<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>USA Archivi - Il Nemico</title>
	<atom:link href="https://ilnemico.it/tag/usa/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://ilnemico.it/tag/usa/</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Wed, 01 Oct 2025 08:28:16 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>
	<item>
		<title>Gli ariani di sinistra e i meticci di destra</title>
		<link>https://ilnemico.it/gli-ariani-di-sinistra-e-i-meticci-di-destra/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/gli-ariani-di-sinistra-e-i-meticci-di-destra/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Oct 2025 08:21:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Contraddizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[destra]]></category>
		<category><![CDATA[Duce de Berti]]></category>
		<category><![CDATA[Gavin Newsom]]></category>
		<category><![CDATA[Il Blast]]></category>
		<category><![CDATA[JD Vance]]></category>
		<category><![CDATA[meticci]]></category>
		<category><![CDATA[Mister Totalitarismo]]></category>
		<category><![CDATA[razze]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=2446</guid>

					<description><![CDATA[<p>La popolazione bianca si scinde in due mondi: un’élite progressista, coesa, riproduttiva, moralmente ipocrita ma socialmente solida; una working class conservatrice, divorzista, rancorosa, senza valori né coesione, arrivista al punto da tradire i propri stessi valori.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/gli-ariani-di-sinistra-e-i-meticci-di-destra/">Gli ariani di sinistra e i meticci di destra</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Vagando una sera tra i meandri del web reazionario &#8211; una specie di Grand Tour nelle tenebre del sottoscala di Internet, dove il sole nero illumina complottisti e rettiliani &#8211; mi sono imbattuto in due pezzi che girano su certi canali Telegram, che a loro modo meritano di essere scolpiti nel marmo dell’eterno. <strong>Il primo è di Mister Totalitarismo, l’altro del funambolico Duchino Plexiglass, o meglio conosciuto come Duca de Berti.</strong></p>



<div type="nemesi" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Ora, uno potrebbe pensare che entrare in questi blog sia come infilarsi in una discarica: ne esci solo puzzolente. Invece no. È praticamente uno degli unici motivi per cui vale la pena avere il wifi in casa. Fatto sta che a un certo punto sono inciampato in intuizioni che suonano così assurde da sembrare geniali.</p>



<p>C’è una linea sotterranea che lega l’ultimo delirio di uno dei miei blogger destrorsi preferiti, Mister Totalitarismo, e la fenomenologia sgangherata, ma lucidissima, del Duca di Plexiglass. <strong>Due pezzi che si pretendono post-ironici e schizzoidi, ma che in realtà, forse loro malgrado, toccano nervi che l’accademia (e tutti noi) fingiamo di non avere, nella brodaglia ipocrita in cui siamo costretti a vivere.</strong></p>



<p>Nell’articolo ormai leggendario, intitolato “Perché le famiglie piddine sono tutte bianche e cristiane, mentre i fasci divorziano e/o si ibridano ripetutamente”, Mister Totalitarismo coglie la contraddizione che la sinistra italiana non oserà mai ammettere a sé stessa:<strong> i piddini vivono vite private opposte ai loro proclami pubblici</strong>. Predicano multiculturalismo, ma si sposano tra simili: bianchi, benestanti, cattolici di mezza Italia. <strong>La destra invece, che pretende chiusura e disciplina, si mescola senza remore</strong>: matrimoni con donne straniere, famiglie disgregate, figli sparsi. Un rovesciamento brutale delle maschere ideologiche, che negli Stati Uniti è ben dibattuto.</p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Il Duca, autore e blogger di sicuro talento nel suo articolo “Fenomenologia della destra fantomatica” raccoglie la staffetta. La Destra F. non è una categoria politica: è un’estetica memetica. Una vibrazione nata su X e Telegram. <strong>Contraddizione pura, elevata di riflesso a stile di vita</strong>.</p>



<p><strong>Il caso esemplare è JD Vance</strong>, oggi vicepresidente USA: bianco scotch-irish, marito di un’indiana. Un uomo che, mentre predica radici WASP, incarna la mescolanza che la sua base rifiuta. I groyper (subcultura dell’estrema destra americana, che ha come vessillo-meme il ranocchio verde disegnato male) lo dileggiano, contrapponendolo a Gavin Newsom, democratico californiano, cattolico, con foto di famiglia che sembrano uscite da un calendario nazionalsocialista.</p>



<p>Qui la satira si fa genealogia: la sinistra, paradossalmente, custodisce la purezza razziale; la destra, che urla contro il meticciato, lo pratica. Non è solo gioco di immagini. Duchino Plexiglass evoca Charles Murray e il suo “Coming Apart”, un’analisi dove la popolazione bianca americana si scinde in due mondi: <strong>un’élite progressista, coesa, riproduttiva, moralmente ipocrita ma socialmente solida; una working class conservatrice, divorzista, rancorosa, senza valori né coesione, arrivista al punto da tradire i propri stessi valori</strong>. Questa frattura, già mappata in <em>The Bell Curve</em>, spiega la deriva della Destra Fantomatica: plebe impoverita, priva di regole, che pratica il meticciato perché non ha alternative. Corruttibilissima dalle élite di sinistra e finanziaria che, infondo, inconsciamente, insegue.</p>



<p>La destra, per quanto urlante, è sempre in stato di tradimento. Lo è JD Vance rispetto alla sua base, lo è il MAGA ridotto a meme cuckold. In somma: è groyper ogni fascio che predica purezza e si accoppia fuori dal recinto.</p>



<div type="product" ids="169" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Mister Totalitarismo lo registra con la sua ironia scurrile; Duchino Plexiglass lo eleva a categoria: la Destra Fantomatica è la politica del tradimento. Un corpo che non riesce a coincidere con la sua stessa ideologia.</p>



<p>Se la sinistra si conserva endogamica pur parlando di inclusione, e la destra si mescola pur gridando al sangue e suolo, allora la verità è semplice. E oscena. <strong>L’ideologia è sempre un travestimento delle pulsioni di classe.</strong></p>



<p>I figli del PD difendono il capitale matrimoniale come i nonni difendevano i terreni; i figli del sottoproletariato trumpiano o missino si disperdono, si ibridano, si divorano.</p>



<p>&nbsp;Il resto è meme. O meglio: è il meme che diventa genealogia. La politica che diventa Tinder. O meglio ancora: Instagram, dove devi mostrare quello che hai da offrire, quanto sei bello, ricco, figo, intelligente. E accalappiare il partner giusto della tua bolla memetica.</p>



<p>In fondo, checché se ne dica, la vera politica da sempre si fa a letto: con lo sperma, i geni, gli averi.</p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/gli-ariani-di-sinistra-e-i-meticci-di-destra/">Gli ariani di sinistra e i meticci di destra</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/gli-ariani-di-sinistra-e-i-meticci-di-destra/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;anti-americanismo come dovere</title>
		<link>https://ilnemico.it/lanti-americanismo-come-dovere/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/lanti-americanismo-come-dovere/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 Jul 2025 13:43:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Ostilità]]></category>
		<category><![CDATA[Aipac]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Mannino]]></category>
		<category><![CDATA[anti-americanismo]]></category>
		<category><![CDATA[finanza]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[liberali]]></category>
		<category><![CDATA[Lobby]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
		<category><![CDATA[Wall Street]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=2332</guid>

					<description><![CDATA[<p>Il paradigma statunitense è riassumibile così: l’individuo è un pollo d’allevamento da ingozzare alla nausea con spazzatura obsolescente, così da fargli credere di essere libero in quanto, titillato nel suo delirio di onnipotenza infantile, sceglie fra venticinque marche della stessa merda di pseudo-artista.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/lanti-americanismo-come-dovere/">L&#8217;anti-americanismo come dovere</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Dio stramaledica l’America. Gli Stati Uniti d’America. L’America<em> interiore</em>. Quella poltiglia tossica che ci portiamo dentro nell’inconscio. L’orizzonte da mangiaciambelle e aspirazuccheri che si sentono, come si dice a Palermo, un cazzo e mezzo. Psicologia dell’americano medio: un bambinone di cinque anni che frigna e pesta i piedi quando, dopo aver bombardato, spianato, asservito mezzo mondo per trasformarlo nel giocattolo del complesso militar-industrial-finanziario, l’unica volta che gli hanno fatto la bua sul suo territorio, nel 2001 a New York, ha imposto ai suoi servi, che saremmo noi, l’imperativo “siamo tutti americani”. Giulietto Chiesa e un’altra buona dozzina di teorici, anche Usa, sostenevano che le due Torri furono auto-abbattute. In ogni caso<strong>, l’effetto fu il rilancio in grande stile dell’arroganza culturale a stelle e strisce, travestita da esportazione universale della democrazia</strong>. Come un detersivo, che corrode chimicamente le identità ancora non del tutto allineate. Sia sempre gloria agli straccioni talebani, raccapriccianti ma con attributi grossi come missili Stinger, che cacciarono a pedate la soldataglia del marketing occidentale. Sconfitta storica dei truci neoconservatori alla Bush, ma anche dei loro successori Democratici con sorrisetto obamiano.</p>



<div type="nemesi" class="wp-block-banner-post"></div>



<p><strong>L’antiamericanismo non è un diritto: è un dovere</strong>. Minoritario, di nicchia, inattuale, perdente, romantico, quello che volete, ma un dovere. La sudditanza la paghiamo ogni giorno, per una serie di sterminate ragioni che ad elencarle tutte potrebbe uscirne una confessione degna di <em>seppuku</em>. Sì, meriteremmo il suicidio per disonore, visto quanto ci siamo assuefatti al fentanyl sociale iniettatoci nelle vene dal 1945 in poi. Per la verità, si stava insinuando anche prima la psico-trappola del <em>comfort</em>, ispirata a quel “diritto alla ricerca della felicità” suprema idiozia inscritta nella Costituzione di Giorgio Washington. Quel che Huxley chiamò “Nuovo mondo orgoglioso”, Toynbee “Occidente”, Pasolini “fascismo consumista” e la Nouvelle Droite “americanismo”, è la stessa pappa ipercalorica che vince e ingloba tutto, perché composta di una sostanza che abbatte ogni difesa: <strong>godere e fottersene delle conseguenze</strong>. Non casualmente il più grande e profondo diagnosticatore della malattia americana fu un americano, l’apostata Christopher Lasch: cavia fra le cavie, centrò perfettamente l’analisi quando descrisse il “narcisismo di massa”, l’“io minimo” e la “ribellione delle élites”, blocco unico che cementa nel marmo della Casa Bianca il paradigma statunitense. Riassumibile così:<strong> l’individuo è un pollo d’allevamento da ingozzare alla nausea con spazzatura obsolescente, così da fargli credere di essere libero in quanto, titillato nel suo delirio di onnipotenza infantile, sceglie fra venticinque marche della stessa merda di pseudo-artista</strong>. Nel frattempo, lassù al vertice, come è sempre stato ovunque, un pugno di potenti, con nomi e cognomi, nient’affatto oscuri, gestisce il potere con l’astuzia di farselo ratificare ogni tot anni in quel gioco delle parti che sono le elezioni. Il tutto è definito “democrazia liberale”, <em>non plus ultra</em> planetario, termine ultimo della politica umana, e guai a dire il contrario.</p>



<p>Basterebbe recuperare un po’ di senso storico, della realtà e della logica, oltre che informarsi un minimo, per sapere quello che ormai tutti sanno e hanno capito, fatta eccezione per la fanbase del <em>living in America</em>: <strong>trattasi di banale imperialismo.</strong> Appena un po’ meno imbellettato e un po’ più mirato di prima, con Trump. Fondato sempre e comunque su una moneta usata da clava (il dollaro), su un debito stratosferico (affinché il cittadino Usa possa continuare a sgasare con il macchinone e produrre la sua personale discarica di rifiuti), su un esercito abnorme a capo della Nato (che d’ora in avanti, grazie a san Trump protettore dei destro-terminali, pagheremo fior di miliardi in più), su un primato tecnologico oggi in vetta anche nella cosiddetta intelligenza artificiale (che renderà superflui milioni di esseri umani, i quali probabilmente se lo meritano, specialmente quelli che si trastullano su ChatGPT come prima con i porno), sul solito, vecchio, caro immondo strapotere della finanza (che, porco d’un Capitale, non è un’invenzione, è un fatto: la crisi del 2008 ha prodotto un’iper-concentrazione di fondi dalle disponibilità pressoché illimitate, la sola Blackrock ha in pancia 11 mila miliardi di dollari, che cosa contano i nostri governicchi appecoronati allo Studio Ovale, di fronte a tali colossi?), su un’industria dello spettacolo ancora egemonica (e che sforna pure creazioni di pregio, sia ad Hollywood che nell’underground, ma il cui orizzonte è sempre, ineluttabilmente, noiosamente, inevitabilmente americanocentrico) e, in definitiva, sulla <em>potenza</em>, unica volontà che muove il cosmo.</p>



<p><strong>In combutta con l’alleato Israele, ben incistato nelle pieghe dell’apparato americano con una lobby, anche questa, alla luce del sole</strong> (Public Affair Committee-Aipac, Conferenza delle Organizzazioni ebraiche, Jewish Institute for National Security Affairs, Washington Institute for Near Easterns Policy, Christian Zionists), gli <em>Iusséi</em> si impancano a padroni, gendarmi, maestrini della Terra. Il <em>trait d’union</em> è religioso: le sette protestanti evangeliche benedicenti il Donald affarista e speculatore di criptovalute leggono il Vangelo a partire dal Dio geloso e vendicativo dell’Antico Testamento, più che dalla novella tendenzialmente pacifista del Nazareno, maggiormente nelle corde dei cattolici speranzosi nel papa di Chicago. Gaza è un lager che reca idealmente al suo ingresso una formula, strumentale sì ma non fantasiosa, che gli ipocriti vorrebbero avvolgere come un sudario intorno all’identità dell’Europa: “radici giudaico-cristiane”.</p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Di quali doni all’umanità possiamo ringraziare gli<em> yankee</em><strong>? Una manciata</strong>: <strong>la filosofia vitalista di Ralph Waldo Emerson, la lampadina elettrica, una pattuglia di scrittori (Pound, Bukowski, Forster Wallace), il rock’n roll, Jack Nicholson e un paio di programmi televisivi, di cui uno sono i primi Simpson.</strong> Già sull’invenzione dei fratelli Wright, l’aeroplano, ci viene qualche dubbio. È vero: dal mitico Noam Chomsky al neo-comunitarista Micheal Sandel, nelle accademie d’oltreoceano non sono mancate e non mancano le menti pensanti. Non di rado femminili: basti pensare, giusto per fare due nomi, a Shoshana Zuboff, arcicritica dell’ipnosi digitale (“Il capitalismo della sorveglianza”), o a Camille Paglia, nemica del postmodernismo fuffarolo (“Sexual Personae”). Ma di riffa o di raffa, la tabe genetica rimane: l’idea liberal-anglosassone di incarnare il Bene morale, assoluto. Nella variante di destra (MAGA, libertarian, tecno-ottimista), e nella variante di sinistra (<em>liberal</em>, come si dice là, intersezionalista e <em>woke</em>). L’unica attenuante di cui va dato atto, all’anima sovranara e hillbilly del trumpismo, è di non voler più imporre le <em>istituzioni </em>con sopra appiccicato il <em>brand </em>americano fuori dai confini dell’America. “Negli ultimi anni – ha detto il 14 maggio in un discorso in Arabia Saudita &#8211; troppi presidenti americani sono stati afflitti dall’idea che sia nostro compito guardare nell’anima dei leader stranieri e usare la politica statunitense per dispensare giustizia per i loro peccati…”. Peccato solo che questa sua saviezza non sia dovuta ad apertura mentale e larghezza di vedute, ma a pura aritmetica di costi-benefici. <strong>Il solo culto, gratta gratta, va allo stesso idolo di sempre: il denaro</strong>. Per il resto, il buon Donald rimane dell’idea che sia suo diritto attaccare regimi rei di non umiliarsi proni e in ginocchio (vedi Iran).</p>



<p>“Non c’è popolo più stupido degli americani”, diceva Giorgio Gaber. Nel brano <em>L’America</em> (“Libertà obbligatoria”, 1976), cantava: “Ed eccoci qui anche noi, liberi, liberali, liberisti, siamo per la rivoluzione liberale, ma con la solidarietà, siamo liberistici e per il liberalismo, siamo liberaloidi, libertari, libertini, libertinotti. Liberi tutti! No, a me l&#8217;America non mi fa per niente bene. Troppa libertà, non c&#8217;è niente che appiattisca l&#8217;individuo come quella libertà lì. Nemmeno una malattia ti mangia così bene dal di dentro. Come sono geniali gli americani, te la mettono lì, la libertà è alla portata di tutti, come la chitarra. Ognuno suona come vuole, e tutti suonano come vuole, e tutti suonano come vuole la libertà”. Eccola, la libertà <em>ammeregana</em>, progenie di quella albionica. <strong>La <em>libertà-da</em> che non sa essere <em>libertà-per</em></strong>. La libertà vuota di fini, di valori, di ideali. La libertà involucro legittimante dell’oligarchia. La libertà alibi per farsi un po’ tutti i cazzi propri. Libertà generatrice, giù per li rami, di quel <em>vittimismo </em>che è cifra esistenziale tanto delle minoranze proliferanti che delle maggioranze piagnone.&nbsp;</p>



