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	<title>intellighenzia Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Piccoli uomini crescono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Feb 2025 11:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Stroncature]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Francesco Piccolo fa il furbo con lo spirito del tempo. “Son qui: m’ammazzi” è il libro fatto a immagine e somiglianza dell’uomo sognato dal progressismo: innocuo, compiacente e in contraddizione con se stesso.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dicono sia stato folgorato al gran galà annuale della Feltrinelli, mentre alti dirigenti e autori di grido danzavano, tra estasi e grazia, sulle note di <em>Mueve la Colita </em>(sì, come in quella scena de <em>La Grande Bellezza</em>). Al fatidico “Asi, Asi!” de<em> los hombres</em>, all’atavico sprigionarsi d’energia creatrice, in quel gesto di sincretistica preghiera a Giove, a Shiva e allo yang, Francesco Piccolo ha compreso, tutto d’improvviso e inequivocabilmente, <strong>il significato dell’essere uomini, il principio della virilità</strong>. Quella sapienza l’ha poi riversata in volumi dai titoli eloquenti, come <em>Separazione del Maschio</em> e <em>L’Animale che mi porto dentro</em>, e nel recente <em>Son qui: m’ammazzi! </em>(Einaudi, 2025), commento a “tredici capolavori che […] hanno contribuito a legittimare il mito della maschilità e la cultura virile”.</p>



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<p><strong>È vero, il libro è un pacchettino confezionato apposta per esplodere nella questione del momento, con le vendite pronte ad impennarsi al prossimo femminicidio</strong> – ma dall’altro lato Piccolo, autore Einaudi con la fissazione per il tema, parrebbe avere il curriculum per parlare del maschile, con il filtro della letteratura. A libro chiuso, voglio dire, l’operazione editoriale sembrerebbe anche accettabile – poi però arriva il brutto, poi si comincia a leggere e fare i conti con una visione dell’uomo così spudoratamente sprezzante da non poter essere autentica, soprattutto vista la pretesa di rintracciarla nelle grandi (tali o presunte) opere del canone italiano. Dopo poche righe, infatti, scopriamo che “il maschile è inteso come potente, arrogante, violento, sopraffattore, egoista e famelico…”, e gli uomini, che “dovrebbero starsene buoni buoni sul banco degli imputati”, sarebbero tutto sommato coscienti della loro natura di “trogloditi, sopraffattori, violenti, arroganti, egocentrici”. Ora, badate bene, se Piccolo ritiene che la mascolinità possa essere declinata <em>anche</em> positivamente – come, ad esempio, forza, sicurezza, coraggio – si guarda bene dal farcelo sapere. Creda o meno che il maschile partecipi di questi valori, la loro totale omissione, in favore di tutte quelle altre caratteristiche concepite come detestabili, basta a configurare il libro come una (nemmeno troppo) velata critica al maschile stesso in quanto tale.</p>



<p>Eppure, per amissione dello stesso autore nella prefazione, “la denuncia in letteratura è imbarazzante”, e beh, la sua non è una denuncia ma “soltanto una testimonianza dei fatti”. <strong>Piccolo, in breve, ti tira un sasso fra le palle e poi nasconde la mano, finge di non sapere che proprio una testimonianza – sapientemente confezionata, tra enfasi e non detti, per un pubblico predisposto – può diventare un atto di accusa, </strong>che intitolare un libro sul maschile “Son qui: m’ammazzi!” – le parole che Lucia, la ragazza “molestata, concupita, vessata” rivolge all’uomo-padrone con il suo destino tra le mani – è più di un furbo ammiccamento, è surfare sull’onda del più ovvio risentimento anti-patriarcale.</p>



<p>Il risultato è la solita sfilza di osservazioni sul maschio, l’autore che passa l’acqua calda al microscopio letterario per dirci che gli uomini usano il cazzo come l’ago della bussola, che sono prevaricatori o sottoni, che il forte (pregiudizialmente maschio) se la prende con il debole (necessariamente donna) – quel tipo di profonda e matura consapevolezza che in genere si raggiunge tra i banchi della terza media. <strong>Anche turandosi il naso davanti ai miasmi ideologici di Piccolo, il libro scorre senza un brivido, senza una parola vagamente rivelatoria sulle questioni che ci si propone di mettere in luce</strong>, è tutta un’attesa di un guizzo che non c’è, insomma è una minchia che non si alza, tragicamente arresa all’impotenza (che si tratti di un geniale espediente metanarrativo, per colpire il lettore con un esemplare contrappasso?).</p>



<p>Il problema, in definitiva, va ricondotto tanto alla scelta dei testi – che Piccolo, furbescamente, definisce personale per coprirne la faziosità – quanto alla loro interpretazione, talmente imbevuta di preconcetti e storture logiche da essere offensiva per quasi tutti gli autori nominati, oltre che per l’intelligenza dei lettori (primo assunto, per rendere l’idea, del <em>Tractatus</em> piccoliano: in un’opera letteraria, ogni uomo malvagio prova la brutalità del maschio, ogni donna malvagia la misoginia dell’autore). I brani affrontati, così veniamo informati all’inizio, dovrebbero costituire per l’uomo-lettore “uno specchio molto evidente”, ma <strong>proprio l’insistenza sui caratteri scontati del maschile, la descrizione, ingenua, di personaggi stupidamente colpevoli o patetici, schiavi dei più prevedibili istinti finisce con il deformarli fino a una insulsa, irriconoscibile caricatura.</strong> Se anche il punto fosse la messa in scena di <em>tutto e solo</em> il peggio del maschio, bisognerebbe comunque mostrare (per imporre un’altezza allo sguardo, mica per altro, per un po’ di prospettiva) che ogni viltà è il rovescio di una grandezza, che la ferocia è complementare all’amore e la virilità un edificio instabile sul confine tra eroismo e mostruosità. Per ogni Zeno (<em>Un uomo ridicolo</em>, uno dei commenti più “personali”) che, in preda all’arrapamento (parola di Piccolo), chiede la mano alla sorella più brutta dopo i rifiuti di quelle belle, esiste uno Stavrogin, un giudice Holden, in grado di concupire la creatura più indifesa con agghiacciante autocoscienza; per ogni Federí (<em>Le generazioni</em>, il capitolo omaggio all’amico Starnone) con il pugno sempre in canna c’è un Amleto incapace di farsi la propria violenta giustizia. <strong>Anche l’Innominato (che per Manzoni era mille altre cose, prima di essere un mammifero pene-munito), convertito dalla debolezza di Lucia, sarebbe la prova che il maschile sta in bilico tra l’esercizio crudele della potenza e la rinuncia a quest’ultima – e non, come Piccolo vuole, il simbolo del potere assoluto che il maschio esercita sulla femmina.</strong></p>



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<p>Vedete la differenza? <strong>Da un lato ci sono gli uomini come ce li racconta l’autore, per metà anime belle per metà scimpanzé, invischiati nel male soltanto nella misura in cui cedono alle proprie maschie pulsioni, dall’altro lato una ambiguità rivelatrice, l’idea che c’è una nobiltà negli istinti e il male si sceglie col cervello, mica col cazzo.</strong> Il punto è come può, proprio uno scrittore – uno che dovrebbe sguazzare nelle sfumature, via dal paludoso bla bla dei giorni –, rifiutarsi di contemplare il più banale complemento delle proprie soffocanti convinzioni? Ci vorrebbe il coraggio della vera scrittura o un pensiero un filo più affilato, mentre Piccolo ha scritto un libro per fare engagement e lusingare la (sacrosanta, c’è da dirlo?) lotta delle donne contro le prevaricazioni dei bruti, una strizzatina d’occhio alle adepte del femminismo mainstream. Si capisce, gli uomini moderni – che sotto sotto lavorano, comunque, sempre, per fottersele – alla sfida devono prediligere la compiacenza, all’audacia la furbizia. Piccolo, buonuomo, non fa eccezione.</p>
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		<title>Tutte le news sono fake news</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Feb 2025 11:26:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
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		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il mondo dell'informazione e della cultura sta collassando sotto il peso delle sue contraddizioni. Proponiamo qui una strategia per risollevarlo e mettersi al passo del conflitto in corso.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Uno dei fenomeni più strani della nostra epoca <strong>è l&#8217;inversione dei ruoli tra conservatori e progressisti nel campo della cultura e dell&#8217;informazione</strong>. La specificità di questi settori è che i cosiddetti “progressisti” sembrano incaricati di difendere la tradizione, vale a dire le moribonde istituzioni che per secoli si sono occupate della gestione e della distribuzione del sapere nelle nostre società: l&#8217;università, la scuola, i centri di ricerca, le redazioni giornalistiche, le case editrici e i “salotti”, quei luoghi metafisici in cui gli intellettuali si ritrovano a discutere dei massimi sistemi. Viceversa, tutto ciò che generalmente viene classificato come “conservatore” pare avere un solo obiettivo: <strong>delegittimare e distruggere questi centri, indebolirli fino a provocarne il collasso, sostituirli con qualcos&#8217;altro, qualcosa di nuovo e confuso.</strong></p>



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<p>Da un lato abbiamo quindi “quelli di sinistra”, i progressisti, ingaggiati in una missione conservatrice, nel senso che si impegnano a conservare la legittimità del pre-esistente, delle istanze democratiche, dell&#8217;eredità del Novecento. Ci si affanna a difendere l&#8217;autorevolezza di voci serie, competenti, quelle di esperti e studiosi, di fronte alla minaccia del populismo e del qualunquismo con cui i comici affollano le tribune parlamentari e gli influencer gli scaffali delle librerie. È una conservazione che vuole anche evitare gli estremi pericolosi, scongiurare i rischi celati in tutto ciò che è troppo arbitrario o troppo esplicito<strong>, </strong>tutto ciò che prende troppo posizione per o contro qualcosa. In fondo, <strong>un punto di vista netto minaccia sempre di escludere qualcun altro che non è d&#8217;accordo, e nella democrazia non c&#8217;è spazio per gli esclusi</strong>; per questo tale immaginario si nutre del compromesso, la via di mezzo che permette di garantire la governabilità e l&#8217;ordine.</p>



