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	<title>follia Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Farcela con la Morte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Oct 2024 10:01:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Accelerazionismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Capitolo tradotto da "Fanged Noumena" di Nick Land. E se fosse la morte l'unico modello dell'opposizione al capitale? E la rivoluzione non un dovere, ma un abbandono? </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/farcela-con-la-morte/">Farcela con la Morte</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-left has-white-color has-white-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-9ccd56245a3ebb52ff66a5805da06845"></p>



<p class="has-text-align-left">Se Deleuze deve essere tratto in salvo da quell’insulso liberalismo neo-kantiano che oggi passa per filosofia in Francia, è necessario ricostruire e approfondire la sua genealogia. Lo pseudo-nietzscheanesimo della reazione anti-hegeliana degli anni Sessanta è un contesto ben poco adeguato per un pensatore di tale rilievo, e lo stesso si può dire per le sue tenzoni con la psicoanalisi strutturalizzata. <strong>La forza di Deleuze deriva dal fatto che riesce a distaccarsi dalla temporalità parigina in modo molto più radicale rispetto alla maggior parte dei suoi contemporanei,</strong> incluso lo stesso Guattari. Il tempo del testo di Deleuze è un tempo più freddo, più rettiliano, più tedesco, o almeno il tempo dei tedeschi anti-tedeschi, come Schopenhauer e Nietzsche in particolare, per i quali le ere andavano scandagliate con disprezzo. È soprattutto un tempo lucreziano o spinoziano, <strong>un tempo di natura indifferente, che compone bizzarri accoppiamenti trasversali attraverso i secoli</strong>.</p>



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<p>I<br>La modernità è &#8220;essenzialmente&#8221; ricostruttiva, una caratteristica rilevata sia dalla mera continuità astratta della sua organizzazione produttiva – il capitale è sempre neo-capitale – sia dalla dinamica trascendentale della sua modalità filosofica predominante (kantiana). <strong>La critica appartiene al capitale perché è la prima procedura teorica intrinsecamente progressiva apparsa sulla terra</strong>; evita sia il conservatorismo formale della scienza naturale induttiva, sia il conservatorismo materiale della metafisica dogmatica. Sia nel caso del modo di produzione che in quello del modo di ragione, ciò che emerge è un <strong>movimento auto-perpetuante di deregolamentazione, che tende ad affidare un privilegio sempre più radicale all’impulso interrogativo.</strong> Naturalmente, come indicano in modo così esplicito Deleuze e Guattari nei loro scritti, questo processo di liberazione immanente<strong> è soffocato e limitato dalla ricostituzione attiva di meccanismi di controllo arcaici: fedi, apparati statali, affinità parrocchiali, neo-tribalismi, un’autorità messa in scena in maniera sempre più ridicola; la morale, i matrimoni e i mutui.</strong></p>



<p>Le traiettorie della filosofia moderna si delineano in risposta a questo dilemma sociale e teorico. Un flusso di pensiero, che attraversa Schopenhauer e Nietzsche fino agli strati repressi della psicoanalisi e della metapsicologia freudiana, traccia la ricorrenza dell’impeto formativo di base soffocato dalla teo-politica occidentale. Un altro flusso, associato principalmente a Hegel, è guidato dall’ideale implicito di una ricostruzione speculativa del politico, all’indomani del Capitale. Entrambe queste tendenze puntano nella direzione di un pensiero post-trascendentale; nel primo caso dissolvendo le differenze polarizzate tra l’empirico e le sue condizioni in una gerarchia aperta di strati intensivi, nel secondo collassando la composizione astratta di questa polarità nell’autolegislazione infinita del concetto concreto. <strong>Una terza corrente, forse la più intricata topograficamente, è rappresentata soprattutto da Schelling, ed è spinta dalla dinamica della critica verso un completamento del programma trascendentale</strong>: sostituendo la continuità immanente della cosmologia spinoziana con la ininterrogata pietà dell’identità logica ereditata da Kant.</p>



<p>Deleuze è il più potente esemplare di questo spinozismo trascendentale tra i pensatori contemporanei. La decostruzione di Derrida, pur essendo in fin dei conti programmaticamente simile a una schizo-analisi o a una critica genealogica di tipo deleuziano, è pesantemente indebolita da un afflusso di temi neo-umanisti, che arrivano, passando attraverso Heidegger, da Kierkegaard e Husserl, i quali aggravano l’entità del compromesso quasi-teologico che neppure lo stesso Schelling era riuscito ad evitare. Heidegger, pur alimentando gli aspetti più sordidi del regionalismo e dell&#8217;idealismo di questa eredità, prosegue con vigore l&#8217;eliminazione dell&#8217;influenza di Spinoza, accademicizzando e denaturalizzando il pensiero del fondamento impersonale o dell’<em>Indifferenz</em>. Sebbene sia Deleuze che Derrida critichino l’articolazione illegittima,<strong> il primo tende verso un materialismo compiuto, in cui la sostanza intensiva viene rilasciata trascendentalmente dalla sua paralisi nell’estensione</strong>, mentre il secondo persegue una meditazione giudaica, tracciata in teo-grafismi, radicalizzando indefinitamente una relazione anti-iconica con l’assoluto. <strong><em>Deus sive natura</em> non è un’identità, ma una disgiunzione inclusiva</strong>; Spinoza il giudeo che scompare o Spinoza lo psicotico esplosivo, decostruzione o schizo-analisi.</p>



<p>Se la decostruzione è spinta dalle pietà effimerizzanti del capitale, <strong>la schizo-analisi è mossa dalla sua spietatezza da gazza ladra</strong>. Ricodifica sempre, ci dice la decostruzione, ma ogni volta in modo più sottile, più elusivo, sviluppando un po’ di più la parodia prolungata della legge su sé stessa. <strong>Decodifica sempre, blatera invece la schizo-analisi, non credere in nulla e liberati dalla nostalgia per l&#8217;appartenenza. Chiediti sempre dove il capitale è più disumano, privo di sentimenti e fuori controllo. Abbandona ogni attaccamento allo Stato.</strong> Non è il managerialismo sociale di Hegel ciò che si contrappone appropriatamente al nomadismo deleuziano. L’hegelismo è stato sempre solo il <em>black humour</em> della storia moderna. Piuttosto, è la politica non esclusiva della decostruzione o le più rozze teorie liberali neo-kantiane, <strong>con le loro umanità astrattamente ricomponibili</strong>, che rappresentano il vero contrappunto all’economismo anti-politico di Deleuze. In contrasto con la nevrosi ossessiva del pensiero etico, con il suo vano tentativo di consolidare un principio trascendente di giustizia a partire da quel triste fantoccio dei codici del lavoro contrattuale che chiamiamo &#8220;l’agente&#8221;, <strong>la schizo-analisi condivide quel delizioso senso di irresponsabilità di tutto ciò che è anarchico, inondante e rigidamente impersonale</strong>.</p>



<p>Il capitale non può disconoscere la schizo-analisi senza perdere le proprie zanne<a id="_ftnref1" href="#_ftn1">[1]</a>. La follia che così estrarrebbe da sé è l&#8217;unica risorsa per il suo futuro; <strong>una nicchia de-socializzata di sperimentazione che corrode la sua essenza e deride con anticipo l&#8217;intero spettro dei modi di civiltà attualmente esistenti</strong>. La vera libertà energetica che annienta <strong>la gabbia sacerdotale della libertà umana</strong> è rifiutata a livello del secondario processo politico proprio nel periodo in cui il primario processo economico scivola sempre più tra le sue braccia. Il profondo segreto del capitale-come-processo è la sua incommensurabilità con la conservazione della civiltà borghese, che si aggrappa a esso come un nano in groppa a un drago. Man mano che il capitale &#8220;evolve&#8221;, <strong>la razionalizzazione sempre più assurda della produzione-per-il-profitto si sgretola via come un pellaccia secca per via dell’inflazione del feedback positivo della produzione-per-la-produzione.</strong></p>



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<p>Se il capitale è una macchina da suicidio sociale, <strong>è perché si trova costretto a favorire i propri assassini</strong>. Il capitale produce la prima socialità in cui il <em>pouvoir</em> della dominazione è continuamente sottomesso al rischio della <em>puissance</em> sperimentale. <strong>Solo intensificando i suoi legami nevrotici esso riesce a mascherare l’eruzione di follia nella sua infrastruttura, ma, ogni anno che passa, tali legami diventano più disperati, cinici, fragili</strong>. Tutto questo solleva la questione della famigerata &#8220;morte del capitalismo&#8221;, che è stata prevalentemente trattata come una questione di terrore o speranza, scetticismo o fede. Il capitale, ci viene detto, sopravviverà, oppure no.</p>



