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	<title>patriarcato Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>L&#8217;ombra della madre: odio e amore intergenerazionale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Nov 2024 10:58:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Psicologia]]></category>
		<category><![CDATA[Diana Sartori]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Irène Némirovsky]]></category>
		<category><![CDATA[Jacqueline Rose]]></category>
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		<category><![CDATA[patriarcato]]></category>
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		<category><![CDATA[Wanda Tommasi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La visione idealizzata e semplificata della maternità ne ignora la complessità e le difficoltà reali, ne ignora l'ombra.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Esiste una branca del femminismo che si occupa in maniera specifica della differenza. Questo significa che se il femminismo adesso molto popolare &#8211; quello più accessibile a cui tutti siamo educati a prestare attenzione &#8211;<strong> si concentra soprattutto sulla parità e sull&#8217;appiattimento delle esistenti diversità sessuali, il femminismo della differenza si propone di evidenziarle ulteriormente per favorire un ambiente in cui le cose non devono essere necessariamente uguali</strong>, e dunque in un modo o nell&#8217;altro adeguarsi a criteri altri, per meritare di esistere serenamente.</p>



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<p>Nel pensiero della differenza sessuale, tra le tante cose, si presta particolare attenzione alla figura materna, identificata non solo come colei che dona la vita alla propria creatura, ma anche come punto d&#8217;inizio di un ordine simbolico molto più ampio, fondato sulla discendenza e sull&#8217;eredità della madre. In <em>Le parole per scriverlo</em> (Mimesis, 2020), la storica della filosofia Wanda Tommasi spiega che <strong>l&#8217;ordine simbolico della madre si oppone, per forza di cose, a quello patriarcale</strong>: in questo senso, la madre viene individuata come prima figura di autorità, dando modo al femminile di circolare più liberamente <strong>e ponendo fine alla svalutazione della donna e alla sua &#8221;deportazione&#8221; in un ordine simbolico tutto maschile</strong>, in cui l&#8217;idealizzazione della figura materna la erge a icona immacolata monumentale.</p>



<p>A favore dello smantellamento di questo stereotipo c&#8217;è il testo della professoressa britannica Jacqueline Rose intitolato <em>Mothers: An Essay on Love and Cruelty</em> (Faber&amp;Faber, 2018), <strong>che mette in discussione l&#8217;identificazione della figura materna nel capro espiatorio della società occidentale</strong>. Secondo Rose infatti la maternità è il posto in cui tendiamo a riporre e seppellire i nostri conflitti interiori e ciò che realmente significa essere umani. <strong>L&#8217;atteggiamento che assumiamo nei confronti delle madri è tanto nocivo quanto ingiusto: a loro si attribuisce un potere importante, troppo grande, da cui dipende la responsabilità di preservare l&#8217;innocenza, la positività e la percezione di sicurezza delle cose del mondo. </strong>Ma perché questo compito dovrebbe spettare proprio a loro? Quando la realtà delude le nostre aspettative &#8211; perché davanti a madri, che sono poi donne, nonché esseri umani fallibili come tutti gli altri non può accadere diversamente &#8211; rimaniamo di stucco, amareggiati e disgustati, in caduta libera dai castelli in aria di un falso senso di rassicurazione che può trasmettere solo una figura costruita.</p>



<p>Jacqueline Rose è stoica e realistica nell&#8217;affermare che, se riuscissimo a renderci conto di cosa concretamente facciamo quando ci aspettiamo che siano le madri a sostenere il peso di ogni cosa, <strong>potremmo ricalibrare la mole sproporzionata di responsabilità che viene loro attribuita</strong>, curando e conseguentemente prevenendo la loro lacerazione, e soprattutto quella del mondo. Anche Diana Sartori in <em>La magica forza del negativo </em>(Liguori, 2005), si esprime a riguardo, denunciando la responsabilità &#8221;salvifica&#8221; attribuita alla politica delle donne, dunque la perpetrazione di una &#8221;liturgia materna&#8221; che dovrebbe temperare e addolcire il mondo e le relazioni, <strong>cancellando così il negativo, i desideri, le passioni, le miserie, i fallimenti e tutto ciò che è lontano dalla maternità come simbolo</strong>, cioè una gioia infantile, tutta pura e innocente.</p>



<p>Se da una parte, in quello che lo psicanalista Massimo Recalcati definisce il tempo dell&#8217;evaporizzazione del padre e dello smembramento della famiglia tradizionale, l&#8217;evoluzione della figura paterna e la conseguente progressiva scomparsa del padre-padrone hanno creato per il padre un ambiente favorevole al suo mutamento, <strong>per la madre non è stato proprio così</strong>, almeno in termini di percezione collettiva. L&#8217;ideologia patriarcale &#8211; forse al tramonto &#8211; ha provato a ridurre l&#8217;essere donna all&#8217;essere madre. In questo senso, <strong>solo la donna che diventava madre poteva garantire una femminilità benefica, positiva e innocente</strong>.</p>



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<p>Al contrario, <strong>una donna non madre incarnava tutti gli aspetti presumibilmente maligni della femminilità, quali cattiveria, lussuria e peccaminosità</strong>, portando con sé lo &#8221;stigma di un&#8217;anarchia pericolosa e antisociale&#8221;. Nonostante gli sviluppi dei tempi ipermoderni, in cui la donna che decide di avere figli non è più relegata allo status del ruolo materno tradizionale, addosso alla donna sono rimasti i fantasmi delle aspettative di un passato limitante, che la vorrebbero libera ma comunque condizionata nel ruolo assolutamente salvifico e benefico della maternità.</p>