<p>Problema: come si fa a combattere il vuoto e accusare chi fa la vittima? Questo è il colpo di genio del liberalismo: <strong>far leva sugli istinti più degradanti della psiche umana</strong>. E come ci è riuscito? Grazie all’<em>americanismo,</em> che ha fornito l’immaginario da “lieto fine” hollywoodiano con annessa cinica apologia di quell’associazione a delinquere che è Wall Street. Il virus liberale ha infettato il senso comune monetizzando la qualunque. Tu non sei un umano, sei un reddito d’acquisto con obbligo di spesa. “Spendere è molto più americano di pensare” (Andy Warhol). <strong>Di qui il destino di irrilevanza a cui sono condannati gli sparuti pazzi che al di là dell’Atlantico osano definirsi<em> socialisti</em> </strong>(equivalente, da noi, a poco meno di bolscevichi). Ora: si può essere liberali e onesti, ma in tal caso non si è intelligenti. Si può essere liberali e intelligenti, ma in tal caso non si è onesti. Si può essere intelligenti e onesti, ma in questo rarissimo caso non si è liberali. Il <em>liberale antropologico</em>, questo ex <em>sapiens </em>che suda mentre contabilizza e artificializza tutto, prima che un regredito politico è un deficiente umanamente tarato.</p>



<div type="product" ids="1617" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>“Fuori dalla mia proprietà!”, urlava nelle peggiori americanate il capo-famigliola con fucile puntato, erede dei suoi avi sterminatori dei pellerossa. L’americano medio è ancora e sempre quella roba lì: un popolo di crociati della bontà, anche quando sono edonisti o dissidenti. Con l’ingenuità fanatica dei pellegrini puritani dai quali discendono. <strong>Genocidano l’indipendenza di Stati, culture, mercati e a volte, lasciando il lavoro sporco a killer locali, perfino intere popolazioni (Palestina docet), e la chiamano <em>pax americana</em>, costruendoci un bel resort per ricchi fregnoni</strong>. Anche la Cina ci inonda di prodotti, e fino a ieri usava pure TikTok come arma di distrazione di massa e rastrellamento dati: ma l’abbiamo voluta noi, la Cina, dentro il circuito della globalizzazione. Noi Occidente, per gli stolidi calcoli Usa. Ma a parte questa parentesi, quanto meno non si mette a colonizzarci il cervello. Si limita a fare business. Non si sono americanizzati, i comunisti archivia tori di Mao: unendo Marx e Confucio, hanno preso atto della situazione e ne approfittano per il loro socialismo con caratteristiche <em>cinesi</em>. Anche l’India persegue i suoi interessi. Il Giappone idem, recalcitrante alla vecchia tutela americana. In Sudamerica, nonostante le intromissioni della Cia e qualche retromarcia (Milei in Argentina), sono decenni che provano ad applicare il <em>buen vivir</em>, anche questo socialista. Solo l’Europa si fa ancora sodomizzare dall’energumeno in mimetica da <em>marines</em>, agitando lo spauracchio di una guerra tutta immaginaria con la Russia. Dio stramaledica l’America. A noi europei ci ha già pensato.</p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/lanti-americanismo-come-dovere/">L&#8217;anti-americanismo come dovere</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/lanti-americanismo-come-dovere/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;Ayatollah Kohmeini, il mitico capo della rivolta dell&#8217;Iran.</title>
		<link>https://ilnemico.it/layatollah-kohmeini-il-mitico-capo-della-rivolta-delliran/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/layatollah-kohmeini-il-mitico-capo-della-rivolta-delliran/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Jun 2025 10:24:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA['900 in fiamme]]></category>
		<category><![CDATA[Anni '70]]></category>
		<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Foucault]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Kohmeini]]></category>
		<category><![CDATA[medio oriente]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzione iraniana]]></category>
		<category><![CDATA[Teheran]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=2305</guid>

					<description><![CDATA[<p>Un estratto del reportage del 1978, un anno prima della Rivoluzione iraniana, di Michel Foucault, partito alla volta di Teheran per leggere la sommossa popolare che dilagava nelle piazze e nelle università ("Dossier Iran", Neripozza, 2023).  </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/layatollah-kohmeini-il-mitico-capo-della-rivolta-delliran/">L&#8217;Ayatollah Kohmeini, il mitico capo della rivolta dell&#8217;Iran.</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Teheran. In Iran sta per concludersi un anno di disordini. Sul quadrante della politica, la lancetta si è a malapena spostata. Il governo semiliberale di settembre a novembre è stato rimpiazzato da un governo per metà militare. Di fatto, è colpito tutto il Paese: città, campagne, centri religiosi e regioni petrolifere, bazar, università, funzionari, intellettuali. Anche i topi privilegiati abbandonano la nave. <strong>Tutto un secolo di Iran è rimesso in questione</strong>: lo sviluppo economico, la dominazione straniera, la modernizzazione, la dinastia, la vita quotidiana, le abitudini. Rifiuto generale.</p>



<div type="nemesi" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Non so fare la storia del futuro. E sono un po&#8217; maldestro a prevedere il passato. Vorrei tuttavia cercare di cogliere <em>quello che sta accadendo</em>, perché in questi giorni niente è concluso e i dadi stanno ancora rotolando. Forse è questo il lavoro del giornalista, ma è pur vero che sono solo un neofita.</p>



<p><strong>L&#8217;Iran non è stato colonizzato, mai</strong>. Nell&#8217;Ottocento inglesi e russi l&#8217;hanno diviso in zone di influenza, secondo una modalità precoloniale. Venne il petrolio, vennero le guerre mondiali, il conflitto del Medio Oriente, i grandi scontri dell&#8217;Asia. Con un balzo, l&#8217;Iran è passato a una situazione neocoloniale nell&#8217;orbita degli Stati Uniti. Una lunga dipendenza senza colonizzazione diretta: vale a dire che le strutture sociali del Paese non sono state distrutte radicalmente. Non sono state nemmeno completamente stravolte dall&#8217;afflusso di rendite petrolifere, che avranno anche arricchito i privilegiati, favorito la speculazione, permesso i sovra-equipaggiamento dell&#8217;esercito, ma non hanno creato nuove forze all&#8217;interno della società. La borghesia dei bazar è stata indebolita; le comunità dei villaggi sono state intaccate dalla riforma agraria. Ma entrambe sono sopravvissute, abbastanza da soffrire della dipendenza e dei cambiamenti che ha apportato, ma anche abbastanza da resistere al regime che ne era responsabile.</p>



<p>Sui movimenti politici questa stessa situazione ha prodotto un effetto contrario. All&#8217;ombra della dipendenza, anche questi sono sopravvissuti, ma non hanno potuto mantenersi come forze reali &#8211; a causa della repressione, ma anche a causa delle loro stesse scelte. Il Partito comunista? È stato legato all&#8217;Urss, compromesso nell&#8217;occupazione dell&#8217;Azerbaigian sotto Stalin, ambiguo nel suo sostegno al «nazionalismo borghese» di Mosaddeq. Quanto al Fronte nazionale, erede dello stesso Mosaddeq, ha atteso per quindici anni, senza muoversi, l&#8217;ora di una liberalizzazione che non credeva possibile senza l&#8217;accordo degli americani. Intanto, alcuni quadri impazienti del Partito comunista diventavano tecnocrati del regime: sognavano un governo autoritario per portare avanti una politica nazionalista. <strong>Insomma, i partiti politici sono stati vittime di quella «dittatura dipendente» che era il regime dello Shah</strong>; in nome del realismo, gli uni puntavano all&#8217;indipendenza e gli altri alla libertà.</p>



<p>Assenza di un colonizzatore-occupante e presenza, in compenso, di un esercito nazionale e di una notevole polizia: per questo non si sono potute formare le organizzazioni politico-militari che altrove hanno animato le lotte di decolonizzazione e che, al momento opportuno, si sono trovate in condizione di negoziare l&#8217;indipendenza e imporre la cacciata della potenza coloniale.<strong> In Iran, il rifiuto del regime è un fenomeno sociale di massa</strong>. Questo non significa che sia confuso, affettivo, poco cosciente di sé. Al contrario, si diffonde in modo particolarmente efficace, dagli scioperi alle manifestazioni, dai bazar alle università, dai volantini alle prediche, tramite commercianti, operai, religiosi, professori e studenti. Ma al momento nessun partito, nessun uomo, nessuna ideologia politica può vantarsi di rappresentare questo movimento. Nessuno può pretendere di mettersene alla testa. Non ha nessun corrispettivo e nessuna espressione a livello politico.</p>



<p>Il paradosso è tuttavia che questo movimento costituisce una volontà collettiva perfettamente unificata. È sorprendente vedere questo immenso Paese, con una popolazione sparsa su due grandi altopiani desertici, questo Paese che ha potuto permettersi le ultime sofisticatezze della tecnica accanto a forme di vita immobili da mille anni, questo Paese stretto dalla censura e dall&#8217;assenza di libertà civili e che nonostante tutto dà prova di una così incredibile unità. È la stessa protesta, la stessa volontà che viene espressa da un medico di Teheran e un mollah di provincia, da un operaio del petrolio, da un impiegato delle poste e da una studentessa sotto il chador. <strong>Questa volontà ha qualcosa di sconcertante</strong>. Si tratta sempre di una stessa cosa, una e ben precisa: la partenza dello Shah. Ma per il popolo iraniano quest&#8217;unica cosa vuol dire tutto: la fine della dipendenza, la scomparsa della polizia, la ridistribuzione delle rendite petrolifere, la caccia alla corruzione, la riattivazione dell&#8217;Islam, un altro modo di vita, nuovi rapporti con l&#8217;Occidente, con i Paesi arabi, con l&#8217;Asia ecc. Un po&#8217; come gli studenti europei degli anni Sessanta, gli iraniani vogliono tutto; ma questo tutto non è quello di una «liberazione dei desideri»: è quello di un&#8217;emancipazione da tutto ciò che nel loro Paese e nella loro vita di ogni giorno segna la presenza delle egemonie planetarie. Per questo i partiti politici &#8211; liberali o socialisti, di tendenza filoamericana o di ispirazione marxista &#8211; o, meglio, la scena politica stessa sembra loro ancora e sempre un&#8217;agente di queste egemonie.</p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Di qui, il ruolo di quel personaggio quasi mitico che è Khomeini. Nessun capo di Stato, nessun leader politico, anche con l&#8217;appoggio di tutti i media del suo Paese, può oggi vantarsi di essere l&#8217;oggetto di un attaccamento così personale e così intenso. Questo legame dipende forse da tre cose: Khomeini non è qui: da quindici anni vive in un esilio dal quale non vuole tornare se non dopo che lo Shah sia partito; Khomeini non dice niente, nient&#8217;altro che «no» &#8211; allo Shah, al regime, alla dipendenza; <strong>infine, Khomeini non è un politico: non ci sarà un partito di Khomeini, non ci sarà un governo di Khomeini. Khomeini è il punto in cui si fissa una volontà collettiva</strong>. Che cosa cerca quindi quest&#8217;ostinazione che niente viene a distrarre? La fine di una dipendenza in cui, dietro gli americani, si riconosce un consenso internazionale e un certo «stato del mondo»? La fine di una dipendenza di cui la dittatura è lo strumento diretto, ma di cui i giochi della politica potrebbero anche essere il tramite indiretto? Non si tratta di una sollevazione spontanea a cui manchi un&#8217;organizzazione politica: è un movimento per liberarsi tanto dalla dominazione dall&#8217;esterno quanto dalla politica all&#8217;interno.</p>



<p>Quando ho lasciato l&#8217;Iran, la domanda che mi veniva sempre posta era ovviamente: «È questa la rivoluzione?» (è a questo prezzo che in Francia tutta un&#8217;opinione acconsente a interessarsi di quello che «non è un affare interno»). Non ho risposto. Ma avrei voluto dire: non è una rivoluzione nel senso letterale del termine: un modo di alzarsi e rimettersi in piedi. <strong>È l&#8217;insurrezione di uomini a mani nude che vogliono sollevare l&#8217;enorme peso che grava su ognuno di noi, ma più in particolare su di loro, su questi lavoratori del petrolio, questi contadini ai confini degli imperi: il peso dell&#8217;ordine del mondo intero.</strong> È forse la prima grande insurrezione contro i sistemi planetari, la forma più moderna della rivolta e la più folle.</p>



<p>È comprensibile l&#8217;imbarazzo dei politici. Escogitano soluzioni, più facili a trovarsi di quanto non si dica; vanno dal puro e semplice regime militare a una trasformazione costituzionale che porti dalla reggenza alla repubblica. Tutte passano per l&#8217;eliminazione dello Shah. Che cosa vuole il popolo, quindi? Non desidera in fondo niente di più? <strong>Lo sanno tutti che vuole ben altro</strong>. È per questo che si esita tanto a proporgli solo questo ed è per questo che si è in un vicolo cieco. In effetti, che posto si può fare, nei calcoli della politica, a un movimento come questo? Un movimento che non si lascia disperdere in scelte politiche, un movimento attraversato dal soffio di una religione che più che dell&#8217;aldilà parla della trasformazione di questo mondo.</p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/layatollah-kohmeini-il-mitico-capo-della-rivolta-delliran/">L&#8217;Ayatollah Kohmeini, il mitico capo della rivolta dell&#8217;Iran.</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/layatollah-kohmeini-il-mitico-capo-della-rivolta-delliran/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;Ipnocrazia è la teoria della settimana</title>
		<link>https://ilnemico.it/cose-lipnocrazia-e-perche-vende-cosi-tanto/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/cose-lipnocrazia-e-perche-vende-cosi-tanto/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Apr 2025 15:11:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Dominio della Tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Stroncature]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Colamedici]]></category>
		<category><![CDATA[Far-right]]></category>
		<category><![CDATA[Illuminismo Oscuro]]></category>
		<category><![CDATA[Ipnocrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Jianwei Xun]]></category>
		<category><![CDATA[Musk]]></category>
		<category><![CDATA[neoliberale]]></category>
		<category><![CDATA[Tlon]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=2098</guid>

					<description><![CDATA[<p>L'ipnocrazia è l'ennesimo concetto con cui gli intellettuali democratici cercano di venire a capo dell'era Trump senza assumersi le proprie responsabilità</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/cose-lipnocrazia-e-perche-vende-cosi-tanto/">L&#8217;Ipnocrazia è la teoria della settimana</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Un misterioso filosofo di nome Jianwei Xun &#8211; che dopo poco si è scoperto essere un ibrido di intelligenza artificiale e organica, la parte organica essendo Andrea Colamedici, di professione tlonista &#8211; ha scritto il libro del momento per svegliarci dall&#8217;ipnosi di internet. <strong>A prima vista pare un prodotto eccezionale, ricco di frasi baudrillardiane </strong>con inversione del soggetto e del predicato per simulare una verità innovativa, tipo: “L’illusione non è mai stata così reale, e l’idea di realtà non è mai stata così illusoria” (p. 16).</p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Secondo Xun, siamo nell’era dell’Ipnocrazia, nella quale realtà e finzione, verità e menzogna, si alternano in un vorticoso gioco di specchi, al termine del quale non prevale la narrazione del mondo più aderente ai fatti, ma quella che sa adattarsi meglio al chiasso informativo, al pullulare, al contempo anestetico e angosciante, di informazioni e versioni discordanti tra di loro. E quindi vincono Trump e Musk, che dominano il palcoscenico virtuale <strong>con le loro affermazioni contraddittorie e pungenti, che mandano in tilt i media seguendo il consiglio di Steve Bannon di “<em>inondare di merda</em>” i palinsesti</strong>, dare ai giornali più informazioni dirompenti e allarmanti di quante non riescano a coprire, portare al collasso il sistema giornalistico.<br><br>Ed è a tratti un profondo piacere leggere Xun, ci dà un brivido di compiacimento, per un attimo sembra che abbiamo capito qualcosa in più, che il trucco è svelato, che ora sappiamo orientarci meglio nel disorientamento.<strong> Il linguaggio che usa è suadente, ipnotico, quasi come la dinamica che cerca di raccontare</strong>. La sensazione è simile a quella che si prova quando si legge Byung-chul Han, ci sembra di aver capito cos’è che non va, dove sbagliano tutti quanti, tranne noi, quelli che pensano di essere liberi ma in realtà sono schiavi delle notifiche e dei meme, quelli che non spengono il cellulare almeno un’ora prima di andare a dormire, quelli che non leggono.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="710" height="1000" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/04/81-0GpNzWwL._UF10001000_QL80_.jpg" alt="" class="wp-image-2099" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/04/81-0GpNzWwL._UF10001000_QL80_.jpg 710w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/04/81-0GpNzWwL._UF10001000_QL80_-213x300.jpg 213w" sizes="(max-width: 710px) 100vw, 710px" /><figcaption class="wp-element-caption">Copertina veramente da criminali</figcaption></figure>
</div>


