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	<title>TV Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Falsissimissimo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Jun 2025 16:02:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
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		<category><![CDATA[Corona]]></category>
		<category><![CDATA[Fabrizio Corona]]></category>
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		<category><![CDATA[TV]]></category>
		<category><![CDATA[Ubaldo Berti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Falsissimo è il prodotto mediatico che ci meritiamo. E' qualcosa di rivoluzionario: la contro-informazione, il senso di uno contro tutti, la guerra alla menzogna.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/falsissimissimo/">Falsissimissimo</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p>Come tutte le carriere che si sbriciolano, il mio fallimento nel mondo della danza è stato un progressivo inabissarsi, fino all’ipogeo attuale. Il transito dalle selezioni di Amici – scartato dalla Celentano perché chiamai “brisé” il plié, o forse perché avevo i frisé,&nbsp; – al videoclip di <em>Tropicana </em>di Annalisa e i Boomdabash – le scene di ballo sugli yatch, sono quello sott’acqua senza maschera che prova a disincagliare le ancore: momenti di apparente successo alternati a crolli, crolli, crolli. <em>Anyway</em>, come amava ripetere Luca Tommassini durante il webinar “Danzare sulle rovine del mondo o almeno sulle briciole del tuo budino di riso”, la dea della danza Heather Parisi dovrà pure credere in me, se stamani mi è squillato il telefono e una voce metallica mi ha detto: “<strong>incarico da coreografo, 150€ al mese, no buoni pasto, presentarsi oggi ore 15 davanti al Conad Sapori e Dintorni di Piazza Stazione</strong>”. “Borgo San Lorenzo?”. “Milano”. “Certo, Milano”. Sempre Milano, è un’ossessione.</p>



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<p>Stiro i pantaloni di Dimensione Danza, ci salto dentro e monto sul primo Italo, forse non in quest’ordine, non me lo ricordo, troppa emozione. Arrivo a Milano, corro al Conad e trovo un furgoncino con vetri scuri parcheggiato davanti. Spettacolo, roba da <em>celebrities</em>, mi tremano i polpacci. <strong>Apro il portellone: Carlo Calenda, con in bocca un cotto e fontina direttamente dal sacchetto.</strong> Non è il mio mezzo, mi sa. Mi giro, e infatti vedo un signore accanto a un SH con in mano un casco integrale. “Maestro Berti?”, mi dice con voce metallica. “Va bene Ubaldo”. “Mettiti il casco, Ubaldo”. “No, intendevo va bene Maestro Ubaldo”. “Mettiti il casco”. “Subito”.</p>



<p>La visiera è annerita. Scarabocchiata a pennarello. Comunque funziona: non ci vedo niente. Ma sento che andiamo forte, sicché mi aggrappo al giubbotto di pelle dell’autista. Con le mani nelle sue tasche, riconosco un pacchetto di Tic Tac, un mazzo di chiavi, un Tamagotchi, due fazzoletti di stoffa, uno asciutto, l’altro meno. Tre, quattro rotonde, un paio di inchiodate, poi scendiamo una rampa e si alza un bandone. “Arrivati, scendi pure”. Faccio per togliere il casco. “Ancora no”, mi dice. E mi afferra per un braccio. Percorriamo un corridoio, porta che sbatte, torniamo indietro perché ha dimenticato lo yogurt nel sottosella, ancora il corridoio, la porta, ci siamo. “Vai, ora te lo puoi levare”.</p>



<p>Stanza con pareti soffitto pavimento neri. Nel mezzo uno sgabello, illuminato dall’alto. <strong>Sento dei passi. Mi giro. “Maestro Berti?”. Annuisco. “Piacere, Fabrizio”.</strong> Un bell’uomo, occhiali con montatura spessa, alto, abbronzato, posa e stretta di mano intimidatorie. Dietro di lui quattro assistenti, che lo guardano adoranti. Dev’essere famoso. Fabrizio Bentivoglio? Non mi pare. Fabrizio Del Noce? No, Del Noce è ancora più bello. Chi c’è di famoso che si chiama Fabrizio? Martufello, all’anagrafe. Me lo figuro vestito da Pippo Baudo. Dev’essere Martufello. Intanto si è seduto. “<strong>Dunque, tu sei il ballerino”.</strong> “In realtà”, gli dico, “da quando m’è venuta la borsite al calcagno faccio solo coreografie perché se ballo…”. “Esatto”. Mi punta l’indice nello sterno, poi alza lo sguardo con le mani in preghiera, il proiettore lo abbaglia, sbatte le palpebre, gli occhiali intanto gli si scuriscono. Lenti fotocromatiche: classe. “Esatto”, ripete.</p>



<p>Trascina lo sgabello e mi si avvicina. “David Letterman, Jay Leno, Simona Ventura, Jimmy Fallon. Indro Montanelli, Oriana Fallaci, Luisella Costamagna, Tiziano Terzani. Conduttori, giornalisti, star. Mettili insieme, frullali, e cosa ottieni?”. Lo guardo. “Ottieni Giovanni Floris. Oppure il sottoscritto”. Lo seguo. <strong>“Ora: sono tre mesi che guardo tutte le repliche di Ballarò. Nottate davanti alla televisione a domandarmi: cosa mi distingue, da Giovanni Floris? Che cosa so fare che a lui non riesce? In che modo tracciare un solco tra me e il principe dell’infotainment? Entrambi nella notizia, entrambi mesmerizziamo l’audience, entrambi traspiriamo machismo. Ieri, finalmente, l’ho capito. Floris non sa ballare”.</strong> Dà una pedata allo sgabello, si mette le cuffie, raggiunge il centro della stanza e comincia ad agitarsi. Io e i suoi assistenti lo guardiamo. Si direbbe che stia ballando, nel silenzio totale, e la canzone dev’essere <em>One Step Beyond</em> dei Madness, o l’<em>Estate sta finendo</em>, perché ogni tanto mugugna un riff a sassofono, intervallato dai fischi delle New Balance che slittano sul gres. Va avanti per tre minuti. Cade due volte, perde una cuffia, gli occhiali da scuri tornano chiari e poi di nuovo scuri.</p>



<p>Quando ha finito e gli applausi si sono spenti si riavvicina. “Allora, lo spacchiamo in due o no, Giovannino Floris?”. Ride. Rido. Ansima. Ansimo. “Ascolta: ho pronto questo nuovo format, a metà tra il <em>videopodcast</em> e il<em> one man show</em>, non saprei ancora come definirlo, già registrate le prime puntate, mancano solo il titolo e la sigla. E la sigla, dammi retta: se la facciamo ballata svoltiamo sicuro”. <strong>Altro applauso. Tutti entusiasti. Gente si versa la Coca Cola, aprono pacchetti di patatine</strong>. Io invece vedo un problema: Floris, in realtà, balla meglio. Lo so bene, perché anche lui aveva avuto un’idea per una sigla coreografata, poi abortita perché non gli davano i diritti di <em>We Will Rock You</em>. Balla meglio, molto. Qui però nessuno sembra accorgersene, anzi, grossi elogi e apprezzamenti mentre gli asciugano il sudore e gli piazzano un Compeed sull’alluce. Nel dubbio, cerco di divagare, e domando se possono farmi vedere qualcosa di registrato, per farmi un’idea, per prendere spunto.</p>