<p>Tale escatologia proiettiva perde completamente di vista il punto, <strong>ovvero che la morte non è una possibilità estrinseca al capitale, ma una sua funzione intrinseca.</strong> La morte del capitale è meno una profezia che una parte della macchina. La voluttà immanente ad ogni nuovo affare prende slancio dalla fine della borghesia. Considerate l&#8217;uso di cocaina da parte del capitale finanziario: al tempo stesso sia una sbornia quantitativa segnata come deviazione dallo zero, sia una spesa di lusso che annulla il signifcato storico della ricchezza. <strong>Il broker che gestisce dei <em>futures</em> strafatto di cocaina che passa accanto a un ubriacone lungo una strada di Manhattan traduce il destino della differenza di classe in un&#8217;intensità immanente tracciata su una superficie liscia di dissoluzione sociale</strong>. Il senzatetto abita il punto zero sociale, il punto di fuga della legalità premoderna preferito dal capitale, dal quale la scarica di cocaina è respinta come da un’anonima distanza dalla morte. C&#8217;è un divenire-un-senzatetto-ricco, un divenire-un-pezzente-fatto-di-cocaina, che è integrale al cinismo del capitale di frontiera. Questa è l&#8217;avanguardia moderna di Beckett, dove l’alta cultura si differenzia immanentemente dall’assenza di cultura, assolvendosi dal bisogno di presentare qualsiasi specificatore ontologico. È così che <strong>c’è un divenire-zombie del senzatetto proprio come c’è un divenire-frenetico dei veri manager del sociale</strong>: il quartiere popolare degradato come linea di base per l’effervescenza di Wall Street. È del tutto inesatto suggerire che gli yuppie della finanza non conoscano la privazione, <strong>poiché l&#8217;oblio limite di una proletarizzazione assoluta lo buttano giù con ogni bolla di champagne</strong>.<br><br>Esiste una risposta umanista familiare a questo divenire-zombie al limite delle possibilità del lavoratore moderno, che è associata anzitutto alla parola ‘alienazione’<em>.</em> I processi di <em>de-skilling</em>, ovvero il <em>re-skilling</em> sempre più accelerato, la sostituzione del lavoro manuale con il lavoro astratto, e l’intercambiabilità crescente dell’attività umana con i processi tecnologici &#8211; <strong>tutti accompagnati dalla dissoluzione dell’identità, dalla perdita di interesse e dalla narcotizzazione della vita affettiva</strong> – vengono criticati sulla base di una concezione morale. Ci si prospetta un risveglio politico, finalizzato al ripristino di un’integrità umana ormai perduta. L’esistenza moderna è vista come profondamente mortificata dalla sottomissione reale dei valori umani a una produttività impersonale, che a sua volta viene intesa come espressione di un lavoro morto o pietrificato, che esercita un potere vampiresco sul vivente. <strong>L’esangue proletario-zombie deve essere rianimato dal terapeuta politico, guarito ideologicamente dal suo amore sacrilego per i non-morti e vincolato alla nuova vita eterna della riproduzione sociale</strong>. Il nucleo mortifero del capitale è pensato come l’oggetto della critica.</p>



<p>Deleuze si differenzia radicalmente da un umanesimo socialista di questo tipo,<strong> poiché nel programma schizo-analitico la morte è il soggetto impersonale della critica</strong>, e non un valore maledetto al servizio di una condanna. Un passaggio complesso verso la fine di <em>L’Anti-Edipo</em> recita: </p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-c7190ff8fcfc5ff34abf71859343c1a0"><em>Il corpo senza organi è il modello della morte. Come gli autori di storie dell’orrore hanno capito così bene, non è la morte a servire da modello per la catatonia, è la schizofrenia catatonica a dare il suo modello alla morte, a intensità zero. Il modello della morte appare quando il corpo senza organi respinge gli organi e li mette da parte: niente bocca, niente lingua, niente denti – fino al punto dell’automutilazione, fino al punto del suicidio. Tuttavia non c’è vera opposizione tra il corpo senza organi e gli organi come oggetti parziali: l’unica vera opposizione è contro l’organismo molare, che è il nemico comune. Nella macchina desiderante, si vede lo stesso catatonico ispirato dal motore immobile che lo costringe a mettere da parte i suoi organi, in parti diverse della macchina, diverse e coesistenti, diverse nella loro stessa coesistenza. Perciò è assurdo parlare di un desiderio di morte che presumibilmente si opporrebbe in modo qualitativo ai desideri di vita. La morte non è desiderata, c’è solo la morte che desidera, in virtù del corpo senza organi o del motore immobile, e c’è anche la vita che desidera, in virtù degli organi funzionanti</em>.<a id="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a></p>



<p>Non si tratta quindi del lavoratore trasformato da un processo di privazione in uno zombie, ma piuttosto che <strong>la produzione primaria passa da una personalità a uno zero, popolando un deserto alla fine del nostro mondo</strong>. È importante a questo punto notare che Spinoza cambia il senso della religione del deserto: non più una religione sorta dal deserto, <strong>ma un deserto nel cuore stesso della religione</strong>. <strong>La sostanza di Spinoza è un Dio del deserto. Dio come zero impersonale, come una morte che rimane il soggetto inconscio della produzione</strong>. All&#8217;interno dello spinozismo Dio è morto, ma solo nel senso di un punto di partenza per i vari divenire-zombie, di ciò che Deleuze chiama &#8220;il piano di consistenza&#8221;, che in <em>Mille piani</em> è la &#8220;fusibilità come zero infinito&#8221;<a id="_ftnref3" href="#_ftn3">[3]</a>.</p>



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<p>Non c’è differenza, sul piano di consistenza, tra i corpi senza organi e <em>il</em> corpo senza organi, tra le macchine e <em>la</em> macchina. Tra le macchine c’è sempre un accoppiamento che condiziona la loro reale differenza, e tutti gli accoppiamenti sono immanenti a una macromacchina. <strong>Le macchine producono la loro totalità accanto a sé come elemento indifferenziato</strong> o comunicato, un divenire-un-Dio-catatonico, che erompe come un tumore dalla materia pre-sostanzializzata, attraverso la quale la natura genera la morte accanto a sé.</p>



<p class="has-black-color has-text-color has-link-color wp-elements-a8ab3318283a7ff3f56c181b5abed2eb">Inevitabilmente, quando si parla del corpo senza organi, si parla di Spinoza. In <em>L’Anti-Edipo</em> ci viene detto che: </p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-a1d23e691db0c5764d256e40b744fc4d"><em>Il corpo senza organi è la materia che riempie sempre lo spazio a dati gradi di intensità, e gli oggetti parziali sono questi gradi, queste parti intensive che producono il reale nello spazio partendo dalla materia come intensità = 0. Il corpo senza organi è la sostanza immanente, nel senso più spinozista della parola; e gli oggetti parziali sono come i suoi attributi ultimi, che gli appartengono precisamente in quanto sono realmente distinti e non possono per questo escludersi o opporsi tra loro</em>.<a id="_ftnref4" href="#_ftn4">[4]</a></p>



<p>E in <em>Mille piani</em>: </p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-9ef0ec1cdfc21d1780ead424fb040b9b"><em>Dopotutto, l’Etica di Spinoza non è il grande libro del corpo senza organi? Gli attributi sono tipi o generi di corpi senza organi, sostanza, poteri, intensità zero come matrici di produzione. I modi sono tutto ciò che accade: onde e vibrazioni, migrazioni, soglie e gradienti, intensità prodotte in un dato tipo di sostanza partendo da una data matrice.<a id="_ftnref5" href="#_ftn5"><strong>[5]</strong></a></em> </p>



<p>Queste osservazioni sono chiaramente aggiuntive rispetto ad altre portate avanti nei testi chiave della schizo-analisi, così come alle discussioni estese su Spinoza contenute nei due libri che Deleuze dedica alla sua vita e opera, e agli innumerevoli commenti sparsi tra altri scritti. In <em>Nietzsche e la filosofia</em>, ad esempio, Deleuze isola <strong>Spinoza come l’unico vero precursore moderno di Nietzsche</strong>, in un’osservazione tanto significativa per comprendere il pensiero di Deleuze quanto poco convincente in relazione a Nietzsche.</p>



<p>Il nome &#8220;corpo senza organi&#8221; è di per sé un indizio sufficiente per ciò che è principalmente in gioco in questo pensiero, vale a dire: la realtà dell’astrazione.<strong> Il corpo senza organi è un’astrazione senza essere un risultato della ragione</strong>. È il deserto trascendentale della produzione primaria, o la riproduzione della produzione come <em>continuum</em> di massima indifferenza. È descritto in <em>L’Anti-Edipo</em> come &#8220;l’improduttivo, lo sterile, il non-generato, l’inconsumabile&#8221;. Dopotutto, <strong>cosa dovremmo distruggere per ferire il Dio o la Natura di Spinoza? Cosa si potrebbe creare per esaltarlo? Nulla</strong>. La fertilità e la corrosione modulano la sostanza senza intaccarla, giocando con le sue gelide permutazioni senza esprimere preferenze. Qualunque configurazione empirica prenda, riappare sempre di nuovo la produzione in quanto tale: <strong>il lusso insensato dell’impersonale</strong>.</p>