<p>Sartori sostiene che la madre vada &#8221;esorcizzata&#8221; dal bene, e che &#8221;la bontà del riferimento alla madre non dipende per l&#8217;essenziale dalla bontà materna&#8221;. Questo significa che anche se il riferimento alla madre è fonte di positività, <strong>aspettarsi che dalla maternità possa venir fuori solo luce non è realistico, è anzi crudele nei confronti della donna che assume il ruolo</strong>. Così va messo in atto uno sradicamento, che separa il riferimento alla madre dalla bontà materna data per scontata, e che consente di tenere in considerazione &#8211; senza giudizi &#8211; anche il <em>negativo</em> che pullula in quel mezzo, e ciò che di una madre si tende ad ignorare o disprezzare, nonché la sua ombra.</p>



<p>Il tema dell&#8217;ombra materna è molto ricorrente. Recalcati in <em>Le mani della madre</em> (Feltrinelli, 2015) ricorda <strong>l&#8217;episodio biblico di Salomone</strong>. Egli fu chiamato in causa perché due donne avevano partorito nello stesso frangente di tempo, e uno dei due neonati era morto soffocato durante la notte. Così, entrambe accecate da questa terribile tragedia, dichiaravano che il figlio ancora in vita fosse il &#8221;proprio&#8221;. Nell&#8217;episodio emergono luce e ombra materna: da una parte la madre ossessionata dal proprio figlio come oggetto di proprietà, incapace di cedere nulla, <strong>e dall&#8217;altra la &#8221;madre del dono&#8221;</strong>, quella che comprende l&#8217;importanza della propria assenza ed è disposta a creare distanza tra sé e la propria creatura per il suo bene. Per stabilire l&#8217;identità della vera madre, Salomone propone di dividere in due con una spada il figlio ancora in vita, così da stabilire una sentenza equa per entrambe. Di fronte alla possibilità di morte del neonato vivo, la madre reale, la portatrice di luce, <strong>si dimostra disposta a rinunciare al figlio pur di salvare la sua vita.</strong> Al contrario, la seconda donna, colei che rappresenta l&#8217;ombra della madre, rimane ferma sul suo punto, condizionata dal suo bisogno di possedere, e sarebbe disposta a sacrificare la vita del neonato pur di averne tra le mani anche solo una parte. Secondo Recalcati, ogni donna può spostarsi sullo spettro della maternità e raggiungere un picco di luce e un picco di ombra, come nel caso della storia delle madri e di Salomone.</p>



<p>Un altro esempio di oscuro materno &#8221;inassimilabile e intrattabile&#8221;, anche se in maniera abbastanza imparziale, lo si trova nella scrittura di<strong> Irène Némirovsky</strong>, ripresa e analizzata da Wanda Tommasi. La madre di Irène, con cui l&#8217;autrice aveva un rapporto più che conflittuale, è rappresentata dalla figlia in chiave negativa: arida d&#8217;affetto, ossessionata dal denaro e dagli amanti, preoccupata solo del proprio aspetto, <strong>una vera madre mostruosa</strong>. Quando scrive <em>Il ballo </em>(Adelphi, 2005), con uno stile sempre virile e pungente, Némirovsky mette in scena il corpo a corpo tormentato tra lei e l&#8217;oscuro materno: Rosine Kampf, madre di una famiglia ebrea che mira a farsi accettare dalla società parigina, decide di dare un ballo a cui invita tutte le conoscenze più note della città. La figlia quattordicenne, Antoinette, vorrebbe partecipare ma non le è concesso perché troppo piccola. A lei, accecata da un odio viscerale per la madre, viene affidato il compito di spedire gli inviti, cosa che non farà, distruggendoli. Così nessuno arriva, e la figlia gode per aver messo in atto la vendetta nei confronti della madre. Se da una parte la madre ha &#8221;voglia di vivere, di esibire la sua bellezza, di entrare nella buona società&#8221; e non ha intenzione di &#8221;avere tra i piedi una figlia da marito&#8221;, dall&#8217;altra la figlia si lascia consumare dall&#8217;invidia e dall&#8217;odio per la madre, mettendo in atto un siparietto patetico, comprensibile ma non giustificabile, che riflette le cattive abitudini materne.</p>



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<p><br><br>Quando parliamo di madre mostruosa è impossibile non citare il delirio della <strong>Medea di Euripide</strong>, di cui sia Recalcati che Rose parlano dettagliatamente. La tragedia narra la vicenda di una donna che non riesce a sopportare il dolore del tradimento del proprio uomo, tanto da decidere di uccidere i figli, la propria discendenza. Il delirio di Medea è scatenato dalla ferita per l&#8217;abbandono, e ci ricorda che &#8221;quando [una donna] viene offesa nel suo letto, non c&#8217;è altra mente che sia più sanguinaria&#8221;. Medea incarna la donna sradicata dalla sua terra, straniera, una &#8221;caratteristica oscura che investe la maternità in quanto tale&#8221;, <strong>poiché l&#8217;atto lucente di dare la vita può digredire nel suo opposto di ombra, quindi nella distruzione e, nei casi più estremi, nell&#8217;omicidio</strong>. Patologizzare Medea sarebbe semplice, afferma Jacqueline Rose. Tuttavia, secondo la professoressa britannica, la follia della barbara straniera non è che la conseguenza di un modo di pensare perduto nel nostro tempo in cui dalla maternità non ci si aspetta purezza e cecità davanti alla violenza del mondo.</p>