<p><br><br>Attraverso una serie di innovativi neologismi che non resisteranno alla prova del tempo come “edging algoritmico”, “resistenza oscura”, Xun vuole illuminarci: Trump e Musk sono i nuovi sacerdoti della narrazione ipnotica.<strong> In verità, l’esigenza cui risponde il libro di Xun è tutta interna al mondo intellettuale. Risponde ai “perché?” o ai “come è possibile?” che l’intera classe “pensante” occidentale non smette di ripetersi davanti al secondo successo di Trump alle elezioni, ancora più schiacciante del primo</strong>. Cerca di arginare la confusione con cui gli intellettuali adagiatisi all’interno del sistema neoliberale assistono al crollo del loro mondo per mano della coppia Trump e Musk, supportata dalla maggioranza elettorale americana. Invece di confrontarsi con i propri fallimenti, invece di fare le domande giuste, un’intera classe di pensatori si è impegnata e si impegnerà per i prossimi 4 anni a cercare di dimostrare come Trump e Musk stiano raggirando il mondo intero, come la loro vittoria non sia da ascrivere in alcun modo a un rapporto fallimentare delle democrazie liberali con la verità, quanto piuttosto a una storpiatura ipnotica e crudele della realtà da parte dei tecnoutopisti e della far-right. &nbsp;</p>



<div type="product" ids="169" class="wp-block-banner-post"></div>



<p><br>Xun-Colamedici infatti non si chiede in alcun modo se possa aver influito sul successo della destra la pandemia, per esempio. Negli anni del Covid l’intero pubblico occidentale ha avuto l’occasione di verificare quanto i presupposti sani dei governi liberali, come la libertà individuale di iniziativa, di opinione e di stampa, potessero venire meno da un momento all’altro in favore delle esigenze dei governi. E quindi come un’ideologia tollerata con enormi sacrifici da parte dei meno abbienti si reggesse in realtà su presupposti propagandistici. Né si interroga Cola-Xun sulla frustrazione di un elettorato che negli anni si è visto difeso a parole da entrambi gli estremi dello spettro politico e si trova oggi a convivere con un sistema sociale disastrato e al collasso, sorretto ancora a fatica solo grazie a una privatizzazione scellerata di tutto ciò che un tempo costitutiva l’ossatura di uno Stato sociale. <strong>Anche questo è una forma di gioco che stravolge il concetto di verità, solo che a differenza di Trump e di Musk, il gioco è stato perseguito con la serietà di chi non concede la legittimità del dubbio.</strong><br><br>Non si interroga insomma sul presupposto fondamentale del successo di Trump e Musk, ossia della decadenza dell’ideologia e dell’agenda neoliberale, difesa strenuamente dalle forze democratiche come unica alternativa, anche a costo della verità, anche a costo di affondare Bernie Sanders per puntare sulla continuità della dinastia Clinton. <strong>L’agenda neoliberale è invece stata spazzata via non da sinistra, ma dalla nuova ondata conservatrice e isterica di protezionismo e aggressività internazionale, più attento ai timori, alle speranze, alle paranoie e all’individualismo dell’elettore medio</strong>. Trump e Musk insomma hanno saputo infilarsi nel vuoto di verità lasciato dai loro predecessori, sulla grande menzogna della libertà individuale difesa dal capitalismo, dello smantellamento dello Stato sociale in difesa degli interessi del cittadino. Hanno avuto buon gioco nella loro ipnosi collettiva, perché hanno trovato un soggetto già disilluso, pronto a cedere alla tentazione di qualsiasi verità alternativa e strampalata, che desse ragione delle contraddizioni della verità propagandata dagli organi ufficiali.  <br> <br>La risposta del filosofo cinese di ostiense è molto interessante, offre delle chiavi di lettura accattivanti su come Trump e Musk e le nuove destre giochino con una realtà accelerata e digitalizzata, come l’effetto della sovrainformazione possa abbassare le difese intellettuali dei cittadini, ipnotizzarli, renderli impassibili difronte a una complessità crescente che sembra scivolare inesorabilmente verso esiti poco augurabili. Anche l’esperimento in sé del libro è notevole. <strong>Usare un Ai suadente e ipnotizzante per parlarci dell’ipnotizzazione, creare un filosofo fittizio che spara sentenze instagrammabili per sovraccaricare ancora più l’universo dell’informazione e dell’interpretazione della realtà</strong>. Bisogna però chiedersi, come sempre,<em> a che pro?</em> A cosa servono queste chiavi interpretative?<br><br>Ciò che incuriosisce di più della nostra epoca intellettuale è il proliferare di teorie e di interpretazioni di una realtà sempre più incomprensibile e caotica. Da un certo punto di vista ha senso che più la realtà si fa complessa, più saranno disparati ed eterogenei i tentativi di rintracciarne i fili e metterla in ordine. Ma la sensazione che si ha è che ogni due tre mesi sorga una nuova parola che dovrebbe permetterci di dare un senso, finalmente, a una realtà fuori di sesto. <strong>Una grande balzo in avanti della teoria non corrisposto però dalla pratica, che rimane puntualmente indietro</strong>, incapace di produrre un agire condiviso o di assumere una postura forte che prescinda dal consenso maggioritario. Basta quindi, per stare al passo leggere il libro che recita in titolo la parola del momento, ogni due/tre mesi: <em>Tecnofeudalesimo, ipnocrazia, iperpolitica, surrealismo capitalista</em>. E aspettare che il mondo si complichi ulteriormente, quanto basta per screditarne la teoria di fondo, in attesa della prossima.</p>



<p>Ma verso la fine di ciascuno di questi libri si svela il trucco. Puntualmente gli autori, dopo aver descritto in modo convincente la realtà sotto la lente della loro nuova griglia interpretativa, danno qualche suggerimento vago, verso il finale, su come “uscire dal sistema”, “sabotare”, “liberare spazi” etc etc… Il tutto richiamandosi sempre a un vocabolario anarchicheggiante che trasforma l’impasse dell’indeterminatezza in un presupposto filosofico a cui non si può rinunciare. E spesso sta bene così. <strong><em>Ipnocrazia</em> però fa un passo in più che sa un po’ di ridicolo</strong>. Di fronte allo scempio della verità che sta trascinando il mondo in guerra, nella polarizzazione violenta e armata, il suggerimento di Colamedici (perché di lui a questo punto si tratta) è di continuare a studiare, a leggere la realtà, a cercare di non farsi ingannare, attraverso lo studio. La sua risposta perciò è una militarizzazione della passività, attendere che passi la tempesta guardandola dalla finestra e studiandone il moto angolare, con una copertina sulle ginocchia e un bel libro tra le mani, possibilmente di Tlon. </p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/cose-lipnocrazia-e-perche-vende-cosi-tanto/">L&#8217;Ipnocrazia è la teoria della settimana</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/cose-lipnocrazia-e-perche-vende-cosi-tanto/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Un&#8217;altra prospettiva sulla guerra in Ucraina.</title>
		<link>https://ilnemico.it/unaltra-prospettiva-sulla-guerra-in-ucraina/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/unaltra-prospettiva-sulla-guerra-in-ucraina/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Mar 2025 10:43:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Ostilità]]></category>
		<category><![CDATA[BRICS]]></category>
		<category><![CDATA[Donbass]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Oleg Yasinsky]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[Ucraina]]></category>
		<category><![CDATA[URSS]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
		<category><![CDATA[Zelensky]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=1549</guid>

					<description><![CDATA[<p>Intervista a Oleg Yasinsky, giornalista ucraino per "Telesur" residente a Mosca. </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/unaltra-prospettiva-sulla-guerra-in-ucraina/">Un&#8217;altra prospettiva sulla guerra in Ucraina.</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>“Credo che nell&#8217;assurdità della situazione attuale nessuno possa dire con certezza qual è la postura di uno o dell&#8217;altro governo: si dice una cosa, se ne pensa un&#8217;altra e se ne fa una terza.” Le parole con cui apre l&#8217;intervista Oleg Yasinsky, giornalista ucraino per <em>Telesur</em> residente a Mosca, lasciano intendere il suo distacco dalle opinioni ufficiali sulla guerra che sta devastando il suo Paese.</p>



<p>“Tu dall&#8217;Italia,” mi dice, “<strong>Sai bene cosa succede a una persona o a un giornalista che non solo pensa bene della Russia, ma questiona e mette in dubbio la narrazione dell&#8217;aggressione russa all&#8217;Ucraina: perde il lavoro.”</strong></p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Fortunatamente, gli rispondo, sono lontano tanto dalla remunerazione quanto dalla propaganda con cui il mondo occidentale avvolge di menzogne ideologiche <strong>un conflitto in cui la morale conta ben poco</strong>. Perché come Yasinsky sottolinea fin da subito, l&#8217;unico modo per provare a capirci qualcosa in questa terribile storia è applicare la logica, pensare con lo stesso realismo geopolitico con cui pensano quelli che l&#8217;hanno scatenata. Dunque<strong>, non ci resta che addentrarci senza pregiudizi in una differente prospettiva, quella di chi ha vissuto fin da principio fatti a noi lontani nello spazio e nel tempo</strong>.</p>



<p>Bisogna innanzitutto capire a chi conviene vincere questa guerra e perché, spiega il giornalista. È un panorama molto differente dai conflitti mondiali del secolo scorso, così come da quelli delle ultime decadi. <strong>La stampa è la prima vittima</strong>: i media che prima si ritenevano seri e responsabili ora non sono più né l&#8217;una né l&#8217;altra cosa; sono anzi stati assorbiti dalla guerra cognitiva che il neoliberalismo sta portando avanti. Sembra che al mondo importi ogni giorno di meno di questa faccenda bestiale, per cui risulta facile manipolare e controllare i mezzi di comunicazione per raccontare qualsiasi storia. In fondo, i grandi padroni delle reti mediatiche sono esperti nel perseguire sempre i propri interessi e le proprie necessità.</p>



<p>Yasinsky fa l&#8217;esempio di misure come la controffensiva ucraina o il recente “piano per la vittoria” sbandierato da Volodymyr Zelenskyj durante il suo viaggio di visita ai governi alleati: <strong>l&#8217;obiettivo principale è dimostrare a chi favorisce, promuove e controlla la guerra che questo denaro è usato bene e che l&#8217;esercito sta avanzando, così da ottenere altri finanziamenti</strong>. Il punto, dice, è che ci troviamo di fronte a un gigantesco affare, <strong>un affare così grande che si farà tutto il possibile affinché non finisca mai</strong>: sono milioni di dollari ogni giorno.</p>



<p>Non è un caso che anche Corea del Nord e Corea del Sud si stiano inserendo nel conflitto, attraverso l&#8217;invio di migliaia di soldati. È un affare che costa molte vite e molto sangue, certo, e viene fatto sulla pelle dei popoli europei, ma questo ai complessi industriali e militari che fanno funzionare le economie capitaliste importa ben poco. In Ucraina pensano ancora di poter “democratizzarsi” o “europeizzarsi”, ma nessuno gli regala questo conflitto: <strong>il Paese è già fin troppo indebitato e non potrebbe ripagare i prestiti nemmeno con tutta la sua terra, le sue tasse e le sue risorse. Nel caso ipotetico in cui vinca la guerra, perderà la pace</strong>. Smetterà ugualmente di esistere perché dovrà restituire tutto ciò che ha ricevuto in forma di “aiuti di solidarietà”: si ritroverà condannato a una dipendenza economica pari a quella delle repubbliche bananere dell&#8217;America Centrale. Yasinsky sottolinea però che in realtà stanno perdendo tutti i popoli, sicuramente anche quello nordamericano, e di fronte al loro sacrificio c&#8217;è un chiaro vincitore in tutta questa faccenda.</p>



<p>Una volta si diceva che l&#8217;Ucraina doveva essere Europa: curioso che ora invece sia l&#8217;Europa a convertirsi in Ucraina. Secondo il giornalista<strong>, tutto il continente è ostaggio degli Stati Uniti e della NATO e più in profondità dei conglomerati multinazionali, delle banche mondiali, dei fondi di investimento speculativi che sono i veri padroni del potere, del quale i governi sono solo i direttori di facciata</strong>. Il suo Paese, d&#8217;altro canto, è un vassallo che compie la volontà altrui, che deve dimostrare di ottenere risultati e di poter vincere qualcosa. Ci sono centinaia di morti giornalieri che si usano come carne da cannone, ma gli interessi in gioco sono di altri: più vittime ci saranno, <strong>più difficile sarà la riconciliazione tra i due Paesi fratelli, che alcuni sembrano ansiosi di separare il più possibile</strong>.</p>



<p>Uno degli obiettivi non dichiarati di questa guerra è infatti dividere il mondo post-sovietico e debilitare il ruolo dell&#8217;Europa nel mondo<strong>. Agli Stati Uniti non è mai piaciuto il ruolo ambiguo dell&#8217;Unione Europea nella guerra economica con la Cina</strong>: negli ultimi anni si sono stipulati importanti trattati da entrambe le parti e sono nate relazioni economiche con la potenza orientale, <strong>oltre a quelle già consolidate con la Russia</strong>. Si sa che gas e petrolio rimangono tutt&#8217;ora i motori delle economie capitaliste occidentali: in seguito alle sanzioni economiche, la dipendenza dell&#8217;UE dalle risorse energetiche russe è calata, ma non a caso sono aumentate le importazioni dagli Stati Uniti, esperti nel saccheggio delle ricchezze del Medio Oriente e dell&#8217;America Latina e nella rivendita dei prodotti raffinati al mondo intero.</p>



<p>Secondo Yasinsky, non si può parlare di guerra tra Russia e Ucraina <strong>perché l&#8217;Ucraina non ha alcuna soggettività politica, è un&#8217;appendice della struttura militare della NATO</strong>. Il governo ucraino da parte sua non decide nulla e i governi europei molto poco; la Francia ha la deterrenza nucleare, ma secondo il trattato euroatlantico Emmanuel Macron non può premere il bottone rosso senza prima passare per l&#8217;approvazione e il permesso degli Stati Uniti. Il giornalista ride: se Charles De Gaulle avesse visto questa situazione non ci avrebbe creduto, dice, <strong>perché l&#8217;indipendenza dei Paesi della comunità europea sta completamente scomparendo, di fronte alle ingerenze statunitensi</strong>. Provo a chiedergli delle elezioni 2024, ma liquida l&#8217;argomento: il governo degli USA è soltanto la gestione organizzata degli interessi di multinazionali e fondi trasnazionali, ma dare l&#8217;illusione di un cambiamento, attraverso la riproposizione di due lati della stessa medaglia, fa parte del mantenimento dell&#8217;ordine storico dell&#8217;impero.</p>



<div type="product" ids="157" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Anche l&#8217;isolazionismo e il protezionismo economico di Trump dovrebbero fare i conti con gli affari portati avanti dalle grandi corporazioni e dalle imprese che finanziano la sua campagna elettorale, in materia di guerra ed esportazione di armi. Se il politico più controverso del pianeta rappresentasse davvero un&#8217;alternativa, sottolinea Yasinsky con il suo cinismo sovietico, <strong>lo avrebbero già ucciso</strong>, secondo la tradizione americana di eliminare i presidenti scomodi. <strong>Ciò che potrebbe causare la sua elezione è invece lo scoppio di una guerra di larga portata in Medio Oriente, che distoglierebbe l&#8217;attenzione dal problema ucraino</strong>.</p>



<p>Qui, un&#8217;ipotetica negoziazione di pace coinvolgerà necessariamente gli USA e la Cina. Il bersaglio indiretto per gli Stati Uniti è proprio la potenza orientale, che negli ultimi anni è diventata il principale ostacolo sulla via del predominio mondiale che gli <em>yankees </em>sono tanto ansiosi di riconquistare. Vladimir Putin, obiettivo principale della propaganda occidentale<strong>, importa in realtà molto meno del controllo sulle infinite risorse naturali della Russia</strong>. In questo panorama geopolitico, l&#8217;Ucraina fu un esperimento: si trattò delle prove generali per testare la Russia, per vedere fino a che punto si potesse destabilizzare l&#8217;equilibrio precario che si era creato dopo la caduta del muro di Berlino, fino a che punto si potessero separare i popoli dell&#8217;Europa dell&#8217;Est, secondo la vecchia strategia del <em>dividi et impera</em>. Sappiamo come funziona il neoliberalismo, dice Yasinsky: <strong>da molto tempo le guerre non si combattono più per il territorio. Non c&#8217;è bisogno di conquiste militari, quando è sufficiente controllare i governi, le economie o il <em>fast-food</em> che in Occidente si chiama cultura</strong>, in grado di creare o distruggere qualsiasi mito nazionale. Prima per fare un <em>golpe</em> servivano i carri armati, ora è sufficiente l&#8217;ingranaggio oliato ed elegante della stampa. Ma cosa fu nel concreto questo esperimento?</p>



<p>La lezione di storia che tiene Yasinsky nel corso della nostra chiacchierata ha inizio con la <em>perestrojka</em> in Unione Sovietica, <strong>che lui definisce una truffa ideologica</strong>. Non costituì solo l&#8217;autodistruzione dell&#8217;URSS, ma fu anche opera dei servizi d&#8217;intelligence occidentali, che trovarono i punti deboli del nemico: approfittarono della depoliticizzazione della gioventù, dell&#8217;ingenuità e dell&#8217;infantilismo politico dell&#8217;URSS, ma soprattutto delle élites sovietiche mai scomparse del tutto, le quali capirono che conveniva convertire il Paese in un sistema capitalista: seguirono privatizzazione e riforme neoliberali.</p>



