Imprenditori illuminati, ingegneri, programmatori informatici, ceo e venture capitalist della Silicon Valley. Sono gli uomini (la presenza femminile ai piani alti delle aziende high-tech è decisamente ridotta, sic!) che stanno inventando il futuro. Peter Thiel, fondatore di PayPal, Sergey Brin e Larry Page, ideatori di Google, Jeff Bezos, il patron di Amazon, e ancora Eleon Musk, a capo della casa di produzione di auto elettriche Tesla, senza contare Mark Zuckerberg, l’inventore di Facebook, e quanti altri esponenti di questa tecno-intellighenzia che ha fatto della Bay Area di San Francisco il suo headquarter. Si definiscono dei tecnici, eclissando dietro la connotazione neutrale di questo termine la loro visione del mondo. In effetti non hanno un credo religioso ben definito, non si rifanno a nessuna ideologia classica, e risulta difficile annoverarli all’interno di una topografia politica precisa. Eppure, se siamo convinti che non esista alcuna tecnica imparziale e che essa, come ogni altra espressione dell’attività umana, sia esposta a pressioni endogene ed esogene, allora per capire la visione che anima questi ceo illuminati dobbiamo accantonare la vuota parola di “progresso” che riempie gli about us dei loro siti internet e indagare l’humus culturale, il sistema di credenze di questa minoranza che con i suoi social network, le sue app e le sue piattaforme, conta più “iscritti” del cristianesimo o dell’islam.

La ricerca più approfondita su questo tema è stata realizzata nel 1996 da due teorici inglesi dell’Università di Westminster, Richard Barbrook e Andy Cameron, nel breve saggio intitolato, sulla falsariga dell’Ideologia tedesca di Marx e Engels, L’ideologia californiana. Si tratta di una sommaria mappatura dei riferimenti culturali di questa piccola ma sempre più influente aristocrazia dotcom. Un ristretto gruppo di persone che, radunatosi attorno alla Bay Area, uno dei poli universitari più importanti degli Stati Uniti (dove hanno sede Berkeley e Stanford), ha abbandonato le classiche dicotomie politiche per abbracciare un’ambigua ibridazione delle convinzioni della destra e della sinistra all’insegna di uno speranzoso determinismo tecnologico. Per Barbrook e Cameron i ceo della valley sono un incrocio tra hippie e yuppie, divisi tra la cultura libertaria di San Francisco (già nel 1964 il settimanale Life dichiarava San Francisco capitale gay d’America, città mecca della controcultura, dei beatnik, degli studenti ribelli, dell’lsd) e l’industrialismo ad alto tasso tecnologico che si andava sviluppando nella Valle a partire dagli anni Settanta. L’icona più rappresentativa di questa ibridazione è stata lo scrittore e attivista Timothy Leary, leader della controcultura nel secondo dopoguerra, definito da Richard Nixon come «l’uomo più pericoloso d’America» per i suoi proseliti in favore della liberalizzazione delle droghe psichedeliche, e infine, archiviato il periodo contestatario, tra i primi investitori nel campo dell’informatica, specializzandosi nello sviluppo dei software e di videogiochi come Mind Mirror. In questa parabola, per Leary, non c’è alcuna contraddizione. Al contrario, il ciberspazio è un inedito luogo di ribellione, dove l’individuo può sottrarsi all’autorità. Molti imprenditori digitali della West Coast, lettori di Marshall Mc Luhan, erano convinti che «la convergenza di media, computer e telecomunicazioni avrebbe inevitabilmente portato a una democrazia elettronica diretta – l’agora elettronica – in cui ognuno avrebbe potuto esprimere le proprie opinioni senza paura di alcuna censura»[1]. Per loro il computer era concepito come uno strumento anche politico, in un certo senso sovversivo, un dispositivo di emancipazione sociale e professionale, laddove lo scambio di informazioni tra un pc e l’altro attraverso il libero accesso alla rete avrebbe soppiantato qualsiasi intermediazione da parte delle istituzioni. Un sogno ancora libertario, un’aspirazione ancora hippie, resa possibile, però, esclusivamente da un’economia totalmente liberalizzata e priva di vincoli. Ecco il punto sul quale hippie e liberisti convergono: l’abolizione della burocrazia. Libertà e potenziamento dell’individuo, riduzione del potere dello Stato-nazione, il tutto però all’interno di un’economia di mercato liberale dove ognuno può diventare un imprenditore di successo: sono queste le coordinate contraddittorie ma seducenti dell’ideologia californiana. Ideologia di cui il magazine-feticcio è la rivista Wired, fondata nel 1993 sempre a San Francisco. Sarà sulle colonne di questo mensile che i radicali della West Coast lanceranno i loro moniti contro lo Stato burocratico e la sua pedanteria nel regolamentare le attività delle aziende tecnologiche[2], appellandosi a quel fondativo mito della frontiera che sempre ricorre nella narrazione che gli Stati Uniti fanno di sé stessi: il mito del combattente solitario, il pioniere, il cowboy o il trapper che lotta contro le norme (e la tassazione) imposte da un parlamento percepito come straniero. Ecco allora che il magnate digitale della Silicon Valley o l’ingegnere introverso, il nerd visionario, l’hacker persino (come nel caso del Neuromancer di Gibbson, romanzo di formazione di un’intera generazione appassionata di fantascienza cyberpunk) si sommano a questa carrellata di vecchi e più rudi personaggi, trovando stavolta nel ciberspazio la nuova frontiera da conquistare per liberarsi del parassitismo statale.

