“Ma perché questi benedetti ragazzi sparano alle gambe di Montanelli? Non sarebbe stato meglio sparargli in bocca?”.
Inizia così il pamphlet di Bonanno,1 che è fra le prime decostruzioni dell’apologia delle armi all’interno delle aree di movimento del ’772 e, più in generale, di quell’etica rivoluzionaria che riposa, secondo la voce e il pensiero dell’autore, sul paradigma dell’opera,3 ovvero di ciò che sostanzia il nemico della Rivoluzione, la produzione. Bonanno critica l’utilità della lotta armata in generale, e in particolare la genesi in un contesto storico accidentato ancora dai miti borghesi della produzione e del lavoro, a favore dell’inutilità della gioia.4
Questo rimando storico ci permette di introdurre la tesi secondo cui l’ordine politico-istituzionale del discorso imperante riposa sul teorema: se l’anti-terrorista finisce arrestato, allora lo Stato è, come minimo, colluso e fiancheggiatore del terrorismo.
Se lo Stato arresta, infatti, qualcuno che scrive contro il fenomeno che la stampa e le forze politiche di Stato denominano: terrorismo, ne deduciamo che lo Stato non combatte il terrorismo, ma, al contrario, i suoi detrattori. Dunque, contingentemente, stante cioè il contesto storico-sociale particolare, deduciamo: corre una relazione tra Stato e terrorismo.