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	<title>Vincenzo Profeta Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>L&#8217;artista come sistema</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Nov 2025 11:45:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Gian Maria Tosatti è una figura che sfugge alle categorie semplici dello stereotipo dell’artista naïf e maledetto, ed è uno dei motivi per cui abbiamo deciso di intervistarlo</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/lartista-come-sistema/">L&#8217;artista come sistema</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p>Gian Maria Tosatti è una figura che sfugge alle categorie semplici dello stereotipo dell’artista naïf e maledetto, ed è uno dei motivi per cui abbiamo deciso di intervistarlo. Nato a Roma nel 1980, ha attraversato la scena artistica italiana con la grazia spigolosa di chi non si limita a produrre opere, ma pretende di ridisegnare la cornice stessa in cui l’arte si muove. Artista, sì, ma anche scrittore, direttore d’istituzioni, voce pubblica, guastatore di conformismi e, volente o nolente, abile frequentatore delle zone grigie dove il sistema si mostra per quello che è: un intreccio di poetiche, politiche e capitali relazionali.</p>



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<p><br>C’è chi lo ama per la radicalità quasi etica con cui chiama le cose col loro nome, chi lo odia accusandolo di egocentrismo messianico, fino al boicottaggio; chi ne riconosce la lucidità, chi ne teme l’ingombranza o lo accusa di inconsistenza poetica.</p>



<p><br>Nel 2022 ha rappresentato l’Italia alla Biennale di Venezia con <em>Storia della notte e destino delle comete</em>, un progetto monumentale sostenuto da Valentino e altri colossi privati — un dettaglio che, nel nostro Paese, costituisce colpa ed è spesso più discusso dei contenuti stessi delle opere, e che costituirebbe reato di corruzione ai principi artistici di non si sa bene cosa.<br><br>Tosatti dice di non avere “conflitti d’interesse”, ma la sua traiettoria — Biennale, Quadriennale, scrittura militante e consolidamento prestigioso — sembra smentire la rassicurante distinzione fra chi fa e chi organizza, fra chi crea e chi amministra.<br><br>Ed è forse proprio in questa ambiguità fertile che risiede la sua forza: <strong>Tosatti non si limita a navigare il mercato, lo attraversa con la consapevolezza di chi sa che ogni opera è anche un atto politico, ogni spazio espositivo una costruzione ideologica, ogni sponsor un gesto culturale che può subire una rivalutazione etica prima che economica.</strong><br><br>In questo dialogo spietatamente serio, proviamo a smontare il dispositivo Tosatti con la delicatezza di un chirurgo e la curiosità di un bambino che infila le dita nella presa. Gli chiediamo dei confini poetici e dei codici mancanti, del mercato e dei suoi sponsor, della costruzione dei contesti e delle traiettorie relazionali.<br><br>In altre parole, gli chiediamo non solo cosa fa, ma come ci è arrivato, e come si fa.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/11/padiglione_italia_1-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-2523" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/11/padiglione_italia_1-1024x683.jpg 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/11/padiglione_italia_1-300x200.jpg 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/11/padiglione_italia_1-768x512.jpg 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/11/padiglione_italia_1.jpg 1500w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Gian Maria Tosatti, <em>Storia della Notte e Destino delle Comete</em>, 2022. Veduta dell’installazione presso Padiglione Italia, 59a Biennale di Venezia. <br></figcaption></figure>
</div>


<p><strong>Vincenzo Profeta</strong>: Parte della tua critica alla scena artistica italiana degli ultimi vent’anni è un atto d’accusa: gli artisti non hanno prodotto “massa critica”, “movimento” o “manifesto”. Quali condizioni strutturali, oltre agli artisti, ritieni siano responsabili di questo stallo?<br><br><strong>Gian Maria Tosatti</strong>: La definizione “arte italiana” si applica a una dimensione geografica o culturale. Non ha connotazioni poetiche. È quella degli artisti italiani o quella che si fa in Italia, dove risiedono anche alcuni stranieri come Adrian Paci. Altri artisti, come Petrit Halilaj o Ian Tweedy, pur essendo stranieri, appartengono a questa galassia allargata.<br>Se c’è qualche peculiarità poetica o di contenuto rispetto ad altre scene, queste risiedono in una sensibilità culturale, radicata nella nostra storia e ancora percepibile nel presente<br>Gli italiani e i tedeschi, ad esempio, partecipano meno alle poetiche post-coloniali perché i nostri drammi storici recenti sono stati principalmente il fascismo e il nazismo, e ci hanno imposto prospettive diverse, complementari rispetto a quelle coloniali di inglesi, francesi, belga o americani.<br>In questo senso l’arte italiana si inserisce in un discorso globale, contribuendo con punti di vista specifici.</p>



<p><strong>VP</strong>: Questa visione non rischia di svalutare forme d’arte locali o marginali?<br></p>



<p><strong>GMT:</strong> No. Artisti che lavorano su temi qui marginali possono trovare risonanza altrove, dove ci sono artisti con le stesse urgenze e visioni.<br>In una mostra internazionale, riportare il luogo di nascita o di lavoro accanto al nome di un artista mostra come temi simili possano essere elaborati in contesti diversi, arricchendo l’analisi grazie alle differenti sensibilità culturali, di sesso, ideologia e patrimonio identitario.</p>



<p><strong>VP:</strong> Non è una contraddizione elegante: da un lato denunci l’assenza di “massa critica”, dall’altro definisci “arte italiana” in maniera liquida e inclusiva.</p>



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<p><br><strong>GMT:</strong> Come dicevo, il fraintendimento di base sta nel fatto che “arte italiana” non può essere una definizione poetica, ma al massimo la definizione di una comunità.<br>E questa comunità la critico per non aver, in questi anni, promosso discussioni attraverso cui far emergere delle identità estetiche.<br>Due atteggiamenti poetici sono emersi, a dire il vero: un approccio novorealista sull’impronta filosofica di Maurizio Ferraris e la tematica del corpo.<br>Sono, tra l’altro, temi condivisi a livello globale, su cui gli italiani avrebbero potuto strutturare una prospettiva ulteriore e complementare. Ma non ci sono stati dibattiti reali, quindi quegli “atteggiamenti” estetici non si sono trasformati in vere e solide “poetiche”.</p>



<p><strong>VP:</strong> Vuoi una nuova Transavanguardia o una nuova Wikipedia?<br><br><strong>GMT:</strong> Non sono mai stato fan di un movimento come la Transavanguardia che fu pilotato da un critico. Ho avuto sempre più simpatia per le avanguardie storiche, che nascevano dal confronto tra artisti.<br>Ma non c’è neppure bisogno di arrivare a “serrare” così tanto i ranghi. Oggi basterebbe solo un po’ di passione: la volontà di incontrarsi, parlarsi.<br>Nella Vienna di fine impero asburgico, scrittori, artisti, matematici, filosofi si frequentavano in modo molto libero, ma molto profondo. Il loro costante confronto ha posto le basi per l’arte, il teatro, la danza e anche la fisica moderna.<br>Anche oggi si potrebbe partire dai vicini e poi allargare il discorso alle latitudini internazionali.</p>



<p><strong>VP:</strong> Se i confini poetici contano poco, su cosa dovrebbe costruirsi la massa critica?<br><br><strong>GMT:</strong> I confini poetici contano, ma vanno intesi in senso relativo. Per definirli bisogna parlarsi, riconoscere specificità e valore nella ricerca altrui.<br>La massa critica nasce dal confronto, non dall’individualismo. È da quei valori e da quelle specificità che si può prendere una distanza o definire la nostra posizione.<br>Chi non ha un’idea di ciò che gli sta intorno non può nemmeno avere un’idea chiara di dove collocare se stesso, e gli artisti che non trovano interesse nel lavoro degli altri dimostrano un comportamento miope.<br>E, oltretutto, è anche ingiustificato, perché nella scena italiana, ad esempio, ci sono molti percorsi di valore.</p>



<p><strong>VP:</strong> Il sistema stabilisce canoni e meriti. Come concili il ruolo di artista, curatore ed abile promotore con la tua partecipazione al circuito?<br><br><strong>GMT:</strong> Non sono un curatore, resto un artista. Partecipare a discussioni non mi trasforma in altro. Duchamp, quando si occupava delle mostre degli altri, non diventava mica un curatore.<br>Mentre la definizione di “abile promotore” è offensiva: non promuovo nulla, faccio il mio lavoro. Cerco di farlo bene, anche per gli altri. Altrimenti perderei il mio tempo.<br>Talvolta subisco forti opposizioni, come fu al mio arrivo in Quadriennale: cinquecento professionisti del nostro settore firmarono una petizione contro di me. Poi ho decuplicato le attività dell’istituzione già nel primo anno.<br>Molti “firmatari” ne furono coinvolti. Pochi, però, si sono preoccupati di rivedere la propria posizione con altrettanto pubblico zelo. Ma non fa niente.<br>I numeri parlano più eloquentemente delle opinioni. E i buoni risultati arrivano, perché conosco bene il sistema. Ci vivo dentro, non ho conflitti d’interesse.</p>



<p><br><strong>VP:</strong> Faccio una premessa: rispondendoti pure io, mi spiace tu intenda offensiva la parola “promotore”, non era mia intenzione offenderti. Era inteso come il gesto di organizzare, chiamare a raccolta, costruire cornici e codici comuni raccogliendo anche contatti umani, come tu stesso sostieni.<br>Può anche essere un atto minore, collaterale, contaminante. La storia dell’arte è letteralmente fondata su figure che hanno saputo coniugare la pratica poetica con la capacità di farsi molto di più che promotori, ma veri PR: penso a Marinetti, a Giorgio Vasari che arriva al limite del gossip, ad André Breton con i manifesti surrealisti: hanno agito più da direttori editoriali e polemisti che da semplici artisti.<br><br><strong>GMT:</strong> Ma sì, certo, la parola “promotore” — che comunque continua a suscitare in me una certa estraneità — può essere intesa in vari modi. E, se si vuol essere un po’ iperbolici, si può anche arrivare a definire Marinetti un “PR”.<br>Io, però, preferisco non farlo. Per Marinetti, la parola “artista” mi pare che funzioni più di “PR”. Per cui mi faccio andar bene quella.</p>



