Immersione dentro le asciuttissime fauci di Stefano Massini.

Qui al Nemico tra una spiritosaggine e un invito alla dissoluzione dello stato democratico si sarebbe anche gente seria. E infatti l’altro pomeriggio si stavano vagliando proposte per una ricerchina scientifica. Ipotesi, ambiente sperimentale, raccolta dati. Una roba fatta bene. Vincenzo Profeta, per dire, suggeriva una rilettura accelerazionistica di Domenica In. Vittorio Ray un argomento di estrema finezza intellettuale che purtroppo mi è impossibile riferire perché di troppo superiore alla mia gittata cognitiva. Poi, all’improvviso, viene fuori il nome di Stefano Massini. Io, che sono un ingordo bastardo, senza pensarci alzo il lapis e mi propongo.

“Benissimo: Massini”, dicono.

“Ottimo”, rispondo. “Inizio a selezionare un campione”.

“Sei te il campione”.

“Sì, lo so, troppo buoni, ma io intendo campione nel senso di sottoinsieme della popolazione…”.

Lo scambio si spenge lì. Nessuno aggiunge altro, Profeta inizia a parlare di Massimiliano Allegri e io smetto di pensarci.

Il giorno dopo, mentre mi sto ritoccando le sopracciglia, suonano al campanello. Chi è: è un corriere. Mi consegna una pennina USB e una lettera, col sigillo in ceralacca del Nemico (vergogna, reazionari). Leggo.

Da guardare entro domani.
Altrimenti non t’incomodare a tornare.

Apro la pennina. Ci sono diversi file, tra cui il videoclip di Fantasy di Mariah Carey. Ma immagino che l’oggetto dell’intimazione sia il video intitolato “STEFANO-MASSINI_TUTTI-I-MONOLOGHI_PIAZZA-PULITA_2018-2026”. Durata totale: 22 ore e 16 minuti.

Ora: Stefano Massini per me è più un’astrazione che un dato di realtà. L’ho intercettato di rado, scanalando da Italia 1 al Nove in quei cinque, dieci minuti che separano la fine di NCIS – Unità Anticrimine dall’inizio di Nudi e crudi, e senza soffermarmi. Certo ho presente il fulgore nello sguardo, la durezza del volto tutto angoli retti, la mascella cementata dal testosterone, gli accenti e i timbri vocali da tifoso della Fiorentina col daspo, le tinte grigiognole delle sue giacche destrutturate. Ed è vero che se qualcuno mi chiedesse: “Di che parla, Stefano Massini?” risponderei con una certa sicurezza “di ingiustizie”. Ma se a favore o contro, non saprei dire. Quindi, a parte il fastidio di scalare da osservatore a osservato, l’idea è giusta: zero preconcetti. Sono la cavia migliore. Inizio.

Si parte dal 2018. La dittatura spiegata a un bambino. Il paese dei gonzi e dei ganzi. Il razzista che è in me. E vado a integrare il mio ritrattino mentale: espressività facciale ossimorica – più è tragico più sogghigna, e sui buoni propositi delle chiose finali lo sguardo si rabbuia; forma fisica invidiabile; incredibili pollici appesi alle tasche dei jeans, in genere troppo stretti. Auguri e figli maschi. Dedicato a chi non china la testa. Monumento al cretino ignoto. Ancora: propensione per un edificio diegetico che porti a coincidere narrante e narrato, e pure altre forme di participio, esistessero. Comunque, sempre lui. Tutti spunti autobiografici. Salienti? Mai. Una passeggiata al parco, una giratina col cane, un ricordo d’infanzia. Insistenza evitabile nell’attribuirsi la qualifica di SCRITTORE. Maestoso controllo della salivazione.

Guardo l’orologio mentre lascio scorrere la pubblicità dei Nuvenia (magari tagliarle, la prossima volta): tre ore e mezzo. Le lenti a contatto mi si stanno seccando. Sbatto le palpebre, allora, e mi accorgo che se lo ascolti a occhi chiusi Massini ha 15 anni, ed è uno studente di un liceo classico di provincia. Scrive sul giornalino d’istituto. È tormentato dai sensi di colpa perché Pavese gli rimane illeggibile. Ha provato a farsi crescere la barba, ma è ancora presto. Gioca a rugby. Quando mette lo Scarabeo sul cavalletto, due volte sue tre gli casca. Poi riapri gli occhi, e di quello studente vedi il padre.