Tra le pagine de LIdeologia californiana viene citata sbrigativamente un’altra fonte di ispirazione su cui vale la pena soffermarsi. Si tratta del transumanesimo, un concetto coniato per la prima volta da Julian Huxley, fratello di Aldous, autore de Il Mondo Nuovo, il celebre romanzo distopico che fa il paio con 1984. Nel saggio Nuove bottiglie per vino nuovo, pubblicato nel 1957, Huxley afferma: «la razza umana può, se desidera, trascendere se stessa […]. Abbiamo bisogno di un nome per questa nuova consapevolezza. Forse il termine transumanesimo andrà bene: l’uomo che rimane umano, ma che trascende sé stesso, realizzando le nuove potenzialità della sua natura»[3]. Il transumanesimo è una teoria filosofico-scientifica che ha come scopo quello di abolire i vincoli che la natura e alcuni retaggi morali e religiosi pongono al dispiegamento dell’intelligenza e della vita umana, grazie alle nuove scoperte in ambito biologico, genetico e tecnologico. Questo concetto, elaborato primitivamente da Huxley, avrà una notevole fortuna negli anni a venire, specialmente nella Silicon Valley. I transumanisti infatti tennero il loro primo raduno a Palo Alto, in California, nel 1994, e sempre Palo Alto fu eletta come sede ufficiale dell’associazione nel 2004. Ad oggi una delle definizioni più puntuali del transumanesimo è stata elaborata dal filosofo inglese Max More, nel suo articolo del 1990, Transhumanism: A Futurist Philosophy, con queste parole: «Il transumanesimo è un insieme di filosofie che cercano di condurci verso una condizione postumana. Il transumanesimo condivide molti elementi dell’umanesimo, tra cui il rispetto per la ragione e la scienza, l’impegno per il progresso e la valorizzazione dell’esistenza umana (o transumana) in questa vita anziché in qualche “aldilà” soprannaturale. Il transumanesimo differisce dall’umanesimo nel riconoscere e anticipare le alterazioni radicali della natura e della vita grazie allo sviluppo delle scienze e delle tecnologie come le neuroscienze e la neurofarmacologia, il prolungamento della vita, la nanotecnologia, l’ultraintelligenza artificiale e la colonizzazione spaziale, combinate con una filosofia razionale e un sistema di valori»[4]. Sarà proprio Max More, questo brillante studente di filosofia della facoltà di Oxford (la stessa di Huxley) che poi conclude la sua tesi di dottorato alla University of Southern California, a elaborare la variante californiana del transumanesimo, che chiamerà estropianesimo. Una sorta di rebranding un po’ bizzarro e settario (organizzano raduni, incontri e gli accoliti hanno elaborato persino una particolare stretta di mano) che piace subito ai programmatori della Silicon Valley, tanto che nel 1994, su Wired, appare un articolo entusiasta a firma di Ed Regis dal titolo Meet the extropians[5]. A Riverside sempre in California, nel 1991 More ha fondato l’Extropy Institute e ha aperto il centro estropista Nextropia a Cupertino, ancora nella Bay Area di San Francisco. Questi istituti sono a tutti gli effetti dei centri di lobbying transumanista che hanno come obiettivo quello di orientare le attività di molte aziende della Silicon Valley[6], così come di partiti politici e istituzioni per rendere accettabili e spendibili idee come la compenetrazione tra uomo e macchina, le modificazioni del genoma umano, la ricerca della vita eterna, la colonizzazione spaziale, la progettazione di interfacce cerebrali che ci permettano di controllare i sistemi digitali attraverso i pensieri. Se fino a ieri il transumanesimo sembrava uno stravagante pastiche ideologico da nerd imbevuti di fumetti e cyberfantascienza, oggi, grazie agli strepitosi passi da gigante che hanno fatto le nuove tecnologie, sono sempre di più i magnati digitali della Silicon Valley a prendere sul serio l’ipotesi transumana.