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<p><strong>VP:</strong> Tu affermi che per definire confini poetici bisogna “parlarsi” e uscire dall’individualismo contemporaneo. È una visione piuttosto assembleare, dove i codici estetici si costruiscono per convergenza dialogica. Ma davvero credi che basti “parlarsi” per far nascere un canone condiviso?<br><br><strong>GMT</strong>: Per arrivare alla verticalità nelle discussioni e nelle intese bisogna prima di tutto muoversi orizzontalmente alla scoperta. Poi, raccolte abbastanza informazioni, si sceglie e si definiscono i percorsi in salita da fare coi veri “compagni di strada”, quelli con cui si affrontano le salite più dure e ambiziose.<br>Ma ora siamo indietro. Adesso manca ancora tutto il dialogo orizzontale. Gli artisti si evitano.</p>



<p><strong>VP:</strong> Rivendichi di non avere conflitti d’interesse perché, pur avendo diretto istituzioni e firmato interventi critici, resti “un artista, non un promotore né un curatore”. Differenze, a mio avviso, che non sono mai esistite realmente.<br>Ma non è proprio questa tua dichiarata estraneità a fornirti una sorta di zona franca, da cui puoi criticare il sistema senza essere del tutto vincolato alle sue logiche di responsabilità?<br><br><strong>GMT:</strong> Ogni atto umano è politico. Anche un’opera d’arte è sempre eminentemente politica se intende davvero relazionarsi alla realtà e non darsi come semplice automatismo di mercato.<br>Scrivere un editoriale su un quotidiano è politico, certo, perché prende una posizione. Ma anche parlare a tavola coi propri figli può essere politico.<br>Io sinceramente non credo di essere estraneo al sistema. Ne faccio parte, come faccio parte dello Stato Italiano, di cui sono cittadino e contribuente.</p>



<p><strong>VP:</strong> Non è forse questa ambiguità la leva più potente (e rischiosa) del tuo discorso pubblico?<br>E perché poi farla? Non credi che il contesto sia fondamentale per un artista e coinvolga diversi ambiti della quotidianità?<br>E se sì, hai dei criteri su come creare un contesto, rispondente e sufficientemente sano, tra pubblico, mercato, artisti, società?<br><br><strong>GMT:</strong> Io non trovo alcuna ambiguità. Ripeto, cerco solo di fare la mia parte. Se oltre a mettere in ordine il mio appartamento, ogni tanto innaffio anche le piante del palazzo, questo mi pare solo un modo civile di partecipare alla cosa pubblica.<br>Ripeto, se questo suona strano, credo che sia solo perché ormai siamo talmente tanto schiacciati su posizioni individuali da confondere un gesto di civiltà come innaffiare le piante del pianerottolo con qualcosa di rivoluzionario o sovversivo.<br>A me spiace se ci siamo ridotti così. Io appartengo all’Italia dei Pasolini, dei Testori, di gente che, pur avendo giocato su diversi tavoli, mi pare tutto tranne che ambigua.</p>



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<p><br><strong>VP</strong>: Sventiamo questa cosa della poetica inconsistente: qual è la tua ispirazione massima, i tuoi artisti di riferimento, e se per te le citazioni che fai all&#8217;interno dei tuoi progetti sono meri strumenti o appartengono al tuo reale subconscio immaginativo?<br><br><strong>GMT:</strong> Ma questa è una cosa che non si può nemmeno prendere sul serio se si considera che tutti i miei progetti sono a lungo termine e hanno prodotto libri piuttosto corposi nel loro svolgersi.<br>Con <em>Devozioni </em>(2005–2011) ho dato inizio a una nuova linea nell’arte ambientale; con <em>Sette Stagioni dello Spirito</em> (2013–2016) ho costruito una circostanza in cui l’opera si sovrapponesse all’intera città di Napoli trasformandola in un dispositivo per un viaggio interiore.<br>Con <em>Il mio cuore è vuoto come uno specchio</em> ancora uso l&#8217;arte come strumento di confessione tra comunità che vivono in guerre o in dittature.<br>Io lavoro per fare in modo che l’arte trasformi la realtà. In modo molto concreto. Questa è la mia poetica.<br>Ma dirlo in tre parole è semplice. Il punto è che operazioni come quelle cui ho accennato, se non sono rette da poetiche solide, non riescono a tenere sviluppi tanto complessi. Né tantomeno finiscono per collaborare con te altri artisti di valore. Con gli artisti non puoi barare.<br>E devo dire che forse è per questo che quelli che un tempo vedevo come maestri sono, poi, diventati amici o, magari, hanno anche scritto cose fantastiche sul mio lavoro. Penso a Anselm Kiefer e a Gregor Schneider, in primo luogo. Col primo condivido proprio il forte legame con la letteratura.<br>Col secondo un percorso di ricerca nell’arte ambientale.</p>



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		<title>Intervista al critico, curatore ed artista Luca Rossi.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Sep 2025 13:13:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Intervista possibile]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Luca Rossi non esiste, o forse è più reale di chi espone a Basilea o alla Biennale, esiste anonimamente, ma basta Google per trovare tutto su di lui. È un’entità diffusa, una maschera virale, un collettivo che oscilla tra l’artista e il profeta, la poesia visiva ed il critico d’arte, il troll e il curatore dj, per una post-verità dell’arte contemporanea vivente</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Luca Rossi lo evochi online e ti appare come notifica: è un’entità fantasma che ti scrive in caps lock, un guru che parla una lingua di formule e meme, con la faccia del critico Enrico Morsiani. Savonarola 2.0 dell’arte contemporanea con un account Instagram. La liturgia del museo come linguaggio digitale è il suo stile comunicativo, una serie di mantra e formule critiche ripostate e ripetute ossessivamente: <strong>Ikea evoluta, giovane Indiana Jones, nonni e genitori foundation, altermoderno.</strong></p>



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<p>Chi lo incontra per caso in rete, non incontra una persona, ma un dispositivo razionale di critica applicato all’arte: un algoritmo umano che ti riflette addosso la tua stessa ricerca isterica, un po&#8217; ego un po&#8217; critica elevata ad arte. Rossi è il glitch sacro, il bug che diventa vangelo, angelo vendicatore, artista satirico, critico e gallerista di se stesso. È l’oracolo dell’arte contemporanea che dà i voti agli artisti del momento, in barba agli odi ed alle pubbliche relazioni, e si inventa seminari e performance per imparare a vedere l’arte; la sua è sempre minimale ed invisibile, sembra che si sottrae ma è in bella mostra come tutto.</p>



<p><strong>Luca Rossi non esiste, o forse è più reale di chi espone a Basilea o alla Biennale, esiste anonimamente, ma basta Google per trovare tutto su di lui.</strong> È un’entità diffusa, una maschera virale, un collettivo che oscilla tra l’artista e il profeta, la poesia visiva ed il critico d’arte, il troll e il curatore dj, per una post-verità dell’arte contemporanea vivente.</p>



<p><strong>Vincenzo Profeta:</strong> Tu dici sempre che l’artista non dovrebbe aggiungere ma togliere: smontare anziché produrre, che produrre contenuti ormai lo fanno tutti. In un mondo che misura tutto in like, views, oggetti venduti, come può il gesto di “togliere” risultare comprensibile, avere, come dicono oggi, hype, aura, essere desiderabile, ed essere desiderato e quindi comprato, non ti sembra un po&#8217; un atteggiamento da nichilismo snob, da hipster fuori tempo massimo?</p>



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<p><strong>Luca Rossi: </strong>Serve una SLOW ART, una forma di ecologia. Il simulacro che chiamiamo artista deve cambiare pelle e inocularsi nelle reti che ci soffocano. Non è solo questione di togliere, come diceva Alda Merini “basta poco per essere felici basta vivere come le cose che dici”.</p>



<p><strong>VP:</strong> Secondo una tua teoria, l’arte è una sorta di etica e pulizia della visione proprio-oculare, insomma l’arte contemporanea ti insegna a vedere le cose belle, a decontestualizzarle. Immagina che una nonna entri in un museo contemporaneo: che cosa vede? E cosa invece non vede, perché non le è concesso? Forse la nonna capisce più di noi, perché non si fa fregare dal linguaggio dell’apparato contemporaneo, che ormai pervade tutto e non è più esclusiva degli artisti, e distrae da tutto?</p>



<p><strong>LR:</strong> Bambini e nonni sono i migliori. Sicuramente c&#8217;è più arte in un prato in Irlanda a picco su una scogliera all&#8217;imbrunire che alla Biennale o ad Art Basel. Ma allora l&#8217;artista deve portare le persone su quel prato, diversamente è meglio stare a casa. Attenzione perché molte persone non vogliono vedere, non vogliono &#8220;allenare nuovi occhi&#8221; perché vedere sarebbe per loro una tragedia. Vorrebbe dire cadere giù da quella scogliera.</p>



<p><strong>VP:</strong> Ma tu, Rossi, di fatto produci arte. Le tue operazioni digitali, le tue intrusioni critiche: sono opere travestite da opinioni, aldilà del marketing low cost, quanto influiscono poi realmente? Non pensi che lo stile da professorino, anche ironico, sia un po&#8217; datato.</p>



<p><strong>LR:</strong> A me sembra che tutti stiano improvvisando, dai capi di Stato fino a tutti noi, fino al signor Rossi qualsiasi. Anche qui bisogna ripensare da zero la formazione artistica. Dal 2009, prima di tutto, punto contro me stesso l&#8217;arma della critica. Luca Rossi ha ucciso quello che ero prima. Prima di realizzare un&#8217;opera da appendere c&#8217;ho messo 10 anni, non so in quanti possano vantare questo lusso.</p>



<p><strong>VP:</strong> Spiegaci in breve i concetti critici, di giovane Indana Jones, nonni e genitori foundation, Ikea evoluta, altermoderno.</p>



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<p><strong>LR:</strong> Il più grande ammortizzatore sociale dell&#8217;arte italiana e non solo (direi di tutto il substrato economico e produttivo italiano), è la Nonni-Genitori Foundation. Ossia i risparmi e la ricchezza accumulati dai nostri nonni e genitori, mantengono economicamente &#8211; e in ostaggio &#8211; le generazioni successive. Questo aiuta ma rende anche arrendevoli, deboli, imprigionati in gabbie dorate. Ecco i giovani artisti che, per compiacere nonni e genitori, sono costretti a scavare nei cimiteri per trovare valori sicuri, una forma di &#8220;archeologia generazionale&#8221; che nel 2012 ho chiamato la Sindrome del Giovane Indiana Jones. Negli anni &#8217;90 con il postmoderno avanzato l&#8217;arte è uscita dai musei, e da 25 anni vive nella realtà. Se non ci occupiamo di arte contemporanea la peggiore arte contemporanea si occuperà delle nostre vite. Nella Società dei Polpastrelli e delle Informazioni, la fase che Nicolas Bourriaud definisce &#8220;altermoderna&#8221;, l&#8217;artista comunemente inteso deve resistere alle degenerazioni e ai problemi del suo tempo; quindi inocularsi nelle reti che lo soffocano. Ma gli artisti preferiscono, pagati da nonni e genitori, posture rigide e nostalgiche e quindi fare ancora i quadretti nel proprio studio quello che spesso ho definito &#8220;Ikea evoluta&#8221;. Pretenzioso decoro da interni. Questo tipo di arte non mi interessa, ed è proprio quel tipo di arte che vuole disinnescare il pensiero critico e divergente.</p>



