Due settimane fa Jannik Sinner ha trionfato agli Internazionali di Roma, il suo sesto Master 1000 di fila. L’ennesima vittoria di un anno assurdo che lo sta vedendo battere record su record. Sinner è un mostro, un animale, una macchina da tennis. Le vince tutte Jannik. Insieme a lui, che stacca assegni dopo assegni, sorride anche l’Italia intera. Un paese che, complici anche le figure cacine della nostra Nazionale, è tornato ad appassionarsi al tennis come non accadeva da una cinquantina d’anni a questa parte.
Chi scrive ha passato tutta la sua giovinezza sui campi da tennis, seppur con scarsi risultati. Erano anni bui, quelli, per gli italiani. Mentre i fab four (Nadal, Federer, Djokovic, Murray) scrivevano una delle pagine più belle di questo sport, i nostri venivano presi a pallate più o meno da chiunque. Andreas Seppi, Simone Bolelli, Potito Starace, Filippo Volandri, Fabio Fognini, giusto per fare alcuni nomi. Giocatori mediocri, onesti mestieranti incapaci di spingersi oltre il terzo o quarto turno di uno slam.
Ricordo la prima volta che andai agli Internazionali a Roma, nel 2010, quando ancora i biglietti non costavano un rene. Ricordo di un epico Volandri-Gulbis, forse un terzo o quarto turno. Volandri perse al tie-break del terzo set, ma il Centrale sembrava il Maracanã. Roba da pelle d’oca. Già, perché forse non ce lo ricordiamo più, ma prima del padel e dei tamarri palestrati pochette-muniti che iniziassero a invadere i circoli di tutt’Italia, era di questo che si campava tennisticamente parlando.
Ma come mai allora, oggi che Sinner è una divinità e il tennis italiano in uno stato di forma senza precedenti, non riesco a gioire? Come mai le vittorie di Jannik non mi fanno né caldo né freddo se per anni tutto quello che ho sempre sognato era di vedere un tennista italiano non dico numero 1 al mondo, ma almeno vincere qualcosina?
Per onestà intellettuale, premetto che con Sinner entra in gioco quello strano meccanismo mentale per cui più una persona inizia ad avere successo più suscita antipatia. Non solo nello sport ma nella vita in generale. L’essere umano è programmato per rosicare, facciamocene una ragione. È accaduto con Cristiano Ronaldo prima, con Fedez e Tommy dell’Antico Vinaio poi. Aveva ragione Antonio Conte quando allenava la Juve a dire “sono antibadigo berghè vingo”. E Sinner adesso è semplicemente invincibile, quindi all’apice della curva di antipatia.
Ma al netto di quanto sopra, temo che il motivo principale della mia indifferenza nei confronti dei successi sportivi di Jannik abbia più che altro a che fare con una semplice e scomodissima verità: Sinner non è italiano, e il suo successo ne è la dimostrazione. Eccolo lì, l’elefante nella stanza. Non mi interessa se il suo passaporto dica grande e grosso Repubblica Italiana o se addirittura, stando dietro ad una delle polemiche più inutili viste di recente, dica Principato di Monaco. Pallido e roscio, Jannik Sinner è nato a San Candido, un paesino nelle valli del Sud Tirolo che in realtà si chiama Innichen ed è per l’86% di madrelingua tedesca. (San Candido è infatti una traduzione che come per molti casi nella toponomastica dell’Alto Adige è stata imposta col manganello e l’olio di ricino dal fascismo e che niente ha a che fare con il nome in tedesco). Il suo italiano è nel tempo nettamente migliorato ma resta zoppicante, come quello di molti altoatesini. Sia chiaro, lui da questo punto di vista colpe non ne ha, e infatti se se ne stesse bello tranquillo a girellare per Brunico nessuno direbbe niente. Ma il fatto è che è stato subito adocchiato dagli addetti marketing di mezzo mondo, che a suon di quattrini lo stanno facendo diventare paladino del Made in Italy.
Già, perché se si parla di pubblicità e sponsorizzazioni Sinner è letteralmente ovunque. Ogni giorno un nuovo brand lo scrittura per fare da testimonial e la sua faccia da bravo ragazzo è visibile ormai in ogni angolo della città a fianco di creme, pacchi di pasta e forme di parmigiano. Oltre agli sponsor tecnici (Nike e Head) Sinner ha accordi commerciali con Rolex, Gucci, Lavazza, Fastweb, Parmigiano Reggiano, Alfa Romeo, Technogym, Pigna, Panini, Isybank, De Cecco, Allianz, La Roche-Posay, Enervit, MSC. Accordi che gli fruttano ogni anno almeno 25 milioni. Manca solo di vederlo brand ambassador per qualche trattoria di Catania mentre su Instagram dice, con quel suo accento crucco, “Sapete dove mangiare gli arancini più pistacchiosi della Sicilia” e siamo a cavallo.
Ancor più che la pista etnico-storiografica, per arrivare alla radice della scarsa italianità di Sinner, bisogna però seguire quella che porta sul campo da tennis. È lì che Jannik tradisce tutta la sua cruccaggine: il suo successo infatti non è altro che la dimostrazione ultima della sua essenza profondamente anti-italiana. L’eccezione che conferma la regola.
Il tennis non è uno sport da cazzoni, quindi non da italiani. Ancor più del talento richiede disciplina, abnegazione e una capacità di autocontrollo incompatibili con l’homo italicus. Prendiamo quei tennisti nostrani che prima di lui erano riusciti a dimostrare qualcosa: Fognini e Berrettini. Il primo ha avuto in dote un talento fuori dal comune, reso però vano dalla tenuta mentale di una tredicenne al primo breakup. Per anni il ligure ha alternato giocate da stropicciarsi gli occhi a scenate ridicole ma a dir poco esilaranti, come quella a Wimbledon nel 2023 quando dopo una chiamata sbagliata si accasciò in campo disperato urlando “Non è vero non è vero” e mandando il pubblico inglese in visibilio. Il secondo invece è un Bronzo di Riace che a forza di badilate da fondo campo è diventato nel 2021 il primo finalista slam italiano da oltre quarant’anni. Archetipo del bonazzo da spiaggia mediterraneo, Berrettini sembra fatto apposta per essere immortalato nelle storie Instagram dell’influencer di provincia, con la camicia di lino bianca aperta e la iqos poggiata sul tavolino di un bar del lungomare. Un atleta, certo, ma anche e soprattuto un uomo. E come tale, obbligato a fare i conti con i due arbitri supremi dell’esistenza maschile, ovvero il proprio corpo e la fica. Chissà dove sarebbe arrivato se, proprio all’apice della sua carriera, non fossero sopraggiunti gli infortuni e Melissa Satta, che dopo Bobo Vieri e Reginaldo si è posata anche su Matteone, facendogli perdere definitivamente la voglia di giocare a tennis.
Ecco, Sinner non è niente di tutto questo. Uno sportivo esemplare dentro e fuori dal campo. Mai una parola fuori posto, mai una scenata, sempre affabile e disponibile. Un vero professionista. Scende in campo e con asburgica diligenza liquida il malcapitato in due set. Ma io, caro Jannik, voglio vedere le urla, il sangue, le bestemmie in dialetto, le polemiche, le foto rubate sullo yacht in Costa Smeralda con le modelle e il Dom Perignon. Soprattutto ti voglio vedere perdere qualche volta. Perché questa Italietta dal perdono facile e dalla scusa pronta, devi sapere, è allergica a chiunque sembri perfetto, infallibile, a chiunque osi discostarsi dalla mediocrità e mettere in discussione quel sistema di alibi collettivo che tanto ci comoda.