Ora che sono passati quasi tre decenni dalla pubblicazione del saggio di Barbrook e Cameron, e che le generazioni si sono succedute e nuovi Ceo carismatici a capo di nuove aziende, piattaforme, con nuove tecnologie a disposizione, hanno preso il posto dei loro predecessori, come si è evoluta l’ideologia californiana? I riferimenti, le aspirazioni e i nemici sono sempre gli stessi, l’ibridazione politica rimane una costante di tutti i grandi imprenditori di Palo Alto, che si dimostrano a tratti conservatori su alcuni temi e a tratti progressisti su altri, così come non lesinano critiche allo Stato salvo ricorrere alla sua protezione quando gli investitori stranieri si affacciano sul mercato. Anche il sogno transumanista, grazie alla messa a punto di nuove tecnologie, si attesta sempre tra i primi bullet point nelle loro agende. Ad essere cambiato, indubbiamente, è il rapporto con la città di San Francisco, sfilacciato dai problemi di gentrificazione indotti dall’attrattiva della Valle. Del libertarismo hippie anche rimane ben poco, se non dei timidi cameo di qualche manager al Gay Pride cittadino. In quale direzione sta andando, dunque, l’ideologia californiana? E quanto, le sue aspirazioni, sono realmente credibili? 

Sul fronte politico, la tecno-intellighenzia di Palo Alto sembra aver indetto una vera e propria battaglia non solo contro lo Stato, ma proprio contro l’idea di democrazia in generale. Sono infatti sempre di più i ceo che si dicono scontenti di questa forma di governo che reputano obsoleta e incapace di gestire i grandi cambiamenti in atto. Peter Thiel ha apertamente dichiarato di non credere più nella compatibilità tra democrazia e libertà[7], tra Stato e capitalismo, e spinge per una soluzione separatista, verso la creazione di città fuori da ogni giurisdizione, oppure verso la creazione di nuovi mondi nel cyberspazio, o ancora nello spazio fisico, una frontiera illimitata per l’umanità. «Nel nostro tempo, il grande compito dei libertari è trovare una via di fuga dalla politica in tutte le sue forme, dalle catastrofi totalitarie e fondamentaliste al demos sconsiderato che guida la cosiddetta socialdemocrazia», ha scritto[8]. Questa creazione di nuovi spazi di libertà, secondo Thiel, può essere gestita soltanto da imprenditori visionari, capaci di sfruttare efficacemente tutte le possibilità offerte dalla tecnologia. Per questo motivo Thiel ha finanziato diversi progetti di Patri Friedman, un attivista anarcolibertario americano, nipote dell’economista Milton, che nel 2008 fonda il Seasteading Institute, un’organizzazione (sempre con sede a San Francisco) che si impegna nella progettazione di città permanenti e autonome in mare aperto, fuori dalla giurisdizione dei governi democratici, in perfetta continuità con il già citato mito americano della frontiera. Allo stesso modo anche Eleon Musk, ceo oltre che della Tesla anche dell’agenzia aereospaziale SpaceX, si spinge sempre più lontano, fino a dirsi possibilista in merito alla colonizzazione di Marte. Nella Silicon Valley si sta mettendo in pratica quella che il filosofo Nick Land, uno dei principali riferimenti culturali dell’alt-right americana[9] e ormai