<p>Per facilitare questo processo, la distruzione della memoria storica era la condizione necessaria: emerse il discorso anticomunista, che iniziò con la critica di Stalin e continuò con quella di Lenin, per poi generalizzare a tutte le idee considerate di sinistra, con l&#8217;affermazione che <strong>la felicità dell&#8217;umanità sarebbe stata capitalista, che il comunismo non serviva a nulla</strong>. Nelle repubbliche nazionali come l&#8217;Ucraina si aggiunse a questo il discorso antirusso; l&#8217;interesse occidentale era dividerle, <strong>perché non era possibile dominarle fino a quando si fossero mantenute unite a livello ideologico e culturale</strong>. In fondo, il 70% della popolazione ucraina parla russo come lingua nativa: non è una minoranza. L’Ucraina è un paese bilingue mescolato, in cui è quasi impossibile fare distinzioni nette. <strong>Al mondo non ci sono due popoli che si assomiglino come russi e ucraini</strong>: prima del conflitto c&#8217;erano due lingue, due culture, ed era considerato assurdo contrapporle.</p>



<p><strong>Si costruì il mito dell&#8217;Ucraina sovrana, eroica, lottatrice per i valori democratici europei, l&#8217;arma perfetta per destabilizzare la Russia</strong>. Quando iniziò la <em>perestrojka</em> e il paese si rese indipendente, nel 1991 – indipendente per modo di dire aggiunge Yasinsky: quando faceva parte dell&#8217;URSS aveva più sovranità di adesso, almeno secondo lui – <strong>iniziò la guerra delle autorità ex-comuniste, convertitesi in capitaliste, contro le forze di sinistra.</strong> Continuavano a esistere il Partito Comunista e il Partito Socialista, ma erano pura forma senza contenuto: venivano gestiti dai vecchi funzionari che mantenevano il proprio elettorato anziano e nostalgico, ideologizzato ma senza forze combattive. I sindacati d&#8217;altro canto non sono mai stati molto forti, avevano una dipendenza totale dal Partito Comunista e in quegli anni non c&#8217;era un movimento dei lavoratori solido, radicato come in Occidente nel Novecento. La maggior parte della gente manteneva i propri valori individualisti, mancava l&#8217;organizzazione sociale, i partiti venivano appoggiati dai sostenitori inseguendo l&#8217;una o l&#8217;altra promessa, mentre <strong>l&#8217;unica forza politica giovane e viva che riuscì ad attivarsi fu l&#8217;estrema destra. </strong>“Qualsiasi fascismo è una rivoluzione frustrata”, ricorda Yasinsky.</p>



<p>Il governo filo-russo di Janukovyč, piccolo oligarca corrotto e poco popolare in guerra contro gli altri oligarchi più potenti, tra il 2010 e il 2014 iniziò a violare le regole non scritte che ci sono in qualsiasi mafia: <strong>all&#8217;élite ucraina non piacque e l&#8217;Occidente ne approfittò per organizzare questi potenti gruppi economici contro di lui</strong>, già di per sé poco popolare a Kiev e in Ucraina centrale. Molta gente scontenta esigeva la sua rinuncia e uscì per le strade; ingenuamente, <strong>credevano nel sogno europeo per combattere la corruzione</strong>, mentre dall&#8217;altro lato non c&#8217;era una forza di sinistra a offrire un&#8217;alternativa. <strong>L&#8217;estrema destra organizzò l&#8217;Euromaidan</strong>, la “rivoluzione per la dignità”, un movimento nato dalle proteste filoeuropee concentratesi nella capitale ucraina, che Yasinsky definisce <strong>un colpo di stato appoggiato dall&#8217;Occidente per provocare la Russia e vedere come avrebbe reagito</strong>.</p>



<p>Il Donbass non appoggiò né riconobbe il governo nazionalista insediatosi in seguito; non lo riteneva legittimo e si sentiva più vicino ai russi<strong>. Il giornalista spiega che la gente lì è molto più sovietica nel modo di pensare, molto più di sinistra a dire il vero</strong>, pur senza essere del Partito Comunista, e non voleva l&#8217;avvicinamento all&#8217;Unione Europea. Il governo ucraino mandò l&#8217;esercito nelle repubbliche separatiste e iniziò a bombardarle, in quanto rivendicavano la propria sovranità e indipendenza. A quel punto, nemmeno la Russia voleva riconoscere il governo illegittimo, perché <strong>per quanto Janukovyč fosse corrotto e spiacevole, venne eletto regolarmente e la sua deposizione fu una violazione della Costituzione</strong>. Tuttavia, si voleva evitare la guerra e Putin si fidò dei governi europei, come quello di Angela Merkel. Questo secondo Yasinsky fu un errore: ora quegli stessi alleati stanno confessando come nessuno fosse intenzionato a rispettare gli accordi di Minsk, un precario “cessate il fuoco” stabilito nel 2014, i quali anzi servivano solo a distrarre la Russia e a guadagnare tempo intanto che si armava l&#8217;Ucraina. <strong>Yasinsky sostiene che se la Russia avesse reagito alle provocazioni fin da subito avrebbe salvato molte vite, la Crimea e il Donbass farebbero di nuovo parte dell&#8217;Ucraina e non ci sarebbe un governo fascista</strong>. Invece Putin temporeggiò troppo e negli otto anni successivi i media modellarono la coscienza delle nuove generazioni, preparando la carne da cannone contro la Russia, mentre la NATO riempì l&#8217;Ucraina di armamenti e istruttori per prepararla alla guerra.</p>



<div type="product" ids="107" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Dopo il golpe di Maidan, il discorso nazionalista fu rimpiazzato da una vera e propria retorica nazifascista: <strong>avvenne una riscrittura della Storia e della liberazione del Paese, fu proibita la simbologia comunista, non solo sovietica ma in generale di sinistra, mentre la simbologia nazista divenne gradualmente più consentita e integrata nella società</strong>. Furono riabilitate figure compromesse come Stepan Bandera e altri criminali di guerra, mentre dall&#8217;altro lato i monumenti dedicati ai soldati sovietici che liberarono l&#8217;Europa dal fascismo e dal nazismo vennero distrutti. Yasinsky ritiene che si tratta di una guerra cognitiva, l&#8217;oblio contro la memoria: quando a Maidan ci furono le ribellioni dirette dai gruppi neonazi, cantavano “Bella Ciao” e “El Pueblo Unido”: non avevano una propria cultura di resistenza e rubavano i canti partigiani, appropriandosi del contenuto. Questo avvenne non solo in Ucraina, ma anche in Polonia e nelle repubbliche baltiche; le autorità europee e la NATO sono complici indirette di questa cosa.</p>



<p>Le recenti elezioni in Georgia sono un <em>cliché</em> del <em>modus operandi</em> occidentale, spiega il giornalista, che passa per un ribaltamento della realtà. Da un lato il partito <em>Sogno georgiano</em> al governo dal 2012, che si riconferma vincitore di queste elezioni, è accusato di essere filo-russo, <strong>malgrado tra i suoi obiettivi programmatici ci sia l&#8217;adesione alla comunità europea. L&#8217;etichetta malfamata deriva da uno scetticismo nei confronti delle politiche NATO e dell&#8217;asservimento cieco alle esigenze di Bruxelles</strong>, rappresentato dall&#8217;alternativa politica del Movimento Nazionale Unito, partito conservatore fondato da Mikheil Saakashvili, presidente della Georgia tra il 2004 e il 2013.</p>



<p>Yasinsky spiega che la dipendenza dagli USA e le imposizioni europee in quegli anni hanno portato alla guerra russo-georgiana e a un&#8217;applicazione metodica del modello neoliberale da parte di Saakashvili, che in pieno stile Pinochet <strong>ha regalato i porti georgiani sul Baltico alle basi militari NATO e ha portato alla miseria l&#8217;assoluta maggioranza della popolazione</strong>. L&#8217;accusa di brogli che ha lapidato <em>Sogno georgiano</em> su qualsiasi media occidentale fa parte della distruzione della legittimità politica del partito al governo, in quanto non rappresenta gli interessi strategici e geopolitici nella regione: così come a Maidan nel 2014 o in Venezuela durante i mandati di Nicolas Maduro, le ingerenze occidentali puntano a rendere mobili i confini del concetto di democrazia per trarne vantaggio&#8230; Salvo poi tradirne i principi stessi a casa propria, come abbiamo visto per il mancato cambio di rotta a seguito della crisi di governo francese.</p>



<p>È chiaro che questa narrazione del giornalista di Telesur sia completamente diversa rispetto a quella venduta alle masse in tutto l&#8217;Occidente: <strong>il quadro semplicista che i media offrono da questo lato del fronte è una guerra subita da un Paese sovrano, l&#8217;Ucraina, invaso da un impero per rubargli il territorio, la Russia</strong>. È evidente che in questo caso sia logico inviare armi all&#8217;aggredito e appoggiarlo in ogni modo. Tuttavia, secondo Yasinsky l&#8217;Ucraina fu indipendente tanto tempo fa, non certo adesso. <strong>La sua speranza di ottenere una propria sovranità durò fino al 2014, quando il golpe di Maidan la infranse</strong>. <strong>Da quel momento, non stiamo parlando di un Paese unito ma di un regime coloniale costruito dall&#8217;Occidente, in un gioco perverso in cui il popolo ucraino è sacrificato, disposto a combattere fino all&#8217;ultimo uomo</strong>. Durante i governi successivi all&#8217;indipendenza fu distrutto il sistema dell&#8217;educazione e della sanità, ma alla gente non importarono mai i saccheggi dell&#8217;apparato sociale avvenuti in quegli anni. I ragazzi che ora sono al fronte hanno la colpa di essere nati nel luogo sbagliato al momento sbagliato, mobilitati a forza e idiotizzati dalla stampa. <strong>Per quanto vogliano la pace, stanno lottando eroicamente, sono molto motivati e molto indottrinati</strong>: è la verità ed è la parte dolorosa, perché tutti hanno contatti e conoscenti in entrambi i Paesi.</p>



<p>Yasinsky conclude dicendo <strong>che è interesse del popolo ucraino perdere il conflitto. Nella sua ottica, se la Russia vincerà non ci sarà nessuna garanzia di un mondo felice, ma se la Russia perderà significherà la scomparsa dalle mappe</strong>: saliranno al potere i democrati burattini dell&#8217;Occidente come Zelenskyj e il fantasma del vecchio nemico sovietico verrà definitivamente annientato, perderà la sua sovranità e smetterà di esistere come Paese. S&#8217;installeranno regimi neoliberali e fascisti in tutto il territorio post-sovietico e il passo successivo sarà in direzione della Cina. <strong>Non si tratta di una guerra contro la Russia, bensì contro l&#8217;umanità: Russia e Ucraina si stanno solo dissanguando al suo posto</strong>.</p>



<p>Non a caso, nel resto del mondo Paesi come Cina, Iran, India, Turchia e Brasile si stanno schierando su posizioni molto scettiche nei confronti dell&#8217;egemonia statunitense e dei finti modelli democratici occidentali, che in un mondo multipolare con vari attori in crescita sono sempre più messi in discussione. Secondo Yasinsky, qualsiasi nuovo equilibrio passa per un forte disequilibrio. <strong>È quello che sta cercando di fare l&#8217;Occidente, nascondendosi dietro una morale che definisce buoni e cattivi, dittatori e salvatori, ragion per cui il resto del mondo dovrebbe lasciare da parte le proprie differenze interne, rimandare le mille discussioni ad altri momenti e unirsi di fronte al mostro</strong>. Un mostro talmente potente, con talmente tante risorse economiche e tecnologiche, in grado di controllare talmente tanto spazio mediatico, che è stata necessaria la nascita di un&#8217;alleanza di larghe intese come quella dei <strong>BRICS+</strong> (Brasile – Russia – India – Cina – Sud Africa, a cui si sono aggiunti Iran, Egitto, Emirati Arabi Uniti ed Etiopia), i cui vertici si sono riuniti a Kazan a fine ottobre, in un summit a cui Oleg Yasinsky ha assistito.</p>



<div type="post" ids="1314" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Si tratta di un progetto economico che va al di là della guerra, sostiene: <strong>il Sud globale sta volgendo lo sguardo all&#8217;Africa, all&#8217;America Latina e ai Paesi storicamente saccheggiati dagli stessi colpevoli del conflitto in Ucraina</strong>. Luoghi di resistenza in cui la gente sta male e ha bisogno di soluzioni immediate, soluzioni che il sistema attuale non vuole dare, perché non è abituato a scendere a patti. Tutto ciò a cui è abituato è la forza bruta, la tirannia economica delle sanzioni e quella mediatica degli apparati che detengono il monopolio dell&#8217;informazione. Yasinsky non cade nell&#8217;ottimismo nemmeno riguardo ai BRICS: è una realtà che dev&#8217;essere costruita e ricostruita con molta immaginazione e senza soluzioni pronte, <strong>malgrado anche in seno al contropotere anticoloniale stiano sorgendo i primi dissidi</strong>, come il veto del Brasile sull&#8217;entrata di Cuba e Venezuela per aggirare le sanzioni statunitensi. Il giornalista, che lavora per un&#8217;emittente con sede principale a Caracas, spiega che il Venezuela è un Paese sotto embargo e <strong>i BRICS nascono esattamente per ovviare al problema delle sanzioni unilaterali nordamericane</strong>: non deve nascere dal desiderio di avvantaggiare l&#8217;uno o l&#8217;altro governo, ma da quello di aiutare i popoli e farli uscire dal giogo dell&#8217;indebitamento internazionale, ragion per cui la scelta del presidente brasiliano Lula è sospetta, perché lascia intendere la volontà di mantenimento di una stabilità neocoloniale in America Latina di cui il Brasile si ponga come garante.</p>



<p><strong>Nemmeno nei BRICS è tutto rose e fiori, non mancano le contraddizioni e gli interessi unilaterali</strong>. Tuttavia, Kazan è la città giusta in cui svolgere un incontro del genere, secondo Yasinsky: al crocevia tra la cultura cristiana, quella ortodossa e quella musulmana, la città è un proliferare di culture e religioni diverse. Essa mostra un modello del mondo che <strong>rifiuta il mito neoliberale della civilizzazione forzata</strong>, <strong>in cui le diversità fanno parte della nostra ricchezza e i cittadini si appropriano dello spazio pubblico per viverlo</strong>.</p>



<p>Yasinsky ricorda quando la città era la capitale della criminalità organizzata, sotto il governo di Boris Yeltsin, e le strade erano invivibili a causa delle bande armate. <strong>Non a caso, la retorica occidentale contro Putin si sviluppò esattamente nel momento in cui il suo governo tentò di restituire un po&#8217; di sovranità nazionale al Paese, dopo un lungo periodo, applaudito dall&#8217;Occidente, in cui l&#8217;amministrazione di Yeltsin si era preoccupata di smontarlo pezzo per pezzo</strong>. Ma quali sono i sentimenti prevalenti nella società russa, ora come ora? È in corso anche lì una battaglia mediatica come in Ucraina, o il dibattito pubblico è più centralizzato e controllato?</p>



<p>Yasinsky racconta che ci sono molte realtà diverse, come in ogni società sia chi pensa sia chi non pensa ha un&#8217;opinione. <strong>La stampa ufficiale è piuttosto piatta, di basso livello;</strong> <strong>non c&#8217;è una tradizione giornalistica radicata come in Occidente, e nemmeno una proliferazione dei media indipendenti come in America Latina</strong>. Quasi tutti i mezzi di comunicazione indipendenti non lo sono davvero, in quanto vengono finanziati da George Soros, miliardario ungherese naturalizzato statunitense che ha contribuito alla transizione dell&#8217;Europa dell&#8217;Est verso il capitalismo.</p>



<p>Quando iniziò la guerra, i mass media più grandi furono censurati. Sul fronte opposto i social network come Facebook, controllati dagli USA, censurano chi appoggia la causa della Russia: <strong>si tratta di una guerra mediatica diseguale, perché dall&#8217;altro lato hanno molti più strumenti per creare l&#8217;oblio, in forme più eleganti di cui nessuno si rende conto</strong>. Un interessante spazio di dibattito della rete cittadina e sociale <strong>è invece Telegram</strong>, ancora relativamente libero: ci sono blogger, militari, civili e giornalisti di guerra di vari schieramenti politici che gestiscono dei canali pubblici e privati, dove dibattono su temi di attualità. Secondo Yasinsky, è l&#8217;unico luogo dentro il panorama mediatico russo dove c&#8217;è ancora un pensiero cittadino svincolato.</p>