<p>Dall&#8217;altro lato abbiamo “quelli di destra”, i conservatori<strong>, che all&#8217;improvviso sono divenuti dei rivoluzionari: non gliene importa più niente né dell&#8217;ordine, né della democrazia, né della morale</strong>. <strong>Vogliono solo un cambiamento radicale e lo vogliono il prima possibile</strong>: l&#8217;ha capito bene il loro ambasciatore numero uno, che non appena si è insediato alla Casa Bianca ha iniziato ad apporre la sua firma svolazzante su dozzine di decreti, per poi promettere la risoluzione della guerra in Ucraina e della questione palestinese.</p>



<p>L&#8217;antropologo Georges Balandier lo definirebbe <strong>un potere che si mette in scena per mostrare che può agire</strong>, promessa alla base del patto stretto con le masse: “Noi ti eleggiamo, basta che tu faccia cambiare tutto e che lo faccia subito.” Questa inversione di ruoli tra progressisti e conservatori ha nei <strong>differenti approcci all&#8217;informazione la sua manifestazione più eclatante</strong>. Nonostante il putiferio provocato dall&#8217;arrivo di internet, chi ha ancora fiducia nel gioco della democrazia si ostina a voler regolamentare persino questo Far West della comunicazione per renderlo più inclusivo, meno discriminatorio, più civile e via dicendo.</p>



<p>La supposta “dittatura del politically correct” colpisce le tendenze collettive tanto quanto gli atteggiamenti individuali: sia che venga criticato come imposizione di valori culturali appartenenti all&#8217;immaginario della sinistra, sia che venga giudicato come uno strumento del capitalismo per spezzettare il conflitto di classe in una miriade di lotte identitarie indebolite<strong>, è innegabile che il concetto di “politicamente corretto” venga percepito nella contemporaneità come un tentativo di disciplinare il dibattito pubblico</strong>. Man mano che l&#8217;agorà occidentale si allarga a miliardi di persone e comprende minoranze ed etnie finora escluse, vale la pena di adoperarsi per normarla, affinché non diventi una giungla in cui ognuno urla ciò che gli pare e nessuno si ascolta: questa è la scommessa in cui si sono lanciate le forze progressiste.</p>



<p>Viceversa, di fronte a una relatività totale data dal marasma di opinioni, di voci discordanti e di visioni polarizzate del mondo – panorama apocalittico che qualcuno ha definito addirittura “era della post-verità”, come se nella Storia fosse mai esistita un&#8217;era della verità – <strong>coloro che fino a ieri erano trattati come conservatori, all&#8217;improvviso sono diventati i più grandi promotori del nuovo, inteso come capacità di immaginare orizzonti alternativi</strong>. In fondo, cosa sono le teorie complottiste che negano l&#8217;utilità dei vaccini e l&#8217;esistenza del cambiamento climatico, se non contro-narrazioni in grado di ribaltare la visione dominante, quella che l&#8217;ordine vigente vuole imporre come verità oggettiva? In cosa si differenziano le fake news sugli immigrati che rubano e sui manifestanti che vandalizzano le strade dalla propaganda che ha caratterizzato l&#8217;intera storia dell&#8217;umanità?</p>



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<p>Ma la risposta alla propaganda l&#8217;abbiamo già trovata, diranno quelli con la coscienza limpida, <strong>si tratta dell&#8217;informazione</strong>! Ebbene, il termine “informazione” ha un&#8217;etimologia ben precisa: se spolveriamo il dizionario di latino, il primo significato di<em> informatio </em>è quello di “raffigurazione” o “rappresentazione”, seguito da “idea, nozione, immaginazione” e solo infine “insegnamento, spiegazione”. Vediamo bene come la <strong>componente soggettiva</strong> sia alla base della parola, che d&#8217;altronde contiene dentro di sé “forma”, qualcosa che per definizione si configura, si adatta e si modella in relazione a un contenuto.</p>



<p>L&#8217;informazione non è altro che la <em>mise en forme</em> di un contenuto, una formattazione che da esso diviene inseparabile nel momento in cui viene enunciata. Che si tratti di un giornalista o di un utente anonimo su un forum di terrapiattisti, un emittente che comunica qualcosa, che informa il suo pubblico, <strong>non può fare a meno d&#8217;inserire la propria soggettività nell&#8217;enunciato</strong>, dato che è proprio attraverso il gesto del comunicare che ci costruiamo un&#8217;identità agli occhi di noi stessi e dell&#8217;altro. E in fondo non potremmo farne a meno: la pretesa oggettività di alcune testate giornalistiche equivale all&#8217;inverosimile desiderio di separazione tra i fatti puri e chi li riferisce, che così facendo finge di parlare da una posizione indefinita, si fregia del privilegio impossibile di ritrarsi dal proprio punto di vista, come un&#8217;entità onnisciente e astratta<strong>. Il punto di vista è invece insito nella fabbricazione di un articolo</strong>, dal momento della selezione – oggi riporto la notizia della liberazione di 200 ostaggi palestinesi, o quella dell&#8217;esercito israeliano che apre il fuoco sugli sfollati che rientrano nel nord di Gaza dopo il cessate il fuoco? – fino a quello della stesura – utilizzo il termine genocidio, guerra o operazione militare? – e della scelta delle fonti – intervisto un ambasciatore israeliano, un portavoce dell&#8217;ONU o un militante palestinese?</p>



<p>La metafora del giornalista come strumento imparziale al servizio della notizia, macchina fotografica che rispecchia gli eventi così come sono, è tanto logora quanto anacronistica. Difatti è bastato che arrivasse una vera macchina, l&#8217;intelligenza artificiale, a minacciare migliaia di posti di lavoro, perché all&#8217;improvviso tutti i quotidiani più rinomati dell&#8217;Occidente, dal «New York Times» all&#8217;«Economist», si prodigassero in apologie del giornalismo autentico, quello figlio di interpretazioni e riflessioni squisitamente umane, in grado non solo di comunicare fatti ma anche di darne una chiave di lettura.</p>



<p>D&#8217;altro canto, non c&#8217;è niente che dimostri più di una guerra o di un genocidio quanto <strong>la neutralità di tante testate affermate non sia altro che un&#8217;ideologia malcelata, che come tutte le ideologie rifiuta di ammettere la propria parzialità. </strong>Chi detiene il potere ha sempre saputo sfruttare questo mito per creare una realtà fittizia, una normalità che si tramutasse in norma: <em>in primis</em> per legittimare la propria dominazione e poi per dettarne i canoni. Si tratta di un&#8217;operazione che ha sempre avuto un successo strepitoso, dai sovrani dell&#8217;antichità, che naturalizzavano la propria superiorità attraverso una chiamata divina o una discendenza di sangue, fino allo Stato moderno, che attraverso i suoi dispositivi fa coincidere naturalmente legalità e giustizia, matrimonio e amore, voto scolastico e merito&#8230;</p>



<p>Alice Coffin, giornalista e militante francese, nel suo libro <em>Le génie lesbien</em> afferma che la <strong>neutralità giornalistica non è altro che un alibi per escludere etnie e minoranze dal dibattito pubblico</strong>. Si tratta di una strategia d&#8217;invisibilizzazione e marginalizzazione del diverso, che viene accusato di non essere fedele alla verità e quindi di fatto alla realtà costruita e imposta dalla narrazione patriarcale ed eterosessuale, bianca ed eurocentrica. Coffin considera la neutralità come un<strong> privilegio di chi vuole raccontare non solo una storia ma tutte le storie, affinché la propria visione occupi lo spazio mediatico in maniera totale, eliminando il dissenso</strong>.</p>



<p>È facile ricollegarsi al dibattito su alcuni studi accademici ritenuti troppo ideologici: fin dalla loro nascita, <strong>i gender studies</strong> sono stati mira di offensive mediatiche che puntavano a trasporre alcune controversie reazionarie, alimentate dalla visione creazionista della Chiesa cattolica, dalla sfera accademica a quella ideologica e politica. Lo strumento principale di questi attacchi è proprio la pretesa neutralità degli ambiti universitari, che non devono immischiarsi con oggetti di studio faziosi e politicizzati come il femminismo: <strong>nelle aule si studia solo il sapere fondato e dimostrato scientificamente, una tendenza all&#8217;oggettività che negli ultimi tempi è strabordata sempre di più dalle discipline matematiche alle (per l&#8217;appunto) scienze umanistiche</strong>. La risposta degli studi di genere è stata infatti <strong>una maggiore produzione di cifre, statistiche e dati che legittimassero il proprio approccio</strong> anche allo sguardo miope della comunità accademica. Ma se persino i poteri millenari come quello del Vaticano faticano a regolare i flussi di sapere, in una società interconnessa in cui la loro circolazione è accelerata e moltiplicata all&#8217;infinito, non c&#8217;è da stupirsi che il progetto di regolamentazione del dibattito pubblico da parte di quei progressisti-che-fanno-i-conservatori sia stato e continui a essere un fallimento totale. Dall&#8217;utilizzo della schwa o di altri stratagemmi per evitare il maschile sovraesteso, fino alle critiche contro altre forme di discriminazione legate al linguaggio<strong>, qualsiasi misura calata dall&#8217;alto ha trovato terreno fertile soltanto nelle nicchie politicamente schierate per quelle lotte specifiche</strong>, mentre il resto della comunità continua a opporre una resistenza accanita e spesso derisoria.</p>



<p>D&#8217;altra parte, in tempi di crisi chi cerca di far rispettare le regole non va di moda. L&#8217;estrema destra populista l&#8217;ha capito bene: i suoi portavoce di tutto l&#8217;Occidente sono riusciti a dare un&#8217;aria rivoluzionaria alla propria visione del mondo, aggrappandosi a una critica feroce del sistema vigente. I temi sono sempre gli stessi, vecchi e reazionari <strong>– il razzismo e l&#8217;odio dello straniero, la misoginia di stampo patriarcale, l&#8217;elogio della ricchezza e la colpevolizzazione della povertà</strong> – ma l&#8217;accezione che hanno assunto è stata capovolta. Per parlare agli strati di popolazione più marginali e insoddisfatti, queste forze recitano una prospettiva di ribaltamento del presente, <strong>scostandosi dalla tradizionale destra di privilegiati che vogliono mantenere le cose come stanno per assicurare la continuità del proprio privilegio</strong>.</p>



