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	<title>musica Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Le mamme dei rapper</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Apr 2025 11:23:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le creature più angeliche e buone, porto sicuro dove rifugiarsi dal mondo di violenza droga e povertà che è toccato in sorte, a quanto pare, ai loro figli.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Sono con Aristotele al Carrefour. Si sta cercando la curcuma quando di colpo ritira fuori la storia dei sillogismi. Sbraccia, gesticola tutto rosso, prova a spiegarsi ma pare in difficoltà. Io – magari sbagliando, non so –, gli dico che qualcosa non mi torna, il procedimento logico mi affascina, sì, ma si presta anche a mille eccezioni: insomma, lo contraddico. Dà di balta: mi urla contro, tira in terra la lattina di Fanta e va via. Dieci minuti, e torna indietro. Sembra più calmo, pare rientrato in sé. Si stira con le palme il chitone, si appoggia al carrello e mi guarda negli occhi, sospirando. “Senti”, mi dice, “ascoltami bene, per cortesia. Argomento semplice, proprio per farti un esempio. <strong>Allora, premessa maggiore: tutti i rapper sono esseri umani, giusto?”. Annuisco. “Tutti gli esseri umani – premessa minore – sono mammoni, giusto?”. Continuo ad annuire. “Ecco, questo premesso, non vedo altra conclusione se non affermare che i rapper sono tutti mammoni”</strong>, dice, e continua a guardarmi, come aspettando quell’approvazione che ancora non mi sento di dargli. Non è personcina tranquilla, Aristotele. Non lo è mai stato e lo si nota anche adesso, dalla frequenza con cui si ravvia i capelli, da come compulsa i braccialetti. “Allora? Sei d’accordo o no?”. “Aristotele”, gli dico, “coi rapper, non capisco, forse mi tornava di più quella del ristorante<a id="_ftnref2" href="#_ftn2">[2]</a>…”. “Θεὲ ἅγιε, τοιούτους σκληροὺς δεῖ μοι πάλιν εὑρίσκειν!”, m’interrompe, e si allontana di nuovo, sbraitando. Io rimango lì, secco. Guardo Lorenzo Rocci, che si era allontanato per prendere un fustino di Dash. “Non lo tradurre”, mi dice. “Non lo tradurre che rimanerci male è un minuto”.</p>



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<p>Dopo cena ripenso a tutto il discorso. Ad assillarmi non è più la validità o meno del processo deduttivo – che potrebbe anche essere ammessa –, quanto il tema<strong>: che significa i rapper sono mammoni? I grill sui denti, i tatuaggi sul collo, la droga, e ancora la malavita, amicizie <em>peligrosas</em>, cicatrici dermatologiche e interiori, la rabbia sociale, il <em>barrio</em>, il senso di rivalsa, la strada, i coltellini svizzeri, il marciapiede, i punteruoli da compensato, tutto questo e poi si ricasca a farsi smacchiare i calzoni dalla mamma?</strong> Non fosse Aristotele, verrebbe da tirare dritto. Ma siccome <em>è</em> Aristotele, il visionario che ha vaticinato cinque degli ultimi otto vincitori di MasterChef dopo il primo Pressure Test, l’unica è cercare una playlist e dare il via. Metodo scientifico, amici. E magari anche <em>Peer review</em>, che vi piace tanto. <strong>Ghali.</strong></p>



<p>Uooh-uooh-uooh, bella!</p>



<p>Sono uscito dalla melma,</p>



<p>da una stalla a una stella.</p>



<p><strong>Compro una villa alla mamma</strong></p>



<p>e poi penserò all’Africa.</p>



<p>Stoppo. Come una villa alla mamma? E poi l’Africa? Ma che è, un’OPA? Cambio canzone.</p>



<p>[…] Devo stare attento, mannaggia</p>



<p>se la metto incinta poi mia madre mi, ah!</p>



<p>Perché sono ancora un bambino,</p>



<p>un po’ italiano, un po’ tunisino.</p>



<p>[…]</p>



<p>Dritto per la mia strada</p>



<p>Meglio di niente, mas que nada, vabbè</p>



<p>Tu aspetta sotto casa</p>



<p><strong>Se non piaci a mamma, tu non piaci a me</strong></p>



<p>Sento un brivido che si spicca dalla punta dell’alluce, corre a ritroso tutta la rete delle fibre nervose, si schianta dalle parti dell’ipotalamo. Mi agghiaccio. Un bambino? <strong>Avrai trent’anni, Ghali</strong>. Vai ospite nei talk show, mi fai il baluardo progressista e poi “se non piaci a mamma, non piaci a me”. Ma poi che è, questa inserzione brasileira, è inutile fare il globetrotter e poi la domenica tutti col bavaglio a mangiare i cannelloni madonna mamma ma che ci hai messo? il risentimento di non avere ancora un nipote da angariare dici? Pensavo noce moscata. Cambio ancora: “Mamma, dai, sincera ti aspettavi tutto questo?”. <strong>La statistica parla: tre canzoni su tre e si arriva alla mamma entro il quarto rigo</strong>. Prima di passare oltre, leggo il titolo della prossima traccia: <em>Mamma</em>, s’intitola. Ghali perduto, penso: punto per Aristotele.</p>



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<p>Ma può darsi che Ghali sia un caso isolato. È un oggetto mediatico di difficile lettura, va a Sanremo con un pupazzone, neanche ci prova a rimpiattare l’infantilismo. Vado avanti. <strong>Sfera Ebbasta</strong>. Pseudonimo protervo, ghigno beffardo, bazza in alto, fierezza, autonomia.</p>



<p>[…] Sono una rockstar, rockstar,</p>



<p>a uccidermi no, non sarà una stronza,</p>



<p>il mio cuore è freddo anche più del mio polso</p>



<p>e se provi a scaldarlo rischi che si sciolga.</p>



<p>Qui ti voglio Aristotele, chiacchiera con Sfera, di sillogismi, stai tranquillo che non arrivi alla premessa minore e prendi una coltellata. “Pusher sul mio iPhone, pute sul mio iPad”: LA DROGA, finalmente, e poi <em>pute</em>, che non so cosa significhi ma la voglio immaginare una parola mondo che ingloba in quel semantema che rimanda allo scaracchio tutte le efferatezze possibili e soprattutto il disprezzo per l’ovvio, tra cui il familismo acritico.</p>



<p>Mamma, guarda, senza mani, sono una rockstar,</p>



<p><strong>mamma, sai che a parte te non amo nessun’altra.</strong></p>



<p>Urlo, salto in piedi, rovescio il Fruttolo. Non ci posso credere. Mando indietro, ascolto di nuovo: “Mamma, sai che a parte te non amo nessun’altra”. L’ha detto davvero. Inizio ad assaporare il gusto amaro del torto: stai a vedere ha ragione Aristotele. Con gli universali ci ha capito il giusto, ma se poi ci dà su queste faccende che gli vuoi dire. Che gli vuoi dire.</p>