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<p>Fabrizio si allontana: è a telefono con Massimo Giletti. Intanto uno degli assistenti mi allunga un iPad, su cui trascorro i successivi 40 minuti a sbalordirmi. Vedo la perfezione: tono, montaggio, registro. Non ho idea di chi siano gli intervistati, non mi interessano le vicende trattate. Tuttavia, <strong>più guardo e più vengo inghiottito, avviluppato da un senso di estrema confidenzialità, mi sembra di assistere a un disvelamento messianico, sullo sfondo scuro dell’inquadratura si delineano i paradigmi di una nuova epistemologia</strong>. Il mondo, da questa prospettiva, è un mondo nuovo. Un mondo che non conosco, no: ma un mondo abitato dalla verità.</p>



<p>“Fabrizio”, gli dico. Non mi sente, ha di nuovo le cuffie. Urlo. “Fabrizio”. “Dimmi”. “Fabrizio, io non penso tu ne abbia bisogno, di una sigla ballata intendo dire. Qui mi sembra che tu abbia trovato un nuovo modo di fare notizia, è qualcosa di rivoluzionario: la contro-informazione, il senso di uno contro tutti, la guerra alla menzogna. <strong>E il personaggio, perfetto</strong>: timbro da prete confessore, finti inciampi fono-articolatori, accenti sensazionalistici sulle sillabe sbagliate, proporzionalità indiretta tra rilevanza dell’assunto e bisbiglio. Anche l’aspetto, sprezzatura al punto giusto, la tasca dei pantaloni un po’ ribaltata, gestualità misuratissima, fogli A4 in mano per omaggiare l’ultimo Berlusconi, negli occhi la preoccupazione che la verità sia una faccenda davvero precaria. Risultato: intimità assoluta, quando il microfono frigge si entra in subbuglio. Ma poi la paratassi: in quaranta minuti avrò contato quattro subordinate e settanta interrogative retoriche, è il linguaggio di tutti. Devo essere sincero: il Bagaglino faceva pena, ma qui si entra in una nuova era, ti sei inventato una roba incredibile. Senti, io il ballo lo lascerei perdere, non mi sembra tu sia troppo portato. Ma per il resto, un gigante. Tra l’altro sei anche dell’Inter, non lo sapevo, sarà un personalismo ma…”.</p>



<p>Scoppia a piangere. Cerca il riflettore per annerire le lenti, vuole nascondere gli occhi, non ci riesce: lacrime a secchiate. Singhiozzi. “Fabrizio, perché piangi, non mi pare il caso”. Provo ad avvicinarmi, ma non faccio in tempo ad avanzare che l’autista mi acchiappa per l’elastico dei pantaloni, mi immobilizza e mi rinfila il casco integrale. Mi sa che ho sbagliato. Provo a divincolarmi, ritratto, dico che magari si potrebbe pensare qualcosa con lo sgabello, tipo Britney nel video di <em>Stronger</em>. Niente, mi trascinano fuori. Mentre struscio per il corridoio, Martufello continua a piangere. Mugola, sussulta. Gli assistenti provano a consolarlo. “Non sono portato?”, chiede. “È vero che non sono portato?”.</p>



<p>“Ma no, Fabrizio, non dargli retta a questo idiota, sei una farfalla”.</p>



<p>“Ma che c’entra il Bagaglino?”.</p>



<p>“Ma che ne so, è un povero pazzo”.</p>



<p>“Mi ha detto di lasciare perdere, dice non sono portato”.</p>



<p>“Non stare a sentire, Fabrizio, è falso”.</p>



<p>“Falso?”.</p>



<p>“Falsissimo”.</p>



<p>“Falsissimissimo?”.</p>



<p>“Falsissimissimo, sì”.</p>



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		<title>Il Trash secondo Tommaso Labranca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Apr 2025 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cattivi Maestri]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Trash]]></category>
		<category><![CDATA[Andy Warhol]]></category>
		<category><![CDATA[Andy Warhol era un coatto]]></category>
		<category><![CDATA[emulazione]]></category>
		<category><![CDATA[giovane salmone del trash]]></category>
		<category><![CDATA[Labranca]]></category>
		<category><![CDATA[Labrancoteque]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Labranca]]></category>
		<category><![CDATA[TV]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Estratti del libro "Andy Warhol era un coatto" (GOG 2025), di Tommaso Labranca, il libro che nasce, cresce e muore dentro il trash.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Capitolo Zero</strong><br><br>Quando i casi della vita mi pongono di fronte a una cartuccia stereo 8 di Fausto Papetti, mi guardo intorno cercando negli altri uno sguardo di complicità. Ma il mio entusiasmo per l’impor­tante rinvenimento di un reperto trash è puntualmente raffredda­to poiché trovo sempre <strong>il nulla, la meraviglia, l’ignoranza e l’ine­sattezza.</strong> Spesso trovo anche una domanda: «Che cos’è il trash?».</p>



<p>Ogni volta che mi pongono questa domanda sono preso dal panico. Per me, che recepisco gli eventi trash non attra­verso la mediazione culturale ma lungo i canali di una miste­riosa telepatia, non è stato facile arrivare a dare una forma il più possibile razionale a questo universo in cui la materia più diffusa è l’irrazionalità. Temevo soprattutto che, descrivendo il trash, sarei dovuto ricorrere proprio a quelle mediazioni che, alla fine, l’avrebbero ucciso.</p>



<p>Di solito gli osservatori credono di raggiungere precisione e imparzialità ponendosi in orbita geostatica sull’oggetto del loro studio, avvertendo nel frattempo della loro totale non-appartenenza all’ambiente che analizzano. Io invece non mi trovo <em>sopra</em>, ma <em>dentro </em>al trash. Lo osservo e lo difendo attiva­mente dagli attacchi dei suoi molti nemici.<br></p>



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<p><br><strong>Come nasce un Giovane Salmone</strong></p>



<p>Secondo il credo dei mediocri che governano la nostra estet­ica tutte le cose che ci circondano non possono che ricadere necessariamente in uno dei due settori contrapposti:<strong> o brutto o bello, o alto o basso, o culturale o sottoculturale, o/o</strong>. All’origine di questo desiderio di ripartizione non c’è alcuna colpa: è natu­rale scegliere e catalogare le cose secondo la propria sensibilità. <strong>Il torto nasce quando la sensibilità personale viene sostituita dall’imposizione del <em>pregiudizio estetico</em></strong>.<br></p>



<p>Chi accetta e pratica questo comportamento manicheista rinuncia a giudicare un evento in base alla rispondenza con il proprio gusto e si dedica totalmente al pregiudicarlo in base alla sua consonanza con un canone imposto.<strong> Nel 99% dei casi quel canone è chiamato «valore culturale»</strong>. Insomma, chi accet­ta il pregiudizio delega a terzi la formazione del proprio gusto.</p>



