Io e Dua Lipa abbiamo discusso. Discusso male. Gli animi erano ormai saturi, si sapeva, e ieri, purtroppo, è successo. Potrei pensare che la cosa sia rimediabile. Sperare che tutto torni com’era. Ma considerando che mi ha spento una sigaretta sul collo e che ha incendiato la Kenzia che le avevo regalato per Natale forse meglio evitare di illudersi.
Lavoro – lavoravo – per il suo Service95 Book Club da più di tre anni. Ho iniziato come umettatore di pollici (spray con diluizione 1 a 2 di lacrime in acqua), poi addetto ai resi Amazon, due mesi da taccuino di lettura e, infine, il salto: una mattina, gennaio 2024, Dua mi trovò a piangere per strada mentre tenevo in mano Mille splendidi soli. Piangevo, è ovvio, perché Chiara Ferragni era stata iscritta al registro degli indagati per il Pandoro Gate, ma Dua non poteva saperlo e pensò fosse merito del libro. Mi raggiunse e mi offrì un tovagliolo, poi un secondo per il naso perché col primo mi ci pulii la bocca dalla glassa del cinnamon roll, iniziò a parlare del libro, che anche lei leggendolo si era commossa, anzi ripensandoci le tornava ancora da piangere, e a sapere che le tornava da piangere anche a me riveniva da piangere, insomma intuimmo che c’erano delle corrispondenze, mi fece abbracciare dalla sua guardia del corpo e mi propose di diventare suggeritore di libri. Una specie di scout, per aiutarla a sceglierli. Ogni mese un libro, cominciando da Hosseini. Che infatti fu un successo.
Insieme, una squadra ruggente. Io a girare le edicole per comprare Robinson e La Lettura, lei con le sue pose immorali a piantarsi in faccia tascabili o ultime uscite. Una calibrata alternanza tra saggistica per femmine tristi, occhiolini al lettore pretenzioso, iperboli su improponibili bestseller, rare – se non rarissime – allusioni al politico. Saunders, Paul Murray, Ocean Vuong, edizioni Fitzcarraldo, addirittura doppia Margaret Atwood. Un’infilata incredibile. Incontrastabili. Almeno fino a ieri.
“Ti ho detto di no, non insistere, dio cristo come sei duro”, mi fa.
“Ho capito, Dua, ma ascoltami…”.
“No biondino non hai capito, sono io che parlo e te che ascolti, perché qui dentro…”.
“Sì, lo so come funziona qui dentro, ma è anche vero…”.
“Vero cosa?”.
“Dai, via, lo sai non mi far parlare…”.
“No no parla”.
“Macché parlo Dua falla finita…”.
“Senti, pezzente, è bene che tu ti rimetta al tuo posto perché se no…”.
“Ma se no cosa, Dua, ma che pensi, di intimorire qualcuno con addosso quella gonnellina e codesti orecchini gipsy…”.
“Gipsy lo dici alla vigliacca di tua madre, questi…”.
“Vabbè dai, se la metti sul personale…”.
“If you think I was born yesterday, you have got me wrong”.
“Che vuol dire lo sai che ho fatto spagnolo…”
“Not my problem, that’s just not my problem”.
“Oh, Dua, ascolta, ora mi fai saltare il cervello se non ti cheti. Ma lo sai che mentre te eri a fare barré pilates qui c’era qualcuno che si diplomava con 78 al liceo classico e poi finiva una triennale in Lettere Moderne in cinque anni che comunque contano per quattro perché se ti laurei ad aprile non scattano le tasse? Io lo capisco che da quando sei diventata una grande star t’è preso il complesso di Cattelan, e che ogni superficie specchiante ti restituisce soltanto l’interrogativo ‘ma sarò una persona seria o un pagliaccio?‘. È comprensibile, e infatti noi la gente come te la compatiamo, si fa finta che questo vostro bisogno di consistenza intellettuale sia una bella cosa, che non sia stata una scelta deliberata e superficiale quella di preferire l’idolatria facile all’istruzione superiore, e si cerca pure di non godicchiare vedendovi che annaspate nel tentativo di ribadire che non siete solo ballerini, o cantanti, o presentatori, e vi sfinite cannibalizzando tutto quello che vi passa a tiro – i podcast, l’editoria, l’impegno civico, le battaglie giuste –, e potrebbe pure essere legittimo, l’interesse, non fosse che è tutto così esibito, in favore di pubblico, e allora è evidente che si tratta solo di riposizionamento, perché quello che resta fuori traccia il perimetro inesorabile della vostra insussistenza, e vi ripropone il dubbio di non avere nulla da proporre, ci tratteniamo, sì, perché la colpa è anche nostra, siamo noi, intendo quelli che hanno letto due libri in più, che cerchiamo di rasserenarvi, che vi mentiamo dicendo ‘no preocupa, disanima o disamina è uguale, per la Crusca vanno bene entrambe’, che ostentiamo meraviglia per le vostre citazioni scialbe, perché di Dostoevskij, alla fine, non sappiamo che farcene, e invece un mezzo bonifico, un minimo di considerazione, un invito in trasmissione bene pure in seconda serata, e allora s’instaura una specie di soccorso reciproco, uno scambio alla pari: noi vi s’illude che la vostra sintassi valga la terza media, voi ci date mezz’ora di luce prima di rischiantarci nell’ombra a piangere. Però c’è un limite, Dua, i ruoli sono chiari, e se ti dico che il libro da proporre è Fai bei sogni di Massimo Gramellini te pigli Fai bei sogni e me lo porti primo in tutte le classifiche, e se non l’hanno ancora tradotto fai l’abbonamento premium a Deepl e lo traduci te, non parli 18 lingue? Non sei multietnica? ecco, appunto, come sarà, Make Beautiful Dreams, non lo so, Lettere, ti ricordo, vai, schizzare, e compra il cartonato, non provare a presentarti con la brossurina che te la tiro dietro”.
Mi guarda immobile. Trema. In effetti non sono gipsy, gli orecchini.
“Sai cosa?”, dice.
Sussurra.
“Non ho capito”.
“Come in closer, are you readin’ my lips?”, e con la mano invita ad accostarmi.
Mi avvicino. Sigaretta. Kenzia. Prova a mordermi. Mi svincolo e riesco a scappare perché nel tafferuglio con una penna a inchiostro liquido faccio uno scarabocchio sulla sua copia di Siddharta e lei si sente costretta a fingere una convulsione per il dolore. Madonna che fatica, da domani torno a lavorare per Antonacci, vuoi mettere.