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<p>“Nuovo è sempre meglio” afferma Barney Stinson <em>in How I Met Your Mother,</em> e i programmi dell&#8217;estrema destra ne condividono la massima, anche a costo di sembrare incoerenti o contraddittori. <strong>Tutto ciò che rappresenta lo<em> status quo</em> può essere accusato come responsabile della situazione attuale</strong>: dalle élite politiche di Bruxelles fino a quelle sanitarie delle case farmaceutiche, dai diritti umani fino al concetto ultimo e intoccabile della democrazia, ogni occasione è buona per scagliarsi contro i guardiani dell&#8217;ordine. Persino riguardo a tematiche notoriamente conservatrici come quella della sicurezza, spesso legata alla legittimazione della violenza da parte delle forze di polizia o alla necessità di provvedimenti più rigidi sulla questione migratoria, il discorso viene impostato in maniera da sottolineare che “le cose per come sono andate fino ad ora non funzionano” e che “serve un colpo di mano”.</p>



<p>L&#8217;idea sottesa è che nel passato ci sia sempre stata una continuità e una complicità nella gestione del potere, a cui è giunto il momento di mettere una fine. Una volta affermata tale narrazione, è facile che il colpo di mano diventi colpo di Stato (fallito nel ridicolo), come nel caso dell&#8217;assalto al Campidoglio avvenuto il 6 gennaio 2021. D&#8217;altra parte, sarebbe impossibile far passare proposte politiche medievali per soluzioni innovative e ribelli agli occhi di milioni di elettori senza assumere un estremismo anche nei metodi e nelle forme: <strong>tutto diviene lecito per ottenere il cambiamento desiderato</strong>.</p>



<p>Recentemente è uscito un articolo di Internazionale intitolato “Perché a Giorgia Meloni piace Antonio Gramsci”, in cui viene raccontata l&#8217;appropriazione, da parte dell&#8217;estrema destra occidentale, di concetti storicamente socialisti<strong>: l&#8217;egemonia culturale e la battaglia delle idee.</strong> La pertinenza di tale analogia diventa evidente se riguardiamo alla strategia comunicativa con cui tali forze ripuliscono la loro immagine di conservatori per divenire fautori del nuovo; all&#8217;approccio cinico con cui ricorrono a ogni arma retorica per manipolare l&#8217;opinione pubblica; e all&#8217;astuzia con cui attaccano la sinistra proprio nell&#8217;unico campo in cui essa è portatrice di una tradizione e di un assetto regolatore, quello della cultura e della conoscenza.</p>



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<p>Tutto ciò va unito al fatto che, malgrado i loro tentativi di passare per gli ultimi arrivati, sorti dal basso e portatori delle istanze popolari, <strong>i partiti dell&#8217;estrema destra occidentale sanciscono un&#8217;alleanza sempre più stretta con quegli stessi attori che possiedono i mezzi di produzione del sapere e dell&#8217;informazione</strong>: dai social media ai canali televisivi, dai grandi gruppi editoriali alle fondazioni che finanziano le università più influenti dell&#8217;Occidente, pochi miliardari hanno il controllo economico dell&#8217;infrastruttura che ci permette di creare conoscenza e di diffonderla. <strong>Come si difende il campo “progressista” da questi attacchi? Di solito, prestandovi il fianco e rendendo la propria immagine ancora più conservatrice</strong>.</p>



<p>Lo abbiamo visto nel caso del giornalismo, dove un&#8217;ulteriore istituzionalizzazione del mestiere di giornalista è stata finora l&#8217;unica risposta a una battaglia mediatica in cui tutti diventano legittimati a parlare e a inventare le proprie verità. Come se valorizzare ancora di più il ruolo dei gatekeepers tradizionali, dei buttafuori che operavano una selezione all&#8217;ingresso dello spazio di dibattito fino all&#8217;arrivo del digitale, possa davvero servire ad aumentarne la credibilità, <strong>invece che farli detestare ancora di più</strong>. Lo abbiamo visto nel caso del sapere universitario, in cui la risposta di fenomeni come i gender studies o gli ethnic studies alle accuse di faziosità politica è stata la ricerca di una scientificità neutralizzante e normalizzante: in <strong>sostanza il traghettamento silenzioso e graduale da espressione di un movimento rivoluzionario con una potente carica di novità a sapere costituito, integrato e in fin dei conti innocuo</strong>. Lo vediamo nei tentativi paternalisti da parte degli ultimi baluardi del Sapere, gli intellettuali, di educare le masse, quelle stesse masse di cui hanno sfruttato l&#8217;ignoranza per ritagliarsi un ruolo di guida e avanguardia ideologica nella società, senza peraltro ottenerne l&#8217;emancipazione.</p>



<p>In tutti questi casi, <strong>quello che manca è il coraggio di assumere fino in fondo il proprio ruolo partigiano</strong>, a partire dal postulato secondo il quale informazione è forzatamente sinonimo di rappresentazione, soggettiva e parziale, e nessun sapere, né accademico né intellettuale, può sottrarsi da una presa di posizione, prima di tutto ontologica e in secondo luogo politica<strong>. Il primo passo consiste dunque nello scendere dal piedistallo dell&#8217;oggettività e dell&#8217;imparzialità e nello sporcarsi le mani nel fango della battaglia ideologica</strong>. Consiste nell&#8217;abbattere tali preconcetti, nemici di qualsiasi reale progressismo, che si proteggono ancora dietro una pretesa di verità scientifica.</p>



<p>La scienza e la tecnologia hanno saputo costruire tale paradigma, raccontandoci che la realtà è una e una sola e che basta avere strumenti di calcolo abbastanza potenti da produrre quantità di cifre e statistiche in grado di spiegare qualsiasi segreto della natura, così da manipolarla e sconfiggerne le leggi più inviolabili. Viceversa, <strong>le teorie complottiste sono il sintomo di una resistenza della popolazione a questo paradigma, proprio perché qualsiasi affermazione, per quanto scientifica e apparentemente vera, è invece figlia dei rapporti di dominazione di una società data</strong>. Non a caso, nel Seicento la teoria complottista più in voga era quella copernicana secondo cui la Terra gira intorno al Sole e non il contrario, condannata e ridicolizzata dai poteri ecclesiastici dell&#8217;epoca.</p>



<p>Ciò non significa dare adito a qualsiasi bufala, ma <strong>accettare la relatività e la caducità di qualsiasi paradigma di pensiero</strong>, che si afferma in un determinato periodo storico sulla base degli strumenti che può mettere a disposizione e dei sacrifici che deve inevitabilmente compiere rispetto a ciò che non prende in considerazione. Il concetto stesso di definizione è delimitante: contiene il termine ‘<em>finis</em>’, confine, perché ritaglia una porzione manipolabile della realtà e lascia fuori qualcos&#8217;altro. Allo stesso modo un articolo di giornale, un approccio epistemologico del gender o la profetizzazione della fine del capitalismo non hanno nulla di scientifico, né di vero nel senso assoluto, né tantomeno svelano un aspetto dato e naturale della realtà: semplicemente, <strong>promuovono determinati valori, visioni del mondo e convinzioni che possono offrire soluzioni soggettive ad alcuni problemi</strong>. Proprio come, in una scienza come la fisica, accettare il fatto che il tempo sia separabile in istanti ci permette di ottenere alcune cose – prima tra tutte misurarlo – ma ci obbliga a rinunciare ad altre – la continuità e la coesistenza di una dimensione passata, presente e futura. Ripudiare il mito della neutralità significa abbandonare l&#8217;ipocrisia di chi è convinto di avere la verità in tasca, abbracciando una prospettiva molto più pragmatica e machiavelliana<strong>: convincere le persone di avere ragione è più importante che avere effettivamente ragione in assoluto</strong>.</p>



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<p><strong>C&#8217;è chi dice che le ideologie sono morte, ma sembra invece che oggi siano più vive che mai</strong>: sono talmente presenti che la gente è scettica verso qualsiasi forma di oggettività, e non senza buoni motivi. Una delle eredità dei totalitarismi novecenteschi è la diffidenza verso ogni forma di propaganda, intesa come condizionamento della mentalità delle persone con o senza il loro consenso. Ma tale esercizio del potere è insito nel comunicare di qualsiasi tipo e non si può sfuggirvi. Una soluzione è quella che la sociologa Sandra Harding definisce <strong>un&#8217;oggettività forte: prendere coscienza del proprio punto di vista inevitabilmente parziale e dichiararlo esplicitamente</strong>. In particolare, la sociologa femminista sostiene che i soggetti marginali e oppressi siano più consapevoli dell&#8217;inevitabile assenza di neutralità: dalla periferia è più facile accorgersi di alcune dinamiche in cui si è invece immersi quando si occupa una posizione centrale. Adottare un&#8217;oggettività forte significa sì fare ricorso a tutti gli strumenti metodologici che ci offre la ricerca, ma <strong>consapevoli dell&#8217;arbitrarietà</strong> con cui poi si darà un senso ai dati e alle statistiche raccolti.</p>



<p>Lasciare questo compito alle visioni del mondo subalterne, che non hanno ancora avuto modo di emergere, è imperativo per qualsiasi soggetto che si pensi rivoluzionario: <strong>l&#8217;aspirazione al cambiamento non può passare per il mantenimento degli stessi attori che hanno occupato la scena fino ad ora.</strong> Allo stesso tempo, è arrivato il momento che le figure di spicco di cui si fregia l&#8217;immaginario progressista, dai giornalisti agli intellettuali, passando per i ricercatori e i protagonisti della scena culturale – non a caso in maggioranza uomini, in maggioranza bianchi e in maggioranza di classe privilegiata – <strong>giustifichino la propria voce e la propria partecipazione non sulla base della quantità di lauree o pubblicazioni, non dell&#8217;autorevolezza della testata o della casa editrice per cui scrivono, ma della validità delle proprie idee, della capacità di convincere il prossimo e di aggregare le masse sotto una narrazione alternativa della società</strong>. Ciò significa rientrare in contatto con la realtà: riconoscere il proprio ruolo come situato e non <em>ex nihilo</em>, collocato in una guerra ideologica che, volenti o nolenti, è già in corso, è già condotta dalla parte opposta, e che come tutte le guerre ha molto più bisogno di soldati che di osservatori.</p>