<p>Da ricordare anche gli esempi cinematografici di oscuro materno: <em>The Piano Teacher</em> (2001), <em>Ma mère</em> (2004), <em>Black Swan </em>(2009), <em>Moonlight </em>(2016), <em>Ladybird</em> (2017), <em>Everything Everywhere All at Once</em> (2022), sono solo alcuni dei capolavori che contengono rappresentazioni dell&#8217;ombra della madre, <strong>di donne complesse e acutamente stratificate, che pur essendo pericolose mine vaganti, restano esseri umani, a volte apparentemente difficili da umanizzare</strong>. Ma umanizzare non significa giustificare. E riconoscere l&#8217;oscurità dei loro caratteri non significa sempre sentenziare, trovare per loro la condanna più adatta, anzi: il più delle volte decostruire il ruolo materno spiana la strada verso un arco di redenzione che può rivelarsi assolutamente necessario per raggiungere un qualche grado di liberazione anche personale.</p>



<p>Diana Sartori scrisse che inchiodare una madre al suo bene o al suo male è una dannazione. Li<strong>berando la madre dalle catene delle aspettative salvifiche del suo ruolo si altera il ritmo e l&#8217;autenticità della discendenza</strong>. Accogliere questa alterazione significa avere a che fare con il corpo a corpo, con l&#8217;eterno tormento dell&#8217;ombra materna. <strong>Significa riconoscere nella madre lo status di essere umano anziché di icona mariana infallibile</strong>. Sulla scia dell&#8217;elaborazione di Sartori, è bene chiudere con un interrogativo, al quale la professoressa si risponde riprendendo le parole dello psicanalista Donald Winnicott: &#8221;Ma senza una madre buona non saremmo perduti? Chissà, forse basta una madre solo sufficientemente buona&#8221;.</p>



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		<title>Donne che amano gli uomini che odiano le donne</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Jun 2024 16:46:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Megan Boni]]></category>
		<category><![CDATA[patriarcato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Analisi del testo di Looking for a man in finance, rèclame sentimentale in apparente contraddizione, che fa vibrare le orecchie e i cuori della nuova generazione femminile; grido disperato che foraggia il sogno reazionario dell’uomo cacciatore (o squalo della finanza è la stessa cosa) proprio mentre se ne dovrebbe iniziare a celebrare la scomparsa.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><em>Looking for a man in finance</em>.</strong> È iniziato come uno scherzo quello di Megan Boni, meglio conosciuta come @girl_on_couch, ventisettenne newyorkese. Il 30 aprile pubblica su Tiktok un testo a cappella, che recita così: «<strong>I’m looking for a man in finance. Trust fund. 6 ft 5″. Blue eyes. Finance</strong>» (Cerco un uomo che lavori nella finanza. Fondo fiduciario. 1,90 cm. Occhi azzurri. Finanza). Poteva finire lì, e invece no, l’appello della “creator” a realizzare una base per il suo testo viene accolto positivamente: nel giro di pochi giorni alcuni utenti remixano la strofa, che viene ricondivisa milioni di volte, complici influencer vari, fino a catturare l’attenzione di David Guetta, che ne arrangia la versione divenuta celebre, rendendola un tormentone, <strong>probabilmente la canzone che ci ammorberà quest’estate.</strong> Ma come è potuto accadere? Mezzo secolo di lotte femministe, rivendicazioni, manifestazioni, assemblee universitarie, seminari di bioetica, slogan, capelli blu, il corpo è mio lo gestisco io, criminalizzazioni del maschio eterobasico e alla fine il contenuto che fa il giro degli iphone delle ragazzine di mezzo mondo è quello <strong>che reclama un uomo alto 1 metro e 90 e che lavori in finanza?</strong> </p>



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<p>Le vie della viralità sono infinite, ma non sono mai casuali: tutto ciò che l’algoritmo premia deve intercettare uno <em>zeitgeist</em>, un’urgenza diffusa, qualcosa che abbia a che fare con l’inconscio della vita pubblica. Ce lo vorrebbe spiegare la stessa Megan Boni, ormai cantante suo malgrado (ha firmato con la Universal Music), che in un’intervista rilasciata alla BBC dichiara: «volevo solo prendere un po’ in giro le ragazze che come me si lamentano di essere single ma poi hanno una lista di bisogni impossibili». Questa è la versione ufficiale, quella che giustifica tutto e rende l’intera operazione in fin dei conti pacifica e consolatoria. È la versione cosciente dell’autrice, scritta sulla carta velina della paura di una gogna mediatica al femminile, talmente debole e sottile che risulta facilissimo vederne in controluce il contenuto latente, quello che non si può sostenere, perché rivelerebbe alle donne il principale nemico del femminismo, e cioè loro stesse, o almeno quella parte di loro che, tutto sommato,<strong> il patriarcato lo rimpiange.</strong> </p>



<p>Ormai è chiaro che la parte più visibile della società, dal secondo dopoguerra in poi, si sta spontaneamente scrollando di dosso un sistema patriarcale grottesco e obsoleto, almeno da quando le donne sono entrate a tutti gli effetti nel mondo professionale, con qualche gap che però va mitigandosi. Nessun uomo sente più l’obbligo di dirsi maschilista: <strong>gli svantaggi di una simile dichiarazione hanno superato di gran lunga i vantaggi</strong>. Dalla riprovazione sociale all’impossibilità economica di mantenere un’altra persona e insieme il proprio status, dai doveri insostenibili di una virilità che ha fatto il suo corso alla fine dell’epoca bellica, gli uomini sono l’ultimo problema di chi lotta contro il sistema patriarcale, un sistema che nel maschio trova il soggetto più a disagio, e se alcuni elementi residuali ad esso ancora si richiamano grottescamente, ne confermano l’eccezione. La parabola di questo brano, invece, fa pensare che tra le donne, sotterraneamente, inconsciamente, <strong>venga covata ancora la nostalgia per l’uomo in grado di tutelarle sul piano economico</strong>, di conferire loro sicurezza, anche fisica (cercasi 1,90cm di altezza), benessere per sé e per la propria prole nel mondo grande e terribile. Un istinto (questo sì, basico) di sopravvivenza che contraddice un secolo di lotte femministe e di progressismo proprio nel momento storico in cui queste lotte sembrano essere culturalmente, mediaticamente più battagliere e vincenti. Questa canzone è un grido disperato di una generazione di ragazze che foraggiano il sogno reazionario dell’uomo cacciatore (o squalo della finanza è la stessa cosa) proprio mentre hanno finito di ucciderlo, è anche la riprova che spesso le idee sono solo idee, giuste o sbagliate che siano, e prima di esse c’è invece la vita, con i suoi richiami ancestrali, <strong>con le sue paure ataviche</strong>, che intervengono come a voler ristabilire un ordine archetipico tra i sessi. </p>



