioni suscitate da questa vicenda hanno indotto l’editore inglese ad annunciare, una settimana dopo, che avrebbe commercializzato anche le versioni dell’opera non censurate.</p>



<p><br>Nel frattempo l’editore francese – Gallimard – ha annunciato che si rifiuterà di modificare la traduzione per adattarla alle richieste della censura britannica. Come un famoso villaggio gallico,<sup data-fn="66c1e9c3-f204-4160-8290-06caea89261f" class="fn"><a id="66c1e9c3-f204-4160-8290-06caea89261f-link" href="#66c1e9c3-f204-4160-8290-06caea89261f">4</a></sup> la Francia è ancora – cercheremo di capirne i motivi – un bastione di resistenza al woke. Ma per quanto tempo ancora?<br>Il fenomeno noto come woke o “wokismo”, termine che potrebbe essere tradotto con “il non abbassare la guardia”<sup data-fn="2de6acf2-27cf-496d-8324-87398e8f6de4" class="fn"><a id="2de6acf2-27cf-496d-8324-87398e8f6de4-link" href="#2de6acf2-27cf-496d-8324-87398e8f6de4">5</a></sup>) è ormai internazionale: nato nei campus nordamericani verso la fine degli anni 2010, si è poi diffuso nel mondo della cultura, della politica e anche dell’economia; non ha tardato ad attraversare l’Atlantico per raggiungere i paesi europei. Basato sull’imperativo di un “risveglio”<sup data-fn="faaa0310-39a7-417d-9255-0dc47fc26ff0" class="fn"><a id="faaa0310-39a7-417d-9255-0dc47fc26ff0-link" href="#faaa0310-39a7-417d-9255-0dc47fc26ff0">6</a></sup> sistematico contro tutte le forme di discriminazione nei confronti delle minoranze, siano esse etniche, religiose, sessuali o di altro tipo, il suo successo è dovuto principalmente al fatto che difende cause associate al progresso e alla giustizia. <strong>Il problema è che le pone all’interno di griglie di lettura quasi esclusive per interpretare il mondo, che pretende di imporre in contesti in cui non trovano posto e che per farlo utilizza metodi che le snaturano</strong>. Recentemente importato nel vocabolario francese, il woke rimane oscuro per molti, mentre per chi vi è esposto – soprattutto all’Università e nel settore culturale – è immediatamente riconoscibile. A questo divario tra settori diversamente coinvolti si aggiunge un conflitto generazionale, in quanto il fenomeno è molto più popolare tra i giovani che tra i nati dopo la Seconda guerra mondiale, oggi noti come boomer. I boomer sono evidentemente più sensibili dei loro figli alle logiche totalitarie che, dietro le apparenze progressiste della lotta contro le discriminazioni, stanno – senza che i suoi promotori se ne rendano conto – <strong>tornando ad una posizione politica estranea alla cultura di numerosi giovani attratti da questa tendenza dall’aria innovativa: lo stalinismo e la sua propaggine maoista.</strong></p>



<p><br>Negli Stati Uniti, il woke è considerato di sinistra perché difende le cause progressiste, mentre gli ‘anti-woke’ sono chiaramente assimilati alla destra, oppure all’estrema destra. In Francia, invece, le posizioni sono meno nette: <strong>è possibile rifiutare il woke pur aderendo alle cause che difende, ma senza accettare i mezzi – tutt’altro che democratici – utilizzati dai suoi seguaci</strong>, anche se animati dalle migliori intenzioni. Da qui la confusione che regna intorno ad esso, perché<strong> sotto la sua veste progressista, il wokismo presenta, come vedremo, le caratteristiche di un totalitarismo culturale, di un totalitarismo diffuso – di un totalitarismo senza Stato</strong>. Queste caratteristiche sono essenzialmente tre: l’identitarismo, l’ideologismo e la censura. Prenderli in esame uno dopo l’altro dovrebbe aiutare a chiarire una confusione che attualmente lacera sia le famiglie che i gruppi di amici e i collettivi dei lavoratori.<sup data-fn="8c5303a2-fa26-4233-b3d2-03526d25db17" class="fn"><a id="8c5303a2-fa26-4233-b3d2-03526d25db17-link" href="#8c5303a2-fa26-4233-b3d2-03526d25db17">7</a></sup></p>



