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	<title>Intellettuali Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Rosa Matteucci salvaci</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 May 2025 10:43:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Rosa Matteucci riesce a essere la grandiosa scrittrice che è mantenendosi pure del tutto estranea dal ceto intellettuale italiano. Anzi: che in qualche modo può esserne l’antidoto.</p>
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<p>Nella mia vita, forse per immedicato infantilismo, tendo a pensare per idealizzazioni, presto disfatte. Invano, sono stato convinto che Matteo Renzi potesse trasformare l’Italia del 2014 nell’Impero Britannico del 1901, che lo sciamano Alex Belli potesse vincere il Grande Fratello Vip del 2021, che Paul McCartney potesse rispondere alla mia ultima cartolina da Quercianella. A oggi – maggio 2025 – persisto soltanto nel credere che i Maneskin possano considerarmi come sostituto di Damiano David, magari doppiato,<strong> e che Rosa Matteucci, da poco tornata in libreria con <em>Cartagloria</em> (Adelphi), sia una delle poche speranze di salvezza per la nostra letteratura</strong>. Sui Maneskin, aspetto che la scelta solista di Damiano si faccia definitiva. Su Rosa Matteucci, invece, penso di avere qualche argomento a sostegno della mia fiducia.</p>



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<p>Che Rosa Matteucci sia tra le grandi scrittrici e scrittori italiani degli ultimi 50 anni non sono il primo a pensarlo, e chi lo ha fatto prima di me era certo più intelligente e capace (Carlo Fruttero: 500 insuperabili parole per l’uscita di <em>Cuore di mamma</em>, nel 2006, sulla «Stampa», e forse anche altrove, se ne siete a conoscenza vi prego segnalate). <em>Cartagloria</em>, il suo ultimo romanzo, lo conferma: ancora una volta – vestendola di una prosa eccezionale – racconta parte della sua infanzia e della sua vita matura, qui concentrando le vicende sulla sinusoide della propria educazione spirituale, intercalata – condizionata? sembrerebbe – dalla catastrofe economico-affettiva della famiglia di origine che abbiamo già conosciuto e che solo la sua scrittura riesce a ingentilire: su tutti, ovviamente, il padre buono ma sciagurato, privo di senso finanziario e incline al pensiero magico, e la madre severa, spietata, fredda<strong>. Parole bandite: <em>disfunzionale</em>, <em>narcisismo</em>, <em>anaffettivo</em>, <em>trauma</em>. Bandito, insomma, lo psicologismo d’accatto</strong>. Qui le dinamiche familiari – materia prima dei grandissimi – tornano nell’ambito in cui rendono meglio, la letteratura. La crudeltà, l’ambivalenza, i condizionamenti, gli automatismi, la commozione, la tenacia, la pervasività, l’affetto vincolato o senza riserve, lo sconforto, la micragna, le illusioni, i rimpianti, <strong>la speranza che le persone amate possano cambiare, stare meglio</strong>. Questa è la famiglia, quando compresa, e questo c’è sempre, nei libri di Rosa Matteucci. Che <strong>con una grazia invidiabile riesce a non cadere mai nel pietismo, nell’autocommiserazione, nella lagna</strong>: anzi, con il suo gusto per il dettaglio, un prezioso catalogo di aneddoti e un formidabile senso dell’umorismo, racconta le tragedie della famiglia senza filtrarle, e ci fa anche ridere.</p>



<p>In <em>Cartagloria</em>, però, almeno rispetto a <em>Tutta mio padre</em> e a <em>Costellazione familiare</em>, la famiglia, presenza iniziale, si defila poi sullo sfondo, e lascia campo alla Matteucci – piccola, adolescente, giovane, adulta, ma sempre, con una sintesi che Lacan se la sogna, «bambina-io» –, al suo «apprendistato per la fine dei tempi», cioè ai suoi tentativi di trascendenza, autentici o posticci, deliberati o imposti, convenzionali o inediti: sul costante sottofondo di una incrollabile fede nella letteratura, si alternano il desiderio d’infanzia per un sacramento mancato (la comunione), i viaggi in India tra storpi e hotel a 5 stelle – già in <em>India per signorine </em>–, l’epifanico pellegrinaggio su treno Unitalsi a Lourdes – già nell’omonimo romanzo –, il famigerato buddhismo genovese, streghe da mercato e offerte d’ayahuasca (50€: anche pochi), richieste di esorcismi risposte con opuscoli illustrativi, l’approdo finale e pacificante alla messa con rito tridentino, nel rifiuto della «lebbra relativistica». Il tutto, ancora, alla maniera dei migliori<strong>: sublima il dolore e il disastro, per lasciarci solo il massimo divertimento delle sue storie e delle sue invenzioni linguistiche, spiritosissime</strong>. Due esempi tra i primi che ho segnato:</p>



