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	<title>America Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Tucker Carlson doveva fare Hip Hop</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2026 09:19:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tucker Carlson sarebbe stato un grande rapper. Sarebbe stato difficile non rispettarlo perché avrebbe goduto della cosiddetta street credibility. Non in senso stretto ovvio, ma anche quando si addentrava in battaglie che da una parte facevano storcere il naso ai dem e dall’altra facevano incetta dei rutti di consenso dei vari Jim, non si è mai venduto, nemmeno quando l’industria gliene ha dato i mezzi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’ex anchorman di Fox News è in totale rottura con l’amministrazione Trump. I recenti asservimenti del Presidente nei confronti della politica estera israeliana non sono piaciuti a una fetta molto pesante del suo elettorato che comprende sia quelli a cui gli ebrei per qualche motivo non piacciono proprio, sia quelli che convinti che gli attuali interessi americani possano prescindere da quelli di Israele. Tucker Carlson è il portavoce e porta-pensiero di questa delusa frazione di MAGA, quella della classe media un tempo impiegata a frotte nelle fabbriche del Midwest o nelle imprese agricole del Sud, che si aspettava dall’amministrazione repubblicana sicuramente un’azione decisa da piedi sul tavolo che restituisse agli USA il prestigio e la trazione che gli spetterebbero, ma non che usasse davvero gli strumenti che resero grande l’America la prima volta: il genocidio, il petrolio e una propaganda tanto stratificata quanto martellante.</p>



<p>Carlson era a tutti gli effetti l’incarnazione del trumpismo, al punto da venir indicato come valido successore del Tycoon da David Duke, nientepopodimeno che l’ex gran maestro del Ku Klux Klan. Numerose le accuse di razzismo, misoginia e sessismo nel corso della sua carriera, tutte mostrate ai suoi seguaci come medaglie al valore o come ferite di guerra. Carlson era talmente Americano con la ‘A’ maiuscola che nel 2024 Putin scelse proprio lui come unico giornalista occidentale degno di intervistarlo dopo l’inizio dell’operazione speciale in Ucraina del 2022. Il portavoce del Cremlino Dimitrij Peskov disse che Tucker Carlson, a differenza della maggior parte dei suoi colleghi occidentali, non era da considerare né un filorusso né un filo ucraino, ma solamente un genuino conservatore americano, molto intelligente, ma altrettanto realista e perciò privo di interessi minacciosi per l’immagine di Putin. Quest’intervista ha impostato per un po’ di tempo la linea di pensiero MAGA sulla questione russa, Carlson in 2 ore di video mostra l’inaccessibile Zar in tutto il suo freddo splendore da imperatore orientale e lo candida di fronte all’opinione pubblica come un valido alleato di Trump contro la diffusione della cabala democratica.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Interview to Tucker Carlson" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/hYfByTcY49k?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p>Rispetto ai repubblicani della campagna, i galli del mondo MAGA delle città, con la loro retorica a <em>La vita secondo Jim</em>, sono quelli che più hanno l’ambizione di impersonarsi in Carlson. Ne assumono la postura integra e affidabile e conducono la propria vita come se con il volgere delle generazioni avessero somatizzato le nefandezze colonialiste commesse dai padri fondatori, ma invece che ripudiarle, finanche all’auto-razzismo, preferiscono conservarle gelosamente in un angolo della propria personalità e giustificarle all’occasione richiamando tempi più difficili, o a volte Darwin. Grazie a questo asset genetico sono pervasi continuamente da quello stesso senso di magnanimità che ti accompagna quando ti trovi in un negozio che eri solito derubare da bambino. Ora che sei diventato grande, accetti di buon grado di rispettare i costumi, e paghi per i tuoi acquisti; ma è proprio in quel momento che ti sembra di emanare un calore particolare dovuto al controllo di quel talento che ti consentirebbe, in caso di reale bisogno, anche di tornare il ladro che eri e che in fondo non hai mai smesso di essere. Allo stesso modo il repubblicano da cappello rosso e gilet di jeans sente che il suo DNA-USA non lo tradirà di certo quando una minaccia esistenziale si farà viva.</p>



<p>Oggi allora salta fuori l’ipocrisia (o la sacrosanta ignoranza) dei MAGA che quando le difficoltà arrivano in pompa magna per risvegliare gli spiriti assopiti del popolo americano, ecco che tentennano. Se il loro americanismo latente con cui tanto si pavoneggiano fosse stato autentico, avrebbero immediatamente smesso di andare a pagare in cassa, ignorando spudoratamente qualsiasi politica moralista che finora, in tempi di pace, avevano sempre liquidato con il populismo, oppure esibendo lo stesso sorriso scocciato e autocompiacente che si rivolge al figliolo che si fa i capelli ossigenati. Ad oggi l’America è al tramonto, il dollaro è carta straccia e la povertà è ovunque: se non ora, quando? Me li sarei aspettati in prima linea, finalmente pronti per difendersi attivamente contro i virus orientali che subdolamente stavano contagiando quei mercati che loro avevano già contagiato per primi, pagando per altro un altissimo prezzo di sangue della migliore qualità. Insomma, credevo davvero che sarebbero stati felici di interrompere finalmente il giochino del diritto internazionale perché era giunto il momento per i grandi di mettere a posto il tavolo.</p>



<p>E invece eccoli pavidi, tremanti a denunciare violenze, bugie e tradimenti del proprio presidente. Si capisce quindi che Tucker Carlson sarebbe stato un grande rapper. Sarebbe stato difficile non rispettarlo perché avrebbe goduto della cosiddetta street credibility. Non in senso stretto ovvio, ma anche quando si addentrava in battaglie che da una parte facevano storcere il naso ai dem e dall’altra facevano incetta dei rutti di consenso dei vari Jim, non si è mai venduto, nemmeno quando l’industria gliene ha dato i mezzi. Nel 2020 usò i palchi della Fox per aizzare le folle contro i presunti brogli elettorali escogitati dal deepstate per favorire Biden e ora usa la sua influenza per denunciare anche chi, come Donald Trump e tutto il mondo America First, ha contribuito in maniera decisiva a dedicargli quella posizione così risonante, mantenendo negli occhi quello stesso luccichio di sempre. La sua libera parola non risparmia nessuno e non appartiene a nessuno se non a sé stesso e alla sua comunità; questo i fan del rap lo capiscono, lo rispettano e poi però si fermano lì. I fan di Tucker Carlson invece non sono così. 2 ore di episodio podcast, tenuti con quella faccia allo stesso tempo allarmata e dignitosa, stampata su quel massiccio cranio da chad caucasico, non sono come un album rap, perché i suoi ascoltatori modulano apertamente la propria forma mentis in base alla sua. Forse è per questo che oggi sembra che sia finito nelle liste nere della CIA, in quanto avrebbe avuto contatti con il regime Islamico di Teheran prima dell’inizio dei bombardamenti; nel frattempo lui ospita Joe Kent, l’ex direttore del National Counterterrorism Center dimessosi in seguito all’inizio degli attacchi accusando Israele di aver costretto Trump al conflitto.</p>



<p>Se tutte queste cose da&nbsp;<em>late noticer</em>&nbsp;le avesse dette in un disco, magari chiamato “CARLSON”, magari decorandolo con orpelli di stampo cattolico come va di moda ora, forse nel peggiore dei casi sarebbe sparito dalle radio mentre nel migliore dei casi sarebbe stato usato come collettore di voti in vista delle imminenti elezioni del prossimo neonazista di facciata. Invece, vista la sua efficacia dialettica, la paura che aleggia in America è quella di un nuovo caso Kirk, che possa restituire ai consumatori più distratti la figurina ricordo di Carlson nella sua forma miope e innocua di MAGA, che tanto rassicura gli zotici e poco stuzzica Israele. Ma resisti Tucker, finché non c’è il meme, forse c’è speranza.</p>



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		<title>Riflessioni a partire da Punishment Park</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 09:41:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema America]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che noia i film che chiedono i permessi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Roma clandestina, America spettacolare: Punishment Park, quando il falso diventa più vero del reale</p>



<p>Oltre a essere invivibile, Roma è anche indecifrabile: stratificata, antica e dunque misteriosa. È proprio grazie a questa sua natura opaca che, talvolta, ci si imbatte in eventi strani, mai pubblicizzati perché completamente privati, borderline, quasi clandestini. Può così capitare di ritrovarsi nel centro della capitale a partecipare a un cineforum segreto (il Cinegiordani) di cui non esiste traccia online, ospitato in uno di quegli spazi romani che da anni sopravvivono nell’ombra della produzione audiovisiva indipendente, lontano dai circuiti ufficiali.</p>



<p>Ed è lì che può accadere di vedere un film assurdo e dimenticato come Punishment Park (1971). Diretto da Peter Watkins in piena epoca nixoniana, è un mockumentary militante (un finto documentario) e un feroce atto d’accusa contro la violenza istituzionale americana. Il film immagina un’America alternativa (ma non troppo) in cui giovani dissidenti politici vengono processati da tribunali speciali.</p>



<p>Ai condannati è offerta una scelta: sei anni di carcere oppure l’accesso a Punishment Park, un deserto da attraversare per tre giorni senza acqua né cibo, con l’obiettivo di raggiungere e toccare una bandiera americana per riconquistare la libertà. A sorvegliarli ci sono polizia e Guardia Nazionale, autorizzate a sparare.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="PUNISHMENT PARK TRAILER (1971)" width="500" height="375" src="https://www.youtube.com/embed/X04-bpHCCCU?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p>Un’idea potente, probabilmente devastante all’epoca, che oggi appare in parte datata. Non tanto per il contenuto politico, quanto perché la violenza che il film condanna è la stessa che la società e il cinema americani hanno imparato a metabolizzare, spettacolarizzare ed esportare. In questo senso, Punishment Park rende esplicito un meccanismo più profondo: l’America ha bisogno della violenza per raccontarsi, per trasformare il conflitto in intrattenimento.</p>



