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	<title>editoria Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Un libro non può competere con TikTok</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 18:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[editoria italiana]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Tik Tok]]></category>
		<category><![CDATA[TikTok]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I due problemi della produzione culturale - o del perché l’editoria non deve vincere la gara dell’attenzione immediata.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non si può più fare cultura perché la cultura deve vendere: questa frase torna ogni volta che si parla di editoria, e ogni volta suona abbastanza intelligente e antisistema, quel tanto che basta per evitare di metterla adeguatamente sotto esame. Si scoprirebbe che questa tesi è un’ipersemplificazione della realtà, un’analisi superficiale condita dalla nostalgica romanticizzazione di un idilliaco passato in cui la cultura, quella vera, se ne fotteva del pubblico.</p>



<p>La cultura, ovunque e in qualsiasi tempo sia stata prodotta, ha sempre dovuto circolare. Un libro che nessuno legge (presto o tardi che sia, anche dopo la morte dell’autore se il libro è in anticipo sui tempi) non è un libro compiuto. Un saggio di cui nessuno discute resta un monologo.</p>



<p>Il rapporto con il pubblico non è il tradimento dell’arte, che un’opera venga donata (o venduta, si consentirà) a un pubblico è una condizione materiale di esistenza. Senza lettori, spettatori, visitatori, anche l’opera più ambiziosa resta lì, come un discorso pronunciato in una sala vuota (e uno che parlasse al nulla sarebbe considerato un matto, o qualcuno particolarmente innamorato del suono della propria voce).</p>



<p>Per questo il problema non può essere che la cultura debba vendere o confrontarsi con un pubblico, perché anche in passato ha dovuto farlo, in un modo o nell’altro. Il problema è un altro: oggi il mercato non si limita più a testare le opere, ma sempre più spesso applica un filtro in partenza, decidendo e progettando prima che cosa meriti di nascere.</p>



<p>Per molto tempo la sequenza è stata semplice: prima nasceva l’opera, poi arrivava il mercato. Prima c’era un’intuizione dell’autore, una ricerca, una domanda, un’ossessione che dava vita a qualcosa, poi la prova del pubblico. Il mercato interveniva dopo, come verifica capace di premiare, diffondere, ignorare o stroncare. Il punto fondamentale è che il mercato arrivava a cose fatte, a opera pubblicata. Certo, esistevano dei filtri a monte: editori e finanziatori decidevano cosa pubblicare o sostenere nel tempo, tuttavia queste decisioni venivano prese in condizioni di forte incertezza ed erano influenzate soprattutto dal gusto, dall’intuizione e da scommesse personali.</p>



<p>Adesso classifiche, velocità di vendita, percorsi di acquisto, interazioni, permanenza, conversioni, trend online o le opinioni di particolari influencer entrano nel processo creativo prima ancora che il libro (o l’opera in generale) esista. Se si sa già quali forme funzionano, o quali verranno promosse di più, si tenderà inevitabilmente a produrre variazioni di quelle forme. In questo senso il mercato smette di essere un puro meccanismo di verifica e diventa un progettista. L’opera pubblicabile con minor rischio d’impresa diventa quella prefabbricata, studiata a tavolino per piacere, conformandosi al giudizio di un pubblico tenuto costantemente sotto controllo.</p>



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<p>E poi c’è un secondo problema, se si vuole più umiliante e svilente: la produzione culturale viene spinta a competere nello stesso recinto dell’intrattenimento immediato.</p>



<p>Un libro oggi non compete solo con altri libri, ma compete con le serie su Netflix progettate per persone costantemente distratte dalle notifiche, con i reel di TikTok, con i meme, con i caroselli e le infografiche di Instagram, con la musica su Spotify pensata per entrare in playlist e massimizzare gli ascolti, con la puntata di&nbsp;<em>Falsissimo</em>&nbsp;di Corona su YouTube. E qui conviene essere chiari: non c’è niente di male nell’intrattenimento facile, ma non tutto deve per forza intrattenere subito, fornire gratificazione senza attrito, o piegarsi alle stesse regole di selezione.</p>