<p>Il pregiudizio estetico possiede una forza che a volte può far perdere le speranze a chi voglia combatterlo: di fronte a una persona che lo applica, la ragione non riuscirà mai a spun­tarla. Se uno di questi personaggi è determinato a non voler vedere un certo film solo perché Maurizio Porro ne ha parlato male sul <em>Corriere della Sera</em>, nulla riuscirà mai a fargli cambiare idea. <strong>Il pregiudizio estetico è come un torrente impetuoso, inarrestabile, che con la sua forza cerca di convogliare a valle il consenso di ogni essere pensante.</strong></p>



<p>Ed ecco che sulle rive di quel fiume avviene la nostra tras­formazione. Siamo ritti sulla sponda e osserviamo il flusso dell’acqua. Possiamo restare lì e continuare a chiamarci osser­vatori, ascetici e al di fuori di ogni corrente. Possiamo gettarci in quel turbinio e farci comodamente trasportare nell’esaltazi­one del consenso collettivo. <strong>O infine, ed è ciò che vi invito a fare, possiamo sì gettarci in acqua ma, trasformati in <em>Giovani Salmoni del Trash</em>, dobbiamo essere pronti a risalire questo fiume ribollente di boria e ignoranza, dobbiamo raggiungerne le fonti e renderle aride.</strong></p>



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<p><br><br><strong>Come agisce un Giovane Salmone</strong></p>



<p>I Giovani Salmoni, nonostante il loro ruolo di osservatori cons­ci e difensori del trash, <strong>sono perfettamente uguali ai trashisti</strong>, ossia a quei milioni di persone che applicano, cercano, usano e sfruttano il trash senza però rendersene assolutamente conto.</p>



<p><strong>Ai Giovani Salmoni piacciono le cose brutte, basse e sottocul­turali che brutte, basse e sottoculturali però non sono realmente, ma tali vengono ritenute dai misoneisti,</strong> soprattutto da quelli che vedono costantemente intaccato il proprio ruolo dominante.</p>



<p>Per esempio, ai Giovani Salmoni piace guardare la televisione, non solo per fare un dispetto alla scrittrice Susanna Tamaro e ai suoi lugubri conniventi, ma proprio perché a loro piace.</p>



<p>Ai Giovani Salmoni del Trash piace il King Bacon di Burghy: affrontare la cedevolezza del pane intriso di salsa, attraversare le foglie di insalata, il bacon che scrocchia e finalmente, a metà della polpetta di carne, far incontrare l’arcata dentaria superi­ore con quella inferiore e in quel momento pensare a Gualtiero Marchesi e a tutti i detrattori del fast food.</p>



<p>Ai Giovani Salmoni del Trash piace guardare gli edifici IACP dalle cimase vagamente <em>postmodern </em>stagliate contro l’azzurro del cielo, meglio se con gli occhiali da sole che fanno da polarizza­tori, e fissando le loro forme e i loro colori inusuali richiamare alla memoria i testi degli architetti aggrappati al razionalismo più di quanto facciano certe signore con i loro fustini di detersivo.</p>



<p>Insomma, <strong>ai Giovani Salmoni piace fare tante cose che le menti eccelse dell’estetica <em>established</em>, se conoscessero il vero senso dell’espressione, definirebbero trash</strong>. Ma a loro piacciono senza condizioni né limiti e, quello che più conta, <strong>piacciono spontaneamente.</strong> Non è mai affettazione di un gusto degenerato. Se un Giovane Salmone dice che gli piace ascoltare <em>technorave</em>, la <em>drum </em>che pompa, le urla campionate, i giri tanto banali da cadere nel campo gravitazionale del pianeta Pace—Panzeri—Pilat, lo dice perché è vero che gli piace.<br></p>



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<p><strong>I cinque pilastri del Trash</strong></p>



<p>Dunque, proprio come fa un trashista, anche il Giovane Salmone si esprime liberamente nelle proprie scelte estet­iche. Questa <em>libertà di espressione </em>del proprio gusto è uno dei cinque pilastri del trash ed è un <strong>atteggiamento</strong> <strong>condiviso da milioni di persone anti-intellettuali.</strong></p>



<p>Si potrà osservare che questa è una libertà condiziona­ta, poiché, dicono, le masse sono controllate, il loro gusto è gestito dall’alto e i loro rappresentanti non posseggono alcu­na facoltà di discernimento. Ma questo non è quasi mai vero. Anzi, è vero il contrario. <strong>Sono gli intellettuali a essere rigor­osamente controllati e gestiti da se stessi e dall’immagine che si sono autocostruiti. Sono gli intellettuali, vero popolo bue, a non avere alcuna facoltà di discernimento, ad accettare tutto ciò che viene porto loro con lo sviante timbro di “evento culturale” e a rifiutare platealmente il resto.</strong></p>



<p>Troppo spesso si dimentica che la massa è fatta di singo­li. Certo, qualcuno tenta di guidare il gusto, ci riesce benis­simo e molti cadono in questa trappola, ma alla fine nessu­no segue esclusivamente la strada indicata. Fate un giro per i mercati rionali, stazionale davanti alle discoteche periferiche o alle scuole pubbliche, prendete l’autobus invece del taxi e vedrete come i diversi gusti imposti vengono mescolati, alterati, personalizzati fino a essere resi irriconoscibili. <strong><em>La contaminazi­one </em>è un altro pilastro del trash</strong>.</p>



<p>E se nella maggior parte dei casi le commistioni sono eseguite in maniera sconcertante o in base a giustificazioni sommarie è perché si risponde, inconsciamente, <strong>ai dettami di due ulteriori pilastri: l’<em>incongruità </em>e il <em>massimalismo</em></strong>, ossia il rifarsi a un modello senza preoccuparsi di imitarlo perfettamente.</p>



<p>Un’analisi più attenta del semplice giudizio sbrigativo e quasi infastidito espresso dagli intellettuali sulle tendenze di massa dimostrerebbe come quella libertà più che condizionata è guida­ta. Dietro quella libertà si nasconde un’azione che costituisce la vera molla principale di tutto il comportamento trash:<strong> il copi­are qualcuno</strong>. Se il fine di questi costanti tentativi di emulazi­one fosse il semplice emulare per la necessità di emulare, se il risultato di questo inarrestabile imitare fosse un esercito di cloni perfetti come i replicanti di Grace Jones nel video di <em>Demolition Man</em>, allora ci dovremmo prostrare al suolo davanti a chi tuona che siamo un branco di pecoroni. Invece questo non avviene: <strong>si imita non per il gusto sterile di imitare e confondersi con mille altri, ma per poter spiccare all’interno del proprio gruppo.</strong> Inol­tre il risultato di questa emulazione non è mai simile al modello. Si tratta dunque di una <em><strong>emulazione fallita</strong></em>.</p>



<p>Nel noto programma di vendite a domicilio <em>Domenica con Semeraro</em>, trasmesso da varie Tv locali un po’ in tutta Italia, il presentatore Walter Carbone cerca di emulare Pippo Baudo, ma non potendo invitare Madonna e dovendo ripiegare su Mario Tessuto, il suo risultato è trash.</p>



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<p>Nei suoi libri e film Alberto Bevilacqua cerca di emulare certi artisti aulici, ma innestando l’estetismo decadente sulla crapulaggine parmense, il suo risultato è trash.</p>