<p><strong>VP:</strong> L’arte, oggi, è a mio modesto parere è il tentativo disperato di restare indietro con eleganza, o al massimo come dici anche tu stesso un luna park per adulti. Quindi il museo diventa la cattedrale del ritardo, del sottrarsi in fondo a un reale noioso, proprio perché ha assorbito totalmente i meccanismi dell&#8217;avanguardia?</p>



<p><strong>LR:</strong> Hai ragione, oggi c&#8217;è molta più arte di qualità dove non cerchiamo l&#8217;arte. Solo però se ripensiamo completamente la formazione e la divulgazione, ma per fare questo ci vuole senso critico, ci sono delle autostrade da percorrere. Quindi sì, se guardiamo mostre fiere e biennali l&#8217;unica cosa che vediamo è una sovraproduzione di oggetti noiosi, inutili e anacronistici.</p>



<p><strong>VP:</strong> Altro tuo mantra, se non ti occupi dell’arte contemporanea un giorno l’arte contemporanea si occuperà di te, ci spieghi cosa intendi?</p>



<p><strong>LR:</strong> Se guardiamo l&#8217;arte prodotta negli anni &#8217;90 vediamo un postmoderno avanzato dove l&#8217;arte cercava realmente di impattare con la realtà. Progetti come Facebook, Amazon, Apple, i social network sono progetti che hanno germi creativi e artistici. Ma da vent&#8217;anni anche tutta la politica e la &#8220;generazione Tinder&#8221; &#8211; ossia l&#8217;arte contemporanea &#8211; si è assorbita nelle nostre vite, quindi se non abbiamo la capacità di allenare nuovi occhi non la possiamo vedere e non ci possiamo difendere. Se non ti occupi di arte contemporanea, l&#8217;arte contemporanea si occuperà della tua vita e saranno guai. Esattamente come sta succedendo.</p>



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<p><strong>VP:</strong> Anticipi l&#8217;ipocrisia, la metti in scena prima che loro possano recitarla. È un teatro preventivo: mostri il vuoto prima che diventi moda?</p>



<p><strong>LR:</strong> &#8220;Luca Rossi&#8221; è un ruolo sclerotico che veste tutti i ruoli del sistema dell&#8217;arte, come se il signor Rossi si fosse svegliato una mattina e abbia deciso di fare tutto lui. Una parodia estrema, sincera e radicale.</p>



<p><strong>VP:</strong> Come si può campare d’arte, l’arte può avere un suo specchio economico degno? In fondo è un lavoro anche faticoso. Cosa pensi del fatto che l’arte antiborghese è solo un mito borghese, e che quindi bisogna tornare ad un sistema di mecenati e botteghe, per tornare ad avere una dignità. Quali saranno poi le applicazioni dell’intelligenza artificiale in tutto questo, sarà un medioevo cyberpunk per gli artisti, per il mondo, per tutti?</p>



<p><strong>LR:</strong> Gli oggetti dell&#8217;arte sono solo testimoni di modi, atteggiamenti, visioni e attitudini, una nuvola di valore da cui precipitano quelle che chiamiamo opere d&#8217;arte. Se l&#8217;artista saprà individuare queste modalità di lavoro e trasferire ad una comunità il valore di queste modalità, è assolutamente plausibile che gli oggetti testimoni di queste modalità vengano venduti e permettano la sussistenza dell&#8217;artista.</p>



<p>Ma appunto l&#8217;artista deve ripensare completamente se stesso, questo significa ripensare la definizione di opera d&#8217;arte e di museo. Io ho iniziato a farlo 16 anni fa quindi non è facilissimo. Bisogna applicarsi, e per questo abbiamo anche creato un Academy e delle Masterclass per aiutare artisti, spettatori attenti, collezionisti e curatori.</p>



<p><strong>VP:</strong> Questa tua critica radicale per un periodo ti ha creato isolamento nel mondo dell’arte, ne hai sofferto? Te ne sei accorto?</p>



<p><strong>LR:</strong> Ad oggi, anche se sempre meno, questa critica radicale mi ha isolato e mi ha creato una condizione di ostracismo. Vedo questa condizione come una quarantena salutare, un modo per stare lontano da persone e percorsi tossici, come se la mia visione critica radicale mi avesse salvato, sia tenendomi distanti le persone sbagliate, sia uccidendo quello che di sbagliato ero prima.</p>



<p><strong>VP:</strong> Questo perché in Italia si è allergici alle critiche?</p>



<p><strong>LR:</strong> Per me è sempre colpa della &#8220;Nonni Genitori Foundation&#8221; che fin da piccoli c&#8217;ha fatto credere di essere speciali, fantastici e intoccabili; è un po&#8217; la cultura della famiglia italiana che scivola anche nella cultura mafiosa italiana per cui i miei figli sono i migliori a prescindere. Quando critichi i loro figli, non lo accettano e diventano profondamente nervosi e permalosi, non solo gli artisti ma anche i curatori, i collezionisti e i direttori di museo. Che poi nel campo dell&#8217;arte hanno dovuto fare molta fatica per raggiungere piccoli orticelli di potere, quindi non accettano alcun inciampo e alcuna critica ulteriore.</p>



<p><strong>VP:</strong> Chi sono i tuoi artisti preferiti a parte le tue interviste, non si capisce quanto vere, a Maurizio Cattelan.</p>



<p><strong>LR:</strong> L&#8217;intervista a Maurizio Cattelan è assolutamente autentica non potrei diffondere un&#8217;intervista senza che fosse reale. Apprezzo alcune cose di moltissimi artisti soprattutto moderni ed emersi negli anni ‘90. Ma anche Sehgal o MSCHF.</p>



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<p><strong>VP:</strong> Non pensi che l’arte sia come tutto il settore culturale, un settore sgonfiato e parassita, ormai? Tutti oggi possono produrre contenuto e cultura con i social ma non solo.</p>



<p><strong>LR:</strong> Senza dubbio, questo è uno dei grandi temi della mia Academy e delle Masterclass. Ci sono, proprio per questo motivo, grandi spazi di manovra. Siamo tutti artefici e vittime di una sovraproduzione di contenuti, una sorta di creatività diffusa che però rischia di soffocare tutto: la nostra capacità di approfondire e di fare esperienza profonda delle cose. Ma proprio per questo c&#8217;è tanto da fare e tanto a cui resistere e opporsi. Dammi i miliardi di euro che hanno buttato via su tanti progetti di artisti italiani negli ultimi anni e poi vediamo quello che il progetto di Luca Rossi può fare. Noi da 16 anni lavoriamo praticamente a budget zero in un sistema che ostracizza e che pone solo ostacoli. Un &#8220;sistema mafioso&#8221; che non ti uccide fisicamente, ma ti uccide professionalmente.</p>



<p><strong>VP:</strong> Hai delle soluzioni? In conclusione, c’è una via di fuga, dalla noia, e dall’hobbistica a cui è relegato gran parte di questo mondo?</p>



<p><strong>LR:</strong> La soluzione è resistere e sviluppare progetti con quello che hai, se hai limoni fai progetti con i limoni; ma ovviamente bisognerebbe scardinare questo sistema clientelare e mafioso che sottrae risorse e opportunità fondamentali a progetti che potrebbero avere enorme impatto. Nei prossimi appuntamenti in presenza a Roma e Torino cercheremo di fare proprio questo.</p>



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<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/intervista-al-critico-curatore-ed-artista-luca-rossi/">Intervista al critico, curatore ed artista Luca Rossi.</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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		<title>Recensione dal nulla di &#8220;Viola&#8221;, di Vincenzo Profeta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 May 2025 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[Gog Edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[Ubaldo Berti]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Profeta]]></category>
		<category><![CDATA[Viola]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Critica amichettista dell'ultimo libro di Vincenzo Profeta, "Viola. Scritture dal nulla" (GOG 2025)</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/recensione-dal-nulla-di-viola-di-vincenzo-profeta/">Recensione dal nulla di &#8220;Viola&#8221;, di Vincenzo Profeta</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Da bambino avevo un albo a colori intitolato <em>L’industria culturale del 2025</em>. Mostrava un mondo meraviglioso, dove i confini erano sfrangiati e i matematici diventavano romanzieri, gli scrittori conferenzieri, i comici <em>opinion leader</em>, le soubrette gialliste e viceversa. Una sfera protetta e felice, popolata di gente con qualche migliaio di follower che si voleva tanto bene e non faceva che scambiarsi carinerie sotto forma di recensioni brevi e zeppe di lodi, pezzulli di quattro/cinque paragrafi che quasi mai parlavano dei libri per stare invece sulle persone, sul loro pensiero, sulla loro statura come intellettuali e attivisti. Un piccolo eden di complimenti, dove tutti erano amici. E di cui ho sempre desiderato fare parte. <strong>Così, dopo aver letto <em>Viola. Scritture dal nulla</em>, romanzo di Vincenzo Profeta, ho pensato di buttare giù una recensione, e di usarla come chiave di accesso</strong>.</p>



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<p><strong>Preparo due paginine scritte bene e le invio alla <em>Lettura </em>del «Corriere della Sera</strong>». Passano cinque minuti e ricevo una chiamata. È un tizio della redazione, che inizia con una specie di interrogatorio. Mi chiede in che rapporti mi trovi con Vincenzo Profeta, vuole sapere se siamo amici. Sono in imbarazzo. Militare nella stessa cover band dei Gazosa significa essere amici? Sono amici due che sono stati scartati all’ultimo provino per la corrente edizione di Pechino Express, alla quale avrebbero partecipato come “I scrittori”? È amicizia convenire sul fatto che non avere mai più riproposto il duo Leo Gullotta-Dj Francesco come conduttori di <em>Striscia La Notizia</em> sia il più grave errore della carriera di Antonio Ricci? <strong>Se sì, io e Vincenzo Profeta siamo amici. Ma non so più se è un bene o un male</strong>. Non capisco: non erano tutti amici, quelli dell’industria culturale? E allora? Il redattore resta zitto. Un silenzio severissimo. Cerco di riempirlo, e inizio a parlare del libro: “Sa”, dico, “è proprio un bel libro, <em>Viola</em>, quando l’ho letto…”. Casca la linea. Provo a richiamare. Iliad. Ancora. Iliad. Aspetto due ore e chiamo di nuovo. Sempre Iliad. Mando una mail. Iliad. Mi sa che la recensione non la vogliono più. Mi sa che l’industria culturale mi ha respinto. È colpa mia? O è colpa di <em>Viola</em> di Vincenzo Profeta?</p>