<p>Ma ci sarà qualcuno che si salvi, cristo di dio: scorro veloce, Fedez?, figurati, Fedez è fisso con sua madre, le ha intestato tutto, <strong>è grassa se a suo nome gli è rimasto un monopattino</strong>, e infatti “sono solamente un bambino / che chiamerai papà”, roba da sfasciare il <em>De Trinitate</em> di Sant’Agostino, vabbè niente Fedez, ma questi – Fedez, Ghali, Sfera Ebbasta –, questi sono quelli più noti, amati dal pubblico che è figlio del pubblico di Toto Cutugno, nipote del pubblico che a Sanremo osannava Consolini e Latilla, è chiaro che qui si corra sul nazionalpopolare. No, è un errore di metodo: bisogna cercare altrove, fuori dal grande pubblico, <strong>Noyz Narcos</strong>, per dire, che forse neppure l’ha avuta, una mamma, pare nato da un’esplosione in un laboratorio chimico Noyz Narcos, no, macché laboratorio chimico, <strong>ce l’ha la mamma, e le chiede scusa, <em>Sorry mama</em>: “Vita puttana” – scrive, e per un attimo ti pare un maledetto – “mamma sorry” dice, poi “Secco don’t worry” – chi è Secco, il babbo? –, e arrivederci anche Noyz Narcos</strong>, dritto a rimpolpare l’ultimo tomo dell’<em>Organon</em>.</p>



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<p><strong>Lowlow</strong> forse? Nemmeno Lowlow: “Una mattina andavo in banca insieme a mamma / E ho visto Nico entrare e calarsi il passamontagna”, vita cruenta accompagnando la madre a fare un giroconto. <strong>Emis Killa</strong>? “Mamma, è un nome troppo comune per ciò che sei / accomunerei le stelle ai tuoi occhi in comune ai miei”, bella, buona anche per un bigliettino d’auguri in terza elementare. Tedua! “Innanzitutto devo tutto a mia madre per stare al mondo / Anche se al mondo non ci so stare”, complimenti signora bel lavoro. <strong>Gemitaiz</strong>? Nome cattivo, cranio tatuato, eppure:</p>



<p>Ricordo, mamma che mi chiamava</p>



<p>quando il fine settimana</p>



<p>al tramonto tornavo a casa</p>



<p>che puzzavo di marijuana</p>



<p>(scusa mamma)</p>



<p>Mi sa che ho perso. Provo ad aprirmi all’internazionale, ma il <em>Dear mama </em>di <strong>TuPac </strong>secca il proposito sul nascere. Ha ragione Aristotele, inutile insistere. Anzi, sarà il caso che vada a dirglielo, prima che si metta a scrivere un trattatello per convincermi.</p>



<p>Esco di casa e mi incammino verso il circolo. Fa freddo, mi metto i guanti e intanto continuo a pensare a tutte queste canzoni piene di mamme. Che, a pensarci, neanche fosse parola facile da mettere in rima, “mamma”: con che rima “mamma”? Tolto il suffisso “-gramma” – “porto la mamma a fare il fonocardiogramma” – resta poco, se non “dramma” – ma non mi pare questo il caso – e qualche assonanza scadente. <strong>È proprio una questione di autonomia apparente, cinismo confuso con adultità, emancipazione sbandierata ma fittizia</strong>. IL CONTEMPORANEO, griderebbe il mio amico Massimo Gramellini, non fosse che gli hanno fatto due otturazioni e con le consonanti occlusive è ancora in difficoltà. &nbsp;Resta che Aristotele ha ragione anche stavolta, e se c’è una cosa che mi fa impazzire è quando sa di avere ragione, allora sta zitto una trentina di secondi, ti guarda, e poi fa il gesto dei surfisti. Da battere nel muro.</p>



<p>Eccolo lì, seduto. Ma non è solo. Accanto a lui, Pirrone, lo scettico. “Eccoci”, penso, “ci risiamo”. L’ultima volta li abbiamo divisi in quattro, con Pirrone che brandiva l’attizzatoio del barbecue. Seedorf non glielo puoi toccare. Ma ora sembrano tranquilli: Pirrone è seduto, si massaggia la pancia e sorride. Il “maestro di color che sanno” (prenota così, al ristorante), invece, è in lacrime e con le cuffie nelle orecchie, gobbo perché i fili sono pieni di nodi e non gli arrivano bene alla testa. Li raggiungo, ma Aristotele non mi guarda neanche: continua a piangere e riposiziona gli auricolari. Guardo Pirrone: “Fabri Fibra, bambino”, mi sussurra: “Fabri Fibra”.</p>



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<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> A chi percepisca il dovere filologico di rimarcare la distinzione tra rapper e trapper e fare questioni d’appartenenza a una sottocultura che si picca d’essere ruvida e guarda male noi che ancora si piange a sentire <em>Come saprei</em> di Giorgia si raccomanda con cordialità di pensare alla sua, di mamma.</p>



<p><a href="#_ftnref2" id="_ftn2">[2]</a>&nbsp; 1. Al ristorante qualcuno dovrà pure pagare; 2. Tu sei qualcuno; 3. Paga te.</p>
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		<title>Volevo essere un duro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Mar 2025 11:07:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Stroncature]]></category>
		<category><![CDATA[canzoni]]></category>
		<category><![CDATA[canzoni italiane]]></category>
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		<category><![CDATA[industria musicale]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Corsi]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La parabola del piccolo Lucio Corsi, tra like e falsi dei. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>E si fece avanti tra la folla un uomo coperto da umili, lise vesti (un misto tra H&amp;M e le offerte OVS) e, col viso segnato da anni di lavoro e cesellati dalla calura, domandò ad alta voce: <strong>‘Per favore, insegnaci a cantare’</strong>. </p>



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<p>Era una bellissima giornata nelle campagne di Vetulonia, in lontananza si sentivano dei birbanti aprire, con qualche settimana d’anticipo, la stagione venatoria, fare bisboccia tra i campi intonando cori da stadio e inculando i cartonati di qualche vegana famosa della tv italiana.</p>



<p>A Lucio scese una lacrima ripensando a quel pomeriggio, alla richiesta umile di un uomo che ignorava l’autotune, <strong>all’essere diventato in poco tempo il Salvatore della Patria, il faro della musica italiana, il figlio di un Dio maggiore </strong>che avrebbe redento con la sua semplicità ed empatia il mondo dalle baby gang milanesi.</p>



<p>Ma il sogno, come ogni bel sogno, era durato un battito di ciglia, a malapena un valzer con Topo Gigio e un concerto hardcore con DODO: dall’avere il suo nome sulle strade, un intero reparto di oncologia infantile a lui dedicato, <strong>all’essere condannato all’oblio</strong>, alla morte certa, mentre una folla di utenti di X preferiva a lui il sempre eterno Fabrizio Corona, urlando a polmoni pieni ‘CORONA, NON PERDONA!’.</p>



<p>Questo suo mito cresciuto così velocemente dopo Sanremo sembrava destinato a sedimentarsi nel cuore degli ascoltatori e, invece, <strong>il Banjoista &#8211; prima di suicidarsi &#8211; gliel’aveva predetto</strong> che sarebbe stato l’ennesimo fenomeno da baraccone inalzato da quegli ormai vecchi tromboni della critica della generazione X.</p>



<p>Il Banjoista non sbagliava mai, era diventato la Cassandra dei poveri per i suoi seguaci su FB, ma aveva già visti dei piccoli fuochi inquietanti nascere come Vasco Brondi, Calcutta, Motta, i Maneskin… i Maneskin che, secondo la stessa critica che ha inalzato e distrutto Lucio, avrebbero riportato tra le mani dei ragazzi dei veri strumenti musicali, il rock nelle camerette e i sogni bagnati dei concerti. <strong>Il vecchio Banjoista sapeva che il rock non sarebbe tornato di moda, che i ragazzi non avevano ‘sbatta’ di imparare qualche strumento e che quello dei Maneskin sarebbe rimasto un caso isolato</strong>, tra il geniale e l’imbarazzante, un po’ l’equivalente musicale de Il carosello.</p>