<p><em>Mi colse il terrore, che provo ancora oggi, di essere destinata a reincarnarmi, nel quadro del samsara più cesso del mondo, in un lettino del pilates. Pavento di trasformarmi nell’attrezzo dove fa gli esercizi l’ex segretario comunale, che soffia come un mantice, confonde l’inspirazione con l’espirazione, agita le gambette a stecco, ogni tanto molla un peto involontario, si lamenta di continuo, con voce atona dichiara che ha male al collo, sa di sudore rancido, ascelle e piedi compresi, e soprattutto, una volta terminata la lezione, pretende di fare battute di spirito.</em></p>



<p>[Sull’autobus verso l’esorcista] <em>A bordo dell’autobus non c’era nessuno, sotto il mio sedile giaceva un enteroclisma accanto a un pacchetto di caramelle Mentos; l’autista, anziché la strada, una serie di tornanti, guardava sul cellulare un video della Gialappa’s.</em></p>



<p>Irraggiungibile, poi, la riesumazione di un trisavolo per mano di un operatore cimiteriale con l’orgasmo di Cicciolina come suoneria del cellulare.</p>



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<p>Nello stile, come anticipato, <em>Cartagloria</em> si mantiene fedele ai predecessori: unico e riconoscibile. E allora converrà direttamente citarlo, Fruttero, perché lo ha descritto benissimo:</p>



<p><em>Rosa Matteucci fa esattamente il contrario, cioè scrive davvero […] Si sente subito che tutto conta, che l’autrice ha in mente un disegno preciso, che se le andrai dietro qualcosa ne ricaverai. Piccoli spostamenti di avverbi, aggettivi divelti dal loro consueto sostantivo, similitudini non bislacche e tuttavia impensate, oggetti quotidiani, «bassi», infilati tra nobili o tragici eventi. Non c’è alcun virtuosismo, nessuna bravura esibita. Non si ammira nessuna «bella pagina», ma le tante piccole rugosità, i minuscoli spigoli e sobbalzi, ti tengono sveglio, vuoi sapere dove ti sta portando questa singolare manovratrice</em>.</p>



<p>Ma qui, rispetto ai vecchi romanzi, c’è una differenza. <strong>La scrittura è meno aspra, le “rugosità” sono minori, la sintassi più scorrevole, piana</strong>. Questo avviene non certo per una crescita (Matteucci è di quelli che nascono – letterariamente – adulti), ma forse, azzardo, perché la materia trattata – in paragone alle storie del padre e della madre – è ora più dicibile, per ovvi motivi meno sofferta, e non ha bisogno d’imbarocchirsi.</p>



<p>Lo so che sto dando per scontato che il racconto coincida con le vicende di vita dell’autrice, e forse dovrei farlo con cautela, visto che l’ultima volta che l’ho fatto Roland Barthes per la rabbia mi ha staccato l’antenna della Passat. Ma è un mio limite: non vedo altro, quando leggo un libro, se non la persona che lo ha scritto<strong>. Se il libro è un troiaio, mi appaiono le velleità dell’autore, non i difetti strutturali o i personaggi male sfaccettati. Se il libro è un capolavoro, cerco di capire in che modo la vita di chi lo ha scritto lo abbia condotto a quel risultato.</strong> Ora: quante volte, dalle nostre professoresse di letteratura, abbiamo sentito ripetere che Gustave Flaubert, mentre si provava la giarrettiera della madre allo specchio del bagno, ripeteva “Madame Bovary c’est moi”? Tantissime.</p>



<p>Eppure, al di là dei discorsi sulla morte dell’autore, anche l’autobiografismo dichiarato, nelle arti, ormai ci insospettisce. Si sente dire che è una soluzione di ripiego, quando latitano il senso creativo, l’invenzione, lo studio. Fissazione onnipresente: alle fiere del libro, nei proclami dei critici – chiacchiere da bar per gente che al bar non facevano entrare –, nei corsi di scrittura creativa, dove, <em>ovviamente</em>, gli insegnanti preferiscono consumare i loro martedì sera a incentivare sprazzi di picarismo piuttosto che a leggere flash borghesi intorno alla catena causale che ha portato la corsista X a ingoiare sette Momendol per punire il marito fedifrago prima di realizzare che nessuna punizione sarebbe stata altrettanto efficace quanto il farlo convivere con un’aspirante romanziera cinquantaduenne che a letto, invece di sbuffare, ora fa le due e mezzo leggendo sottovoce (mica tanto) Bolaño, tetramente illuminata dai suoi occhialini lampadinati. <strong>Ma la grande arte, invece, specie quella letteraria, è trasfigurazione, più che invenzione</strong>. E mica importa rammentare Nabokov: basta quello che di recente ha detto David Chase sulla sua Livia Soprano (nel documentario <em>Wise Guy</em>: correre, è su Sky). <strong>Il punto, come sempre, è che le cose bisogna saperle fare. E, tra chi l’autobiografismo lo sa fare, c’è di certo Rosa Matteucci, che della sua storia ha fatto letteratura</strong>.</p>



