Secondo numero della rubrica Patia, di Lorenzo Messina.

Sono con un amico al tavolo. A un certo punto prende il telefono, come se fosse successo qualcosa. Lo guarda con attenzione, sembra importante. Allora lo faccio anch’io. Solo che… non c’è niente. Nessuna notifica. Nessun messaggio. Nessuno mi sta cercando. Resto lì, a fissare uno schermo vuoto, cercando qualcosa da aprire per giustificare il gesto. Lui digita, scrolla. Io fingo di essere impegnato come lui.

Non è noia. Non è solitudine. È qualcosa di più preciso. Il momento in cui capisci che la conversazione non si è interrotta. Si è spostata. E tu sei rimasto fuori, senza che nessuno se ne accorgesse. Non sei stato escluso. Non è che qualcuno ha scelto di ignorarti. Sei stato sostituito. Sei diventato irrilevante nel momento in cui è subentrata un’alternativa più veloce di te. E la cosa più strana è che non ce ne vergogniamo nemmeno più. Una volta sarebbe stata “maleducazione”. Adesso è automatico. Anzi, se qualcuno non controlla mai il telefono durante una conversazione sembra quasi strano. Strano perché troppo presente. Come se non avesse abbastanza persone che lo cercano. Ci siamo abituati all’idea che ogni interazione possa essere interrotta da qualcosa di più urgente. O semplicemente di più stimolante. Il problema è che, dopo un po’, inizi a percepirti nello stesso modo: interrompibile. Temporaneo. Sostituibile. È come se la presenza fisica avesse perso esclusività. Essere davanti a qualcuno non significa più avere davvero la sua attenzione. Significa solo essere la finestra attualmente aperta sul mondo. E si può chiudere in un attimo.

Prima, quando qualcuno smetteva di parlare, il silenzio era condiviso. Adesso no. Oggi, con uno schermo perennemente a portata di mano, il silenzio è denso di comunicazione. E tu resti lì, fisicamente presente, socialmente in pausa. È una sensazione strana perché non succede niente di esplicito. Nessuno ti esclude davvero. Eppure per qualche secondo sparisci, mentre tutti danno attenzione a qualcuno che non sei te. Come se esistessero due livelli: quello reale, dove sei seduto accanto a qualcuno, e quello digitale, dove stanno succedendo le cose importanti. E tu sei nel livello sbagliato.

La parte assurda è che a volte il telefono non lo guardiamo nemmeno per interesse. Lo guardiamo per riflesso. Apriamo Instagram. Chiudiamo Instagram. Apriamo WhatsApp. Entriamo nelle storie. Usciamo. Tutto nel giro di cinque secondi. Senza cercare e senza vedere niente davvero. È solamente controllo. Come quando apri il frigorifero cinque volte aspettandoti che compaia magicamente qualcosa di nuovo, anche se lo avevi aperto per controllare la data di scadenza dell’insalata. Solo che, dentro il telefono, invece dell’insalata stai cercando conferme minime di esistere nel radar di qualcuno. Una notifica. Un messaggio. Un nome. Qualsiasi cosa che interrompa, anche per un secondo, la sensazione di essere fuori dal flusso. E, lì dentro, l’unica scadenza sono le stories che svaniscono dopo ventiquattro ore.

Questa cosa ha bisogno di un nome. Una nuova emozione. Non è malinconia. Non è FOMO. Non è imbarazzo. La chiamo Assentia. Il momento in cui capisci che la tua presenza vale meno di una notifica. Spesso gli altri sono impegnati a comunicare con tutti, tranne con la persona che hanno davanti. Poi però ci penso. Quante volte sono io quello che guarda il telefono mentre qualcuno mi parla? Quante volte sono io quello che sparisce, che risponde dopo ore, che chiede di ripetere? Dall’altra parte sembra normale. Da questa parte sembra personale. Forse non è vero che gli altri mi ignorano. Forse è solo che, a turno, ci stiamo ignorando tutti. E forse è per questo che oggi facciamo fatica anche a stare semplicemente in silenzio con qualcuno. Perché il silenzio, appena dura più di qualche secondo, sembra un piccolo fallimento della conversazione. Deve succedere qualcosa. Una battuta. Un contenuto. Una notifica. Qualunque cosa pur di evitare quel momento ambiguo in cui non stai producendo niente, non stai reagendo a niente, non stai ricevendo niente. E allora il telefono diventa una via di fuga perfetta. Ti permette di sparire senza andartene davvero.