guru di una sempre più numerosa parte della tecno-intellighenzia californiana[10], ha definito exit strategy nel suo libro di culto L’Illuminismo oscuro. Per Land nel contratto sociale tra Stato e cittadinanza, la seconda ha due opzioni: far sentire la propria voce (voice) mediante proteste e manifestazioni, oppure uscire (exit) recedendo dal patto. La democrazia, a detta di Land, si rivela strutturalmente incapace di creare un governo razionale, perché è intrappolata nel breve termine dalle elezioni, si condanna a una politica riformista, riduce le decisioni difficili a slogan e rende la catastrofe sociale accettabile purché la si possa attribuire ai propri avversari politici. La deliberazione democratica è lenta rispetto alla velocità del capitalismo, e il mercato, schumpeterianamente, è in grado di generare sempre nuove innovazioni che distruggono vecchi stili di vita e ne creano di nuovi che attendono una loro giurisdizione, un’attesa che però non può aspettare divagazioni etiche e morali collettive né deliberazioni parlamentari, ma necessità di una politica decisionista. La Silicon Valley è in realtà un esempio riuscito di exit strategy, come sostiene in un articolo il venture capitalist Balaji S. Srinivasan[11], vicino all’amministrazione Trump. Netflix contro Hollywood, social network contro media tradizionali, Blockchain contro valute classiche, stampa 3d contro industrie manifatturiere, Uber contro trasporti di Stato. A sua detta le aziende dell’high-tech hanno reinventato il mercato e l’industria, cosa aspettano dunque a optare per un’uscita integrale e dichiarare la propria indipendenza, sopravvivendo così al collasso della democrazia?  

Questa oscura ideologia sta avviando la Silicon Valley verso un futuro separatista? Diventerà un piccolo Stato ipertecnologico guidato da un’assemblea di ceo o da un imprenditore illuminato? È stato proprio Peter Thiel a dire che «una startup è sostanzialmente strutturata come una monarchia»[12]. Eppure sappiamo che tutte queste imprese operano all’interno dello Stato federale e usufruiscono delle sue infrastrutture, dell’istruzione pubblica, di decenni di informatica e dell’invenzione di Internet (motivo per cui economisti come Piketty propongono un inasprimento fiscale anche sull’high-tech) e che tra l’altro investono milioni di dollari in attività di lobbying per orientare il Congresso e mitigarne le policy antitrust, ma anche per accaparrarsi qualche ingente commissione, specie in ambito militare[13], a dimostrazione che molte delle loro dichiarazioni sono più formali che sostanziali e che le aziende della Valle hanno tutto l’interesse a rimanere ancorate al sistema-Stato. A questi temi si aggiunge l’eventualità di una guerra planetaria, le minacce di ingerenze da parte di compagnie straniere sui mercati fondamentali per le aziende high-tech, come quelli dei microchip o dei semiconduttori – un’eventualità che rende ancora lontana la possibilità di uno svincolo definitivo da uno Stato che serve ancora da garante e da tutore in un mondo grande e terribile persino per l’aristocrazia digitale, che dovrà tenere a freno ancora per un po’ la sua insofferenza verso le regole.