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<p>E qui torniamo alle mie speranze. Perché ad esaltarmi, derivata dai suoi libri e integrata dal poco che lascia filtrare di sé – ad esempio dal formidabile Instagram, zeppo di cani bruttini, invocazioni a santi minori, letture inusuali, senza traccia di ideologismi o partecipazione –, <strong>è l’ipotesi che Rosa Matteucci concede, ossia di essere la grandiosa scrittrice che è mantenendosi pure del tutto estranea dal ceto intellettuale italiano.</strong> Anzi: che in qualche modo possa esserne l’antidoto.</p>



<p>Quando leggo le sue pagine o vedo un suo post dove ringrazia per il dono della vita, <strong>m’illudo che si possa fare letteratura</strong><strong>‌</strong><strong> senza conformarsi al modello corrente di scrittore-intellettuale</strong>, necessariamente impegnato, necessariamente con un po’ di forfora, necessariamente con scarpe impresentabili, necessariamente scientista-razionalista, necessariamente ironico solo nei termini negli ambiti e nella direzione che vuole lui, necessariamente pop ma studiatissimo, necessariamente con occhiali a montatura spessa meglio se esagonale, necessariamente depositario di un’idea strumentale e cioè carrieristica dello scrivere (cambiamento sociale, sensibilizzazione sui temi, logiche di comunità, propaganda politica – oddio). Prevedibilissimo, insomma. Il contrario dell’arte. E io invece provo una divertita e sorpresa soddisfazione, pensando al fatto che una scrittrice di questo livello pubblichi ridanciani autoscatti con indosso borse di Louis Vuitton o in tenuta da pilates, perché sogno che la letteratura italiana possa smarcarsi dall’essere prerogativa e ricettacolo dei disagiati, dei pauperisti, della ipersensibilità esibita, dei pesoni, dei livori di chi non ce l’ha fatta altrove.</p>



<p>Questo è tutto. Inutile dire oltre, spero solo che più persone possibili si fiondino a comprare <em>Cartagloria</em>. Le ultime parole della giornata, invece, voglio rivolgerle a te, <strong>DAMIANO: io, francamente, credo che gli altri non ti meritino</strong>. Ma che è, quel capellone alla batteria, quella scalmanata col basso che pesta i piedi di continuo. Tu sei di un’altra categoria, con le tue occhiatine di traverso, un po’ funky un po’ nistagmo, numero uno. Abbandonali, dammi retta. Non ti sentire in colpa. Qualcuno al posto tuo lo trovano.</p>



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		<title>In piazza per l&#8217;Europa dei cannoni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Mar 2025 08:41:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I Fratelli d'Europa amano così tanto la pace che andrebbero in guerra per difenderla. Intanto scendono in piazza, e cercano di convincerci a comprare più armi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’Europa è Shakespeare e Beretta, è Spinoza e i Panzer, è Leonardo da Vinci e Leonardo SPA. L’Europa è la patria del premio Nobel, istituito, come si sa, da Alfred Nobel per ripulirsi la coscienza dopo aver inventato la dinamite. <strong>L’Europa è, quindi, retorica umanitaria e umanista garantita dal fucile in spalla, però di qualcun altro – americani ieri, ucraini oggi, e nel mezzo mercenari o contractor, ribelli moderati o colorati</strong>. Sono le belle lettere, il pacifismo, la solidarietà, la tolleranza, ma coi cannoni nel cortile. In piazza del popolo, sabato, si è radunata l&#8217;onda blu della pace armata, i fratelli d’Europa, #l’EuropaSiamoNoi la piazza tendenzialmente dem e over50, unita da un’oggettiva superiorità morale rispetto a chi non ha fatto il classico (più o meno è questo il fulcro dell’arringa di Vecchioni, che elenca come fosse la formazione della Roma l’undicina di scrittori che secondo lui, da Manzoni a Foscolo, ci conferiscono un primato umano sugli altri popoli, al punto da giustificare una carneficina). </p>



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<p>Gli stessi che quindici anni fa invocavano l’austerity per salvare il sistema finanziario e le banche che avevano speculato sui mutui subprime &#8211; che per carità, altrimenti crollava tutto e addio al ceto medio… quale poi, quello che oggi sta morendo d’inflazione? – <strong>e adesso invocano il deficit per finanziare il riarmo, <em>whatever it takes</em>, garantendo così la sicurezza europea e i suoi confini ben definiti da righelli compostabili.</strong> Gli stessi che fino a ieri facevano i no-border e osannavano l’Erasmus, il progetto di borse europee grazie a cui si sono tolti dalle palle i figli per 6 mesi, salvo poi dovergli pagare un quinquennio di psicoterapia, chiudendo il bilancio in deficit sul serio.</p>



<p></p>



<p>Ma la corsa al riarmo non viene promossa con realismo politico, ammettendone l’incongruenza, l’inconciliabilità con i valori promossi dagli uffici stampa di Bruxelles. No, viene invocata dagli intellettuali, i cantanti (c’è differenza?) e i politici come naturale conseguenza della filosofia europea, del pensiero libero e liberale che da Ventotene spira fino a Strasburgo. <strong>Se vogliamo diffondere il nostro messaggio di pace e libertà, dobbiamo difenderlo, armati fino ai denti, da tutte le altre potenze che vogliono diffondere a loro volta il proprio messaggio di pace e libertà, anch’essi armati fino ai denti, ma che non hanno letto Hegel.</strong> Ma guai a dire guerra, la guerra la fanno sempre gli altri, è solo uno schema di mutua autodifesa e riconversione degli apparati industriali in decadenza. Così, forse, suona un po’ meglio…</p>