<p>Parlando invece della società russa<strong>, il giornalista sostiene che chiunque discute e opina in libertà: non c&#8217;è paura e la repressione non è più aggressiva che in qualsiasi altro Paese occidentale, ma comunque minore che in qualsiasi altro Paese in guerra</strong>. La gente non ha paura di parlare di politica nei caffè e nei ristoranti, di partecipare ai dibattiti: tutti vivono come prima. <strong>È difficile, camminando per le strade di Mosca, credere di trovarsi nel mezzo di un conflitto</strong>.</p>



<div type="product" ids="240" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Ci sono generazioni cresciute dopo la <em>perestrojka</em>, alimentate dallo stesso <em>fast-food</em> ideologico che fu imposto in Ucraina e nel mondo da quello che Yasinsky chiama “l&#8217;impero”. Di conseguenza, si sono plasmate all&#8217;interno di un contesto attraversato da valori capitalisti e liberali: quando iniziò la guerra<strong>, il loro maggior rimpianto fu l&#8217;assenza di prodotti americani come la Coca-Cola. Il rischio maggiore che corre la Russia in questo momento, secondo il giornalista che vive a Mosca, è la mancanza di coscienza politica, di coscienza cittadina e di comprensione degli avvenimenti</strong>. Anche all&#8217;interno del governo, molti funzionari appartengono ancora all&#8217;epoca di Yeltsin e sono prodotti di quell&#8217;ideologia: politici filo-occidentali che ora si fingono patrioti per non essere liquidati, ma desiderano la sconfitta della Russia e simpatizzano col governo ucraino. Gli mancano i viaggi in Europa, i caffè a Parigi, la cucina italiana&#8230; Conoscono il lato turistico dell&#8217;Occidente, ma non hanno idea di come vivano le classi più svantaggiate in Italia o in Spagna o in Francia: vedono l&#8217;Europa come civilizzata e il popolo russo come selvaggio.<strong> Tuttavia, la maggior parte dei russi vuole difendere a tutti i costi questo mondo selvaggio, la propria terra</strong>. Stanno dalla parte del governo e le uniche critiche che arrivano a Putin sono quelle che lo ritengono troppo blando e moderato: c&#8217;è molta corruzione e la gente richiede fermezza. Nella guerra contro i nazisti si usò la mano pesante, oltre al fatto che il nemico con cui sta combattendo ora la Russia è molto più potente e terribile di quello degli anni Quaranta. <strong>L&#8217;appoggio a Putin deriva dal fatto che il Paese sta economicamente meglio: c&#8217;è una forte protezione sociale, la salute e l&#8217;educazione sono gratis e di buon livello</strong> (eredità dell&#8217;Unione Sovietica), vige un&#8217;attenzione speciale riservata alle famiglie con molti figli, si trova lavoro e il livello della vita è più che decente. <strong>C&#8217;è anche chi prova nostalgia per Stalin</strong>: il governo nemmeno lo menziona, ma nel popolo permane un mito attorno alla sua figura e si è tornati a parlare molto di lui in questi ultimi tempi, rimpiangendo la sua chiarezza ideologica e la sua progettualità a lungo termine. È un fenomeno sociale molto comprensibile secondo Yasinsky, anche se non ha voluto entrare nel dibattito su pregi e difetti del vecchio rivoluzionario.</p>



<p>L&#8217;ultima parte della nostra chiacchierata è stata dedicata invece ai profughi di guerra, alla gente che scappa dall&#8217;uno e dall&#8217;altro Paese<strong>: viene da domandarsi quale sia l&#8217;estrazione sociale di queste persone, in cosa consistano le loro possibilità e le loro motivazioni</strong>. Partendo dalla parte più colpita, Yasinsky spiega che la legge ucraina adesso vieta a tutti gli uomini minori di 60 anni di abbandonare il Paese: stanno mobilitando chiunque. C&#8217;è molta paura, la repressione è aumentata dall&#8217;inizio della guerra e il clima si è indurito: pattuglie militari rastrellano migliaia di giovani per trascinarli al fronte, secondo diverse fonti il numero di prigionieri politici va da 10.000 a 15.000, <strong>che in proporzione alla popolazione sono dieci volte di più di quelli presenti in Russia</strong>. Preferisce sorvolare sulle condizioni nelle carceri e sul reato di tortura, ma racconta dei numerosi arresti subiti dagli impiegati e dai lavoratori dei servizi sociali che avevano collaborato con i russi sotto l&#8217;occupazione, una volta riconquistato il territorio dall&#8217;Ucraina. È una caccia alle streghe in cui si rischia la prigione per un like sbagliato, quindi è impossibile sapere cosa pensa realmente la popolazione civile laggiù. Si può ancora uscire dall&#8217;Ucraina sfruttando la corruzione, che pervade anche i controlli alle frontiere: basta avere tra i 7000 e i 9000 dollari in contanti, <strong>sicché gli oligarchi e le famiglie più ricche possono entrare e uscire dall&#8217;Ucraina liberamente</strong>, mentre tutti gli altri sono condannati alla guerra.</p>



<p>Yasinsky racconta che in Russia ci sono più rifugiati ucraini che in qualsiasi altro Paese europeo: milioni di persone che sono praticamente già cittadini russi, perché le differenze tra Russia, Bielorussia e Ucraina secondo lui sono equivalenti a quelle tra varie regioni di uno stesso Paese europeo come l&#8217;Italia o la Francia. <strong>Gli ucraini emigrati in Russia partecipano alla politica, soprattutto nel campo del giornalismo, ma non possono esporsi coi loro nomi né apparire pubblicamente, perché hanno padri, figli e famigliari ancora in Ucraina che rischiano la persecuzione</strong>. Sono talvolta più patriottici verso la Russia dei russi stessi: hanno visto il fascismo ucraino e sanno la verità su quello che succede, simpatizzano con l&#8217;esercito più della gioventù locale, che continua a subire il racconto mitizzato dell&#8217;occidente.</p>



<p>In Russia invece da un lato ci sono decine di migliaia di volontari, dall&#8217;altro una mobilitazione parziale che <strong>non ha coinvolto la maggior parte dei giovani di città, i quali continuano a “mangiare gelato e ascoltare la musica”, ma ha rastrellato soprattutto le campagne e le zone rurali dell&#8217;entroterra</strong>. Yasinsky ammette che la motivazione degli ucraini al fronte è più forte, perché il caso dell&#8217;Ucraina è più semplice da leggere per i propri cittadini<strong>. Nel caso della Russia, quelli che sono fuggiti erano soprattutto pacifisti che non volevano avere nulla a che fare con questa guerra, ma nessuno li ha fermati. Sono andati via in moltissimi, soprattutto gli abitanti delle grandi città e gli appartenenti alla classe media o alle élites, ovvero quelli che avevano questa possibilità economica</strong>. Quando ci fu la mobilitazione militare, i prezzi dei voli decuplicarono; serviva parecchio denaro anche per emigrare via terra, ad esempio in Georgia o negli Stati vicini. Diversi di loro però stanno tornando in Russia, o perché hanno finito i soldi, o perché non hanno trovato lavoro, o perché adesso il rischio di essere arruolati è minore. Ad ogni modo, Yasinsky dice che per lo più non c&#8217;è discriminazione nei loro confronti, al massimo un po&#8217; d&#8217;invidia perché a differenza di altri hanno avuto quella <em>chance</em>. Parlando del Paese in cui adesso vive, il giornalista racconta una società postmoderna de-ideologizzata; ad ogni modo, per le strade della capitale stanno ritornando le bandiere russe, a dispetto delle bandiere statunitensi che le invadevano prima: molto lentamente, si sta ricostruendo una coscienza e un&#8217;identità nazionale. <strong>Non c&#8217;è un sentimento antieuropeo, anzi c&#8217;è molta compassione per l&#8217;Europa perché si sta auto-distruggendo economicamente e culturalmente</strong>: Yasinsky sostiene che anche i russi, educati con la cultura europea e, in certi periodi della Storia, parte vivente di essa, provano nostalgia verso il Vecchio Continente.</p>



<p>Quando gli chiedo come si dovrebbero comportare le sinistre di tutto il mondo nei confronti di questa guerra, Yasinsky ribadisce che la sinistra è contraddittoria, di questi tempi, e spesso non è di sinistra. <strong>Il sistema neoliberale, che non può proporre nulla di buono all&#8217;umanità, ha sequestrato i termini dell&#8217;agenda progressista parlando di ecologia, di diritti umani, di femminismo, di minoranze LGBTQI+, portando avanti queste battaglie nella formalità ma privandole dei loro contenuti e della loro intrinseca spinta al cambiamento sociale, per confondere la gente e spegnere i moti rivoluzionari che minano la propria stabilità</strong>. Secondo Yasinsky sta funzionando abbastanza bene: fa l&#8217;esempio dei Verdi in Germania, di Gabriel Boric in Cile e degli altri governi europei che si nascondono dietro l&#8217;alibi della socialdemocrazia, ma si ritrovano sempre a scendere a patti con l&#8217;impero. Tutto ciò è stato possibile grazie alla riduzione dei diritti culturali, dell&#8217;educazione, dell&#8217;istruzione pubblica<strong>: fa parte della ricetta neoliberale e la gente è sempre più disperata, bisognosa di miracoli, esposta a populismi pericolosi. Per essere davvero di sinistra, dal suo punto di vista, bisognerebbe lottare contro il capitalismo, non combattere una guerra per conto di altri a fianco dei nazisti, finanziati dalle grandi corporazioni mondiali</strong>: i governi progressisti che appoggiano tutto questo o sono ignoranti o sono traditori, non c&#8217;è altra possibilità.</p>



<p>La sua conclusione è piuttosto rassegnata: stiamo vivendo un momento pericoloso per l&#8217;umanità intera, mentre la pace sta in mani molto irresponsabili.</p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/unaltra-prospettiva-sulla-guerra-in-ucraina/">Un&#8217;altra prospettiva sulla guerra in Ucraina.</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/unaltra-prospettiva-sulla-guerra-in-ucraina/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La scheda o il fucile</title>
		<link>https://ilnemico.it/la-scheda-o-il-fucile/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/la-scheda-o-il-fucile/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 Feb 2025 11:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA['900 in fiamme]]></category>
		<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Ostilità]]></category>
		<category><![CDATA[Propaganda]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Malcolm X]]></category>
		<category><![CDATA[negri]]></category>
		<category><![CDATA[neri]]></category>
		<category><![CDATA[Nessuno può darti la libertà]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
		<category><![CDATA[segregazione]]></category>
		<category><![CDATA[uomo bianco]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=1959</guid>

					<description><![CDATA[<p>Capitolo estratto dal libro "Nessuno può darti la libertà" (GOG 2018) di Malcolm X. Il capitolo riprende uno dei discorsi più incisivi pronunciati in pubblico da Malcolm X, del 1964.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-scheda-o-il-fucile/">La scheda o il fucile</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Signor moderatore, fratello Lomax, fratelli e sorelle, amici e nemici: perché non posso credere che tutti i presenti qui siano amici e al tempo stesso non voglio trascurare nessuno. L’argo­mento di stasera, da quel che ho capito, è<strong> <em>La rivolta negra: che cosa verrà dopo?</em></strong>A mio modesto parere essa pone un preciso di­lemma: <strong>la scheda o il fucile<a href="#_ftn1" id="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a>.</strong></p>



<p>Prima di spiegare cosa intendo dire con <em>la scheda o il fucile</em>, vorrei chiarire qualcosa che mi riguarda.<strong> Sono ancora musulma­no, l’Islam è ancora la mia religione</strong>. Questa è la mia fede per­sonale. Così come Adam Clayton Powell è un ministro cristiano che dirige la Chiesa Battista Abissina di New York, ma al tempo stesso partecipa alle lotte politiche per cercare di ottenere dei diritti per i neri in questo Paese, e così come il dottor Martin Luther King è un ministro cristiano ad Atlanta, in Georgia, ed è alla testa di un’altra organizzazione che combatte per i diritti civili dei neri in questo Paese; così come il reverendo Galami­son – credo che ne abbiate sentito parlare – è un altro ministro cristiano di New York che si è profondamente impegnato nel boicottaggio scolastico per combattere la segregazione nell’istru­zione, <strong>ebbene, anch’io sono un ministro, non un ministro cristia­no ma un ministro musulmano e credo nell’azione su tutti i fronti con tutti i mezzi necessari.</strong></p>



<div type="product" ids="1961" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Sebbene io sia ancora musulmano, non sono venuto qui stase­ra a parlare della mia religione o a cercare di cambiare la vostra religione. Non sono venuto qui per discutere di ciò che ci divide perché è tempo di cancellare i nostri disaccordi e di renderci conto che abbiamo tutti lo stesso problema, un problema comune, <strong>un problema che vi costringerà a vivere in questo inferno sia che siate battisti, metodisti, musulmani o nazionalisti</strong>. Non importa se siete colti o analfabeti, se abitate in zone eleganti o nel ghetto, siete tutti nello stesso inferno, proprio come me<strong>. Sia­mo tutti sulla stessa barca e stiamo subendo questo inferno dallo stesso uomo: l’uomo bianco. </strong>Tutti noi abbiamo sofferto qui, in questo Paese, l’oppressione politica, lo sfruttamento economico, e la degradazione sociale per opera dell’uomo bianco.</p>



<p>Adesso, dire queste cose non significa dire che siamo contro i bianchi in quanto tali, <strong>significa che siamo contro lo sfruttamen­to, contro la degradazione e contro l’oppressione. E se l’uomo bianco non ci vuole contro di lui, allora la smetta di opprimerci, di sfruttarci e di degradarci.</strong> Indipendentemente dal fatto che siamo musulmani, cristiani, nazionalisti, agnostici o atei, dobbia­mo prima di tutto imparare a dimenticare le nostre differenze. Se tra di noi ci sono delle divergenze, discutiamone in privato e quando ci mostriamo in pubblico non accapigliamoci tra di noi prima di aver finito di discutere con l’uomo bianco. Se il defunto presidente Kennedy riuscì a incontrarsi con Krusciov e scambia­re del grano, noi abbiamo certamente molte più cose in comune tra di noi di quante Kennedy e Krusciov ne avessero tra di loro.</p>



<p>Se non facciamo presto, penso che dovrete convenire con me sul fatto che saremo costretti a usare o la scheda o il fucile. Il 1964 sarà la volta dell’una o delle altre. Non è che stia per arrivare il momento: il momento è già arrivato. <strong>Il 1964 minaccia di essere l’anno più esplosivo che l’America abbia mai visto</strong>. L’an­no più esplosivo. Perché? È anche un anno politico, è l’anno in cui tutti i politici bianchi torneranno nelle comunità nere a cor­teggiare voi e me per qualche voto<strong>. È l’anno in cui tutti i politici bianchi imbroglioni verranno qui nelle nostre comunità con le loro false promesse, ad alimentare le nostre speranze di pacifica­zione, con i loro trucchi e i loro inganni, con delle false promesse che non hanno nessuna intenzione di mantenere</strong>. Con questi me­todi, loro alimentano un’insoddisfazione che potrà portare a una cosa soltanto: l’esplosione. E, ora, qui in America – mi dispiace, fratello Lomax – <strong>ha fatto la sua comparsa il tipo di uomo negro che non intende più solamente porgere l’altra guancia.</strong></p>



<p>Non state a sentire quelli che vi dicono che tutte le probabili­tà sono contro di voi. Se vi arruolano nell’esercito per mandarvi in Corea a fronteggiare ottocento milioni di cinesi, e riuscite ad avere coraggio laggiù, potete essere coraggiosi anche qui. La lot­ta è più impari là che qui e se combattete qui, almeno sapete per cosa state combattendo.</p>



<p>Non sono un politico e neppure uno studioso di politica. A dire il vero non sono uno studioso di niente in particolare, <strong>non sono democratico né repubblicano e non mi considero neanche americano. Perché se voi e io fossimo americani non esistereb­be alcun problema.</strong> Gli ungheresi diventano americani appena scendono dalla nave; i polacchi sono già americani, gli immigrati italiani sono già americani. Tutti quelli che sono venuti dall’Eu­ropa; tutti quelli che avevano gli occhi blu sono già americani ma noi, con tutto il tempo che siamo stati qui, non lo siamo ancora.</p>



<p>Beh, <strong>non sono uno a cui piace farsi delle illusioni e non sono disposto a sedermi al tavolo e guardare uno che mangia, mentre il mio piatto è vuoto, e considerarmi come un commensale</strong>. Non si diventa commensali solo per il fatto di sedersi a un tavolo, lo si è solo se c’è qualcosa nel piatto. Il fatto di essere qui in America non basta a renderci americani. Il fatto di essere nati in questo Paese non basta a renderci americani. Infatti, se bastasse la na­scita per rendervi americani, non ci sarebbe bisogno di nessuna legislazione, di nessun emendamento alla Costituzione e ora non si assisterebbe all’ostruzionismo parlamentare dei provvedimen­ti sui diritti civili. Per trasformare un polacco in americano non c’è bisogno di approvare nessuna legge sui diritti civili.</p>



<p>No, io non sono americano<strong>. Sono uno dei ventidue milioni di neri che sono vittime dell’americanismo, uno dei ventidue milioni di neri che sono vittime della democrazia che non è altro che un’ipocrisia sotto mentite spoglie. Non vengo qui a parlarvi da americano, da patriota, non sono uno che saluta la bandiera o che la sventola a ogni occasione, no! Io vi parlo da vittima di questo sistema americano e vedo l’America con gli occhi di una vittima</strong>. Non riesco a vedere nessun sogno americano. Quello che vedo è un incubo americano.</p>