<p>Durante il TG4 Emilio Fede cerca di imitare la CNN, ma circondato da collaboratori surgelati come il tristemente celebre Paolo Brosio dal Palazzo di Giustizia di Milano, il suo risultato è trash.</p>



<p>Quest’ultimo pilastro, l’emulazione fallita, è dunque impor­tantissimo e basta da solo a soddisfare ogni tentativo di spie­gazione poiché, enunciandolo, è già venuta a galla la formula matematica del trash:</p>



<p><em>INTENZIONE — RISULTATO RAGGIUNTO = TRASH</em></p>



<p>Per chi ama la precisazione ecco l’emulazione fallita tras­formata in una formula matematica ancor più formalizzata, ma di facile applicazione:</p>



<p><em><strong>kS – R = T</strong></em></p>



<p>dove:</p>



<p><strong><em>k </em>Una costante (intenzione, povertà di mezzi, incapacità, contaminazione, incongruità, massimalismo, ritardo ecc.) che altera lo scopo</strong></p>



<p><strong><em>S </em>Scopo, cioè l’emulazione di un modello</strong></p>



<p><strong><em>R </em>Risultato, ciò che si ottiene</strong></p>



<p><strong><em>T </em>Trash!</strong></p>



<p>Di fronte a un evento estetico si provi ad applicare questa formula. <strong>Se T è diverso da 0, si è di fronte al trash.</strong> Semplice, tanto che non pare necessaria nessuna spiegazione ulteri­ore. E invece non è così, per colpa di quella <em>k</em>. Se non ci fosse quella costante d’alterazione tutte le emulazioni sarebbero riuscite e noi ci troveremmo a vivere (meschini!) in un mondo senza trash, davvero noioso e per nulla interessante. Invece la <em>k </em>c’è, assume forme infinite e la sua individuazione rende appassionante lo studio dei fenomeni trash.</p>



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		<title>Pechino Express è un Ciao Darwin ripulito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Mar 2025 11:02:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
		<category><![CDATA[Bestiario]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[Into the Wild]]></category>
		<category><![CDATA[Pechino Express]]></category>
		<category><![CDATA[programmi tv]]></category>
		<category><![CDATA[reality]]></category>
		<category><![CDATA[Terzo Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[TV]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pechino Express presenta uno spettacolo dalla cultura stereotipata, da un Terzo Mondo buono, accogliente, che non ha niente, ma che con questo niente dà tutto ai partecipanti in gara.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Inizia sempre sul finire del Grande Fratello VIP e un po’ prima de L’isola dei Famosi, fa capolino nei palinsesti quando le belle giornate di fine inverno preannunciano la primavera imminente, spingendo così la gente, se non ad affrontare chilometri in una foresta nelle Filippine tra salite e burroni, almeno a fare una passeggiata a Villa Torlonia.</p>



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<p>Benché sia un reality, tante persone &#8211; gira questa voce &#8211; <strong>vedono in Pechino Express un’ottima occasione di lancio o rilancio nella stratosfera dei VIP</strong>, una pausa tra un Grande Fratello e l’altro (che a quanto pare danneggia l’immagine dei già famosi) e alcuni vetusti concorrenti confidano in quel breve e abbagliante fuoco di paglia che precede sempre <em>el buen retiro</em>.</p>



<p>Ogni anni lo schema dei partecipanti è lo stesso: gli atleti non vincono mai e di solito sono gli unici con una pagina Wikipedia; il duo delle stangone è un rigurgito di reality; c’è una ex gloria accompagnata da marito/moglie/amico/amica/finto fidanzato/parente; ci sono gli antipatici (un anno era Federica Pellegrini col marito, lo scorso anno il pasticciere Damiano) <strong>e poi una fila di presenze che vive tra i conosciuti e gli sconosciuti, tra i morti di fama e i milioni di followers su Tik Tok</strong>. E come dimenticare la sempreverde e insopportabile presenza di Costantino della Gherardesca che ormai viaggia a metà strada tra il protagonista di UP e Dov’è Wally? Colui che scandisce ogni parola (imparate da lui attori italiani farfuglianti) come se il pubblico fosse composto da una massa di imbecilli con problemi di riversamento endotimpanico.</p>



<p>Per di più, da due anni, alla co-conduzione si è unito Fru (qui ha un po’ la funzione di Windows Clippy) che adoro, ma non quanto Enzo Miccio, per avere una volta deriso le infinite malattie di Giorgia Soleri, e poi Fru fa parte delle metastasi chiamati The Jackal, che pure apprezzo, ma stanno invadendo ogni pertugio della tv, di internet e dei teatri (diciamolo, Aurora Leone non è Sarah Silverman come io non sono Bret Easton Ellis).</p>



<p>Insomma, <strong>ci sono tutti gli elementi giusti per cui Pechino Express continui a essere l’unico reality non reality d’élite, quello che non ti marchia il CV, ma a cui tutti i <em>parvenu</em>, conosciuti o meno, ambiscono</strong>. I bimbi di Pechino Express non possono che essere i figli di <em>Into The Wild</em>, quelli cresciuti col film diretto da Sean Penn, e ancora meno quelli cresciuti con la biografia su Chris McCandless. Purtroppo, Chris è morto durante la sua borghese e scipita avventura in Alaska, lasciando un diario e dando modo a John Krakauer di scrivere un libro basato su quel diario solo per i figli della buona classe media, quelli che studiano ingegneria al Politecnico di Milano, quelli che d’inverno &#8211; almeno ai miei tempi &#8211; sciavano&nbsp; a Cortina e, d’estate, passavano il loro tempo pedalando a Forte dei Marmi. Infatti, Chris voleva tornare a casa, aveva capito, come in quei meme sul farsi 2000 km nel deserto per ritrovare se stessi, che aveva fatto una enorme minchiata e non vedeva l’ora di riconciliarsi coi genitori quanto con la cattivissima società capitalistica. Tanto, tra una famiglia agiata e un’ottima laurea, si sarebbe subito re-inserito benissimo da perfetto yuppie. Un po’ come l’ingegnere di 33 anni con cui mi scrivevo in chat a 19 anni: un tizio che viveva a San Babila e che sognava di ritirarsi un giorno in Africa (ma poi dove? Parliamo di un continente non di una regione) e insegnare ai bambini (che cosa non fu mai chiaro). Queste perversioni, tipiche del Primo Mondo, di vivere per interposta persona, non ci lasceranno mai.</p>



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<p>Pechino Express fa esattamente leva su quel genere di persone, <strong>presenta uno spettacolo dalla cultura stereotipata, da un Terzo Mondo buono, accogliente, che non ha niente, ma che con questo niente dà tutto ai partecipanti in gara: cibo, letti e tetti di fortuna, soldi, benzina, passaggi, risate, bimbi sparsi e superficialità a pacchi</strong>. Ogni puntata dura poco più di un’ora, e non sono più di dieci puntate a stagione. Come si può pretendere, a parte le note a margine di Costantino e Fru, di rappresentare pienamente le culture incontrate? Non sarà Super Quark, certo, è pur sempre intrattenimento che, più che avvicinarsi ai lavori della famiglia Angela, ammicca al divertimento deteriore di Ciao Darwin.</p>