<p><br><strong>Ma che bisogno abbiamo di questa messa in scena, della pantomima delle buone intenzioni e delle cortesi ipocrisie?</strong> Perché Scurati deve dire che l’Europa va difesa e riarmata dato che, avendo smesso di bombardare le città e opprimere i popoli e uccidere i bambini, sarebbe moralmente superiore, quando la stessa Europa supporta e vende i propri prodotti bellici allo Stato di Israele e all’IDF? Perché Scurati deve fare appello, per convincerci, all’umanità europeista nella gestione dei migranti, quando sono le stesse istituzioni europee che invocano il riarmo a trattare direttamente con la Libia e con la Turchia per regolare i flussi a costo di qualsiasi diritto umano, <em>whatever it takes</em>. Perché Vecchioni? – e già basterebbe questa domanda – ma perché Vecchioni deve salire sul palco e namedroppare filosofi europei che non ha letto cercando di galvanizzare una piazza di bandiere arcobaleno per la pace, per convincerli a devolvere l’otto per mille alla Leonardo?</p>



<p><br>Basterebbe non mascherare l’ipocrisia con la retorica. Basterebbe ammettere che l’Europa, per non rinunciare ai privilegi a cui si è abituata, non può più campare di rendita morale. Forse è ora di chiudere il capitolo, di mettere un punto alla favola bella che ci siamo raccontati per gli ultimi 40 anni, ovvero che la miscela esplosiva di liberismo e democrazia potesse portare a una crescita eterna e diffusa, e non invece all’arricchimento spropositato di chi detiene i mezzi per trasformare la democrazia in demagogia.<strong> Che i nostri valori sono desueti, che l’entropia globale sta raggiungendo una soglia limite oltre la quale potrà essere governata solo da una pianificazione statale opprimente e illiberale come quella cinese, o da un liberalismo militarizzato, securitario e infarcito di retorica come quello occidentale.</strong> E invece nelle nostre piazze i figli dei fiori appassiti invocano Mozart per ricordarci che siamo dalla parte giusta della storia, che siamo liberi e tolleranti e abbiamo la fortuna di essere nati nel lato del mondo culturalmente, moralmente e intellettualmente superiore, e tutti gli altri lati del mondo che pretendono un uguale privilegio invece mentono, povere stupide bestie, infarciti di propaganda.</p>



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<p>E mentre Meloni e Salvini si chinano con servilismo al cospetto del padrone ingrato americano, a gara tra chi di loro riceve più endorsment in un frettoloso tweet del tycoon, <strong>l&#8217;Europa invecchia e affonda, aggrappata a destra a un sogno americano che non c&#8217;è più, e a sinistra a un privilegio spropositato che qualsiasi realista saprebbe inconciliabile con la libertà e la libera determinazione di tutti i popoli della terra.</strong></p>
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		<title>Uccidi il semicolto che è in te</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Feb 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Della stupidità intellettuale. Appunti sparsi sull'"Educazione sentimentale" e altro.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Flaubert è uno scrittore feroce. È lo scopritore della idiozia intellettuale contro la quale azionerà in tutta la sua vita artistica <strong>una speciale e acre ironia.</strong> Ancor prima dei nostri giorni in cui l&#8217;idiozia intellettuale ha raggiunto consistenze stratosferiche (nei film, nei libri, nei programmi televisivi), Flaubert aveva previsto già nella propria epoca, nella seconda metà dell&#8217;Ottocento, <strong>l&#8217;insufflarsi nelle menti, attraverso il processo di acculturazione di massa, di dosi massicce di &#8220;<em>médiocre</em>&#8220;, di &#8220;<em>poncif</em>&#8221; (dozzinale),</strong> di quella idiozia proveniente dalla mezza cultura che il critico americano Dwight Macdonald chiamerà negli anni &#8217;50 in America &#8220;Midcult&#8221; e che da allora si è diffuso come un blob in tutta l&#8217;infosfera.</p>



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<p>Contro questo pericolo da egli intravisto, Flaubert, a differenza della sua amica &#8220;socialista&#8221; George Sand, <strong>si oppose</strong>, da vecchio mandarino borghese, <strong>all&#8217;istruzione popolare</strong>. Perorava di dare ai poveri il pane ma non l&#8217;istruzione. Preconizzava che con l&#8217;istruzione i saperi si sarebbero diffusi in ragione aritmetica ma la stupidità dei semicolti, degli acculturati, degli &#8220;infarinati&#8221; sarebbe cresciuta in ragione geometrica. Sarebbe diventata devastante. Era in lui, questa, un’opinione rocciosa dalla quale mai defletté, e che mise al centro della sua rappresentazione artistica: dagli influssi nefasti della lettura in Emma Bovary e presso quell&#8217;idiota scientista di Homais, fino al delirio enciclopedico dei due sublimi idioti Bouvard et Pécuchet (da ora in poi B&amp;P, la sigla è più da idioti). Un suo chiodo fisso. Un aspetto imprescindibile della sua poetica, della sua visione<a href="#_ftn1" id="_ftnref1">[1]</a>.</p>