<p>È un’ingiustizia, un’oscenità, una volgarità soprattutto, ma, questa volta, è una parte, sicuramente non la maggioranza, <strong>ma una parte delle donne a esserne l’artefice</strong>, compiendo tra l’altro indirettamente quella stessa discriminazione e quel <em>body shaming</em> di cui si dicono vittime a loro volta. Sul cadavere del maschio caduto, le donne danzano al ritmo di <em>Looking for a man in finance</em>: una specie di rito di riesumazione, di risurrezione dei corpi. Alti almeno 1 metro e 90, si spera, altrimenti niente.</p>
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		<title>Castrarne uno per assolverne cento. L’assist al patriarcato delle Eterobasiche</title>
		<link>https://ilnemico.it/castrarne-uno-per-assolverne-cento-lassist-al-patriarcato-delle-eterobasiche/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 May 2024 15:03:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Ostilità]]></category>
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		<category><![CDATA[einaudi]]></category>
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		<category><![CDATA[paolo repetti]]></category>
		<category><![CDATA[patriarcato]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo di un maschio]]></category>
		<category><![CDATA[stereotipi]]></category>
		<category><![CDATA[stile libero]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con Romanzo di un maschio, pubblicato dalla ormai moribonda Einaudi – che con la collana Stile Libero diretta da Paolo Repetti si sta avviando al tramonto – le Eterobasiche (creator in cerca di culturalwashing) criticano il maschio bianco in modo talmente spicciolo e banale, talmente stereotipato, da riuscire in un colpo solo ad assolvere tutti i maschi, e a rinforzare il loro stereotipo. Il primo libro che riesce a fare il contrario di ciò che si propone, un capolavoro al rovescio</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non ho mai scritto recensioni. <strong>Ho cominciato il libro delle signorine Eterobasiche con la speranza di poter ridere durante un mio viaggio di un’ora e venti passando per il casello di Carisio.</strong> Si intitola <em>Romanzo di un Maschio</em> (Einaudi Stile Libero) che suona quasi come un romanzo criminale. Il libro delle ragazze romane però è una notizia importante, motivo per cui questo articolo spero esca dopo la chiusura della borsa di Milano. La narrazione è costruita sulle colonne della vita dei Maschi Bianchi Cisgender Etero Basici, legati da un unico filo ariano: le vacanze estive a Mykonos. Il tutto è un pot-pourri di battute scadute («<em>Borsa di Michel Kors e stivali texani fino al ginocchio»; «È finita la pacchia»; «Spero tanto che la mia prossima fidanzata sappia cucinare, non ne posso più di donne handicappate»</em>) e scadenti («<em>Avevo detto a mia sorella, Silvia, di acchittarsi decentemente, almeno per stasera, e invece s’è dovuta vestire di nuovo da lesbica»; «&#8230;due tette giganti…»; «Lo sapevo che non dovevo fidarmi di una persona che pesa più di novanta chili»;</em>) confezionate da un piattume linguistico camuffato da linguaggio di strada (<em>«Le vedo belle imbenzinate, e se continuiamo a lavorarcele come stiamo facendo potrebbero pure regalarci un limone lesbo»; «Le ragazze vanno lì a scroccare cocktail, mercificando il proprio corpo e facendosi foto mezze nude sui motorini»; «Credo sia un ragionamento giusto e credo anche che sia davvero bello che esistano ancora persone cosi al mondo»)</em>, meta-battute <em>(nazifemminista asociale e brufolosa, buonismo di sinistra) </em>e buzzwords (<em>se la chillano; gaslighting, body positivity</em>) surgelate, pronte ad essere riscaldate all’occasione, per poi servirci questa zuppa agghiacciante di pressapochismo. </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>La scrittura risente infatti di questa tensione tra il linguaggio scarno e simil underground trasmesso dalle autrici e l’infiocchettamento da parte di un plotone di editor boomer con la passione per il post-strutturalismo, che finisce per produrre una prosa del tutto innaturale, artificiosa, ingessata. I luoghi comuni ricorrenti della narrazione maschioeterobasica sono piegati alle finalità del discorso, alla morale sottointesa del libro, quindi non hanno spontaneità, sono sistematici, quindi noiosissimi, perché non stupiscono più.</p>
</blockquote>



<p>Il romanzo è colmo di riferimenti culturali attuali, quindi già vecchi, ma anche di atteggiamenti ormai demodé: vediamo questi maschi interrogarsi sulle scie chimiche oppure alle prese con il tentativo di arricchirsi con le criptovalute. Ragazze, poi le O-Bag e le Hogan si prendevano in giro quando Igli Tare giocava ancora nella Lazio. Ne è passata di acqua sotto al Tevere, no?</p>