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<ol class="wp-block-footnotes"><li id="f891e456-8b7b-4bcd-bb32-7809137e9f38">I «sensitivity readers», nuova figura professionale che da qualche tempo si affaccia al mondo dell’editoria, sono gli editor che vagliano i manoscritti con la missione di identificare passaggi che contengano stereotipi, pregiudizi o rappresentazioni che possano risultare offensivi o dispregiativi nei confronti di alcune comunità minoritarie, etniche, sessuali e culturali [N.d.T.]. <a href="#f891e456-8b7b-4bcd-bb32-7809137e9f38-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li><li id="0a43b48e-e207-4946-8f3c-2b08a52a5393"><em>Le Monde des livres</em>, 3 marzo 2023. <a href="#0a43b48e-e207-4946-8f3c-2b08a52a5393-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 2">↩︎</a></li><li id="4a9e1bdd-8363-425e-acfd-ab550c569705">Segnaliamo che i diritti d’autore, nel caso specifico, sono detenuti dalla Roald Dahl Story Company, di cui attualmente è proprietaria Netflix. <a href="#4a9e1bdd-8363-425e-acfd-ab550c569705-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 3">↩︎</a></li><li id="66c1e9c3-f204-4160-8290-06caea89261f">Quello di Asterix e Obelix nel celebre fumetto <em>Asterix</em> di Uderzo e Goscinny [N.d.T.]. <a href="#66c1e9c3-f204-4160-8290-06caea89261f-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 4">↩︎</a></li><li id="2de6acf2-27cf-496d-8324-87398e8f6de4">Armand Laferrère nel suo articolo «Un mauvais vent d’outre-Atlantique» [“Un cattivo vento d’oltreoceano”. N.d.T.] (in «Commentaire», n°174, estate 2021, pp. 271-277), propone il termine francese «vigilantisme», e anche «totalitarisme vigilant» [“totalitarismo vigilante”. N.d.T.]. <a href="#2de6acf2-27cf-496d-8324-87398e8f6de4-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 5">↩︎</a></li><li id="faaa0310-39a7-417d-9255-0dc47fc26ff0">Dall’inglese <em>to wake, woke, woke</em>: «risvegliare». <a href="#faaa0310-39a7-417d-9255-0dc47fc26ff0-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 6">↩︎</a></li><li id="8c5303a2-fa26-4233-b3d2-03526d25db17">Questo saggio si basa su un numero consistente di pubblicazioni, soprattutto francesi, elencate alla fine del libro. <a href="#8c5303a2-fa26-4233-b3d2-03526d25db17-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 7">↩︎</a></li></ol>


<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/il-wokismo-e-un-totalitarismo/">Il wokismo è un totalitarismo?</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Per farla finita con l&#8217;ideologia woke</title>
		<link>https://ilnemico.it/per-farla-finita-con-lideologia-woke/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Dec 2024 16:15:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti del libro "L'ideologia vendicativa" di Nathalie Heinich, appena pubblicato da GOG Edizioni.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/per-farla-finita-con-lideologia-woke/">Per farla finita con l&#8217;ideologia woke</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nella logica dell’identitarismo, è ovvio <strong>confinare gli individui una volta per tutte in categorie identitarie</strong>, per “essenzializzarli” come appartenenti a un <strong>particolare sesso, a una razza, a una religione o a un orientamento sessuale</strong>. Con il pretesto di garantire l’uguaglianza per tutti, il <em>woke </em>confina ciascuno in una comunità asse­gnata, vietando la modulazione dell’identità in base al contesto. Invece di concentrarsi sulle variazioni nei processi di autopercezione, di presentazione di sé e di designazione da parte degli altri che permettono alle persone di passare da una dimensione dell’identità a un’altra a seconda delle circostanze, i seguaci di questo nuovo militantismo esigono l’imposizione caricaturale di <strong>un’identità collettiva</strong> alla quale pretendono di ridur­re gli individui in ogni momento e in ogni luogo. In questo senso<strong>, il <em>woke </em>è un ostacolo alla libertà</strong>: una for­ma di totalitarismo esercitato non, ovviamente, da un potere statale, ma da forze militanti, diluite ma potenti.</p>



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<p>Questo è particolarmente vero per il neofemminismo differenzialista e per la sua volontà di imporre la femmi­nilizzazione sistematica dei nomi dei titolari di cariche, la scrittura inclusiva, così come l’ossessiva focalizzazio­ne sulla “violenza sessista e sessuale” (un sintagma che lascia perplessi, perché mette sotto la stessa etichetta stigmatizzante di «violenza» il rifiuto di una promozio­ne, una strizzatina d’occhio insistita e uno stupro). È il contrario di un femminismo universalista, che chiede di mettere da parte, nel contesto civile, ciò che ci differen­zia a vantaggio di ciò che ci accomuna, e offre così una vera libertà permettendo alle donne di non essere siste­maticamente assegnate al loro sesso, di potersi muovere nello spazio pubblico come persone, come esseri umani, e non necessariamente come appartenenti al sesso fem­minile. <strong>È proprio questa libertà che viene loro negata dalle neofemministe</strong>, che pretendono che una donna debba sempre, in qualsiasi contesto, essere ridotta alla sua condizione femminile, inevitabilmente <strong>“dominata”.</strong></p>