<p>D’altronde, Damiano David aveva deciso di diventare come Totò in <em>Uccellacci e Uccellini</em> e frequentare una col nome di un sapone, mentre il resto della banda &#8211; già dai tempi di X FACTOR &#8211; lasciava il tempo che trovava… roba che Pete Best a confronto ha avuto una carriera di successo senza i Beatles.</p>



<p>Una voce debole, in sospeso nell’aria, che s’interrompeva a ogni sillaba &#8211; come Romina Power &#8211; interruppe il flusso di coscienza di Lucio chiedendogli: <strong>‘Non sei tu il Brian Wilson della Maremma? Salva te stesso e noi!</strong>’</p>



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<p>Subito dopo intervenne l’altro, un ricciolino con delle scritte in faccia che con rabbia rispose al tipo: ‘Noi riceviamo ciò che abbiamo meritato’ poi si girò verso Lucio e disse: ‘Lucio, ricordati di me quando tornerai nel tuo ristorante Macchiascandona e parlerai con Marta Donà’.</p>



<p>‘In verità Tony io ti dico: oggi starai a cena con me’.</p>



<p>Poi richiuse gli occhi e gli parve di sentire sulla sua pelle la seta di Gucci, la campagna fatta con Bianconi, grande amico, nel 2017, i sogni di gloria e <strong>quel piccolo album che s’incularono giusto lui, papà/mamma, gli amici e, non si sa come, TUTTE le testate musicali più importanti dell’epoca</strong>. Che strano, eppure di visualizzazioni non ne aveva quasi e iscritti ancora meno, <strong>come si spiega il fenomeno Lucio Corsi?</strong> Il suo primo album, <em>Bestiario Musicale</em>, uscito nel ’17, in quel mondo cinico pre-pandemia si guadagnò da Rockit la definizione eccessivamente benevola, per non dire surreale, di <strong>Pet Sounds della Maremma</strong>: &#8220;la Civetta, L’upupa, La volpe&#8221; e tutte le 8 tracce del brano <strong>venivano vendute come nostalgia pastorale quando, in fin dei conti, sembrano libri pop-up, disegni d’asilo di un giovane uomo spacciato per idiota sapiente</strong>. Alcuni definirono il suo autore come nostrano Brian Wilson, altri, come il Banjoista che non era sul libro paga di nessuno, lo vedevano più simile al Kaspar Hauser raccontato da Herzog nel suo bellissimo film. Ancora oggi <em>Bestiario musicale</em> ha solo 136 voti su RYM (Rate Your Music) di cui solo 17 prima del 2018 e dopo Sanremo 2025 almeno una cinquantina.</p>



<p>Eppure, non successe niente, il piccolo Lucio era in giro dal 2014, dai tempi degli EP <em>Vetulonia Dakar</em> e <em>Altalena Boy</em>, il lavoro estenuante dell’ufficio stampa non riusciva a fare miracoli, per quello c’era bisogno di lui, di Lucio.</p>



<p>Ricorda, stremato, di quando in gioventù venne dalla bella Calabria il saggio Brunori Sas, mentre dalle terre di Montepulciano veniva Francesco Bianconi e, insieme, provarono, nel 2020, una nuova uscita, accolta da Rolling Stone Italia come l’equivalente musicale de <em>La vita agra</em> di Luciano Bianciardi:<strong> con <em>Cosa faremo da grandi</em>, prodotto da Bianconi, il piccolo Lucio lascia quell’immaginario da Piccolo Principe fuori tempo massimo per abbracciare il lato glam, quello scoperto con Gucci</strong>, avvicinandosi al povero Ivan Graziani e a quel redivivo David Bowie a cui lo paragonarono dal giorno 1, fino all’esplosione di Sanremo.</p>



<p>Il Banjoista continuava a trovare i versi di Lucio degni al massimo delle pagine della Smemoranda, la musica, come la sua poetica, fasulla e deteriore; d’altronde chi lo criticava non si aspettava <em>Glory Days</em> di Bruce Springsteen ma neanche testi come: <strong>‘Trovare un posto alle valigie è sempre uno dei miei problemi, per non farle rimanere tutto il viaggio in piedi</strong>’. E passò anche un terzo album, ma lui attingeva energia dal silenzio per i giorni che sarebbero seguiti, <em>La gente che sogna</em> rimase in sospeso, sia presso il pubblico che la critica, come una voce che grida nel deserto. Le ricchezze di Amazon Prime Video e un certo calo di personalità di Verdone, però, fecero il resto.</p>



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<p>Dopo Sanremo arrivò l’epoca dei miracoli, <strong>a Lucio bastava tendere una mano perché chi fosse afflitto da pensieri maligni o da un <em>Sesso e samba</em> di troppo, ritrovasse la pace</strong>. Finché la virtù era in lui tutti furono guariti… come se tutta la parentesi trap e reggaeton italiana non fosse mai esistita, ma il Banjoista, a differenza di Lucio, sapeva che della critica musicale e dei vecchi tromboni non ci si poteva fidare, erano stati i Farisei a innalzare la trap, così come l&#8217;avevano distrutta non appena avevano subodorato in Lucio qualcosa dei loro giorni di gloria, anche se in una versione minore, musicalmente e liricamente parlando.</p>



<p>Il nome di Lucio si diffuse attraverso il Paese, si unirono altri fan e altri adepti. Giunto a Sanremo, Lucio, per ringraziare un pasticciere napoletano che gli aveva regalato un vassoio di chiacchiere, si tolse una spilla indefinita dal cappellino. <strong>Seguirono commenti e urla di quanto fosse grande Lucio Corsi</strong>, così come si alternarono ulteriori miracoli dacché il piccolo Lucio viaggiava sempre senza denaro contante.</p>



<p>Una volta venne visto fare stage diving con una ciambella salvagente e a tre ore dai pasti, cosa che non riusciva a Morgan da molti anni; un’altra volta usò le patatine sulle spalline disegnate da Balenciaga per Ye West come dono salvifico, a mo&#8217; di monetine, per i neo-diciottenni in fila al casinò di Monaco. Certo, non erano cose economicamente importanti, non era la collana d’oro che una volta Ozzy Osbourne regalò a un barbone in mancanza d’altro, <strong>ma era pur sempre un oggetto che era stato a contatto col David Bowie della Maremma, mica un Olly qualsiasi!</strong> Come la conferenza stampa tenuta in un due stelle Michelin e non in un tre, insomma, Lucio uno di noi. Lui, come scriveva Walt Whitman, conteneva moltitudini: <strong>Randy Newman, Pavement, Peter Gabriel, Marc Bolan, Ian Hunter, David Bowie, Lucio Dalla, Ivan Graziani, Ivano Fossati, Dolcenera, tutti erano Lucio</strong>, Lucio era un <em>passepartout</em> per noi cuori infranti.</p>



<p>Se solo non fosse stato troppo impegnato in questa posa da finto umile, da suor Maria scesa dalle montagne, da puro ragazzo di campagna, e avesse ammesso fin da subito che <em>in primis</em> lui se l’era sentita calla, che era stato mandato sui palchi con una falsa e deformata percezione di cosa fosse l’arte, forse, avrebbe dato retta al Banjoista: <strong>il problema non è il fenomeno Lucio Corsi, ma il motivo per cui oggi la gente ha bisogno del fenomeno Lucio Corsi</strong>. </p>