<p>Il monopolio della cultura detenuto dal progressismo è attaccato da tutte le parti: dalla destra populista in quanto privilegio di un&#8217;élite intellettuale distaccata dalle masse, dalla nuova sinistra che cerca di sorgere dai margini, quella etnica e femminista, in quanto barriera d&#8217;accesso esclusiva per le identità marginalizzate. Invece di ritirarsi nei bastioni della tradizione, proteggendo l&#8217;autorevolezza di un manipolo di testate giornalistiche e case editrici, rinchiudendosi nella miopia di un sapere universitario ormai parte integrante del sistema in declino, cercando di salvare qualche principio democratico, etico o professionale nel caos delle spinte entropiche che le attaccano, <strong>queste forze devono schierarsi, non perché sia giusto di per sé ma perché il periodo storico in cui vivono glielo impone</strong>.</p>



<p>In riferimento al metodo, può darsi che teorie del complotto, fake news e manipolazioni mediatiche di vario genere siano da criticare in quanto moralmente sbagliate, in quanto violazioni impunite da un sistema imperfetto. Ma inserite invece in uno scenario di scontro aperto, di battaglia delle idee per l&#8217;egemonia dell&#8217;opinione pubblica, <strong>tutte queste pratiche sono ammirevolmente efficaci.</strong> <em>In primis</em> per la loro capacità di convogliare milioni di persone a credere nella stessa cosa: in un mondo polarizzato e diffidente, volto alla frammentazione e all&#8217;individualizzazione, sono le uniche narrazioni ancora in grado di creare attorno a sé una collettività attiva, pronta alla lotta e all&#8217;azione diretta in loro nome.</p>



<p>Ad esempio, non c&#8217;è nulla che faccia infuriare i difensori del dibattito democratico quanto il boicottaggio, operato da parte di gruppi coordinati di estrema destra, di pagine social considerate di sinistra, attraverso la segnalazione massiva e il conseguente ban dalla piattaforma: una scomparsa provvisoria ma estremamente dannosa in termini di visibilità. Si tratta di un&#8217;attività parcellizzata e imprevedibile: viene da chiedersi perché tali attacchi non siano riprodotti contro le pagine neonaziste o i gruppi Telegram di suprematisti bianchi. È un&#8217;evoluzione più offensiva ed efficace del blando attivismo sui social, denunciato da alcuni come <em>slacktivism</em>, basato sulla pigra ricondivisione di post e sulla partecipazione <em>push-button</em>: qui non si tratta di dare più visibilità alle proprie narrazioni, ma <strong>di attaccare quelle che si ritiene illegittime o dannose</strong>.</p>



<p>Inoltre, tali pratiche di lotta hanno una potenzialità data dalla loro indole anti-sistemica, dalla loro inclinazione essenzialmente ribelle, dato che nel campo della comunicazione sono l&#8217;unica stortura, l&#8217;unica falla capace di mettere in difficoltà apparati mediatici e algoritmi, ricordiamolo, appartenenti all&#8217;1% dell&#8217;1% più ricco del mondo. Sarebbe ingenuo pensare che una parte delle fake news e delle teorie complottiste non venga messa in circolazione e pilotata da frange di quella stessa élite al potere: ormai è nota l&#8217;abilità dei responsabili della propaganda russa nello sfruttare il funzionamento dei social occidentali per i propri interessi, così come risulta emblematico lo scandalo di Cambridge Analytica, società di consulenza britannica, venuto alla luce nel 2018. Tuttavia, sarebbe altrettanto ingenuo credere che i proprietari delle piattaforme online, da Google a Facebook, da X a Microsoft, possiedano gli strumenti per controllare questi fenomeni.</p>



<p>Dall&#8217;altro lato dell&#8217;oceano, l&#8217;alleanza è stata sancita: i mega-conglomerati denominati GAFAM, i quali detengono realmente il monopolio del sapere, della sua produzione come della sua diffusione, hanno scelto da che parte stare. Senza citare il saluto nazista del CEO più megalomane e ridicolo della contemporaneità, tutti hanno visto le foto in cui Jeff Bezos, proprietario di Amazon, e Mark Zuckerberg, proprietario di Meta, partecipavano insieme ad altri influenti ultramiliardari alla cerimonia d&#8217;inaugurazione del presidente Donald Trump.</p>



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<p><strong>Le fake news appaiono come la carta vincente utilizzata da queste persone per salire al potere e al contempo l&#8217;unica arma mediatica in grado di creare seri problemi ai loro apparati</strong>. Sembra sensato affermare quindi che tali fenomeni, al pari delle teorie del complotto, vadano studiati e analizzati non tanto per capire come contrastarli in quanto “menzogne” – abbiamo visto che non esiste comunicazione che non lo sia: <strong>Umberto Eco definiva la semiotica come “lo studio di tutto ciò che può essere usato per mentire</strong>” – <strong>ma per appropriarsene.</strong> Zuckerberg ha annunciato la fine del <em>fact checking</em> sui social di Meta, il blando meccanismo di regolamentazione che limitava l&#8217;uso del linguaggio e censurava le tematiche politicamente più sensibili. Benissimo: cosa succederebbe se Facebook fosse invaso da un&#8217;ondata di fake news riguardanti licenziamenti ingiusti di operai, ecocidi provocati da multinazionali dannose, scandali riguardanti politici di estrema destra? Si dice che le migliori bugie contengano sempre una parte di verità&#8230; Spingiamoci ancora più in là con l&#8217;immaginazione: quali sarebbero le conseguenze della diffusione di teorie del complotto secondo le quali i rettiliani o gli alieni che ci hanno invaso si nascondono dietro quel manipolo di miliardari al potere, o secondo cui l&#8217;arrivo su Marte è una bufala propagandistica al pari dell&#8217;allunaggio, o ancora secondo cui l&#8217;attacco di Hamas del 7 ottobre, proprio come l&#8217;11 settembre, è stato organizzato a tavolino dalle sue stesse vittime, come pretesto valido per fare la guerra in Medio Oriente?</p>



<p>Le storie sono un&#8217;arma potente. Così facilmente interpretabili che spesso non si può prevederne le conseguenze. Al contempo, è utopistico illudersi di poter riportare la situazione attuale all&#8217;ordine<strong>: internet ha reso la conoscenza e il sapere orizzontali, accessibili, aperti, ma così facendo ha creato l&#8217;entropia, un&#8217;entropia di cui finora hanno approfittato solamente le persone sbagliate</strong>. Queste persone hanno imbastito un immaginario falsamente rivoluzionario: riappropriamocene. Loro hanno capito che è imperativo portare avanti la lotta per le proprie convinzioni con ogni mezzo, proprio come lo capirono i fascisti che marciarono su Roma cent&#8217;anni fa.</p>



<p>È il momento di fare lo stesso, al pari dei partigiani che un secolo fa salirono sulle montagne ed entrarono in clandestinità per combatterli, accettando di andare contro la legalità e la propria morale. I tempi odierni sono tempi di crisi, di guerre e di caos: tutti elementi che lasciano poco spazio per decidere ciò che è lecito e ciò che non lo è, ciò che è giusto e ciò che non lo è. Qualcuno diceva che in guerra non ci sono regole, ma nella battaglia ideologica di cui parlava Gramsci una regola c&#8217;è: <strong>vince chi ha in tasca la storia migliore, quella che offre più possibilità di sognare un orizzonte nuovo</strong>. Per il resto, ogni mezzo è lecito per diffonderla: le cosiddette “masse” non sono stupide, la interpreteranno in ogni caso come pare a loro. Come hanno sempre fatto.</p>



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<p></p>
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		<title>Che fine ha fatto Bella Chat?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Feb 2025 10:59:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
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		<category><![CDATA[Massimo Giannini]]></category>
		<category><![CDATA[McLuhan]]></category>
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		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[TV]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Massimo Giannini raduna in una chat di gruppo ciò che ritiene il meglio delle teste pensanti del paese, con il proposito della lotta di resistenza alle indecenze dell’Italia sovranista. Il progetto si intitola Bella Chat, e si rivela dopo poco il solito sfogatoio digitale di paura. Leggiamone la parabola attraverso McLuhan. </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/che-fine-ha-fatto-bella-chat/">Che fine ha fatto Bella Chat?</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>A Massimo Giannini</strong> bisogna volergli bene.</p>



<p>Va detto con la dislocazione a sinistra e il pleonasmo del clitico, in una figura sintattica tra le più sabaude dell’italiano: emozioni così preziose e rare da costringersi a ripetere la specificazione del proprio indirizzo.</p>



<p>A Massimo Giannini gli vogliamo bene, dunque, da quando, all’uscita delle Feltrinelli, promotori di fantomatiche case editrici provavano a piazzarti un volumetto con copertina plastificata arancione, probabilmente salvata all’ultimo da una grafica in Comic Sans: <em>Sette giorni a Dakar. Viaggio in Senegal</em>, firmato appunto da tale <strong>Massimo Giannini</strong>, in collaborazione con il fotografo Luca Macchiavelli.</p>



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<p>Per quanto privi della biografica certezza che quel Giannini a Dakar e <strong>lo Steve McQueen dell’anti-berlusconismo italiano siano la stessa persona</strong>, Massimo Giannini non può che cominciare a leggersi in versione avventuriero decoloniale, a cavallo dell’Harmattan, su una vecchia Norton coi freni a tamburo, comprata usata da un praticante avvocato di Prati. Con una certa tenerezza affettiva, rintracciamo, nella basetta euclidea del mezzobusto di Repubblica,<strong> l’allucinato <em>baby boomer</em> che scopre la percezione di sé nello stereotipo di un ideale.</strong></p>



<p>A Giannini bisogna volergli ancora più bene, dopo la fotografia dell’ispirato redattore che lo presenta col casco e i mocassini scuri, in sella a una Vespa bianca, accanto al titolo: <em><strong>Giannini esce dalla chat.</strong></em></p>



<p>Ecco i fatti: Massimo Giannini, insigne giornalista di area, raduna in una chat di gruppo ciò che ritiene il meglio delle teste pensanti del paese, con il proposito della <strong>lotta di resistenza alle indecenze dell’Italia sovranista.</strong></p>



<p>Il progetto si intitola <em><strong>Bella Chat</strong></em> e celebra lo splendore dei suoi natali nell’evocativa data del 25 aprile.</p>



<p>Ingolfata di illustrissimi – <strong>Romano Prodi, De Benedetti, Scurati, Bianca Berlinguer, Veltroni, Ranucci, Formigli e compagnia cantante </strong>–&nbsp;<em>Bella chat</em> in un attimo diventa una specie di <strong>bar della provinciale</strong> dove David Parenzo e Rula Jebrael, per edificare il futuro dell’Italia migliore, pensano sia opportuno ricoprirsi a vicenda di ingiurie del tenore di &#8220;non sono anti-semita io, sei sionista tu&#8221; e viceversa.</p>