<p><strong>L&#8217;idiozia intellettuale è il frutto avvelenato dell&#8217;Illuminismo,</strong> l&#8217;esito non previsto dell&#8217;Enciclopedia di Diderot, del sapere dispensato a tutti. Forse Flaubert esagerava, o forse non sbagliava se avesse assistito come noi all&#8217;esplosione dei deliri dei semicolti in tempi di pandemia o al delirio genuino e universale in ogni campo del sapere&#8230;</p>



<p>Alcuni esempi oltre quelli noti a molti lettori come i disturbi comportamentali germinati nella testa di Emma Bovary in seguito alle sue eccessive letture, possono essere tratti anche da <em>L&#8217;educazione sentimentale</em> (da ora in poi <em>ES</em>). A comprova che nel Nostro <em>tout se tient</em> (tutto è collegato)<a href="#_ftn2" id="_ftnref2">[2]</a>.</p>



<p>In <em>ES</em> c&#8217;è questa figurina di Rosanette con la quale il mediocre Frédéric intreccia una relazione non di secondo momento se dà luogo a un parto e alla nascita di un figlio, anche se per sbaglio. Flaubert non è cattivo con questa &#8220;<em>lorette</em>&#8221; (una donna di facili costumi che passa da un letto all&#8217;altro) verso la quale ha accenti delicati in più punti della narrazione, come in seguito li avrà verso la &#8220;<em>servante</em>&#8221; Félicité di <em>Un cuore semplice</em>. <strong>L&#8217;artista non se la prende quasi mai con gli umili e i semplici di cuore</strong>. Sono <em>bêtè</em> anche loro, certo, stupidi, idioti intrisi di <em>bêtise</em>, ma di un’idiozia quieta, creaturale, naturale come quella delle bestie ruminanti appunto, i bovi (da cui l&#8217;artista prende le radici dei cognomi Bovary e Bouvard), non toccati dalla <em>bêtise</em> irredimibile, ovvero l&#8217;idiozia superiore, quella sublime, intellettuale.</p>



<p>Certo la sorprende a sbadigliare davanti alle reliquie della Grande Storia durante la gita a Fontainebleu, in cui lo stesso artista si lascia andare, dopotutto, allo scoraggiamento e/o alla malinconia davanti ai fasti transeunti delle Dinastie e delle Corti, alla mestizia sottocutanea del passaggio del tempo e alla diffusa “<em>éternelle misère de tout</em>” (l’eterna miseria di tutto).</p>



<p>F. scrive: «Elle [Rosanette] avait été sensible autrefois, et même, dans une peine de cœur, avait écrit à Béranger pour en obtenir un conseil&#8230;». (Rosannette in passato aveva mostrato sensibilità, e anche, soffrendo per amore, aveva scritto a Béranger per ottenere così un consiglio) Avete letto bene: Rosanette che scrive a Béranger, un poeta che Flaubert considerava mediocre per ricevere consigli in affari di cuore! <strong>Cercate di immaginare uno scrittore o un personaggio mediocre della ribalta di oggi cui la gente minuta scriva per conforto e ispirazione</strong>. Fate voi i nomi (di cui vi prendete la responsabilità della comparazione dileggiante): Veltroni? Gramellini? Signorini? Barbara D&#8217;Urso? C&#8217;è una sottile parodia in questa scena: è il pop che dialoga col trash. Béranger è un chiodo fisso per F. la sua bestia nera. Da notare che nella <em>Bovary</em>, nel ritratto di Charles, c&#8217;è questa annotazione. Charles «s’enthousiasma pour Béranger, sut faire du punch et connut enfin l’amour» (si entusiasmò per Béranger, imparò come fare del punch e conobbe infine l’amore). La successione delle &#8220;esperienze&#8221; di Charles è da &#8220;<strong>grottesco triste&#8221;, un trattamento stilistico frequente in Flaubert in cui egli mischia l&#8217;Alto e il Basso per farli cozzare assieme e vedere l&#8217;effetto che fa.</strong> L&#8217;autore qui dileggia il suo personaggio perché mette in successione esperienze volgari (imparare a fare il punch) e sublimi (la frequentazione della poesia di Béranger e la prima copula).</p>