<p>Perché? E la colpa riposa tra gli scritti dei farisei, nelle cartelle stampa che ricevono le redazioni musicali italiane, quelle che per sentirsi giovani avevano accolto qualsiasi <em>freak</em> come ‘il futuro della musica’ e appena avevano accarezzato l’idea di dare un calcio in culo a tutti i vincitori di amici, all’influencer di TikTok, all’ennesimo caso da Youtube e da X Factor, all’autotune, a una epica basata sull’estetica, sulle mignotte e sui brand di moda, <strong>appena quei critici avevano capito l’opportunità di sfanculare vent’anni di bugie indotte e scritte e intere scatole di Tavor, ecco che Lucio Corsi diventava un ibrido tra Dylan Thomas e Bruno Lauzi con l’aspetto di uno dei T.Rex ibridato con una bertuccia e un rospo</strong>, per poter aspirare anche al ruolo di modello dalla bellezza inclusiva (purtroppo, non ancora graziato dalla vitiligine o baciato dalla calvizie, ma il tempo – si dice – è galantuomo e la speranza è l’ultima a morire&#8230;). </p>



<p><strong>Era stato bello finché era durato</strong>, anche il suo mandato come sindaco di Grossetto, o la direzione musicale di The Voice Jr, lui era grato di tutto. Le cose andarono male dopo le due date all’Alcatraz: Ticketone diede il tutto esaurito in neanche un minuto, roba che neppure la reunion degli Oasis. Il giovane piangeva mentre chiedeva al cameriere di allontanargli l’amaro calice – nello specifico, un Fernet – e ricordava i bei tempi quando solo il Banjoista e altri due o tre rosiconi, cattivi e invidiosi, gli rendevano la vita impossibile ricordando che il Glam esisteva già e che Flavio Giurato non era in fondo Mozart, quanto piuttosto il fratello di un noto fenomeno della dislessia; tutto questo prima che loro capissero (per suicidarsi poco dopo) che era impossibile combattere contro di lui e il suo immaginario fasullo: era come cercare di convincere i propri compagni di classe che il ragazzo tetraplegico con paralisi cerebrale della scuola fosse in realtà Keyser Soze. </p>



<p>Quando, una mattina, durante l’ultima edizione di X Factor, la gente aveva fatto conoscenza di quattro ragazzi con capelli a caschetto chiamate Blatte, con musiche in MIDI e testi composti da Elettra Lamborghini, <strong>la crepa nostalgica e marcia di retromania della critica farisaica italiana si era fatta ancora più grande, ingoiando il mito di Corsi ed espellendolo dal corpo in un paio di settimane, </strong>insieme al povero ed innocente Topo Gigio, prontamente sostituito dal Gabibbo.</p>



<p>‘Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno…’ disse a denti stretti Lucio. ‘Pubblico, ecco vostro figlio… tutto è compiuto’.&nbsp;</p>



<p>Dichiaro chiuso il televoto.</p>



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		<title>Timothée Chalamet è il contrario di Bob Dylan</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jan 2025 10:24:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[attori]]></category>
		<category><![CDATA[Bob Dylan]]></category>
		<category><![CDATA[Disney]]></category>
		<category><![CDATA[folk]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[rock]]></category>
		<category><![CDATA[Thimotée Chalamet]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La Disney ha scelto di far interpretare Bob Dylan, ovvero l’uomo tormentato che finge di essere in pace, dall’attore più di moda del momento, Thimotée Chalamet, la star più eccentricamente (cioè più conformisticamente) ligia ai dettami comunicativi del momento, pronta ad assumere le forme e i modi più “giusti”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/timothee-chalamet-e-il-contrario-di-bob-dylan/">Timothée Chalamet è il contrario di Bob Dylan</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Avete presente il <strong>Timothée Chalamet</strong> dello spot <em>Bleu de Chanel</em>, il divo dall’aria annoiata che dopo aver ricevuto un bigliettino da una sconosciuta ammiratrice la insegue fino alla metropolitana salvo poi rimettersi in cammino come se nulla fosse mentre la sua voce fuori campo annuncia il nome del profumo in questione, <strong>come a dire chi se ne frega se quella mi è sfuggita?</strong> Il Gene Hackman respinto al bar dalle due ragazze ne <em>Il braccio violento della legge</em> si consolava con l’uovo sodo (“tanto io ho c’ho l’ovetto…”); Chalamet no, Chalamet dell’ovetto non saprebbe cosa farsene. Lui, nelle mani di Scorsese, punta tutto sul valore aggiunto, sul fascino del divo incuriosito lì per lì dal mistero (bluastro, <em>ça va sans dire</em>) delle cose. <strong>Più essenza che esistenza, insomma, in senso per una volta più letterale che sartriano</strong>…</p>



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<p>È lo stesso Chalamet che mentre girava lo spot per Scorsese era tutto intento a calarsi nei panni dell’artista che proprio sul mistero ha costruito la corazza personale (“per cinque anni e mezzo ho portato dietro la chitarra per imparare a suonarla”, ha detto) prima ancora che contro il mondo<strong>, contro se stesso</strong>, del genio che a colpi di strappi, di dichiarazioni spiazzanti, di dinieghi e di bugie e a costo di clamorose inversioni a U<strong>, ha ostinatamente, antipaticamente, artisticamente tenuto fede al principio-guida</strong> enunciato in una delle sue prime canzoni, <em>It’s All over Now, baby blu</em>: <strong>“Te ne devi andare subito, prendi ciò che ti serve”.</strong></p>



<p>Il <em>No direction home</em>, il distacco, l’idea di andare avanti, la bulimia musicale, l’inquietudine e il rifiuto di tutto ciò che non fosse “io” o “me”, trasformate in regola di vita. Ovvero Bob Dylan,<strong> ovvero l’uomo tormentato che finge di essere in pace, interpretato dall’attore più di moda del momento, </strong>specializzato proprio in ruoli soavemente tormentati, preferibilmente amorosi<strong>, la star più eccentricamente (cioè più conformisticamente) ligia ai dettami comunicativi del momento, pronta ad assumere le forme e i modi più “giust</strong>i&#8221;, che sia il <em>photo call</em> con abbigliamento di (fluida) ordinanza, l’obbligatoria presa di distanza dal Woody Allen (suo regista di <em>Un giorno di pioggia a New York</em>) accusato alla fine non si è capito bene di cosa o la passione sviscerata un po’ a sorpresa per il calcio, per la Roma e per Totti che tanto può far colpo sulla stampa e su tanti giovani fan. Di là, uno che ha fatto di tutto per fuggire se stesso, per liberarsi del successo così ossessivamente &#8211; almeno agli inizi &#8211; inseguito, pronto a smentire se stesso a getto continuo, <strong>di qua un attore che potrebbe essere suo nipote diventato il simbolo luccicante della contemporaneità comunicativa</strong>; di là un poeta che proprio come Sartre si permette il lusso (o la sfacciataggine?) di snobbare il Nobel ricevuto per la letteratura (in quell’occasione spedì a Stoccolma l’emissaria di lusso Patti Smith), <strong>di qua un ragazzo chiamato a dare luccicanza a un cinema che non si sa quanto sia giusto dare per morto o no</strong>.</p>



