La critica letteraria, oggi, ha perso la sua funzione. Troppo facile, infatti, attingere dalla solita nicchia e tornare a recensire l’ennesimo capolavoro di Beppe Severgnini. Tutta roba posticcia, autoreferenziale. Il lettore vero, invece, sbaglierà pure l’accento di Iperborea, ma è quello che trasforma libri impensabili in bestseller. E noi del Nemico, sfruttando la vocazione al sacrificio e un paio di buoni Feltrinelli di Ubaldo Berti, lo vogliamo inseguire. Questo l’obiettivo di Critica martiriale: recensire ogni mese il titolo che, incrociando i dati di varie classifiche, ha venduto di più. Nessuna preclusione: sceglie il mercato. Nessun preconcetto: solo spirito di servizio. Per cercare di capire le ragioni e l’andazzo di questo mostro che si alimenta a sportine chiamato editoria.
Premessa: conosco poco Dan Brown. L’ultimo libro – Origin – uscì nel 2017, e all’epoca ancora me la tiravo. Oggi non più, dopo che un commesso di Libraccio mi ha pestato. Le nozioni di base, però, non le ho mai recuperate. So, come tutti, che nel Codice Da Vinci c’entravano le società segrete e il Santo Graal, o che nella prima stesura di Inferno tutte le occorrenze di “Firenze” fossero “Firensi oh my lovely lambredotti”, poi corrette prima del visto si stampi. Per il resto, larga ingenuità e zero preconcetti. Invidia per i 250 milioni di libri venduti? Figurati: ci dividono soltanto 249 milioni 999mila 998 copie. Due colleghi.
Comunque, il professor Langdon – Tom Hanks – stavolta è a Praga. Non avessimo notato la doppia copia della cartina stampata nelle sguardie anteriori e posteriori, l’ambientazione è presto extraribadita, e giustificata in una tra le prime, moltissime, incessanti digressioni nozionistiche che puntelleranno il racconto:
Il nome della città derivava dalla parola ceca per «soglia», e ogni volta che Langdon la visitava aveva proprio l’impressione di varcarne una […]. Per secoli l’attuale capitale ceca era stata il centro europeo dell’occulto. L’imperatore Rodolfo II aveva praticato, nel segreto dello Speculum Alchemiae, la scienza della trasmutazione. Personaggi come l’occultista John Dee e il medium Edward Kelley l’avevano scelta per tenere sedute in cui evocavano gli spiriti e conversavano con gli angeli. E sempre a Praga, sua città natale, l’autore di origini ebraiche Franz Kafka aveva scritto l’oscuro racconto La metamorfosi.
Con Langdon, la dottoressa Katherine Salomon, specialista in noetica, il tema su cui s’innesta una trama di per sé piuttosto elementare – una progressione lineare impepata con i cliché del genere: sparizioni, servizi segreti, un manoscritto rubato che cambierebbe il mondo, una minacciosa entità imprecisata che si muove in parallelo ai protagonisti. Ma la storia è superflua: scopo del libro è mettere in scena il conflitto intorno alla natura della coscienza, polarizzato tra riduzionismo neurobiologico (se non, nella sua variante estrema, eliminativismo) e, appunto, noetica, che la Salomon – a pagina 21 – non manca di spiegarci con una tirata riassumibile in: crediamo che la coscienza sia indipendente dall’hardware del cervello.
Ora, tutti d’accordo che le neuroscienze siano una delle più abusate e scriteriate mode accademiche degli ultimi decenni, e che i limiti e i pericoli del riduzionismo siano gli stessi dai tempi di La Mettrie, cioè quelli insiti in ogni approccio che rivendichi l’esistenza della sola materia. Inoltre, gli hooligan fisicalisti spiccano in genere per boria, saccenza, spirito competitivo e atteggiamento di superiorità verso il nemico – ora la credenza religiosa, ora l’irrazionalismo, ora il semplice senso comune. Io, che con la metafisica non ci ho fatto mai a manate e coi saputelli invece spesso, simpatizzerei dunque per Dan Brown, che da subito sembra schierarsi all’opposto. Purtroppo, mi annoia tantissimo anche chi annaspa per legittimarsi nel territorio della scienza, cadendo nell’equivoco idiota di pensare che non esista verità fuori dai vetrini e dalle provette. Ieri la ghiandola pineale, oggi le esperienze di pre-morte, i qualia, il collasso della funzione d’onda: ci ho provato, lo giuro, ma poi ho preferito dare retta alla classe di Deirdre McCloskey e penare poco: “tanto vale arrendersi e chiamarla Anima”. Per questo, quando leggo di fisica quantistica chiudo e torno a parlare dell’Inter.