<p>La reale astrazione è la concezione trascendentale della sostanza spinozista. Già con l’ondata di testi deleuziani apparsi alla fine degli anni &#8217;60 – e più particolarmente con la pubblicazione di <em>Differenza e ripetizione</em> – un progetto filosofico coerente diventa discernibile, meglio descritto come spinozismo trascendentale, o una critica dell’identità. In parallelo, in un certo senso, a Schelling, ma senza alcuna evidente influenza diretta, Deleuze si compiace della base naturalistica del pensiero di Spinoza, ma la intende come priva di una esplicita comprensione trascendentale dell’identità. Con grande generosità Deleuze introduce di nascosto la componente mancante e poi fa finta di averla trovata già lì.</p>



<p>La critica opera segnando la differenza tra gli oggetti e le loro condizioni, intendendo la metafisica come l’importazione di procedure adattate agli oggetti nella discussione circa i loro principi costitutivi. <strong>Ciò significa che la critica è prima di tutto una filosofia della produzione</strong>, che estrae ciò che è genetico o pre-oggettivo dal discorso; una filosofia che si occupa delle relazioni costitutive o delle sintesi.</p>



<p>Nell’enunciato elementare di identità <em>A = A</em>, la questione dell’interpretazione trascendentale è lasciata aperta. “A” rappresenta un oggetto di qualsiasi tipo, sia esso possibile, ideale, formale, ecc.? Oppure designa l’identità in quanto tale, come principio condizionante? Nel primo caso la relazione d’identità sarebbe estrinseca, con un fondamento ulteriore, mentre nel secondo il suo rapporto con un oggetto possibile rimane problematico. La domanda critica resta irrisolta: <strong>come è possibile che qualcosa sia oggetto di un giudizio di identità?</strong> O, come viene prodotto l’oggetto nella sua identità con sé stesso?</p>



<p>L’identità è tradizionalmente concepita come essenza assolutamente astratta, o, correlativamente, come principio finale dell’intelligibilità. Entrambe queste formulazioni corrispondono al soggetto logico puro, prima della predicazione. <strong>Qualcosa è ciò che esso è</strong>. L’essenza è concepita, almeno implicitamente, sulla base dell’<em>eidos</em> platonico: la verità atemporale o pura possibilità della cosa, l’im-prodotto, lo sterile, il non generato. In questo modo, la concezione tradizionale dell’essenza fonde la specificità con l’identità, e il sillogismo opera, fin dalla sua origine, secondo gerarchie generiche di essenza o tipo, che culminano nella teoria logica degli insiemi. <strong>Da Aristotele a Kant la ragione è così adattata al pensiero della &#8220;cosa stessa&#8221;, inconsapevole del fatto che un tema trascendentale è così confuso con uno empirico</strong>.<strong> Il corpo senza organi è la reale differenziazione tra questi temi: lo stesso che si de-coseizza.</strong></p>



<p>Un rigore filosofico sorprendente inizia ad emergere dalle parole deliranti di Artaud citate all’inizio de <em>L’Anti-Edipo</em>: </p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-1589cca5e0aeb2f397073e07499743ad"><em>Il corpo è il corpo, è tutto da solo e non ha bisogno di organi, il corpo non è mai un organismo, gli organismi sono i nemici del corpo</em>.<a id="_ftnref6" href="#_ftn6">[6]</a> </p>



<p>Qui troviamo un tipo di giudizio d’identità storicamente aberrante. Il corpo è il corpo, ma solo come repulsione degli organi, o come ritiro del medesimo da ogni organizzazione specifica. <strong>La pace compromissoria tra il corpo e i suoi organi che fonda l’ontologia occidentale è minacciata da un movimento violento di scissione, e che non proviene dal soggetto, ma dal corpo</strong>. È così che Artaud anticipa la differenza in senso deleuziano, vale a dire: identità radicalmente trascendentale.</p>



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<p><br>La realtà dell&#8217;identità è la morte, ed è per questo che l&#8217;organismo non può coesistere con ciò che esso è. Sulla superficie liscia del corpo senza organi, &#8220;che cosa&#8221; ed &#8220;è&#8221; si ritraggono allergicamente l&#8217;uno dall&#8217;altro,<strong> aprendo una disgiunzione inclusiva nel cuore dell&#8217;essenza</strong>. Questa disgiunzione separa il polo identitario del corpo senza organi dalla differenza illimitata degli organi deterritorializzati, scindendo quell&#8217;oggettivismo che innesta un&#8217;identità empirica in irrigidite configurazioni di differenza. L&#8217;oggettivismo pre-critico pensa le sintesi sulla base delle loro conseguenze, che possono essere descritte come il loro uso trascendente o illegittimo. <strong>Dove Kant parla di legittimità e illegittimità, i testi della schizo-analisi parlano del molecolare e del molare</strong>. Così il corpo senza organi è descritto come una &#8220;gigantesca molecola&#8221;<a id="_ftnref7" href="#_ftn7">[7]</a>, mentre l&#8217;organismo è sempre una costruzione molare: costringendo l&#8217;identità alla specificità.</p>



<p>Anche la morte si biforca lungo questa frattura: da un lato la morte come identità desertica della differenza, il vuoto catatonico della critica assoluta alla fine del capitale, dall&#8217;altro la morte come oggetto molare di un desiderio negativamente costituito, reinvestendo lo zero intensivo nell&#8217;ordine sociale. In <em>L&#8217;Anti-Edipo</em>, la relativizzazione molecolare della morte molare è descritta nei seguenti termini: </p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-f5db8551b87d0d37075e336070ab318a"><em>lo stesso Freud parlò del legame tra la sua &#8220;scoperta&#8221; dell&#8217;istinto di morte e la Prima Guerra Mondiale, che rimane il modello della guerra capitalistica. Più in generale, l&#8217;istinto di morte celebra il matrimonio tra psicoanalisi e capitalismo; il loro fidanzamento era stato pieno di esitazioni. Ciò che abbiamo cercato di mostrare riguardo al capitalismo è come esso abbia ereditato molto da una trascendente causalità, latrice di morte, ovvero il significante dispotico, ma anche come abbia diffuso questa causalità fin alla piena immanenza del proprio sistema: il corpo pieno, divenuto quello del capitale-denaro, sopprime la distinzione tra produzione e anti-produzione: ovunque mescola l&#8217;anti-produzione con le forze produttive nella riproduzione immanente dei propri limiti sempre più allargati (l&#8217;assiomatica). L&#8217;impresa della morte è una delle principali e specifiche forme di assorbimento del plusvalore all’interno del capitalismo. È questo l&#8217;itinerario che la psicoanalisi riscopre e ripercorre attraverso l&#8217;istinto di morte&#8230;</em><a id="_ftnref8" href="#_ftn8">[8]</a></p>



<p>Ciò che separa l&#8217;anti-produzione re-investita nella guerra capitalista dalla repulsione assoluta del corpo senza organi <strong>è la liquidazione finale della morte nella sua funzione</strong>. Questa non è altro che la questione della critica compiuta, poiché il capitale è l&#8217;uso illegittimo, storicamente concreto, della sintesi congiuntiva. Questo significa che la produzione di equivalenza è schiacciata sotto l&#8217;identità segregata o pre-critica del capitale. Così, è occupando lo spazio di una condizione trascendente della produzione che il capitale persiste, perpetuando l&#8217;ordine molare della produzione sociale<strong>. Il limite del capitale è il punto in cui l&#8217;identità trascendente si spezza, dove il &#8220;medesimo&#8221; non è altro che la riproduzione assolutamente astratta della differenza, prodotta accanto alla differenza, con la più totale malleabilità.</strong> La questione non è che anche la differenza debba avere un&#8217;identità, ma piuttosto che la densità è l&#8217;identità della differenza, e nient&#8217;altro. La differenza non ha un&#8217;essenza trascendente, ma solo un piano immanente di consistenza, senza alcun fondamento ulteriore.</p>



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<p>II</p>



<p>L&#8217;interpretazione che dà <em>L&#8217;Anti-Edipo</em> del fascismo è senza dubbio grossolana, ma è anche di enorme potenza. La disgiunzione rivoluzionario/fascista viene usata come discrimine tra le vaghe tendenze alla deterritorializzazione e riterritorializzazione; tra la dissoluzione e la reintegrazione dell&#8217;ordine sociale. <strong>Il desiderio rivoluzionario si allea con la morte molecolare che respinge l&#8217;organismo, facilitando flussi produttivi inibiti, mentre il desiderio fascista investe la morte molare distribuita dal significante</strong>; segmentando rigidamente il processo di produzione secondo i confini delle identità trascendenti. <strong>Questa è una politica senza preti e senza colpa</strong>, che emerge da scrittori che spaziano da Spinoza e Reich, e ulteriormente sviluppata da Klaus Theweleit, il cui studio sul Nazionalsocialismo nei due volumi <em>Fantasie maschili</em> è – nonostante la sua ingenuità teorica – la massima e più florida espressione dell&#8217;antifascismo schizoanalitico.</p>