<p>Molte forme di intrattenimento contemporaneo sono costruite per ridurre al minimo l’attesa della gratificazione, la densità degli argomenti, lo sforzo cognitivo e per questo sono volutamente create per essere immediate, scorrevoli, facilmente digeribili. Spesso e volentieri i libri offrono l’opposto: generano resistenza, chiedono tempo e concentrazione e alcuni persino un po’ di disciplina, per questo leggere, ascoltare alcuni tipi di musica, visitare un museo con calma sono attività più simili all’allenamento, al praticare sport, rispetto al guardare una fiction in prima serata.</p>



<p>La produzione culturale, se funziona, non dovrebbe soltanto far passare del tempo, ma dovrebbe restituirlo, lasciando qualcosa che non coincide con il piacere del momento (che sia chiaro: il piacere momentaneo può anche esserci, ma è mediamente di più difficile accesso). Questo è anche il compito del fare cultura: non fare compagnia, non intrattenere a tutti i costi, non rassicurare, non essere per forza semplice e immediata.</p>



<p>Perciò no, il problema non è che la cultura debba vendere, ma che chi la vende la stia progettando come se dovesse competere con quei contenuti nati per essere dimenticati in pochi secondi: questa è una gara persa in partenza!</p>



<p>Quando il pubblico viene anticipato, misurato e simulato prima ancora che l’opera nasca, il rischio è offrire una produzione culturale addomesticata. Continueremo a pubblicare libri, a organizzare festival, a produrre discorsi, a celebrare collane, ma a farlo dentro un orizzonte sempre più stretto, più prudente, più prevedibile, più fruibile e soprattutto lo faremo vendendo libri sempre alle stesse (poche) persone.</p>



<p>Non bisogna smettere di vendere la cultura, ma bisogna smettere di venderla come se fosse in competizione con le scariche di dopamina generate dallo scrolling, perché nessuno sano di mente venderebbe un abbonamento in palestra facendo leva sugli stessi meccanismi di gratificazione su cui si basa il consumo di contenuti sui social.</p>



<p>Se vendi qualcosa ad alto attrito con logiche di basso attrito, lo svaluti o lo falsi. In parole povere: nessuno si allena (o legge) con lo stesso spirito con cui apre TikTok.</p>
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		<title>La malattia editoriale italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jan 2026 10:58:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Nemesi]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[editoria italiana]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Storia di come ho sperperato l’eredità di mio nonno per diventare uno Scrittore.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Pigliati ‘sti quattro pidocchi, e fa il libro che devi fare</em> <br>&#8211; Mio nonno</p>
</blockquote>



<p><br>Esergo un po’ più serio, come nei saggi veri:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Esiste il &#8220;bravo&#8221; astrologo? Esiste l&#8217;alchimista &#8220;competente&#8221; e &#8220;aggiornato&#8221;? Allo stesso modo, uno scrittore non ha idea, e nessuno può averla, delle proprie eventuali qualità: esiste il buon scrittore? Gente che vuol scrivere ma vuole anche lavorare ha inventato le storie letterarie, nelle quali si afferma che il tale scrittore è bravo e il tale lo è di meno o di più. Tutte affermazioni campate in aria, perché lo scrittore è appunto come l&#8217;alchimista o l&#8217;astrologo, un tale che imbroglia fabbricando macchine mentali che nessuno può giudicare</em> <br>&#8211; Giorgio Manganelli &#8211;<em> Il rumore sottile della prosa</em></p>
</blockquote>