<p>Non si spiega mai il contesto culturale in cui si realizzano determinate prove, come quelle culinarie dove il tutto si riduce a pianti, risatine, concorrenti che devastano vomitando e urlando il locale o la casa del malcapitato autoctono, mancano solo le scorregge di Boldi e una canzoncina dance e sembra di assistere a un film di Neri Parenti. I soldi del montepremi (quanti? Avevo letto l’anno scorso più di 50.000 euro) <strong>vanno in beneficenza ad associazioni che lavorano sul territorio. Quali sono? E di cosa si occupano queste associazioni?</strong> Quanto guadagnano i nostri impavidi partecipanti per rigettare polmoni, giocare a domino con le milze e mangiare qualsiasi essere vivente ideato da Stephen King? Non si sa.</p>



<p>Pechino Express sembra quasi fare il lavoro di una immensa pro loco mostrandoci le bellezze del luogo, anche quelle che sembrano impossibili da raggiungere, propone delle tappe affascinanti per il pubblico privilegiato, che ha il tempo o il modo per indebitarsi con Findomestic e andare a farsi cagare addosso dai pipistrelli pur di vedere la Elephant Cave attraversando il fiume sotterraneo, per finire alla meravigliosa spiaggia di Sabang. Io vivo in prossimità delle Cinque Terre, eppure vedendo certe immagini la voglia di partire mi viene, quella di farmi defecare addosso un po’ meno. Pechino Express incentiva il turismo di massa? Può essere, ma al di là delle pillole culturali, del retaggio patrizio di Costantino e della sua parlata, <strong>non riterrei Pechino Express una tv migliore di quella offerta da Mediaset con Temptation Island e via dicendo</strong>.</p>



<p>Delle volte il programma sembra alimentare i nostri pregiudizi e ricordarci le gioie del capitalismo che ha permeato ogni aspetto della nostra vita: dal salotto firmato Poltronesofà, ai cibi occidentali o riconoscibili, quel capitalismo che ci impedisce di fare 10000 figli e tenerli su delle amache improvvisate, quell’egoismo negativo dove l’ospite è come il pesce, dove la fantasia di un foglio bianco perde contro l’iPhone 16 PRO MAX da 1 TB (o a qualunque marchio il programma faccia product placement). <strong>L’importante è che dopo dieci settimane d’avventure, sognate o realmente vissute, di occhi pieni di paesaggi naturali e di miserie altrui tu possa tornare a casa e, se sei a casa, metterti a letto, impostare la sveglia con Alexa e stringere forte forte tutte le tue colpe, ma d’ora in poi col sorriso sulla faccia.</strong></p>



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		<title>I cowboy della giustizia sociale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 Mar 2025 10:58:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[cowboy]]></category>
		<category><![CDATA[John Dutton]]></category>
		<category><![CDATA[ranch]]></category>
		<category><![CDATA[serie tv]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[TV]]></category>
		<category><![CDATA[Yellowstone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>"Yellowstone" è la serie che tutti guardano e di cui nessuno parla. Serie tv folk e reazionaria, tutta pistole e cowboy, in apparente conflitto sia con la cultura woke che con il tecno-feudalesimo conservatore dell'era Trump-Musk, analizziamola.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Joyce Carol Oates fa il solletico al Nobel e Chiara Valerio vuole portare gli occhiali come lei, solo che non ci riesce. Se Chiara Valerio potesse diventare la scrittrice che progetta di essere, probabilmente sarebbe Joyce Carol Oates. <strong>Oates ha 86 anni e 63 romanzi all’attivo</strong>; nel complesso qualche decina di migliaia di pagine che spaziano dalla vita di Marilyn Monroe alla chirurgia di asportazione del clitoride.</p>



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<p>Una certa qualità di pensiero la colloca spesso ai margini del dibattito pubblico contemporaneo. Non si spiegherebbe altrimenti il suo interesse per una serie come<strong> <em>Yellowstone</em>, lo spettacolo televisivo del conservatorismo americano.</strong></p>



<p>Oates è vedova di due mariti e ama impiegare il tempo libero sui social.</p>



<p>In un messaggio su X di qualche tempo fa, si è definita “<strong>l’unica persona che conosco a seguire <em>Yellowstone</em></strong>”, <strong>perché <strong><em>Yellowstone</em> è la serie che tutti guardano e di cui nessuno parla</strong></strong>, come pure è già stato scritto da autorevoli commentatori.</p>



<p>L’impostazione della trama è persino banale. Il proprietario di un immenso ranch del Montana di nome <em>Yellowstone</em> <strong>è disposto a tutto per proteggere il suo ranch</strong>.</p>



<p>Il patriarca si chiama John Dutton ed è interpretato da <strong>Kevin Costner </strong>col cappello da cowboy, gli stivali e il lazo. Mancherebbe la Colt di Ringo, ma all’occorrenza abbondano le armi automatiche.</p>



<p>Attorno all’interesse superiore di John Dutton e del suo ranch, si muove manco a dirlo una corte assetata di <strong>sangue, potere e soldi.</strong></p>



<p>Gli autori della serie non hanno scrupoli a servirsi degli espedienti classici della drammaturgia hollywoodiana. <strong>Sulla collina degli Oscar bisogna pur sempre ammazzarsi l’un l’altro per affermare il proprio esserci nel mondo</strong>. Al tempo stesso entra in scena una sperimentazione al rovescio della semantica egemone nel cinema commerciale di epoca <em>woke</em>.</p>



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<p>Quando si è trattato di costruire il personaggio di <strong>Beth Dutton</strong>, la figlia del patriarca, Joyce Carol Oates spiega come gli sceneggiatori abbiano lavorato contro le comuni aspettative femministe, <strong>costruendo un personaggio retrogrado e anti-progressista, che tende a risolvere i suoi problemi a coltellate, piuttosto che con psicanalisi e benzodiazepine</strong>. L’influenza “politica” e materiale di Beth sugli snodi della storia di <em>Yellowstone</em> è totale. A lei è domandato lo scioglimento decisivo dello sviluppo del racconto.</p>



<p>La visione semplificata della società americana, dunque dell’intero occidente, funziona così:<strong> la parte “rossa” </strong>(retrograda, filo-cristiana, filo-“bianco”, filo-“capitalista”, poco istruita, sospettosa nei confronti degli immigrati, anti-aborto, non così favorevole alla concessione dei diritti civili a tutti i cittadini) <strong>sta contro la parte “blu”</strong> (liberale se non effettivamente progressista, nel complesso ben istruita, incline al laicismo, alle tasse, ai programmi di assistenza sociale, ai benefici sanitari, all’istruzione, al diritto di aborto e soprattutto amichevole verso neri, immigrati, minoranze, gay/lesbiche/queer/trans).</p>



<p>Rispetto a questa geografia bio-politica,<strong> il Montana di <em>Yellowstone</em> è un’eterotopia</strong>, cioè uno spazio “reale” di contestazione del reale così come ci viene assegnato dall’autorità costituita.</p>



<p><strong>Il paesaggio, dunque la natura, dunque l’ambiente, stanno al centro del discorso</strong>. Il principale teorico del concetto di natura dentro la nostra angoscia ecologista è il marchese De Sade, così come importato in Italia dal malthusianesimo di Pasolini e dei suoi epigoni di campagna.</p>