<div type="product" ids="1617" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Questi ventidue milioni di vittime si stanno svegliando; stan­no aprendo gli occhi; stanno iniziando a vedere quello che pri­ma erano soliti solo guardare; stanno diventando maturi politi­camente. Stanno realizzando che ci sono delle nuove tendenze politiche, da costa a costa, e vedendo queste nuove tendenze politiche è possibile che vedano che ogni volta che c’è un’e­lezione i risultati sono così vicini da obbligare un riconteggio delle schede.</p>



<p>[…]<br><br></p>



<p>Quindi, che cosa dobbiamo fare? Prima di tutto abbiamo bisogno di amici, di nuovi alleati. Tutta la lotta per i diritti ci­vili richiede una nuova e più vasta interpretazione. Dobbiamo considerare questa cosa dei diritti civili da una diversa angolatu­ra, sia dall’interno che dall’esterno. Per quelli di noi che hanno come filosofia il nazionalismo nero c’è un solo modo per entrare nella lotta per i diritti civili: <strong>dare a essa una nuova interpretazio­ne, perché quella vecchia ci lasciava fuori, ci escludeva del tutto</strong>. Perciò noi stiamo dando alla lotta per i diritti civili una nuova interpretazione, un’interpretazione che ci metta in condizioni di entrarne a far parte. Quanto a quelle teste vuote che sono passa­te da un compromesso all’altro, sempre pronte a parlare con la lingua di velluto e a muoversi con circospezione, non intendia­mo più permettere che continuino a comportarsi in quel modo e non intendiamo scendere a compromessi con loro.</p>



<p>Come potete ringraziare un uomo perché vi sta dando qual­cosa che è già vostro? Come potete ringraziarlo per darvi solo una parte di ciò che vi spetta? <strong>Non abbiamo fatto nessun pro­gresso perché quello che ci viene dato doveva già essere nostro da tempo</strong>. Questo non è progresso, e mi piace molto il modo in cui il fratello Lomax ha sottolineato il fatto che ci troviamo allo stesso punto in cui eravamo nel 1954. Dirò di più: non siamo neanche al punto in cui eravamo nel 1954; siamo più indietro perché c’è più segregazione oggi di quanta ce ne fosse allora. Ci sono più odio razziale, più animosità e più segregazione oggi, nel 1964, che dieci anni fa.</p>



<p>Dov’è il progresso? <strong>Siamo oggi in una situazione in cui fanno la loro comparsa dei giovani negri che non vogliono più sentir parlare di storielle del tipo «porgi l’altra guancia».</strong> A Jackson­ville, quelli che tiravano le bottiglie molotov erano degli adole­scenti. I negri non avevano mai fatto una cosa simile prima e ciò mostra che c’è un nuovo modo di affrontare i problemi che si sta facendo strada, un nuovo modo di pensare e una nuova strategia. Questo mese saranno le bottiglie molotov, il prossimo le bombe a mano e il prossimo ancora qualche altra cosa. <strong>Ci saranno o le schede o i fucili, o la libertà o la morte</strong>. L’unica differenza, però, tra questa e l’altra morte è che sarà reciproca. Sapete cosa voglio dire con reciproca? L’ho presa dal fratello Lomax, che l’ha ado­perata prima. Io di solito non mi servo di questi paroloni perché normalmente non ho a che fare con gente importante, ma solo con persone comuni. Credo che si possano mettere insieme tante di queste persone comuni e spazzar via tanti di quei personaggi importanti. Quelli non hanno nulla da perdere e nulla da guada­gnare e te lo fanno capire subito che, per ballare il tango, bisogna essere in due e quando si muove l’uno anche l’altro è costretto a muoversi.</p>



<p>I nazionalisti neri, coloro la cui filosofia è il nazionalismo nero, nel portare avanti questa nuova interpretazione del signifi­cato generale della lotta per i diritti civili, la considerano, come ha sottolineato il fratello Lomax, sinonimo dell’uguaglianza di opportunità. Beh, siamo giustificati nel ricercare diritti civili se essi significano uguaglianza di opportunità perché noi non cer­chiamo di fare altro che riscuotere gli interessi dei nostri investi­menti. I nostri padri e le nostre madri hanno investito in questo Paese il loro sudore e il loro sangue; per trecento anni abbiamo lavorato senza esser pagati, dico senza prendere neanche un sol­do di ricompensa. Senza neanche un soldo in cambio. Voi per­mettete che l’uomo bianco vada dicendo quanto è ricco questo Paese, ma non vi fermate mai a pensare come ha fatto a diventare ricco così presto. <strong>È diventato ricco perché voi lo avete reso tale.</strong></p>



<p>Prendete quelli che sono presenti qui in questa sala. Come individui sono poveri, siamo tutti poveri. Il nostro salario setti­manale basta appena per vivere, ma se si mettono insieme i salari di tutti, ce n’è abbastanza per riempire parecchie ceste. È una grande ricchezza. Se si potessero mettere insieme i guadagni an­nuali di tutti quelli che sono qui oggi, si sarebbe ricchi, più ricchi degli stessi ricchi. <strong>Quando considerate ciò, pensate a come si è arricchito lo zio Sam con le ricchezze prodotte non da un pugno di neri come quelli che sono qui stasera, ma da milioni e milioni della nostra gente</strong>. Vostra madre e vostro padre, mia madre e mio padre, non lavoravano otto ore al giorno, ma da prima che faces­se giorno fino a tarda notte, e lavoravano per niente arricchendo l’uomo bianco, arricchendo lo zio Sam.</p>



<p>Questo è il nostro investimento, il nostro contributo, il no­stro sangue, perché non soltanto noi abbiamo dato loro gratuita­mente la nostra fatica, ma anche il nostro sangue. Tutte le volte che l’uomo bianco chiamava il Paese alla guerra, noi siamo stati i primi a indossare l’uniforme e a morire su tutti i campi di bat­taglia dell’uomo bianco. Il nostro sacrificio è stato più grande di quelli compiuti da chi oggi gode di una posizione di privilegio in America. Il nostro contributo è stato più grande ma in cambio abbiamo ricevuto meno di tutti. <strong>Coloro la cui filosofia è il na­zionalismo nero hanno questo atteggiamento di fronte ai diritti civili: «Dateceli subito. Non aspettate l’anno prossimo. Dateceli ieri e anche così non sarebbe abbastanza presto!».</strong></p>



<div type="product" ids="1650" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>A questo punto vorrei fermarmi per sottolineare una cosa. <strong>Cercate di capire che ogni qualvolta che cercate di afferrare qual­cosa che vi appartiene, chiunque vi privi di tale diritto è un crimi­nale</strong>. Quando volete ottenere ciò che è vostro, siete nel pieno di­ritto di esigerlo e chiunque cerca di privarvene infrange la legge ed è un criminale. Questo è stato confermato dalla sentenza della Corte Suprema che ha dichiarato illegale la segregazione. Questo significa che la segregazione infrange la legge, che il segregazioni­sta viola la legge e quindi è un criminale. Non c’è altro modo per definirlo e quando voi protestate contro la segregazione, siete dalla parte della legge e la Corte Suprema è con voi.</p>



<p>Ora, chi è che si oppone a voi quando volete far applicare la legge? Il dipartimento di polizia stesso, con i suoi cani e i suoi manganelli. Quando voi protestate contro la segregazione, sia che si tratti delle scuole, delle zone residenziali o di qualsiasi altra cosa, avete la legge dalla vostra parte e coloro che vi si oppon­gono non la rappresentano più, ma anzi la violano e quindi non sono suoi rappresentanti. <strong>Ogni volta che manifestate contro la segregazione e qualcuno osa scagliarvi contro un cane poliziot­to, ammazzate quel cane, vi dico, ammazzatelo, ammazzate quel cane!</strong> Vi ripeto, anche se domani mi mettono in prigione, am­mazzate quel cane. Così porrete fine a questi metodi. <strong>Se i bianchi che sono qui presenti non vogliono assistere ad azioni del genere, è bene che vadano a dire al sindaco che ordini alla polizia di te­nere i cani in dipartimento. Ecco cosa dovete fare; se non lo fate voi, lo farà qualcun altro.</strong></p>



<p>Se non sarete capaci di agire con fermezza, di assumere una posizione intransigente, i vostri figli cresceranno e guardandovi penseranno<strong>: «Che vergogna!».</strong> Con ciò non voglio dire che dove­te essere violenti, ma al tempo stesso che non dovete mai pratica­re la nonviolenza con chi nonviolento non è. <strong>Io sono nonviolento con quelli che lo sono con me, ma quando qualcuno usa la vio­lenza nei miei confronti, allora è come se impazzissi e non sono più responsabile delle mie azioni. Ed è così che dovrebbero di­ventare tutti i negri</strong>. Quando sapete di non infrangere la legge, di star esercitando i vostri diritti legali e morali, secondo giustizia, allora sappiate morire per quello in cui credete. <strong>Ma non morite soli, fate che la vostra morte sia reciproca. Questo è quello che si intende per uguaglianza. Occhio per occhio, dente per dente</strong>.</p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p><a href="#_ftnref1" id="_ftn1">[1]</a> Il gioco di parole originale è intraducibile in italiano: <em>Ballots or Bullets</em> (lett: <em>schede elettorali o proiettili</em>)</p>



<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-scheda-o-il-fucile/">La scheda o il fucile</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/la-scheda-o-il-fucile/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Timothée Chalamet è il contrario di Bob Dylan</title>
		<link>https://ilnemico.it/timothee-chalamet-e-il-contrario-di-bob-dylan/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/timothee-chalamet-e-il-contrario-di-bob-dylan/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jan 2025 10:24:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[attori]]></category>
		<category><![CDATA[Bob Dylan]]></category>
		<category><![CDATA[Disney]]></category>
		<category><![CDATA[folk]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
		<category><![CDATA[rock]]></category>
		<category><![CDATA[Thimotée Chalamet]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=1866</guid>

					<description><![CDATA[<p>La Disney ha scelto di far interpretare Bob Dylan, ovvero l’uomo tormentato che finge di essere in pace, dall’attore più di moda del momento, Thimotée Chalamet, la star più eccentricamente (cioè più conformisticamente) ligia ai dettami comunicativi del momento, pronta ad assumere le forme e i modi più “giusti”.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/timothee-chalamet-e-il-contrario-di-bob-dylan/">Timothée Chalamet è il contrario di Bob Dylan</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Avete presente il <strong>Timothée Chalamet</strong> dello spot <em>Bleu de Chanel</em>, il divo dall’aria annoiata che dopo aver ricevuto un bigliettino da una sconosciuta ammiratrice la insegue fino alla metropolitana salvo poi rimettersi in cammino come se nulla fosse mentre la sua voce fuori campo annuncia il nome del profumo in questione, <strong>come a dire chi se ne frega se quella mi è sfuggita?</strong> Il Gene Hackman respinto al bar dalle due ragazze ne <em>Il braccio violento della legge</em> si consolava con l’uovo sodo (“tanto io ho c’ho l’ovetto…”); Chalamet no, Chalamet dell’ovetto non saprebbe cosa farsene. Lui, nelle mani di Scorsese, punta tutto sul valore aggiunto, sul fascino del divo incuriosito lì per lì dal mistero (bluastro, <em>ça va sans dire</em>) delle cose. <strong>Più essenza che esistenza, insomma, in senso per una volta più letterale che sartriano</strong>…</p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>È lo stesso Chalamet che mentre girava lo spot per Scorsese era tutto intento a calarsi nei panni dell’artista che proprio sul mistero ha costruito la corazza personale (“per cinque anni e mezzo ho portato dietro la chitarra per imparare a suonarla”, ha detto) prima ancora che contro il mondo<strong>, contro se stesso</strong>, del genio che a colpi di strappi, di dichiarazioni spiazzanti, di dinieghi e di bugie e a costo di clamorose inversioni a U<strong>, ha ostinatamente, antipaticamente, artisticamente tenuto fede al principio-guida</strong> enunciato in una delle sue prime canzoni, <em>It’s All over Now, baby blu</em>: <strong>“Te ne devi andare subito, prendi ciò che ti serve”.</strong></p>



<p>Il <em>No direction home</em>, il distacco, l’idea di andare avanti, la bulimia musicale, l’inquietudine e il rifiuto di tutto ciò che non fosse “io” o “me”, trasformate in regola di vita. Ovvero Bob Dylan,<strong> ovvero l’uomo tormentato che finge di essere in pace, interpretato dall’attore più di moda del momento, </strong>specializzato proprio in ruoli soavemente tormentati, preferibilmente amorosi<strong>, la star più eccentricamente (cioè più conformisticamente) ligia ai dettami comunicativi del momento, pronta ad assumere le forme e i modi più “giust</strong>i&#8221;, che sia il <em>photo call</em> con abbigliamento di (fluida) ordinanza, l’obbligatoria presa di distanza dal Woody Allen (suo regista di <em>Un giorno di pioggia a New York</em>) accusato alla fine non si è capito bene di cosa o la passione sviscerata un po’ a sorpresa per il calcio, per la Roma e per Totti che tanto può far colpo sulla stampa e su tanti giovani fan. Di là, uno che ha fatto di tutto per fuggire se stesso, per liberarsi del successo così ossessivamente &#8211; almeno agli inizi &#8211; inseguito, pronto a smentire se stesso a getto continuo, <strong>di qua un attore che potrebbe essere suo nipote diventato il simbolo luccicante della contemporaneità comunicativa</strong>; di là un poeta che proprio come Sartre si permette il lusso (o la sfacciataggine?) di snobbare il Nobel ricevuto per la letteratura (in quell’occasione spedì a Stoccolma l’emissaria di lusso Patti Smith), <strong>di qua un ragazzo chiamato a dare luccicanza a un cinema che non si sa quanto sia giusto dare per morto o no</strong>.</p>



<p>Che i due estremi dovessero toccarsi forse era prevedibile, che dovessero anche baciarsi, decisamente meno. Soprattutto dalla parte dello scorbutico Dylan che a sorpresa (tanto per cambiare!) aveva dato via social la benedizione al film, già suffragata per la verità dalla presenza del suo manager, Jeff Rosen, tra i produttori del film: “Timmy è un attore brillante, così sono sicuro che sarà completamente credibile nella mia parte. O nella parte di un me più giovane. O di qualche altra versione di me&#8221;. Ecco, “<strong>qualche altra versione di me</strong>”. Perché questo è il punto, per quest’uomo che in vita sua ha indossato maschere su maschere, sfuggente, contraddittorio e “impossibile” come nessun altro, diventato leggenda contro se stesso, quasi un auto-simulacro a forma di prisma.</p>



<p>Non per nulla Todd Haynes anni fa aveva intitolato -dylanianamente &#8211; il suo film <em>Io non sono qui</em>, scomponendo il protagonista in varie parti-sfaccettature-momenti di vita (interpretati da attori come Richard Gere, Heath Ledger, Christian Bale e da attrici come Cate Blanchett), e non per nulla lo stesso Scorsese nel più recente <em>Rolling Thunder</em>, si era inventato &#8211; anche lui dylanianamente, in fuga dal convenzionale &#8211; una serie di evidenti, volute falsità. Non per nulla i fratelli Coen in <em>A proposito di Davis</em>, dedicato a un suo collega decisamente meno fortunato, lo facevano intravedere solo nel finale, in procinto di cantare al “Gaslight”.</p>



<div type="product" ids="1617" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>James Mangold no. Mangold, in questo <em>A complete Unknown</em> ha in Chalamet il suo Dylan, e gli sta addosso dall’inizio alla fine, da quando ventenne sbarca a New York nel 1961 a quando, quattro anni dopo, se ne va in motocicletta via da Newport, dopo lo s-concerto rockettaro creato nel santuario più venerato della musica folk, sorvegliato da vestali puriste come Pete Seeger e Alan Lomax. <strong>Per il giovane cantautore era l’addio al ruolo di acclamato portavoce della musica “di protesta” in cui canzoni come <em>Masters of War</em> e i tanti duetti con Joan Baez lo avevano incastonato in quel periodo cruciale della storia recente degli Stati Uniti</strong>, quello in cui la rivoluzione controculturale faceva davvero paura ai potenti, quello del passaggio da Kennedy a Johnson, quello in cui il razzismo teneva per la collottola la democrazia americana, quello in cui cominciava seriamente a incrinarsi il tacito e avvilente patto tra Washington e Stati del sud: voi votate le nostre leggi, noi lasciamo correre sul famoso “uguali ma separati”. <strong>Risolto in maniera ben diversa, è lo stesso Dylan elettrico, neo divo “contro”, ormai sulle copertine delle riviste come Malcom X, Kennedy o Castro</strong>, e che nel film di Tod Haynes aveva il corpo di Cate Blanchett e che, dal palco, dalle custodie degli strumenti musicali tirava fuori mitragliatrici.</p>