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<p><br>Devo all’esperienza di morte di mio nonno, che non ha mai letto un libro in vita sua, la possibilità di questo piccolo esperimento sociale che ho avuto modo di condurre negli ultimi due anni… forse da non continuare.<br><br>Avrei iniziato così questo abbozzo di saggio, di mini excursus nella mia esperienza con l’editoria del momento. Avrei inventato una premessa, come infatti ho inventato quella dell’eredità lasciatami da mio nonno, che non è mai esistita &#8211; e come avrebbe potuto? Mio nonno è morto, sì, ormai da qualche anno, non ricordo neanche più quanti di preciso &#8211; forse due o tre, comunque meno di cinque -, ma non mi ha lasciato nulla, perché è morto senza nulla. Anni prima, da ragazzino, gli avevo fatto presente con una certa insistenza quanto apprezzassi l’anello d’argento con montato in cima un opale nero che giocava coi riflessi della luce appena sotto la nocca del suo mignolo sinistro della sua mano sinistra &#8211; mignolo che terminava in un’unghia che lui, per qualche tradizione e motivo che adesso non ricordo e che non mi va più di indagare, lasciava crescere da non so quanti decenni senza tagliarla mai. Forse senza averla mai tagliata. Comunque, l&#8217;anello non l&#8217;ho mai avuto.</p>



<p></p>
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		<title>Non leggere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jan 2026 14:27:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Nemesi]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
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		<category><![CDATA[libri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quello che viene da chiedersi davvero è perché un giovane che abita il proprio tempo, inconsciamente immerso nel flusso del presente, dovrebbe leggere e, soprattutto, dovrebbe leggere un libro pubblicato in Italia oggi?</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Prologo per i più fortunati che non sanno cosa sia un libro:</p>



<p>Immaginate che un visionario trovi il modo di inventare un’IQOS non elettronica — un oggetto fisico, con dentro del tabacco, un filtro eccetera: adesso su due piedi non vi so fare un elenco esaustivo di cosa ci vorrebbe, altrimenti l’avrei inventata io, ma diciamo una cosa che puoi tenere in tasca, in un comodo pacchetto, e che ti puoi fumare in tutta tranquillità quando e dove vuoi (a meno che tu non viva a Milano). Sarebbe gustoso, no?</p>



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<p>Ecco. Qualcuno, questa cosa, l’ha già fatta con lo straordinario dono che Dio ci ha fornito: la parola. Ha preso un Kindle, in qualche modo (a mano credo) ha ricopiato le parole a una a una su un foglio, poi su un altro e alla fine li ha messi insieme e ci ha incollato sopra una copertina. Questo è un libro. Ci sono libri di storia, libri da comodino, libri usati e libri nuovi di pacca. Ci sono addirittura, pensate, dei libri da leggere.</p>



<p>Non voglio ricevere lettere formali da zii magistrati, però sappiamo tutti chi è l’unica persona sotto i sessant’anni che ancora legge libri in Italia. Se resiste il Premio Strega, o si organizzano quelle meravigliose fiere della vanità che sono i festival letterari, lo dobbiamo anche a lui, che non se ne perde una, e trotta da un capo all’altro dello stivale. E allora rapida carrellata descrittiva del profilo tipo: cardigan e occhialetto da eccellenza del Liceo Classico, capelli arruffati come arruffati sono i pensieri, riscatto della laurea come regalo dei genitori per il venticinquesimo compleanno e una certa innocuità sostanziale e depotenziamento concettuale sotto la sventolata potenza rivoluzionaria della cultura. In cameretta i busti di Augias e Gramellini. Nel congelatore? Facilissimo: solo buste di vellutata di zucca dell’Orogel. Se a Crepet chiedessero di buttare giù due righe per un prompt per il giovane ideale, uscirebbe lui.</p>
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		<title>Non possono esserci solo romanzi pietisti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Oct 2025 10:49:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[Romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[Ada D'Adamo]]></category>
		<category><![CDATA[Alcide Pierantozzi]]></category>
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		<category><![CDATA[Hanya Yanagihara]]></category>
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		<category><![CDATA[pietismo]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Strega]]></category>
		<category><![CDATA[psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[romanzi]]></category>
		<category><![CDATA[sofferenza]]></category>
		<category><![CDATA[Vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando la vita sparisce dai romanzi e la letteratura si riduce a poco più di una seduta di gruppo.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><em>Nota a chi legge:<br></em></strong><em><br>Scrivere di dolore è non solo legittimo, ma spesso necessario. Alcuni dei libri che saranno citati in seguito contengono pagine potenti e oneste. Non metto in discussione il diritto di raccontare traumi, malattie o fragilità. Ma quello che oggi vedo – troppo spesso – è una narrativa che usa il dolore come lasciapassare, come scorciatoia estetica e soprattutto etica. Qui si vuole mettere in discussione un meccanismo editoriale, culturale, stilistico, che rende il dolore un prodotto. Una macchina che vende emozioni consolatorie, ma che nel farlo dimentica che la letteratura dovrebbe essere soprattutto vita, invenzione, visione, tensione.</em></p>