<p>Quando Giannini realizza che dalla rubrica gli è uscito il solito sfogatoio digitale di paura, frustrazione e cattiveria, <strong>inforca la vespetta, saluta tutti e se ne va</strong>.</p>



<p>Giannini, nella <em>Bella chat</em>, c’entra con lo Sten e se n’esce con lo scooter.</p>



<p>Il suo dramma narcisistico diventa di tipo armocromatico.</p>



<p>Una Vespa troppo bianca su mocassini troppo scuri marca un malinteso abbastanza comune negli ambienti dello chic radicale. <strong>Giannini confonde il <em>medium</em> con il dispositivo</strong>. Se il dispositivo serve un determinato uso, il <em>medium</em> è sempre indipendente dalle sue possibili utilizzazioni: il “<em>medium</em> è il messaggio”.</p>



<p>Semplificando, <strong>Giannini porta la Vespa come un trapper porta il Rolex coi diamanti</strong>, a titolo di indicazione di un determinato grado sociale e culturale, piuttosto che per mera puntualità.&nbsp;</p>



<p>Una Vespa, e un paio di mocassini, in quanto dispositivi, non hanno niente da dire. Il loro compito si limita ad assolvere nella maniera più onesta possibile la funzione che gli è assegnata. Dispositivo e <em>medium</em> sono due cose diverse.</p>



<p>Il tipo di idiota tecnologico di cui l’industria dell’informazione si serve per vendere prodotto e consolidare potere è educato a un costante travisamento di questa distinzione. In fondo è questo il motivo per cui continuiamo a cambiare automobile e telefono cellulare.</p>



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<p><strong>Una ripassata di McLuhan non giova solo per imparare come si portano una Vespa e un paio di mocassini, ma soprattutto per afferrare le ragioni del naufragio strutturale della lotta di chat</strong>. Se dalle primavere arabe arriva al-Sisi, è persino necessario decostruire una certa mitologia dell’azione politica delle reti sociali di matrice digitale.</p>



<p>Al di là dello slogan da fuoricorso al Dams, il nucleo teoretico dell’eredità di McLuhan viene dall’impatto psicologico dell’alfabeto fonetico, quindi della scrittura, sull’ideologia della civiltà occidentale.</p>



<p>In questo senso, la <strong>distinzione tra <em>hot media</em> e <em>cool media</em> </strong>è stata in parte fraintesa, o comunque messa da parte, in favore di un’idea dei dispositivi di comunicazione sviluppata sul terreno dei beni materiali, piuttosto che su quello simbolico dei rapporti di percezione. <strong>Quando Zuck, Musk, Brin, o qualsiasi altro genio della Silicon Valley, ci mettono in mano uno dei loro gingilli, bisogna innanzitutto prendergli la temperatura</strong>.</p>



<p>Per McLuhan, c’è un principio base che specifica un <em>medium</em> caldo, come la radio o il cinema, contro un <em>medium</em> freddo, come il telefono o la TV: <strong>quello dell’alta definizione</strong>. È caldo il <em>medium</em> che porta a saturazione la sua offerta di dati. Il <em>medium</em> freddo, al contrario, produce sempre una disponibilità limitata di informazioni.</p>



<p>L’esempio classico è la differenza tra “al fuoco!”, messaggio caldo, e “aiuto!”, messaggio freddo.</p>



<p>D’altra parte, ogni patetico posatore monta la sua <em>coolness </em>nella vaghezza dell’indefinito.</p>



<p>La tecnocrazia informatica si basa, come ogni altra forma di potere, su uno scompenso di conoscenza. <strong>Solo una minoranza di specialisti detiene i codici di funzionamento di un sistema di intelligenza artificiale, di un motore di ricerca o di un sito di prenotazioni turistiche</strong>. McLuhan ci invita a non tener conto di questo divario. Nella relazione con il consumo dell’industria informatica, non sono interessanti le cause, ma gli effetti, cioè i meccanismi psichici toccati dalle invenzioni e dalla tecnologia. Questo almeno dimostra in ottica mcluhaniana&nbsp;la <em>Bella chat</em> di Giannini.</p>



<p>Il <em>medium</em> caldo dell’alfabeto fonetico, sviluppato nella tecnologia della stampa tipografica, determina l’avvento nella civiltà occidentale dei modelli politici del nazionalismo e del conflitto religioso. La parola scritta avvia il crollo della cultura feudale e la sua de-tribalizzazione: <strong>individualizza e frammenta</strong>.</p>



<p>Il <em>medium</em> caldo esclude, perché la singolarità di un determinato organo percettivo, una volta portata allo stadio dell’alta definizione, inibisce il coinvolgimento basato sull’equilibrio e sull’attivazione dei sensi nella potenza della loro molteplicità.</p>



<p>McLuhan è un professore di letteratura inglese che studia Shakespeare e corregge&nbsp; compiti in un ufficetto dell’università del Missouri. <strong>Per aumentare i compensi alle conferenze, deve allora concentrarsi sul vero fenomeno della sua epoca, che è la televisione</strong>.</p>



<p>La TV di McLuhan è la scatola analogica a valvole e transistor del tubo catodico, probabilmente in bianco e nero, con l’antenna a dipolo e una ricezione del segnale che la rendono l’epitome della bassa fedeltà: <em>medium</em> freddo dunque.</p>



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<p>«<strong>Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!</strong>», dice il conduttore Howard Beale in faccia alle telecamere della suo programma, nel film <em>Quinto Potere </em>di Sidney Lumet.</p>



<p>L’accesso di rabbia in favore di obiettivo può far sorridere, ma rileva il modo in cui Lumet mostra un <strong>fenomeno di ri-tribalizzazione</strong> legato al <em>medium </em>della TV.</p>



<p>Howard Beale invita il pubblico a urlare dalla finestra il suo atto di rivolta, in un rito collettivo di partecipazione globale. Quando il telespettatore recepisce l’invito di Beale, in un attimo, dalla Georgia alla Louisiana, è un coro di gente fuori dai balconi che grida all’unisono: «Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!».</p>



<p>Nonostante <em>Quinto Potere</em> resti particolarmente apprezzato per la preveggenza della sua sceneggiatura, <strong>la performance di massa che mette in scena sarebbe oggi inconcepibile</strong>. Un’eventuale commissione per la parità di genere potrebbe tra l’altro censurare la discriminazione verbale dell’aggettivo «nero».</p>



<p>McLuhan dice che la televisione, la sua televisione a tubo catodico e antenna a dipolo incorporata, lavora in una dimensione audio-tattile. Il che è già abbastanza clamoroso, in una società fino a quel momento immersa, da Gutenberg in poi, nell’alta definizione visiva della stampa a caratteri mobili. Ancora più clamorosa è l’oggettiva deduzione che andrebbe tratta da questa premessa: <strong>la televisione come <em>medium</em> freddo ristabilisce lo schema tribale di una partecipazione che il <em>medium</em> caldo invece dissolve.</strong></p>



<p>La scena dei telespettatori che urlano il medesimo grido fuori dalla finestra in <em>Quinto Potere </em>indica questo, che McLuhan probabilmente aveva ragione.</p>



<p>Il nodo sta nel comprendere la contemporaneità elettrica fra energia e informazione.</p>



<p><strong>Il <em>medium</em> elettrico è per antonomasia il mezzo della compresenza</strong>. Se il dono più grande che la tipografia ha fatto all’uomo è quello del distacco e del non coinvolgimento – il potere di agire senza reagire – al contrario<strong> i <em>media</em> elettrici portano a zero qualsiasi tipo di separazione nel tempo e nello spazio</strong>. La compresenza elettrica, sensorialmente eccitata alla partecipazione tribale dalla bassa definizione del <em>medium</em> freddo, produce masse mediatiche compatte, capaci di aggregarsi senza distinzioni intorno al consumo di un determinato prodotto, o di un determinato valore della lotta politica.</p>



<p>La componente tribale e partecipativa dei principali movimenti politici nati nella seconda metà del secolo scorso si può allora considerare in gran parte invocata dalla forma del <em>medium</em> televisivo.</p>



<p><strong>Dagli anni zero in poi, quindi dall’11 settembre e dal G8 di Genova, la televisione ha smesso di essere televisione, nel senso in cui la intende McLuhan, progressivamente aumentando la qualità e l’intensità dell’immagine, fino allo standard dell’alta definizione digitale</strong>.</p>



<p>Il medium elettrico freddo della televisione ha prima dimostrato di poter sconvolgere profondamente, nel suo tessuto e nei suoi schemi, l’ordine dei rapporti umani impostato dalla parola stampata, salvo poi avventurarsi in una <strong>mutazione termica vagamente autodistruttiva</strong>, con il passaggio al silicio e alla calda risoluzione 4k dello schermo piatto.</p>



<p>Implosa la TV, s<strong>i guarda alla chat di Giannini con la stessa passione dell’entomologo che fa l’acquario con una palata di fango per scoprirci dentro le leggi dell’universo</strong>.</p>



<p>Se il consesso telematico di una supposta élite intellettuale diventa un crocchio di rettili nervosi, <strong>vuol dire che qualcosa ci sfugge, nei meccanismi di formazione di questa élite</strong>, ma anche nell’epocale transizione dal <em>medium</em> elettrico della TV al <em>medium</em> elettrico di Internet.</p>



<p>La caratteristica delle reti sociali di stampo digitale che ancora non ci sconvolge abbastanza è la loro <strong>evidente trazione sociopatica</strong>.</p>



<p>È controintuitivo, ma si fatica a elaborare le contraddizioni di Internet come <em>medium </em>elettrico della compresenza. Perché, se da un lato il messaggio della rete viaggia a una velocità tale da annullare ogni tipo di distanza e separazione, dall’altro Internet e le sue applicazioni gli restituiscono la netta predominanza della parola scritta, cioè del <em>medium</em> caldo del distacco.</p>



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<p>La schizofrenia delle strutture percettive indotta dall’improvviso avvicendarsi di una tecnologia calda con una fredda si condensa nell’estensione del <em>touchscreen</em> che, pur muovendo da <em>input</em> di natura tattile, annulla il senso del tatto in favore della sua assolutezza visiva.</p>



