Forse è questo il segreto del successo di Belve e Belve Crime: è l’equivalente televisivo di un pat pat sulla testa, il darsi il cinque tra bro che condividono gli stessi tipi di valori social di umanesimo postmoderno (che non significa un cazzo), di persone che perdiamo tra i feed, il tutto mentre lasciamo dei ‘visualizzati senza risposta’ lagnandoci di quanto siano diventati impossibili i rapporti umani evitandoli con la stessa patetica abnegazione con cui un terrapiattista evita un mappamondo.

“Things we love to hate’” è così che descriverei Belve plus Belve Crime e, soprattutto, Francesca Fagnani. Perché non cambiare canale il martedì sera? Per lo stesso motivo per cui molti di voi non girano la faccia di fronte agli incidenti stradali: morbosità.

L’accentuata calata romana (non ricordo fosse così marcata ai tempi del canale Nove), le risatine, le occhiate al pubblico in studio, i commenti a margine alle risposte degli ospiti, le citazioni a giornalisti e ad articoli vari, e le domande… queste domande (ben lontane dal quesito di Proust) per lo più imbarazzanti e costruite a caso (voglio pensare siano a caso).

La questione diventa ben più imbarazzante quando si tratta di ospiti davvero di un certo spessore (mica Francesco Chiofalo che simula di essere ancora a La Pupa e il Secchione) che, nel bene o nel male, sono davvero famosi o, per meglio dire almeno in questi casi, famigerati (perché invitare Zeudi di Palma?).

Purtroppo Francesca Fagnani per la maggior parte della gente, probabilmente, fa parte delle ‘cose che ti devono piacere per forza’ altrimenti stai dalla parte sbagliata della storia, sennò non si spiegherebbe il featuring a Sanremo con non ricordo chi e non ho voglia manco di accedere a Google per cercare il nome del cantante in questione.

D’altronde, in questo periodo di vuoto Francesca Fagnani rappresenta un’icona culturale e come tale dovrebbe, in teoria, avere delle responsabilità.

Certo, quando Selvaggia Lucarelli litiga con Fabrizio Corona si può tastare con mano il battito debole del polso di questo Paese; insomma, siamo lontani dal periodo delle lettere tra Italo Calvino e Pier Paolo Pasolini, perciò è comprensibile che l’ideatrice e la presentatrice di Belve occupi ‘magnificamente’ questo vuoto e si adagi sullo sgabello vacante.

Diciamo che l’intervista a Roberto Savi, in particolare, ha rappresentato la proverbiale goccia: non vedevo un’intervista così imbarazzante dai tempi in cui Paolo Bonolis sparava una sequenza di domande a Donato Bilancia toccandogli pure il braccio.

Roberto Savi, per chi non fosse appassionato di true crime o si sciacquasse le palle con la storia italiana, è stato uno dei membri della Uno Bianca, un gruppo di criminali (di cui quasi tutti poliziotti, tranne uno dei due fratelli di Roberto) che ha rapinato e sparso terrore (morte 24 persone e ferite più di un centinaio) tra il 1987 e il 1994.

L’intervista è stata introdotta, come ogni ospite di questo inizio di stagione, da Elisa True Crime.

Piccola parentesi (sns): conosco poco Elisa True Crime, non so quali qualifiche abbia, ho visto tre dei suoi video e ho trovato la sua esposizione ai casi noiosa (opinione soggettiva) e lacunosa (e questo è un dato oggettivo). Credo che in un’epoca dove le persone, per rilassarsi o perché si sentono o sono sole, hanno bisogno di video dove altre persone mangiano (mukbang), sia assolutamente naturale che un personaggio ‘innocuo’ come Elisa True Crime possa avere degli aficionados, magari come ottimo viatico per chi arriva a fine giornata stanco, e ottimo conduttore per gli insonni.

Fagnani è furba, è piuttosto scaltra come osservatrice del suo tempo, tanto che, per la serie classica di Belve, invocò (perché non c’è altro modo di rivolgersi a colei che non deve essere nominata, essendo una qualche forma di entità più caotica che neutrale) Maria De Filippi per farsi fare (la Fagnani intendo, Maria non si presterebbe mai) qualche domanda come ospite del suo stesso programma (senza intervistare se stessa, come fece Luca Casadei).