<p>Chi sono le Eterobasiche? Le ragazze sono simpatiche il tempo di una birra, ma non vedo la necessità di scrivere un libro in cui sono state raccolte storie da ricreazione scolastica o prodotti figli di Facebook che andavano in voga nel 2013 assieme ai post “Scopri che fiore della bassa padana sei”. Sembra la brutta copia di una sceneggiatura verdoniana, prodotto della parentesi temporale che loro stesse perculano.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="653" height="1024" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/978880626242HIG-653x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-596" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/978880626242HIG-653x1024.jpeg 653w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/978880626242HIG-191x300.jpeg 191w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/978880626242HIG-768x1203.jpeg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/978880626242HIG-980x1536.jpeg 980w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/978880626242HIG.jpeg 1000w" sizes="(max-width: 653px) 100vw, 653px" /></figure>
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<p>Una figura a loro particolarmente cara è quella della ragazza che tra maschi si mischia, quella che ha interessi che metti nella cartelletta blu. Quali precisamente poi, non saprei dire. Per esempio, si vantano con fierezza di ruttare durante le dirette nella piazza-Instagram, ma ruttare è cosa da tutti, solo che alcuni hanno la decenza di svolgere la propria attività gastro-intestinale nella solitudine domestica. Le parolacce, altro articolo fondante della Costituzione eterobasica, escono sia da rigonfiate labbra maschili che da quelle barbute femminili e poi usare esattamente il sostantivo “parolaccia” per come spesso mi è capitato di sentirle dire è un po’ come quando alla quarta elementare abbiamo letto per la prima volta la parola “sesso”. Per usare un linguaggio da E-Toro Basiche, il turpiloquio è come l’anale: è piacevole solo se fatto poco e bene. Anche la bestemmia, grazie al Signore, è assente di genere sia nel mittente, sia nel destinatario. «Noi andiamo a vedere la Lazio in Curva Nord» dichiarano sempre con una certa fierezza. </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Le ragazze in curva ci sono sempre state, ma pochi ricordano Susanna e Luisa che negli anni ’70 cantavano «Eravamo lì per la curva e il Toro, per far casino come loro». Erano altri tempi e le donne – la cui emancipazione passa sicuramente anche per lo stadio – non potevano far nascere una campagna di sensibilizzazione social solo perché qualcuna aveva ricevuto uno sguardo di qualche grado più ammiccante del solito o perché l’operaio le aveva fatto catcalling. Non potevano neanche scegliere se andare in vacanza con un orso o con un uomo, una vera barbarie.</p>
</blockquote>



<p>E poi in un’altra intervista: «Ci piacerebbe essere maschi, però non siamo mai accettate dal gruppo». «Vamo allo stadio, famo i maschi, diciamo le parolacce»… avanguardia pura. «La gente non è abituata a vedere donne che si comportano da uomini». L’umanità è mediocre, Valeria. La maggioranza delle donne non è superiore né inferiore alla maggioranza degli uomini. Esse sono uguali. Tutte e due meritano lo stesso disprezzo. Mi auguro quanto meno che i prossimi reels, partnership con brand di creme e altre adv suscitino grazie a voi delle eroine simili a quella magnifica Caterina Sforza che, mentre sosteneva l’assedio della sua città, vedendo dall’alto delle mura il nemico minacciare la vita di suo figlio per obbligarla ad arrendersi, mostrando eroicamente il proprio sesso, gridò: «Ammazzatelo pure! Mi rimane lo stampo per farne degli altri!». Io me la immagino Cleopatra che beve sette IPA e due shots di vodka prima di incontrare l’ufficio stampa di Giulio Cesare o Giovanna d’Arco che con molto savoir-faire fa una gara di rutti con François Le Criminelle. Non Erinni, o Amazzoni, non Semiramide, Giovanna Hachette, Giuditta, Carlotta Corday o Messalina, la libertà a cui aspirano le eterobasiche è quella di poter far schifo come gli uomini, che va benissimo, ma forse ci aspettavamo qualcosa in più da 150 anni di alfabetizzazione.  </p>



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<p>Incapsulate tra due sessi, le EB sembrano soltanto in crisi di identità almeno quanto il maschio che criticano, ed è forse questa crisi che muove il loro gioco di appropriazione culturale e di decostruzione spicciola. Forse invece è solo un’invidia del pene che le porta a vivisezionarlo, o viceversa una vivisezione che alla fine le ha portate ad invidiarlo. <strong>Non lo sapremo mai, sicuramente però c’è una carenza di idee sul maschio che non siano quelle che il maschio già dice di sé, e insieme l’assenza di un elemento disturbante, tant’è che questa critica da femmine a maschi bianchi viene presa con leggerezza dagli ultimi, che non la vedono mai come una minaccia, ma come una caricatura che potrebbero farsi e che si fanno da soli, quindi anche un po’ come un’assoluzione. </strong>Alle donne, invece, confermerà i loro di pregiudizi sui maschi, compiacendole, e tutto rimarrà come prima. Perché le eterobasiche riproducono il già detto del discorso maschile, quando l’unica cosa interessante di ogni discorso è il nondetto. Salvo poi fare la solita morale sulla prigione degli stereotipi che però non risolve nulla, perché rinunciare a uno stereotipo per abbracciarne un altro, quello dei nonetero nonbasici, è appunto una nonsoluzione. </p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Tant’è infatti che tutta questa pantomima ha già stufato in primis le due autrici, intrappolate nei loro personaggi, motivo per cui stanno tentando in tutti i modi di uscire dal loro format e darsi un tono autoriale – da scrittrici, domani magari da conduttrici o da capi ultras. </p>
</blockquote>