<p>L&#8217;identità della politica rivoluzionaria e antifascista risiede nella resistenza alla proiezione molare della morte da parte del capitale. <strong>Tutte le fonti di disordine che il capitale rappresenta come l’esteriorità della sua fine, tra cui l&#8217;agitazione della classe operaia, il femminismo, le droghe, la migrazione razziale e la disintegrazione della famiglia, sono essenziali al suo stesso sviluppo, come gli attributi di una sostanza</strong>. Il compito rivoluzionario non è stabilire un&#8217;esternalità più grande, più autentica, più ascetica, ma smantellare i meccanismi di rifiuto nevrotico <strong>che separano il capitale dalla propria follia</strong>, attirandolo nella trappola della liquidazione delle proprie posizioni di riserva, e persuadendolo a investire nei margini deterritorializzati che altrimenti cadrebbero sotto la persecuzione fascista. La schizo-politica è costringere il capitale a coesistere in modo immanente con il proprio disfarsi.</p>



<p>Questa posizione del 1972 diventa fondamentalmente problematica già nel 1980, con l&#8217;apparizione di <em>Mille piani</em>. Tra <em>L&#8217;Anti-Edipo</em> e <em>Mille piani</em> avviene un massiccio cambiamento nella diagnosi del Nazionalsocialismo, che viene staccato dalla categoria generale del fascismo e sottoposto a un&#8217;analisi più specifica. Questo spostamento è reso necessario da un’intuizione – in parte derivata da Virilio – <strong>secondo cui, mentre il fascismo è spinto da un imperativo di ordine sociale sotto il dominio molare dello Stato, il Nazionalsocialismo è essenzialmente suicida</strong>; esso semplicemente impiega lo Stato come strumento di un travolgente e ingestibile impulso di morte. Questo viene riassunto in una frase tratta dalla fine di <em>Micropolitica e segmentarità</em> – scandalosamente tradotta male – come una «macchina da guerra che non aveva più altro scopo che la guerra stessa e avrebbe preferito annientare i propri servitori piuttosto che fermare la distruzione»<a id="_ftnref9" href="#_ftn9">[9]</a>. Questo è possibile perché Il CsO è desiderio: è ciò che si desidera e ciò attraverso cui si desidera. E non solo perché è il piano di consistenza o il campo di immanenza del desiderio. Anche quando precipita nel vuoto di una dequalificazione troppo improvvisa, o nella proliferazione di uno strato canceroso, è comunque desiderio. Il desiderio si estende fino a qui: desiderare il proprio annientamento, o desiderare il potere di annientare<a id="_ftnref10" href="#_ftn10">[10]</a></p>



<p>La politica de <em>L&#8217;Anti-Edipo</em>, alleata al processo di dissoluzione molecolare che scorre dall’impersonale nucleo energetico del capitale, è minacciata da una neuroticizzazione familiare. <strong>Alla fine, questa non è altro che la cittadella contemporanea di Edipo: se non obbedisci a papà, diventerai un nazista</strong>. Aggrappati agli aggregati molari e diventerai come Mussolini, ma attaccati ai flussi molecolari indomabili e diventerai come Hitler. <strong>L’impatto storico di questo uso edipico dell’evento nazionalsocialista, e più in particolare – naturalmente – dell’Olocausto, non può essere sopravvalutato</strong>. La moralità è diventata il sussurro compiaciuto di un sacerdote trionfante: <strong>è meglio che continui a tenere il coperchio premuto sul desiderio, perché quello che desideri veramente è il genocidio. Una volta accettata questa logica, non c&#8217;è limite alla resurrezione di neo-arcaismi prescrittivi che tornano strisciando presentandosi come baluardo contro un&#8217;inconscio con gli anfibi: umanesimo liberale, paganesimo annacquato e persino i fetidi relitti del moralismo giudaico-cristiano. Ben venga qualsiasi cosa, purché odi il desiderio e dia man forte al poliziotto che ciascuno di noi ha in testa</strong>.</p>



<p>Qualsiasi politica che debba poliziare sé stessa <strong>ha perso ogni spinta schizo-analitica e si è riconvertita in un triste riformismo basato sul lobbismo, ciò che caratterizza la leale opposizione al capitale lungo tutto il corso della sua storia</strong>. La sua deterritorializzazione è trattata come sospetta, e <strong>il dissenso si ritrova a rivestire un ruolo conservatore, ovvero rigenerare la facoltà di censura morale, assumendo uno posizione di accusa</strong>. In questo modo si ristabilirebbe al cuore di un – ora del tutto spurio – neo-nomadismo schizofrenico quel patto meschino tra il preconscio e il super-io che ha dominato il socialismo sin dalla sua nascita. Non è esagerato suggerire che la teoria di un &#8220;effetto buco nero&#8221; o di una &#8220;destratificazione troppo improvvisa&#8221;<a id="_ftnref11" href="#_ftn11">[11]</a> minacci di paralizzare e addomesticare l’intero enorme successo del lavoro congiunto di Deleuze e Guattari.</p>



<p>In <em>Mille piani</em>, gli avvertimenti contro una deterritorializzazione troppo precipitosa sono incessanti. In tre pagine successive del saggio “Come farsi un Corpo senza Organi?” troviamo tre esempi tipici: </p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-ef94a69b0d28e8600d2084f84ae3a95f"><em>Non si raggiunge il CsO, e il suo piano di consistenza, destratificandosi selvaggiamente</em>. </p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-13f899c82e85c11ba6ad1aba3b996930"><em>La cosa peggiore che possa accadere è che si avviino gli strati a un collasso demente o suicida, che li faccia ripiombare su di noi più pesantemente che mai. </em></p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-030810912dfcea43ff1f4fc2fe7426ab"><em>Un corpo senza organi che frantuma tutti gli strati si trasforma immediatamente in un corpo del nulla, pura autodistruzione, il cui unico esito è la morte.</em></p>



<p>Non è chiaro che fine faccia Freud con tutto ciò. L’istinto di morte culmina nel nazismo, il che significherebbe che le dinamiche libidinali della Seconda Guerra Mondiale erano commisurabili a quelle della Prima? Questo sembra improbabile per una serie di motivi, non da ultimo perché ciò implicherebbe che tutto lo sviluppo militarista del capitalismo abbia in un certo senso superato il fascismo. Forse, allora, il desiderio dei nazisti va oltre il <em>thanatos</em> reinvestibile che emerge dal patto della psicoanalisi con il capitale, fino al punto di simulare insidiosamente la recessione trascendentale del corpo senza organi? È allettante pensare che le contorsioni che una tale riflessione richiede espongano una frettolosità nell’interpretazione del 1972 del <em>thanatos</em>, che persino nel 1980 viene ancora liquidata come «il ridicolo istinto di morte»<a id="_ftnref15" href="#_ftn15">[15]</a>. Se nel 1980 l’alternativa è tra un’adesione a una paralizzante nevrosi post-olocausto – l’ultima e più devastante arma segreta di Hitler – o una riconsiderazione del <em>thanatos</em> freudiano, <strong>forse è arrivato il momento di mettere in questione ciò che avrebbe potuto sembrava anzitutto solo un’antipatia comicamente esagerata verso Freud.</strong></p>



<p>Vale la pena chiedersi innanzitutto: Freud è davvero chiamato in causa ne <em>L&#8217;Anti-Edipo</em>? Non è piuttosto Lacan, che aveva già trasformato la giungla selvaggia al cuore della psicoanalisi in un parcheggio strutturalista, prima di impegnarsi in una terapia settennale con Guattari, a progettare il supposto anti-freudismo del libro? Certo, l&#8217;Edipo è una fiaba viennese particolarmente nauseante, ma dove è presente Edipo in <em>Al di là del principio di piacere</em>? Una domanda che si potrebbe porre per la maggior parte dei testi di Freud. È Lacan che insiste sull’edipizzazione del gioco del <em>Fort/Da</em>, nel processo generale di edipizzazione del desiderio fino dentro le sue fondamenta;<strong> strappando via tutta l’energia, l’idraulica, la patologia e il trauma da Freud, e sostituendoli con la mancanza, il <em>pathos</em> dell’identità, e la pomposità heideggeriana, mentre approfondisce il ruolo del fallo e banalizza il desiderio in una vergognata aspirazione a essere amati.</strong> Certo, esiste uno strato nevrotico e conformista in Freud, <strong>ma galleggia sui flussi impersonali del desiderio che erompono dalla natura traumatizzata</strong>. Dove sono i flussi in Lacan? Dove sarebbe meno probabile trovare qualcosa che fluisce che nel nodoso feticcio del significante post-saussuriano onnipresente nei suoi testi? La valutazione che danno Deleuze e Guattari di Lacan, descrivendolo come una tendenza schizofrenizzante in psicoanalisi è il contenuto più assurdo del loro lavoro. Nel 1980 aveva già smesso di essere una battuta.</p>