<p>Questo tema riaffiorò in un altro evento romano di qualche anno fa, anch’esso semi-clandestino ma annunciato: un incontro in un pub di San Lorenzo (l’Underdogs) con Abel Ferrara. Il regista, tra una provocazione e l’altra (arrivando persino a sostenere di sapere con certezza chi abbia ucciso Pier Paolo Pasolini, salvo poi rimandare la rivelazione a una futura autobiografia per “ragioni di sicurezza”) sottolineava un punto significativo: quando negli Stati Uniti arrivò la notizia della morte di Pasolini, non passò quasi nulla del poeta. Passò invece il truce assassinio, l’immagine folcloristica e brutale, il dettaglio scandalistico, la sua Lancia blu e le marchette nei luoghi malfamati.</p>



<p>È la violenza che eccita l’America, sia essa messa in scena in un mockumentary, sia essa appartenente alla cronaca. La violenza è alla base dello spettacolo americano. Questa contrapposizione poteva funzionare finché l’America produceva prevalentemente intrattenimento violento e l’Europa realizzava opere più introspettive. Fino agli anni Ottanta la distanza tra cinema europeo e statunitense appariva netta: pop e spettacolare il primo, filosofico e autoriale il secondo.</p>



<p>Oggi questa separazione è meno evidente. Il cinema americano ha integrato l’autorialità anche all’interno di forme apparentemente commerciali. Ciò rende più complessa la lettura contemporanea di Punishment Park, che resta un’opera figlia del suo tempo ma conserva una forza inquietante. È un film militante che flirta con la stessa violenza che denuncia? Forse. E i titoli di coda, dove una voce fuori campo rivela che alcune persone coinvolte ebbero in seguito problemi legali e conseguenze reali, aumentano l’ambiguità tra rappresentazione e realtà.<a href="https://open.substack.com/pub/ilnemico/chat?utm_source=chat_embed" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></p>



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<p>Il punto più rilevante che emerge da un’opera simile è però un altro: il potenziale del mockumentary come arma di destabilizzazione, capace di incrinare la credibilità dei media. Una ferita che oggi si riapre con i fake video prodotti dall’intelligenza artificiale. Con una differenza sostanziale: nel mockumentary esiste un’intenzione autoriale esplicita, un progetto politico deciso a monte. L’inganno è dichiaratamente artistico e finalizzato a produrre consapevolezza, non semplice disorientamento.</p>



<p>In Italia, tuttavia, il documentario è ancora percepito come “moralmente vero” e, quando è falso (come nel caso di Fascisti su Marte) viene perlopiù assimilato alla satira. Negli Stati Uniti, invece, il successo di celebri mockumentary come This Is Spinal Tap ha reso possibile un’ulteriore evoluzione del genere attraverso i film di Sacha Baron Cohen, come Borat (2006) e Brüno (2009), che hanno trasformato il mockumentary in una performance totale: personaggi fittizi incarnati nel mondo reale, reazioni autentiche catturate e restituite come dispositivo critico. Realizzare un mockumentary alla Sacha Baron Cohen in Italia é un qualcosa che nessuno ha mai pensato, ma potrebbe seriamente portare alla luce interessanti ingranaggi nascosti del nostro belpaese.</p>



<p>In un’epoca ossessionata dal “tratto da una storia vera”, in cui i reel di Instagram risultano spesso più seducenti di qualsiasi biopic e l’intelligenza artificiale produce narrazioni false ma realistiche, prive di reale urgenza politica, il mockumentary potrebbe tornare a essere una forma decisiva. Non come gioco postmoderno, ma come strumento di disturbo. Non come parodia, ma come atto sovversivo. Come un cinema che, ancora una volta, non chiede il permesso.</p>



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		<title>Gli ariani di sinistra e i meticci di destra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Oct 2025 08:21:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La popolazione bianca si scinde in due mondi: un’élite progressista, coesa, riproduttiva, moralmente ipocrita ma socialmente solida; una working class conservatrice, divorzista, rancorosa, senza valori né coesione, arrivista al punto da tradire i propri stessi valori.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Vagando una sera tra i meandri del web reazionario &#8211; una specie di Grand Tour nelle tenebre del sottoscala di Internet, dove il sole nero illumina complottisti e rettiliani &#8211; mi sono imbattuto in due pezzi che girano su certi canali Telegram, che a loro modo meritano di essere scolpiti nel marmo dell’eterno. <strong>Il primo è di Mister Totalitarismo, l’altro del funambolico Duchino Plexiglass, o meglio conosciuto come Duca de Berti.</strong></p>



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<p>Ora, uno potrebbe pensare che entrare in questi blog sia come infilarsi in una discarica: ne esci solo puzzolente. Invece no. È praticamente uno degli unici motivi per cui vale la pena avere il wifi in casa. Fatto sta che a un certo punto sono inciampato in intuizioni che suonano così assurde da sembrare geniali.</p>



<p>C’è una linea sotterranea che lega l’ultimo delirio di uno dei miei blogger destrorsi preferiti, Mister Totalitarismo, e la fenomenologia sgangherata, ma lucidissima, del Duca di Plexiglass. <strong>Due pezzi che si pretendono post-ironici e schizzoidi, ma che in realtà, forse loro malgrado, toccano nervi che l’accademia (e tutti noi) fingiamo di non avere, nella brodaglia ipocrita in cui siamo costretti a vivere.</strong></p>



<p>Nell’articolo ormai leggendario, intitolato “Perché le famiglie piddine sono tutte bianche e cristiane, mentre i fasci divorziano e/o si ibridano ripetutamente”, Mister Totalitarismo coglie la contraddizione che la sinistra italiana non oserà mai ammettere a sé stessa:<strong> i piddini vivono vite private opposte ai loro proclami pubblici</strong>. Predicano multiculturalismo, ma si sposano tra simili: bianchi, benestanti, cattolici di mezza Italia. <strong>La destra invece, che pretende chiusura e disciplina, si mescola senza remore</strong>: matrimoni con donne straniere, famiglie disgregate, figli sparsi. Un rovesciamento brutale delle maschere ideologiche, che negli Stati Uniti è ben dibattuto.</p>



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<p>Il Duca, autore e blogger di sicuro talento nel suo articolo “Fenomenologia della destra fantomatica” raccoglie la staffetta. La Destra F. non è una categoria politica: è un’estetica memetica. Una vibrazione nata su X e Telegram. <strong>Contraddizione pura, elevata di riflesso a stile di vita</strong>.</p>



<p><strong>Il caso esemplare è JD Vance</strong>, oggi vicepresidente USA: bianco scotch-irish, marito di un’indiana. Un uomo che, mentre predica radici WASP, incarna la mescolanza che la sua base rifiuta. I groyper (subcultura dell’estrema destra americana, che ha come vessillo-meme il ranocchio verde disegnato male) lo dileggiano, contrapponendolo a Gavin Newsom, democratico californiano, cattolico, con foto di famiglia che sembrano uscite da un calendario nazionalsocialista.</p>



<p>Qui la satira si fa genealogia: la sinistra, paradossalmente, custodisce la purezza razziale; la destra, che urla contro il meticciato, lo pratica. Non è solo gioco di immagini. Duchino Plexiglass evoca Charles Murray e il suo “Coming Apart”, un’analisi dove la popolazione bianca americana si scinde in due mondi: <strong>un’élite progressista, coesa, riproduttiva, moralmente ipocrita ma socialmente solida; una working class conservatrice, divorzista, rancorosa, senza valori né coesione, arrivista al punto da tradire i propri stessi valori</strong>. Questa frattura, già mappata in <em>The Bell Curve</em>, spiega la deriva della Destra Fantomatica: plebe impoverita, priva di regole, che pratica il meticciato perché non ha alternative. Corruttibilissima dalle élite di sinistra e finanziaria che, infondo, inconsciamente, insegue.</p>



<p>La destra, per quanto urlante, è sempre in stato di tradimento. Lo è JD Vance rispetto alla sua base, lo è il MAGA ridotto a meme cuckold. In somma: è groyper ogni fascio che predica purezza e si accoppia fuori dal recinto.</p>



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<p>Mister Totalitarismo lo registra con la sua ironia scurrile; Duchino Plexiglass lo eleva a categoria: la Destra Fantomatica è la politica del tradimento. Un corpo che non riesce a coincidere con la sua stessa ideologia.</p>



<p>Se la sinistra si conserva endogamica pur parlando di inclusione, e la destra si mescola pur gridando al sangue e suolo, allora la verità è semplice. E oscena. <strong>L’ideologia è sempre un travestimento delle pulsioni di classe.</strong></p>



<p>I figli del PD difendono il capitale matrimoniale come i nonni difendevano i terreni; i figli del sottoproletariato trumpiano o missino si disperdono, si ibridano, si divorano.</p>



<p>&nbsp;Il resto è meme. O meglio: è il meme che diventa genealogia. La politica che diventa Tinder. O meglio ancora: Instagram, dove devi mostrare quello che hai da offrire, quanto sei bello, ricco, figo, intelligente. E accalappiare il partner giusto della tua bolla memetica.</p>



<p>In fondo, checché se ne dica, la vera politica da sempre si fa a letto: con lo sperma, i geni, gli averi.</p>