<p>Ora, l’identità è un gioco contestuale: una persona di sesso femminile può presentarsi, e aspettarsi di essere presa in considerazione non come donna, <strong>ma come detentrice di una competenza o di una funzione in ambito professionale, mentre in un contesto privato potrebbe voler enfatizzare la sua femminilità</strong>; nel primo caso vivrebbe la riduzione al suo sesso come un insulto, mentre nel secondo caso vi­vrebbe l’indifferenza alla sua femminilità come un’umilia­zione. Ma come possono interessarsi a questo sottile gioco delle parti quelli che intendono imporre contro tutto e tutti una lettura unilateralmente “di genere” del mondo?</p>



<p>Essere responsabile soltanto di fronte al collettivo astratto della nazione o del genere umano, offre una libertà molto maggiore rispetto a quella di dover costan­temente esibire la propria appartenenza a un collettivo ristretto – che sarebbe la propria cosiddetta “comu­nità”. Ma i sostenitori del comunitarismo stanno di­mostrando <strong>un’incapacità di astrazione, che impedisce loro di investire in una modalità di appartenenza meno immediata e meno concreta dell’evidenza di un genere o di un colore della pelle</strong>. Focalizzandosi sull’“ugua­glianza reale” a scapito dell’ “uguaglianza formale” (cioè l’uguaglianza dei diritti), gli attivisti imbevuti di <em>woke </em>vedono soltanto la realtà fattuale di una situazio­ne segnata, di fatto, da ogni sorta di disuguaglianze, <strong>senza vedere che nessuna disuguaglianza può essere combattuta senza fare riferimento a quell’entità emi­nentemente astratta che è il valore dell’uguaglianza</strong>, e senza fare riferimento a quell’altra entità altrettanto astratta che è la condizione di cittadino e, al di là di questa, la condizione umana. Ancora una volta, l’u­niversalismo richiede una capacità di astrazione a cui resiste il comunitarismo ristretto, imperniato sull’im­mediatezza delle relazioni visibili a occhio nudo. Il wokismo è miope.</p>



<p>Tuttavia, l’identitarismo implica non solo il con­finamento dell’identità, <strong>ma anche il confinamento nello <em>status </em>di vittima</strong>, poiché non conosce altre iden­tità se non quelle definite dalla coppia dominante/dominato, discriminatore/discriminato, sfruttatore/sfruttato. <strong>La colpevolizzazione sistematica degli uni si nutre della vittimizzazione altrettanto sistematica degli altri, non per quello che <em>fanno </em>ma per quello che <em>sono</em></strong>: essere «bianchi» è necessariamente un “privile­gio” (anche se si è poveri e disoccupati), e quindi una colpa. Da quel momento in poi, è facile scivolare in un’identità di “vittima”: il fatto di essere considerati e di considerarsi come una vittima viene rivendicato <strong>come un’identità in sé</strong>, basata sul sentimento di una ferita morale. Da qui l’idea, cara al wokismo, che le «sensibilità ferite» vadano protette, grazie soprattutto ai <em>sensitivity readers </em>nell’editoria e, nelle universi­tà, grazie ai <em>safe spaces, </em>quegli spazi riservati dove chiunque si senta attaccato nella propria identità o nei propri valori può trovare rifugio.</p>



<p>Questa enfasi sull’identità di vittima sofferente, per definizione, rimanda a quello che lo psicoanalista un­gherese Sándor Ferenczi ha chiamato «<strong>terrorismo della sofferenza</strong>»: un modo di assoggettare chi ci circonda ai nostri capricci per evitare il minimo rischio di aumen­tare il dolore di essere ciò che si è, cioè una vittima de­bole e passiva del tragico destino della propria comu­nità. Questo tipo di configurazione tossica è ben nota in alcune famiglie. Ma ciò che è meno noto è che con la militanza dei vittimisti, non è più solo nelle famiglie disfunzionali che regna questo «terrorismo della soffe­renza», ma anche in tutto il corpo sociale, non appena il vittimismo diventa una rivendicazione politica.</p>