<p>Intendiamoci, il disagio civile era davvero reale, così come l’anticonformismo, e anche a Thelonius Monk il ragazzo si era presentato dicendo “faccio musica folk” (“beh, quella la facciamo tutti, gli aveva risposto il jazzista”), <strong>per dire che il problema non era certo il folk, ma quello che il folk si portava dietro</strong>, che gli stava intorno, anzi addosso. Il suo nume, più ancora di Hank Williams e Buddy Holly restava Woody Guthrie (quello che qualche strale lo aveva spedito anche a Fred Trump, il padre di Donald), che Mangold ci presenta in ospedale, insieme a Pete Seeger, come già fece Artur Penn in <em>Alice’s Restaurant</em>. Solo che Mangold, a differenza di Penn, in quella camera d’ospedale ci porta anche Dylan trasformandola praticamente in una sala prove chiamata a dare il la (il battesimo del maestro) all’intero film.</p>



<p>Un film, questo <em>A complete Unknown</em> (un completo sconosciuto, vuol dire, originale giudicato a quanto pare più felice di qualsiasi titolo italiano), <strong>che aggiunge episodi di fantasia e ne toglie altri di realtà</strong> (per esempio il&nbsp; fatto che a portare per la prima volta le sue canzoni in classifica, a sancirne l’affermazione fu per primo il trio Peter, Paul e Mary) e che in attesa del “voltafaccia” finale si risolve tutto tra canzoni (una decina in tutto, tra cui le ormai classiche <em>The Times They Are A-Changin</em> o <em>Like a Rolling Stone</em>) e intermittenze amorose vissute da lui e più che altro sofferte dalle sue innamorate dell’epoca, Sylvie Russo (nella realtà Suze Rotolo, interpretata da quella&nbsp;Elle Fanning un po’ smorfiosa che con Chalamet aveva già fatto coppia per Woody Allen) e Joan Baez (nella realtà…Joan Baez, interpretata da Monica Barbaro). Niente di più, a parte forse un Johnny Cash che (purtroppo) stavolta non è Joachim Phoenix come in <em>Walk the Line</em> e che per lui ha solo una raccomandazione: “combattere i poteri forti”.</p>



<p>Dylan ha detto spesso di amare gli acrobati (un “trapezista” si è anche autodefinito), <strong>Mangold deve amarli molto meno</strong>. Regista affidabile e multiuso (tanti i generi da lui affrontati, dal poliziesco al western, passando per la commedia), <strong>nemmeno stavolta, in questo film targato Disney, mostra curiosità per territori “altri”.</strong> Premiato oltre misura dalle otto nomination all’Oscar, probabilmente pensava che per far centro potessero bastare alcune canzoni immortali e una star come Chalamet, capace di far aggio su un mito vivente, con l’espressione da celebrity annoiata così simile a quella esibita nello spot Chanel di Scorsese. Uno Chalamet incensato ora a dismisura anche come cantante da cronisti evidentemente troppo poco interessati a chiedersi quanti e quali miracoli possa fare la tecnologia del suono…</p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/timothee-chalamet-e-il-contrario-di-bob-dylan/">Timothée Chalamet è il contrario di Bob Dylan</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/timothee-chalamet-e-il-contrario-di-bob-dylan/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Benvenuti nell&#039;&#8221;Illuminismo Oscuro&#8221;</title>
		<link>https://ilnemico.it/benvenuti-nellilluminismo-oscuro/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/benvenuti-nellilluminismo-oscuro/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jan 2025 11:40:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Dominio della Tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Transumanesimo]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Illuminismo Oscuro]]></category>
		<category><![CDATA[La Cattedrale]]></category>
		<category><![CDATA[Modernità]]></category>
		<category><![CDATA[Nick Land]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[razza]]></category>
		<category><![CDATA[Silicon Valley]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=1854</guid>

					<description><![CDATA[<p>A dieci anni di distanza dalla pubblicazione suo "Illuminismo Oscuro", i pensieri di Nick Land sembrano ormai usciti allo scoperto, e invece di dirigere in modo solo sotterraneo l'agenda della destra reazionaria americana, sono ormai sempre più sovrapponibili all'attualità.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/benvenuti-nellilluminismo-oscuro/">Benvenuti nell&#039;&#8221;Illuminismo Oscuro&#8221;</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><em>Una storia di codici incrociati</em></strong></p>



<p>(Capitolo estratto dal libro di Nick Land, &#8220;Illuminismo oscuro&#8221;, GOG Edizioni, 2019)</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-f648c47d677af9afd98d1db573a68108"><br>La democrazia è l’opposto della libertà, pressoché innata al processo democratico è la tendenza a una minore libertà invece che a una maggiore, e la democrazia non è qualcosa da aggiustare. La democrazia è intrinsecamente guasta, come il socialismo. L’unico modo di ripararla è romperla. — Frank Karsten</p>



<p class="has-vivid-purple-color has-luminous-vivid-amber-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-f14fa872d436bca736b0c6dc0fe0ae06"><br>Lo storico della scienza Doug Fosnow ha invocato una secessione delle contee rosse degli USA da quelle blu, a formare una nuova federazione. La platea ha accolto l’idea con molto scetticismo, notando come la federazione rossa praticamente non avrebbe avuto sbocco sul mare. Doug pensava davvero che una simile secessione fosse possibile? No, ha ammesso allegramente, ma qualsiasi cosa sarebbe meglio di una guerra razziale che lui ritiene probabile, ed è dovere degli intellettuali inventarsi una qualche possibilità meno orribile. — John Derbyshire</p>



<p class="has-luminous-vivid-amber-color has-vivid-purple-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-87ddc9dbc39c9fe386c89943be5601c7"><br>Quindi piuttosto che di una riforma dall’alto verso il basso, alle attuali condizioni la strategia deve essere quella di una rivoluzione dal basso verso l’alto. In prima istanza, la realizzazione di questa intuizione sembrerebbe rendere impossibile il compito di una rivoluzione sociale liberal-libertaria: non è forse implicito che bisogna persuadere la maggioranza del pubblico a votare per l’abolizione della democrazia e porre fine a tassazioni e legislazioni? E non è questa una pura fantasia, dato che le masse sono sempre ottuse e indolenti, e dato che la democrazia, come appena detto, promuove la degenerazione morale e intellettuale? Come si può pretendere che la maggioranza di un popolo sempre più degenerato e abituato al diritto di voto rinunci volontariamente all’opportunità di saccheggiare la proprietà altrui? Messa così, si deve ammettere che la prospettiva di una rivoluzione sociale deve essere considerata praticamente nulla. Piuttosto, è solo in seconda istanza, considerando la secessione come parte integrante di qualsiasi strategia dal basso verso l’alto, che il compito di una rivoluzione liberal-libertaria appare meno che impossibile, anche se rimane scoraggiante. — Hans-Hermann Hoppe</p>



<p><br>Concepita in via generale, la modernità è una condizione sociale definita da una tendenza di base, che possiamo riassumere nei tassi di crescita economica sostenuti che eccedono gli incrementi della popolazione, e segnano così una fuga dalla storia normale, ingabbiata nella trappola malthusiana. </p>



<div type="product" ids="169" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Quando, nell’interesse di una valutazione spassionata, l’analisi è limitata nei termini di questo modello quantitativo essenziale, essa sostiene la sottodivisione nelle componenti di crescita positive e negative della tendenza: <strong>da un lato, i contributi tecnico-industriali (scientifici e commerciali) all’accelerazione dello sviluppo, e, dall’altro, le contro-tendenze sociopolitiche verso l’acquisizione del prodotto economico per via di interessi speciali di rendita potenziati in via democratica (demosclerosi).</strong> Quel che il liberalismo classico dà (rivoluzione industriale), il liberalismo maturo lo toglie (per via del parassitario assistenzialismo di Stato). In termini di geometria astratta, descrive una curva a S autolimitante fuori controllo.</p>



<p><br>Concepita in via particolare, come singolarità, o cosa reale, la modernità ha delle <strong>caratteristiche etno-geografiche</strong> che complicano e qualificano la sua purezza matematica. Veniva da qualche altra parte, si è imposta con maggiore ampiezza e ha condotto i vari popoli del mondo entro una <strong>varietà straordinaria di nuove relazioni</strong>. Queste relazioni erano tipicamente moderne se comportavano uno straripamento dei precedenti limiti malthusiani, consentendo l’accumulazione di capitale e avviando nuove tendenze demografiche, ma mettevano insieme gruppi concreti piuttosto che funzioni economiche astratte. </p>



<p>Quantomeno in apparenza, quindi, la modernità era qualcosa <strong>fatta da gente di un certo tipo con (e non di rado a – o anche contro) altre persone, visibilmente diverse da loro</strong>. Nel momento in cui vacillava sul declivio della curva a S, a inizio Novecento, <strong>la resistenza ai suoi tratti generici (alienazione capitalistica) era diventata quasi del tutto indistinguibile dall’opposizione alla sua particolarità (imperialismo europeo e supremazia bianca)</strong>. Come conseguenza inevitabile, l’autoconsapevolezza modernista del nucleo etno-geografico del sistema è scivolata verso il panico razziale, in un processo che è stato arrestato solo dall’ascesa e dall’immolazione del Terzo Reich.</p>



<p><br>Data la<strong> tendenza intrinseca della modernità a degenerare o auto-cancellarsi</strong>, si aprono<strong> tre ampie prospettive.</strong> Che non sono strettamente esclusive, e quindi non si tratta di vere alternative, ma a scopi schematici è utile presentarle come tali.</p>



<p><br><strong>(1) Modernità 2.0.</strong> La modernizzazione globale è rinvigorita da un<strong> nuovo nucleo etno-geografico</strong>, liberato dalle strutture degenerate del suo predecessore eurocentrico, ma senza dubbio costretto a confrontarsi con tendenze di lunga durata di carattere altrettanto mortuario. Questo è di gran lunga lo scenario più incoraggiante e plausibile (da una prospettiva filomodernista) e se <strong>la Cina </strong>rimane anche solo approssimativamente sul suo sentiero attuale esso sarà di sicuro realizzato. (L’India, purtroppo, sembra essere andata troppo oltre nella sua versione autoctona della demosclerosi per poter competere sul serio).</p>



<div type="product" ids="224" class="wp-block-banner-post"></div>



<p><br><strong>(2) Postmodernità</strong>. Considerando essenzialmente una <strong>nuova era oscura</strong>, in cui i limiti malthusiani si impongono di nuovo e in maniera brutale, questo scenario presume che la Modernità 1.0 abbia globalizzato radicalmente la proprio morbilità e che<strong> l’intero futuro del mondo collasserà</strong> su questo punto. È quel che succederà<strong> nel caso vinca la Cattedrale</strong><sup data-fn="1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a" class="fn"><a id="1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a-link" href="#1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a">1</a></sup>.</p>



<p><br><strong>(3) Rinascimento dell’Occidente</strong>. Per rinascere è prima necessario morire, quindi più duro sarà il riavvio forzato e meglio sarà. Crisi e disintegrazione globali offrono le migliori probabilità (più realisticamente come sotto-tema all’opzione n. 1).</p>



<p><br>Siccome la concorrenza fa bene, <strong>un pizzico di Rinascimento dell’Occidente renderebbe il tutto più vivace</strong>, anche se – come è più probabile –<strong> l’autostrada principale per il futuro sarà la Modernità 2.0.</strong> Questo dipende dall’eventualità che l’Occidente riesca a fermare e rovesciare quasi tutto quel che è stato fatto nell’ultimo secolo, a parte le innovazioni scientifiche, tecnologiche e d’impresa. È consigliabile mantenere la disciplina retorica entro modalità strettamente ipotetiche, perché la possibilità di ognuna di queste cose è a tinte vivacemente incredibili:</p>



<p><br>(1) Sostituzione della democrazia rappresentativa con il <strong>repubblicanesimo costituzionale</strong> (o meccanismi governativi anti-politici ancora più estremi).</p>



<p><br>(2) <strong>Massiccio ridimensionamento del governo</strong> e suo rigoroso confinamento alle funzioni principali (al massimo).</p>



<p><br>(3) <strong>Ripristino della moneta forte</strong> (in metallo prezioso e certificati aurei) e <strong>abolizione delle banche centrali.</strong></p>



<p><br>(4) <strong>Smantellamento della discrezionalità monetaria e fiscale statale</strong>, quindi abolizione di fatto della macroeconomia e liberazione dell’economia autonoma (o catallattica) (questo punto è ridondante giacché segue rigorosamente dal 2 e dal 3, ma è il vero obiettivo quindi vale la pena sottolinearlo).<br>C’è di più – o meglio, c’è <strong>meno politica</strong> – ma è già assolutamente chiaro che nulla di tutto ciò si verificherà a meno di <strong>un esistenziale cataclisma di civiltà</strong>. Chiedere ai politici di limitare i propri poteri è inutile, ma non c’è niente che sta andando anche solo remotamente nella giusta direzione. Questo, comunque, non è nemmeno il più ampio o il più profondo dei problemi.</p>



<p><br>La democrazia potrebbe anche cominciare come meccanismo procedurale, difendibile per limitare il potere governativo, <strong>ma si sviluppa velocemente e inesorabilmente in qualcosa di abbastanza diverso: una cultura del furto sistematico</strong>. Non appena i politici hanno imparato a comprare il sostegno politico con i fondi pubblici e hanno spinto gli elettori ad abbracciare saccheggi e corruzione, il processo democratico si riduce alla formazione di quelle che Mancur Olson chiama coalizioni distributive – maggioranze elettorali <strong>messe assieme dal comune interesse per un modello di furto collettivamente vantaggioso</strong>. Ancor peggio, giacché la gente è in media poco brillante, la scala di predazione disponibile all’establishment politico eccede di gran lunga il folle saccheggio che si spalanca al controllo pubblico. Saccheggiare il futuro, attraverso l’indebolimento della valuta, l’accumulazione del debito, la distruzione della crescita e il ritardo tecnico-industriale è assai facile da occultare, e quindi <strong>affidabilmente popolare</strong>. La democrazia è essenzialmente tragica perché fornisce al popolino un’arma con cui distruggersi, un’arma che è sempre maneggiata e adoperata volentieri. Nessuno dice mai di no quando la roba è gratis. E quasi nessuno vede che non esiste roba gratis. La totale rovina culturale ne è la conclusione necessaria.</p>



<div type="product" ids="1652" class="wp-block-banner-post"></div>



<p><br>Nella fase finale della Modernità 1.0, <strong>la storia americana diventa la narrazione maestra per il mondo</strong>. È lì che il grande vettore culturale abramitico culmina nel <strong>neo-puritanesimo secolarizzato della Cattedrale</strong>, in quanto fonda la Nuova Gerusalemme a Washington DC. L’apparato degli intenti messianico-rivoluzionari si consolida nello Stato evangelico, il quale è autorizzato con ogni mezzo necessario a instaurare un nuovo ordine mondiale di fraternità universale nel nome dell’eguaglianza, dei diritti umani, della giustizia sociale e – soprattutto – della democrazia. <strong>L’assoluta fiducia morale della Cattedrale</strong> <strong>sottoscrive la ricerca entusiasta di uno smodato potere centralizzato</strong>, ottimamente illimitato nella sua intensa penetrazione e nella sua vasta portata.</p>



<p><br>Con un’ironia ignota alla stessa progenie dei cacciatori di streghe, <strong>l’ascesa a vette precedentemente mai raggiunte di potere politico di questa coorte strabica di tetri fanatici moralisti coincide con la discesa della democrazia di massa a profondità di avida corruzione mai immaginate prima</strong>. Ogni cinque anni l’America ruba se stessa da se stessa, e si rinchiude da sola in cambio di sostegno politico. Questa cosa della democrazia è facile – voti soltanto il tipo che ti promette più cose. Qualsiasi idiota potrebbe riuscirsi. <strong>Gli idioti le piacciono veramente</strong>, li tratta con apparente gentilezza e fa di tutto per sfornarne di più.</p>



<p><br>L’inarrestabile tendenza della democrazia alla degenerazione presenta un motivo implicito di reazione. Dal momento che ogni soglia importante del progresso socio-politico ha condotto la civiltà occidentale verso la totale rovina, ricostruirne i passi suggerisce di <strong>tornare indietro da una società del saccheggio a un ordine più antico di fiducia in se stessi, industria e scambio onesti, apprendimento pre-propagandistico e auto-organizzazione civica</strong>. Le attrattive di questa visione reazionaria sono evidenziate dalla popolarità della moda, dei simboli e dei documenti costituzionali del Settecento tra la sostanziale minoranza (Tea Party) che vede chiaramente il corso disastroso della storia politica americana.</p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>