<p>Cos’è, <em>Viola</em>? È un libro uscito per Gog Edizioni, un romanzo breve in quattro capitoli, di cui il primo (che occupa più di metà volume) e gli ultimi due corrispondono a un ininterrotto flusso di pensieri del protagonista – <strong>Osvaldo, scrittore, proiezione neanche troppo dissimulata dell’autore –, ossessionato da un amore devozionale per Viola, tizia insopportabile che vive a Milano e con cui si interagisce solo via chat</strong> (è un’intelligenza artificiale? Speriamo, sarebbe l’unica scusa). In mezzo, un racconto scritto da Osvaldo: la passione tra due ragazze durante il Covid, ospedalizzazioni, deliri da terapia intensiva.</p>



<p>Detta così, potrebbe essere colpa di <em>Viola</em>. Storia d’amore anni 2000, intellettuale disastrato e ragazzina idiota che per darsi un tono si appropria di luoghi comuni sui luoghi comuni, ipotesi relazione uomo-macchina ma senza gli occhioni di Joaquin Phoenix (che potrebbe anche rispondere a una delle mie lettere: io sono VERO), incursioni nell’attualità, metaletteratura. Roba già sentita. <strong>Invece <em>Viola</em>, nel bene e nel male, è un libro come ne capitano pochi, oggi.</strong> Perché la storia d’amore non è un pretesto dozzinale per tirare avanti delle riflessioni noiosissime sull’artificialità dei sentimenti, <strong>ma un epifenomeno del processo di scarnificazione che Osvaldo pratica su se stesso e, indirettamente, sulla porzione di mondo che gli compete</strong>. L’interazione con l’imbecille di Milano lo costringe in zone insopportabili, da cui prova a fuggire affidandosi a una carambola di considerazioni che costituiscono l’elemento peculiare del romanzo.</p>



<p>Leggere <em>Viola</em> è abbandonarsi alle idee di Osvaldo, buone o meno che siano. Un debordare di pensieri che apre a continue (davvero: continue) divagazioni. Gli argomenti? <strong>Capitalismo, accelerazionismo, esoterismo, manie estetico-culturali e ostentazioni contemporanee, teorie del complotto (Stevie Wonder che in realtà ci vede clamoroso), satanismo e vertigini mistiche, anticristi russi, la sfiducia nelle possibilità del linguaggio, gli angeli e gli arcangeli, la geopolitica, il digiuno intermittente, i servizi segreti, la netta sensazione – infine – che la verità stia spesso se non sempre sulla superficie</strong>. E sono intorno a un 20%. La forma? Un flusso di coscienza, tecnica ormai antica ma che qui sembra l’unica via possibile per dare tangibilità alle aggressioni mentali subite da chi scrive. A volere cavare fuori un <em>blurb</em> da quarta di copertina, dunque, <em>Viola </em>è un libro modernissimo nel contesto, modernista nello stile, antimoderno nei contenuti e nelle risoluzioni.</p>



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<p>Io sono un tipo semplice, di quelli che gli strutturalisti definiscono “buoni per il concio”, e in un libro mi piace trovare roba antichissima, come la percezione che la scrittura sia innervata da una precisa visione del mondo (o da un complesso di idee che tendono a) – bene anche se moraleggiante, purché strutturata –, con cui magari andare d’accordo; la ricerca di una cifra stilistica netta, personale; scontatezze ridotte al minimo; momenti di grazia e universalità; sprazzi di <em>humour</em>, se possibile.</p>



<p>Ora, è innegabile che leggendo <em>Viola</em> si finisca immersi in una visione del mondo, senza mai ricevere però la sensazione di essere investiti da una serie di preconcetti ideologici disciolti in prosa – anzi, quasi tentennando per il fatto che non si ammicchi MAI al lettore –, e nel tentativo di uno stile che, anzitutto, prova a essere <em>stile</em>, non l’anti-stile ormai troppo diffuso, intercambiabile tra libro e libro, autore e autore, senza picchi né crolli, blando eppure con qualche colpo di misurato effetto per non annoiare, ma in definitiva piatto: <strong>no, lo stile di Vincenzo Profeta ha una sua caratura, con limiti </strong>(il discorso-fiume, a volte, non è condotto con il nascosto ma necessario rigore che consenta comunque di seguirlo, e nei luoghi più convulsi si trasforma in un affastellamento di sintagmi poco fruibile)<strong> e con momenti notevolissimi</strong>. <strong>Soprattutto, è riconoscibile, ha un volto, un carattere specifico</strong>. E poi, al di là dell’apparente brutalità, della confusione, della fatica che si fa per seguire il barcamenarsi tra pensieri ai limiti della paranoia e della psicosi, <strong>quello che resta, di tutto <em>Viola</em>, è una sensazione di lieve divertimento e la tenerezza che ispira la lotta di Osvaldo con sé e con il mondo, a tratti commovente. </strong>Questo, almeno, vale per me: uno che si è commosso solo con <em>Hachiko</em>, fate voi.</p>



<p>Se un vizio lo vogliamo trovare, oltre ai già citati momenti di sfilacciamento del flusso interiore, c’è da dire – ma è roba forse da beghine – che il linguaggio spesso inclina allo scurrile: un compilatore di concordanze della Crusca, voglio dire, si direbbe almeno sorpreso, nel contare in doppia cifra il lemma <strong>“sborra”,</strong> credo un <em>unicum</em> nella storia letteraria italiana non deliberatamente destinata alle auto-palpazioni.</p>



<p><em>Viola</em>, infine, è un libro da leggere, davvero. Perché è un libro in cui l’autore ha messo qualcosa di suo, non ciò che si preoccupa che gli altri pensino gli appartenga. Non badando al pubblico, insomma. E questo, quindi, non può costituire principio di ragione sufficiente per l’esclusione dal micromondo dell’industria culturale. Non c’è verso che ignorino libri degni di lettura. Impossibile. Provo ancora per telefono. Iliad. Mi sa che è colpa mia, allora.</p>



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		<title>La Vita è un cerchio piatto.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Aug 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[Carcosa]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Maculotti]]></category>
		<category><![CDATA[True Detective]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Profeta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Partendo dal libro "Carcosa svelata" di Marco Maculotti, un'apologia della lente complottista, l'indefesso amore per la verità nascosta, più vera del vero, che tornerà sempre a redimere il mondo dalla tirannia della storia ufficiale.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non voglio fare recensioni, le recensioni sono pretenziose e si prendono troppo sul serio, ed i giornalisti sono sempre venduti al padroncino di turno, ma questa roba complottista mi appartiene mi sono detto, rimango sul giornalismo gonzo, distaccato, fico mi sono detto. Ma Maculotti ci mette sul tavolo un bel po&#8217; di complotti nerd.<strong> Sinceramente sono sempre stato un grande appassionato di complotti, e sono stato e sono un complottista orgoglioso; </strong>sempre meglio che pensare che gente come Mario Draghi possa preoccuparsi del fatto che mi venga il raffreddore, e possa persino tutelare i miei interessi o la mia salute, il ritratto che oggi danno i media di noi complottisti è ovviamente fuorviante, nulla di più lontano dalla realtà. Nei social il complottista lo descrivono come un becero ignorante, un credulone un po&#8217; insicuro, con frustrazioni e fallimenti alle spalle, eppure tutto questo è completamente falso. Nei confronti dei complottisti, o complottari, va sfatato questo tabù esistenziale, questo spauracchio sociale, questa lettera scarlatta, che ogni due minuti si trasforma in un accusa sui social, una stimmate, che sbufalatori e debunker presunti affibbiano tramite uno psicologismo di maniera.</p>



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<p>Eppure i veri complottisti oggi devo dire che sono più intelligenti e avveduti dei presunti debunker scientisti, i più colti e democratici. I complottisti di oggi non sono solo dei nerd in grado di hackerarti un pc, solo per la mitica libertà di espressione, tanto sbandierata nei primi anni dell&#8217;etica boomer del web, prima che il web diventasse questa Repubblica di Weimar eterodiretta; non sono solo degli sfigati leoni da tastiera,<strong> i complottisti sono in grado di metterti sotto sopra ogni convinzione. Non importa se le loro teorie siano vere o false, sono per lo meno fantasiose, libere, più vere del vero.</strong> Pasolini oggi sarebbe stato annoverato tra i complottisti, ma molti di questi cosiddetti sfigati complottari hanno lauree in filosofia o scienze politiche, studiano geopolitica, fisica e biologia, oltre che l&#8217;esoterismo, e anche se nelle lauree non credono più, perché la scuola ammorba ed è degradante sia per i professori che per gli studenti, pur sfigati, pur disoccupati forse, sono geniali artistoidi, tipi del tutto singolari, di certo avulsi dalla massa che ha deciso di credere alle menzogne del mainstream televisivo, ad i surreali tg, ai dibattiti da spezzone di certe commediole dei Vanzina, alle virostar, e chi più ne ha più ne metta.</p>



<p>Nella mia esplorazione del mondo occulto, esoterico, e nascosto, sono giunto alla conclusione che <strong>nessuno in questo paese può negare che non esista almeno un complotto conclamato, tra stragi di Stato, Chiesa, strategie della tensione, p2, massoneria, occultismo, satanismo, misteriosi mostri e delitti mediatici, usati come distrazione di massa. </strong>Una roba che nessun paese civile in occidente ha mai avuto, tra il signor Prodi che con un medium e una seduta spiritica cerca di scoprire dove si trovi Aldo Moro, e la scomparsa della salma di Mike Buongiorno. Mi imbatto un giorno quasi per caso, io che odio le serie televisive, e che da sempre mi fermo alle prime puntate, in questo splendido saggio di Marco Maculotti <em>Carcosa svelata</em>: <em>Appunti per una lettura esoterica di True Detective</em> (Mimesis 2021). <em>True Detective</em>, la prima serie, sceneggiata da Nic Pizzolatto, è l&#8217;unica serie che sono mai riuscito a terminare dopo <em>Twin Peaks</em>, e che mi ha stravolto. Un viaggio negli inferi, un viaggio purificatore oltre l&#8217;essenza, la massima debolezza e la massima potenza di due personaggi metaforici, metà demoni e metà angeli, che fluttuano tra potenze luminose oltre l&#8217;infinito, Rustin Cole e Martin Hurt.</p>