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<p>C’è in questo una politicizzazione delle soggettivi­tà che pone un’ulteriore equivalenza tra identitarismo e totalitarismo: oltre al confinamento dell’identità e alla presa di potere attraverso una sof­ferenza posta come strumento di dominio sugli altri<strong>, il <em>woke </em>pratica una vera e propria <em>politica </em>identitaria</strong>, non assegnando limiti alla definizione comunitarista e vittimista del rapporto con gli altri. Questo ci riporta al passato non troppo lontano del «tutto è politica» e ai suoi corollari stalinisti e maoisti: tutto si svolge sotto lo sguardo della collettività, sotto la sua custodia e sotto il suo controllo. <strong>«Tutto è politica», compreso anche e soprattutto quel rifugio dell’intimità personale che è la sessualità, che ora deve essere esibita a tutti gli sguardi </strong>– compresi quelli dei bambini, grazie alla nuova cur­vatura assunta dai corsi di educazione sessuale lasciati (come i programmi del <em>Planning familial</em>) nelle mani degli attivisti della «teoria <em>gender</em>», cioè di coloro che disprezzano la differenza tra i sessi. Anche la lotta con­tro “la violenza sessista e sessuale” è diventata appan­naggio dei guardiani autoproclamati della correttezza imposta con tanto di sessioni obbligatorie di rieduca­zione come ai tempi della “rivoluzione culturale”.</p>



<p>Contrariamente a quanto dicono alcuni, dire questo <strong>non significa essere indifferenti agli stupri e agli abu­si sessuali, o alle disuguaglianze immotivate: significa semplicemente rifiutare che cause legittime vengano difese con mezzi totalitari</strong>. Quindi non c’è affatto nel nostro avvertimento un «accanimento degli ambienti ostili al <em>woke </em>a sviluppare un discorso negazionista riguardo alle discriminazioni subite dalle persone a causa del loro genere, del colore della loro pelle, della loro religione o del loro orientamento sessuale», come sostiene un attivista “pro-<em>woke”<a href="#_ftn1" id="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a></em>: <strong>non si tratta di con­testare le finalità della lotta contro le discriminazioni, ma di rifiutare i mezzi che usa da quando il wokismo se ne è impossessato</strong>. Si può ad esempio essere contrari al maltrattamento degli animali senza per questo soste­nere l’«anti-specismo», cioè la cancellazione delle diffe­renze di <em>status </em>e di trattamento tra uomini e animali. La lotta legittima contro le disuguaglianze immotivate o contro le discriminazioni non deve implicare la sua radicalizzazione attraverso la soppressione della diffe­renza tra i sessi o della differenza tra le specie.</p>



<p>Ecco perché combattere il wokismo non significa ri­fiutare di combattere le discriminazioni: <strong>si tratta in­vece di rifiutare di accettare la riduzione del mondo a un inventario di ciò che ci separa, a scapito di ciò che ci unisce; e di rifiutare di accettare la trasformazione del legittimo sforzo per ridurre le ingiustizie in un tentativo di invertire i rapporti di dominio</strong>. Di fatto, quel che è peggio non è tanto il riduzionismo del quadro di riferimento dell’identità, mentre invece ogni identità si costruisce in riferimento a una molteplicità di predi­cati possibili; il peggio non è nemmeno il fatto di non riconoscere il ruolo fondamentale del contesto in ogni processo identitario; e non è neanche la manipolazio­ne della condizione di vittima usata come strumento di controllo degli altri, né la soggettività innalzata a modalità di legittimazione politica. <strong>Il peggio è che la lotta – legittima – contro la stigmatizzazione si trasfor­ma subdolamente in una lotta per una stigmatizzazio­ne inversa</strong>: non l’eradicazione rivendicata del dominio, ma piuttosto, ahimè, il suo rovesciamento vendicativo.</p>



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<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Albert Ogien, intervista sul quotidiano <em>Le Monde</em>, 7 febbraio 2023.</p>
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		<title>Gli anni di piombo del linguaggio inclusivo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 May 2024 11:31:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
		<category><![CDATA[Propaganda]]></category>
		<category><![CDATA[cancel culture]]></category>
		<category><![CDATA[linguaggio inclusivo]]></category>
		<category><![CDATA[woke]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sull'errore tattico dell* ideolog* del wokismo, del linguaggio inclusivo e della cancel culture. Puntando direttamente alla legittimazione dall'alto - delle accademie e dei centri di potere - le loro rivendicazioni hanno rinunciato a qualsiasi carica eversiva.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>La legittimazione è ciò che trasforma le eversioni in norma, le rivolte in rivoluzioni, le rivendicazioni sindacali in piani quinquennali. <strong><em>L’accademia è l’industria culturale che sforna brevetti di legittimità</em></strong>. È la morte del pensiero. È compito di ogni vero pensatore resistere alle sue lusinghe e tenersene il più alla larga possibile.&nbsp;</p>