<p>Che i due estremi dovessero toccarsi forse era prevedibile, che dovessero anche baciarsi, decisamente meno. Soprattutto dalla parte dello scorbutico Dylan che a sorpresa (tanto per cambiare!) aveva dato via social la benedizione al film, già suffragata per la verità dalla presenza del suo manager, Jeff Rosen, tra i produttori del film: “Timmy è un attore brillante, così sono sicuro che sarà completamente credibile nella mia parte. O nella parte di un me più giovane. O di qualche altra versione di me&#8221;. Ecco, “<strong>qualche altra versione di me</strong>”. Perché questo è il punto, per quest’uomo che in vita sua ha indossato maschere su maschere, sfuggente, contraddittorio e “impossibile” come nessun altro, diventato leggenda contro se stesso, quasi un auto-simulacro a forma di prisma.</p>



<p>Non per nulla Todd Haynes anni fa aveva intitolato -dylanianamente &#8211; il suo film <em>Io non sono qui</em>, scomponendo il protagonista in varie parti-sfaccettature-momenti di vita (interpretati da attori come Richard Gere, Heath Ledger, Christian Bale e da attrici come Cate Blanchett), e non per nulla lo stesso Scorsese nel più recente <em>Rolling Thunder</em>, si era inventato &#8211; anche lui dylanianamente, in fuga dal convenzionale &#8211; una serie di evidenti, volute falsità. Non per nulla i fratelli Coen in <em>A proposito di Davis</em>, dedicato a un suo collega decisamente meno fortunato, lo facevano intravedere solo nel finale, in procinto di cantare al “Gaslight”.</p>



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<p>James Mangold no. Mangold, in questo <em>A complete Unknown</em> ha in Chalamet il suo Dylan, e gli sta addosso dall’inizio alla fine, da quando ventenne sbarca a New York nel 1961 a quando, quattro anni dopo, se ne va in motocicletta via da Newport, dopo lo s-concerto rockettaro creato nel santuario più venerato della musica folk, sorvegliato da vestali puriste come Pete Seeger e Alan Lomax. <strong>Per il giovane cantautore era l’addio al ruolo di acclamato portavoce della musica “di protesta” in cui canzoni come <em>Masters of War</em> e i tanti duetti con Joan Baez lo avevano incastonato in quel periodo cruciale della storia recente degli Stati Uniti</strong>, quello in cui la rivoluzione controculturale faceva davvero paura ai potenti, quello del passaggio da Kennedy a Johnson, quello in cui il razzismo teneva per la collottola la democrazia americana, quello in cui cominciava seriamente a incrinarsi il tacito e avvilente patto tra Washington e Stati del sud: voi votate le nostre leggi, noi lasciamo correre sul famoso “uguali ma separati”. <strong>Risolto in maniera ben diversa, è lo stesso Dylan elettrico, neo divo “contro”, ormai sulle copertine delle riviste come Malcom X, Kennedy o Castro</strong>, e che nel film di Tod Haynes aveva il corpo di Cate Blanchett e che, dal palco, dalle custodie degli strumenti musicali tirava fuori mitragliatrici.</p>



<p>Intendiamoci, il disagio civile era davvero reale, così come l’anticonformismo, e anche a Thelonius Monk il ragazzo si era presentato dicendo “faccio musica folk” (“beh, quella la facciamo tutti, gli aveva risposto il jazzista”), <strong>per dire che il problema non era certo il folk, ma quello che il folk si portava dietro</strong>, che gli stava intorno, anzi addosso. Il suo nume, più ancora di Hank Williams e Buddy Holly restava Woody Guthrie (quello che qualche strale lo aveva spedito anche a Fred Trump, il padre di Donald), che Mangold ci presenta in ospedale, insieme a Pete Seeger, come già fece Artur Penn in <em>Alice’s Restaurant</em>. Solo che Mangold, a differenza di Penn, in quella camera d’ospedale ci porta anche Dylan trasformandola praticamente in una sala prove chiamata a dare il la (il battesimo del maestro) all’intero film.</p>



<p>Un film, questo <em>A complete Unknown</em> (un completo sconosciuto, vuol dire, originale giudicato a quanto pare più felice di qualsiasi titolo italiano), <strong>che aggiunge episodi di fantasia e ne toglie altri di realtà</strong> (per esempio il&nbsp; fatto che a portare per la prima volta le sue canzoni in classifica, a sancirne l’affermazione fu per primo il trio Peter, Paul e Mary) e che in attesa del “voltafaccia” finale si risolve tutto tra canzoni (una decina in tutto, tra cui le ormai classiche <em>The Times They Are A-Changin</em> o <em>Like a Rolling Stone</em>) e intermittenze amorose vissute da lui e più che altro sofferte dalle sue innamorate dell’epoca, Sylvie Russo (nella realtà Suze Rotolo, interpretata da quella&nbsp;Elle Fanning un po’ smorfiosa che con Chalamet aveva già fatto coppia per Woody Allen) e Joan Baez (nella realtà…Joan Baez, interpretata da Monica Barbaro). Niente di più, a parte forse un Johnny Cash che (purtroppo) stavolta non è Joachim Phoenix come in <em>Walk the Line</em> e che per lui ha solo una raccomandazione: “combattere i poteri forti”.</p>



<p>Dylan ha detto spesso di amare gli acrobati (un “trapezista” si è anche autodefinito), <strong>Mangold deve amarli molto meno</strong>. Regista affidabile e multiuso (tanti i generi da lui affrontati, dal poliziesco al western, passando per la commedia), <strong>nemmeno stavolta, in questo film targato Disney, mostra curiosità per territori “altri”.</strong> Premiato oltre misura dalle otto nomination all’Oscar, probabilmente pensava che per far centro potessero bastare alcune canzoni immortali e una star come Chalamet, capace di far aggio su un mito vivente, con l’espressione da celebrity annoiata così simile a quella esibita nello spot Chanel di Scorsese. Uno Chalamet incensato ora a dismisura anche come cantante da cronisti evidentemente troppo poco interessati a chiedersi quanti e quali miracoli possa fare la tecnologia del suono…</p>



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		<title>I cantautori hanno rovinato questo paese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Jan 2025 11:28:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Italia Profonda]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[cantautorato italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Cantautori]]></category>
		<category><![CDATA[Dalla]]></category>
		<category><![CDATA[De André]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I cantautori italiani si vestono da innovatori, ma sono i veri custodi di un’estetica immobile e piccolo borghese.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quando penso alla mediocrità della musica italiana, penso soprattutto ai cantautori. Che sia ben chiaro, alcuni sono molto superiori ai loro epigoni stranieri, che hanno spesso imitato superandoli<strong>: Tenco, Battiato, Battisti, Lucio Dalla, i dischi in dialetto di De André o Pino Daniele, Vasco, quello marcio e tossicomane dei vecchi tempi</strong>, tra l’ironia e il disincanto di maniera, libero dallo sciame di hipster dirittoumanisti che adesso lo adora, e lo ha fatto diventare la parodia di se stesso, circondato da un pubblico di beoni tamarri.</p>



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<p>Purtroppo ora mi tocca usare un’alabarda spaziale futurista sui gli idoli d’infanzia di più generazioni, perché i cantautori rappresentano la fase anale dell’arte! <strong>Sono i campioni mondiali di un’estetica piatta e accomodante, i maestrini indiscussi di un linguaggio che non offende, non scuote, ma accarezza il cuore della borghesia piccola e crepuscolare</strong>, dei boomer che si lamentano dell’autotune su Boomerbook. Quelli che hanno annientato il paese, che rimpiangono un passato in cui tutto era meglio, ma lo hanno mandato a puttane loro, quel passato.</p>



