Un Piergiorgio non nasce: viene costruito. Con pazienza. Con carezze. Con prese in giro. Con ghosting lento. Con un “ma sei dolcissimo però” che è peggio di una condanna. Qui l’uomo non conquista: aspetta. E la donna non ama: seleziona. A Cuccolandia invece si premiano i buoni sentimenti purché finti, si temono i conflitti e l’odio purché veri, e si vive in un eterno presente anestetizzato: nessun futuro, nessun passato, solo oggi, purché non faccia male.

Cuccolandia, anno del signore 2025, stagione standard

Cuccolandia non è un posto, è un riflesso sporco dentro lo specchio rotto della penisola, un’italietta di mezzo, di sotto, di lato, ma mai sopra che si finge paese perché non può essere Stato o Nazione ma è un gigantesco centro commerciale dell’anima, dove la gente entra già morta e fa finta di scegliere, come nei supermercati della domenica, quelli con le luci al neon che sanno di carne scaduta e sogni evaporati. Un girone infernale con le aiuole decorative, l’inferno col wi-fi gratuito.

È fatta di città che si credono capitali del mondo solo perché hanno tre locali con i nomi in inglese e due murales antirazzisti finanziati dalle fondazioni bancarie, e di una provincia che marcisce con dignità agricola, tra le siringhe dei tossici e le pro loco che organizzano la “sagra della felicità condivisa”, mentre chi può se ne va e chi resta si consola col sushi all you can eat e il calcio minore.

È la patria del “vediamo”, del “poi ti faccio sapere”, del ’’fratè tranquillo risolviamo”, e dei problemi che non si risolvono mai: crescono, si sposano, fanno figli, diventano tradizione.

L'articolo completo è su , l'alter egozine del nemico.