<p>Internet è il <em>medium</em> che elettrifica la parola scritta, introducendo <strong>un conflitto tra inclusività elettronica ed esclusività tipografica</strong>, i cui effetti di narcosi e stress nevrotico sono solo in apparenza distinti. L’ambiente polarizzato delle camere dell’eco non è altro che una <strong>reazione a un stato di compresenza necessario, perché elettrico, e al tempo stesso sgradevole e sgradito, nella misura in cui si basa su interazioni in gran parte mediate dal testo scritto.</strong> L’esacerbazione dei conflitti che sfocia nell’aggressione dell’insulto non è dunque un’anomalia dell’uso distorto di un dispositivo neutro, ma la funzione ineludibile della tecnologia di Internet come messaggio imposto al sistema nervoso centrale.&nbsp;</p>



<p><strong>Tra isterici e narcotizzati, si capisce che non c’è nessuno spazio per nessuna rivoluzione</strong>. Giannini nel frattempo si è messo un impermeabile beige alla Howard Beale, ha fatto una passeggiata sotto la pioggia senza ombrello e ha cominciato a urlare da solo, nella fotocamera anteriore del suo telefono: «Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!». <strong>Ma nessuno lo sta ascoltando</strong>.</p>



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		<title>Sogno di una sinistra senza intellettuali</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jul 2024 09:15:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Borghi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno spettro si aggira per l'Europa: è il pregiudizio che la cultura e la moralità siano equipollenti. Pregiudizio coltivato e difesa dalla classe che guarda caso detiene il monopolio della cultura: la classe degli intellettuali. Non serve sviluppare un'etica, essere attivi politicamente, difendere, anche con il proprio corpo, un'idea di mondo. Si estrae un medesimo plusvalore intellettuale andando al Salone del Libro, al cineforum in piazza, o ascoltando il podcast giusto. Estratto dal #54 della newsletter "Preferirei di no".</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/sogno-di-una-sinistra-senza-intellettuali/">Sogno di una sinistra senza intellettuali</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p>Recentemente, in Francia, è scoppiata una polemica intorno ad alcune <strong>dichiarazioni politiche del calciatore Mbappé</strong>, che all&#8217;alba delle elezioni invitava a non votare il Rassemblement National al secondo turno, «per non mettere il Paese nelle mani di quella gente». Non si è fatta attendere la risposta di Marine Le Pen: «I francesi sono stufi di ricevere lezioni di morale e istruzioni di voto» da «attori, calciatori e cantanti». <strong>Ma perché Mbappé non potrebbe esprimere la sua opinione politica? Perché è uno sportivo? Perché è un privilegiato?</strong> Non ci sembra che la Le Pen e la destra in generale, che condannano quasi sempre gli endorsement pubblici dei membri dello star system, abbiano argomentazioni valide a sostegno della propria tesi. Insomma <strong>Mbappé vive in una società e ha tutto il diritto di esprimere la propria opinione politica</strong>. La democrazia funziona così, e se la destra si presenta alle elezioni non può che stare al gioco delle parti. </p>



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<p>Perciò il nostro problema è stato di tutt&#8217;altra natura, quando siamo incappati in <a href="https://gruppomagog.us3.list-manage.com/track/click?u=e4cb43edb6896c1c159e383a4&amp;id=dc29c6c174&amp;e=05d5da8651" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un video di Alessandro Borghi, ospite sul palco al Cinema in Piazza</a>, la riuscitissima operazione del Piccolo America che sta animando l&#8217;estate romana con proiezioni cinematografiche in tre diverse località cittadine. Tutto bellissimo. <strong>Nel discorso dell&#8217;attore però c&#8217;è un passaggio che conferma un concetto forse fumoso ma che questa newsletter sta cercando di condensare fin dal suo primo numero.</strong> Borghi dice, rivolgendosi alla platea: «Mi piacete tantissimo voi&#8230; ma questo Paese un po&#8217; meno. Cioè diciamo che se fossero tutti come voi forse avremmo risolto. Invece da qualche parte ci sarà una piazza dove ci sta la gente così capito&#8230; [fa il gesto del braccio teso] e quindi è un macello». </p>



<p>A noi della scelta di campo di Borghi, legittima come quella di Mbappé, interessa pochissimo. Malgrado a nostro avviso sia una scelta più posizionale che politica: nel senso che <strong>quella solo <em>posizionale</em> è una scelta a rischio zero ma con una massimizzazione del profitto, quella politica è una scelta in cui la responsabilità precede qualsiasi guadagno simbolico. </strong>Borghi invece non può dire il contrario di ciò che dice di fronte a un mondo del cinema che è schierato a sinistra e a una platea come quella del Piccolo America, che non tollererebbe altra posizione:<strong> quindi è sollevato da qualsiasi responsabilità, perciò la sua dichiarazione è la meno politica che si possa fare.</strong> Se puoi schierarti da una parte sola, che bisogno c&#8217;è di ribadire il tuo schieramento? Chi devi convincere tra quelli già convinti? È molto angusta la nostra libertà, oggigiorno, se possiamo rivolgerci sempre e solo a chi già pensa ciò che pensiamo. </p>



<p>Ma non è questo il punto, ci stiamo dilungando. Più interessante è il sottotesto, quello che questo discorso sottintende, <strong>e che rivela l&#8217;enorme problema in cui versano la cultura e i suoi esponenti.</strong> Borghi dice che l&#8217;Italia sarebbe un Paese migliore se fossero tutti come gli astanti, quindi, lavorando per deduzione: <strong>gente che va al cinema, che si interessa di cultura, che prende parte a delle manifestazioni, che si mette in gioco e che per questo non è di destra</strong>, come il resto del Paese, che invece si ritrova in altre piazze a fare i saluti romani e a urlare &#8220;Presente!&#8221;. Ora, premesso che nel pubblico delle Cervelletta, di cui Borghi non conosce i singoli componenti, potevano esserci pedofili, spacciatori, evasori fiscali, lettori di Teresa Ciabatti, criminali di tutti i tipi, <strong>perché si fa questa associazione tra cultura e moralità?</strong> Perché chi legge, chi si informa, chi partecipa a una proiezione cinematografica dovrebbe essere migliore di chi invece non fa tutte queste cose? </p>



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<p>Ci sono uomini e donne che vivono, ridono, si innamorano, soffrono, lavorano <strong>senza aver mai letto mezzo libro, e chissà quanti saperi non riconosciuti da certificati culturali essi conservano e custodiscono e tramandano,</strong> e chissà che non siano proprio questi saperi quelli che mandano avanti il Paese e permettono a chi legge Calvino di spostarsi da una parte all&#8217;altra della città in metro per andare a bere il suo spritz nella libreria sui Navigli. Questo automatismo, questo tic tutto progressista che risolve l&#8217;equazione per cui all&#8217;aumentare dei libri letti, dei film visti, o dei viaggi fatti <strong>aumenta la libertà e la moralità degli individui non ha alcun fondamento. </strong>Qual è la libertà di Borghi, che per ricevere un applauso su quel palco non può esimersi dal dire la frasetta di rito? La libertà di giornalisti che sono presi in ostaggio dai pregiudizi del proprio pubblico, di case editrici che rispondono solo alle esigenze del mercato, di case di produzione che devono rispettare i canoni imposti dall&#8217;ultimo bando del Ministero della Cultura per riceve i contributi pubblici? Di che libertà stiamo parlando, di che coscienza politica dobbiamo discutere? Perché non si entra mai nel merito?<strong> </strong></p>



<p><strong>Il cinema poi è stato uno degli strumenti di propaganda più utilizzati dai totalitarismi novecenteschi</strong>, anzi uno dei mezzi che deve il suo enorme sviluppo e raffinamento nei metodi e nelle tecniche proprio ai regimi dittatoriali, che ne hanno fatto un uso massiccio e spropositato. Borghi domani potrebbe formulare lo stesso discorso di fronte a una platea nazista in attesa di guardare «La cittadella degli eroi», solo perché si tratta pur sempre di cinema? Ecco pensiamo che probabilmente Goebbels è diventato Ministro della Propaganda dicendo cose del genere: «di là ci sono quelli brutti, sporchi e cattivi che non vedono i film liberatori che vediamo noi e per questo il Paese fa schifo, epuriamoli».<strong> </strong></p>



<p><strong>I libri, i film, i podcast non sono mezzi dal valore morale intrinseco. Non hanno niente a che vedere con la moralità.</strong> Anzi i più grandi massacri e stermini della storia sono stati avviati da società sviluppatissime, culturalmente molto qualificate. Ma perché la sinistra non si toglie dalla testa la pessima idea che gli intellettuali salveranno il mondo? Gli intellettuali sono la forza più conservatrice, più controrivoluzionaria della storia, più attaccata ai suoi privilegi. Ecco l&#8217;epurazione che andrebbe fatta, togliere la patina di moralità di cui si ammantano a vicenda scrittori, giornalisti, registi, direttori artistici. <strong>Cosa aspetta la sinistra a deintellettualizzarsi? </strong>Perché la difesa degli ultimi, degli emarginati, delle minoranze, è appannaggio posizionale di una classe di persone che si appropria culturalmente di problemi altrui, vissuti quotidianamente da persone in carne ed ossa, senza teorie, <strong>trasformando questi stessi problemi in ideologia, quindi carriera, professione, business?</strong> </p>



<p>Non sarebbe meglio una sinistra senza il monopolio di questa categoria parassitaria, che vive a spese di sofferenze non sue, e che pur non essendo la proprietaria dei mezzi di produzione detiene i mezzi di produzione del discorso dominante (che è sempre di sinistra, perché la destra non produce alcun discorso, ha solo «idee senza parole» come diceva Furio Jesi)? <strong>Il filosofo anarchico Jan Wacław Machajski li chiamava i «capitalisti del sapere»</strong>, un «ceto che anche dopo l&#8217;abolizione dei capitalisti continua a essere una società dominante, esattamente come quella dei dirigenti e dei governanti colti; resterebbe in possesso del profitto nazionale, ripartito nella forma di onorari dei lavoratori intellettuali, e successivamente, grazie alla proprietà e al sistema di vita familiare, questa struttura trova la sua conservazione e il suo modello di riproduzione di generazione in generazione».  </p>