<p>Nella dissertazione sull’omicidio che Sade mette in bocca al papa Pio VI, la natura odia la vita e il suo principale scopo è l’eliminazione del genere umano. <strong>Di qui l’adorabile marchese legittima l’infinita serie di torture e violenze da infliggere alle sue eroine della purezza</strong>. Nel quadro della morale di De Sade, il crimine è essenziale alla volontà di distruzione che “anima” la natura.</p>



<p>Se la conservazione e la riproduzione sono leggi alle quali gli uomini non possono sottrarsi, la contestazione della necessità della vita è la parola d’ordine del linguaggio sadiano. La vita, dunque l’esserci nella natura, è un diritto riservato, particolare, e comunque “in via d’estinzione”. È questa la sostanza di quella particolare esperienza che la dottrina definisce “<strong>apocalisse psicopatologica</strong>”.</p>



<p>Per capire in cosa consiste l’idea di natura di un immaginario cowboy del Montana di nome John Dutton, e in cosa differisce da quanto appena descritto, <strong>bisogna considerare <em>Yellowstone</em> un’opera d’arte. Al netto di ogni intrinseca qualità di eccellenza visiva e poetica, da Warhol in poi ogni opera d’arte è un genere di pubblicità</strong>.<strong> Le opere d’arte pubblicizzano l’identità degli artisti che le producono</strong>. Questa identità si divide adesso in tre categorie:<strong> l’artista <em>queer,</em> l’artista <em>outsider </em>e l’artista<em> folk</em>.</strong> A loro spetta il compito di esercitare la semantica eletta della marginalità, un codice di segni che si condensa di fatto in una specie d’ipomania dell’apocalisse.</p>



<p>Per Ernesto de Martino, di cui è stata recentemente rieditata la raccolta di scritti <em>La fine del mondo</em>, il campo della congiuntura culturale dell’occidente è dominato da un senso di «disperata catastrofe del mondano, del domestico, del significante e dell’operabile: una catastrofe che narra con meticolosa e ossessiva accuratezza <strong>il disfarsi del configurato, l’estraniarsi del domestico, il perder di senso del significante, l’inoperabilità dell’operabile</strong>»<em>.</em></p>



<p>Nel descrivere i sintomi di una neurastenia apocalittica, de Martino si riferisce tra gli altri all’episodio dello sradicamento di una quercia davanti alla casa di un contadino di Berna e al pastore dell’Appennino calabro che, durante un occasionale tragitto in auto, perde di vista il campanile del suo paese, Marcellinara. In entrambi i casi, si attivano il disagio e la schizofrenia di una sindrome da spaesamento. <strong>L’effetto di una condizione di spaesamento è, per il contadino di Berna e il pastore di Marcellinara, l’inizio di un «vissuto di fine del mondo»</strong>. Nella visione di de Martino, il contadino e il pastore, esauriti dalla perdita del proprio orizzonte domestico, sono i prodromi etnologici di Antoine Roquentin nella <em>Nausea</em> di Sartre.</p>



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<p>L’esemplificazione neo-western del cowboy di Kevin Costner è la nemesi di Roquentin. J<strong>ohn Dutton è “appaesato” a Yellowstone, nel senso del suo radicamento al paesaggio di una patria culturale</strong>.</p>



<p>Il nostro rapporto con il paesaggio è ambiguo. Siamo in grado di percepirlo in forma reificata, e reale, solo dopo averne acquisito una concreta possibilità di trasformazione. La fotografia, d’altra parte, funziona come appagamento simbolico di questo impulso. Eppure, nonostante una certa tendenza a infarcire le scene di <em>Yellowstone</em> della struggente bellezza delle praterie, nessun cowboy si sogna di tirar fuori il telefono per postare un selfie all’alba su instagram.</p>



<p>Per John Dutton vale il principio contrario alla trasformazione. Da questo punto di vista, il paesaggio del Montana è materia intangibile. <strong>L’idea di custodire una patria culturale “così come è” sta alla base dell’ambientalismo conservatore dei cowboy di <em>Yellowstone</em>, e ha poco da condividere con l’esaltazione nazionalista del partito della restaurazione MAGA</strong>.</p>



<p>L’ironia vuole che sia <strong>più facile trovare un’istanza di rivoluzione nel retrogradismo insolente di un allevatore di bovini piuttosto che in tanti proclami del più evoluto progressista</strong>. Depurato della sua pur lunga serie di grottesche pacchianate, <em>Yellowstone</em> va presa così, come il paradosso semiotico della conservazione, <strong>dove conservare è l’unica possibilità generativa di un <em>ethos</em> della salvezza</strong>.</p>



<p><strong>Donald Trump e John Dutton adottano modelli di affari incompatibili.</strong></p>



<p>L’impresa del ranch, che in Yellowstone per sineddoche diventa l’impresa del mondo, <strong>non deve per forza produrre utili. Basta stare in pari con le spese</strong>. Il conservatorismo dell’aristocrazia terriera americana, per quanto opposto alle istanze turbospeculative dell’immobiliarista di Gaza, ne costituisce tuttavia l’ineludibile piattaforma elettorale.</p>



<p><strong>L’innesto sul tecno-feudalesimo di Elon Musk sembra ancora più critico</strong>. Dutton è <em>anche </em>un cowboy, ma prima di tutto un proprietario terriero, un latifondista. Incarna i valori plastici di un proto-feudatario del nuovo millennio.</p>



<p>Ai signori della tecnologia elettrica interessa il dominio del tempo, da cui derivano l’azzeramento dello spazio e il suo astratto controllo. <strong>La natura del potere di John Dutton è invece tipicamente spaziale</strong>. Per un cowboy latifondista del Montana, il tempo consiste in un patto tra vivi, morti e chi deve ancora nascere. L’oggetto di questo contratto è la terra, per questo tutto il feudalesimo di <em>Yellowstone</em> si gioca intorno ai vincoli giuridici della successione ereditaria. Di qui discende una gerarchia di valori difficilmente condivisibile con i preziosi geni della Silicon Valley, pronti a trasferirsi su Marte in attesa dell’olocausto digitale.</p>



<p><strong>Il colpo di scena della scrittura di <em>Yellowstone </em>sta nel mettere insieme i due piani, tecno-feudalesimo e conservatorismo, nella prospettiva di una visione escatologica</strong>, cioè nel considerare la schizofrenia dell’America di Trump e Musk come una forma conclamata di apocalittismo psicopatologico, <strong>per offrire ai sintomi di questa sindrome l’occasione di un riscatto, di una palingenesi a cavallo, sotto le stelle del Montana</strong>.</p>



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		<title>Che fine ha fatto Bella Chat?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Feb 2025 10:59:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Bella Chat]]></category>
		<category><![CDATA[intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Massimo Giannini]]></category>
		<category><![CDATA[McLuhan]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>
		<category><![CDATA[Meloni]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[TV]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Massimo Giannini raduna in una chat di gruppo ciò che ritiene il meglio delle teste pensanti del paese, con il proposito della lotta di resistenza alle indecenze dell’Italia sovranista. Il progetto si intitola Bella Chat, e si rivela dopo poco il solito sfogatoio digitale di paura. Leggiamone la parabola attraverso McLuhan. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>A Massimo Giannini</strong> bisogna volergli bene.</p>