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<p><br>Di cosa parla <em>Carcosa svelata</em> di Maculotti? Delle potenze oscure, luminose, legate ai pianeti, a Saturno, a Ur, della terra di Carcosa con tre soli, del <em>Re Giallo</em>, misterioso libro dello scrittore Robert William Chambers, ripreso da Ambroise Birce nel suo racconto <em>Un cittadino di Carcosa</em>, le formule ed i meccanismi che dirigono la storia oscura dell&#8217;uomo, incarnati nei due detective R. Cole e M. Hart. Le meccaniche oscure, la trama piena di citazioni tratte dal libro <em>La cospirazione contro la razza umana</em> di Thomas Ligotti, il progetto in cui il destino del singolo è già descritto, come in un&#8217;apocalisse religiosa, in un <em>kali yuga</em> definitivo. Un libro magico, come la Bibbia o nel <em>Necronomicon</em> di Lovecraft, il grande piano, il grande complotto, la cospirazione contro il genere umano appunto, il fuoco, la natura matrigna leopardiana, l&#8217;antro, il labirinto ed il minotauro, la scalata, le due colonne massoniche e la discesa verso il nulla e gli inferi, la sottomissione inconscia, la manipolazione mentale, l&#8217;MK ultra, lo zolfo impuro che accende il fuoco celeste, i simboli di Cernunnos, il dio dalle corna di cervo, saturnino ed infernale, il simbolo della spirale, marchio di una misteriosa setta satanica di pedofili che controllano il mondo, che ritorna ciclicamente nelle vesti e nei sai di certi uomini di Chiesa a Roma (il contrario di Amor). <strong>Misteriosi accrocchi nelle terre della Luisiana, fatture, feticci e malefici, tutto per condizionare mentalmente i sempliciotti borghesi, medioman, e uomini potentissimi, ammaliare banchieri, trasformarli in orchi malefici che si riuniscono nei boschi per evocare Satana</strong>. L&#8217;ombra del Bohemian Club, sullo sfondo il futuro caso Weinstein, il Pizzagate, Joe Biden, i militari repubblicani, i servizi segreti, un messaggio in codice, un avvertimento, in una serie tv del 2014 dal successo hollywoodiano, apparentemente innocua, che getta un ombra oscura sul destino dell&#8217;uomo, e dà forse una luce, dopo averci avvertito che<strong> il tempo è un cerchio piatto, e che la vita è una maledizione inevitabile, ma superabile forse, una superficiale farsa</strong>. Come nel monologo centrale di Rust Cole protagonista della serie.</p>



<p><br>La serie parla di una misteriosa setta, residente in un&#8217;imprecisata terra di Carcosa tra la Luisiana e le porte dell&#8217;inferno, che si riunisce per evocare gli abissi, sotto un cielo nel quale tre stelle nere brillano come soli ghiacciati, di un Re Giallo vicino ad un fiume, malefiche divinità fluviali, adepti apparentemente imbecilli e misteriosi, <strong>che compiono delitti e si dedicano alla pedofilia per evocare il Re Giallo, per conto di uomini misteriosi e potenti, gente insospettabile, che domina il pianeta, forse essi stessi demoni, che fanno incornare e stuprare fino alla morte giovani ragazze nei boschi.</strong> Tutto ciò per sodisfare Cernunnos il dio metà cervo incarnazione di Saturno, come nel principale delitto della serie, che ritorna come un&#8217;ossessione, nei dialoghi nichilisti che si scambiano R.Cole e M. Hart, i due protagonisti, mente tutto si mischia nel caos, e le loro vite si scambiano e si intrecciano per trovare la luce divina dopo il buio. Niente è mai come sembra, <strong>una guida alla corruzione definitiva del corpo e della mente umana, la vita come rappresentazione, come flusso inconscio senza volontà</strong>. Come Giorgio Colli, Marco Maculotti in questo saggio su <em>True Detective</em>, proietta la morte come eterno ritorno, la catarsi divina, la vita come fatica doverosa per arrivare a Dio, nell&#8217;accettazione di un destino già scritto. Il libero arbitrio come mappa cosmica, in un percorso iniziatico-massonico, antecedente a ogni deviazione verso il male, che si ritrova in ogni particolare della serie. Il male come pulviscolo, ambiente, aria, che si trova nelle cose stesse, le impregna di sé. Da una prospettiva aerea, il divino rivela come bisogna forse passare prima dal male più oscuro per poter raggiungere la consapevolezza.</p>



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		<title>Il transumanesimo spiegato agli italiani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 06 Jun 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Accelerazionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista possibile]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[Transumanesimo]]></category>
		<category><![CDATA[accelerazionismo]]></category>
		<category><![CDATA[postumano]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Vaj]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[transumanesimo]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Profeta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Intervista a Stefano Vaj, consigliere nazionale dell'Associazione Italiana Transumanisti (AIT), rappresentante dell'ala moderata del transumanesimo. Lontana dagli eccessi dell'accelerazionismo "di destra" o "di sinistra", la posizione di Vaj pensa il progresso dell'uomo strettamente correlato all'integrazione tecnologica.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Vincenzo Profeta:</strong> Ciao Stefano, cominciamo col dire che questa non è un&#8217;intervista ma un dialogo aperto su Google Drive, come una chat, ma presa più sul serio, visto che verrà pubblicata. Ma andiamo al sodo. So che sei un professore di diritto delle nuove tecnologie, e che hai scritto vari libri, ma se cerco Stefano Vaj su Google, viene fuori che sei anche <strong>consigliere nazionale dell&#8217;Associazione Italiana Transumanisti</strong>, come se fossi a capo di un partito. Siete un partito? </p>



<p><strong>Stefano Vaj:</strong> No, l&#8217;AIT &#8211; a lungo presieduta da Riccardo Campa, di cui oggi è a capo Giulio Prisco, e di cui io sono segretario nazionale e cofondatore &#8211; non è di sicuro un partito politico, è un&#8217;associazione culturale e metapolitica che ha per oggetto la diffusione e il dibattito delle idee transumaniste in senso ampio, e che si rivolge a tutte le famiglie politiche e filosofiche tradizionali, senza alcuna discriminazione. In questo senso però è un&#8217;iniziativa che <strong>non si preoccupa solo di &#8220;riflettere&#8221; sul mondo, ma anche di dare un (piccolo) contributo a cambiarlo</strong>. Esistono in diversi paesi veri e propri &#8220;Partiti Transumanisti&#8221;, ma anche in questo caso si tratta più che altro di iniziative &#8220;di bandiera&#8221; che mirano più a sfruttare l&#8217;occasione delle campagne elettorali per far circolare le proprie idee che a tentare di vincere davvero le elezioni. Allo stesso modo, altri transumanisti hanno addirittura fondato localmente delle &#8220;chiese&#8221;, malgrado la natura fortemente laica del movimento, magari per sfruttare il particolare regime applicabile nel paese interessato a chi si qualifichi come &#8220;confessione religiosa&#8221;. </p>



<p>Ma per quello che riguarda l&#8217;AIT la posizione è chiara, e può essere verificata da chiunque sul&nbsp;<a href="http://www.transumanisti.it/1.asp?idPagina=0" target="_blank" rel="noreferrer noopener">suo sito</a>:&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Nella seconda metà del Novecento un&#8217;ondata di pensiero anti-scienza e anti-techne, partita dalle vette degli ambienti filosofici, si poi è diffusa a valle diventando mainstream in quasi tutti gli spazi della cultura, del costume e dell&#8217;espressione estetica. Il nostro obiettivo è far incrociare filoni culturali diversi, analitici / continentali, illuministi / romantici, destra / sinistra, sui temi cruciali della bioetica, della biopolitica, del postumano e del senso del futuro, per ridare quota a una visione prometeica, positiva, visionaria, forte della Tecnica.</em></p>



<p><em>Le idee che sosteniamo sono scritte nel nostro sito e nelle nostre pubblicazioni, come&nbsp;</em><a href="http://www.divenire.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Divenire</em></a><em>. Ci rivolgiamo a chi sente entusiasmo per questo progetto e condivide i valori espressi dalla Carta dei Principi . Siamo aperti a tutti (senza distinzione di nazionalità, sesso, età, livello di istruzione, condizioni sociali, orientamento sessuale, politico o religioso e quant&#8217;altro vi venga in mente&#8230; ), ma alcune cose devono essere chiare:</em></p>



<p><em>1) Sia in ragione delle proprie norme statutarie, che per la fortissima l&#8217;eterogeneità politica interna, l&#8217;AIT non è e non può diventare un partito politico. Perciò tutti i tentativi di incasellare l&#8217;associazione a partire dall&#8217;uno o dall&#8217;altro dei suoi membri, noiosamente ricorrenti e comicamente contraddittori, sono svuotati da questo dato.</em></p>



<p><em>2) Amiamo la scienza e la libertà. Non abbiamo ossessioni di correttezza politica, non ci piacciono le personalità dogmatiche, autoritarie, perbeniste o con scarsa articolazione e flessibilità mentale: il transumanismo è innanzitutto una filosofia libertaria di ampio respiro.</em></p>



<p><em>3) Il transumanismo non è tecnofilia modaiola o ricerca ossessiva dell&#8217;ultimo gadget hi-tech, e tantomeno apologia del conformismo estetico o del bisogno di normalità: è sfondamento del limite, immaginazione di nuovi corpi.</em></p>



<p><em>Quindi attenzione! Forse sei transumanista senza saperlo (prova il nostro test) ma: se sei ossessionato dalla rispettabilità (secondo i criteri del tuo villaggio o del conformismo diffuso), se cerchi purezza ideologica e temi contaminazioni, se devi ribadire continuamente i tuoi dogmi politico-economici, se non ti interessano i dibattiti di idee &#8230; forse questo non è il posto per te</em>&#8220;.</p>
</blockquote>



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<p><strong>(V.P.)</strong> Tu ti occupi (anche) di ciò che che viene oggi definito &#8220;etica&#8221;, per esattezza di bioetica e biopolitica, mi spieghi cosa intendi per biopolitica?</p>



