Sottratta a un’assunzione consapevole, la scelta delegata promette sollievo imboccando percorsi già tracciati, che precedono il pensiero. In un sistema che esige conformità acritica e certezza immediata, l’indecisione resta l’unica via praticabile.

Non sapendo quale bar scegliere tra i tre che si trovano sul perimetro di casa, finisco spesso per uscire, percorrerne le vie e temporeggiare. Il primo ha il caffè meno buono e la cameriera più simpatica. È il più vicino, un vantaggio che è anche un limite: varrebbe la pena camminare di più. Al successivo il cameriere è scostante ma il caffè è certamente il migliore. Il terzo ha l’ambiente più accogliente ma è il più buio, criticità non trascurabile per una meteoropatica. Succede allora, altrettanto spesso, che termini il giro dell’isolato e torni a casa senza averlo bevuto. A mani vuote, eppure in qualche modo fiera di non aver sacrificato nessuna possibilità. Non ho individuato con certezza il bisogno da far prevalere: finché non lo faccio, posso ancora soddisfarli tutti; sono tutti, in potenza, soddisfatti. Una fedeltà ostinata ai futuri possibili, distruzioni-di-scopi di cui rimango la sola testimone.

Non venendone a capo, ho costruito intorno al dubbio il fondamento stesso della mia personalità. Così, la mia vita somiglia a una lunga fila di tentativi, di lente tensioni senza approdo. Nell’eterna sfida delle mancate immediatezze, ogni decisione è subordinata a un processo di conquista che ne rinvia il compimento: tutto può divenire, ma nulla arriva ad essere.

Questo modo di approcciarsi alle più banali alternative si traduce in un’esistenza a tratti grottesca, e comunque stupidamente scomoda. Un ostacolo a tutte le situazioni che esigono efficacia esecutiva e valutazioni immediate, in cui la sovrabbondanza di opzioni, più che favorire decisioni consapevoli, produce soluzioni di ripiego, costringendo ai primi appigli disponibili dettati dall’urgenza.

La legittimità di questa condizione non ne annulla allora i limiti, né consente una sua difesa di principio.

È piuttosto sulle ragioni della sua crescente inabitabilità, nella realtà contemporanea e nello spazio mediatico che la riflette, che si rende necessario soffermarsi.

Nel dibattito contemporaneo sulle scelte, l’attenzione sembra essersi focalizzata quasi esclusivamente sulla loro proliferazione, sulla moltiplicazione delle opinioni tra cui collocarsi, e sulla conseguente difficoltà decisionale; sull’assunto che un eccesso di opzioni conduca alla paralisi. È una tesi difficilmente contestabile: troppa scelta finisce per equivalere a nessuna. Pur legittimato nel racconto collettivo – accettabile finché narrato – il dubbio resta però una pratica sotto assedio, contrastata da un sistema che esige esclusivamente scelte rapide e performative.

I social media ne sono evidenza empirica lampante: spazi in cui i concetti vengono semplificati e restituiti sotto forma di opinioni spendibili, cristallizzate in identità leggibili, al punto da poter esistere solo nella misura in cui, come tali, si presentano. Tesi allo stadio embrionale, mai attraversate dal conflitto necessario alla sintesi, impoverite dall’assenza di un confronto. Un assetto reso strutturale dal digitale, che produce uno spazio cognitivo fondato sulla visualizzazione dei concetti, dove, invece di immaginare pensieri, si pensano immagini. Elenchi ordinati di inviti e doveri, configurazioni di senso e di valore, che nessuno ha stabilito apertamente, eppure operative, accettate come ovvie. Proliferazioni di assunti che sono, e che possono, solamente…essere.

A un’offerta di questo tipo corrisponde, necessariamente, un dispositivo decisionale in cui la scelta – più che accelerata o rimandata – viene dimenticata, e la formazione di un pensiero proprio, dissolto nell’adesione a gerarchie implicite. Restare nel dubbio è sconveniente: l’indeciso non performa, non seduce, non si vende e non viene comprato.

In questo scenario, la mediazione si impone come unica condizione possibile: occorre qualcuno a cui demandare il gesto finale, per poterne prendere le distanze. Delegare all’altro anche la costruzione del proprio io diventa così il modo più efficace per sfuggire a sé stessi. L’individualità si ricompone per adesione, attraverso scorciatoie identitarie in cui si replica anziché costruire. Il decisore surrogato, nelle vesti del genitore troppo apprensivo, protegge dal mondo e, nel farlo, distrugge la possibilità di assumere una posizione autonoma.

L’influencer ne è una delle espressioni più riuscite, ma lo stesso schema attraversa l’intero ecosistema dei social media, modellando la divulgazione digitale e la produzione dei contenuti prescrittivi che li popolano, rispondendo a necessità estranee all’esperienza individuale, che possono coincidere con quelle di chi le riceve solo per accidente o forzatura.

A ben pensarci, quando una posizione viene sanzionata, non è tanto il contenuto a essere messo in discussione, quanto la perdita di garanzia: l’introduzione dell’elemento dubbio, il venir meno dell’ovvietà che la rendeva inattaccabile. È questo slittamento a rendere una presa di parola improvvisamente indegna. La gogna mediatica – sui social in particolare – sembra intervenire nel momento in cui si abbandona il terreno del certo e si entra in quello dell’incertezza. Un assetto che, con il tempo, amplifica la frustrazione invece di attenuarla. Se le spiegazioni si moltiplicano, perché l’incomprensione persiste? Se la conoscenza è ovunque, perché siamo ancora così stupidi? Quanto è più avvilente stare male di fronte a così tante pratiche per stare bene?

Se tutto è accessibile, se tutto è ovvio, allora nulla lo è veramente. L’esperienza si frantuma in letture parziali della realtà che si proclamano esaustive, colmando solo in apparenza necessità destinate a restare insoddisfatte. In questo scarto si consuma la sostituzione del gesto con la sua versione narrata, del percorso con il risultato, del conflitto con la soluzione, che compare ancora prima del problema. L’esposizione continua a forme surrogate di decisione non produce autonomia, ma dipendenza strutturale dal pensiero altrui.

Rivendicare il dubbio non equivale a celebrarlo come virtù. L’indecisione confonde, smarrisce obiettivi, sacrifica caffè. Ma è l’unica condizione che sospende l’automatismo dell’adesione e impedisce a una scelta di compiersi e a un’opinione di consolidarsi senza essere stata attraversata. Un indugiare consapevole che resiste alla traduzione di ogni scelta in prestazione. In un tempo che premia decisioni rapide e definitive, il dubbio apre una falla nel terreno della certezza imposta. Ed è in quella frattura che si esercita una possibilità concreta di libertà.

Concedersi di dubitare implica l’assunzione di una postura aperta all’indeterminatezza, orientata verso orizzonti deliberatamente sfocati, capace di accogliere la frustrazione dell’incomprensione e dell’ignoranza come esperienze necessarie ai processi di conoscenza. Il limbo dell’indecisione non è un luogo da evitare, ma uno spazio necessario, da abitare: il solo degno per poter rivendicare opinioni autentiche.