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		<title>L&#8217;anti-americanismo come dovere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jul 2025 13:43:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Ostilità]]></category>
		<category><![CDATA[Aipac]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Mannino]]></category>
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		<category><![CDATA[USA]]></category>
		<category><![CDATA[Wall Street]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il paradigma statunitense è riassumibile così: l’individuo è un pollo d’allevamento da ingozzare alla nausea con spazzatura obsolescente, così da fargli credere di essere libero in quanto, titillato nel suo delirio di onnipotenza infantile, sceglie fra venticinque marche della stessa merda di pseudo-artista.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dio stramaledica l’America. Gli Stati Uniti d’America. L’America<em> interiore</em>. Quella poltiglia tossica che ci portiamo dentro nell’inconscio. L’orizzonte da mangiaciambelle e aspirazuccheri che si sentono, come si dice a Palermo, un cazzo e mezzo. Psicologia dell’americano medio: un bambinone di cinque anni che frigna e pesta i piedi quando, dopo aver bombardato, spianato, asservito mezzo mondo per trasformarlo nel giocattolo del complesso militar-industrial-finanziario, l’unica volta che gli hanno fatto la bua sul suo territorio, nel 2001 a New York, ha imposto ai suoi servi, che saremmo noi, l’imperativo “siamo tutti americani”. Giulietto Chiesa e un’altra buona dozzina di teorici, anche Usa, sostenevano che le due Torri furono auto-abbattute. In ogni caso<strong>, l’effetto fu il rilancio in grande stile dell’arroganza culturale a stelle e strisce, travestita da esportazione universale della democrazia</strong>. Come un detersivo, che corrode chimicamente le identità ancora non del tutto allineate. Sia sempre gloria agli straccioni talebani, raccapriccianti ma con attributi grossi come missili Stinger, che cacciarono a pedate la soldataglia del marketing occidentale. Sconfitta storica dei truci neoconservatori alla Bush, ma anche dei loro successori Democratici con sorrisetto obamiano.</p>



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<p><strong>L’antiamericanismo non è un diritto: è un dovere</strong>. Minoritario, di nicchia, inattuale, perdente, romantico, quello che volete, ma un dovere. La sudditanza la paghiamo ogni giorno, per una serie di sterminate ragioni che ad elencarle tutte potrebbe uscirne una confessione degna di <em>seppuku</em>. Sì, meriteremmo il suicidio per disonore, visto quanto ci siamo assuefatti al fentanyl sociale iniettatoci nelle vene dal 1945 in poi. Per la verità, si stava insinuando anche prima la psico-trappola del <em>comfort</em>, ispirata a quel “diritto alla ricerca della felicità” suprema idiozia inscritta nella Costituzione di Giorgio Washington. Quel che Huxley chiamò “Nuovo mondo orgoglioso”, Toynbee “Occidente”, Pasolini “fascismo consumista” e la Nouvelle Droite “americanismo”, è la stessa pappa ipercalorica che vince e ingloba tutto, perché composta di una sostanza che abbatte ogni difesa: <strong>godere e fottersene delle conseguenze</strong>. Non casualmente il più grande e profondo diagnosticatore della malattia americana fu un americano, l’apostata Christopher Lasch: cavia fra le cavie, centrò perfettamente l’analisi quando descrisse il “narcisismo di massa”, l’“io minimo” e la “ribellione delle élites”, blocco unico che cementa nel marmo della Casa Bianca il paradigma statunitense. Riassumibile così:<strong> l’individuo è un pollo d’allevamento da ingozzare alla nausea con spazzatura obsolescente, così da fargli credere di essere libero in quanto, titillato nel suo delirio di onnipotenza infantile, sceglie fra venticinque marche della stessa merda di pseudo-artista</strong>. Nel frattempo, lassù al vertice, come è sempre stato ovunque, un pugno di potenti, con nomi e cognomi, nient’affatto oscuri, gestisce il potere con l’astuzia di farselo ratificare ogni tot anni in quel gioco delle parti che sono le elezioni. Il tutto è definito “democrazia liberale”, <em>non plus ultra</em> planetario, termine ultimo della politica umana, e guai a dire il contrario.</p>



<p>Basterebbe recuperare un po’ di senso storico, della realtà e della logica, oltre che informarsi un minimo, per sapere quello che ormai tutti sanno e hanno capito, fatta eccezione per la fanbase del <em>living in America</em>: <strong>trattasi di banale imperialismo.</strong> Appena un po’ meno imbellettato e un po’ più mirato di prima, con Trump. Fondato sempre e comunque su una moneta usata da clava (il dollaro), su un debito stratosferico (affinché il cittadino Usa possa continuare a sgasare con il macchinone e produrre la sua personale discarica di rifiuti), su un esercito abnorme a capo della Nato (che d’ora in avanti, grazie a san Trump protettore dei destro-terminali, pagheremo fior di miliardi in più), su un primato tecnologico oggi in vetta anche nella cosiddetta intelligenza artificiale (che renderà superflui milioni di esseri umani, i quali probabilmente se lo meritano, specialmente quelli che si trastullano su ChatGPT come prima con i porno), sul solito, vecchio, caro immondo strapotere della finanza (che, porco d’un Capitale, non è un’invenzione, è un fatto: la crisi del 2008 ha prodotto un’iper-concentrazione di fondi dalle disponibilità pressoché illimitate, la sola Blackrock ha in pancia 11 mila miliardi di dollari, che cosa contano i nostri governicchi appecoronati allo Studio Ovale, di fronte a tali colossi?), su un’industria dello spettacolo ancora egemonica (e che sforna pure creazioni di pregio, sia ad Hollywood che nell’underground, ma il cui orizzonte è sempre, ineluttabilmente, noiosamente, inevitabilmente americanocentrico) e, in definitiva, sulla <em>potenza</em>, unica volontà che muove il cosmo.</p>



<p><strong>In combutta con l’alleato Israele, ben incistato nelle pieghe dell’apparato americano con una lobby, anche questa, alla luce del sole</strong> (Public Affair Committee-Aipac, Conferenza delle Organizzazioni ebraiche, Jewish Institute for National Security Affairs, Washington Institute for Near Easterns Policy, Christian Zionists), gli <em>Iusséi</em> si impancano a padroni, gendarmi, maestrini della Terra. Il <em>trait d’union</em> è religioso: le sette protestanti evangeliche benedicenti il Donald affarista e speculatore di criptovalute leggono il Vangelo a partire dal Dio geloso e vendicativo dell’Antico Testamento, più che dalla novella tendenzialmente pacifista del Nazareno, maggiormente nelle corde dei cattolici speranzosi nel papa di Chicago. Gaza è un lager che reca idealmente al suo ingresso una formula, strumentale sì ma non fantasiosa, che gli ipocriti vorrebbero avvolgere come un sudario intorno all’identità dell’Europa: “radici giudaico-cristiane”.</p>



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<p>Di quali doni all’umanità possiamo ringraziare gli<em> yankee</em><strong>? Una manciata</strong>: <strong>la filosofia vitalista di Ralph Waldo Emerson, la lampadina elettrica, una pattuglia di scrittori (Pound, Bukowski, Forster Wallace), il rock’n roll, Jack Nicholson e un paio di programmi televisivi, di cui uno sono i primi Simpson.</strong> Già sull’invenzione dei fratelli Wright, l’aeroplano, ci viene qualche dubbio. È vero: dal mitico Noam Chomsky al neo-comunitarista Micheal Sandel, nelle accademie d’oltreoceano non sono mancate e non mancano le menti pensanti. Non di rado femminili: basti pensare, giusto per fare due nomi, a Shoshana Zuboff, arcicritica dell’ipnosi digitale (“Il capitalismo della sorveglianza”), o a Camille Paglia, nemica del postmodernismo fuffarolo (“Sexual Personae”). Ma di riffa o di raffa, la tabe genetica rimane: l’idea liberal-anglosassone di incarnare il Bene morale, assoluto. Nella variante di destra (MAGA, libertarian, tecno-ottimista), e nella variante di sinistra (<em>liberal</em>, come si dice là, intersezionalista e <em>woke</em>). L’unica attenuante di cui va dato atto, all’anima sovranara e hillbilly del trumpismo, è di non voler più imporre le <em>istituzioni </em>con sopra appiccicato il <em>brand </em>americano fuori dai confini dell’America. “Negli ultimi anni – ha detto il 14 maggio in un discorso in Arabia Saudita &#8211; troppi presidenti americani sono stati afflitti dall’idea che sia nostro compito guardare nell’anima dei leader stranieri e usare la politica statunitense per dispensare giustizia per i loro peccati…”. Peccato solo che questa sua saviezza non sia dovuta ad apertura mentale e larghezza di vedute, ma a pura aritmetica di costi-benefici. <strong>Il solo culto, gratta gratta, va allo stesso idolo di sempre: il denaro</strong>. Per il resto, il buon Donald rimane dell’idea che sia suo diritto attaccare regimi rei di non umiliarsi proni e in ginocchio (vedi Iran).</p>



<p>“Non c’è popolo più stupido degli americani”, diceva Giorgio Gaber. Nel brano <em>L’America</em> (“Libertà obbligatoria”, 1976), cantava: “Ed eccoci qui anche noi, liberi, liberali, liberisti, siamo per la rivoluzione liberale, ma con la solidarietà, siamo liberistici e per il liberalismo, siamo liberaloidi, libertari, libertini, libertinotti. Liberi tutti! No, a me l&#8217;America non mi fa per niente bene. Troppa libertà, non c&#8217;è niente che appiattisca l&#8217;individuo come quella libertà lì. Nemmeno una malattia ti mangia così bene dal di dentro. Come sono geniali gli americani, te la mettono lì, la libertà è alla portata di tutti, come la chitarra. Ognuno suona come vuole, e tutti suonano come vuole, e tutti suonano come vuole la libertà”. Eccola, la libertà <em>ammeregana</em>, progenie di quella albionica. <strong>La <em>libertà-da</em> che non sa essere <em>libertà-per</em></strong>. La libertà vuota di fini, di valori, di ideali. La libertà involucro legittimante dell’oligarchia. La libertà alibi per farsi un po’ tutti i cazzi propri. Libertà generatrice, giù per li rami, di quel <em>vittimismo </em>che è cifra esistenziale tanto delle minoranze proliferanti che delle maggioranze piagnone.&nbsp;</p>