<p><strong>(S.V.)</strong> Quanto alla &#8220;biopolitica&#8221;, si tratta della materia che esamina <strong>le scelte che coinvolgono in profondità la nostra natura, e quella dell&#8217;ambiente in cui viviamo.</strong> Alla questione ho dedicato quasi vent&#8217;anni fa un libro,&nbsp;<a href="https://amzn.eu/d/fgy5vGY" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Biopolitica. Il nuovo paradigma</em></a>, che resta disponibile sulle principali piattaforme, è stato tradotto in inglese, e che oggi può anche&nbsp; essere scaricato o letto gratuitamente all&#8217;indirizzo&nbsp;<a href="http://www.biopolitica.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">http://www.biopolitica.it</a>.&nbsp;</p>



<p><strong>(V.P.)</strong> La cosa ha a che fare con il transumanismo &#8220;<strong>wet</strong>&#8220;? Di cosa si tratta, esattamente?</p>



<p><strong>(S.V.)</strong> Il transumanismo &#8220;wet&#8221; è proprio quello che <strong>si occupa soprattutto degli aspetti &#8220;biologici&#8221; delle tecnologie di rilevanza transumanista</strong>: biotecnologie, ingegneria genetica, diagnosi prenatale e tecnologie retrogenetiche, crionica, longevismo, anti-aging, farmaci nootropici, etc. Si contrappone – ma solo a livello di classificazioni, beninteso non a livello ideologico – al transumanismo &#8220;<strong>hard</strong>&#8220;, che invece si interessa di <strong>tutte le questioni che hanno a che fare con informatica, telematica, intelligenza artificiale, robotica, esplorazione ed espansione spaziale, e potenziamento del corpo umano con mezzi non-biologici</strong>.</p>



<p><strong>(V.P.) </strong>Che ne pensi di tutto il<strong> tecnoscetticismo</strong>? Insomma è tutto un prendere di mira il transumanesimo, sia nella sinistra tradizionalista e anarcoide che nella destra conservatrice. Insomma, <strong>ci volete davvero tutti automi controllati da intelligenze artificiali</strong>?&nbsp;</p>



<p><strong>(S.V.)</strong> Alle maledizioni &#8220;verdi&#8221;, anarcoidi, della destra conservatrice (ma anche di quella che si vuole &#8220;sociale&#8221; e &#8220;moderna&#8221;, vedi i convegni contro il transumanismo organizzati dall&#8217;ambiente di Alemanno&#8230;), della sinistra riciclatasi intorno ai diritti dell&#8217;uomo e alla decrescita, del complottismo più caricaturale, etc., si aggiungono sfortunatamente persino voci di quel che resta del dissenso populista in Italia, cui pure, politicamente, sarei per il resto più vicino che ad altro, ma pazienza. <strong>L&#8217;anti-transumanismo</strong>, dopo essere stato un argomento ristretto a pochi intellettuali, soprattutto cattolici, ma anche come Fukuyama o Habermas,<strong> è diventato un tema diffuso</strong>, che non impegna e va su tutto, buono per ogni stagione, su cui molti si sono scritti il proprio libro, senza troppi riguardi per la realtà, al punto che abbiamo postato al riguardo una piccola satira, intitolata &#8220;<a href="https://transumanisti.wordpress.com/2024/03/02/448/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Il Complotto Transumanista</em>. Il piano dell&#8217;opera</a>&#8220;. Eppure, come dicevo, <strong>non solo i transumanisti vengono più o meno da tutte le provenienze politiche, ma sono facilmente in grado di puntare il dito su &#8220;mostri sacri&#8221; dei rispettivi ambienti</strong>, o passi delle rispettive &#8220;sacre scritture&#8221;, che suggerivano, specie nella prima metà del novecento, posizioni molto meno negative, se non apertamente entusiaste, riguardo gli sviluppi tecnoscientifici e la prospettiva che l&#8217;uomo possa &#8220;prendere in mano&#8221;, ad un livello senza precedenti, la propria evoluzione, non solo culturale e sociopolitica ma anche e propriamente antropologica. Questo infatti è quello che spesso facciamo, sforzandoci di parlare il linguaggio dell&#8217;interlocutore, non tanto o non solo per &#8220;convertirlo&#8221;, ma per spingerlo a porsi delle domande e rendere più meditate le sue scelte. Laddove oggi, per esempio, quasi <strong>tutti i nostri oppositori danno per scontato che la prospettiva ad esempio di una trasformazione postumana debba far orrore a tutte le persone normali</strong>, ma raramente si guardano dal chiarire, anche a se stessi,&nbsp;<em>perché mai dovrebbe essere così</em>. Davvero per esempio ad un Homo erectus avrebbe dovuto far orrore la&nbsp;<a href="https://transumanisti.wordpress.com/2024/03/19/critica-del-trans-scimmianesimo/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">trasformazione in Homo sapiens</a>? Io penso di no, e con me lo pensano una serie di autori, correnti, movimenti, espressioni artistiche, ricerche che affondano le proprie radici nella storia vicina e lontana, e che in parte descrivo in&nbsp;<a href="https://amzn.eu/d/4BN0vgR" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>I sentieri della tecnica. Spirito faustiano, transumanismo, futurismo</em></a>.</p>



<p><strong>(V.P.)</strong> In uno dei tuoi scritti sostieni che non è detto che le macchine o le intelligenze artificiali possano mettersi in competizione con noi in senso darwiniano, mi dici perchè <strong>secondo te potrebbe non andare come la fantascienza immagina da anni?</strong></p>



<p><strong>(S.V.) </strong>Negli ultimi anni in effetti ho cominciato ad occuparmi di più degli aspetti inerenti all&#8217;impatto ed alle prospettive delle tecnologie informatiche e robotiche, e in coincidenza con il boom dei large language model come ChatGPT ho pubblicato un breve libretto, <a href="https://amzn.eu/d/4SPtqlb" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Artificialità intelligenti. Chi ha paura delle IA e perché</em></a>, in cui cerco di rispondere in modo chiaro e succinto ai timori per esempio di <strong>chi teme di essere infilato in un bozzolo come in Matrix o inseguito per strada da un Terminator armato di fucile</strong> come nell&#8217;omonima serie televisiva e cinematografica. Non che sia poi un timore così diffuso: <strong>se la &#8220;morale ufficiale&#8221; del 90% della fantascienza è di solito tecnofoba, la stragrande maggioranza dei suoi fan è invece entusiasta di possibili sviluppi futuri</strong> che sono stati promessi per decenni e che solo oggi cominciano timidamente ad emergere, e la legge per sentirne parlare. E in realtà tutti noi abbiamo comunque una probabilità infinitamente più alta di finire male per malattie, incidenti, aggressioni umane, o banalmente per&#8230; vecchiaia, che subire la concorrenza di una IA che per definizione non è certo in competizione con noi per cibo, territorio, partner sessuali o altro. <strong>Ma la grancassa della &#8220;minaccia per la razza umana&#8221; viene suonata</strong> &#8211; oltre appunto per il pregiudizio morale contrario a qualsiasi (ulteriore) trasformazione della Umanità 2024, versione per alcuni già finale e perfetta&#8230; &#8211; da chi in realtà ha interessi precisi a prevenire e controllare gli sviluppi della tecnologia in questione. Di chi si tratta? Sul lato commerciale/corporativo abbiamo innanzitutto l&#8217;oligopolio GAFAM (Google, Apple, Facebook, Microsoft), in primissima linea a chiedere &#8220;regolamentazioni&#8221; impossibili da affrontare per società più piccole o peggio per startup indipendenti. Sul lato politico ed internazionale, soprattutto le cancellerie occidentali, a loro volta impegnate a prevenire, con embarghi tecnologici, sanzioni, addirittura interruzioni di programmi di ricerca condivisi, che si moltiplichino i soggetti con accesso a sistemi la cui importanza decisiva, più ancora che militare, è economica e culturale (per esempio, per ciò che riguarda il controllo della narrazione mediatica su scala globale). In altri termini: è certamente possibile sviluppare una intelligenza artificiale che si comporti in modo &#8220;umano&#8221;, nel senso di avere analoghe ambizioni. Ma, oltre al fatto che la cosa dovrebbe essere <em>deliberata</em>, perché nessun grado di intelligenza genera automaticamente motivazioni simili a quelle create dalla nostra storia evolutiva, <strong>una IA di questo tipo in sostanza non avrebbe nulla di diverso, né in bene, né in male, da un sistema di pari potenza &#8230; con un essere umano alla tastiera.</strong></p>



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<p><strong>(V.P.)</strong> Sì ma, insomma, molto spesso l&#8217;uomo ha usato ed usa la tecnica, per uccidere, schiavizzare, umiliare, annichilire, controllare; mi dici la ragione per vederla in maniera positiva?</p>



<p><strong>(S.V.)</strong> Naturalmente. In questo,<strong> le tecnologie transumaniste non fanno nessuna differenza rispetto all&#8217;osso usato come clava dall&#8217;ominide ancestrale nel prologo al film&nbsp;<em>2001 Odissea nello spazio</em></strong>. Anzi, un rischio particolarmente preoccupante dal punto di vista transumanista è che come nel&nbsp;<em>Brave New World</em>&nbsp;di Huxley la tecnologia venga monopolizzata ed usata&#8230; dagli avversari della tecnologia stessa, o almeno del suo (ulteriore) sviluppo e diffusione. Anzi, al di là delle fantasie relative a ritorni a modi di vita stile Amish (fantasie incompatibili per esempio con la sopravvivenza della maggior parte della popolazione attuale), questo è un esito pressoché scontato delle idee anti-transumaniste. Per paradosso, è stato notato che <strong>l&#8217;unico modo per prevenire&nbsp;<em>davvero</em>&nbsp;ulteriori sviluppi </strong>su intelligenze artificiali, interfacce neurali, etc., non importa che siano creati da un gruppo di hacker in una cantina o da un centro ricerche in uno &#8220;stato-canaglia&#8221;, <strong>sarebbe creare un governo poliziesco mondiale</strong> che impianti a tutti un chip nel cervello, così che una gigantesca intelligenza artificiale centralizzata possa controllare ed evitare in tempo reale che qualcuno agisca in tale direzione. E&#8217; ovvio che ciò realizzerebbe&nbsp;<em>esattamente&nbsp;</em>ciò che ci viene rappresentato come il pericolo da evitare. Ma la cosa sarebbe di scarsa consolazione per chi sarebbe costretto a vivere in un mondo distopico di questo genere, senza neppure l&#8217;opportunità di scappare altrove.</p>