<p>Va detto con la dislocazione a sinistra e il pleonasmo del clitico, in una figura sintattica tra le più sabaude dell’italiano: emozioni così preziose e rare da costringersi a ripetere la specificazione del proprio indirizzo.</p>



<p>A Massimo Giannini gli vogliamo bene, dunque, da quando, all’uscita delle Feltrinelli, promotori di fantomatiche case editrici provavano a piazzarti un volumetto con copertina plastificata arancione, probabilmente salvata all’ultimo da una grafica in Comic Sans: <em>Sette giorni a Dakar. Viaggio in Senegal</em>, firmato appunto da tale <strong>Massimo Giannini</strong>, in collaborazione con il fotografo Luca Macchiavelli.</p>



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<p>Per quanto privi della biografica certezza che quel Giannini a Dakar e <strong>lo Steve McQueen dell’anti-berlusconismo italiano siano la stessa persona</strong>, Massimo Giannini non può che cominciare a leggersi in versione avventuriero decoloniale, a cavallo dell’Harmattan, su una vecchia Norton coi freni a tamburo, comprata usata da un praticante avvocato di Prati. Con una certa tenerezza affettiva, rintracciamo, nella basetta euclidea del mezzobusto di Repubblica,<strong> l’allucinato <em>baby boomer</em> che scopre la percezione di sé nello stereotipo di un ideale.</strong></p>



<p>A Giannini bisogna volergli ancora più bene, dopo la fotografia dell’ispirato redattore che lo presenta col casco e i mocassini scuri, in sella a una Vespa bianca, accanto al titolo: <em><strong>Giannini esce dalla chat.</strong></em></p>



<p>Ecco i fatti: Massimo Giannini, insigne giornalista di area, raduna in una chat di gruppo ciò che ritiene il meglio delle teste pensanti del paese, con il proposito della <strong>lotta di resistenza alle indecenze dell’Italia sovranista.</strong></p>



<p>Il progetto si intitola <em><strong>Bella Chat</strong></em> e celebra lo splendore dei suoi natali nell’evocativa data del 25 aprile.</p>



<p>Ingolfata di illustrissimi – <strong>Romano Prodi, De Benedetti, Scurati, Bianca Berlinguer, Veltroni, Ranucci, Formigli e compagnia cantante </strong>–&nbsp;<em>Bella chat</em> in un attimo diventa una specie di <strong>bar della provinciale</strong> dove David Parenzo e Rula Jebrael, per edificare il futuro dell’Italia migliore, pensano sia opportuno ricoprirsi a vicenda di ingiurie del tenore di &#8220;non sono anti-semita io, sei sionista tu&#8221; e viceversa.</p>



<p>Quando Giannini realizza che dalla rubrica gli è uscito il solito sfogatoio digitale di paura, frustrazione e cattiveria, <strong>inforca la vespetta, saluta tutti e se ne va</strong>.</p>



<p>Giannini, nella <em>Bella chat</em>, c’entra con lo Sten e se n’esce con lo scooter.</p>



<p>Il suo dramma narcisistico diventa di tipo armocromatico.</p>



<p>Una Vespa troppo bianca su mocassini troppo scuri marca un malinteso abbastanza comune negli ambienti dello chic radicale. <strong>Giannini confonde il <em>medium</em> con il dispositivo</strong>. Se il dispositivo serve un determinato uso, il <em>medium</em> è sempre indipendente dalle sue possibili utilizzazioni: il “<em>medium</em> è il messaggio”.</p>



<p>Semplificando, <strong>Giannini porta la Vespa come un trapper porta il Rolex coi diamanti</strong>, a titolo di indicazione di un determinato grado sociale e culturale, piuttosto che per mera puntualità.&nbsp;</p>



<p>Una Vespa, e un paio di mocassini, in quanto dispositivi, non hanno niente da dire. Il loro compito si limita ad assolvere nella maniera più onesta possibile la funzione che gli è assegnata. Dispositivo e <em>medium</em> sono due cose diverse.</p>



<p>Il tipo di idiota tecnologico di cui l’industria dell’informazione si serve per vendere prodotto e consolidare potere è educato a un costante travisamento di questa distinzione. In fondo è questo il motivo per cui continuiamo a cambiare automobile e telefono cellulare.</p>



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<p><strong>Una ripassata di McLuhan non giova solo per imparare come si portano una Vespa e un paio di mocassini, ma soprattutto per afferrare le ragioni del naufragio strutturale della lotta di chat</strong>. Se dalle primavere arabe arriva al-Sisi, è persino necessario decostruire una certa mitologia dell’azione politica delle reti sociali di matrice digitale.</p>



<p>Al di là dello slogan da fuoricorso al Dams, il nucleo teoretico dell’eredità di McLuhan viene dall’impatto psicologico dell’alfabeto fonetico, quindi della scrittura, sull’ideologia della civiltà occidentale.</p>



<p>In questo senso, la <strong>distinzione tra <em>hot media</em> e <em>cool media</em> </strong>è stata in parte fraintesa, o comunque messa da parte, in favore di un’idea dei dispositivi di comunicazione sviluppata sul terreno dei beni materiali, piuttosto che su quello simbolico dei rapporti di percezione. <strong>Quando Zuck, Musk, Brin, o qualsiasi altro genio della Silicon Valley, ci mettono in mano uno dei loro gingilli, bisogna innanzitutto prendergli la temperatura</strong>.</p>



<p>Per McLuhan, c’è un principio base che specifica un <em>medium</em> caldo, come la radio o il cinema, contro un <em>medium</em> freddo, come il telefono o la TV: <strong>quello dell’alta definizione</strong>. È caldo il <em>medium</em> che porta a saturazione la sua offerta di dati. Il <em>medium</em> freddo, al contrario, produce sempre una disponibilità limitata di informazioni.</p>



<p>L’esempio classico è la differenza tra “al fuoco!”, messaggio caldo, e “aiuto!”, messaggio freddo.</p>



<p>D’altra parte, ogni patetico posatore monta la sua <em>coolness </em>nella vaghezza dell’indefinito.</p>



<p>La tecnocrazia informatica si basa, come ogni altra forma di potere, su uno scompenso di conoscenza. <strong>Solo una minoranza di specialisti detiene i codici di funzionamento di un sistema di intelligenza artificiale, di un motore di ricerca o di un sito di prenotazioni turistiche</strong>. McLuhan ci invita a non tener conto di questo divario. Nella relazione con il consumo dell’industria informatica, non sono interessanti le cause, ma gli effetti, cioè i meccanismi psichici toccati dalle invenzioni e dalla tecnologia. Questo almeno dimostra in ottica mcluhaniana&nbsp;la <em>Bella chat</em> di Giannini.</p>



<p>Il <em>medium</em> caldo dell’alfabeto fonetico, sviluppato nella tecnologia della stampa tipografica, determina l’avvento nella civiltà occidentale dei modelli politici del nazionalismo e del conflitto religioso. La parola scritta avvia il crollo della cultura feudale e la sua de-tribalizzazione: <strong>individualizza e frammenta</strong>.</p>