<p>Problema: come si fa a combattere il vuoto e accusare chi fa la vittima? Questo è il colpo di genio del liberalismo: <strong>far leva sugli istinti più degradanti della psiche umana</strong>. E come ci è riuscito? Grazie all’<em>americanismo,</em> che ha fornito l’immaginario da “lieto fine” hollywoodiano con annessa cinica apologia di quell’associazione a delinquere che è Wall Street. Il virus liberale ha infettato il senso comune monetizzando la qualunque. Tu non sei un umano, sei un reddito d’acquisto con obbligo di spesa. “Spendere è molto più americano di pensare” (Andy Warhol). <strong>Di qui il destino di irrilevanza a cui sono condannati gli sparuti pazzi che al di là dell’Atlantico osano definirsi<em> socialisti</em> </strong>(equivalente, da noi, a poco meno di bolscevichi). Ora: si può essere liberali e onesti, ma in tal caso non si è intelligenti. Si può essere liberali e intelligenti, ma in tal caso non si è onesti. Si può essere intelligenti e onesti, ma in questo rarissimo caso non si è liberali. Il <em>liberale antropologico</em>, questo ex <em>sapiens </em>che suda mentre contabilizza e artificializza tutto, prima che un regredito politico è un deficiente umanamente tarato.</p>



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<p>“Fuori dalla mia proprietà!”, urlava nelle peggiori americanate il capo-famigliola con fucile puntato, erede dei suoi avi sterminatori dei pellerossa. L’americano medio è ancora e sempre quella roba lì: un popolo di crociati della bontà, anche quando sono edonisti o dissidenti. Con l’ingenuità fanatica dei pellegrini puritani dai quali discendono. <strong>Genocidano l’indipendenza di Stati, culture, mercati e a volte, lasciando il lavoro sporco a killer locali, perfino intere popolazioni (Palestina docet), e la chiamano <em>pax americana</em>, costruendoci un bel resort per ricchi fregnoni</strong>. Anche la Cina ci inonda di prodotti, e fino a ieri usava pure TikTok come arma di distrazione di massa e rastrellamento dati: ma l’abbiamo voluta noi, la Cina, dentro il circuito della globalizzazione. Noi Occidente, per gli stolidi calcoli Usa. Ma a parte questa parentesi, quanto meno non si mette a colonizzarci il cervello. Si limita a fare business. Non si sono americanizzati, i comunisti archivia tori di Mao: unendo Marx e Confucio, hanno preso atto della situazione e ne approfittano per il loro socialismo con caratteristiche <em>cinesi</em>. Anche l’India persegue i suoi interessi. Il Giappone idem, recalcitrante alla vecchia tutela americana. In Sudamerica, nonostante le intromissioni della Cia e qualche retromarcia (Milei in Argentina), sono decenni che provano ad applicare il <em>buen vivir</em>, anche questo socialista. Solo l’Europa si fa ancora sodomizzare dall’energumeno in mimetica da <em>marines</em>, agitando lo spauracchio di una guerra tutta immaginaria con la Russia. Dio stramaledica l’America. A noi europei ci ha già pensato.</p>



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		<title>L&#8217;Ipnocrazia è la teoria della settimana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Apr 2025 15:11:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L'ipnocrazia è l'ennesimo concetto con cui gli intellettuali democratici cercano di venire a capo dell'era Trump senza assumersi le proprie responsabilità</p>
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<p>Un misterioso filosofo di nome Jianwei Xun &#8211; che dopo poco si è scoperto essere un ibrido di intelligenza artificiale e organica, la parte organica essendo Andrea Colamedici, di professione tlonista &#8211; ha scritto il libro del momento per svegliarci dall&#8217;ipnosi di internet. <strong>A prima vista pare un prodotto eccezionale, ricco di frasi baudrillardiane </strong>con inversione del soggetto e del predicato per simulare una verità innovativa, tipo: “L’illusione non è mai stata così reale, e l’idea di realtà non è mai stata così illusoria” (p. 16).</p>



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<p>Secondo Xun, siamo nell’era dell’Ipnocrazia, nella quale realtà e finzione, verità e menzogna, si alternano in un vorticoso gioco di specchi, al termine del quale non prevale la narrazione del mondo più aderente ai fatti, ma quella che sa adattarsi meglio al chiasso informativo, al pullulare, al contempo anestetico e angosciante, di informazioni e versioni discordanti tra di loro. E quindi vincono Trump e Musk, che dominano il palcoscenico virtuale <strong>con le loro affermazioni contraddittorie e pungenti, che mandano in tilt i media seguendo il consiglio di Steve Bannon di “<em>inondare di merda</em>” i palinsesti</strong>, dare ai giornali più informazioni dirompenti e allarmanti di quante non riescano a coprire, portare al collasso il sistema giornalistico.<br><br>Ed è a tratti un profondo piacere leggere Xun, ci dà un brivido di compiacimento, per un attimo sembra che abbiamo capito qualcosa in più, che il trucco è svelato, che ora sappiamo orientarci meglio nel disorientamento.<strong> Il linguaggio che usa è suadente, ipnotico, quasi come la dinamica che cerca di raccontare</strong>. La sensazione è simile a quella che si prova quando si legge Byung-chul Han, ci sembra di aver capito cos’è che non va, dove sbagliano tutti quanti, tranne noi, quelli che pensano di essere liberi ma in realtà sono schiavi delle notifiche e dei meme, quelli che non spengono il cellulare almeno un’ora prima di andare a dormire, quelli che non leggono.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="710" height="1000" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/04/81-0GpNzWwL._UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-2099" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/04/81-0GpNzWwL._UF10001000_QL80_.jpg 710w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/04/81-0GpNzWwL._UF10001000_QL80_-213x300.jpg 213w" sizes="(max-width: 710px) 100vw, 710px" /><figcaption class="wp-element-caption">Copertina veramente da criminali</figcaption></figure>
</div>


<p><br><br>Attraverso una serie di innovativi neologismi che non resisteranno alla prova del tempo come “edging algoritmico”, “resistenza oscura”, Xun vuole illuminarci: Trump e Musk sono i nuovi sacerdoti della narrazione ipnotica.<strong> In verità, l’esigenza cui risponde il libro di Xun è tutta interna al mondo intellettuale. Risponde ai “perché?” o ai “come è possibile?” che l’intera classe “pensante” occidentale non smette di ripetersi davanti al secondo successo di Trump alle elezioni, ancora più schiacciante del primo</strong>. Cerca di arginare la confusione con cui gli intellettuali adagiatisi all’interno del sistema neoliberale assistono al crollo del loro mondo per mano della coppia Trump e Musk, supportata dalla maggioranza elettorale americana. Invece di confrontarsi con i propri fallimenti, invece di fare le domande giuste, un’intera classe di pensatori si è impegnata e si impegnerà per i prossimi 4 anni a cercare di dimostrare come Trump e Musk stiano raggirando il mondo intero, come la loro vittoria non sia da ascrivere in alcun modo a un rapporto fallimentare delle democrazie liberali con la verità, quanto piuttosto a una storpiatura ipnotica e crudele della realtà da parte dei tecnoutopisti e della far-right. &nbsp;</p>



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<p><br>Xun-Colamedici infatti non si chiede in alcun modo se possa aver influito sul successo della destra la pandemia, per esempio. Negli anni del Covid l’intero pubblico occidentale ha avuto l’occasione di verificare quanto i presupposti sani dei governi liberali, come la libertà individuale di iniziativa, di opinione e di stampa, potessero venire meno da un momento all’altro in favore delle esigenze dei governi. E quindi come un’ideologia tollerata con enormi sacrifici da parte dei meno abbienti si reggesse in realtà su presupposti propagandistici. Né si interroga Cola-Xun sulla frustrazione di un elettorato che negli anni si è visto difeso a parole da entrambi gli estremi dello spettro politico e si trova oggi a convivere con un sistema sociale disastrato e al collasso, sorretto ancora a fatica solo grazie a una privatizzazione scellerata di tutto ciò che un tempo costitutiva l’ossatura di uno Stato sociale. <strong>Anche questo è una forma di gioco che stravolge il concetto di verità, solo che a differenza di Trump e di Musk, il gioco è stato perseguito con la serietà di chi non concede la legittimità del dubbio.</strong><br><br>Non si interroga insomma sul presupposto fondamentale del successo di Trump e Musk, ossia della decadenza dell’ideologia e dell’agenda neoliberale, difesa strenuamente dalle forze democratiche come unica alternativa, anche a costo della verità, anche a costo di affondare Bernie Sanders per puntare sulla continuità della dinastia Clinton. <strong>L’agenda neoliberale è invece stata spazzata via non da sinistra, ma dalla nuova ondata conservatrice e isterica di protezionismo e aggressività internazionale, più attento ai timori, alle speranze, alle paranoie e all’individualismo dell’elettore medio</strong>. Trump e Musk insomma hanno saputo infilarsi nel vuoto di verità lasciato dai loro predecessori, sulla grande menzogna della libertà individuale difesa dal capitalismo, dello smantellamento dello Stato sociale in difesa degli interessi del cittadino. Hanno avuto buon gioco nella loro ipnosi collettiva, perché hanno trovato un soggetto già disilluso, pronto a cedere alla tentazione di qualsiasi verità alternativa e strampalata, che desse ragione delle contraddizioni della verità propagandata dagli organi ufficiali.  <br> <br>La risposta del filosofo cinese di ostiense è molto interessante, offre delle chiavi di lettura accattivanti su come Trump e Musk e le nuove destre giochino con una realtà accelerata e digitalizzata, come l’effetto della sovrainformazione possa abbassare le difese intellettuali dei cittadini, ipnotizzarli, renderli impassibili difronte a una complessità crescente che sembra scivolare inesorabilmente verso esiti poco augurabili. Anche l’esperimento in sé del libro è notevole. <strong>Usare un Ai suadente e ipnotizzante per parlarci dell’ipnotizzazione, creare un filosofo fittizio che spara sentenze instagrammabili per sovraccaricare ancora più l’universo dell’informazione e dell’interpretazione della realtà</strong>. Bisogna però chiedersi, come sempre,<em> a che pro?</em> A cosa servono queste chiavi interpretative?<br><br>Ciò che incuriosisce di più della nostra epoca intellettuale è il proliferare di teorie e di interpretazioni di una realtà sempre più incomprensibile e caotica. Da un certo punto di vista ha senso che più la realtà si fa complessa, più saranno disparati ed eterogenei i tentativi di rintracciarne i fili e metterla in ordine. Ma la sensazione che si ha è che ogni due tre mesi sorga una nuova parola che dovrebbe permetterci di dare un senso, finalmente, a una realtà fuori di sesto. <strong>Una grande balzo in avanti della teoria non corrisposto però dalla pratica, che rimane puntualmente indietro</strong>, incapace di produrre un agire condiviso o di assumere una postura forte che prescinda dal consenso maggioritario. Basta quindi, per stare al passo leggere il libro che recita in titolo la parola del momento, ogni due/tre mesi: <em>Tecnofeudalesimo, ipnocrazia, iperpolitica, surrealismo capitalista</em>. E aspettare che il mondo si complichi ulteriormente, quanto basta per screditarne la teoria di fondo, in attesa della prossima.</p>