<p>Una pessima strategia, per questo, è stata quella adottata dal <em>wokismo</em>. Senza entrare nel merito della questione &#8211; perché qui non giudicheremo la consistenza delle pretese <em>woke</em>, la legittimità del linguaggio inclusivo, la concretezza delle sofferenze di chi vive la desinenza di un articolo come uno stigma infame e soffocante &#8211; <strong><em>l’errore del wokismo è stato tattico. La strada perseguita è stata fin da subito quella della legittimazione dall’alto</em></strong>. Dopo uno svogliato passaggio attraverso la tappa obbligata dei centri sociali, è arrivata troppo presto la valanga di appelli alle accademie ed ai governi, e troppo presto è stata accolta.</p>



<p>Grazie a questa scelta, la cultura <em>woke</em> vincerà. Anzi, ha già vinto. Sono state già convinte le persone giuste. E proprio per questo scivolerà silenziosamente tra le maglie della storia. A chi interesserà, infatti, nel futuro prossimo andare a ripescare tutti gli asterischi e le ‘ɘ’ prodotte a migliaia ed esposte nelle bacheche delle più prestigiose università? Agli occhi delle prossime generazioni avranno la stessa carica eversiva che ha per noi, oggi, un trattato di 40 anni fa di qualche capopartito della DC sulla corruzione dei costumi delle giovani generazioni. &nbsp;</p>



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<p>A chi verrà mai in mente di romanticizzare la storiografia del <em>wokismo</em> e consegnarla all’eternità della storia controculturale, se da quando è nata ha trovato quasi subito rifugio nelle accademie e nelle università? Quale movimento storico e culturale ha mai avuto il plauso immediato dei centri di potere culturale? <strong><em>Metà dei movimenti artistici della storia prendono il loro stesso nome da un critico che ha cercato di stroncarli sul nascere, e acquistano vigore e slancio in proporzione all’ostilità delle istituzioni e delle scuole affermate</em></strong>. Tutto ciò che è realmente nuovo e rivoluzionario non può che nascere dalle ceneri di quel che lo precede.</p>



<p>Chi vorrà mai, nel futuro, mettersi i propri figli sulle ginocchia e raccontargli, romanticizzandoli, di questi anni di piombo del linguaggio? Alle assemblee inclusive o sui banchi dei corsi di <em>gender studies</em> non si respira affatto libertà, dialogo, apertura. Chiunque vi sia stato può testimoniarlo. Le orecchie dei presenti sono tutte accordate all’unisono e la delazione è raccontata come coraggio o sensibilità. Ogni deviazione è severamente criticata, fa perdere punti militanza o mette a rischio promozioni.<em> <strong>A colpi di rivendicazioni vendicative e shitstorm, si è ottenuto solo che, dove impera il linguaggio inclusivo, l’aria, prevedibilmente, ha iniziato a puzzare di merda</strong>.</em></p>



<p>Certo, si potrebbe argomentare che viviamo oggi in un periodo di flessione, di inversione di tendenza. È la piccola controriforma delle destre oggi al potere, abbiamo una donna a capo del governo che si fregia di titoli maschili in piagniucolosa ostilità al <em>wokismo</em> e alle sue storture. Ma è una storia che abbiamo già visto:<em> <strong>il progressismo, tarato sulla scorza fermamente individualista della nostra cultura, è inarrestabile</strong></em>. È solo questione di tempo. Tratteremo nel giro di una generazione il linguaggio identitario e il proibizionismo delle droghe, capisaldi di una destra naufragata nella modernità, come oggi trattiamo l’illegalità del divorzio o il suffragio maschile. E sarà in larga misura una conquista.</p>



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<p><strong><em>Ma non ci ricorderemo della “contro-”cultura woke. Perché non vorremo farlo</em></strong>. Tireremo al massimo un sospiro di sollievo per avere azzeccato abbastanza pronomi da non esserci compromessi la carriera. Finiremo invece per ricordarci di quei pochi luoghi in cui si poteva parlare liberamente, e che tanto meno sarà intollerante il totalitarismo <em>woke</em> tanto meno tenderanno ad assomigliare agli studi radiofonici de <em>La Zanzara</em> o ai deliri sgrammaticati di qualche funzionario frustrato.</p>
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