<p></p>



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<p>Negli ultimi anni è emerso un genere letterario apparentemente di successo, che chiamiamo “romanzo pietista”. Quel tipo di romanzo che mette al centro <strong>malattia, perdita, trauma, lutto e disagio mentale</strong>, non come materia narrativa, ma come garanzia morale.</p>



<p>È la nuova zona franca della letteratura contemporanea: se soffri o se scrivi di qualcuno che soffre – anche se è un personaggio di fantasia &#8211;<strong> puoi anche dimenticare trama, stile, visione, coerenza, messaggio</strong>. Non importa. Il dolore ti assolve sempre.</p>



<p>Lo spunto di questa riflessione è giunto dopo aver provato a leggere <em>Lo sbilico </em>di Alcide Pierantozzi. Un testo che si muove tra diario clinico e flusso letterario, tra ambulatorio e confessionale. La lingua e lo stile cercano di tenere insieme i pezzi e a tratti ci riescono anche. Ma il problema non è stilistico quanto sostanziale.</p>
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		<item>
		<title>Intervista impossibile ai Tlonisti</title>
		<link>https://ilnemico.it/intervista-impossibili-ai-tlonisti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jan 2025 09:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista Impossibile]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Colamedici]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Maura Gancitano]]></category>
		<category><![CDATA[performatività]]></category>
		<category><![CDATA[Tlon]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tlon è una inarrestabile e onnipresente megamacchina editoriale, gestita con dolcezza e infaticabile operosità da Maura Gancitano e Andrea Colamedici.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Pieve di Cadore, sono le 23 e 45, Maura e Andrea hanno appena finito la sessione del loro ciclo settimanale di conferenze, rigorosamente in presenza, sui rimedi al burnout dei casellanti degli impianti sciistici. Riusciamo a intercettarli in camerino. </em></p>



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<p>N: Ciao Andrea, ciao Maura. Come state?</p>



<p><strong>M: Bene, dai, un po’ stanchi.</strong></p>



<p>N: Beh direi, siete ovunque, sempre in giro a una presentazione, a un festival, sui social.</p>



<p><strong>M: Sì il 2024 è stato uno dei nostri anni migliori… abbiamo sbloccato la manovra a tenaglia, Andrea presentava a nord, mentre io partivo da giù. A metà strada una fiera a Roma per sgrassare, e poi via a direzioni inverse.</strong></p>



<p>N: Un grande traguardo, complimenti…</p>



<p><strong>A: La cosa di cui andiamo più fieri però è la pubblicazione delle 30mila ore di storie su Instagram negli ultimi 365 giorni.</strong></p>



<p>N: Ellapeppa!</p>



<p><strong>A: Sì, ho fatto un calcolo e sono di più delle ore che ho realmente vissuto.</strong></p>



<p>N: Splendido, ma mi chiedevo una cosa. Mentre parliamo in questa simpatica intervista impossibile, state allo stesso tempo facendo uno streaming sull’educazione sessuale negli asili nido. Come fate a rispondere a me e contemporaneamente a tenere un convegno su un tema così delicato?</p>



<p><strong>A: Semplice</strong> [Andrea si volta] <strong>abbiamo un’altra faccia dietro la testa. E alle nostre spalle facciamo lo streaming.</strong></p>