<ol class="wp-block-footnotes"><li id="1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a">La Cattedrale è un’espressione ricorrente nel lessico dei neoreazionari. Per loro è la sede del vero potere politico degli Stati Uniti, è una meta-istituzione, un complesso mediatico-accademico-giornalistico composto da Università come Harvard, alte scuole della Ivy League, stampa e media mainstream e occupato, secondo Moldbug, da una classe sociale di “bramini del politicamente corretto”, di cui il termine Cattedrale è quasi un sinonimo, che vive e lavora per predicare i valori democratici, universalisti e progressisti alle masse, per imporre le idee accettabili e detenere il monopolio della verità storica. Yarvin adotta il termine Cattedrale perché a suo dire il progressismo è una sorta di religione, gestita da un’élite culturale di sinistra, ma in parte anche repubblicana, che non consentirebbe ai neoreazionari di esprimere le loro opinioni e perciò di “uscire” dalla democrazia. <a href="#1901a3ff-3020-4d99-ae9f-498f0332904a-link" aria-label="Salta al riferimento nella nota a piè di pagina 1">↩︎</a></li></ol><p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/benvenuti-nellilluminismo-oscuro/">Benvenuti nell&#039;&#8221;Illuminismo Oscuro&#8221;</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/benvenuti-nellilluminismo-oscuro/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La banana a orologeria</title>
		<link>https://ilnemico.it/la-banana-a-orologeria/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/la-banana-a-orologeria/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 12 Dec 2024 10:27:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Assicurazione sanitaria]]></category>
		<category><![CDATA[capitalismo]]></category>
		<category><![CDATA[CEO United Healthcare]]></category>
		<category><![CDATA[Defend]]></category>
		<category><![CDATA[Delay]]></category>
		<category><![CDATA[Deny]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Mangione]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[Omicidio]]></category>
		<category><![CDATA[Rivoluzione]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=1663</guid>

					<description><![CDATA[<p>L'omicidio da parte di Luigi Mangione del CEO della compagnia assicurativa, è solo l'ennesimo prodotto dell'epoca in cui viviamo. Già sacralizzato a meme, il suo gesto "rivoluzionario" si traduce in un prodotto seriale da consumare rapidamente.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-banana-a-orologeria/">La banana a orologeria</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Luigi Mangione, il killer del CEO del colosso assicurativo sanitario americano, <strong>è l’ultimo eroe postmoderno capace di farci fare un sussulto tardoromantico del cuore accompagnato da un pizzico di orrore.</strong> Verrà presto derubricato come semplice assassino e ce lo rivedremo in una bella serie di Netflix. Si aggiungerà alla categoria dei “mostri” che tanto piacciono e che tanto rendono alla società americana. Finirà nello scaffale dell’intrattenimento, depauperato della sua carica rivoluzionaria. <strong>Ogni rivoluzione finisce sempre nello spettacolo di sé</strong>.</p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Se non fosse per la società americana, di tali mostri non ne avremmo contezza. Ogni società ha i suoi, non v’è dubbio, ma l’America ha le sue peculiarità ben ascritte<strong>. Non c’è stato al mondo un proliferare di killer come negli Stati Uniti</strong>, una società che produce serializzazione come Guerre Stellari e infinite catene di fast food. Non a caso Luigi Mangione è stato trovato da McDonald’s. <strong>Tutto in America è seriale</strong> e il mostro non può che esprimersi secondo le stesse modalità con cui la società che l’ha generato si manifesta. Vittima del sistema, dei meccanismi disumani del potere, il killer appare come nuova creazione involontaria, scheggia impazzita di un mondo che tutto vorrebbe asservito a sé stesso.</p>



<p>L’assassino è anomalia del sistema prima che mentale. Infatti, benché non appartenga alla psichiatria, Mangione è mostro. È mostro nel senso esteso del termine, come extra-uomo-rivoluzionario. <strong>Uccidendo il CEO miliardario, Mangione, infatti, cessa di essere cittadino, membro sano della comunità e torna individuo. Si riappropria del proprio potere sovversivo che è spettacolare (l’omicidio), contro il subdolo potere economico</strong>. È l’elemento deflagrante. È colui che vuole, non tanto interrompere la serialità schiacciante e assassina di un sistema ambiguamente spietato &#8211; non potrebbe -, <strong>ma lasciare un segno, questo sì</strong>. Mangione uccidendo il miliardario si sgancia, non è più uomo-comunità ma uomo-individualità. <em>Ecce homo</em><strong>. Egli fa la rivoluzione per sé in primo luogo</strong>. Uccidendo un simbolo, sconvolge la tranquillità dell’esistenza soprattutto la propria.</p>



<p>L’atto di Mangione è controcultura. È come la banana di Cattelan che cessa di essere banana. <strong>Luigi Mangione era una banana a orologeria</strong>. Mentre la vittima cessa di esistere anch’egli muore ma rinasce in una nuova vita. In un assassinio muoiono sempre due persone, la vittima e colui che, fino al momento prima del gesto, omicida non era. Nonostante verrà, con molte probabilità, condannato, Mangione sarà finalmente libero interiormente. Vittima di un sistema sociale prima e di un sistema carcerario poi, tra le pareti della propria scelta troverà certezza di sé. Certezza di non aver scatenato la rivoluzione ma comunque di essere stato rivoluzionario. Per sé, per il suo mondo e la sua cultura. Non più banana.</p>



<p>Non è come Unabomber, di cui teneva il manifesto nello zaino quando è stato arrestato e su cui ha lasciato una lusinghiera recensione su <em>Goodreads</em>. <strong>Non ne ha il costrutto mentale-filosofico, non elabora una teoria, non articola la lotta al potere secondo un’auto-dottrina colta e ben costruita.</strong> Mangione ha, però, un retroterra di tutto rispetto, è ricco e in carriera ed è figlio dei nostri tempi. Il suo atto rivoluzionario è un privilegio da ricco. Ma è anche soprattutto un ricco privilegio. Una grande conquista. “All’uomo sono necessarie le sue cose peggiori per le migliori” scriveva Nietzsche.</p>



<div type="product" ids="1650" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Dicevamo, è pienamente figlio di quest’era tecnologica. Uccide con una pistola creata con la stampante 3d. Non genera un manifesto ma usa il linguaggio di TikTok, incide dei tag sui proiettili <strong>“<em>Deny, defend, depose</em>”:</strong> nega, difendi, deponi. Tre parole che sono già infinita moltiplicazione su internet e che rappresentano il meccanismo del sistema assicurativo americano fatto solo per incassare e fottere i cittadini. “<em>Deny, defend, depose</em>” sono gli ingranaggi con cui la ruota spietata del capitalismo americano schiaccia il cittadino. Non più banana. Non più Luigi Mangione, giovane e bello studente modello, non più Luigi Mangione giovane omicida, <strong>ma Luigi Mangione eroe rivoluzionario del web</strong>. Ogni verità si specchia e si attua anche nel rovesciamento di sé. E le verità nel mondo in cui viviamo, nei meandri del cyberspazio, sono cosa assai debole, fugace e passeggera. Sono cripto-verità come quella di Mangione è sicuramente, a conti fatti, una cripto-rivoluzione.</p>



<p>Però una cosa dobbiamo sottolinearla. <strong>Mai come oggi il potere è innanzitutto assicurazione, cioè non più produzione ma meccanismo economico. Il potere è credito</strong>. Un credito che non si assolve mai. L’individuo non produce più beni ma, da asservito, vincolato, <strong>diviene generatore involontario di ricchezza.</strong> Nel campo assicurativo sanitario americano, ma ci stiamo arrivando anche noi, l’individuo malato è fonte di reddito. La malattia è denaro. Il cittadino deve stare male non per produrre in fabbrica ma per generare fatture. La malattia è il credito di questi anni. Sintomo di potere e di controllo. Attraverso la malattia/credito il potere si arricchisce, controlla e reprime. <strong>Nell’illusione di prendersi cura di te. Di preoccuparsi del tuo benessere</strong>. Però il potere non vuole essere disturbato nel suo operato. Demanda cieca ubbidienza alle regole. Ecco, quindi, che l’assassino diventa un elemento di disturbo soprattutto se viene rivolto contro il potere e non contro un suo simile<strong>. Benché ricco, Mangione non è simile al CEO, anzi è proprio il malato</strong>. È ricco ma è sotto scacco. E quando lo scacco è matto non resta che scusarsi per ogni conflitto e trauma e ammettere che tutto quanto “andava fatto”. Con la consapevolezza che di tutto questo tra qualche anno non resterà memoria ma giusto qualche “meme” e lo scotch con cui questa banana rivoluzionaria era stata attaccata al muro si scollerà per fare spazio a un altro oltraggio.</p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/la-banana-a-orologeria/">La banana a orologeria</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/la-banana-a-orologeria/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Trump l&#8217;oeil</title>
		<link>https://ilnemico.it/trump-loeil/</link>
					<comments>https://ilnemico.it/trump-loeil/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Nov 2024 00:05:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
		<category><![CDATA[democratici]]></category>
		<category><![CDATA[Elezioni americane]]></category>
		<category><![CDATA[Harris]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[repubblicani]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://ilnemico.it/?p=1576</guid>

					<description><![CDATA[<p>Perché anche questa volta i sondaggi delle elezioni americane non sono serviti a niente? Potrebbe avere a che fare con il fallimento della strategia della sinistra, estremizzata negli USA, che con la sottrazione di dignità dei suoi avversari, li spinge all'autocensura pubblica e allo sfogo protetto dal segreto dell'urna. </p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/trump-loeil/">Trump l&#8217;oeil</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Che i sondaggi siano lo strumento peggiore per capire le inclinazioni di voto di un Paese, quello che il politologo Alfonso Signorini chiama il <em>sentiment</em>, ormai si può dire. Ma perché gli analisti e i commentatori, i giornalisti e i giudici di XFactor li prendono ancora sul serio? Chi esultando prima del tempo, chi lanciandosi in sperticate sentenze, chi vendendo le sue cripto per poi mangiarsi le mani. <strong>Quando li ascoltiamo sembra che ci sia come una misconoscenza dell’antropologia di base, quell’infarinatura minima di consapevolezza delle meschinità umane</strong> su cui ci illuminano da bambini le favole, la Bibbia e Dragon Ball. </p>



<div type="newsletter" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Tra tutte, il fatto che <strong>le persone mentono</strong>. Un’ovvietà che gli analisti troppo spesso sottovalutano, loro che lavorano solo sui dati, quindi solo su ciò che la gente dice esplicitamente. <strong>Ma le parole non sono un dato, nascondono sottotesti, sottointesi, in base al contesto mutano di significato. </strong>Pensiamo a un ragazzo americano qualsiasi, chiamiamolo Benjamin, che esce dall’Università a braccetto con la sua ragazza, anzi la sua crush – sono ancora nella fase del corteggiamento e non c’è la confidenza sufficiente per confessare l’indicibile. Lei della Virginia, una progressista convinta, lui del Missouri e la notte di nascosto guarda i video di Logan Paul che intervista gente assurda. </p>



<p>Una sondaggista donna, ispanica, incazzata nera dopo aver litigato con il marito causa stress pre-elettorale, li intercetta, e chiede loro che candidato voteranno alle prossime presidenziali. Lui è intenzionato a votare Trump, e tuttavia non può ammetterlo di fronte alla sondaggista incazzata ma soprattutto a Sarah, farebbe una figuraccia, complicherebbe la relazione, salterebbe la scopata a cui aveva pensato durante tutta la lezione di Bioetica dove gli hanno spiegato che il binarismo è una mistificazione teocratica. <strong>Opterà quindi per il <em>virtue signalling</em></strong>, superficiale ma ostentata segnalazione di virtù: dirà di votare per Kamala Harris. È più facile, comporta meno rischi. Perché non accade il contrario? Perché non è Sarah a mentire, dichiarando che voterà Trump per compiacere il suo ragazzo? La risposta a questa domanda, probabilmente, <strong>contiene anche la risposta a un’altra incognita: perché la sinistra sta sulle palle a tutti?</strong> </p>



<p>È una variazione sulla teoria delle minoranze intolleranti di Nassim Taleb, formulata in seguito ad un barbecue tra amici, quando si accorge che tutte le bevande disponibili sono «kosher», dicitura con cui vengono qualificati i cibi adatti agli ebrei in ossequio alle loro tradizioni. «La popolazione kosher rappresenta meno del tre per cento dei residenti degli Stati Uniti, eppure pare che quasi tutte le bevande siano kosher. Perché così il produttore, il negoziante e il ristorante non devono distinguere tra kosher e non. Niente reparti o inventari speciali. La semplice regola che detta tutto è: “Chi mangia kosher non mangerà mai cibo non-kosher, mentre a chi mangia non-kosher non è proibito il kosher”». «Basta che un certo tipo di minoranza intransigente raggiunga un livello minimo, come il 3 o il 4 per cento, perché l’intera popolazione finisca per sottomettersi alle sue preferenze».</p>



<p>Ora qui non si tratta di demografia, di un rapporto tra maggioranza e minoranza in termini numerici, quello tra Sarah e il nostro giovane Benjamin, ma rimane comunque un fatto:<strong> Sarah non potrebbe tollerare la scelta di Ben, mentre Ben tollererà senza fare troppe storie la scelta di Sarah</strong> (il patriarcato tra i ventenni è finito da un pezzo). Sarah è in qualche modo una minoranza auto-percepita, in quanto donna, in quanto progressista, di sinistra, illuminata, buona, giusta, queerfriendly, a differenza del popolo reazionario, infame, pancia del paese, composto da quelle che Eco chiamava “legioni di imbecilli” che hanno trovato voce sui social, senza capire che imbecilli con un telefono in mano lo diventiamo un po’ tutti, <strong>anche Eco</strong>. Così Sarah si sente depositaria di una legittimità superiore a quella di Ben e può far valere la sua intolleranza, costringendolo a fare pippa. «Voto Kamala Harris! Claro que sì», dirà il nostro sorridendo in favore di foglio Excel e abbracciando ancora più forte a sé Sarah. </p>



<div type="product" ids="1053" class="wp-block-banner-post"></div>



<p>Ecco che salta il banco, il sondaggio mente perché gli uomini mentono – per quieto vivere o per chissà quante altre ragioni. Quanto spazio di ripensamento corre tra ciò che diciamo, la nostra reale intenzione e l’azione concreta? <strong>Tutto questo spettro di incertezza non è contabilizzato nelle statistiche.</strong> Un vuoto in cui si muovono masse di elettori. È come pensare di vincere le elezioni sulla base dei «mi piace» ai propri post, strategia che in qualche modo la Harris ha utilizzato incentivando gli <em>endorsement</em> da parte di tutto lo Star System, da Taylor Swift a Bruce Springsteen. I social ci dicono che piacciono. Gli stadi pieni ci dicono che piacciono, certo. Ma a quanti altri stanno sulle palle e questa avversione non viene conteggiata? Su quanti, tra gli elettori afro e ispanici, ha prevalso una tendenza patriarcale che gli ha fatto preferire Trump a una donna, senza che ciò potesse essere previsto? </p>



<p><strong>Non c’è il tasto «non mi piace» sui social</strong>, non esistono gli indici di sgradimento, le minoranze non coincidono sempre con i pregiudizi statistici che abbiamo su di loro. La frustrazione o il rancore hanno questa differenza con le passioni positive, che spesso sono mute. Nessuno può ammettere di provare risentimento. Nessuno si alzerà e dirà di averne abbastanza di mangiare cibo Kosher, non davanti a tutti almeno. Nessuno dirà alla sua ragazza che è contrario all’aborto o che gli rode solo l&#8217;idea di avere uno stipendio inferiore a quello di una donna (è sbagliato questo rodimento? Però esiste e incide sul voto). Da qualche altra parte quel rancore, aggravato dalla sua inconfessabilità e divenuto umiliazione, sopraggiungerà ben oltre l’odio che vediamo sui social – la parte visibile di un’insofferenza molto più grande che è il vero ago della bilancia <strong>in un vecchio Occidente con un discreto tenore di vita dove la politica si gioca sempre più sulla manutenzione o la sostituzione dei simboli</strong> (che tanto sull’economia domina il realismo capitalista).</p>



<p>Ecco perché una strategia basata solo o principalmente sull’analisi dei dati è destinata a fallire. <strong>La politica è l’arte di interpretare il non detto, l’inconfessabile, tutto ciò che la gente omette – e dargli una voce, quindi una dignità.</strong> La destra ci sguazza in questa roba, originando mostri come Trump e affini. Mentre la sinistra si sforza di fare il contrario – il suo sembra un perenne esercizio di sottrazione di dignità alla maggioranza delle persone comuni, invitando all’autocensura, alla colpevolizzazione di sé. <strong>Possibile che non ci sia un’alternativa a queste due modalità di fare politica? Il disprezzo del basso da un lato e l’esaltazione della bassezza dall’altro?</strong> Deve esserci una via di uscita, e sicuramente non è quella di gridare che Trump ha ucciso la democrazia, sono arrivati quelli di Qanon al potere (anzi i veri complottisti sono proprio quanti credono che i complottisti abbiano portato Trump alla Casa Bianca). </p>



<p>È che l’America sembra proprio aver completato tutto l’arco delle possibilità democratiche, facendo il giro e portando all’estremo il paradosso che la democrazia contiene al suo interno, <strong>quello per cui si può pretendere la libertà di scegliere per l’illibertà</strong>. Anche perché dall’altra parte non si è proposta una vera libertà, ma un’illibertà uguale e contraria, con l&#8217;aggravante di dover sopportare una tipa come Sarah.</p>



<div type="geminga" class="wp-block-banner-post"></div>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/trump-loeil/">Trump l&#8217;oeil</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://ilnemico.it/trump-loeil/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
