Da una trentina d’anni a questa parte sembra che il gioco più divertente da fare nelle maggiori redazioni giornalistiche americane si chiama terrorista o partigiano? L’esito del gioco dipende dal clima politico del momento, chi è al potere, che linguaggio usa, quale parolina preferisce. Lo sanno tutti che se uno stato autoritario deve mascherarsi da democrazia, lo strumento privilegiato è la sottile manipolazione mediatica. Dai, non può mica censurare apertamente le opinioni contrarie, o licenziare i giornalisti che fanno domande inopportune, sennò cade la maschera e se ne accorgono tutti.
Ma se ci metti dentro il suicidio politico, anche in un occidente laico (in verità profondamente religioso, solo che dio ora si chiama Capitale), sembra che il martirio sia ancora la strategia mediatica migliore per turbare il potere egemonico. Un ricatto al potere, il gesto di consegnare volontariamente all’autorità la propria vita annulla il potere coercitivo dello stato. Ma soprattutto, il martirio rimane parola greca per dire “testimonianza”, e dunque rimane solo funzionale quando c’è qualcuno che lo può raccontare, dipingere, filmare o fotografare. Oggigiorno, anche se durano un infinitesimo del tempo, sono le dirette su Twitch che portano a termine la missione degli evangelisti e dei pittori. Gli “estremisti nichilisti” della Gen Z lo hanno capito, e Hamas li appoggia.