<p>N: Ah… ecco, non capivo. Fa un po’ senso.</p>



<p><strong>A: Io la chiamo deformazione professionale.</strong></p>



<p>N: Chiaro. E anche tu Maura?</p>



<p><strong>M: Sì, anche io ho un’altra faccia ma purtroppo la mia è sotto il piede. È per questo che sto in questa posizione scomodissima per fare la diretta.</strong></p>



<p>N: Ah capisco. Che ingiustizia però…</p>



<p><strong>A: Per me è colpa del patriarcato.</strong></p>



<p>N: È possibile, è possibile.</p>



<p><strong>A: Forse è anche per colpa di Onlyfans. I piedi stanno prendendo coscienza. Coscienza di calze.</strong></p>



<p><strong>M: Ahahha Andrea, il tuo marxismo è spudorato.</strong></p>



<p>N: Adorabile. Non mi è chiaro però come fate a conciliare alcuni dei vostri core business – la lotta alla performatività, alla società dell’efficienza – con l’essere poi performativi ed efficientissimi al massimo. Producete contenuti in continuazione, siete a 15 eventi contemporaneamente, parlate di temi che comprendono tutto lo scibile umano e postumano, dalla paleontologia alla guerra in Ucraina, dalle disuguaglianze di genere ai generali dietro la collina.</p>



<p><strong>A: Io la chiamo deformazione professionale</strong>.</p>



<p>N: Mi pare giusto. Ma cos’è questo odore sgradevole?</p>



<p><strong>A: Niente niente. Apri la finestra Maura.</strong></p>



<p>N: È una puzza insopportabile. Andrea… hai scorreggiato?</p>



<p><strong>A. Io la chiamo fioritura personale.</strong></p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="670" height="1000" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/01/e717f62d-3518-49fc-94bc-b7928751decb_670x1000.png" alt="" class="wp-image-1802" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/01/e717f62d-3518-49fc-94bc-b7928751decb_670x1000.png 670w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/01/e717f62d-3518-49fc-94bc-b7928751decb_670x1000-201x300.png 201w" sizes="(max-width: 670px) 100vw, 670px" /></figure>
</div><p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/intervista-impossibili-ai-tlonisti/">Intervista impossibile ai Tlonisti</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Chiudete Adelphi prima che sia troppo tardi!</title>
		<link>https://ilnemico.it/chiudete-adelphi-prima-che-sia-troppo-tardi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Oct 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[Blazen]]></category>
		<category><![CDATA[Calasso]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Mondadori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se l'unica di cui ci potevamo fidare ha imboccato la strada a senso unico che già fu di Feltrinelli e Mondadori, quale alternative restano, se non chiudere tutto? </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right">«Quanto più il mondo è inconsistente, tanto più cresce il numero di coloro che hanno da lamentarsene. <br>Ma anche il loro lamento è inconsistente»</p>



<p class="has-text-align-right">Roberto Calasso, <em>L&#8217;innominabile attuale</em></p>



<p>Roberto Calasso è morto e Feltrinelli ha il 10% di Adelphi. Dal maggio 2027 anche Mondadori avrà il suo buon 10%. Siamo giusto in tempo. <strong>Anzi <em>siete</em> giusto in tempo per chiudere con un lieto fine.</strong> Lo sappiamo: tutto finisce e niente dura per sempre, speravamo di finire prima noi ma non importa, è andata così. Preferiamo vederla morta e continuare a contemplarne il cadavere squisito – a leggerne il catalogo già edito – che assistere impotenti al suo pervertimento. <em>Corruptio optimi pessima.</em></p>



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<p>C’è stato un momento specifico nella mia vita di lettore inesperto in cui ho capito che Adelphi era l’unica di cui mi potevo fidare. <strong>Tutte le altre grandi case editrici, nonostante i capolavori che avevano in catalogo, potevano sempre rifilarti qualcosa di scadente. Solo Adelphi significava qualità assicurata</strong>. Non avrei mai visto su una di quelle copertine pastello il nome di una youtuber, ne ero certo. Adelphi significava cultura.</p>