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<p><br><br><strong>La pulsione di morte non è un desiderio di morte, ma piuttosto una tendenza idraulica alla dissipazione delle intensità.</strong> Nella sua dinamica primaria è completamente aliena a tutto ciò che è umano, non da ultimo alle tre grandi meschinità della rappresentazione, dell&#8217;egoismo e dell&#8217;odio. La pulsione di morte è il bellissimo resoconto di Freud <strong>su come la creatività sopravvenga senza il minimo sforzo, su come la vita sia spinta verso le sue stravaganze dalla più cieca e semplice delle tendenze, su come il desiderio non sia più problematico della ricerca del mare da parte di un fiume.</strong> L&#8217;ipotesi delle pulsioni autoconservative, che attribuiamo a tutti gli esseri viventi, si pone in netto contrasto con l&#8217;idea che l’esistenza delle pulsioni nel suo insieme serva a portare alla morte. Vista in questa luce, l&#8217;importanza teorica delle pulsioni di autoconservazione, di potere e di prestigio si riduce notevolmente. Esse sono pulsioni componenti la cui funzione è quella di garantire che l&#8217;organismo segua il suo cammino verso la morte, e di evitare ogni possibile ritorno all&#8217;esistenza inorganica al di fuori di ciò che è immanente all&#8217;organismo stesso. Non dobbiamo più fare i conti con la misteriosa ostinazione dell&#8217;organismo (così difficile da inserire in qualsiasi contesto) nel mantenere la propria esistenza di fronte a ogni ostacolo. <strong>Ci resta solo il fatto che l&#8217;organismo vuole morire esclusivamente a modo suo</strong>. Così anche questi guardiani della vita, in origine, erano i servitori della morte. Da qui nasce la situazione paradossale per cui l&#8217;organismo lotta con maggiore energia contro eventi (in realtà dei pericoli) che potrebbero aiutarlo a raggiungere rapidamente il suo scopo vitale – tramite una sorta di cortocircuito. Tuttavia, questo comportamento è esattamente ciò che caratterizza gli sforzi puramente pulsionali, contrapposti a quelli intelligenti<a id="_ftnref16" href="#_ftn16">[16]</a>.</p>



<p>Cosa succederebbe se – invece di &#8220;Come farsi un Corpo senza Organi?&#8221; – ci si chiedesse: <strong>Come farsi un nazista? </strong>Perché è un affare di gran lunga più faticoso di quanto suggerisca la diagnosi del 1980.</p>



<ol start="1" class="wp-block-list">
<li>Ovunque vi sia dell’impersonale e della casualità, introduci la cospirazione, la lucidità e la malizia. Cerca nemici ovunque, assicurandoti che siano tali da poterli <strong>contemporaneamente invidiare e condannare.</strong> Prolifera nuove soggettività: soggetti razziali, soggetti nazionali, élite, società segrete, destini.</li>



<li>Dimenticati Freud e riporta il desiderio alla concezione kantiana della volontà. Ovunque ci sia impulso, rappresentalo come scelta, decisione, l&#8217;intero dramma teatrale della volizione. <strong>Introduci un&#8217;atmosfera cupa di responsabilità opprimente, formulando tutti i discorsi in forma imperativa.</strong></li>



<li>Venera il principio del grande individuo. Personalizza e miticizza i processi storici. <strong>Ama l’obbedienza sopra ogni cosa, e infervorati solo per i segni</strong>: il nome del leader, il simbolo del movimento e le icone dell’identità molare.</li>



<li>Coltiva la nostalgia per ciò che è massimamente<strong> bovino, inflessibile e ristagnante</strong>: una stirpe di contadini razzialmente puri che zappano lo stesso pezzo di terra per l’eternità.</li>



<li>Soprattutto, odia tutto ciò che è impetuoso e irresponsabile, insisti sul bisogno di una vigilanza incessante, opprimi la sessualità sotto la sua funzione riproduttiva, applica rigidamente la domesticazione delle donne, diffida dell&#8217;arte, monumentalizza le città <strong>per eliminare il disordine dei flussi incontrollati</strong> e perseguita tutte le minoranze che mostrano una tendenza nomadica.</li>
</ol>



<p><strong>Cercare di non essere un nazista ti avvicina al nazismo molto più radicalmente di qualsiasi irresponsabile impazienza nell’opera di destratificazione</strong>. Il nazismo potrebbe persino essere caratterizzato come la politica pura dell’impegno; il dominio assoluto del super-io collettivo nel suo rigore annichilente. <strong>Nulla potrebbe essere più disastroso politicamente del lanciare una causa morale contro il nazismo: il nazismo è la moralità stessa, erede della rispettabile storia europea</strong>: quella dei roghi delle streghe, delle inquisizioni e dei pogrom. Voler avere ragione è il substrato comune alla moralità e alla reazione genocida; lo stesso desiderio di repressione – organizzato in termini dello sguardo disapprovante del padre – che <em>L’Anti-Edipo</em> analizza con tale potenza. Chi potrebbe immaginare il nazismo senza papà? E chi potrebbe immaginare papà prefigurato nell&#8217;inconscio energetico?</p>



<p>La morte è troppo semplice, troppo fluida, troppo indifferente alle razze e alle patrie per avere qualcosa a che fare con i nazisti. Il <em>ressentiment</em> era qualcosa che essi conoscevano bene, così come l’aspirazione a un sacrificio mitico, un <em>Götterdämmerung</em> che li avrebbe iscritti nei libri di storia, ma queste cose non si estendono mai fino al desiderio di dissoluzione. <strong>Dopotutto, perdere il controllo potrebbe portarti a scopare con un ebreo, diventare effeminato, o creare qualcosa di degenerato come un’opera d’arte. Qualcuno crede davvero che il nazismo sia una questione di lasciarsi andare? </strong>Gli studi di Theweleit sulla postura corporea nazista dovrebbero bastare a disilludere chiunque circa tale assurdità. <strong>Il nazismo può fare di te un cadavere ben prima del disordinato sopraggiungere della morte.</strong></p>



<p>Un materialismo libidinale compiuto si distingue per la sua completa indifferenza alla categoria del lavoro. <strong>Ovunque ci sia lavoro o lotta, c’è una repressione della creatività grezza che è precisamente il senso ateologico della materia e che – per via della sua assenza di sforzo egoico – sembra identica al morire</strong>. Il lavoro, d’altro canto, è un principio idealista usato come supplemento o compensazione per ciò che la materia non può fare. Si lavora sempre e solo contro la materia, ed è per questo che il lavoro è in grado di sostituire la violenza nella lotta per il riconoscimento di Hegel. Il lavoro è anche complice della fenomenologia, che fonda l’esperienza dello sforzo, invece di trattare questa esperienza come una delle altre cose che la materia può fare senza sforzo. <strong>Anche nella sua più profonda e malata illegittimità, tutto è senza sforzo per l’inconscio energetico,</strong> <strong>e tutta la nostra storia</strong> – che sembra così faticosa dal punto di vista degli idealisti – <strong>ha vibrato di pulsazioni idrauliche di irresponsabilità, scaturendo da una produttività spontanea e inconscia</strong>. Non può esserci una concezione del lavoro che non proietti lo spirito verso l’origine, moralizzando il suo sforzo, tanto che Jahvè dovette riposarsi il settimo giorno. Al contrario, la materia – o il Dio di Spinoza – non si aspetta gratitudine, non fonda alcuna obbligazione, non stabilisce alcun precedente oppressivo. Al di là delle gesticolazioni dello spirito primordiale, è la morte positiva il modello, e <strong>la rivoluzione non è un dovere, ma un abbandono</strong>.</p>



<p class="has-vivid-red-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-29410a571f260b4749c9c55123364f21"><em>Traduzione del capitolo di Fanged Noumena (MIT Press), &#8220;Making it with death&#8221;.</em></p>



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<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Il riferimento è al titolo della raccolta di Nick Land “Fanged Noumena”, letteralmente noumeni zannuti.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a> Cfr. <em>L’Anti-Edipo</em>, G. Deleuze e F. Guattari.</p>



<p><a href="#_ftnref3" id="_ftn3">[3]</a> Cfr. <em>Mille piani</em>, G. Deleuze e F. Guattari.</p>



<p><a href="#_ftnref4" id="_ftn4">[4]</a> Cfr. <em>L’Anti-Edipo</em>, G. Deleuze e F. Guattari.</p>



<p><a href="#_ftnref5" id="_ftn5">[5]</a> Cfr. <em>Mille piani</em>, G. Deleuze e F. Guattari.</p>