Se l’escapismo politico non è ancora del tutto realizzabile, la fuga dal corpo e dalla realtà è in corso d’opera. Il transumanesimo, da stravagante filosofia nerd, è divenuta sempre più alla moda nella Valle. Visto anche l’incedere dell’età, aumentano gli imprenditori che investono nei programmi transumanisti alla ricerca della vita eterna. Lo stesso Bill Gates si è detto un estimatore di questa visione del mondo, e ha consigliato pubblicamente di leggere il bestseller Superintelligence: Paths, Dangers, Strategies del professor Nick Bostrom dell’Università di Oxford, co-fondatore della World Transhumanist Association. Oggi non si contano più le startup a sfondo transumanista nella Bay Area. Tra queste il progetto Ambrosia che si occupa di parabiosi, quindi di compravendita di sangue fresco e plasma giovane per trasfonderlo nei corpi più anziani; i Laboratori Calico, finanziati personalmente dal fondatore di Google, Larry Page, che studiano i problemi dell’invecchiamento per superarli attraverso la biotecnologia; l’azienda Netcome, fondata dall’ingegnere informatico Robert McIntyre, che prevede la possibilità di scansionare il cervello umano per caricarlo in un computer. La digitalizzazione delle sinapsi, secondo McIntyre, significherebbe la sopravvivenza alla morte. A queste si aggiunge la Neuralink di Elon Musk, specializzata nello sviluppo di bci (brain-computer interface), che spera, connettendo il cervello con un dispositivo digitale esterno, di curare malattie neurologiche come la perdita di memoria, la perdita dell’udito, la depressione e l’insonnia. Infine, il metaverso dello stesso Zuckerberg rappresenta un passo in più in direzione della scomparsa dei corpi.

Benché, a prima vista, il fine transumanista sembri nobile, i mezzi sollevano qualche problema bioetico di rilievo, come quello del sottile filo rosso che lega il transumanesimo all’eugenetica. Julian Huxley, prima di diventare il promotore di questa nuova filosofia, fu un membro di spicco della British Eugenics Society, poi eletto presidente tra il 1959 e il 1962. Questa disciplina, in seguito alla demonizzazione subita dopo il processo di Norimberga, visto l’impiego mortifero che ne fece il nazismo, entrò in crisi e perse qualsiasi autorevolezza. Julian Huxley, però, non ritrattò mai le sue tesi eugenetiche e anzi continuò a diffonderle in modo subdolo, camuffando sotto il neologismo transumanesimo, più efficace a livello di marketing, un identico obiettivo. «Sin dai tempi di Platone, e anche prima, vi sono stati utopisti che sognarono di controllare il flusso della razza umana, non soltanto nella quantità, ma anche nella qualità, affinché l’umanità potesse fiorire con caratteri nuovi», ha spiegato[14]. Un umanesimo di facciata puramente arbitrario (chi stabilisce le qualità?), che non esclude la possibilità di attuare delle sperimentazioni sui feti umani, in caso alterarne la morfologia per certificarne la “buona riuscita”. Non a caso Steve Fuller, tra i principali teorici del transumanesimo contemporaneo, nel suo libro Humanity 2.0: what it means to be human past, present and future[15], ha tentato di riabilitare proprio l’eugenetica e i suoi principali esponenti. «La storia dell’eugenetica è rilevante per il progetto di valorizzazione umana perché stabilisce il punto di vista da cui si deve considerare l’essere umano: cioè non come fine a sé stesso ma come mezzo per la produzione di benefici…», ha scritto[16]. Ma si spinge addirittura oltre, fino a caldeggiare la riabilitazione di una parte delle aspirazioni naziste.  «In parole povere, dobbiamo prevedere la prospettiva di una trasformazione nell’immagine normativa della Germania nazista […]. Non è facile… ci sono stati solo i minimi accenni di riabilitazione nazista. Ma si mostrano alcuni spiragli, aperti dalla morte di coloro che hanno avuto l’esperienza diretta del nazismo. Per esempio, alcuni temi della scienza nazista che non figuravano in primo piano nella seconda guerra mondiale – come i viaggi nello spazio, l’ecologia e la ricerca sul cancro – furono facilmente, anche se un po’ surrettiziamente, assimilati dagli alleati. Ma anche nel caso della scienza nazista dell’“igiene razziale”, c’è una consapevolezza nascente che l’“eugenetica” e la “modificazione genetica” in generale, sono sempre state parte integrante delle agende normative progressiste»[17]. Nascosta sotto la veste umanista da Huxley, l’eugenetica sta rientrando dalla botola del transumanesimo. E allora, di fronte a questo nuovo paradigma dell’umanità – la fine dell’antropocene e l’avvio del postumanesimo, un mondo dove l’uomo sarà a tutti gli effetti superato – rimangono dei dubbi: chi dirigerà queste tecnologie, e chi potrà avere accesso ai loro benefici dato che hanno costo proibitivi? Come saremo certi che le conseguenze non saranno nefaste? Controllo della mente, condizionamenti di massa, dittatura tecnologica, sperimentazioni sui più poveri… Abbiamo già sottolineato le inclinazioni totalitarie dell’establishment della Silicon Valley.