<p>Valeria e Maria Chiara sono alla ricerca di quel riconoscimento che in Italia inevitabilmente passa per la pubblicazione di un libro. Cosa per altro molto basica, essendo che solo nel 2022 sono stati pubblicati 86.174 libri con una tiratura di più di 198 milioni di copie per una popolazione di 60 milioni. Al netto dei biglietti dello stadio, della birra e dei Gratta e Vinci, quanti soldi vuoi che ci rimangano per i libri? Sono calcoli e statistiche che le nostre voyeuriste del sesso maschile dovevano sapere, essendo la statistica anch’essa una materia da maschio basic che studia economia. <strong>Fai un figurone se passi poi per Einaudi sancendo forse il definitivo declino della casa editrice stessa e al contempo confermando che a volte innovazione equivale a distruzione.</strong> Il viaggio continua in una sala del Salone del Libro di Torino e così l’iter dell’intellettuale da discount è compiuto. Maggior ragione – come loro stesse hanno dichiarato – se si immaginano un futuro più da autrici che da influencer.</p>



<p>Incontriamoci piuttosto nella Curva Nord dell’Inter, con una birra in ogni mano, dopo aver scommesso sui cavalli, ma non in una sala conferenze, non alla presentazione di un libro, non in una enoteca di vini naturali che è anche libreria, ma che vende pure magliette fatte rigorosamente con il filo della peluria di un unicorno del segno zodiacale del Sagittario cresciuto tra l’India e il Pakistan.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p> Vi prego, no. Basta gli intellettuali, basta gli scrittori, basta cercare di fare Cultura, basta. Continuate a fare solo quello che vi viene a fare meglio: il Nulla, che non è niente, ma almeno fa ridere e io, la prossima volta, che passerò per il casello di Carisio, voglio ridere, ridere!</p>
</blockquote>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/castrarne-uno-per-assolverne-cento-lassist-al-patriarcato-delle-eterobasiche/">Castrarne uno per assolverne cento. L’assist al patriarcato delle Eterobasiche</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Nuovo cinema patriarcato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Apr 2024 16:21:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[élite]]></category>
		<category><![CDATA[femminicidio]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[patriarcato]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>4 tesi sulla violenza senza codice degli uomini e sull'intromissione dello Stato nella sfera sentimentale degli individui</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/nuovo-cinema-patriarcato/">Nuovo cinema patriarcato</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h4 class="wp-block-heading"></h4>



<p><strong><em>1)</em></strong></p>



<p><strong>Il patriarcato è un sistema di riconoscimenti.&nbsp;</strong>Su basi più o meno arbitrarie, all’uomo riconosce gli attributi della forza, della violenza, della virilità. Alla donna quelli della cura, della pazienza, della femminilità. L’uomo è principio di morte, la donna è principio di vita. Distruzione e creazione. Verticalità e orizzontalità.&nbsp;<strong>Si tratta beninteso di invenzioni letterarie, di falsificazioni biologiche, di mitologie religiose</strong>&nbsp;che però, tutte insieme, formano le coordinate simboliche entro cui si muovono le società patriarcali. A rendere queste astrazioni funzionanti (performative si dice adesso) e quindi legittimo il Patriarcato, è il dispositivo, inteso in senso foucaultiano,&nbsp;<strong>della guerra</strong>, come insieme di pratiche, metodi e discorsi. Il patriarcato ha senso di esistere esclusivamente dove c’è la guerra come principio di risoluzione delle controversie. La guerra, infatti,&nbsp;<strong>regola lo spazio, assegna ruoli, dispensa oneri e benefici.&nbsp;</strong>L’uomo paga il prezzo della sua autorità politica, morale, domestica con l’eventualità della morte violenta. La donna paga il prezzo della propria incolumità con la sottomissione al maschio-marito (con tutte le eccezioni del caso, con tutte le implicazione positive e negative del caso, per gli uomini come per le donne). Ingiustizia, sopruso? A entrambe le categorie vantaggi e svantaggi, ma finché c’è stata la guerra questo sistema è stato legittimo, altrimenti, come qualsiasi altro ordinamento (insegna lo storico Ferrero) se non avesse funzionato in un determinato contesto la storia lo avrebbe liquidato. Un sistema politico è come una lingua, viene costruito, utilizzato e modificato sempre in base alle necessità dei parlanti. Così è successo al patriarcato.</p>



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<p>Venuto meno il dispositivo della guerra, a partire dal 1945, quando abbiamo attivato il dispositivo della pace (a livello individuale e internazionale) e i conflitti hanno subito un dislocamento geografico e mentale, svolgendosi in luoghi sempre più remoti, portati avanti per procura, da altri popoli con indici di virilità e ferocia ancora alti (in cui non si sente affatto parlare di rivendicazioni femministe) il patriarcato ha iniziato il suo declino. Questo sistema, ad oggi, in una società che non ha più la guerra come fondamento,&nbsp;<strong>ha perso le ragioni stesse della sua esistenza: è diventato un modello inattivo</strong>. A che scopo le donne dovrebbero pagare il costo della propria obbedienza? Perché gli uomini dovrebbero tenere fede alle incombenze e alle fatiche, ai pericoli della virilità laddove questo principio non serve più alla conservazione e riproduzione della specie? Le rivendicazioni femministe proliferano nella società post-bellica, che gradualmente e quasi naturalmente si è liberata di una sovrastruttura patriarcale ormai obsoleta, di cui rimangono gli ultimi residui, come dei lapsus.</p>