Lo sa Francesca che sta raschiando il fondo del barile, tanto che ormai deve ripiegare sulle personalità di internet, o pseudotali, perché i personaggi realmente famosi stavano già invecchiando al giro del millennio, e alcuni manco si vogliono prestare a quella che in definitiva è una pantomima.

Così la giornalista ha applicato lo stesso ragionamento con Elisa per attirare quel segmento di pubblico che ormai ha sostituito il piccolo schermo con quello ancora più piccolo dello smartphone, e mamma Rai con i rassicuranti YouTube e TikTok.

Non sono d’accordo con chi scrive che con i soldi del canone non dovrebbero permettere ai criminali di parlare; trovo molto più scandaloso sperperare i soldi per mantenere il buen retiro degli ex partecipanti di Amici, a.k.a, Sanremo (ma di questo ne parleremo un giorno). Credo che sia interessante sentire parlare un criminale, altrimenti non ci spiegheremmo la passione per il true crime, e sono convinta che il giornalismo d’inchiesta -se fatto bene- possa essere utile alle indagini sul caso preso in considerazione.

Peccato che qui l’approccio della giornalista fosse un mix tra Verissimo, con un certo atteggiamento catechistico nei confronti dell’uomo, e una forma di ‘sudditanza’ nella speranza della grande rivelazione che -attenzione spoiler- non c’è stata.

Se è vero che le tre ore di materiale registrato con Savi verranno sottoposte al vaglio dei magistrati, è al contempo vero che la magistratura ha ripreso le indagini da un paio di anni, ossia da quando l’associazione delle famiglie delle vittime ha presentato un esposto alla Procura di Bologna.

Forse sarebbe stato meglio lasciare i microfoni accesi prima e dopo l’intervista e continuare a registrare, come successe nel documentario The Jinx; forse l’ex capo dell’Uno Bianca si sarebbe lasciato sfuggire qualcosa. Non lo sapremo mai.

Nel migliore dei casi, i crimini del gruppo (a cui si affiancavano altri collaboratori, come il rinnovo dei membri di Up with the People) sono il risultato di un gruppo di delinquenti senza empatia che, pur di arricchirsi, ha lasciato una scia di sangue; nel peggiore dei casi, di criminali che, a un certo punto, sono stati avvicinati dai Servizi Segreti o qualcosa di simile, come braccio da usare per poi disfarsene.

Nonostante l’aspetto dimesso dell’ex poliziotto, Savi è tutto fuorché un vecchietto da film della Pixar: è chiaramente lucido, monosillabico con chi vuole e fine manipolatore. Non conosco le conclusioni della perizia psichiatrica che gli fecero al tempo, ma conoscendo la storia della Banda ci sono delle concrete possibilità che sia un classico psicopatico incapace di provare empatia, e il palco di Belve Crime ha alimentato il suo ego fornendogli un pubblico di vittime e carnefici da prendere, probabilmente, in giro, riuscendo non solo a irritare i parenti delle vittime, ma a fornire del materiale (tra silenzi e gesti) ai fanatici dei complotti.

Benché sia lontana dai mitomani contemporanei, l’affaire di Savi e compagni è qualcosa di oscuro, terribile, con tratti sadici di completa noncuranza per la vita umana, e l’intervista di Francesca Fagnani non ha fatto luce su nulla. Inizialmente chiede all’uomo cosa vorrebbe si comprendesse di più da quella storia o di lui stesso; io credo non ci sia molto da capire su di lui in quanto non è una personalità così sfaccettata o misteriosa: è un avido e un assassino, e insinuare che le botte prese da piccolo potessero essere un motivo necessario e sufficiente per spiegare le sue azioni da adulto mi puzza di psicologia da ASL, di soluzione facilona quando, per molto meno, altre persone, su quello stesso sgabello, sono state apostrofate in modo gratuito e sgradevole. Basti pensare all’approccio ‘aggressivo’, sicuramente meno conciliante, con commenti a margine inopportuni, durante l’intervista a Katharina Miroslawa; la stessa cosa la fece con Bossetti, scendendo nei dettagli più pruriginosi delle ricerche online sul pc dell’uomo, facendolo passare, almeno ai miei occhi, più innocente di quanto si sforzasse di fare il documentario uscito su Netflix.