Intorno alle sette ore, inizio invece a sospettare che ci sia un trucchino retorico. Perché Massini non dice. Allude. Pencola sul filo della metafora, senza mai davvero chiarire chi siano i cattivi che riempiono i suoi discorsi. Si percepisce che tira sempre una riga per dividere quelli che sono nel giusto da quelli che sbagliano. Ma se dovessi fare un paio di nomi sarei in difficoltà. Eppure il tono evangelico, la totale assenza di umorismo e i suoi deltoidi suscitano comunque il timorato desiderio di schierarsi. Più lo guardo e più penso che proprio non voglio essere uno degli imbecilli di cui parla spesso. E neanche uno dei cretini. Al massimo un indifferente. Ma imbecille non ci penso neanche. E allora non c’è altra scelta: in assenza di categorie definite, l’unica è schierarsi dalla parte del giudice. A prescindere. E giù proseliti. Che fenomeno. Mentre attacco la tredicesima ora di riproduzione, mi chiedo allora cosa succederebbe se si togliessero dalla scena gli orpelli intimidatori, sostituendoli con un tocco di farsa. Se si buttasse, insomma, sulla pagliacciata. Ma prima di compiere uno sforzo d’immaginazione vengo anticipato: alla fine di un video, compare una maschera di Donald Trump, taglia bimbo. Indossata prima alla rovescia, poi riposizionata. Colpo di teatro clamoroso. E il senso d’inadeguatezza rimane intatto. Peccato solo che si veda la bazza.

Comunque, l’oggetto della sperimentazione sono io, e arrivato alla ventesima ora continuo a non registrare particolari effetti. Per un paio di volte girandomi di scatto mi sembra di vedere l’articolo quinto della Costituzione che galleggia a mezza altezza nel centro del mio salotto, e non riesco più a pensare alla sigla di Game of Thrones senza sovrapporci il tema di Piazzapulita. Sui video più lunghi, invece, scavallato il quinto minuto la faccia mi si deforma nella stessa espressione che la regia coglie sul volto di Stefano Formigli quando stacca da Massini.

Ma, per il resto, nulla. Grande delusione. Esperimento fallito.

Sono all’ultimo video. È bello dire no. L’ennesimo pezzo costruito su un’anafora. “È bello dire no” ripetuto trentatré volte. Contate. Forse, più che racconti, avrei osato poemetti. Comincia, e io ascolto distratto. Anzi, sto quasi per annoiarmi. Poi, passato un minuto, un minuto e mezzo, accade qualcosa. All’improvviso. Dopo l’ultimo, perentorio “è bello dire no”. Una domanda. Pronunciata con intonazione insolita. Quasi un gridolino. “Hai capito?”. E poi silenzio.

Chiudo Angry Birds (confesso) e torno al video. C’è Massini fermo al centro dello schermo. Sguardo all’incrocio degli assi. Impassibile. Interrogativo. Sempre zitto.

“Hai capito?”.

La regia non stacca.

“Ubaldo”. Aggiunge. E la circolazione mi si blocca. “Hai capito o no?”.

Oddio. Vuole una risposta. Allarme. Che vuole. Cosa si aspetta che gli dica. Balbetto. Alzo lo sguardo. Deglutisco. Cerco una soluzione. E mentre i suoi occhi azzurri com’era azzurro il cielo sopra la sede di Lehman Brothers il 15 settembre 2008 continuano a fissarmi, le sue mani escono dallo schermo e mi afferrano il colletto della polo. Mi scuote. Mi strozza. Mi schiaffeggia. Mi tira un orecchio.

“HAI CAPITO? HAI CAPITO?”.

Apnea. Visione che si offusca.

“HAI CAPITO, UBALDO? HAI CAPITO O NO ACCIDENTI A TE E A CHI TI HA FATTO?”.

“No”, urlo. “No Massini no”.

Mi molla. Torno a respirare, mentre con la destra ora mi pettina. Con la sinistra, prova ad asciugarmi una lacrima. Infine mi accarezza.

“Visto? È bello dire no”.

“Bellissimo”.