Un lungo tavolo da conferenza ospita due docenti universitari, un sociologo, un’artista, un attore-doppiatore, il direttore di una rete televisiva locale e un consigliere regionale intervenuto in auto blu.
I microfoni sono accesi sopra una tovaglia azzurrina un poco stinta. L’argomento della prolusione riguarda l’architetta Caia Sempronia: cementificazione modernista organizzata con decoro medio-borghese. Ogni virgola, ogni attimo, ogni singola posa dei conferenzieri s’apparecchia alla vertigine linguistica della desinenza di genere.
Sul pavimento di linoleum pompeiano, sgommano le scarpe del pubblico che prende posto. Poi, quando si fa silenzio, l’incanto pare funzionare.
Tutto diventa una primavera di boschetti uggiosi che fioriscono nell’omeostasi progressista. Il copione arrangia enfasi del vuoto, retorica della marginalità, elitismo della sottrazione. Come prescrivono i programmi a rotazione nelle scuole di scrittura creativa, il potere simbolico del linguaggio serve a legittimare una determinata gerarchia di valori e rapporti sociali.
Lo specifico femminile dell’architettura deve dunque presentarsi ai fatti solo attraverso l’appropriata nominazione identitaria: o architetta, o niente. Sarebbe una banale tautologia, ma la carezza lisergica del femminismo ideologico resta irresistibile. L’omeostasi progressista è il tavor dell’ambiente intellettuale. Ci si sente come piccoli satrapi distesi lunghi sui cuscini bianchi di un aperitivo al tramonto. Solo che sul punto di strafarsi, arriva Gennaro Sangiuliano. Il ministro trombato della Cultura di Destra trotterella, beccheggia, sgambetta e sputacchia. Interrompe, si siede e prende la parola. Col microfono in mano, il compito di Sangiuliano è dare a testate dentro l’egemonia. Per questo la Provvidenza, divina architetta, gli ha incerottato il cranio contundente. Sangiuliano è turgido, gonfio e tronfio, con le sinapsi in pieno bunga bunga. Apre forte su Croce e Prezzolini. Passa a una laudatio del razionalismo. Paragona la Torre Eiffel al Ponte sullo Stretto. Finisce in una temeraria geremiade sulla speculazione edilizia nel periodo del boom italiano. Quando parla di Caia Sempronia, Sangiuliano usa la locuzione “donna architetto”. Dimentica che la voce “architetta” si attesta in letteratura italiana da almeno quattro secoli. Ci sarebbe anche “architettrice”, con elegante suffissazione dal desueto “architettore”. Poi Melania G. Mazzucco ci ha fatto il titolo di un libro è la storia è finita lì.
Il quarto “donna architetto” di fila comincia a dare sui nervi.
Si sente un rumore di denti che digrignano e di cannucce di biro spaccate sulle ginocchia. A un certo punto, nella sala entra un’illuminazione.
«Prendetelo! È Giuli!» urla Sangiuliano, indicando un grande cubo specchiante vicino all’ingresso. Largo e alto una ventina di centimetri sopra il metro, il cubo sembra un’installazione di Pistoletto, o il fondo di magazzino di un mobilificio del Guangdong. Sangiuliano è in piedi di scatto. Inizia a farsi largo in mezzo alle sedie di plastica. Il cubo fa un balzo in avanti, si volta e si dilegua, sparendo dietro una nuvoletta sulfurea. Per terra, resta un piccolo monile dorato. È un fermacravatta a forma di falcetto druidico. Sangiuliano lo mostra in trionfo agli astanti: «Giuli non può fare a meno di me», dice.
In effetti, l’attuale ministro italiano della Cultura vive dentro un colossale fraintendimento narrativo. È stato abbastanza semplice scorgere nelle basette risorgimentali di Alessandro Giuli l’arrivista che emerge dalla risacca della politica, attaccato allo scoglio della poltrona col bisso della cozza.
Ma ci vede più lungo chi cerca l’uomo scatola nascosto in una corazza di riflessi.
Giuli viene dalla figliata del Foglio. Adesso l’abbiamo seguito in azione: finta di fioretto a Buttafuoco e scazzottata in rutto libero con Salvini. La sua cifra muove dentro il disgusto pseudo-aristocratico, piuttosto che nella comune vanità borghese. Non si può non volergli bene, come Malaparte voleva bene ai soldati americani per le strade di Napoli. Giuli porta nella rivoluzione dell’infosfera globale un’ontologia intonata al nostro apocalittismo difensivo. In fondo, l’oscuro discorso che il ministro ha regalato al suo insediamento disegnava il codice amministrativo del saggio eunuco di corte. La cultura in C maiuscolo pretende l’intenzione manifesta di adeguarsi alla carriera del compiacente corniciaio di un potere classista, che s’allarga intorno la sua chierica di terra bruciata. La strategia di Giuli è stata confondere l’autonomia con l’automazione, mettendosi in scena come forma attillata di robotico funzionario al profumo di muschio e ambra.
Bisogna intendersi sui programmi di un ministro della Cultura, nell’era dell’intelligenza artificiale. Se si tratta di dirigere il traffico di padiglioni alla Biennale e la bella figurina di Beatrice Venezi sul podio della Fenice, allora va bene un chatbot qualsiasi.
La cultura preesiste al commercio, perché finanzia il capitale di fiducia che fonda il mercato. Ma non è possibile chiedere a un intellettuale organico come Giuli di entrare, in stivali di cuoio, nel conflitto contemporaneo tra valore e utilità.
Il sistema della produzione di utile deve poter continuare ad assorbire la totalità dei territori della cultura nella sfera economica. Quando il senso di comunità sociale evapora nelle infinite trame individuali della rete digitale, il valore intrinseco della cultura diventa valore d’uso, riducendosi a puro intrattenimento.
A noialtri umile colonia dell’impero, s’impone il vassallaggio dell’uscita dalla storia, dove l’individuazione delle parti genera la disintegrazione dell’intero. La sola egemonia che conta, è quella di se stessi.
A fronte delle eruzioni vesuviane di Sangiuliano, la scaltrezza di Giuli gli ha consentito di virare la propria volontà politica verso un ardente progetto d’impotenza. Neanche la più spinta libidine catto-conservatrice avrebbe potuto immaginare una simile evoluzione democristiana del passaggio al bosco. Giuli nulla cambia perché niente può. Gli va tuttavia riconosciuto il merito di sostenere le maestranze sartoriali a Cinecittà, con la commissione dei suoi impeccabili outfit.