<p>Ma verso la fine di ciascuno di questi libri si svela il trucco. Puntualmente gli autori, dopo aver descritto in modo convincente la realtà sotto la lente della loro nuova griglia interpretativa, danno qualche suggerimento vago, verso il finale, su come “uscire dal sistema”, “sabotare”, “liberare spazi” etc etc… Il tutto richiamandosi sempre a un vocabolario anarchicheggiante che trasforma l’impasse dell’indeterminatezza in un presupposto filosofico a cui non si può rinunciare. E spesso sta bene così. <strong><em>Ipnocrazia</em> però fa un passo in più che sa un po’ di ridicolo</strong>. Di fronte allo scempio della verità che sta trascinando il mondo in guerra, nella polarizzazione violenta e armata, il suggerimento di Colamedici (perché di lui a questo punto si tratta) è di continuare a studiare, a leggere la realtà, a cercare di non farsi ingannare, attraverso lo studio. La sua risposta perciò è una militarizzazione della passività, attendere che passi la tempesta guardandola dalla finestra e studiandone il moto angolare, con una copertina sulle ginocchia e un bel libro tra le mani, possibilmente di Tlon. </p>



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		<title>Il nazionalismo confuso di Naval&#8217;nyj</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Mar 2025 16:54:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
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		<category><![CDATA[Russia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il fenomeno Aleksej Nanval'nyj, martire politico del regime di Putin, era la prova del fatto che l'intellighenzia russa si fosse adattata con successo all'immaginario americano.  </p>
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<p></p>



<p>Un bel ragazzone, di corporatura robusta, in blue jeans e camicia a quadretti piccoli, ma senza cravatta. <strong>A primo impatto fa pensare subito a quell’idea di “salutare” che hanno gli americani: tipo al latte e ai fiocchi d’avena, ai figlioletti biondi e alla moglie laureata</strong>. La Čirikova è perfetta nel ruolo di moglie di Naval’nyj, la sua sembra una di quelle famiglie che la domenica se ne va in bicicletta.</p>



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<p><br><br>La comparsa di questo avvocato, questo funzionario che è un po’ uomo d’affari un po’“combattente contro la corruzione” al ruolo di candidato a capo delle forze d’opposizione è sintomatica: <strong>il fenomeno Naval’nyj è la prova del fatto che la nostra intellighenzia si è adattata con successo all’immaginario americano</strong>. Non è certo uno stalinista in abiti sciatti, né un <em>rocker</em> dissidente in giubbotto di pelle, né un deputato grassoccio col suo abito confezionato da Brioni, né un intellettuale russo con la barbetta e gli occhiali (un po’ Čechov, un po’ Trockij…), <strong>bensì ecco a voi un cittadino del mondo, che al posto della cravatta sfoggia il suo sorriso</strong>. Un pizzico di Assange, che ricorda vagamente Ralph Nadar (il quale trent’anni fa sollevò una rivolta formale della classe media in California), una versione più giovane e aggiornata di Boris Nemcov: ecco a voi Naval’nyj.<br><br>Questo è quanto, <strong>non si distingue per altro</strong>. Non è né arguto né intelligente.<br><br>Dal palco di piazza Bolotnaja e lungo la prospettiva Sacharov grida le stesse banalità di Nemcov. Solo Sergej Udal’cov è palesemente più stupido di Naval’nyj quando balbetta che i suoi occhiali neri sono un incubo per il regime. Le immagini evocate sono al livello de<em> L’Isola del tesoro</em> e di <em>Winnie the Pooh</em>.<br><br><strong>Naval’nyj è venuto da me il 6 settembre</strong>. Fatto sta che si è presentato con l’intento di convincermi a far partecipare i naz-bol alle elezioni per il Consiglio di coordinamento delle opposizioni. A giudicare dalla mole di tempo che le dedica, queste elezioni devono essere molto importanti per lui.<br><br>L’8 settembre mi sono recato al Forum delle forze di sinistra. Ne è uscito fuori che le elezioni per la Corte Costituzionale sono importanti anche per la sinistra. Ha preso la parola Sergej Udal’cov invitando più di una volta i presenti a partecipare e a candidarsi. Dopo di che i suoi compagni del fronte e le forze di sinistra in generale hanno preso la parola, invitando la stragrande maggioranza di loro a non partecipare. È stata adottata una risoluzione di “non partecipazione”. Inoltre, sul tavolo del presidio vi era affisso uno striscione con su scritto “<strong>Per una Russia senza borghesi!</strong>”.<br><br>Il giorno dopo il Forum ripensai al Consiglio di coordinamento, ricordando il doppio mento sul faccione di Naval’nyj e il nostro incontro avvenuto a casa mia. Mi ricordai di come gironzolava (così come facevo anch’io) ripetendo in continuazione, come un mantra, «sono come un politico…», «sono un politico…». <strong>Si definì un politico talmente tante volte che capii subito che lui stesso non si riteneva tale. Ma lo avevano convinto di esserlo</strong>.<br><br>E in effetti, anche se sul palco di piazza Bolotnaja ha parlato cinque o sei volte intervenendo in modo piuttosto stupido e tentennante, questa circostanza ancora non costituisce la prova che Naval’nyj sia un politico. E <strong>neanche il titolo che gli è stato attribuito, quello di “combattente” contro la corruzione, è sinonimo di politico</strong>. A combattere la corruzione qui da noi ci pensano i pubblici ministeri, il comitato investigativo e la polizia. Il fatto che sia stato nominato direttore del consiglio d’amministrazione dell’Aeroflot lo designa come un uomo d’affari, dunque cosa c’entra qui la politica?<strong> Anche il fatto che, come migliaia di suoi contemporanei, abbia capito che il nazionalismo in Russia è popolare e flirti con i nazionalisti cercando di avvicinarsi a loro non è una prova che sia un politico</strong> (tra l’altro si dimostra estremamente stupido, avendo fatto la spia e avendo fatto arrestare Tesak, il quale è molto popolare tra i nazionalisti, questa sì che è un’idiozia!).<br><br><strong>Naval’nyj non è a capo di un partito politico, non è nemmeno un attivista di spicco di un partito qualsiasi</strong>. Come combattente contro la corruzione è totalmente inefficace. Non che sia colpa sua, poiché non lo è, ma al limite può essere considerato un buon investigatore in materia di corruzione, perché le autorità non vogliono perseguire i funzionari corrotti scoperti, quindi è comunque tutto inutile. <strong>Allo stesso tempo le sue mani non sono proprio pulite e ciò non si addice a chi combatte la corruzione</strong>: mi riferisco alla faccenda della “Kirovles”,<sup data-fn="0b5b4236-c2a1-4ae5-a60f-09ee4acf25a1" class="fn"><a id="0b5b4236-c2a1-4ae5-a60f-09ee4acf25a1-link" href="#0b5b4236-c2a1-4ae5-a60f-09ee4acf25a1">1</a></sup> una società <em>off-shore</em> con sede a Cipro. Qualcosa che potrebbe sporcare la brillante immagine di Lëša Naval’nyj.<br></p>



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<p><br><strong>Sono stati i <em>mass media</em> a creare Naval’nyj</strong>. I media sì borghesi, ma di opposizione. Non è stato creato neanche dagli uomini, bensì dalle ragazze e dalle donne dei media. Le onorevoli signore Evgenija Al’bac e Julija Latynina sono pazze di Lëša, la Čirichova è ideale nel ruolo di moglie, la Sobčak gli riserva sorrisi al miele. <strong>Piace per il suo look, è il modello del momento. Naval’nyj è stato pescato dal mondo di internet, dove egli opera sin dagli albori e dove, in barba a ogni logica, è nella top ten</strong>. Sì, in barba a ogni logica poiché il blog di Naval’nyj trabocca di noiosissimi documenti “compromettenti”, è praticamente impossibile leggerlo, sono tutte sciocchezze da avvocato. Prima questi attaccabrighe “giudiziari” vagavano per i tribunali con le valigette logore e strapiene mentre facevano causa a tutto il mondo, ora invece si può essere un attaccabrighe alla moda semplicemente frequentando il mondo virtuale.<br><br><strong>Naval’nyj è vuoto cosmico che va di moda</strong>. Ho già spiegato da dove è uscito. Le donne sono colpite dalla sua corporatura, dalla sua fisionomia. Per gli stessi motivi, tempo fa, prese dall’isteria, le donne votarono per El’cin.<br><br>Ma chi è Lëša Naval’nyj oggi?<br><br>Il fatto che egli, sotto l’egida del miliardario nonché comproprietario dell’Aeroflot Aleksandr Lebedev, sia stato nominato direttore del CDA di questa compagnia per metà statale ci fa giungere a una sola conclusione: <strong>Naval’nyj è un <em>protégé</em> del grande capitale</strong>. Il solo Lebedev non sarebbe riuscito, con il solo 18% di azioni Aeroflot, a far entrare Naval’nyj nel CDA senza l’appoggio degli altri comproprietari.<br><br>Proseguendo nella riflessione, dobbiamo prendere come dato di fatto la presenza nella Federazione Russa di un gruppo di grandi capitalisti che ha eletto Aleksej Naval’nyj come loro <em>frontman</em>. È un gruppo ancora inferiore in termini di forza a quello di Putin e non lo combatte apertamente, ma ogni tanto mostra i muscoli mettendo alla prova il potere.<br><br><strong>I fan intorno a Naval’nyj gli dicono che è un politico, che è alla guida dell’intellighenzia moscovita.</strong> E, salendo sul palco di piazza Bolotnaja e sulla prospettiva Sacharov, ha visto davanti a sé lo spettacolo impressionante della massa umana riunita. C’è da farsi venire le vertigini, c’è da farsi prendere dalle manie di grandezza, le quali non hanno tardato a far visita a Lëša…<br><br>E non solo a Lëša, ma anche a Gennadij, che poi sarebbe Gudkov, anche ad Il’ja, che poi sarebbe Ponomarëv. <strong>Sia l’uno che l’altro hanno dichiarato la loro intenzione di candidarsi alle prossime elezioni presidenziali!</strong> Le masse hanno dato loro alla testa.<br><br>Lo vedo ancora, nella mia stanza, assumere varie pose e mormorare ispirato: «sono come un politico…», «sono un politico…». I suoi adepti lo hanno ipnotizzato.<br><br><strong>Ma le masse sono scese in piazza non perché affascinate da Naval’nyj, bensì perché indignate da Vladimir Putin</strong>.<br><br>Come mai il vostro Lëša ha bisogno di essere eletto alla corte costituzionale? In modo tale che voi possiate sceglierlo e non solo in qualità di politico, ma certamente come il più influente. Anche perché è il primo a credere di non esserlo.</p>



