Che tu lo abbia amato o detestato, non puoi non sentirne già la mancanza. Ce lo si immagina lì, nel grigio Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, a distruggere con una manata il nuovo modellino di un ponte o di una ferrovia mentre viene lacerato dalla nostalgia dei tempi che furono, con una lacrima sul viso, Ti scatterò una foto in sottofondo: tra le cene al Metropol di Mosca dell’ingiustamente ostracizzato Savoini e le manifestazioni fianco a fianco (o meglio braccio a braccio) con i bravi ragazzi di Casapound… non ce la fa, troppi ricordi. E le magliette con le ruspe, le citofonate alle famiglie degli spacciatori, come tra innamorati, le varie epopee pontidiane che si infiammavano alla pronuncia delle parole “kebab”, “Ramadan”, e poi l’Italia agli italiani, l’elettroshock per i bambini rom… quanti ricordi. E perché? Le indimenticabili colluttazioni con chef Rubio ve le ricordate? Con il primo che lo chiamava “coglione” davanti agli occhi strabuzzati (di natura) di Myrta Merlino e l’altro che rispondeva in differita “io non so chi sia questo signore ma…” – “attacca Salvini ma non ha nemmeno un lurido chiosco” scriveva Camillo Langone riferendosi al folle chef romano. E ancora Morisi, la Bestia, il rapporto fraterno/paterno con Borghezio, Maroni e quello odi et amo con i giornalisti ai quali, alla fine, anche ai più faziosi e snob, strappava sempre un sorriso.
Per chi era liceale negli anni ’10 è stato il primo cattivo contemporaneo con cui fraternizzare, il primo uomo nero a cui le professoresse iscritte ai Cobas si riferivano con gli occhi alzati al cielo e le voci gonfie di un risentimento senza verve. Lo sentivi accostato ai russi, ai neofascisti, se venivi dal sud o da Roma sapevi che per quell’uomo eri e restavi una zavorra più nera che bianca eppure, nonostante tutto, gli volevi bene, ti ci affezionavi, ma non per il fascino del male o per insulse ribellioni giovanili: stavi solo iniziando a crescere. Perché Salvini, per noi nati degli anni duemila, alla fine ha fatto questo – ci ha fatto crescere, ci ha donato un’identità. E scommetto che a rimpiangerlo non siamo solo noi “pecore nere” che al liceo disegnavano svastiche in bagno – vero simbolo dell’innocenza e della spensieratezza giovanile – ma sono anche quei giovani vecchi che a partire dai quindici anni parlavano di giustizia sociale, di pari diritti – anche loro, alla fine, sapevano che di base era un uomo buono, assettato di potere certo, ma in un modo quasi infantile.
Il suo definitivo pensionamento si è celebrato la settimana scorsa, il mercoledì nero in cui la Gruber, l’unico vero sacerdote con il potere di battezzare gli impresentabili, ha deciso di infilare la testa di Vannacci nel fiume in cui scorrono le acque del populismo. Immaginatevi il nostro Nonno padano come l’avrà presa, ora che gli toccano solo placide ospitate davanti all’amico del Debbio o all’accolito Mario Giordano in cui, in assenza di un nemico (in pieno stile schmittiano) non riesce proprio a dare il meglio di sé come i bei tempi che furono con Formigli, con Telese. Chissà quanto non gliene freghi un cazzo dei ponti, delle autostrade e delle provinciali, dei traghetti, dei treni… chissà quanto gli mancano i rom.
Solo grazie a Salvini siamo diventati realisti, abbiamo capito che i buoni e i cattivi non esistono, e che allora è necessario scegliere il meno cattivo – dunque il più umano –, quello con cui ci sentiremmo liberi di fare una chiacchierata senza sentirsi a disagio, senza essere guardati come goy privi di speranze e rilevanza umana. Ora più che mai, in cui il nuovo cattivo è un generale e non scherza mai, non fa mai una gaffe e ci tritura le palle con valori democristiani, mi manchi, Matteo, come un nonno che non c’è più e mi faceva tanto ridere.
Ah, dimenticavo, le live durante la quarantena…