<p>Poi bisogna essere onesti e ammettere che anche Adelphi ha pubblicato cose di minor valore letterario – anche se molte meno di tutti gli altri editori maggiori – ma il problema non è quello. Il problema non è neanche la prefazione a <em>Narcotopia</em> di Patrick Winn scritta da Saviano (che tra l’altro aveva già prefatto <em>Višera</em> di Šalamov, nel 2010, quando Calasso era ancora vivo e in retti sensi) ma il problema sono tutte le altre che temiamo arriveranno. Guardiamo con terrore al giorno in cui Adelphi pubblicherà un romanzo di Saviano. No, non stiamo dicendo che auguriamo a Saviano di finire in mano ai Casalesi, stiamo semplicemente dicendo che Saviano scrive male. <strong>Qualunque sia la valenza politica e civile dell&#8217;uomo Saviano, lo riteniamo come scrittore mediocre e come studioso</strong> <strong>irrilevante</strong>. Stiamo dicendo che se Adelphi pubblicasse un romanzo di Saviano vedremmo irreversibilmente intaccata quella garanzia di qualità, il mantenimento di quegli standard, che fino a oggi hanno caratterizzato la casa editrice.</p>



<p>Quando la prosa italiana era viva e vegeta – e il serpente della lingua cambiava pelle non nella pagina Facebook di Vera Gheno, ma sotto la penna di Landolfi o Ceronetti – Adelphi pubblicava pagine del genere: «Per l’italiano, il fatto di non essere in galera è semplicemente un segno che da noi lo Stato non funziona. E come potrebbe funzionare, avendo dei cittadini come lui? L’italiano libero è semplicemente un italiano che l’ha fatta franca». Chi parla è un Manganelli affatto ironico. <strong>Davvero vogliamo affiancare all’autore di <em>Mammifero italiano</em> e <em>Dall’inferno</em> i paladini della giustizia a buon mercato, gli inclusivi rigorosamente inclementi e intolleranti? </strong>Chi lo accetta senza battere ciglio, è complice – e questo ci riporta a Manganelli: «L’Italia – dove l’istituzione (la raccomandazione) fiorisce, ma che certamente non ne è il solo eden – non pare interessata ad una società giusta; essendo una società di moltissimi deboli e pochi potenti, è una società di complici»).</p>



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<p>Nel 2015 RCS, che possedeva il 58% della casa editrice, voleva vendere al gruppo Mondadori e Calasso intervenne esercitando un’opzione per acquistare le quote detenute da RCS e impedire che il passaggio avvenisse. Adesso sua figlia, Josephine Calasso, cede a Mondadori una parte delle sue azioni. <strong>Non ci vuole un medium per capire che il padre non sarebbe d’accordo</strong>, ma Josephine Calasso posta sotto la sua foto mentre fa aperitivo la falsa citazione di Calvino, quella che dice «prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore». Chiunque abbia letto davvero la <em>Lezione sulla leggerezza</em> sa che questa frase non c’è scritta, chiunque abbia mai letto Calvino dovrebbe nutrire dei seri dubbi sul fatto che potesse aver scritto una frase così banale.</p>



<p>Noi non vogliamo prendercela con chi non ha letto Calvino, né tantomeno vogliamo criticare le altre case editrici perché pubblicano prodotti mediocri o addirittura insulsi: va bene così, che lo facciano. Devono farlo. Ci sono persone a cui piace leggere quelle cose e non vediamo per quale motivo dovrebbero essere private di questo piacere. Ma neanche noi vogliamo essere privati della cultura. <strong>Vogliamo che si continui a riconoscere la differenza tra intrattenimento e cultura. Non è un discorso gerarchico, non sta a noi stabilire se una cosa è meglio dell’altra, non è una questione di snobismo.</strong> Ma noi vogliamo che continuino a esistere tutte e due. Che esista l&#8217;intrattenimento, la distrazione, <strong>ma per quale motivo la cultura deve morire nel tentativo di farsi intrattenimento</strong>? Adelphi comincerà a cercare di fare soldi con tutto ciò che gravita intorno ai libri, ma che libro non è, come gli altri editori maggiori? Dopo le shopper Adelphi, che già esistono e vanno alla grande, ci toccherà vedere la serie Netflix tratta dai romanzi di Bernhard? Indosseremo le t-shirt del merchandise di Fleur Jaeggy come quello di Sally Rooney?</p>