<p>E così, mentre il pubblico applaude e si commuove, <strong>l’arte si grattugia le palle</strong>. Sia benedetto Tony Effe, e acclamato Sferaebbasta, e quanto è fica Anna Pepe, che avrebbero sicuramente entusiasmato il truculento guerrafondaio Filippo Tommaso Marinetti, che di certo scrisse cose ben peggiori di Tony: «La donna nuda è leale. La donna vestita è sempre un po’ falsa. La carne della donna è sempre buona. Lo spirito della donna tende alla cattiveria e alla perfidia» e ribadisce poi: «Il cervello è il motore aggiunto e inadatto al&nbsp;chassis&nbsp;(la struttura portante delle varie parti che costituiscono una macchina, ndr) della donna che ha per motore naturale l’utero. Il cervello sforza, sfascia e deforma la donna che lo porta». Parole di fronte alle quali Tony Effe con i suoi culi nuovi di zecca regalati a bitch giapponesi risulta solo volgarotto, e per questo perdonabile. Carmelo Bene, in una delle sue celebri invettive, lo aveva detto senza mezzi termini: «<strong>I cantautori?</strong> <strong>Sono l&#8217;abbrutimento della poesia</strong>, non hanno niente a che fare con l&#8217;arte e la musica. Sono commercianti di emozioni a buon mercato». E come dargli torto?</p>



<p>Il cantautorato italiano, osannato da generazioni di critici e pubblico, si regge su un compromesso velenoso: <strong>essere accessibile a tutti, e quindi innocuo, pur compiacendo l’immaginario di una certa sinistra.</strong> Canzoni che parlano di amori finiti e quindi non veri, perché il vero amore è sempre eterno e disperato, e questioni sociali col pelo sullo stomaco. Un lessico di plastica, infarcito di luoghi comuni e sentimentini precotti, anzi già digeriti e espulsi, che non sfiora mai le asperità del reale.</p>



<p>Ma il problema non è mai ciò che si canta, è come lo si fa<strong>. Il cantautore è il sacerdote di una liturgia stanca, dove la voce è sussurro o urlo, mai dissonanza</strong>. Dove la musica è accompagnamento, e melodia semplice, mai sfida o ricerca, giusto il primo Battiato e l’ultimo Battisti hanno fatto vera arte melodica. Il resto dei cantautori ha passato il tempo a consolare il pubblico senza metterlo di fronte a se stesso. <strong>Sono cantori di un conformismo che si traveste da ribellione</strong>, rivoluzionari da salotto che sfidano il sistema con accordi di chitarra, strumento mediocrino, su poesiole da bar insomma, che solo un tardo recupero nostalgico, demenziale e cringe può riabilitare!</p>



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<p>E peggio ancora della musica leggera è quella impegnata, <strong>perché rende leggero anche l’impegno, perché ci fa sentire rivoluzionari a basso costo, a basso rischio, a bassa intensità.</strong> E così quelli che hanno ascoltato due dischi di De André o di De Gregori vengono a farci la paternale, diventano i primi dei moralisti, i primi dei cagacazzi giudiconi al rovescio, che <strong>si sono sforzati di definire sociali quei problemi che dipendono dalla natura stessa dell’uomo per fingere che possiamo risolverli,</strong> facendo da stampella a una politica in carenza di idee, che deve convincere il popolo del fatto che tutti i problemi sono “sociali”, e quindi rinnovare la propria utilità laddove non ne ha alcuna.</p>



<p>«Bisogna distruggere la sintassi», dichiarava Filippo Tommaso Marinetti nel suo <em>Manifesto del Futurismo</em>. Eppure, i cantautori italiani sembrano aver scelto di fare l’opposto: <strong>ricostruire la sintassi della banalità, rafforzare il già detto, rendere eterno ciò che avrebbe dovuto essere distrutto</strong>. Dove i futuristi invocavano la velocità, il dinamismo e la rottura delle convenzioni, i cantautori celebrano la lentezza di una nostalgia campagnola e bucolica, l’eterna attesa di un amore campestre, di una ribellione mai vissuta veramente, arroccati come sono nelle loro città metropolitane. La loro arte è una celebrazione del fermo immagine, una pittura iperrealista – quindi falsa – che si spaccia per pittura d’avanguardia.</p>



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<p>Il cantautorato italiano, partecipando al “progressismo”, è una <strong>nuova forma di conservazione,</strong> perché ogni progresso è in realtà la conservazione dei privilegi delle classi egemoni in ascesa. Ogni accordo di chitarra, ogni strofa sussurrata, <strong>è un omaggio a quel trasformismo culturale che si maschera da rivoluzione</strong>, ma che in realtà perpetua lo status quo senza peraltro celebrarlo adeguatamente – penso al penosissimo Guccini un surrogato da osteria della poesia borghese<strong>. I cantautori italiani si vestono da innovatori, ma sono i veri custodi di un’estetica immobile e piccolo borghese</strong>, neanche campagnola, che avrebbe formato pochi anni dopo almeno un paio di generazioni di startupper, muretti a secco, ed estati in Salento.&nbsp;</p>



<p>Non basta amare per parlare d’amore, e non basta parlare d’amore per essere poeti, così come non basta tenere una chitarra in mano per essere musicisti<strong>. L’arte è rottura, non consolazione. L’arte è ferita. L’arte è ciò che ti costringe a guardare dove non vuoi, con occhi nuovi</strong>. Come scrisse Louis-Ferdinand Céline con il suo cinismo tagliente: «L’amore, è l’infinito messo alla portata dei barboncini». Ed ecco che le canzoni dei cantautori si rivelano per ciò che sono: un’idea di infinito ridotta a un giocattolo, un sentimento sublime addomesticato per un pubblico che vuole emozioni facili e inoffensive, quando l’amore è tossicità, conflitto, mai quiete.</p>



<p>Carmelo Bene, nel suo disprezzo per questi “commercianti di emozioni a buon mercato”, sosteneva il teatro come puro suono elettronico, e guardava alla musica sempre distorta ed in ricerca, quella che distruggeva il linguaggio, annienta l’io, rifiuta la comunicazione come consolazione. Esattamente il contrario di ciò che i cantautori rappresentano<strong>: il linguaggio come coccola, la comunicazione come merce</strong>. «Noi vogliamo cantare l’amore del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità», proclamavano i futuristi. I cantautori, al contrario, cantano la sicurezza del compromesso, l’abitudine alla nostalgia e alla prevedibilità, tutti possono essere nostalgici, non tutti possono immaginare il futuro. E così, come De Gregori con Enel, sono finiti a fare pubblicità progresso finto-patriottiche e pataccose nella tv storia patria e maestrina che criticavano. Non perché non abbiano nulla da dire, ma perché le loro parole sarebbero inascoltabili per orecchie abituate a scambiare l’ovvio per il sublime, ok ora mi rilasso tanto si tratta di musica leggera…</p>



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		<title>“Prospettiva Nevskij” o del cialtronismo di Franco Battiato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Oct 2024 15:14:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Stroncature]]></category>
		<category><![CDATA[Trash]]></category>
		<category><![CDATA[Battiato]]></category>
		<category><![CDATA[Labranca]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[Prospettiva Nevskij]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[San Pietroburgo]]></category>
		<category><![CDATA[sufi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Durante la stesura di questo pezzo, Franco Battiato si è lasciato sottomettere al magnetismo di certe idee-forti che raccontano della Russia favolosa d’inizio secolo. </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/prospettiva-nevskij-o-del-cialtronismo-di-franco-battiato/">“Prospettiva Nevskij” o del cialtronismo di Franco Battiato</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><br>Muoversi per il mondo provoca il cialtronismo? Anche il non viaggiare lo causa. <strong>Danni cialtroni possono essere compiuti anche stando a casa, viaggiando con la mente lungo i percorsi obbligati costruiti su iperconvinzioni culturali</strong>. Una volta lo ha fatto anche Franco Battiato.</p>