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		<title>La rivoluzione dei declassati</title>
		<link>https://ilnemico.it/la-rivoluzione-dei-declassati/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Apr 2024 14:35:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Elite]]></category>
		<category><![CDATA[intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[socialismo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/site/?p=302</guid>

					<description><![CDATA[<p>Machajski avvertiva con largo anticipo la nascita dello Stato burocratico, un nuovo Leviatano, una nuova tecnocrazia, dove i “capitalisti del sapere”, benché socialisti, continueranno a svolgere una funzione di dominio sulle masse.</p>
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<p></p>



<p>Nel <strong>XIX secolo </strong>la <strong>Russia</strong> era una società prevalentemente rurale malgrado un’industria pesante nei settori dell’estrazione mineraria, della produzione di acciaio e della trivellazione petrolifera (ma ancora di molto inferiore rispetto a Gran Bretagna, Francia e Germania). Grazie alle riforme infrastrutturali avviate a partire dal <strong>1870</strong> dall’imperatore Alessandro II, il Paese conobbe quello che lo storico economico Alexander Gerschenkron definì in seguito “<strong>il grande scatto</strong>”. Sul finire del secolo, la creazione di nuove fabbriche, miniere, dighe a San Pietroburgo, Mosca, Kiev e in altre città, nonché l’apertura della Transiberiana, che inaugurò zone di approvvigionamento di materie prime fino ad allora inaccessibili, dotarono la Russia di un ceto borghese e di una classe operaia sempre più omogenei, entrambi concentrati nelle grandi città.</p>



<p><strong>Insieme alle fabbriche germogliarono le formazioni e le organizzazioni socialiste</strong> volte a rappresentare gli interessi del proletariato, malgrado gli accesi dibattiti e le differenti correnti ideologiche che dividevano gli intellettuali sulle strategie da adottare per realizzare la rivoluzione in Russia. Benché il materialismo storico di Marx ed Engels, nella teoria, dimostrava che il comunismo potesse realizzarsi soltanto nelle società capitalistiche avanzate, poiché il capitalismo è la precondizione necessaria ad una rivoluzione comunista, e il pieno sviluppo delle sue forze produttive, paradossalmente, renderebbe quelle stesse forze incompatibili con il regime capitalistico (giungendo alla sua distruzione), entrambi, nella pratica politica, rivolsero i propri interessi alla Russia zarista, un laboratorio inedito, dove il capitalismo era ancora a uno stato embrionale. I partiti socialdemocratici europei, specie quello tedesco, avevano infatti optato per una strategia gradualista e legalista, scegliendo di operare all’interno dell’ordine borghese, nel tentativo di guadagnare progressivamente terreno sul piano del diritto, così come pensava Bernestein, uno dei maggiori esponenti della via riformista. Che in Russia si potessero invece abolire queste fasi transitorie e passare direttamente alle “dittatura del proletariato”?</p>



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<p>Tra i tanti intellettuali che si interrogarono su questo punto e sul ruolo dei partiti socialisti, vi fu il rivoluzionario polacco&nbsp;<strong>Jan&nbsp;Wacław&nbsp;Machajski</strong>.&nbsp;Machajski&nbsp;nacque a&nbsp;Pintzov, nella Polonia russa, il 15 dicembre del 1866. Figlio di un piccolo impiegato defunto precocemente, il giovane&nbsp;Machajski&nbsp;visse nell’indigenza ma riuscì a iscriversi alla facoltà di medicina di Varsavia. Assorbito rapidamente dalle lotte&nbsp;antizariste, si avvicinò al nazionalismo polacco e poi al socialismo. Imprigionato in Galizia per attività sovversive nel 1891, dopo quattro mesi venne autorizzato ad emigrare a Zurigo, dove si dissolsero le sue illusioni socialiste e&nbsp;<strong>cominciò l’avvicinamento al marxismo rivoluzionario</strong>, accompagnato ad una serrata critica nei confronti di quella social-democrazia tedesca che, a detta dell’intellettuale polacco, aveva tradito completamente i presupposti del marxismo. Invece di intensificare la lotta di classe, spingere per l’immediata socializzazione dei mezzi di produzione, i principali partiti socialisti abbandonarono il loro carattere rivoluzionario cercando un compromesso con le istituzioni borghesi (diritto di voto, abbassamento dell’orario lavorativo, aumento dei salari).&nbsp;</p>



<p>Machajski&nbsp;ottenne un discreto successo attraverso la pubblicazione dei suoi articoli e intorno alle sue tesi nacque una piccola ma intensa attività rivoluzionaria tra il 1905 e il 1912 in Russia.&nbsp;Lev&nbsp;Trotskij, che ebbe occasione di conoscerlo nel 1902, a Irkutsk, durante l’esilio, nei suoi diari menzionò i tre diversi quaderni che&nbsp;Machajski pubblicò a proprie spese:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Machajski&nbsp;debuttò con una critica dell’opportunismo nella socialdemocrazia (e ottenne un notevole successo nelle nostre colonie di esiliati). Il secondo quaderno forniva una critica del sistema economico di Marx e conduceva a questa conclusione inattesa: il socialismo è un regime sociale basato sullo sfruttamento degli operai da parte dei lavoratori intellettuali».</p>
</blockquote>



<p>I capitalisti, per il rivoluzionario polacco, non sono più esclusivamente i&nbsp;grandi possidenti, i proprietari terrieri, i capitani d’industria. I nemici del proletariato si possono nascondere anche tra i nullatenenti, tra coloro che posseggono un capitale solo simbolico e culturale. Si tratta dei lavoratori intellettuali, “una classe privilegiata della società borghese”: ingegneri, funzionari, impiegati nel settore privato, professori e medici, giornalisti e avvocati. Col crescere della produzione capitalistica questa classe di organizzatori delle forze produttive ha visto crescere il suo raggio di influenza e la sua importanza nella vita economica. Gli intellettuali detengono il monopolio delle conoscenze ma «i loro interessi sono troppo variegati per poter formare un ceto omogeneo» dagli obiettivi ben definiti. Per certi aspetti borghesi, per altri proletari,&nbsp;<strong>i lavoratori intellettuali vengono però prodotti in eccesso dal sistema capitalistico</strong>, che non riesce ad allocarli tutti. Scrive Gustave Le Bon nel saggio la Psicologia delle folle (1895):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Poiché il numero degli eletti è limitato, quello dei malcontenti è per forza immenso. Questi ultimi sono pronti a tutte le rivoluzioni, quali che ne siano i capi o gli scopi. Con l’acquisizione di conoscenze inutilizzabili l’uomo si trasforma sempre in un ribelle».</p>
</blockquote>



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<p>Il rischio di declassamento e la frustrazione, fanno sì che alcuni intellettuali abbraccino un atteggiamento di contestazione, presentandosi sulla scena politica come i disinteressati avvocati delle classi lavoratrici. È così che <strong>Luciano Pellicani</strong> commenta la tesi machajskiana:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Da questo doppio fenomeno – quello del proletariato industriale che andava faticosamente prendendo coscienza dei propri interessi di classe e quello degli intellettuali&nbsp;déclasséche cercavano, assumendo la leadership della lotta contro il capitalismo, di sottrarsi al processo di proletarizzazione che li minacciava – era sorto il movimento socialista. Il quale, oltre ad essere l’organizzazione della protesta operaia, era anche lo strumento attraverso il quale i settori marginali dell’intellighenzia europea cercavano di ascendere al pieno potere sociale e politico tramite la “colonizzazione” del proletariato industriale».</p>
</blockquote>



<p>Una posizione non dissimile da quella professata dal padre del sindacalismo rivoluzionario,&nbsp;<strong>Georges Sorel</strong>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«La vera vocazione degli intellettuali è lo sfruttamento della politica; essi vogliono persuadere gli operai che il loro interesse è quello di portarli al potere e di accettare la gerarchia delle capacità, che mette gli operai sotto la direzione degli uomini politici».</p>
<cite>Sorel, 1919</cite></blockquote>



<p>E più tardi rielaborata anche dal filosofo marxista&nbsp;<strong>Michel&nbsp;Clouscard</strong>, che interpreterà il sostegno degli studenti francesi alle cause operaie durante il maggio del ’68, nello stesso modo in cui&nbsp;Machajski&nbsp;giudicò l’adesione massiccia dei ceti istruiti ai movimenti operai:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«La classe borghese offre più figli di quanti sono i mestieri borghesi richiesti dal capitalismo. Questo surplus farà le rivoluzioni. Ma rivoluzioni borghesi»</p>
<cite>Clouscard, 1986</cite></blockquote>



<p>Il socialismo, all’alba del ventunesimo secolo, si è rivelato perciò un dispositivo efficace per collocare professionalmente la classe istruita prodotta in eccesso dalla borghesia. Disposta a spodestare i grandi capitalisti,&nbsp;<strong>senza però abolire i privilegi dei lavoratori intellettuali</strong>. Scrive Machajski:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«La classe operaia moderna, gli schiavi di oggi, non cessano di essere schiavi, condannati a un lavoro manuale per tutta la vita; di conseguenza, il plusvalore nazionale da essi creato non sparisce, ma passa nelle mani dello Stato democratico in qualità di fondi di mantenimento dell’esistenza parassitaria dei saccheggiatori, del ceto borghese. Ceto che anche dopo l’abolizione dei capitalisti continua a essere una società dominante, esattamente come quella dei dirigenti e dei governanti colti, il mondo dei “guanti bianchi”; resterebbe in possesso del profitto nazionale, ripartito nella forma di onorari dei lavoratori intellettuali, e successivamente, grazie alla proprietà e al sistema di vita familiare, questa struttura trova la sua conservazione e il suo modello di riproduzione di generazione in generazione. Il socialismo dei mezzi di produzione significa semplicemente l’abolizione del diritto di proprietà privata e della gestione privata delle fabbriche e della terra. Nel suo attacco agli industriali, il socialismo non intacca per niente gli onorari dei direttori e degli ingegneri».</p>
<cite>Infra, p. 56</cite></blockquote>



<p>Il socialismo perciò non abolirà lo sfruttamento capitalista,&nbsp;<strong>ma finirà per inaugurare la stagione del capitalismo di Stato</strong>&nbsp;(le municipalizzazioni e le nazionalizzazioni andavano in questa direzione), dove il dominio delle forze di produzione non sarà più nelle mani dei proprietari ma degli organizzatori, dei “capitalisti del sapere”.</p>