<p><a href="#_ftnref6" id="_ftn6">[6]</a> Cfr. <em>L’Anti-Edipo</em>, G. Deleuze e F. Guattari</p>



<p><a href="#_ftnref7" id="_ftn7">[7]</a> <em>Ibid</em>.</p>



<p><a href="#_ftnref8" id="_ftn8">[8]</a> <em>Ibid</em>.</p>



<p><a href="#_ftnref9" id="_ftn9">[9]</a> Cfr. <em>Mille piani</em>, G. Deleuze e F. Guattari.</p>



<p><a href="#_ftnref10" id="_ftn10">[10]</a> <em>Ibid</em>.</p>



<p><a href="#_ftnref11" id="_ftn11">[11]</a> <em>Ibid</em>.</p>



<p><a href="#_ftnref12" id="_ftn12">[12]</a> <em>Ibid</em>.</p>



<p><a href="#_ftnref13" id="_ftn13">[13]</a> <em>Ibid</em>.</p>



<p><a href="#_ftnref14" id="_ftn14">[14]</a> <em>Ibid</em>.</p>



<p><a href="#_ftnref15" id="_ftn15">[15]</a> <em>Ibid</em>.</p>



<p><a href="#_ftnref16" id="_ftn16">[16]</a> Cfr. <em>Metapsicologia</em>, di S. Freud</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/farcela-con-la-morte/">Farcela con la Morte</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Instadrama</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Sep 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti da Instadrama, il diario delirante di uno scrittore fallito, affetto da una strana forma di Tourette, che decide di rapire il figlio della coppia di influencer più seguita d'Italia per ottenere l'ormai insperato successo.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/instadrama/">Instadrama</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il bambino è seduto su una vecchia sedia di vimini, le mani legate alle gambe posteriori con due fascette. Al collo ha un cartello con sopra scritto in rosso <strong>“I AM A LITTLE CHILD. I FEEL SO ALONE. I FEEL SO SCARED. HELP HELP HELP”.</strong><br></p>



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<p><br>Non riesco più a fare una vita di stenti, non riesco più, a trent’anni, a vivere con i miei genitori, a fare colazione con il pisello barzotto che spinge contro la macchiolina di piscio sul boxer, mentre mi stacco con le dita piene di palle le caccole dagli occhi facendole cadere nei COCO pops, ingiallendo ulteriormente lo Zymil che sono costretto a bere a causa del mio reflusso esistenziale. Cinque giorni fa non ero nessuno, il mio profilo personale conta soli 218 follower. <strong>Oggi invece sono il fondatore di una pagina con più di 10 milioni di follower.</strong> Come diceva Pasolini, il successo è l’altra faccia della persecuzione. Come ha detto Antonella Elia in un’intervista: “Il successo crea angoscia. Ero spaventata”. Come dice il mio DOC: il successo contiene la parola “cesso” perché rende le persone merda.<br></p>



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<p><br>Io: «Come stai?».           <br>Lui: «Non bene».           <br>Io: «Come mai?».           <br>Lui: «Mi ucciderai?».     <br>Io: «Non lo so… spero di no sinceramente, dipende da come andranno le cose. Non ho programmato niente… in questo momento sono più confuso di te». Sempre Io: «Posso farti una domanda?».      <br>Lui: «Sì».            <br>Io: «Tu ora sei famoso ancor prima di sapere che cos’è la fama. <strong>Prima ancora di aver sviluppato una coscienza vivi il sogno del 99% degli occidentali: il successo. </strong>Sei, possiamo dire senza esagerare, il nuovo Macaulay Culkin…».   <br>Lui: «Chi è Maculkin?».<br>Io: «L’attore che interpreta il bambino in Richie Rich. Richie, appunto».<br>Lui: «Che bello!».<br>Io: «È un tossicodipendente che entra e esce da cliniche e carceri».<br><br>Non ha risposto.<br><br>Io: «Il punto è proprio questo. I tuoi genitori ti vogliono bene, davvero, perché anche se non sono dei bravi genitori, sono delle belle persone. Però penso che a furia di scattarsi foto si siano dissociati. Ogni giorno venite sbattuti sotto agli occhi di decine di milioni di persone… non pensano che tutta questa esposizione vi danneggerà? No, non possono non averlo capito, è ovvio. Sono io a non capire come possano schiaffare sui social un bambino di neanche dieci anni (ti ho rapito proprio per questo motivo, perché loro ti hanno erto a simbolo)<strong> senza pensare alle conseguenze che tutta questa visibilità avrà sulla tua vita, sul tuo equilibrio psicologico, sulle tue relazioni, che saranno – mi dispiace dirtelo ma lo racconta la storia dei Vip – per lo più inautentiche.</strong> Parliamo del tuo futuro: da grande sarai come Jim Carrey in The Truman Show, con gli occhi di tutti puntati su di te. Lui stava bene nel suo mondo finto, ma poi ne è uscito… ti immagini che incubo? Il tuo mondo ovattato è l’infanzia, e tra poco entrerai nell’inferno dell’adolescenza, vale a dire la consapevolezza distorta e avvelenata dai complessi. L’inferno in terra. Riesci a prevedere che cosa succederà? Questo è quello che penso io: non potrai fare una passeggiata, non potrai prendere cornetto e cappuccino al bar senza che qualcuno ti rompa le palle. Tipi fastidiosissimi e irrispettosi, esseri vomitevoli, orrendi, vorranno farsi i selfie con te, senza chiedertelo, come se fossi un monumento ambulante. <strong>Ti inviteranno dappertutto, avrai tutti accanto, ma un giorno capirai di essere solo. Solo come un cane</strong>. Anche perché così, di primo acchito, e scusa se te lo dico, con questo tuo fare spocchioso non mi sembri la persona più simpatica del mondo. E quindi passiamo al lato psicologico. Solo, triste, esaurito, arrabbiato come Justin Bieber in piena pubertà, forse anoressico, bulimico, emo, gay, eroinomane, poi di nuovo etero, poi trans, come Elliot Page, nato Ellen Page, che cambia genere perché tanto non esiste sesso, ma allo stesso tempo cambia nome per averne uno adeguato al suo nuovo sesso. Passerai dai migliori psicologi di Milano, che sono poi i peggiori. Per non sentire il vuoto che porti dentro, starai sempre incollato al telefono, il dispositivo che il vuoto te lo ha creato, oppure sospeso nel multiverso con degli Oculus di ultima generazione. Ti chiuderai nella bolla del virtuale, dove non esiste il male del mondo, dove non esistono i parassiti come me che vogliono vivere di visibilità riflessa attraverso di te. <strong>Sarai in pace, finalmente in pace, ma solo perché nella tua pace non ci sarà la vita</strong>: i tuoi migliori amici saranno dei codici, il tuo partner un ologramma, il tuo cane una GIF, ma dentro di te, lentamente, qualcosa morirà…». <br>Lui: «Cosa?». <br>Io: «Ciò che sei davvero, quello che avresti potuto scoprire di essere esprimendo le potenzialità insite nei tuoi geni. I tuoi genitori, e questo è innegabile, sono due persone molto creative. La loro creatività però è venuta fuori perché avevano fame, perché volevano il loro riscatto sociale. A ogni costo. Quindi chapeau a loro che ce l’hanno fatta, ma non mi rompessero il cazzo con moralismi inutili se ce la voglio fare anche io. Per te però è diverso: perennemente satollo, con tutti i desideri esauditi, con una squadra di agenti che risolverà ogni tuo problema, riuscirai a sviluppare le tue qualità profonde? Eh? Eh? Sei ricco, famoso, e sarai pure carino, nel peggiore dei casi, seguito dai migliori stilisti del mondo, avrai uno stile pazzesco e le ragazzine e i ragazzini ti sbaveranno dietro come lumache succhia popolarità. <strong>Avrai tutto servito su un piatto d’argento, e quindi non sarai mai affamato, al massimo sarai triste, abbattuto.</strong> E le cose si cambiano con la rabbia, con la frustrazione, mai con la tristezza. “Uuuuh, sto così male, cosa posso fare per cambiare la mia vita?”, ti domanderai in mezzo ai tuoi oggetti costosi. “Ho già visto tutto, ho tutto quanto. Forse… forse la soluzione è scendere dalla punta della piramide, comprare una fattoria e mungere le mucche per riscoprire le cose belle della vita come insegna Paolo Coelho…”. A Paolo Coelho non bisogna dare retta. Non è mica facile svegliarsi all’alba e mungere una mucca, bisogna essere temprati. E tu non lo sei. Quindi, nessuna soluzione. Psicofarmaci a go-go. Ristagnerai nella tua comodità, nella tua comfort-zone, nel tuo ozio inquieto. <strong>Sulle spalle porti la dolce disgrazia di non dover pensare al domani, una vacanza perenne.</strong> I tramonti più belli ti daranno fastidio agli occhi, le cose più buone del mondo avranno per te tutte lo stesso sapore, e via via diventeranno cattive. Guarda me invece, lavoravo dieci ore in un bar. 4 euro e 50 l’ora. Kim, il mio capo, mi trattava come un essere inferiore dalla mattina alla sera mentre il cliente americano di turno sorseggiava il mokaccino facendo scintillare sotto il mio naso il suo Daytona. Un giorno tuo padre è entrato in quel cesso di bar di cinesi in cui lavoravo, e ha chiesto di rifargli il cappuccino tre volte perché non era abbastanza schiumoso. Capisci? Io non chiederei neanche al mio peggior nemico di rifarmi il cappuccino perché non è abbastanza schiumoso. Ma tutta questa frustrazione, tutta questa mancanza di comfort, tutto questo vedervi più “salvi” di me, mi ha portato a tirar fuori le palle per cambiare la mia condizione. È grazie a te se sono tornato a scrivere. E ora mi sento vivo, libero. Tu dormirai per sempre. Io sono scappato da quel bar di cinesi, tu invece un giorno ti impiccherai, ha-ha-ha!».<br>Lui: «La signora Zhu dice non è giusto dire cinesi». <br>Io: «Chi è la signora Zhu?». <br>Lui: «La Signora Zhu è signora che dice a mamma e papà cosa è giusto dire e cosa invece no».<br>Io: «Dice a mamma e papà cosa è giusto dire, eh? Io lo sapevo che c’era una signora Zhu! C’è sempre una signora Zhu che direziona tramite somme di denaro messe a disposizione da multinazionali la libertà decisionali di persone influenti.<strong> Tua madre e tuo padre sono delle scimmie. </strong>La signora Zhu dà ogni mattina a mamma e papà la pillola che li posiziona sempre dalla parte giusta degli argomenti, che fa loro dire sempre le cose giuste al momento giusto».<br><br>Il bambino ha alzato le spalle, come per dire “boh”, e ha tagliato due ananas su Fruit Ninja.<br><br>Io: «La signora Zhu dice un sacco di minchiate. È giusto dire cinesi, perché esistono i cinesi. Il nome Zhu da dove viene, scusa?». <br>Lui: «Signora Zhu ha mamma italo-australiana, il papà è cino-canadese. Però è nata in India e ora vive tra New York, Milano, Parigi, Londra e Podgorica». <br>Io: «Podgorica? La signora Zhu è una sradicata globetrotter che nella sua libreria ha solo “Lonelynessplanet”. Le persone come la signora Zhu, che in apparenza conducono vite stupende saltando da una parte all’altra del mondo, in realtà sono sole e piangono ogni notte nel loro freddo letto d’albergo che puzza di Dash. E i tuoi genitori ripetono a bacchetta quello che gli viene consigliato dalle psicopatiche come la signora Zhu, che vogliono un mondo devastato per poter vivere finalmente in un habitat che possa rispecchiare il loro stato d’animo. Tu non sei altro che un burattino “cute” strappa like. La signora Zhu consiglierà ai tuoi genitori di ricoprire te e i tuoi tre fratellini con il fil di ferro, come si fa con i bonsai, per non farvi crescere…». Ma poi ho interrotto il siluro complottista perché il bambino ha smesso di ascoltarmi. Si è fatto pensieroso e distante.<br></p>