<p>Ormai da tempo la cultura insegue l’intrattenimento pensando di guadagnarci qualcosa, quando è evidente che queste scelte sono solo a perdere, la diluiscono fino a farla risultare annacquata e insapore. Seguire quel mercato, soci di Adelphi, vi costringerà a rinunciare a voi stessi, che invece siete gli unici ad avere ancora interi manipoli di fedelissimi lettori desiderosi di leggere cose belle. <strong>Gruppi di Adelphiani convinti la cui devozione è nata proprio dalla consapevolezza di avere a che fare con la cultura, la bellezza e il genio</strong>. Gente smaniosa di leggere il volume mai uscito che doveva seguire il primo, sontuoso, delle prose di Hofmannsthal (<em>L’ignoto che appare. Scritti 1891-1914</em>) stampato nel 1991. Lettori che vorrebbero avere tra le mani la vostra edizione di un libro prezioso come <em>Il parricidio mancato</em> (1985) di Emanuele Severino, che continua anche da morto (o meglio: uscito dal cerchio finito dell’apparire) ad essere uno degli autori più venduti del vostro catalogo. Persone private della possibilità di leggere i libri sulla musica e la teoria della composizione di Franco Donatoni, <em>Questo</em> (1970) e <em>Antecedente X</em> (1980), ormai introvabili perché mai più ristampati. (Qual è la colpa? Voler leggere testi scritti da autori competenti in materia?). Adelphiani che si disperano per <em>La carta è stanca</em> (1976) e <em>La vita apparente </em>(1982) di Ceronetti, che sono entrambi ormai esauriti da almeno quarant’anni – e valgono quasi tutta l’opera del loro autore. E potremmo ancora citare opere come <em>Il garbuglio</em> di Werner Kraft (1971), <em>Artemis Efesia</em> di Albino Galvano (1967), <em>Corna e lingua</em> di Alfred Salmony (1968), segni di una parete geroglifica scheggiata, fiati sottili di lingue dimenticate.</p>



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<p>Ve lo diciamo con amore e apprensione, perché su questa colpa (dimenticare sistematicamente i giganti, e pubblicare l’insulso) <strong>la furia dell’Onnipotente non potrà che piombarvi addosso, contro i vostri primogeniti</strong> – e noi non vogliamo che accada.</p>



<p>Non vogliamo veder svanire l’universo culturale di Adelphi, costruito pubblicando autori che hanno storicamente esplorato visioni diverse e soprattutto lontane dalla triste e ripetitiva banalità dell’intellighenzia italiana di oggi.<strong> Ci preoccupa vedere la coerenza intellettuale che ha definito Adelphi per decenni, eredità di Roberto Calasso, diluirsi progressivamente.</strong> Trovarci a doverlo spiegare è già un sintomo della perdita di quella direzione unica e riconoscibile. «A chi non capisce l’allusione è inutile fornire la spiegazione» (Ceronetti)</p>



<p>Vi chiediamo di sigillare lo stile che Adelphi ha sempre mantenuto e il modo è uno solo:<strong> chiudere</strong>. Non si può fare altro. Dal momento che non vi possiamo chiedere di riportare in vita Bobi Bazlen e Roberto Calasso vi chiediamo una cosa molto più facile: chiudete. Morti i grandi ispiratori che l’hanno creata, a Adelphi non resta che continuare per inerzia, perdendo ogni giorno qualcosa e pervertendosi ogni giorno in qualcos’altro. Risparmiateci la visione di Chiara Valerio, tronfia delle sue strampalate sciocchezze, che siede sul trono di chi ha iniettato Nietzsche nelle vene piene di sangue stantio della cultura italiana. <strong>Chiudetela! Vi imploriamo! Adelphi non ha più ragione di esistere. Del resto, non ce la meritiamo</strong>.</p>



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