Tucker Carlson sarebbe stato un grande rapper. Sarebbe stato difficile non rispettarlo perché avrebbe goduto della cosiddetta street credibility. Non in senso stretto ovvio, ma anche quando si addentrava in battaglie che da una parte facevano storcere il naso ai dem e dall’altra facevano incetta dei rutti di consenso dei vari Jim, non si è mai venduto, nemmeno quando l’industria gliene ha dato i mezzi.

L’ex anchorman di Fox News è in totale rottura con l’amministrazione Trump. I recenti asservimenti del Presidente nei confronti della politica estera israeliana non sono piaciuti a una fetta molto pesante del suo elettorato che comprende sia quelli a cui gli ebrei per qualche motivo non piacciono proprio, sia quelli che convinti che gli attuali interessi americani possano prescindere da quelli di Israele. Tucker Carlson è il portavoce e porta-pensiero di questa delusa frazione di MAGA, quella della classe media un tempo impiegata a frotte nelle fabbriche del Midwest o nelle imprese agricole del Sud, che si aspettava dall’amministrazione repubblicana sicuramente un’azione decisa da piedi sul tavolo che restituisse agli USA il prestigio e la trazione che gli spetterebbero, ma non che usasse davvero gli strumenti che resero grande l’America la prima volta: il genocidio, il petrolio e una propaganda tanto stratificata quanto martellante.

Carlson era a tutti gli effetti l’incarnazione del trumpismo, al punto da venir indicato come valido successore del Tycoon da David Duke, nientepopodimeno che l’ex gran maestro del Ku Klux Klan. Numerose le accuse di razzismo, misoginia e sessismo nel corso della sua carriera, tutte mostrate ai suoi seguaci come medaglie al valore o come ferite di guerra. Carlson era talmente Americano con la ‘A’ maiuscola che nel 2024 Putin scelse proprio lui come unico giornalista occidentale degno di intervistarlo dopo l’inizio dell’operazione speciale in Ucraina del 2022. Il portavoce del Cremlino Dimitrij Peskov disse che Tucker Carlson, a differenza della maggior parte dei suoi colleghi occidentali, non era da considerare né un filorusso né un filo ucraino, ma solamente un genuino conservatore americano, molto intelligente, ma altrettanto realista e perciò privo di interessi minacciosi per l’immagine di Putin. Quest’intervista ha impostato per un po’ di tempo la linea di pensiero MAGA sulla questione russa, Carlson in 2 ore di video mostra l’inaccessibile Zar in tutto il suo freddo splendore da imperatore orientale e lo candida di fronte all’opinione pubblica come un valido alleato di Trump contro la diffusione della cabala democratica.

Rispetto ai repubblicani della campagna, i galli del mondo MAGA delle città, con la loro retorica a La vita secondo Jim, sono quelli che più hanno l’ambizione di impersonarsi in Carlson. Ne assumono la postura integra e affidabile e conducono la propria vita come se con il volgere delle generazioni avessero somatizzato le nefandezze colonialiste commesse dai padri fondatori, ma invece che ripudiarle, finanche all’auto-razzismo, preferiscono conservarle gelosamente in un angolo della propria personalità e giustificarle all’occasione richiamando tempi più difficili, o a volte Darwin. Grazie a questo asset genetico sono pervasi continuamente da quello stesso senso di magnanimità che ti accompagna quando ti trovi in un negozio che eri solito derubare da bambino. Ora che sei diventato grande, accetti di buon grado di rispettare i costumi, e paghi per i tuoi acquisti; ma è proprio in quel momento che ti sembra di emanare un calore particolare dovuto al controllo di quel talento che ti consentirebbe, in caso di reale bisogno, anche di tornare il ladro che eri e che in fondo non hai mai smesso di essere. Allo stesso modo il repubblicano da cappello rosso e gilet di jeans sente che il suo DNA-USA non lo tradirà di certo quando una minaccia esistenziale si farà viva.

Oggi allora salta fuori l’ipocrisia (o la sacrosanta ignoranza) dei MAGA che quando le difficoltà arrivano in pompa magna per risvegliare gli spiriti assopiti del popolo americano, ecco che tentennano. Se il loro americanismo latente con cui tanto si pavoneggiano fosse stato autentico, avrebbero immediatamente smesso di andare a pagare in cassa, ignorando spudoratamente qualsiasi politica moralista che finora, in tempi di pace, avevano sempre liquidato con il populismo, oppure esibendo lo stesso sorriso scocciato e autocompiacente che si rivolge al figliolo che si fa i capelli ossigenati. Ad oggi l’America è al tramonto, il dollaro è carta straccia e la povertà è ovunque: se non ora, quando? Me li sarei aspettati in prima linea, finalmente pronti per difendersi attivamente contro i virus orientali che subdolamente stavano contagiando quei mercati che loro avevano già contagiato per primi, pagando per altro un altissimo prezzo di sangue della migliore qualità. Insomma, credevo davvero che sarebbero stati felici di interrompere finalmente il giochino del diritto internazionale perché era giunto il momento per i grandi di mettere a posto il tavolo.

E invece eccoli pavidi, tremanti a denunciare violenze, bugie e tradimenti del proprio presidente. Si capisce quindi che Tucker Carlson sarebbe stato un grande rapper. Sarebbe stato difficile non rispettarlo perché avrebbe goduto della cosiddetta street credibility. Non in senso stretto ovvio, ma anche quando si addentrava in battaglie che da una parte facevano storcere il naso ai dem e dall’altra facevano incetta dei rutti di consenso dei vari Jim, non si è mai venduto, nemmeno quando l’industria gliene ha dato i mezzi. Nel 2020 usò i palchi della Fox per aizzare le folle contro i presunti brogli elettorali escogitati dal deepstate per favorire Biden e ora usa la sua influenza per denunciare anche chi, come Donald Trump e tutto il mondo America First, ha contribuito in maniera decisiva a dedicargli quella posizione così risonante, mantenendo negli occhi quello stesso luccichio di sempre. La sua libera parola non risparmia nessuno e non appartiene a nessuno se non a sé stesso e alla sua comunità; questo i fan del rap lo capiscono, lo rispettano e poi però si fermano lì. I fan di Tucker Carlson invece non sono così. 2 ore di episodio podcast, tenuti con quella faccia allo stesso tempo allarmata e dignitosa, stampata su quel massiccio cranio da chad caucasico, non sono come un album rap, perché i suoi ascoltatori modulano apertamente la propria forma mentis in base alla sua. Forse è per questo che oggi sembra che sia finito nelle liste nere della CIA, in quanto avrebbe avuto contatti con il regime Islamico di Teheran prima dell’inizio dei bombardamenti; nel frattempo lui ospita Joe Kent, l’ex direttore del National Counterterrorism Center dimessosi in seguito all’inizio degli attacchi accusando Israele di aver costretto Trump al conflitto.

Se tutte queste cose da late noticer le avesse dette in un disco, magari chiamato “CARLSON”, magari decorandolo con orpelli di stampo cattolico come va di moda ora, forse nel peggiore dei casi sarebbe sparito dalle radio mentre nel migliore dei casi sarebbe stato usato come collettore di voti in vista delle imminenti elezioni del prossimo neonazista di facciata. Invece, vista la sua efficacia dialettica, la paura che aleggia in America è quella di un nuovo caso Kirk, che possa restituire ai consumatori più distratti la figurina ricordo di Carlson nella sua forma miope e innocua di MAGA, che tanto rassicura gli zotici e poco stuzzica Israele. Ma resisti Tucker, finché non c’è il meme, forse c’è speranza.