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<ol class="wp-block-footnotes"><li id="0b5b4236-c2a1-4ae5-a60f-09ee4acf25a1">Nel 2013 Naval’nyj viene citato in giudizio per appropriazione indebita ai danni dell’azienda statale “Kirovles”, avvenuta mentre volgeva la sua mansione di consigliere del governatore della regione di Kirov, Nikita Belych. Verrà condannato a 5 anni di reclusione, pena poi commutata [N.d.T.] <a href="#0b5b4236-c2a1-4ae5-a60f-09ee4acf25a1-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li></ol><p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/il-nazionalismo-confuso-di-navalnyj/">Il nazionalismo confuso di Naval&#8217;nyj</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>La scheda o il fucile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Feb 2025 11:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA['900 in fiamme]]></category>
		<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Ostilità]]></category>
		<category><![CDATA[Propaganda]]></category>
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		<category><![CDATA[Nessuno può darti la libertà]]></category>
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		<category><![CDATA[uomo bianco]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Capitolo estratto dal libro "Nessuno può darti la libertà" (GOG 2018) di Malcolm X. Il capitolo riprende uno dei discorsi più incisivi pronunciati in pubblico da Malcolm X, del 1964.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-scheda-o-il-fucile/">La scheda o il fucile</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Signor moderatore, fratello Lomax, fratelli e sorelle, amici e nemici: perché non posso credere che tutti i presenti qui siano amici e al tempo stesso non voglio trascurare nessuno. L’argo­mento di stasera, da quel che ho capito, è<strong> <em>La rivolta negra: che cosa verrà dopo?</em></strong>A mio modesto parere essa pone un preciso di­lemma: <strong>la scheda o il fucile<a href="#_ftn1" id="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a>.</strong></p>



<p>Prima di spiegare cosa intendo dire con <em>la scheda o il fucile</em>, vorrei chiarire qualcosa che mi riguarda.<strong> Sono ancora musulma­no, l’Islam è ancora la mia religione</strong>. Questa è la mia fede per­sonale. Così come Adam Clayton Powell è un ministro cristiano che dirige la Chiesa Battista Abissina di New York, ma al tempo stesso partecipa alle lotte politiche per cercare di ottenere dei diritti per i neri in questo Paese, e così come il dottor Martin Luther King è un ministro cristiano ad Atlanta, in Georgia, ed è alla testa di un’altra organizzazione che combatte per i diritti civili dei neri in questo Paese; così come il reverendo Galami­son – credo che ne abbiate sentito parlare – è un altro ministro cristiano di New York che si è profondamente impegnato nel boicottaggio scolastico per combattere la segregazione nell’istru­zione, <strong>ebbene, anch’io sono un ministro, non un ministro cristia­no ma un ministro musulmano e credo nell’azione su tutti i fronti con tutti i mezzi necessari.</strong></p>



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<p>Sebbene io sia ancora musulmano, non sono venuto qui stase­ra a parlare della mia religione o a cercare di cambiare la vostra religione. Non sono venuto qui per discutere di ciò che ci divide perché è tempo di cancellare i nostri disaccordi e di renderci conto che abbiamo tutti lo stesso problema, un problema comune, <strong>un problema che vi costringerà a vivere in questo inferno sia che siate battisti, metodisti, musulmani o nazionalisti</strong>. Non importa se siete colti o analfabeti, se abitate in zone eleganti o nel ghetto, siete tutti nello stesso inferno, proprio come me<strong>. Sia­mo tutti sulla stessa barca e stiamo subendo questo inferno dallo stesso uomo: l’uomo bianco. </strong>Tutti noi abbiamo sofferto qui, in questo Paese, l’oppressione politica, lo sfruttamento economico, e la degradazione sociale per opera dell’uomo bianco.</p>



<p>Adesso, dire queste cose non significa dire che siamo contro i bianchi in quanto tali, <strong>significa che siamo contro lo sfruttamen­to, contro la degradazione e contro l’oppressione. E se l’uomo bianco non ci vuole contro di lui, allora la smetta di opprimerci, di sfruttarci e di degradarci.</strong> Indipendentemente dal fatto che siamo musulmani, cristiani, nazionalisti, agnostici o atei, dobbia­mo prima di tutto imparare a dimenticare le nostre differenze. Se tra di noi ci sono delle divergenze, discutiamone in privato e quando ci mostriamo in pubblico non accapigliamoci tra di noi prima di aver finito di discutere con l’uomo bianco. Se il defunto presidente Kennedy riuscì a incontrarsi con Krusciov e scambia­re del grano, noi abbiamo certamente molte più cose in comune tra di noi di quante Kennedy e Krusciov ne avessero tra di loro.</p>



<p>Se non facciamo presto, penso che dovrete convenire con me sul fatto che saremo costretti a usare o la scheda o il fucile. Il 1964 sarà la volta dell’una o delle altre. Non è che stia per arrivare il momento: il momento è già arrivato. <strong>Il 1964 minaccia di essere l’anno più esplosivo che l’America abbia mai visto</strong>. L’an­no più esplosivo. Perché? È anche un anno politico, è l’anno in cui tutti i politici bianchi torneranno nelle comunità nere a cor­teggiare voi e me per qualche voto<strong>. È l’anno in cui tutti i politici bianchi imbroglioni verranno qui nelle nostre comunità con le loro false promesse, ad alimentare le nostre speranze di pacifica­zione, con i loro trucchi e i loro inganni, con delle false promesse che non hanno nessuna intenzione di mantenere</strong>. Con questi me­todi, loro alimentano un’insoddisfazione che potrà portare a una cosa soltanto: l’esplosione. E, ora, qui in America – mi dispiace, fratello Lomax – <strong>ha fatto la sua comparsa il tipo di uomo negro che non intende più solamente porgere l’altra guancia.</strong></p>



<p>Non state a sentire quelli che vi dicono che tutte le probabili­tà sono contro di voi. Se vi arruolano nell’esercito per mandarvi in Corea a fronteggiare ottocento milioni di cinesi, e riuscite ad avere coraggio laggiù, potete essere coraggiosi anche qui. La lot­ta è più impari là che qui e se combattete qui, almeno sapete per cosa state combattendo.</p>



<p>Non sono un politico e neppure uno studioso di politica. A dire il vero non sono uno studioso di niente in particolare, <strong>non sono democratico né repubblicano e non mi considero neanche americano. Perché se voi e io fossimo americani non esistereb­be alcun problema.</strong> Gli ungheresi diventano americani appena scendono dalla nave; i polacchi sono già americani, gli immigrati italiani sono già americani. Tutti quelli che sono venuti dall’Eu­ropa; tutti quelli che avevano gli occhi blu sono già americani ma noi, con tutto il tempo che siamo stati qui, non lo siamo ancora.</p>



<p>Beh, <strong>non sono uno a cui piace farsi delle illusioni e non sono disposto a sedermi al tavolo e guardare uno che mangia, mentre il mio piatto è vuoto, e considerarmi come un commensale</strong>. Non si diventa commensali solo per il fatto di sedersi a un tavolo, lo si è solo se c’è qualcosa nel piatto. Il fatto di essere qui in America non basta a renderci americani. Il fatto di essere nati in questo Paese non basta a renderci americani. Infatti, se bastasse la na­scita per rendervi americani, non ci sarebbe bisogno di nessuna legislazione, di nessun emendamento alla Costituzione e ora non si assisterebbe all’ostruzionismo parlamentare dei provvedimen­ti sui diritti civili. Per trasformare un polacco in americano non c’è bisogno di approvare nessuna legge sui diritti civili.</p>



<p>No, io non sono americano<strong>. Sono uno dei ventidue milioni di neri che sono vittime dell’americanismo, uno dei ventidue milioni di neri che sono vittime della democrazia che non è altro che un’ipocrisia sotto mentite spoglie. Non vengo qui a parlarvi da americano, da patriota, non sono uno che saluta la bandiera o che la sventola a ogni occasione, no! Io vi parlo da vittima di questo sistema americano e vedo l’America con gli occhi di una vittima</strong>. Non riesco a vedere nessun sogno americano. Quello che vedo è un incubo americano.</p>



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<p>Questi ventidue milioni di vittime si stanno svegliando; stan­no aprendo gli occhi; stanno iniziando a vedere quello che pri­ma erano soliti solo guardare; stanno diventando maturi politi­camente. Stanno realizzando che ci sono delle nuove tendenze politiche, da costa a costa, e vedendo queste nuove tendenze politiche è possibile che vedano che ogni volta che c’è un’e­lezione i risultati sono così vicini da obbligare un riconteggio delle schede.</p>