<p>Il <em>medium</em> caldo esclude, perché la singolarità di un determinato organo percettivo, una volta portata allo stadio dell’alta definizione, inibisce il coinvolgimento basato sull’equilibrio e sull’attivazione dei sensi nella potenza della loro molteplicità.</p>



<p>McLuhan è un professore di letteratura inglese che studia Shakespeare e corregge&nbsp; compiti in un ufficetto dell’università del Missouri. <strong>Per aumentare i compensi alle conferenze, deve allora concentrarsi sul vero fenomeno della sua epoca, che è la televisione</strong>.</p>



<p>La TV di McLuhan è la scatola analogica a valvole e transistor del tubo catodico, probabilmente in bianco e nero, con l’antenna a dipolo e una ricezione del segnale che la rendono l’epitome della bassa fedeltà: <em>medium</em> freddo dunque.</p>



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<p>«<strong>Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!</strong>», dice il conduttore Howard Beale in faccia alle telecamere della suo programma, nel film <em>Quinto Potere </em>di Sidney Lumet.</p>



<p>L’accesso di rabbia in favore di obiettivo può far sorridere, ma rileva il modo in cui Lumet mostra un <strong>fenomeno di ri-tribalizzazione</strong> legato al <em>medium </em>della TV.</p>



<p>Howard Beale invita il pubblico a urlare dalla finestra il suo atto di rivolta, in un rito collettivo di partecipazione globale. Quando il telespettatore recepisce l’invito di Beale, in un attimo, dalla Georgia alla Louisiana, è un coro di gente fuori dai balconi che grida all’unisono: «Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!».</p>



<p>Nonostante <em>Quinto Potere</em> resti particolarmente apprezzato per la preveggenza della sua sceneggiatura, <strong>la performance di massa che mette in scena sarebbe oggi inconcepibile</strong>. Un’eventuale commissione per la parità di genere potrebbe tra l’altro censurare la discriminazione verbale dell’aggettivo «nero».</p>



<p>McLuhan dice che la televisione, la sua televisione a tubo catodico e antenna a dipolo incorporata, lavora in una dimensione audio-tattile. Il che è già abbastanza clamoroso, in una società fino a quel momento immersa, da Gutenberg in poi, nell’alta definizione visiva della stampa a caratteri mobili. Ancora più clamorosa è l’oggettiva deduzione che andrebbe tratta da questa premessa: <strong>la televisione come <em>medium</em> freddo ristabilisce lo schema tribale di una partecipazione che il <em>medium</em> caldo invece dissolve.</strong></p>



<p>La scena dei telespettatori che urlano il medesimo grido fuori dalla finestra in <em>Quinto Potere </em>indica questo, che McLuhan probabilmente aveva ragione.</p>



<p>Il nodo sta nel comprendere la contemporaneità elettrica fra energia e informazione.</p>



<p><strong>Il <em>medium</em> elettrico è per antonomasia il mezzo della compresenza</strong>. Se il dono più grande che la tipografia ha fatto all’uomo è quello del distacco e del non coinvolgimento – il potere di agire senza reagire – al contrario<strong> i <em>media</em> elettrici portano a zero qualsiasi tipo di separazione nel tempo e nello spazio</strong>. La compresenza elettrica, sensorialmente eccitata alla partecipazione tribale dalla bassa definizione del <em>medium</em> freddo, produce masse mediatiche compatte, capaci di aggregarsi senza distinzioni intorno al consumo di un determinato prodotto, o di un determinato valore della lotta politica.</p>



<p>La componente tribale e partecipativa dei principali movimenti politici nati nella seconda metà del secolo scorso si può allora considerare in gran parte invocata dalla forma del <em>medium</em> televisivo.</p>



<p><strong>Dagli anni zero in poi, quindi dall’11 settembre e dal G8 di Genova, la televisione ha smesso di essere televisione, nel senso in cui la intende McLuhan, progressivamente aumentando la qualità e l’intensità dell’immagine, fino allo standard dell’alta definizione digitale</strong>.</p>



<p>Il medium elettrico freddo della televisione ha prima dimostrato di poter sconvolgere profondamente, nel suo tessuto e nei suoi schemi, l’ordine dei rapporti umani impostato dalla parola stampata, salvo poi avventurarsi in una <strong>mutazione termica vagamente autodistruttiva</strong>, con il passaggio al silicio e alla calda risoluzione 4k dello schermo piatto.</p>



<p>Implosa la TV, s<strong>i guarda alla chat di Giannini con la stessa passione dell’entomologo che fa l’acquario con una palata di fango per scoprirci dentro le leggi dell’universo</strong>.</p>



<p>Se il consesso telematico di una supposta élite intellettuale diventa un crocchio di rettili nervosi, <strong>vuol dire che qualcosa ci sfugge, nei meccanismi di formazione di questa élite</strong>, ma anche nell’epocale transizione dal <em>medium</em> elettrico della TV al <em>medium</em> elettrico di Internet.</p>



<p>La caratteristica delle reti sociali di stampo digitale che ancora non ci sconvolge abbastanza è la loro <strong>evidente trazione sociopatica</strong>.</p>



<p>È controintuitivo, ma si fatica a elaborare le contraddizioni di Internet come <em>medium </em>elettrico della compresenza. Perché, se da un lato il messaggio della rete viaggia a una velocità tale da annullare ogni tipo di distanza e separazione, dall’altro Internet e le sue applicazioni gli restituiscono la netta predominanza della parola scritta, cioè del <em>medium</em> caldo del distacco.</p>



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<p>La schizofrenia delle strutture percettive indotta dall’improvviso avvicendarsi di una tecnologia calda con una fredda si condensa nell’estensione del <em>touchscreen</em> che, pur muovendo da <em>input</em> di natura tattile, annulla il senso del tatto in favore della sua assolutezza visiva.</p>



<p>Internet è il <em>medium</em> che elettrifica la parola scritta, introducendo <strong>un conflitto tra inclusività elettronica ed esclusività tipografica</strong>, i cui effetti di narcosi e stress nevrotico sono solo in apparenza distinti. L’ambiente polarizzato delle camere dell’eco non è altro che una <strong>reazione a un stato di compresenza necessario, perché elettrico, e al tempo stesso sgradevole e sgradito, nella misura in cui si basa su interazioni in gran parte mediate dal testo scritto.</strong> L’esacerbazione dei conflitti che sfocia nell’aggressione dell’insulto non è dunque un’anomalia dell’uso distorto di un dispositivo neutro, ma la funzione ineludibile della tecnologia di Internet come messaggio imposto al sistema nervoso centrale.&nbsp;</p>



<p><strong>Tra isterici e narcotizzati, si capisce che non c’è nessuno spazio per nessuna rivoluzione</strong>. Giannini nel frattempo si è messo un impermeabile beige alla Howard Beale, ha fatto una passeggiata sotto la pioggia senza ombrello e ha cominciato a urlare da solo, nella fotocamera anteriore del suo telefono: «Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!». <strong>Ma nessuno lo sta ascoltando</strong>.</p>



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