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<p>Flaubert ritornerà spesso, anche in <em>ES</em> e altrove, su questo poeta francese, allora celebre, da lui ritenuto mediocre. In una lettera a L. de Cormenin (7 giu 1844) scriverà «On dirait que nous ne sommes faits que pour supporter une certaine dose de beau; un peu plus nous fatigue. Voilà pourquoi les natures médiocres préfèrent la vue d’un fleuve à celle de l’Océan, et pourquoi il y a tant de gens qui proclament Béranger le premier poète français». (Si direbbe che non siamo fatti che per sopportare una piccola dose di bellezza; qualcosina in più e ci affatichiamo. Ecco perché le nature mediocri preferiscono la vista di una fiume a quella dell’oceano, e perché c’è così tanta gente che proclama Béranger il primo poeta francese). Ma è alla Colet (27 sett 1846) che preciserà il suo pensiero: «Tu voudrais me faire connaître Béranger ; je le désire aussi. C’est une grande nature qui me touche. Mais il y a, je parle de ses oeuvres, un malheur immense, c’est la classe de ses admirateurs. Il y a des génies énormes qui n’ont qu’un défaut, qu’un vice, c’est d’être sentis surtout par les esprits vulgaires, par les coeurs à poésie facile. Béranger, depuis trente ans, défraye les amours d’étudiants et les rêves sensuels des commis voyageurs. Je sais bien que ce n’est [pas] pour eux qu’il écrit ; mais c’est surtout ces gens-là qui le sentent. D’ailleurs on a beau dire<strong>, la popularité, qui semble élargir le génie, le vulgarise, parce que le vrai Beau n’est pas pour la masse</strong>, surtout en France» (Tu vorresti farmi conoscere Béranger; lo vorrei anch&#8217;io. È un grande natura che mi commuove. Ma c&#8217;è, e parlo delle sue opere, un malessere immenso, ed è la classe dei suoi ammiratori. Ci sono geni enormi che hanno un solo difetto, un solo vizio, che è quello di essere sentiti soprattutto da menti volgari, da cuori di facile poesia. Per trent&#8217;anni, Béranger è stato oggetto di romanzi studenteschi e di sogni sensuali di commessi viaggiatori. So bene che non è per loro che scrive, ma è soprattutto questa gente che lo sente. Inoltre, <strong>la popolarità, che sembra elargire il genio, lo volgarizza, perché la vera bellezza non è per le masse</strong>, soprattutto in Francia).</p>



<p>La sentenza è definitiva<strong>. Il Bello non è fatto per le masse</strong>. Flaubert segna il distacco definitivo delle due entità. Da allora sarà così nell&#8217;epoca della riproducibilità tecnica. Flaubert segna la data di inizio di un fenomeno che da allora sarà dilagante. <strong>È la nascita del &#8220;demotico&#8221;</strong> di cui scriverà Hobsbawm nel <em>Secolo breve</em>. Non è a caso che F. inventerà per il suo Arnoux il titolo della sua rivista <em>L&#8217;Art industriel</em>, che riecheggia il titolo del saggio di Sainte-Beuve (del 1839) che per primo aveva segnalato il fenomeno <em>La littérature industrielle</em>, ossia un ossimoro nella sua visione artistica (se è Arte non può essere Industriale), e una forma sottile e sintetica di dileggio così frequente in lui.</p>



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<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Detestava il sentimentalismo facile ma anche l&#8217;illusionismo intellettuale. Intendo dire che ci sono DUE forme di bovarismo (&#8220;<em>se concevoir autre qu&#8217;il n&#8217;est</em>&#8220;, secondo la formula di de Gaultier) in Flaubert. Un bovarismo sentimentale e uno intellettuale, ma entrambi trovano una fonte di alimentazione nella lettura di libri. Di Emma è noto il rapporto distorcente sulla sua personalità scaturito dalla lettura dei libri. La stessa cosa succede a Rosanette che scrive a Béranger (che evidentemente ha letto) per avere suggerimenti e conforto alle sue <em>affres</em> sentimentali. E d&#8217;altra parte cosa faceva l&#8217;estremista socialista Sénécal? Leggeva! E come? Ecco la frase di F. «et il cherchait dans les livres de quoi justifier ses rêves» (e cercava nei libri come giustificare i suoi sogni). Puro bovarismo intellettuale! Per entrambi F. nutre in fondo disprezzo intellettuale e comunque questo rapporto distorcente coi libri troverà completamento artistico e apoteosi sinistra nei due lettori compulsivi B&amp;P.</p>