<p>Franco Battiato non è un potente-calamita. Spesso, <strong>anzi quasi sempre, è stato un anti-cialtrone</strong> che ha composto brani-collage lunghi e affascinanti come “Goûtez et comparez”, costruiti accostando elementi diversi. C&#8217;era la sigla della radio rumena e la lettura delle quotazioni dei pomodori, c&#8217;erano le note dell’organo della cattedrale di Monreale e i sussurri di imprecisati fornicatori. Nell’orecchio destro di Battiato entravano le idee-cuneo di ascolti che, nuotando nel <em>liquor cerebralis</em> secreto da una vite delle iper-convinzioni ben temperata, uscivano dall’orecchio sinistro sotto forma di suoni-concetto. Questi suoni-concetto erano presi e riportati così com’erano, uno dopo l’altro, <strong>e il risultato, che puntava al richiamo di atmosfere e di luoghi, era davvero favoloso</strong>, come sempre quando si lavora sugli elementi senza spiegarne i meccanismi di acquisizione.</p>



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<p>Come non lo è mai quando, per esubero d&#8217;intellettualismo, l’elemento che crea l’atmosfera non è riportato direttamente ma viene smontato, scardinato, addirittura commentato. <strong>Allora l&#8217;atmosfera muore, il lavoro diventa inutile, il prodotto diventa cialtronico</strong>. Inoltre la situazione peggiora quando un ambiente viene descritto con limitata cognizione di causa. La citazione di un elemento estraneo al mondo di un autore, la sua non-specializzazione, fanno in modo che, quando lo si vuole descrivere, <strong>si scelgano i concetti-base più deleteri</strong>. Franco Battiato è al tempo stesso cialtrone e non-cialtrone e forse è in questo la sua grandezza.</p>



<p><strong><em>Battiato non-cialtrone</em></strong>:</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-2efd5a63277d7dae11a35007dc13471f">&#8211; Quello che ci parla di <strong>deserto</strong>, di <strong>sufi</strong> e che si reca tra i <strong>beduini</strong> “per fermare la latinizzazione della lingua araba”.</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-1e3c4f409b3ba5d0d1ebedfbeb647e6d">&#8211; Quello che ha scritto il più bel verso mai composto sul modo in cui la cacofonia della guerra voluta da pochi irrompa indesiderata nella pace quotidiana di tanti: “<strong>Strano come i rombo degli aerei da caccia un tempo / stonasse con il ritmo delle piante al sole sui balconi</strong>”.</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-9ad16444d968b74bf38cedda8a568035">&#8211; Quello che si fa scrivere i testi da <strong>Manlio Sgalambro</strong>.</p>



<p><strong><em>Battiato cialtrone</em></strong>:</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-3740c2984c4e01e8d14511996929ce9e">&#8211; Quello che compone opere seguendo troppo da vicino il modello di <strong>Philip Glass</strong>.</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-1c76e11002f1e55e00324f31d916e216">&#8211; Quello che ha scritto “<strong>Alexanderplatz</strong>” (<em>auf Wiederseeeehn</em>…) con il suo carico di soffitte berlinesi, freddi berlinesi, teatri berlinesi, prostitute berlinesi che si chiamano invariabilmente Marlene (ma sui marciapiedi locali è garantita la presenza di molte Ulla) e che costituisce una sorta di <strong>Salone Internazionale dell’Intellettuale Malaticcio e Perseguitato a Berlino Est</strong>. (<em>Quando C’Era Berlino Est</em>).</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-9796e33108cbcc10f7792dc547995b6c">&#8211; Quello che ha composto “<strong>Prospettiva Nevskij</strong>”. Ma qui è di rigore un approfondimento.</p>



<p><br>Durante la stesura di questo pezzo, Franco Battiato si è lasciato sottomettere al magnetismo di <strong>certe idee-forti che raccontano della Russia favolosa d’inizio secolo</strong>. Allora, sotto l’effetto di una vite delle iperconvinzioni starata per l’entusiasmo, Battiato è diventato come quei registi americani che facevano vestire tutti i tassisti parigini dei loro film con basco e maglietta a strisce orizzontali e tutti i gondolieri veneziani con paglietta e maglietta a strisce orizzontali.</p>



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<p><br>Il titolo già dovrebbe metterci in allarme: “Prospettiva Nevskij”. La prima parte del nome, “prospettiva”, è solo la traduzione facilona, però diffusa, del vocabolo russo che significa “corso”. Quasi una traslitterazione, ma che Battiato trova necessaria. Se avesse intitolato “Corso Nevskij” un brano che vuole russeggiare, avrebbe ottenuto un risultato un po&#8217; riduttivo, addomesticante, provincializzante. <strong>Avrebbe riprodotto il gusto dello struscio domenicale e non quello di un viaggio esotico tra storia e cultura</strong>. Superato il titolo, tuffiamoci nel primo verso che recita “Un vento a 30° sotto zero”. La Prospettiva Nevskij è a San Pietroburgo. Dicono gli atlanti che questa nobile città, benché si trovi più a nord di Mosca, presenta un clima meno rigido di quello della capitale e <strong>anche il freddo più canino di gennaio conosce medie di soli -7° C</strong>.</p>



<p><br>Naturalmente, la drammaticità della composizione non avrebbe permesso una strofa così composta: “Un vento a sette gradi sotto zero…”. Provate a cantarla. Sentirete che non c’è pathos <strong>e basta una sciarpetta per distruggere sul nascere lo stereotipo del freddo siberiano cui Battiato intende</strong> <strong>riferirsi,</strong> impegnandosi anch’egli a tracciare, con la massima precisione e un pezzetto di lingua che spunta dall’angolo della bocca, il disegno di un cosacco riportato sul suo album “Roselline”. Un cosacco facilitato nei contorni, di quelli da avanspettacolo che ballavano le danze tipiche non accovacciati ma “seduti su uno sgabello” (citazione da “Paperino e la casacca cosacca”). Lo stesso copiato dagli autori dei versi cantati da Adriano Celentano parecchi lustri or sono: “Mi sembri la figlia / di un capo cosacco / con quegli stivali / e quel nero colbacco”.</p>



<p>Definiamola una licenza poetica: poiché un vento a soli sette gradi sotto zero non avrebbe reso possibile la scrittura di un verso successivo, quello in cui il vento “a tratti, come raffiche di mitra, disintegrava i cumuli di neve”. <strong>A trenta gradi sotto zero i cumuli di neve sono ormai piccoli ghiacciai compatti che nessun vento può disintegrare</strong>; ma non è solo questo che colpisce. È che il cosacco di “Roselline” ha in testa un colbacco di pelo e allora in Russia deve necessariamente fare freddo.</p>



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<p>Dicono ancora gli atlanti che d’estate Mosca tocca medie di 17° C, San Pietroburgo di 16° C. Sul Mar Nero, dove andavano in vacanza i membri dell’Apparat, a luglio si toccano addirittura i 25° C. <strong>Nessun cialtrone riesce però a cantare la Russia come fosse Portofino</strong>. Purtroppo il cialtrone non ama le contaminazioni intelligenti fatte con spirito (torniamo a Elio e le Storie Tese), <strong>così non comporrà mai un motivetto balneare d’ispirazione russa (I’ve found my love in Sevastopol’</strong>) e pretende invece l’ordine e la disciplina delle tabelle: trovate il motivo romantico nella casella all’incrocio tra la colonna Estate e la riga località marina.</p>