Infine, dunque, vediamo che questo complesso pastiche di riferimenti culturali della tecno-intellighenzia si può riassumere nel tentativo incondizionato, nella smania quasi, di superare i limiti del possibile. Ribelli, visionari, rivoluzionari, questi imprenditori si sono prefissi come obiettivo, sia in ambito politico che biologico, quello di abolire lo Stato e le sue norme da un lato, e le leggi della natura dall’altro, come ispirati da un superomismo tecnologico: la democrazia, così come l’uomo, per loro, sono divenuti pregiudizi obsoleti. «Se esistessero gli dei, come potrei sopportare di non essere un Dio?» si chiedeva Nietzsche. Come sopportare, oggi che si concretizza la possibilità dell’esistenza dei cyborg, oggi che la macchina offre tutte queste opportunità, di non essere, anche io, una macchina? È questa probabilmente la domanda che si pongono i ceo della Silicon Valley. È questa, forse, la loro più grande paura, la loro grande invidia, il loro complesso tramutato in aspirazione. Che ossessione superflua, ci viene da dire, memori della massima del filosofo colombiano Nicolás Gómez Dávila: «quandanche l’umanità si avvalga di ogni artefatto inventato, alla fine stima soltanto chi lascia qualcosa di inutile: un’idea, una poesia, un tempio. La ruggine corrode la gloria degli insigni idraulici di questo secolo».


[1] R. BARBROOK, A. CAMERON, L’ideologia californiana, GOG Edizioni, Roma 2023.

[2] Nel 1995 su Wired viene trascritto, acriticamente, l’intervento alla Camera dei Rappresentanti di Newt Gingrich, il leader repubblicano di estrema destra. Gli esponenti di Wired hanno dimostrato grande interesse verso quei politici che caldeggiano per un maggior decentramento e una deregolamentazione del cyberspazio, indipendentemente dalle loro appartenenze ideologiche. Crf. N. GINGRICH, «Friend and Foe», Wired, 1995.

[3] J. HUXLEY, New bottles for new wine, Chatto & Windus, Londra 1950.

[4] M. MORE, «Transhumanis: Towards a Futurist Philosophy», www.maxmore.com, 1990.

[5] E. REGIS, «Meet the extropians», Wired, 1994.

[6] Cfr. https://www.extropy.org/pr.htm

[7] P. THIEL, «The Education of a Libertarian», Cato Unbound, 2009.

[8] Idem.

[9] Steve Bannon, allora capo della comunicazione Trump, direttore di Breitbart, considera Land un punto di riferimento culturale (Cfr. E. JOHNSON, «What Steve Bannon Wants You to Read», Politico, 2017)

[10] Cfr. J. HARKINSON, Meet Silicon Valley’s Secretive Alt-Right Followers, Mother Jones, 2017

[11] B. SRINIVASAN, Silicon Valley’s Ultimate Exit, Genius.

[12] Citato in S. HAMMOND, Peter Thiel’s plan to become CEO of America, Medium, Agosto 2016.

[13] L. MAASER, S. VERLAAN, «When the Pentagon Comes to Silicon Valley», Rosa-Luxemburg-Stiftung, 2022

[14] Citato in J. HUXLEY, Ciò che oso pensare, GOG Edizioni, Roma 2022.

[15] S. FULLER, Humanity 2.0: what it means to be human past, present and future, Palgrave Macmillan, Londra 2011

[16] Ibidem, p. 144.

[17] Ibidem, p. 244.