Una vita di ricerca e studio consumata dalla speranza che un incidente termonucleare, un rinvenimento di papiro, una crisi politica in un paese ignoto apra la loro nicchia all’interesse mediocolto, e che arrivi la convocazione. Ed è allora, quando chiama Lilli Gruber, che nei camerini o nel tinello prima della videochiamata si specchiano davvero, senza retropensieri, e riemersi dal terrore telefonano a me (il loro stylist).

Il mio stylist, dopo avere salutato con un ciao amo ciao Lucio Caracciolo, mi fa entrare e indica la scrivania. Segno pessimo. Quando è soddisfatto, sul futon a pancia in giù e ginocchia ad angolo retto; umore medio, palle mediche; deluso, amareggiato, orripilato, alla scrivania.

“Cosa ti dico sempre?”, mi chiede.

“Che un uomo col rossetto è un’ammissione di debolezza?”.

“Meno sempre”.

“Che la divisa nel messo bene ma non oltrepassare la nuca?”.

“Più sempre”.

Lo guardo. Non so che dire. O forse lo so ma non trovo il coraggio.

“Gli intellettuali”, suggerisce.

Lo sapevo. Abbasso il capo. Mi sa che ho sbagliato ancora.

“Gli intellettuali” – si alza, cammina maieutico – “sono vanitosi più delle modelle. Discorso vecchio, lo sappiamo, ma è bene ripetere: i maglioni in lana grossa, la barba sfatta, la forfora, tutto un piccolo alfabeto per dichiarare che loro non ne hanno bisogno, che l’esteriorità è per i fatui, che contano Marx e Freus…”.

“Freud”.

“Freud, sì”. Si ferma. “E magari ci credono pure. Non dico siano per forza in malafede. Ma alla fine arriva Lilli”.

“Lilli?”.

“Lilli Gruber”. Riprende a camminare. “Una vita di ricerca e studio consumata dalla speranza che un incidente termonucleare, un rinvenimento di papiro, una crisi politica in un paese ignoto apra la loro nicchia all’interesse mediocolto, e che arrivi la convocazione. Ed è allora, quando chiama Lilli, che nei camerini o nel tinello prima della videochiamata si specchiano davvero, senza retropensieri, e riemersi dal terrore telefonano a me. Perché lo sanno”.

“Lo sanno?”.

“Sanno che la trascuratezza va bene in biblioteca, ai convegni specialistici, ma che la televisione è tutto un altro discorso. E sanno anche che decenni di sciatteria ti disabituano, che il rischio pagliacciata è altissimo. Devono recuperare, ma la vanità, quando riaffiora, ha bisogno di essere addomesticata: un vezzo, un dettaglio ironico, una svirgolata modaiola. Però sempre roba minima. Che non si noti, che sembri accidentale. Mi sembrava fossimo d’accordo, no?”.

“D’accordo”.

“E allora le Tiger gialle? La cintura Western? La giacca con gli strass santamadonna?”.

“No, è che l’avevo vista ad Amadeus e…”.

“Inammissibile”.

“Papillon?”.

“Reazionario”.

“Cravattino fine?”.

“Liberale e tossicodipendente”.

“Le ghette!”.

Mi dà uno schiaffo, quasi un cazzotto, poi torna a sedersi.

“Cosa mi hai detto quando mi hai chiamato la prima volta piangendo?”.

“Che volevo…”.

“Che volevi?”.

“Che volevo che alla Feltrinelli smettessero di chiedermi se ho la tessera, visto che ho anche speso per plastificarla”.

“E poi?”.

“Che sono stato troppo male quando al Festival della Mente di Sarzana mi hanno preso per uno della security di Barbero”.

“E insomma?”.

“Che volevo apparire anch’io come un intellettuale d’area progressista”, urlo.

“Appunto”.

Apre Canva e accende il proiettore. Mostra una foto.

“Chi è?”.