Non proprio come il programma Mixer con Gianni Minoli che intervista Giulio Andreotti, ecco.

‘Non è un bancomat il casellante’, ma che davero davero? Grazie Francesca, Savi non sarà un membro del Mensa ma neanche un coglione, che dici? Per tutta l’intervista Francesca ha un approccio da insegnante di sostegno, da primipara che per far mangiare un bambino viziato tatineggia con un ‘Arriva l’aeroplanino!’.

‘Niente di quello che avete fatto era da fare’, ho la vaga convinzione che Roberto sappia la differenza tra bene e male ma abbia deciso di fregarsene.

E qui torniamo al solito punto che dimostra, ancora una volta, quanto sia impossibile l’esercizio della critica e del giornalismo negli ultimi vent’anni. I commenti indignati su IG e sui social in generale si scagliano contro la natura dell’intervistato e non mi pare giusto. Se nessuno si fosse mai preso la briga di intervistare gli assassini, non esisterebbe la vostra tanto amata criminologia (la serie Mindhunter) e tanti casi rimarrebbero dei cold case. Ovviamente la giornalista non è Michael Osterlhom, e nessuno ha la pretesa che lo sia (io m’indigno per la qualità dell’intervista) ma è anche vero che intervistare ladri, truffatori e assassini non fa della giornalista in questione una ladra, una truffatrice e un’assassina; al massimo un esempio di giornalista da tubo catodico che le nuove generazioni prenderanno (ahimè) come alto modello di infotainment spacciato per divulgazione culturale.

“Perché non vi siete fermati quando sono iniziati i morti?” Magari per i soldi, no?

Se da tre ore sono stati estrapolati questi fiacchi quarantacinque min, mi chiedo cosa ci siamo persi non potendo visionare le altre due ore e un quarto.

“Perché continuava a sentirsela [ci mancava aggiungesse ‘calla’] dopo le prime morti?” Mi chiedo se sia possibile accanirsi con domande che solo un bambino rivolgerebbe a un adulto.

Se questa intervista piace è perché non ci sono altri termini di paragone con alcuni dei soggetti intervistati.

In definitiva, se nei crimini dell’Uno Bianca non c’era politica – almeno l’ex poliziotto afferma questo quando la Fagnani insinua il retroterra fascista della famiglia Savi – di certo il pubblico adorante della giornalista fa parte di quella sinistra più deteriore (ma col busto del Duce a casa dei nonni); quel genere di pubblico che mette come immagine la bandiera della Palestina ma poi non smuove il pelo della fica o di una palla per il prossimo. È l’epoca della simulazione dei sentimenti umani, dell’inclusività d’accatto, della perdita della realtà che oggi siamo costretti a immaginare (male) mentre il mondo, là fuori, diventa sempre più violento, insofferente e povero (economicamente e umanamente). Forse è questo il segreto del successo di Belve e Belve Crime: è l’equivalente televisivo di un pat pat sulla testa, il darsi il cinque tra bro che condividono gli stessi tipi di valori social di umanesimo postmoderno (che non significa un cazzo), di persone che perdiamo tra i feed, il tutto mentre lasciamo dei ‘visualizzati senza risposta’ lagnandoci di quanto siano diventati impossibili i rapporti umani evitandoli con la stessa patetica abnegazione con cui un terrapiattista evita un mappamondo.

Francesca Fagnani è l’arma che mancava al Terzo Reich durante il processo di Norimberga: se al posto di un classico processo ci fosse stata lei a intervistare Goering, Ribbentrop e gli altri, probabilmente i gerarchi nazisti sarebbero stati scarcerati e Rudolf Hess non avrebbe dovuto simulare nessuna amnesia.

Liberi tutti, insomma.

Tranne noi che non ci libereremo mai dal male.