<p><strong><em>2).</em></strong></p>



<p><strong>Quella a cui assistiamo oggi è una violenza generalizzata, priva di forma</strong>, che si compie fuori da qualsiasi codificazione. È violenza bruta, primitiva, informe, disorganica, che solo in estrema malafede può essere ricondotta a un leitmotiv preciso, specie a quello dei “figli sani del patriarcato” &#8211; al momento il plot narrativo più efficace a livello mediatico (ma Turetta, appartenente alla tanto incensata Gen Z, e che a 22 anni dorme con un peluche, in che modo risponde ai canoni del patriarcato?). I casi di femminicidio sono compiuti da soggetti diversi per età, educazione, background culturale, uomini che mandano segnali contraddittori, non sistematici, che manifestano fragilità emotive, disforie, insicurezze patologiche, che agiscono spesso sotto uso di sostanze stupefacenti.&nbsp;<strong>Ogni orrore è diverso e per questo imprevedibile.</strong>&nbsp;Da qui lo stupore di vicini, amici, parenti. Il patriarcato, come ogni sistema codificato, impone dei diritti e dei doveri, dei lasciapassare e dei divieti, e per secoli ha funzionato da regolatore sociale (con tutte le sue imperfezioni) tra i sessi. Informando l’uomo della sua predominanza fisica, su cui si è spesa una lunghissima letteratura, ha esorcizzato la violenza brutale e perenne sulla donna,&nbsp;<strong>ma l’ha codificata in determinati perimetri.</strong>&nbsp;La prevaricazione è lì, inserita in una più ampia economia della tragedia generale. Qui la prevaricazione è casuale, ovunque in potenza e da nessuna parte. Non è un effetto collaterale del sistema, ma il sistema stesso funziona ormai per effetti collaterali.</p>



<p><strong><em>3).</em></strong></p>



<p><strong>Questi effetti collaterali sono strumentalizzati da un’élite femminista che si sta costituendo come nuovo ceto egemone</strong>. Appropriandosi delle tragedie mediaticamente più rilevanti, trasforma la violenza senza codici in una narrazione funzionale alla sua corporazione di interessi. Nell’introduzione al volume&nbsp;<a href="https://www.gogedizioni.it/prodotto/elite-e-masse/">Élite e masse</a>&nbsp;vi è un&#8217;interpretazione del femminismo e delle sue metamorfosi alla luce della teoria élitista:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Se guardiamo per esempio all’odierna avanzata dei movimenti femministi, patrocinati da una minoranza organizzata di intellettuali ed esponenti politiche, attiviste, volontarie e influencer, con grandi doti comunicative e munite di formule ideologiche ad altissimo coinvolgimento, assistiamo alla graduale occupazione, da parte di una nuova élite, portatrice di nuove istanze, delle principali centrali di diffusione del consenso sociale: partendo dalle nicchie delle facoltà universitarie dove si è elaborato il nucleo teorico del femminismo della cosiddetta terza ondata o intersezionale, per arrivare fino all’editoria, alla stampa, alla televisione, ai social network, alle sedi governative nazionali e internazionali dove questa produzione discorsiva ha assunto, in parte, carattere performativo. Non si contano più i contenuti creati sul web, le mobilitazioni associative, le iniziative parlamentari, i fondi stanziati per le attività di promozione, gli eventi culturali, i libri, i film, le rubriche sui quotidiani, i palinsesti televisivi, le fiere, i festival, le rassegne letterarie e cinematografiche, dedicati alla trasformazione normativa e culturale della società in vista della parità dei sessi e dell’inclusività delle persone queer, della lotta alla violenza di genere, alla mascolinità tossica, al patriarcato e al suo sistema di valori. Ora, però, noi vediamo che buona parte dell’élite occidentale, per lo più composta da uomini, bianchi, eterosessuali, che presiede i vertici delle nostre istituzioni ma anche delle grandi aziende e dei media, con i suoi apparati di forza, di omissione ed esclusione, osteggia solo relativamente l’ascesa di questo movimento, e più spesso gli risulta vantaggioso promuoverne le cause per non scontentare quella parte crescente e rumorosa di opinione pubblica che le rivendica. Se c’è un’élite conservatrice, parrochiale, identitaria, a disagio con la political correctness, cialtronesca nelle sue manifestazioni di resistenza al femminismo, che suonano fuori tempo massimo di fronte a un panorama sociale mutato, essa è solo il residuo di un vecchio establishment in declino o più spesso di un populismo parvenu che a suo tempo ha saputo conquistare le sedi del potere politico, ma non quelle dove si produce il discorso, e seppure è rappresentativa delle idee che per forza d’inerzia la maggioranza silenziosa (o comunque passiva) della società condivide, si è rivelata incapace di egemonizzare i luoghi deputati alla produzione ideologica, specie i nuovi medium, utilizzati dalle generazioni più giovani e più sensibili ai temi avviati dalla nuova élite. L’oligarchia conservatrice è però funzionale alla narrazione dell’élite femminista, che per contrappeso si tara sul bilanciere politico come forza contraria e antagonista, ostacolata dal “potere”, per godere di un prestigio rivoluzionario che la rende più attrattiva. Come suggerisce Mosca, quando «una nuova corrente di idee si diffonde, contemporaneamente avvengono forti spostamenti nella sua classe dirigente». Le élite più lungimiranti, indipendentemente dalla loro connotazione politica, e che rivestono ruoli decisionali a tutti i livelli della vita sociale, di fronte all’engagement suscitato in ampi strati della popolazione delle rivendicazioni femministe, stanno riassestando il loro baricentro politico o aziendale (nel caso delle multinazionali), rinnovando l’offerta e quindi i mediatori, commissionari o rappresentanti capaci di farsi carico di queste nuove istanze, per lo più assumendo dalla nuova élite femminista i suoi futuri membri. È in atto un processo fisiologico di circolazione delle élite, stavolta non per il tramite di guerre o rivoluzioni violente, ma attraverso un processo di cooptazione, dovuto all’«affermazione di forze nuove, che produce un continuo lavorio di endosmosi ed esosmosi fra la classe alta e alcune frazioni di quelle basse». I rischi a cui questa nuova élite va incontro, quindi, sono gli stessi in cui si è imbattuto il Lumpenproletariat in passato, nel suo spostamento verso l’alto. Sono già diversi gli ambienti femministi che si lamentano dei pericoli di un movimento che civetta con un neoliberismo fallocentrico, e che se vuole mettere in discussione i soggetti del dominio, non punta il dito contro le modalità di quello stesso dominio. Andi Zeisler parla di “marketplace feminism”, quando le aziende si appropriano del linguaggio, i valori e dell’attivismo femminista per vendere i loro prodotti senza curarsi però della reale condizione sociale femminile, altre ancora di femminismo corporativo (o di&nbsp;<em>trickle-down feminism</em>), che si limita a raccontare in termini individualistici il successo di un’esigua frazione di donne bianche privilegiate, nella speranza, disattesa, che quello stesso privilegio si riversi a beneficio della maggioranza. Le frange femministe più radicali non si accontentano di vedere qualche&nbsp;<em>golden skirts</em>&nbsp;occupare cariche di alta responsabilità professionale, e sollevano il problema di una «costruzione patriarcale della femminilità ad opera del capitalismo», che elargirebbe qualche concessione simbolica a una minoranza di donne per dare un’immagine di equità e giustizia: un banale fenomeno di tokenism attraverso cui tutto cambia perché nulla cambi davvero.</p>
</blockquote>