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		<title>L&#8217;AIDS è una malattia meravigliosa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 May 2024 10:20:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti da All'amico che non mi ha salvato la vita, il diario intimo in cui Hervé Guibert testimonia la sua lenta e inesorabile discesa negli abissi della malattia. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Ho avuto l’AIDS per tre mesi</strong>. Più esattamente, ho creduto per tre mesi di essere condannato dalla malattia mortale che chiamano AIDS. Allora non mi facevo idee precise, ero davvero contagiato, il risultato positivo del test era lì a testimoniarlo, così come alcune analisi che avevano dimostrato che il mio sangue iniziava un processo di degradazione. Ma, in capo a tre mesi, uno straordinario caso mi fece credere, e mi diede quasi la certezza, che sarei potuto sfuggire a questa malattia da tutti ancora considerata incurabile. Così come non avevo confessato a nessuno, tranne ad amici che si contano sulle dita di una mano, che ero condannato a morire, non confidai a nessuno, tranne a quegli stessi pochi amici che <strong>me la sarei cavata, che sarei stato, per quel caso straordinario, uno dei primi sopravvissuti a questo inesorabile male.</strong></p>



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<p><br>[&#8230;]<br>Jules mi aveva detto che <strong>l’AIDS è una malattia meravigliosa</strong>. Ed è vero che io scoprivo qualcosa di soave e affascinante nella sua atrocità: si trattava certamente di una malattia inesorabile, ma non era fulminante, <strong>era una malattia a livelli, una lunga scala che portava sicuramente alla morte, ma di cui ogni scalino rappresentava un apprendimento senza pari, era una malattia che dava il tempo di morire e che dava alla morte il tempo di vivere</strong>, il tempo di scoprire il tempo e di scoprire finalmente la vita, era in un certo senso una geniale invenzione moderna che ci avevano trasmesso le scimmie verdi dell’Africa. E la disgrazia, una volta che vi si era immersi, era molto più vivibile del suo presentimento, in definitiva molto meno crudele di quanto si potesse pensare. <strong>Se la vita non era che il presentimento della morte</strong>, con il torturarci senza sosta quanto all’incertezza della sua scadenza, l’AIDS, fissando un termine certo alla nostra vita, faceva di noi degli<strong><em> </em>uomini pienamente consapevoli della loro vita</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="682" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3-1024x682.jpg" alt="" class="wp-image-355" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3-1024x682.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3-300x200.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3-768x512.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/herve-guibert-fisheye-3.jpg 1250w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Hervé in uno dei ritratti che testimoniano l&#8217;avanzare della malattia</figcaption></figure>



<p>Consultando la mia agenda del 1987, potrei datare al 21 di dicembre la scoperta sotto la lingua di piccoli filamenti biancastri, specie di placche senza spessore. <strong>Il mio sguardo vacillò in quell’istante</strong>, e per un millesimo di secondo vacillò anche quello del dottor Chandi, trafitto dal mio come un colpevole braccato da un investigatore, quando gli mostrai la lingua, il giorno successivo nel suo ambulatorio. <strong>Davanti a un segno catastrofico il dottor Chandi è troppo giovane e inesperto per saper mentire, il suo sguardo non è allenato a diventare opaco al momento giusto, a non battere ciglio: egli conserva nei confronti della verità una trasparenza di un millesimo di secondo</strong>, come il diaframma fotografico che si apre per assorbire la luce prima di richiudersi per calibrarla. </p>



<p></p>



<p>Dovevo pranzare con Eugénie quel giorno, le mentii per omissione, improvvisamente svuotato da ogni desiderio e da ogni sentimento amicale, interamente assorbito dalla mia preoccupazione. La sera prima l’avevo passata con Grégoire: prima di avere la conferma da parte del dottor Chandi, era a me stesso che avevo mentito, aspettando ancora un po’ prima di essere catturato da una formidabile repulsione riguardo al solo organo sensuale al quale Grégoire permetteva talvolta una comunicazione erotica. In un primo tempo mentii anche a Jules, assente da Parigi, per quello stesso riflesso istintivo dell’omissione. <strong>Il dottor Chandi non pronunciò alcun verdetto, tanto più che era stato avvertito della realtà della mia malattia per via di quell’herpes zoster che si era manifestato otto mesi prima</strong>, quando ancora non ero un suo paziente. Doveva semplicemente guidarmi, con la maggior dolcezza possibile, verso un nuovo stadio della mia malattia. Con dei piccoli tocchi, attraverso scandagli dello sguardo, mi interrogava sui miei stadi di coscienza e d’incoscienza, facendo variare di qualche millesimo di millimetro l’oscillometro della mia angoscia. Diceva: «No, non ho detto che era un segno decisivo, ma le mentirei se le nascondessi che è un dato statistico». Se un quarto d’ora dopo gli chiedevo, preso dal panico: «<strong>Allora, è un segno veramente inequivocabile?</strong>», lui mi rispondeva: «No, non direi, ma si tratta nondimeno di un segno abbastanza determinante». Mi prescrisse un liquido giallo e disgustoso, il Fongylone, nel quale dovevo mettere a bagno la lingua ogni sera e ogni mattina per venti giorni. Ne portai con me a Roma <strong>venti flaconi che avevo nascosto prima nei miei bagagli</strong>, poi dietro altri prodotti, sulle mensole degli armadietti della cucina e sugli scaffali del bagno, dove mi rintanavo mattino e sera in maniera umiliante e al limite della nausea per ingerire i prodotti a insaputa di Jules e Berthe, che mi avevano raggiunto a Roma. Vivevamo insieme, Jules, Berthe ed io: loro due andavano a dormire nel letto matrimoniale sul soppalco, io nel lettino in basso. <strong>Il giorno di Natale avevo avvisato Jules di quello che mi succedeva</strong>, e che, fatalmente, ci succedeva, e avevamo deciso di non parlarne a Berthe per non rovinarle le vacanze. Jules, facendo finta di niente, faceva progetti sul futuro e coinvolgeva Berthe: che nei prossimi anni dovevano andare a risposarsi in campagna, che Berthe doveva chiedere di essere esonerata dall’insegnamento, almeno per un anno sabbatico, sottintendendo che non dovevamo sprecare quei pochi anni ormai contati che ci restavano da vivere. <strong>Per quanto riguarda me, scrivevo il mio libro</strong>, condannato, vi raccontavo il tempo della nostra gioventù, quello in cui Jules, Berthe ed io ci eravamo incontrati e amati. Avevo iniziato a comporre l’elogio di Berthe, nei termini in cui Muzil prima della morte aveva pensato, sinceramente o per scherzo, di scrivere il mio elogio, e tremavo ogni giorno per paura che Berthe mettesse il naso nel manoscritto che pure lasciavo, in fiducia, sulla scrivania.<br><br></p>