<p><strong>(V.P.)</strong> Sì, ma quale sarebbe l&#8217;etica da adottare, l&#8217;<em>Homo erectus</em> non aveva il controllo sulla propria evoluzione diciamo, insomma, dove ci dovremmo fermare se mai lo avessimo, se non viene il meteorite, o l&#8217;apocalisse? Perché concorderai con me che può succedere di tutto,&nbsp;<strong>chi decide che questa cosa che i transumanisti dicono sia inevitabile evoluzione, sia realmente evoluzione? E realmente inevitabile?</strong></p>



<p><strong>(S.V.)</strong> Per citare un cliché tratto da un noto fumetto, &#8220;da grandi poteri discendono grandi responsabilità&#8221;. Ora, beninteso esistono persone ed autori che si definiscono transumanisti che hanno una visione oggettivista e relativamente convenzionale dell&#8217;etica, ma personalmente parto da un principio che è innegabilmente ed assolutamente centrale nella mentalità dell&#8217;ambiente, che è quello della&nbsp;<em>autodeterminazione</em>. Questo concetto implica anche che comunità umane (o postumane) diverse possano continuare, come è sempre successo nella storia, <strong>ad aderire a sistemi di valori diversi, di propria scelta, e in divenire.</strong> E la cosa implica che l&#8217;evoluzione &#8211; che in termini scientifici significa semplicemente&nbsp;<em>trasformazione</em>, e non implica nessun giudizio sulla desiderabilità della sua direzione &#8211; possa prendere direzioni diverse e multiple, tanto più in quanto sia destinata sempre più ad essere diretta da preferenze esplicite degli interessati. Ora, questo non significa affatto essere a livello personale e politico indifferenti agli esiti delle relative scelte. Per esempio, parlando del famoso episodio americano in cui dei genitori nati-sordi hanno chiesto esplicitamente di selezionare tra i loro embrioni quelli con la stessa caratteristica, in quanto suppostamente necessaria per integrarsi appieno nella comunità dei nati-sordi e prima ancora nella loro famiglia, <strong>io sono assolutamente contrario al punto di vista che considera un &#8220;potenziamento&#8221; quella che per me invece è una menomazione</strong>, e che propongo sia considerata come tale almeno all&#8217;interno della società in cui vivo. Ma quello che sarà inevitabile è appunto che chi per esempio osteggia l&#8217;uso della tecnologia in una direzione piuttosto che in un&#8217;altra debba&nbsp;<em>convincere&nbsp;</em>chi gli sta vicino che è meglio, che so, avere le ali anziché le branchie. <strong>Perché la possibilità di avere le une o le altre&nbsp;<em>ci sarà</em></strong>, rendendo letteralmente veri anche i miti relativi ad esseri chimerici, etc.</p>



<p><strong>(V.P.) </strong>Va bene non credi ad esoterismi, religioni, leggende, ma voi stessi esaltate il mito prometeico, a quello ci credete da bravi cyberpagani?</p>



<p><strong>(S.V.) </strong>Vediamo. Per me il mito è &#8220;l&#8217;immagine che un popolo e una cultura si danno del suo passato e delle sue origini in funzione dell&#8217;avvenire che vuole crearsi&#8221;. In questo senso, constato &#8211; non &#8220;credo&#8221; -, che<strong> i miti&nbsp;<em>esistono</em></strong>, e sono persuaso che continueranno positivamente ad esistere e plasmare la nostra storia. Ho semmai <strong>una personale ostilità verso le religioni monoteiste</strong>, che trovo connotate da un lato dal&nbsp;<em>dualismo</em>, ovvero l&#8217;idea che la natura e il mondo non sarebbero parole per indicare tutto ciò che esiste, ma bensì esisterebbe una dimensione &#8220;metafisica&#8221;, in ultima analisi più importante della realtà in cui viviamo, e decisiva; dall&#8217;altro da una&nbsp;<em>confusione tra mondo mitico e mondo empirico</em>, che appunto richiede una &#8220;fede&#8221; nella verità empirica di certi fatti storici, narrazioni, miracoli, fenomeni soprannaturali, etc., – laddove invece la distinzione era chiarissima per esempio ad un greco dell&#8217;età di Pericle, come spiega bene per esempio Paul Veyne in&nbsp;<a href="https://amzn.eu/d/fZI3Ndi" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>I greci hanno creduto ai loro miti?</em></a>, in una prospettiva in cui la superstizione certamente esisteva, ma nessuno si aspettava di incontrare Apollo in carne ed ossa al mercato, o si chiedeva quanti anni prima, e dove esattamente, Prometeo avesse donato il fuoco agli uomini. Questi due punti, e parlo qui a titolo personale, ma anche sulla falsariga di posizioni condivise da molti nel campo transumanista, <strong>hanno creato da un lato oscurantismo anti-scienza, dall&#8217;altro diffidenza e rifiuto nei confronti della tecnica</strong>, in quanto usurpazione di &#8220;poteri&#8221; riservati ad una divinità extra-mondana e destinati ad alterare la sua &#8220;perfetta&#8221; creazione data una volta per tutte.</p>



<p><strong>(V.P.)</strong> Che ne pensi del fatto che una branca del satanismo, è letteralmente tecno-entusiasta, infatti esiste <strong>il cyber-satanismo, per voi è indifferente</strong>? Siete laici e basta? Perché, come dici tu stesso, i movimenti transumanisti hanno in altre nazioni connotati, massonici, religiosi, ed anche satanici ed esoterici, tipo i raeliani,<strong> siete sicuri che anche voi non fate strani riti?</strong></p>



<p><strong>(S.V.)</strong> Il transumanismo in effetti&nbsp;<em>non</em>&nbsp;è una &#8220;chiesa&#8221;, nel senso in cui lo è quella per antonomasia, ovvero la chiesa cattolica, con dogmi, gerarchie, confini precisi, portavoce, ortodossie, etc. Nessuno detiene un &#8220;marchio di fabbrica&#8221; e può ragionevolmente impedire a chiunque lo voglia di usare la parola per autodefinirsi &#8211; benché ci sia qualcuno che tenti assurdamente di farlo, perché l&#8217;intolleranza e l&#8217;allergia al pluralismo e il bisogno di &#8220;paletti&#8221; sono purtroppo ben radicati nella cultura occidentale e molti hanno difficoltà a liberarsene anche una volta che pensano di essere diventati completamente &#8220;laici&#8221;. Io in tutti coloro che rivendicano tale appartenenza &#8211; tra cui, come in tutti i movimenti relativamente nuovi, rivoluzionari, e minoritari, i lunatici sono certamente sovrarappresentati, come era appunto il caso del cristianesimo dei primi secoli &#8211;<strong> cerco soprattutto di cogliere gli elementi in comune</strong>. Sulla base di questi, è poi naturale e fisiologico che venga aperto un dibattito in cui venga misurata la coerenza di certe varianti rispetto a principi pacificamente condivisi. Per esempio, se uno è&nbsp;<em>letteralmente</em>&nbsp;cybersatanista, e non solo come &#8220;provocazione letteraria&#8221;, è quasi ovvio fargli notare che sebbene si atteggi ad anticristiano, e se anche sceglie di tenere per l'&#8221;altra squadra&#8221;, in realtà accetta in blocco l&#8217;universo e la narrazione biblica, come potrebbe fare qualcuno che odiasse ciò che rappresentano l&#8217;Uomo Ragno o i Fantastici Quattro ma credesse che il mondo corrisponda veramente all&#8217;universo della Marvel. Similmente, rispetto a certe forme di transumanismo &#8220;moderato&#8221; e &#8220;umanista&#8221; che cercano di gettare ponti verso il mainstream e di rendersi accettabili agli occhi degli avversari, è altrettanto facile far loro notare che <strong>per</strong> <strong>una vaga tecnofilia che d&#8217;altronde rifiuta l&#8217;idea di una trasformazione postumana, il termine transumanismo è inappropriato e inutilmente confusionario</strong>, perché la parola stessa suggerisce un transito, una trasformazione, di cui l&#8217;umano è il punto di partenza e il punto di arrivo è per definizione qualcosa di successivo e diverso; così che qualsiasi vero transumanismo non può che essere postumanista. Altra questione infine è quella di coloro cui viene affibbiato il termine da ludditi e bioconservatori,&nbsp;ma che&nbsp;<em>non si considerano affatto transumanisti</em>&nbsp;loro, e che ben pochi dei transumanisti considerano &#8220;dei nostri&#8221;, come <strong>Klaus Schwab </strong>o<strong> Yuval Noah Harari</strong>.</p>



<p><strong>(V.P.)</strong> Da quello che scrivi, Klaus Schwab, tanto temuto da complottisti, tecnoscettici ed antisistema vari, sarebbe un vostro nemico, o meglio esiste un sistema anti-transumanista?</p>



<p><strong>(S.V.)</strong> L&#8217;unica cosa positiva che si può dire di Schwab e del giro di Davos è che non si cullano nel sogno di un ritorno alle capanne, né ritengono che la punizione divina sia presto destinata ad abbattersi sull&#8217;uomo per aver profanato i limiti ad esso imposti da Dio o dalla natura. Ciò detto, <strong>siamo nell&#8217;ambito di posizioni che vedono le trasformazioni tecnologiche in corso come qualcosa da <em>limitare</em>, <em>controllare</em> ed <em>usare</em> per rafforzare un potere universale opposto all&#8217;autodeterminazione individuale <em>e soprattutto collettiva</em></strong>, quella per intenderci che appartiene a comunità popolari effettivamente sovrane. Ciò in particolare proseguendo in un&#8217;opera di ristrutturazione ed omologazione planetaria che riduca i rischi di &#8220;destabilizzazione&#8221;, ivi compresi quelli che la diffusione sociale ed internazionale di ulteriori sviluppi tecnologici &#8211; oltre che ovviamente culturali, economici, politici, demografici, etc. &#8211; potrebbe comportare. Questo tipo di &#8220;<strong>gattopardismo tecnologico</strong>&#8221; (&#8220;bisogna che tutto cambi perché nulla cambi&#8221;) è essenzialmente <strong>il <em>contrario</em> di ciò che viene ritenuto desiderabile dal transumanista medio</strong>, poco importa la sua formazione ideologica o le sue inclinazioni personali. Nel caso di Harari, come di molti intellettuali, questa posizione si accompagna ad un certo pessimismo e preoccupazione, vedi ad esempio la sua posizione sul rischio che un large language model possa scrivere sacre scritture più persuasive della Bibbia (!). <strong>La cosa genera due equivoci simmetrici</strong>: il primo, quello alimentato soprattutto da complottisti di vario tipo, che estrapola delle previsioni che lui in effetti presenta come denunce e preoccupazioni come se fossero parte invece dei suoi auspici e programmi; il secondo, quello che le previsioni stesse corrispondano in effetti ad un qualche desiderio o progetto transumanista.</p>