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<h4 class="wp-block-heading"></h4>



<p><strong><em>4).</em></strong></p>



<p><strong>Le campagne di sensibilizzazione, l’educazione affettiva o relazionale e più in generale l’intromissione delle Stato nella sfera sentimentale degli individui genererà un aumento di quegli stessi fenomeni che sta tentando di arginare.&nbsp;</strong>L’eccessiva normativizzazione e formalizzazione dell’esistenza, è il prodromo alla perdita di intensità dei significati della vita. La cui mancanza è la causa principale della violenza cieca. In proposito, abbiamo risultano illuminanti dei passi di&nbsp;<a href="https://www.gogedizioni.it/prodotto/introduzione-alla-guerra-civile/">Tiqqun</a>:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>L’impero è abituato a quelle che chiama “campagne di sensibilizzazione”. Queste consistono nell’innalzamento deliberato della sensibilità dei sensori sociali a questo o quel fenomeno, cioè nella creazione di questo fenomeno, e nella costruzione della rete di causalità che permetterà di materializzarlo.</p>



<p>.</p>



<p>L’impero è tanto più all’opera perché la crisi è ovunque. La crisi è la maniera di esistenza regolare dell’Impero, così come l’incidente è l’unico momento in cui appare l’esistenza di una società assicurativa. La temporalità dell’Impero è una temporalità dell’urgenza e della catastrofe.</p>



<p>.</p>



<p>L’impero non ha, non avrà mai, un’esistenza giuridica o istituzionale,&nbsp;<em>perché non ne ha bisogno</em>. L’Impero, a differenza dello Stato moderno, che si pretendeva essere un ordine della Legge e dell’Istituzione, è il&nbsp;<em>garante</em>&nbsp;di una proliferazione reticolare di norme e dispositivi. In tempi normali, questi dispositivi&nbsp;<em>sono</em>&nbsp;l’Impero.</p>



<p>.</p>



<p>Si assiste sotto l’Impero a una proliferazione del diritto, un’accelerazione cronica della produzione giuridica. Questa proliferazione del diritto, lungi dal sancirne una sorta di trionfo della Legge, riflette al contrario la sua estrema svalutazione, la sua definitiva obsolescenza. La Legge, sotto il regno della norma, è ormai solo una maniera tra le tante, e non meno regolabile e reversibile delle altre, di retroagire sulla società. È una tecnica di governo, un modo di porre fine a una crisi, niente di più.</p>



<p>.</p>



<p>L’estensione delle competenze della polizia imperiale, del Biopotere, è illimitata, perché ciò che essa ha il compito di circoscrivere, di fermare, non è nell’ordine dell’attualità,&nbsp;<em>ma della potenza</em>. L’arbitrarietà si chiama qui prevenzione, e il rischio è&nbsp;<em>questa potenza ovunque in atto in quanto potenza</em>&nbsp;che fonda il diritto universale d’ingerenza dell’Impero.</p>



<p>.</p>



<p>Il nemico dell’Impero è interno. È l’evento. È tutto ciò che potrebbe accadere, e che minerebbe la consistenza di rete di norme e di dispositivi. Il nemico è quindi, logicamente, presente ovunque, sotto forma di rischio.</p>



<p>.</p>



<p>Non serve distinguere tra poliziotti e cittadini. Sotto l’Impero, la differenza tra la polizia e la popolazione è abolita. Ogni cittadino dell’Impero può, in qualsiasi momento, e alla mercé di una reversibilità veramente bloomesca, rivelarsi un poliziotto.</p>



<p>.</p>



<p>(Ogni persona è per se stessa e per gli altri, in virtù del suo stato di colpa bianca, un rischio, un&nbsp;<em>hostis potenziale</em>. Questa situazione schizoide spiega il rinnovamento imperiale della denuncia, della sorveglianza reciproca, dell’endo- e dell’inter-polizia).</p>
</blockquote>



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