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		<title>Lettere e grida</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Apr 2024 13:08:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[abusi]]></category>
		<category><![CDATA[artaud]]></category>
		<category><![CDATA[disperazione]]></category>
		<category><![CDATA[follia]]></category>
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		<category><![CDATA[lettere]]></category>
		<category><![CDATA[manicomi]]></category>
		<category><![CDATA[oblio]]></category>
		<category><![CDATA[pazzia]]></category>
		<category><![CDATA[solitudine]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti da Lettere e grida, una raccolta di pensieri, lettere e saggi, di Antonin Artaud, uno dei maggiori protagonisti della scena artistica e letteraria del XX secolo. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Certificato ufficiale di ricovero  <br><br><strong><em>Il sottoscritto Dott. Romain</em></strong>, certifica che il denominato Artaud, quarantuno anni, è affetto da <strong><em>disturbi mentali caratterizzati da manie di persecuzione e allucinazioni</em></strong>: sostiene che il cibo è avvelenato. Sostiene che nella sua cella viene diffuso del gas. Sostiene che gli vengono buttati gatti in faccia. Dice di vedere ombre accanto a lui. Crede di essere inseguito dalla polizia. <strong><em>Minaccia chi gli sta intorno</em></strong>. Pericoloso per sé e per gli altri, il paziente va fatto ammettere immediatamente al già menzionato Asilo Psichiatrico del distretto di competenza. <strong><em>Da trasferire d’urgenza</em></strong>.<br><br>Dott. Romain 13 ottobre 1937   </p>



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<p>Sono stato accolto molto bene a Parigi quando sono uscito dall’asilo di Rodez, ma rimane il fatto che <strong><em>sono stato internato per nove anni</em></strong>, per nove anni sono stato internato a causa di una brutta storia di polizia che non è ancora stata chiarita. Nei primi tre anni del mio ricovero mi hanno messo in isolamento, dichiarandomi <strong><em>morto a tutti gli amici che chiedevano notizie sulla mia salute</em></strong> – e che durante questi tre anni di sequestro e detenzione in isolamento io, Antonin Artaud, nato a Marsiglia il 4 settembre 1896, cinquant’anni, autore di cinque o sei libri di poesia, attore cinematografico e regista, <strong><em>sono stato sistematicamente e quotidianamente avvelenato</em></strong>. Non intendo avvelenato da false notizie o da visite di malintenzionati, non intendo, come si dice eufemisticamente, intossicato, intendo proprio avvelenato, <strong><em>drogato, costretto a ingerire polveri potenzialmente letali, come qualcuno di cui ci si vuole sbarazzare ad ogni costo</em></strong> – e rispetto a cui le amministrazioni degli asili in cui mi trovavo ricevevano tutti i giorni degli ordini venuti dall’alto da molto più in alto e molto più lontano di quel che avviene usualmente.</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img decoding="async" width="728" height="609" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/artuad-3.jpg" alt="" class="wp-image-265" style="width:840px;height:auto" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/artuad-3.jpg 728w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/04/artuad-3-300x251.jpg 300w" sizes="(max-width: 728px) 100vw, 728px" /></figure>



<p>Mio caro Roger,               <br>Dopo quasi due anni che sono in manicomio, <strong><em>mi sembra incredibile che tu non sia mai stato messo al corrente del mio internamento</em></strong>. Non penso che avresti smosso mari e monti per farmi uscire, ma almeno saresti potuto passare a farmi un saluto, darmi un tuo cenno di vita. <strong><em>Abbandonato da tutti</em></strong>, e in balia delle sole sollecitazioni di un’ipotetica famiglia con cui ho da tempo interrotto ogni tipo di rapporto, ho atteso invano dalle persone a me vicine un gesto d’amicizia. Inutile dirti che sono ormai due anni che ho perduto qualsiasi fiducia nel sentimento dell’amicizia. Come sai, del resto, salvo miracoli, non esiste rimedio alla mia situazione, perché la Polizia approfitta della stranezza della mia storia per farla passare per una specie di delirio aggressivo e pericoloso. <strong><em>Un uomo, se è aggressivo, non lo è forse con tutti?</em></strong> E per quanto riguarda la mia storia, essa esiste, perché è la storia di Sant’Artaud. Ma torniamo all’aggressività: sono io ad aver subito aggressioni e avvelenamenti per anni a causa di questa maledetta Sacrosanta Profezia di San Patrick. Ed è comunque impressionante come la vittima e il perseguitato siano trasformati nell’aggressore e nel persecutore. <strong><em>Ancora traumatizzato dalle odiose brutalità di cui sono stato vittima qui all’asilo di Ville-Evrard, mi chiedo se la Profezia e le gesta di Sant’Artaud esistano davvero.</em></strong> Siamo forse vittime di una mostruosa allucinazione? Mi chiedo inoltre se le cosiddette allucinazioni collettive esistano, o se non siano invece una comoda spiegazione fornita da psicologi che non sono stati iniziati.<br>Voglio però insistere ancora sulla brutalità di cui sono stato vittima a Saint-Anne. Stavo protestando contro questo nuovo trasferimento (il 4° in diciassette mesi) e contro il fatto che l’amministrazione disponesse sempre di me come di un pacco al quale non viene concesso diritto di parola (è questo che ho detto in tono fermo ma senza aggressività), e proprio mentre stavo dicendo al sorvegliante Ilias «non accetto trasferimenti», ecco che<strong><em> due infermieri si sono brutalmente lanciati su di me immobilizzandomi le braccia</em></strong>, un terzo infermiere mi ha preso alla gola, e Ilias gli ha urlato «strozzalo!». Il fiato mozzato, incapace di qualsiasi movimento, sono stato buttato a terra. <strong><em>Mi hanno tempestato di calci le gambe</em></strong>, e un infermiere (erano in sei più il sorvegliante) mi ha preso a tallonate le ginocchia! A seguito di un cenno da parte di Ilias, l’infermiere che non mi aveva lasciato la gola per tutto quel tempo – una decina di minuti circa –, me l’ha stretta ancora più forte e poi ha mollato la presa, come chi non ce la fa più a stringere&#8230; Se non sono morto soffocato è solo grazie a una contrazione inconscia dei muscoli del mio collo. – Come sai, conosco bene le tecniche di respirazione, tra cui quelle dello Yoga indù (Kama-Yoga). La soppressione dei miei elementari riflessi di difesa è dovuta anche a un iniziato di nome Giraudoux, il quale ha <strong><em>utilizzato contro di me un sortilegio triplo e quadruplo di inibizione per il mio pensiero, di sviamento per la mia volontà, di paralisi per i miei riflessi muscolari</em></strong>. [&#8230;] Il trasferimento è stato organizzato da questo Giraudoux, che è il capo in seconda del 2° ufficio, ed è un Iniziato che ha pagato Ilias per essere complice. Non ho capito bene se si tratta dello stesso Giraudoux, lo scrittore, diplomatico del quai d’Orsay. Mi stupirebbe perché non si assomigliano, Jean Giraudoux ha il viso più sottile ed è più slanciato dell’altro. L’iniziato ha gli occhi color tabacco, mentre J. Giraudoux li ha azzurro chiaro. J. Giraudoux era sempre vestito di chiaro quando l’ho visto, in Messico e da Jouvet.        <br>Vieni a trovarmi, caro Roger, potrai vedere <strong><em>con i tuoi occhi che le aggressioni che ho subito non sono fantasie</em></strong>! Ho saputo da alcune infermiere che ne parlavano che Giraudoux era a Saint-Anne la mattina del mio trasferimento. Affettuosamente, tuo.<br><br><strong><em>Antonin Artaud</em></strong><br><br></p>



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