<p><a id="_ftn2" href="#_ftnref2">[2]</a> <em>Tout se tient</em>. Flaubert, lo si scorda spesso, è un artista sommo, ma anche uno scrittore &#8220;intellettuale&#8221;. In <em>ES </em>questo secondo Flaubert è in pieno splendore, e ancor più lo sarà in B&amp;P. Ma man mano che procede in questo itinerario passa dall&#8217;esplorazione del cuore (Emma) a quella del cervello e cuore (Frédéric) a quella del cervello solamente (B&amp;P). Escludo il Flaubert orientalista in questa analisi, perché nell&#8217;Oriente Flaubert orienta (bisticcio volontario) il sogno e <em>la rêverie</em>. Lì in Oriente non c&#8217;è dissidio, tutto è immediato e non mediato, è natura non civiltà, e se è civiltà è civiltà morta, ha il fascino delle cose morte. Alberto Cento [<em>Il realismo documentario dell&#8217;Éducation sentimentale</em>] scrive una frase significativa: « A Salammbô concedeva tutto ciò che negava a Emma». Nell&#8217;Oriente Flaubert era fuori di sé e dunque non vedeva contraddizioni e insufficienze. Era quando tornava da questo sogno purpureo e gemmato che si sentiva costretto a vivere in un mondo e tra gente che lo stomacavano. Odiava il presente e i suoi abitanti e adorava il passato, l&#8217;Oriente e la storia come una forma di stordimento dell&#8217;io. Il suo oppio. Da qui molti contrasti e ironie. C&#8217;è molta ironia da disagio in lui&#8230; l&#8217;ironia dell&#8217;adattamento dell&#8217;ideale nel reale o piuttosto di una caduta rovinosa dell&#8217;ideale nel banale quotidiano. Come non amarlo?</p>
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		<title>Istruzioni per entrare nel mondo della cultura &#8220;underground&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Dec 2024 10:46:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è un percorso classico, un "cursus honorum", per entrare a far parte del mondo editoriale, letterario, o culturale identificato come "underground", se per underground non s'intende sottoculturale, battagliero o innovativo, ma ci si riferisce a tutte quelle attività culturali che costringono chi le persegue a tirare avanti principalmente per passione e arrotondare nella ristorazione 2/3 sere a settimana.</p>
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<p>C’è un percorso classico, un <em>cursus honorum</em> prestabilito, per entrare a far parte del mondo editoriale, letterario, o culturale identificato come <em>underground</em>, se per <em>underground</em> non s&#8217;intende sottoculturale, battagliero o innovativo, ma ci si riferisce a tutte quelle attività culturali che costringono chi le persegue a tirare avanti principalmente per passione e arrotondare nella ristorazione 2/3 sere a settimana.; ndA: ‘<em>underground</em>’ bisognerà pronunciarlo mentalmente come Antonio Albanese <a href="https://www.youtube.com/watch?v=ES_LxOp9joc">in quel film</a> per il resto dell’articolo.</p>



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<p><strong>Anzitutto è fondamentale l&#8217;università</strong>; non tanto però per l’istruzione che offre, ma perché l’accademia è la primavera della squadra culturale underground di domani. Dei battitori liberi &#8211; autodidatti o mal istruiti &#8211; ci sono e ci saranno sempre, ma passando dall’università è tutto più semplice; è lì che si imparano le parole d’ordine fondamentali &#8211; quelle a tal punto vaghe da poter includere tutto e il contrario di tutto (come &#8216;capitalismo&#8217;, che rimane ad oggi imbattuto per ampiezza di significato) &#8211; e si capisce come funziona il gioco, cosa dire, in che modo e dove dirlo, si stabiliscono le gerarchie ideologiche, s&#8217;impara il vocabolario e il timbro del <em>parlare culturale</em>. Poi per carità, spesso s’impara anche qualcosa di nozionistico, ma non è questo il punto. <strong>Non basta sapere per diffondere cultura <em>underground</em>.</strong><br><br>Una volta presa la laurea o il dottorato (meglio), o anche nel mentre, bisogna farsi il giro delle riviste, quelle radicali, cioè quelle che non prevedono un contributo economico per chi scrive (come questa su cui scriviamo, <em>radicalissima</em>). Non sono tantissime, bisogna girarne quanto basta perché la propria bio virtuale possa recitare “<strong>scrive e collabora con alcune riviste</strong>”. Bisognerà ricordarsi di citare gli autori o le case editrici di cui si vuole attirare l’attenzione, non importa se in modo congruente, tanto nessuno nota se una citazione conferma o meno la proposizione che segue, l’importante è lanciarla nell’etere, su internet, dove sarà preda facile dei filtri di ricerca. Gli attori culturali sono di norma insicuri e orgogliosi, digitano il loro nome sui motori di ricerca con cadenza settimanale; se quindi <strong>si cita accuratamente e con un po&#8217; di cinismo</strong> in poco tempo si verrà notati, è una garanzia. Si può anche tentare un approccio laterale, con un piede qua e uno là tra il mondo della cultura ufficiale e quello sottoculturale, legittimando letterariamente o filosoficamente un prodotto della cultura di massa, usando Heidegger per ascoltare l&#8217;hyperdub o Lautréamont per interpretare un meme. E&#8217; un approccio tra i più rischiosi di cadere nel ridicolo, ma anche più profittevoli nel caso di successo. Una via più diretta, invece, per mettersi sulla mappa sarà quella di <strong>organizzare la presentazione del libro o del progetto di qualcuno del giro di cui si vorrebbe fare parte</strong>. Richiede però avere l’accesso a uno di quei fantomatici “spazi” o “realtà” culturali; non è scontato, anzi per molti è già condizione sufficiente per dichiararsi attori culturali <em>underground</em>.</p>