<p>[…]<br><br></p>



<p>Quindi, che cosa dobbiamo fare? Prima di tutto abbiamo bisogno di amici, di nuovi alleati. Tutta la lotta per i diritti ci­vili richiede una nuova e più vasta interpretazione. Dobbiamo considerare questa cosa dei diritti civili da una diversa angolatu­ra, sia dall’interno che dall’esterno. Per quelli di noi che hanno come filosofia il nazionalismo nero c’è un solo modo per entrare nella lotta per i diritti civili: <strong>dare a essa una nuova interpretazio­ne, perché quella vecchia ci lasciava fuori, ci escludeva del tutto</strong>. Perciò noi stiamo dando alla lotta per i diritti civili una nuova interpretazione, un’interpretazione che ci metta in condizioni di entrarne a far parte. Quanto a quelle teste vuote che sono passa­te da un compromesso all’altro, sempre pronte a parlare con la lingua di velluto e a muoversi con circospezione, non intendia­mo più permettere che continuino a comportarsi in quel modo e non intendiamo scendere a compromessi con loro.</p>



<p>Come potete ringraziare un uomo perché vi sta dando qual­cosa che è già vostro? Come potete ringraziarlo per darvi solo una parte di ciò che vi spetta? <strong>Non abbiamo fatto nessun pro­gresso perché quello che ci viene dato doveva già essere nostro da tempo</strong>. Questo non è progresso, e mi piace molto il modo in cui il fratello Lomax ha sottolineato il fatto che ci troviamo allo stesso punto in cui eravamo nel 1954. Dirò di più: non siamo neanche al punto in cui eravamo nel 1954; siamo più indietro perché c’è più segregazione oggi di quanta ce ne fosse allora. Ci sono più odio razziale, più animosità e più segregazione oggi, nel 1964, che dieci anni fa.</p>



<p>Dov’è il progresso? <strong>Siamo oggi in una situazione in cui fanno la loro comparsa dei giovani negri che non vogliono più sentir parlare di storielle del tipo «porgi l’altra guancia».</strong> A Jackson­ville, quelli che tiravano le bottiglie molotov erano degli adole­scenti. I negri non avevano mai fatto una cosa simile prima e ciò mostra che c’è un nuovo modo di affrontare i problemi che si sta facendo strada, un nuovo modo di pensare e una nuova strategia. Questo mese saranno le bottiglie molotov, il prossimo le bombe a mano e il prossimo ancora qualche altra cosa. <strong>Ci saranno o le schede o i fucili, o la libertà o la morte</strong>. L’unica differenza, però, tra questa e l’altra morte è che sarà reciproca. Sapete cosa voglio dire con reciproca? L’ho presa dal fratello Lomax, che l’ha ado­perata prima. Io di solito non mi servo di questi paroloni perché normalmente non ho a che fare con gente importante, ma solo con persone comuni. Credo che si possano mettere insieme tante di queste persone comuni e spazzar via tanti di quei personaggi importanti. Quelli non hanno nulla da perdere e nulla da guada­gnare e te lo fanno capire subito che, per ballare il tango, bisogna essere in due e quando si muove l’uno anche l’altro è costretto a muoversi.</p>



<p>I nazionalisti neri, coloro la cui filosofia è il nazionalismo nero, nel portare avanti questa nuova interpretazione del signifi­cato generale della lotta per i diritti civili, la considerano, come ha sottolineato il fratello Lomax, sinonimo dell’uguaglianza di opportunità. Beh, siamo giustificati nel ricercare diritti civili se essi significano uguaglianza di opportunità perché noi non cer­chiamo di fare altro che riscuotere gli interessi dei nostri investi­menti. I nostri padri e le nostre madri hanno investito in questo Paese il loro sudore e il loro sangue; per trecento anni abbiamo lavorato senza esser pagati, dico senza prendere neanche un sol­do di ricompensa. Senza neanche un soldo in cambio. Voi per­mettete che l’uomo bianco vada dicendo quanto è ricco questo Paese, ma non vi fermate mai a pensare come ha fatto a diventare ricco così presto. <strong>È diventato ricco perché voi lo avete reso tale.</strong></p>



<p>Prendete quelli che sono presenti qui in questa sala. Come individui sono poveri, siamo tutti poveri. Il nostro salario setti­manale basta appena per vivere, ma se si mettono insieme i salari di tutti, ce n’è abbastanza per riempire parecchie ceste. È una grande ricchezza. Se si potessero mettere insieme i guadagni an­nuali di tutti quelli che sono qui oggi, si sarebbe ricchi, più ricchi degli stessi ricchi. <strong>Quando considerate ciò, pensate a come si è arricchito lo zio Sam con le ricchezze prodotte non da un pugno di neri come quelli che sono qui stasera, ma da milioni e milioni della nostra gente</strong>. Vostra madre e vostro padre, mia madre e mio padre, non lavoravano otto ore al giorno, ma da prima che faces­se giorno fino a tarda notte, e lavoravano per niente arricchendo l’uomo bianco, arricchendo lo zio Sam.</p>



<p>Questo è il nostro investimento, il nostro contributo, il no­stro sangue, perché non soltanto noi abbiamo dato loro gratuita­mente la nostra fatica, ma anche il nostro sangue. Tutte le volte che l’uomo bianco chiamava il Paese alla guerra, noi siamo stati i primi a indossare l’uniforme e a morire su tutti i campi di bat­taglia dell’uomo bianco. Il nostro sacrificio è stato più grande di quelli compiuti da chi oggi gode di una posizione di privilegio in America. Il nostro contributo è stato più grande ma in cambio abbiamo ricevuto meno di tutti. <strong>Coloro la cui filosofia è il na­zionalismo nero hanno questo atteggiamento di fronte ai diritti civili: «Dateceli subito. Non aspettate l’anno prossimo. Dateceli ieri e anche così non sarebbe abbastanza presto!».</strong></p>



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<p>A questo punto vorrei fermarmi per sottolineare una cosa. <strong>Cercate di capire che ogni qualvolta che cercate di afferrare qual­cosa che vi appartiene, chiunque vi privi di tale diritto è un crimi­nale</strong>. Quando volete ottenere ciò che è vostro, siete nel pieno di­ritto di esigerlo e chiunque cerca di privarvene infrange la legge ed è un criminale. Questo è stato confermato dalla sentenza della Corte Suprema che ha dichiarato illegale la segregazione. Questo significa che la segregazione infrange la legge, che il segregazioni­sta viola la legge e quindi è un criminale. Non c’è altro modo per definirlo e quando voi protestate contro la segregazione, siete dalla parte della legge e la Corte Suprema è con voi.</p>



<p>Ora, chi è che si oppone a voi quando volete far applicare la legge? Il dipartimento di polizia stesso, con i suoi cani e i suoi manganelli. Quando voi protestate contro la segregazione, sia che si tratti delle scuole, delle zone residenziali o di qualsiasi altra cosa, avete la legge dalla vostra parte e coloro che vi si oppon­gono non la rappresentano più, ma anzi la violano e quindi non sono suoi rappresentanti. <strong>Ogni volta che manifestate contro la segregazione e qualcuno osa scagliarvi contro un cane poliziot­to, ammazzate quel cane, vi dico, ammazzatelo, ammazzate quel cane!</strong> Vi ripeto, anche se domani mi mettono in prigione, am­mazzate quel cane. Così porrete fine a questi metodi. <strong>Se i bianchi che sono qui presenti non vogliono assistere ad azioni del genere, è bene che vadano a dire al sindaco che ordini alla polizia di te­nere i cani in dipartimento. Ecco cosa dovete fare; se non lo fate voi, lo farà qualcun altro.</strong></p>



<p>Se non sarete capaci di agire con fermezza, di assumere una posizione intransigente, i vostri figli cresceranno e guardandovi penseranno<strong>: «Che vergogna!».</strong> Con ciò non voglio dire che dove­te essere violenti, ma al tempo stesso che non dovete mai pratica­re la nonviolenza con chi nonviolento non è. <strong>Io sono nonviolento con quelli che lo sono con me, ma quando qualcuno usa la vio­lenza nei miei confronti, allora è come se impazzissi e non sono più responsabile delle mie azioni. Ed è così che dovrebbero di­ventare tutti i negri</strong>. Quando sapete di non infrangere la legge, di star esercitando i vostri diritti legali e morali, secondo giustizia, allora sappiate morire per quello in cui credete. <strong>Ma non morite soli, fate che la vostra morte sia reciproca. Questo è quello che si intende per uguaglianza. Occhio per occhio, dente per dente</strong>.</p>



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<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Il gioco di parole originale è intraducibile in italiano: <em>Ballots or Bullets</em> (lett: <em>schede elettorali o proiettili</em>)</p>



<p></p>
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		<title>Una donna per Nemica</title>
		<link>https://ilnemico.it/una-donna-per-nemica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jul 2024 10:59:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Harris]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con un Biden fuori dalle scene, e un Trump per un pelo fuori dal mondo dei vivi, gli sceneggiatori di Washington, non paghi, calano l'asso: a rappresentare i Dem, con tutta probabilità, sarà un poker d'identità protette: donna, afro-americana, indo-giamaicana, per sua sfortuna eterosessuale, ma non si sa mai... dall'altro lato Trump passa una mano di vernice sulla scenografia repubblicana, e ferito, ma in missione per conto di dio, si accosta al fotogenico JD Vance, hillbilly dagli occhi scintillanti, la parlata suadente, e la pelle giovane, pelosa, e bianca bianca bianca.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non c’è stato bisogno di portarlo via di peso, come successe due anni fa al povero ex presidente Hu Jintao durante il Congresso del partito comunista, nessuno lo ha preso sottobraccio e accompagnato più o meno cortesemente all’uscita. <strong>Nell’America democratica, per dire grazie e arrivederci al candidato ultraottantenne Biden sono bastati alcuni sondaggi e la chiusura di qualche rubinetto nel canale dei finanziamenti per la campagna,</strong> oltre a una spruzzata di COVID arrivata alla fine come la canonica goccia caduta su questo sorprendente&nbsp;vaso di Pandora delle presidenziali americane 2024, le più movimentate della recente storia americana.</p>