“Massimo Recalcati giovane?”.

“No”.

“No?”.

“No”. Indica con un puntatore. “È personalità che annaspa, accademismo sciapo, carisma in controluce”.

“Sì”, annuisco. “Però è Recalcati”.

“Sì”, scocciato. “È Recalcati. Ma è Recalcati prima della cura. Prima che chiamasse me”.

Cambia slide.

“Recalcati vecchio?”.

“No: Recalcati credibile”.

Guardo meglio. In effetti, estrema credibilità.

“E sai perché?”.

“Perché è diventato professore?”.

“Gli occhiali”.

“Come?”.

Alterna le due schermate.

“Sono gli occhiali. È tutto lì, ed è l’unica soluzione possibile”.

“Ho capito, ma io ci vedo bene, ho fatto il laser”.

Cambia slide.

“Tomaso Montanari? Ho capito ma Montanari sarà miope”.

Scuote la testa.

“No?”.

“Tomaso Montanari l’ho visto riconoscere un concreto rischio per la tenuta dello stato democratico a quattrocento metri di distanza, e senza occhiali”.

“Non ci credo”.

“Tomaso Montanari fa finta. Perché gliel’ho detto io”.

Sono scosso. Provo a ricapitolare.

“Quindi mi vuoi dire che basta che mi presenti in video con un paio di occhiali a montatura spessa e poligonale e la gente mi prenderà per buono?”.

Altro schiaffo.

“No?”.

Non risponde e va avanti con la presentazione. Beppe Severgnini, Corrado Formigli, Nicola Lagioia, Barbero. Epoche diverse, posizioni diverse, occhiali diversi. Sono in difficoltà.

“Allora? Hai capito o no?”.

Dico di sì, ma è no.

“Stai dicendo di sì ma è no?”.

“Sì”.

“Allora hai capito?”.

“No”.

Sospira.

“È la gradualità che conta, la progressione. Più il tuo status cresce, più l’occhiale si complica. Non mi puoi partire con una roba estrosa, ti bollano come farlocco, ti squalificano, l’equivalente reputazionale di andare ospite da Floris e chiedere un cuscino perché le poltrone in teak ti sembrano scomode invece che severe. Ci vuole misura. Prime apparizioni, mi parti con un orizzontale senza bordi, se possibile con un paio di cispe a ridosso dei nasini; invito a dialogo pubblico, mi arrotondi il perimetro e ti avvicini alla goccia, e mi gratti le cispe; prima comparsa in assolo a un festival, s’inizia a ispessire la struttura, ma guai a colori strani; polemica per scivolone discriminatorio – perché scivolerai, si sa che scivolerai –, video di scuse in cui ti prostri accampato dietro a un modello anni 70 con parasudore; riammissione tra i buoni, mi azzardi un trapezio con colorazione fluo – vulnerabile, simpatico, autoindulgente; candidatura a premio, mi vai di montatura asimmetrica, quadrato a destra, pentagono a sinistra; conquista della vetta e consacrazione, mi torni all’orizzontale sbordato, perché ci vuoi dire che ormai puoi tutto, che la classe intellettuale ti deve pregare per un corsivo di tre righe o un commento dettato dal bagno turco, e reintegri le cispe”.

Sono sconvolto. Lo ha capito anche lui, e infatti si ferma, mi allunga il pos e un buono del 5% da Salmoiraghi & Viganò, valido solo a partire dal secondo paio. Speriamo mi serva.

Esco dallo studio, ripetendo la scaletta e cercando di memorizzarla. In sala d’attesa, trovo Tomaso Montanari. Seduto, prova a leggere, ma ci riesce e non ci riesce perché indossa una maschera da sci della Oakley, di quelle specchiate. Lo vedo, mi vede. E interrompe la lettura.

“Sono lenti graduate”, prova a dirmi. “Da vicino, l’età, le letture, non ci vedo”.

“Come no”, rispondo. “Come no”.