<p><br>Essenziale in tutto questo, però, è frequentare nel frattempo <strong>gli eventi giusti nei posti giusti</strong> – possibilmente posti all’apparenza <em>working-class</em>, nello spettro che va dall&#8217;evento al centro sociale all’inaugurazione della libreria in periferia; (tornerà utile più avanti: qualunque strada si scelga di percorrere l’importante è farla sembrare in salita). Bisognerà farsi notare però a questi eventi, non troppo, ma neanche troppo poco, si può provare con l&#8217;abbigliamento o il taglio di capelli, ma il metodo ad oggi più efficace rimane la domandina durante o, meglio, dopo (&#8220;ti posso chiedere una cosa&#8221;) a uno dei relatori; quel tipo di domande <strong>che non mette in difficoltà chi la riceve, né scioglie alcun dubbio di chi la formula</strong>, ma permette a entrambi di connettersi lungo un asse comune di riferimenti culturali (si sarà senza dubbio imparato a fare questo tipo di domande negli anni universitari).</p>



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<p>Poi bisogna includere in qualsiasi cosa si scriva o si dice in pubblico un&#8217;altra cosa imparata negli anni dell’università,<strong> le parole d’ordine di cui sopra</strong>, facendo attenzione a quali hanno perso nel frattempo valore, diventando <em>mainstream</em>, &#8211; per capirlo basta dare un’occhiata alle locandine delle grandi fiere nazionali o seguire<a href="https://www.instagram.com/tlon.it/"> la pagina instagram di Tlon</a> – e quali magari sono state bannate perché condivise con convinzione dalla destra reazionaria. Bisogna inoltre sapersi orientare sulle nuove uscite della piccola editoria “radicale”, ovvero quella che paga poco, come le riviste, e pubblica libri che contengono nel titolo le suddette parole.</p>



<p><br>Queste pratiche sono fondamentali per chi si ostina a voler il proprio posto al sole in questo mondo, soprattutto se non ha granché da dire. La fase “riviste” della sua carriera potrebbe durare parecchio, e nel tempo le esigenze della fame o della specie potrebbero finire per congelarla così come è. Per chi è capace di produrre dei ragionamenti sensati, invece, o di scrivere discretamente (le due cose non vanno necessariamente insieme), in poco tempo qualche spazio potrebbe finire per aprirsi, il suo nome comincerà a girare in qualche piccola redazione a caccia di idee, <strong>che guarda caso avrà in progetto un libro, o un volume collettaneo, proprio su uno di quei temi propagandati come sottoculturali</strong>. Se sarà stato abbastanza furbo e recettivo, ormai avrà imparato a padroneggiarne uno in particolare, o un mappazzone concettuale che li contiene e connette tutti tra di loro tramite qualche prefisso latino, per dare vita a un’unica critica universale, inconcludente e molto allusiva.</p>



<p><br>Da questo punto in poi, dalla prima pubblicazione allineata, le porte del mondo culturale <em>underground</em> sono, in linea di principio, aperte. Dipenderà dalle capacità del singolo saper sfruttare l’occasione, il giro di conferenze, le presentazioni, le connessioni. Avrà dimostrato che il contenuto c’è, ed è tale da<strong> non infastidire nessuno all’interno del mondo culturale, da non scomodare troppo il pensiero e da confermare i preconcetti che già dominano il dibattito della bolla,</strong> rimescolandoli in nuovo prodotto editoriale; esso sarà perciò di casa pressoché ovunque, dai CSOA alle testate nazionali che pagano a collaborazione, passando per fiere, televisioni, piccole riviste e podcast seriali. Non c’è da temere: ogni redazione culturale è sempre costantemente a caccia di qualcuno con cui riempire un palinsesto, per giustificare l’accesso ai fondi pubblici o vendere le birre al bar-libreria che ospita l’evento, quindi in sostanza per tirare a campare. Basta avere pazienza. <strong>L’accesso è perciò di norma garantito, se si riesce a non farsi cogliere in flagrante con qualche illecito a spese pubbliche, a limitare la propria ironia entro cerchi ristretti e fidati, e non farsi prudere le mani con la propria compagna</strong>. A determinarne le caratteristiche e la dirompenza saranno l’aspetto fisico, la capacità retorica, la sfrontatezza, il capitale umano ed economico iniziale, e l’emotività che genera la propria biografia se la si può leggere attraverso la chiave di un eventuale riscatto economico o esistenziale ottenuto grazie alla cultura.<br> <br><br>C’è poi un percorso non tradizionale, più moderno ed eccentrico. <strong>Creare una pagina di meme, o una incentrata, sempre con taglio ironico, su una o più delle parole d’ordine del momento. </strong>Maggiore il numero dei follower, maggiore sarà di conseguenza la credibilità dell’istituto culturale che vorrà trasformare la pagina in un libro o in un prodotto audiovisivo ufficiale. Se il successo potrà essere immediato, gli effetti a lungo termine di questa strategia sono incerti, il rischio sarà di rimanere impelagati nelle maglie del proprio personaggio da social. Chi nasce produttore di meme o influencer spesso muore comunque cameriere, anche se per un po&#8217; gira un libro col suo nome in copertina.</p>



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<p><br><br></p>
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