<p>Un vaso che negli ultimi dieci giorni ci ha riservato un uno-due che nemmeno “mani di pietra” Roberto Duran avrebbe saputo sferrare con maggiore veemenza, <strong>a ricordarci una volta di più quanto violenza e democrazia siano intrecciate nella storia degli Stati Uniti </strong>e quanto profonda sia la crisi di entrambi i partiti principali, repubblicano e democratico.</p>



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<p>Prima la silenziosa ma altamente spettacolare fucilata durante il comizio di Butler, con Trump che per un pelo non ci lascia come minimo l’orecchio, mostrando subito ancora sanguinante il pugno alzato a una folla plaudente; quindi il commiato di Joe Biden, dato ormai per scontato nonostante le smentite d’ufficio fino all’ultimo della Casa bianca, <strong>con tanti saluti al record che forse in cuor suo aveva già smesso di pregustare</strong>, quello di essere il primo over 80 a partecipare a una campagna presidenziale, per conto di un partito democratico in cui Nancy Pelosi si sta prendendo nuove soddisfazioni nei confronti di un sempre più debole Barak Obama, accusato di aver badato più a se stesso (e al possibile futuro politico della moglie?) che al bene del partito.&nbsp;</p>



<p>Roba da sceneggiatori in forma olimpica. Era chiaro: il film che prevedeva l’“unto del signore”, l’eroe salvato dall’intervento divino, l’ex presidente poco gradito al suo stesso GOP (proprio come il re dei conservatori Barry Goldwater negli anni Sessanta), capace di sollevare gli animi <em>hillbilly</em>, il nemico giurato (e sguaiato) del <em>Deep State</em> e dell’informazione perbenista, combattere (?) contro il politico di lungo corso ormai così barcollante fisicamente e mentalmente che nemmeno gli amici sapevano più come difendere, <strong>non poteva andare avanti.</strong> T<strong>roppo inutilmente costoso, troppo poco spettacolare, e soprattutto troppo scontato il suo finale</strong>, una specie di “David contro Golia 2. La vendetta”. Perché Golia-Trump l’ha detto a tutti nel primo discorso post-attentato: Dio è con me.</p>



<p>A un centinaio di giorni dalle elezioni, ecco dunque rimischiarsi tutto, con un David democratico che potrebbe ritrovare fiducia sotto le sembianze femminili di Kamala Harris (visti in tempi ristretti, pareva impossibile una soluzione diversa, senza contare il precedente negativo della convention “aperta” del 1968 che spianò la strada a Nixon) <strong>e un Golia repubblicano ritrovatosi improvvisamente di fronte un avversario diverso da quello bersagliato a più non posso fino a pochi giorni prima</strong>. “Vincere con lei sarà ancora più facile”, è stato il primo commento di Trump, ma per quanto risultino fuori luogo certi entusiasmi espressi da chi crede ancora ciecamente nello schema repubblicani=destra e democratici=sinistra, anche stavolta è difficile prenderlo sul serio.&nbsp;</p>



<p>L’elezione del 2020 era andata così, con un detentore del titolo che dopo aver fatto per quattro anni da classico elefante nella malmessa cristalleria del mondo (complicando non poco la vita a molte istituzioni internazionali), continuava a inseguire sul ring il ben poco brillante ottantenne che il giovane Obama aveva scelto nel 2012 come proprio vice a bilanciare la propria inesperienza ma che lo stesso Obama, da ex presidente, non aveva poi voluto candidare nel 2016, preferendogli sciaguratamente la divisiva Hillary Clinton. Non si era mostrato furbo come Chaplin sul ring di “Luci della città”, Biden, ma non ne aveva avuto nemmeno bisogno. <strong>Anzi, al contrario, nel film che lo ha visto vincitore nel 2020 lui era infatti lo scialbo rassicurante e l’altro il kitsch disturbante</strong>. Per dirla architettonicamente, il match era tra il “less is more” (il meno è il più) di miesiana memoria e il “less is bore” (il meno è noioso), diventato con Robert Venturi il claim del postmodernismo americano. Trump si era affannato, aveva sferrato pugni qui e là, <strong>ma alla fine di una delle campagne presidenziali più modeste (e più volgari, anche) della storia americana si era dovuto accasciare sotto i colpi di un’affluenza record</strong> (66,6%, 75% in probabili Stati-chiave come Michigan e Wisconsin) e un voto postale rivelatosi decisivo, complice anche quel COVID sbeffeggiato oltre misura.</p>



<p>Il copione che ci riserva il Trump versus Harris per i prossimi tre mesi ha tutta l’aria di essere molto diverso  da quello andato in scena nel 2020, anzi l’opposto. Un americano “tedesco” di New York, ex presidente condannato in sede civile per molestie sessuali che in quanto a volgarità, omofobia e sessismo non vuol essere secondo a nessuno di qua, e una rivale donna, afro-americana di discendenza indo-giamaicana, nata in California, ex procuratrice tipo “law and order” a San Francisco, sposata per giunta con un ebreo. Senza contare il turn point anagrafico: per quanto presente, ora il “vecchio” è il quasi ottantenne Trump. <strong>Se non fosse per l’apparato della power élite che assicura continuità tra un’amministrazione e l’altra e una redistribuzione della ricchezza che va al contrario, si potrebbe parlare quasi di due Americhe a confronto. </strong>Sorprese magari no, ma di scintille il nuovo copione ne assicura eccome. Del resto, siamo o non siamo nel Paese di P.T.Barnum? A coniare il minimalista “less is more” non poteva certo essere stato un europeo…</p>



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<p>Il “meno”, negli Stati Uniti, è sinonimo di noioso, a bassa intensità di appeal, per dire così, eppure ora il palazzinaro-costruttore d’alto bordo Donald Trump farebbe molto bene a studiarsi cosa voleva dire Mies van der Rohe, l’architetto di Aachen morto nel 1969 a Chicago. Perché in questo nuovo film che si va a girare, <strong>le parti si sono letteralmente invertite e la nuova sfidante è per molti versi un mistero</strong> &#8211; non come quello dell’uscita di scena di Angela Merkel, ma pur sempre un mistero. Soprattutto per Trump.</p>



<p>Salutata quattro anni fa come la speranza di tutto il mondo femminil-progressista,<strong> Harris è rimasta infatti avvolta nel cono d’ombra della vicepresidenza (la carica che l’John Adams vice di Jefferson considerava “la più insignificante”), senza che nessuno ne abbia saputo spiegare in maniera convincente (a meno di non credere alla storia del dossier migranti) le ragioni</strong>. Sicché ora è lui, forte del vantaggio fin qui fin troppo facilmente accumulato, a dover interpretare il ruolo dello “scialbo”, del “moderato” e lei a dover attaccare, magari puntando tutto sui buoni risultati dell’economia (nonostante un po’ d’inflazione) e sui diritti civili, l’aborto in particolare, messo clamorosamente in crisi con la sentenza della Corte suprema che ha abolito il diritto federale. <strong>Se poi riuscisse ad andare oltre il blando lamento fin qui esibito da Biden nei confronti di Netanyahu (nessun taglio sulle armi, solo qualche munizione in meno) potrebbe forse convincere oltre alle donne anche molti giovani elettori delusi a tornare alle urne.</strong> Difficile, dati i rapporti storici di vicinanza tra Stati-Uniti e Israele (ma intanto salta il discorso del primo ministro israeliano davanti al Senato in seduta congiunta…).</p>



<p>A tre mesi dal voto, abbiamo così una vicepresidente sessantenne finora rimasta nell’ombra (e già bollata come ordinaria via X da Elon Musk, insieme a Peter Thiel il più vicino al partito repubblicano tra i gigacapitalisti della Silicon valley anche prima dell’arruolamento come vice di J.D. Vance da parte di Trump), obbligata nelle prossime settimane a farsi conoscere per la sua tattica offensiva. I primi colpi li ha già sferrati: <strong>uno esplicito, da ex procuratrice, a Trump (“Ho già avuto a che fare con truffatori e predatori sessuali”), l’altro, più velenoso, sembrerebbe proprio a Obama: “Ha fatto più Biden in tre anni di mandato che molti altri anni in otto”.</strong></p>



<p><strong>L’ex presidente che già assaporava la vittoria si ritrova ora costretto a fare i conti con un avversario ancora da mettere completamente a fuoco ma ringiovanito di oltre vent’anni</strong>…Non sappiamo quanto Trump saprà essere prudente, non sappiamo quanto e dove Harris continuerà a picchiare, non sappiamo insomma se sarà un incontro al fulmicotone come quello Muhammad Alì-Frazier del 1975 o alla camomilla come quello tra Sugar Ray Leonard-Marvin Hagler del 1987.</p>



<p>Il futuro, come ripeteva sempre il Segretario di Stato di Truman Dean Acheson, arriva sempre un giorno alla volta, ma <strong>tutto lascia supporre che a rivelarsi determinante sarà ancora l’affluenza</strong>, quel 10% in più che quattro anni fa consentì a Joe Biden di essere il primo presidente della storia ad aver festeggiato i suoi ottant’anni alla Casa Bianca.</p>



<p>Trump ha già cominciato ad offendere la sua nuova avversaria (per la sua risata particolare), ma chissà se deciderà se proseguire nell’abituale raffica di insulti. <strong>Commetterebbe un errore madornale a lasciarsi trasportare da un istinto che finora non si è mai preoccupato troppo di&nbsp;non apparire da gentleman</strong>. A noi non serve una Lady Gaga, disse nel 2020, spavaldamente, Donald Trump. Ora però chissà cosa non farebbe per avere dalla sua Taylor Swift. O almeno per impedire che la cantautrice del momento si schieri contro di lui a sostegno di Kamala Harris. Potrebbe rivelarsi un’arma letale…</p>



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