Ma Dan Brown invece ha intuito che la questione si sta ormai svincolando dalla nicchia dei paper forforosi per entrare nel dibattito corrente. Matura, dunque, per farne materia di romanzo. Non che precorra i tempi, attenzione: gioca sul filo dell’appena prima, forse della simultaneità (impossibile dire quanto ci abbia davvero messo, a scrivere il tomone), di modo che il lettore, affabulato da parole strane e mozziconi di concetti, digitando “fisica quantistica coscienza” non manchi di reperire facile gratificazione in bloggacci divulgativi o in articoli sotto paywall del Corriere, e s’illuda di procurarsi un armamentario efficace per zittire l’amico chiacchierone che ha scelto lo scientismo acritico come strumento sociale per darsi un tono. Inoltre, Dan Brown ha fatto i compiti, si è documentato e parrebbe pure averla capita bene, la questione, con tanto di disclaimer iniziale sulla fedeltà scientifica di dati ed esperimenti. Ma ignora un problema: che il libro dovrebbe essere un romanzo. Thriller, per giunta. Ci si aspetterebbe quindi un minimo di frizzo, lo stimolo a girare pagina, la tentazione di sbirciare nei capitoli successivi. Purtroppo, nulla.
I motivi sono molteplici. La trama, s’è detto, è prevedibile, e lo stesso vale per le implicazioni nella faccenda della questione coscienza-mente-cervello. Le scelte stilistiche, invece, sono terrificanti. L’effetto Powerpoint terza media delle digressioni è un esempio, ma pure il ricorso ossessivo e gratuito a nomi propri di brand commerciali. Di continuo: non c’è ragione di intreccio né un in più estetico che giustifichi, nell’arco di due pagine, le lampade Wood, il costume Speedo, gli occhialini Vanquisher, e nemmeno il dolcevita Dale of Norway (per altro inguardabile) o il piumino Patagonia poco più avanti, tanto che si finisce per forza a immaginare un dialogo tra Dan Brown e il suo editor del tipo “perché quel musino triste Danny?”, “mi hanno detto che scrivo come un redattore di un quotidiano locale”, “e che problema c’è: digressioni”, “già fatto”, “ambientare la storia in Kosovo?”, “Praga”, “e allora nomi propri”, “madonna sei un grande”, se non delle marchette. Il peggio, tuttavia, lo raggiungono i corsivi con cui ogni dieci righe mette su carta i pensieri dei personaggi. In mezzo a un diluvio di mio dio!, ecco l’hit parade dei miei preferiti:
Dove diavolo sono finito?
Missione compiuta. Anche se ci è mancato poco.
Oh, cazzo [la virgola mi esalta]
Quasi pacchiane, invece, le scelte redazionali: incomprensibile perché ogni tanto le parole ceche o russe non vengano tradotte (вибратор – «vibratore» per soprannome di un’epilettica – avrebbe potuto ometterlo del tutto, anziché fornircelo in due lingue); troppo smaccata, invece, la brevità dei capitoli, usata come incentivo alla lettura, per un ridicolo totale di 139. Guerra e pace 112, per dire.
Infine, i personaggi. Tolto il protagonista – che gode della rincorsa di 3000 pagine pregresse –, gli altri sono fiacchissimi, meri vettori della trama: gli agenti dei servizi fumano, imprecano, cazzottano, il direttore della casa editrice non esce dal perimetro dell’idealizzazione capitalistica, gli altri hanno ragione d’essere perché il loro unico predicato verbale – infatuarsi, sbagliarsi, avere una crisi epilettica – serve alla progressione della storia. Ma se, tra questo piattume, la ganza del prof. Langdon si limita a essere uno scanzonato ying nella dicotomia metafisica-scientismo, l’altra – la SCIENZIATA – risulta di certo il personaggio più riuscito. In modo, però, del tutto involontario. Perché, nell’ostinarsi in bassorilievi senza scivolare nel tutto tondo neanche per sbaglio, nel suo caso Dan Brown ha la fortuna d’incappare in un habitus mentale che ha come tratto distintivo proprio l’assenza di profondità: il riduzionista. Peccato che la tolga di mezzo abbastanza presto.
Di positivo (almeno in termini commerciali) resterebbe dunque l’intuizione sul tema, che infatti trasforma buona parte del romanzo in un saggio divulgativo. Dan Brown – senza farne troppo mistero: “le ricerche volte a comprendere la coscienza umana stanno diventando il Santo Graal della scienza”, pensa Langdon – ritenta l’operazione che gli è riuscita in passato, cioè accattivarsi un lettore che non cerchi la narrativa, ma nozioni di massima su temi a effetto per fare il ganzo mentre aspetta il suo turno alla pectoral machine. Il problema è che quel lettore, che nel 2003 s’era sbrodolato di Priorato di Sion e Maria Maddalena, oggi considera Dan Brown una commercialata, e passa le sue ore ad ascoltare Barbero che parla di Caporetto. Gli altri, invece, almeno un po’ di narrativa magari la gradirebbero.