<p>L’analisi di&nbsp;Machajski&nbsp;trova&nbsp;tantissime&nbsp;<strong>affinità con gli studi di Vilfredo Pareto</strong>, che proprio in quegli anni, nel 1902 per la precisione, teneva il suo corso all’Università di Losanna, poi divenuto un saggio,&nbsp;<em>Les&nbsp;systèmes socialistes</em>: il socialismo e le forze socialdemocratiche sarebbero prefazione 11 il mezzo utilizzato dalla nascente classe media istruita per ribaltare quella precedente. È la teoria della “circolazione delle élite”. Secondo Pareto non può esistere una società senza classi e, a differenza di quanto sostengono i marxisti, la lotta per il potere non è tra governati e governanti, tra élites e popolo, ma esclusivamente&nbsp;<strong>tra le élites di governo e quelle non di governo</strong>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Illusione è il credere che di fronte alla classe dominante stia, al presente, il popolo; sta, ed è cosa ben diversa, una nuova e futura aristocrazia, che si appoggia sul popolo».</p>
</blockquote>



<p><strong>La storia per Pareto è un cimitero di aristocrazie</strong>. Sono queste minoranze a produrre i mutamenti e le rivoluzioni. Da qui la loro necessaria&nbsp;renovatio, che si compie per via ereditaria nelle società aristocratiche, o per il tramite delle elezioni in quelle democratiche. Tuttavia Pareto ammette che quella democratica è la più subdola tra le forme di governo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Con o senza suffragio universale, è sempre un’oligarchia a governare e a saper dare alla “volontà del popolo” l’espressione che desidera».</p>
<cite>Pareto, 1916</cite></blockquote>



<p>Parole che Machajski potrebbe sottoscrivere quando nel 1905 scrive <em>Il Lavoratore intellettuale</em> (con lo pseudonimo di A. Volsky), dove dichiara che <strong>il sapere è un mezzo di produzione e l’intellighenzia è una classe sfruttatrice</strong> che impiega il suo capitale culturale per asservire le masse, sfruttare la loro manodopera “politica” e raggiungere così i propri scopi. Il socialismo, ed ecco la vera novità apportata da Machajski, è l’ideologia di classe dell’intellighenzia.</p>



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<p>La società senza classi è una chimera, e il Manifesto del Partito Comunista il vangelo impiegato per generare consenso tra le masse proletarie. I dirigenti socialisti, gli intellettuali,&nbsp;<strong>i funzionari di Partito, sono –&nbsp;paretianamente&nbsp;– la nuova aristocrazia che si appoggia sul popolo per difendere i propri interessi e spodestare l’aristocrazia precedente</strong>, instaurando il governo dei competenti, quindi una prima forma di tecnocrazia.&nbsp;Machajski&nbsp;sta già immaginando la nascita dello Stato burocratico, considerando criticamente l’arrivo al potere degli intellettuali, degli organizzatori della produzione, dei manager.</p>



<p>In parte questo discorso venne portato avanti da Robert&nbsp;Michels, quando nel suo saggio&nbsp;<em>La democrazia e la legge ferrea dell’oligarchia</em>, rilevava «l’immanente presenza di tratti oligarchici in ogni aggregato umano». Specie nel Partito, dove vige un alto grado di organizzazione, quindi di specializzazione e divisione dei compiti e delle mansioni. Un contesto in cui è necessario prendere delle decisioni immediate, e perciò concentrare il potere nelle mani di un ristretto gruppo dirigenziale. In seno ai movimenti politici si fa chiara l’esigenza di istruire i quadri attraverso corsi e scuole di formazione, ma in questo modo la struttura del Partito diventa verticista, gerarchica, e al suo interno si assiste alla lotta tra le élite aspiranti al comando. L’obiettivo di questi apparati, quindi, non è quello di realizzare gli ideali che professano, ma di garantire la propria sopravvivenza (il maggior numero di iscritti):</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«L’organizzazione, da mezzo per raggiungere uno scopo, diviene fine a sé stessa. Alle istituzioni e alle qualità che in origine erano semplicemente destinate ad assicurare il buon funzionamento della macchina di partito si finisce per attribuire maggior importanza che non al grado di produttività della macchina stessa».</p>
<cite>Michels, 1912</cite></blockquote>



<p>La democrazia borghese perciò non sarebbe tanto diversa dalla monarchia:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Il popolo “sovrano” si sceglie, invece di un re, tutta una assemblea di piccoli re, ed incapace di esercitare liberamente il suo dominio sulla cosa pubblica, esso si lascia spontaneamente confiscare i suoi diritti. L’unica cosa che la maggioranza si riserba, è quella sovranità climaterica e derisoria che consiste nell’eleggere, dopo un dato periodo di tempo, dei nuovi padroni».</p>
</blockquote>



<p>Nel caso specifico, dei funzionari di partito. In questa corrente di pensiero si inserisce un altro italiano,&nbsp;<strong>il livornese Bruno Rizzi, che parlerà proprio di burocratizzazione del mondo</strong>, titolo, tra l’altro, del suo libro più celebre pubblicato in Francia nel 1939. Rizzi (1901-1977), marxista di formazione, tra i fondatori del Pci, esiliato in Francia dal regime fascista, viene allontanato poi dal Partito di Bordiga a causa delle sue posizioni poco ortodosse. È infatti uno dei principali critici della collettivizzazione della proprietà: «Noi non sapremo definire questa proprietà&nbsp;“nazionale” che è di tutti, questa proprietà che non è borghese, né proletaria, che non è privata, ma che non è neanche socialista» (Rizzi, 1939). Rizzi è convinto che l’abolizione della proprietà privata non elimini lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma lo trasferisca da un piano individuale, dove il capitalista sfrutta il lavoratore salariato, a quello collettivo, dove una classe di burocrati e tecnici della produzione sfruttano la stessa forza lavoro e si appropriano del suo plusvalore in nome dello Stato Comunista: prefazione 13</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Per noi l’Urss rappresenta un nuovo tipo di società diretta da una nuova classe. La proprietà è collettivizzata ed appartiene a questa classe che ha organizzato un nuovo sistema di produzione. Lo sfruttamento passa dal dominio del singolo a quello della classe».</p>
<cite>Rizzi, 1967</cite></blockquote>



<p>Una “<strong>casta</strong>” che Rizzi identifica con i «funzionari, tecnici, poliziotti, ufficiali, scrittori, mandarini sindacali e tutto il partito comunista in blocco». È questo fatto che porta Rizzi ad affermare che lo Stato sovietico non è in alcun modo socialista né democratico, ma uno Stato collettivista-burocratico dove la classe dei tecnici:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Avendo tutte le leve economiche nelle mani, salvaguardata da uno stato poliziesco espressamente eretto, è onnipotente. Fissa a piacere i salari ed i prezzi di vendita al pubblico con delle maggiorazioni sui costi, per cui le “sanguisughe borghesi” di una volta appaiono come “onesti commercianti”».</p>
<cite>Rizzi, 1967</cite></blockquote>



<p>Benché le intuizioni di&nbsp;Machajski&nbsp;non abbiano avuto una grande eco negli anni successivi e non siano mai state canonizzate, vediamo che diversi autori che si sono occupati dei&nbsp;<strong>rapporti tra élite e masse, tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, tra organizzatori ed esecutori</strong>, hanno sottoscritto, consapevolmente o meno, molte delle sue tesi. Come scrive Alexandre&nbsp;Skirda, curatore dell’edizione francese di questo volume, in cui sono raccolti i suoi scritti più significativi:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«La novità della critica&nbsp;egualitarista&nbsp;di&nbsp;Machajski&nbsp;consisteva nella sua definizione di conoscenza – non più soltanto forza lavoro superiore, particolare, ecc. – ma mezzo di produzione capitalizzato, redditizio per il suo possessore, trasmissibile di generazione in generazione, e principale beneficiario della crescita della produttività capitalista. Essendo le funzioni di direzione e di gestione strettamente legate al potere di decisione politica, gli intellettuali socialisti, nuovi notabili, potevano allora proporsi di dirigere e gestire con profitto la produzione capitalista, privata o collettivizzata, ma sempre mercantile, lasciando intatto il sistema di sfruttamento, o meglio, perfezionandolo ed assicurandone la perennità».</p>
</blockquote>



<p>Di fronte al <strong>pericolo di un’infiltrazione borghese nei movimenti operai</strong>, la soluzione proletaria diventa quella di operare una “socializzazione delle conoscenze” per mezzo della «violazione dispotica del diritto di proprietà privata da parte del proletariato, con la manifestazione violenta della loro volontà i lavoratori riusciranno a rimuovere la legge cardine del sistema delle classi, difesa da molti eserciti, in nome della quale tutti i membri della minoranza privilegiata sono predestinati, perfino prima di nascere, al dominio, mentre i discendenti della maggioranza oppressa sono condannati alla schiavitù». «Verrà il tempo – scrive Machajski – in cui le masse laboriose insorte considereranno questa filosofia degli studiosi socialisti, a proposito delle forze economiche segrete, come un’elucubrazione ulteriore dei padroni per giustificare il loro dominio, tanto preziosa per tutti i saccheggiatori quanto tutte le favole sulle forze celesti e sulla provvidenza divina». Solo se l’operaio smetterà di «considerare l’esercito degli intellettuali come un “battaglione proletario” alleato, e vedendolo invece come una classe privilegiata che lo dirige, verrà a modificarsi la dottrina socialista sorta in un momento di totale fiducia verso il “lavoratore intellettuale”».</p>



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<p>Anti-intellettualista, anarchico, libertario, per certi aspetti soreliano quando rivendica l’utilizzo della violenza e lo spontaneismo rispetto all’organizzazione dall’alto,&nbsp;Machajski ha esaminato con largo anticipo&nbsp;<strong>le contraddizioni di un socialismo gestito dalle forze borghesi</strong>&nbsp;prima ancora che da quelle operaie, e insieme ha preannunciato le ombre e le disfunzioni dello Stato burocratico, sollevando una questione ontologica in merito al ruolo dell’intellettuale, una questione ancora aperta, a cui non si è riuscito a dare una risposta compiuta, e che Irving Howe ha formulato più tardi con queste parole:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Quando la società lo respinge, è un’altra prova della meschinità sociale; quando gli concede un posto onorevole, lo compra. Di fatto o un isolato, o un venduto».</p>
</blockquote>
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