<p>Ancora una volta l’ordine come risultato del teratomorfismo mentale. Lo stesso procedimento tabellare è seguito da Franco Battiato, il quale non vuole rinunciare a un po&#8217; di imprecisione geografica. Dove siamo? <strong>Improvvisamente “le piazze vuote e i campanili” che credevamo parti urbanistiche di San Pietroburgo diventano in una strofa successiva scenari siberiani non meglio precisati e vediamo “intorno i fuochi delle Guardie Rosse accesi per scacciare i lupi e vecchie coi rosari”</strong>. Tipico della scrittura cialtronica è questo iperspaziare in tutti i sacrari della banalità geo-folcloristica. Le Guardie Rosse dunque non possono mancare e nemmeno i lupi, che vivono un po&#8217; dappertutto in Europa centrale, in America, in Asia, ma che diventano quasi un&#8217;esclusiva di questo delizioso quadretto da Beriozka perché così vuole la saggezza dei popoli: quando ci sono trenta gradi sotto zero non si può certo dire che faccia bel tempo e quando il tempo è brutto si dice che c’è fuori un tempo da lupi ed ecco che a trenta gradi sotto zero appaiono i lupi.</p>



<p>Su tutta questa meraviglia vegliano le vecchie con i rosari. <strong>Sono sempre le solite vecchie, avranno almeno 235 anni</strong>. Sono sopravvissute alle temperature polari, ai lupi, alla Rivoluzione d’ottobre e sono ancora lì coi rosari in mano, gli sciali sulla testa, i rubli in tasca, le icone alle pareti, i ritratti dello zar, i samovar <strong>e tutta quell&#8217;altra paccottiglia eurorientale che alcuni polacchi vendono un po&#8217; ovunque in provincia di Milano</strong>, in mercatini improvvisati.</p>



<p><br>Intanto, cacciati i lupi e sistemate le vecchie, cosa resta da fare a Battiato? Poco. <strong>Se ne sta con altri “seduti sui gradini di una chiesa” ad aspettare che escano le donne. Tutto il mondo è paese: credevamo di essere in Russia e invece siamo nella piazza principale di Ramacca </strong>(CT, 9324 ab., 270 m slm). Evidentemente la canzone è stata scritta da Franco Battiato in uno di quei pomeriggi di calura e mollezze sicule che non sto a descrivere perché, non avendoli vissuti, rischierei di fare le sue stesse figuracce, ma per i quali rimando ad alcune scene di film-commedia ambientati nell’isola. Però una cosa è il clima siculo, altra cosa la rigidità sovietica descritta dallo stesso Battiato all’inizio della canzone. Sui gradini della chiesa, a trenta gradi sotto zero, ci saranno dei ghiaccioli… &nbsp;Questo è però solo un attimo di smarrimento geografico, subito ci si riprende al verso successivo, quando “guardavamo con le facce assenti la grazia innaturale di Nijinski”.</p>



<p><br>Riassumo la scena epocale: vento a trenta gradi sotto zero che disintegra i cumuli di neve. Nonostante ciò, le Guardie Rosse cercano di accendere i fuochi. Chi fuma sa quanto sia difficile tenere acceso anche un Bic in una giornata di brezza <strong>ma le Guardie Rosse accovacciate continuano a sfregare i legnetti e intanto tengono lontani i lupi, scalciando</strong>, che a vederli pare stiano ballando proprio come fanno i cosacchi. Intorno ci sono le vecchie con i rosari, mentre un&#8217;orda di donne esce dalla chiesa spettegolando in russo medievale stretto. In mezzo a questa situazione da incubo, sotto gli occhi di alcuni impassibili picciotti della steppa ormai congelati, c’è Nijinskij, naturalmente in calzamaglia, <strong>che non bada al gelo, ai lupi, alle vecchie e balla con grazia innaturale.</strong></p>



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<p><br>“E poi di lui s’innamorò perdutamente il suo impresario e dei balletti russi”. Al di là dell’incomprensibilità sintattica di questa frase, è scioccante il modo in cui, con una trasposizione spazio-temporale che ha del miracoloso, Battiato interrompe la descrizione meteorologico-religiosa per farci una lezioncina <strong>culturale che se da una parte affonda nel più becero nozionismo liceale, dall’altra sprofonda nel pettegolezzo più indegno</strong>, poiché le donne uscendo dalla chiesa stanno proprio servando sulla tresca tra il losco Diaghilev e il povero Nijinskij, sottile, pallido e un po’ perso.</p>



<p>Proseguiamo in questa estenuante analisi. “L’inverno con la mia generazione, le donne curve sui telai vicino alle finestre”. Al di là dell’anacoluto, nasce prepotente a questo punto l&#8217;interesse per l&#8217;uso della prima persona cialtronica plurale su cui si basa l&#8217;intera canzone (aspettavamo, guardavamo, studiavamo, di nuovo aspettavamo). <strong>I pronomi personali cialtronici identificano persone fittizie, in questo caso una mia generazione non meglio precisata, una collettività indefinita, forse un gruppo di artisti o magari solo una compagnia di ex alpini</strong>, che comunque è necessaria a segnare i confini in cui muoversi. Questa prima persona cialtronica plurale fa il paio con la terza persona cialtronica plurale, anch&#8217;essa non delineata apertamente, che tornava quotidianamente nei titoli di prima pagina de “Il Giornale” ai tempi dell’indimenticata direzione di Vittorio Feltri: “Vogliono portarci via la tredicesima”, “Non sanno fare nemmeno le lotterie”, “Stanno per rubarci anche le mutande”. Nel caso di Feltri la persona vaga era chiaramente un nemico, nel caso di Battiato la persona vaga diventa uno scudo, un rifugio, uno stile di vita.</p>



<p>Segue ora il verso clou di tutto il brano, quello per il quale non vale nemmeno più la pena proseguire: “Un giorno sulla Prospettiva Nevskij, per caso vi incontrai Igor Stravinskij”. Battiato non incontra Sergheij Passievic o Svetlana Staronovna e nemmeno Vladimir Nicolaievic, insomma una persona qualunque. <strong>No, incontra Igor Stravinskij perché così si conclude la raccolta di figurine “Grandi Personaggi della Russia di inizio Secolo”.</strong></p>



<p><br>A questo punto tutto crolla miseramente; la Russia, i balletti e le chiese cadono al suolo e quello che ci girava nelle orecchie fin dall’inizio della canzone ora esplode in tutta la sua pienezza e al centro delle rovine resta in piedi solo una tavolata di maggiaioli già ubriachi. “Prospettiva Nevskij” non è un pezzo di musica colta con un testo di ispirazione culturale. <strong>Questo è solo uno stornello popolaresco nascosto sotto uno strato di guano culturale.</strong> L’assonanza Nevskij/Stravinskij più che di vodka sa di chianti in quanto è strettissima parente di altre assonanze tipo “Fior di verbena / il mal dentro al core non si sana / più aspetto e più cresce la mia penaaa…”.</p>



<p>Ci si provi a cantare il testo di “Prospettiva Nevskij” su accompagnamento delle stornellate e ci si accorgerà di come le parole si incastrino perfettamente in quel ritmo.</p>



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<p>(da “Chaltron Hescon. Fenomenologia del cialtronismo contemporaneo”, Einaudi, 1998).</p>
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