A cosa serve un libro? Perché leggiamo?
Credo che si possa certamente leggere solo per piacere, o per intrattenersi, ma alle volte, più profondamente, si legge per trovare una prospettiva nuova, magari disturbante (o magari no), attraverso cui interpretare meglio la vita, il presente, l’essere umano.
Un libro (e spesso così accade con i buoni libri) offre la possibilità di un nuovo punto di vista. Non racconta solo una storia, ma in un certo senso modifica, più o meno temporaneamente, il nostro modo di guardare la realtà.
Se chiediamo alla letteratura anche di offrirci una chiave per interpretare la realtà, diventa allora legittimo domandarsi quale realtà la narrativa contemporanea scelga di rappresentare e quale, invece, lasci ai margini. I romanzi attuali riescono ancora a cogliere le forze che oggi ci stanno trasformando? Da questo punto di vista, il recente vincitore del Premio Strega offre un caso particolarmente interessante.
Premio Strega: ha vinto un bel libro contemporaneo
Michele Mari ha vinto lo Strega con I convitati di pietra, e la qualità letteraria del romanzo è difficile da mettere in discussione.
I convitati di pietra è un romanzo dalla prosa impeccabile, dallo stile colto, talvolta incline al citazionismo e che mette al centro tematiche eterne come l’amicizia, la rivalità, il denaro, la morte, la memoria, la vecchiaia. La premessa narrativa funziona: un gruppo di ex compagni di scuola si organizza per versare ogni anno una somma in un fondo comune, creando un patrimonio che sarà destinato agli ultimi tre che rimarranno in vita nel corso degli anni.
Mari sa lavorare su questo materiale con una libertà che pochi scrittori italiani contemporanei possiedono e il risultato è un romanzo corale, a tratti crudele, attraversato da un grottesco che a tratti ricorda Viaggio al termine della notte di Céline.
Proprio perché si tratta di un libro riuscito non ha bisogno di essere difeso né attaccato, ma può essere analizzato come caso emblematico di una tendenza della narrativa italiana contemporanea.
Una premessa, prima di procedere, è doverosa: con presente non intendo la semplice presenza di oggetti contemporanei. Un romanzo non è attuale perché i personaggi usano lo smartphone o aprono i social network. Intendo con presente qualcosa di più profondo: il mio dubbio è capire se la narrativa odierna riesca a rappresentare esseri umani la cui memoria, attenzione, identità e vita relazionale sono state (già da tempo!) trasformate dagli strumenti tecnologici.
Il romanzo di Mari attraversa i decenni, partendo dal 1975 e chiudendosi nel 2050, ma durante tutto l’arco narrativo non appare quasi per nulla una parte essenziale dell’oggi e del domani: nessun personaggio al cellulare, nessun social network, nessun reel, nessuna app di incontri. L’unico contatto con la tecnologia moderna è l’elevato consumo di pornografia di uno dei personaggi coinvolti nella storia. Più ancora dell’assenza degli strumenti, colpisce l’assenza delle conseguenze che quegli strumenti hanno prodotto, tanto che non ci sono relazioni mantenute a distanza, né identità pubbliche aggiornate online, nessuna foto o memoria affidata ai server digitali, nessuna vita altrui osservata da uno schermo (e il personaggio di Brodo sarebbe stato perfetto per questo).
Naturalmente la letteratura non deve essere cronaca e non serve infilare smartphone, social, intelligenze artificiali e notifiche in ogni pagina, ma c’è una differenza tra non inseguire l’attualità e rimuovere le forze che organizzano la vita. L’assenza della tecnologia in un romanzo ambientato nell’oggi non è solo una scelta stilistica, ma diventa una posizione, anche se involontaria. Perché oggi la tecnologia non è uno sfondo, ma una delle forze che ha profondamente mutato il nostro rapporto con il tempo, con la memoria, con il desiderio (perché lo espone continuamente a immagini, confronti, possibilità) con l’amicizia (perché trasforma la distanza in presenza con la condivisione e la presenza in distrazione), con la reputazione (perché rende ogni dato potenzialmente eterno e misurabile).
A volte modifica perfino la metabolizzazione del lutto, perché i morti possono continuare a comparire nei nostri feed, nelle nostre liste contatti, o fra i messaggi audio, i video e le foto che il nostro stesso telefono a volte ci ripropone.
È come se una parte della letteratura contemporanea (gran parte di quella italiana mainstream almeno, quella premiata e riconosciuta) continuasse a raccontare esseri umani novecenteschi dentro un mondo che non è più novecentesco.
Analizzando i libri più visibili e premiati degli ultimi anni emerge una certa difficoltà nel confrontarsi direttamente con il presente tecnologico. Molte opere scelgono il passato (passato prossimo in Chi dice e ci tace di Chiara Valerio, remoto in Platone. Una storia d’amore di Matteo Nucci), il memoir fatto di dolore privato (Lo sbilico di Alcide Pierantozzi o Come d’aria di Ada D’adamo), o ambientazioni nelle quali la tecnica resta marginale (vedi I convitati di pietra di Michele Mari, ma anche L’età fragile di Donatella di Pietrantonio, dove si vuole anche parlare ai giovani d’oggi, in qualche modo).
Queste sono scelte pienamente legittime, ma considerate nel loro insieme, sembrano descrivere una narrativa che preferisce esplorare conflitti familiari, dolore privato, memoria e identità lasciando sullo sfondo gli strumenti che oggi mediano (acutizzando o anestetizzando) anche quei conflitti e dolori. Un’eccezione interessante è Romanzo senza umani di Paolo Di Paolo, nel quale la tecnologia, per il protagonista, diventa anche uno strumento di comunicazione e di riappropriazione e reinterpretazione del passato.

Molti dei romanzi diventati “classici” non hanno raccontato anime astratte sospese nel vuoto. Dostoevskij non scriveva soltanto della colpa, del nichilismo o della fede: scriveva di questi temi dentro la San Pietroburgo del suo tempo, dentro le ideologie, le mode e le contraddizioni di quell’epoca. David Foster Wallace ha costruito una parte decisiva della propria opera intorno all’industria dell’intrattenimento, alla dipendenza e alla saturazione dell’attenzione proprie della modernità.
Mari ha scritto un gran romanzo e ha meritato lo Strega, ma proprio per questo I convitati di pietra permette di farsi una domanda più scomoda: perché tanta letteratura contemporanea sembra voler raccontare il nostro tempo lasciando fuori tantissimo di ciò che lo definisce?
Non è necessario riempire i romanzi di tecnologia, ma è necessario capire che la tecnologia ha già riempito noi, ci ha cambiato e ha cambiato il modo in cui ci rapportiamo agli altri e al mondo. Questa domanda non riguarda Mari, o lo Strega, ma tutti coloro che vorrebbero raccontare il presente, o aggiungere una chiave di interpretazione all’oggi.
Se la letteratura non trova parole per fare i conti con strumenti così pervasivi, chi racconterà davvero il nostro tempo? Il rischio è che, per comprendere il presente, si trovi più materiale in pochi minuti di scroll sui social che in molti romanzi dichiaratamente contemporanei.
Forse anche questo contribuisce, almeno in parte, a spiegare perché una quota crescente di pubblico, non cerchi più nei libri gli strumenti con cui interpretare il mondo in cui vive (quello vero!).