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<p><strong>(V.P.) Che ne dici dei continui proclami ad effetto sulle IA </strong>che raggiungono e superano l&#8217;uomo, di aziende del Web tipo Google e giganti vari della Silicon Valley? Sono speculazioni intellettuali e finanziarie, sono una bolla, avremo mai un HAL 9000 che si suiciderà?</p>



<p><strong>(S.V.) </strong>Dico che i proclami dell&#8217;aprile 2024 di OpenAI e di Meta che ChatGPT-5 e Llama 3 che saranno capaci di &#8220;ragionamento umano&#8221; sono<strong> puro hype</strong>, anche perché nessuno ha ancora definito esattamente in cosa consista tale &#8220;ragionamento&#8221;, e <strong>pure un pallottoliere per alcune operazioni è già superiore a qualsiasi essere umano.</strong> Di cosa significhi davvero &#8220;intelligenza&#8221;, e se e come possa prodursi e/o essere esibita da macchine o animali non umani o ipotetici alieni, tratto lungamente nella seconda parte del mio libro già citato,&nbsp;<a href="https://amzn.eu/d/c3F6eP7" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Artificialità intelligenti</em></a>, e non posso ripetere tutta la relativa illustrazione qui. Per cui, tali dichiarazioni, più che avere un significato concreto, sono <strong>formule di marketing con un occhio al listino di borsa ed alla percezione dei consumatori su quanto sia cool la società che le rilascia.</strong> Ma sono dichiarazioni significative, perché se neppure i membri dell&#8217;oligopolio GAFAM riescono a trattenersi dal promettere nuovi sviluppi, dopo tutte le richieste di &#8220;moratoria&#8221; e sospensione delle ricerche, <strong>la cosa varrà il doppio per chi, come Elon Musk o il mondo dell&#8217;Open Source, non fanno parte di tale giro</strong>. E naturalmente <strong>dieci volte per la Cina</strong>, che delle &#8220;regolamentazioni&#8221; e delle cautele della zona UE comprensibilmente se ne sbatte.</p>



<p><strong>(V.P.)</strong>&nbsp;Un po&#8217; di gossip transumanista, che ne pensi dei <strong>diritti lgbt</strong>, della possibilità di cambiare genere sessuale etc, siete a favore?</p>



<p><strong>(S.V.)</strong>&nbsp;Le battute sul prefisso &#8220;trans-&#8221; sono un <em>Leitmotiv</em> degli anti-transumanisti viscerali. In realtà, esiste certamente una parte degli ideologi LGBTQA+, legata magari a prospettive appunto ecologiste o neo-primitiviste o liberal, che aborre la tecnologia e l&#8217;idea di una trasformazione postumana. Per contro, esiste almeno un singolo esponente transessuale del movimento transumanista internazionale, ovvero Martine Rothblatt. D&#8217;altronde, le questioni gender, come sottolinea proprio chi agita la relativa questione, sono puramente culturali. La questione dell&#8217;orientamento sessuale, che si pone da sempre e continuerà presumibilmente a farlo sino a che resteremo una specie biologica e sessuata, nuovamente <strong>è irrilevante rispetto alle tematiche transumaniste</strong>. Restano<strong> le procedure di cambiamento di sesso</strong>, che in questo momento <strong>dal mio punto di vista risultano più che rudimentali e comportano di regola una perdita della capacità riproduttiva ed orgasmica delle persone coinvolte nonché altri effetti collaterali indesiderabili. </strong>Mentre di sicuro non auspico un proibizionismo al riguardo &#8211; salvo quanto per esempio possa riguardare la tutela dei minori o di chi non sia in grado di dare un consenso da adulto informato&#8230; &#8211; anche nella migliore delle ipotesi per me <strong>si tratterebbe comunque di cambiamenti puramente &#8220;orizzontali&#8221;</strong>, e che perciò a mio personale avviso <strong>non comportano in termini transumanisti nessun particolare interesse.</strong> Ma oggi, se non consideriamo un &#8220;trapianto di testa&#8221; che non è più così completamente al di fuori delle possibilità della chirurgia moderna, parliamo essenzialmente di<strong>&nbsp;<em>mutilazioni sessuali</em>.</strong> E qui è buffo come sia tradizionalisti che progressisti non paiono cogliere la somiglianza che intercorre tra le operazioni di &#8220;cambio di sesso&#8221; e pratiche tradizionali, regolarmente a suo tempo presentate come cose &#8220;nell&#8217;interesse degli interessati&#8221;, come la castrazione dei fanciulli per fornire cantanti lirici ai papi o guardiani di harem ai sultani; o la escissione femminile nello Yemen e in Sudan, ma anche nell&#8217;Africa nera; per finire con l&#8217;asportazione totale di genitali e mammelle da parte della setta russa ottocentesca degli skopzi onde &#8220;assomigliare al corpo mistico di Gesù Cristo&#8221;.</p>



<p><strong>(V.P.)</strong> Che ne pensi della <strong>teoria della singolarità </strong>di&nbsp;Ray Kurzweil, e del suo principio di superamento della morte e della vecchiaia, sono cose realistiche? La singolarità non contrasta con la vostra teoria dell&#8217;autodeterminazione?</p>



<p><strong>(S.V.)</strong> Vediamo. La &#8220;singolarità tecnologica&#8221; è un termine inventato da Vernor Vinge, uno scrittore americano appena scomparso, e fa riferimento, in analogia alle singolarità cosmologiche in cui &#8220;crollano&#8221; le equazioni della fisica contemporanea, ad un punto nel futuro in cui i nostri strumenti predittivi cessano di funzionare e danno soluzioni assurde. <strong>Alcuni, tra cui io, non vedono tale singolarità come un momento dato destinato a prodursi una volta per tutte</strong>, sulla falsariga del giudizio universale cristiano o dell&#8217;avvento del comunismo realizzato, ma un punto che si sposta nel tempo, una sorta di orizzonte verso cui cammini, ma che per definizione è destinato a spostarsi costantemente in avanti. Altri, come Kurzweil, hanno una visione più &#8220;escatologica&#8221; della cosa, e la identificano come <strong>il momento in cui l&#8217;intelligenza artificiale supererà quella di tutte le intelligenze umane combinate</strong>, consentendo così un&#8217;accelerazione esponenziale dei progressi tecno-scientifici. Un&#8217;altra differenza tra me e Kurzweil è che lui pensa che tale processo sia nel bene e nel male ineludibile &#8211; e in questo senso, sì, restituisce un determinismo storico che risulta in contrasto con l&#8217;idea che l&#8217;avvenire non è scritto da nessuna parte, e che l&#8217;uomo resta libero di fronte ad esso. Cosa, tra l&#8217;altro, che renderebbe in sostanza inutile la lotta per realizzare un futuro già scontato &#8211; anche qui, come è stato notato anche per cristianesimo e comunismo, con effetti indubbiamente &#8220;smobilitanti&#8221; per i relativi simpatizzanti. Rispetto a questo, la mia obiezione è che se anche fosse vero che gli sviluppi che personalmente riteniamo desiderabili sono destinati a prodursi comunque, lottare per provocarli di sicuro male non fa; e se per caso, come invece penso io, non sono affatto assicurati, <strong>agire per promuoverli diventa cruciale</strong>. Nella storia sono stati certamente più i periodi di stagnazione e regresso dei periodi di progresso tumultuoso, cfr. ad esempio la &#8220;falsa partenza&#8221; verificatasi alla fine dell&#8217;antichità e descritta in <a href="https://amzn.eu/d/cxCNmED" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>La rivoluzione dimenticata</em></a> di Lucio Russo. Ma pensiamo a come la NASA in un paio di generazioni abbia perso la tecnologia non per portare l&#8217;uomo sulla Luna, ma anche solo sulla Stazione Spaziale Internazionale, come ben nota Giulio Prisco in <a href="https://amzn.eu/d/5hinrZm" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Meditazioni futuriste sul volo spaziale</em></a><em>.</em></p>



<p><strong>(V.P.) </strong>Tornando alla speculazione finanziaria, ed alla bolla di cui molte multinazionali stanno approfittando, pochi anni fa Zuckerberg ha lanciato Meta, promettendo visori, manopole, un&#8217;intera realtà virtuale, <strong>ma è cambiato solo il nome ed il simbolo della sua azienda</strong>, qualche possibilità di mettere un abbraccino, nuovi social, ma non mi pare ci sia stato questo grande balzo nella realtà virtuale, tu sostieni ci sia stato un balzo verso la realtà aumentata? Io non lo vedo neanche lì il balzo, mi faresti un esempio pratico che non sia la rete e lo smatphone di come la realtà aumentata incida nel quotidiano?</p>



<p><strong>(S.V.) Meta ha puntato paradossalmente su un ripescaggio di un modello che era stato &#8220;ucciso&#8221; anche, se non proprio, da Facebook, quello di Second Life</strong>. Ora, mentre il mondo del virtuale è prezioso, in termini di comunicazione, educazione, gioco, addestramento (si pensi ai simulatori di volo), etc., <strong>esiste anche un rischio secondo me che il virtuale prenda il posto di progressi, esperienze ed imprese reali nel mondo reale.</strong> Come notava già molti anni fa Guillaume Faye, alla fine del secolo il cittadino occidentale ha visto un progresso incredibile delle astronavi&#8230; nei videogame, nei film e nelle serie televisive. E intanto che la <em>vera</em> tecnologia aerospaziale concretamente accessibile era stagnante o in regressione (si pensi al ritiro dei Concorde, che ancora oggi non sono stati sostituiti da nessun altro supersonico civile: possiamo incontrare qualcuno che sta New York in videoconferenza, ma <strong>se vogliamo incontrarci di persona abbiamo bisogno del doppio del tempo che era necessario negli anni ottanta</strong>&#8230;). E la gente comincia ad accorgersi di ciò. Per cui, questo clamoroso errore di strategia di Meta &#8211; che è venuto ad aggravare il declino delle sue piattaforme dovuto anche ad una censura e a &#8220;regole della comunità&#8221; sempre più stringenti, cui d&#8217;altronde è corrisposto la loro esclusione da numerosi paesi fuori dal sistema occidentale &#8211; aveva provocato un notevole appannamento delle prospettive dell&#8217;azienda, cui l&#8217;avvento dell&#8217;intelligenza artificiale rischiava di dare il colpo di grazia. <strong>Nello sforzo di restare rilevante, Zuckerberg ha reagito mettendo in Open Source la <em>sua</em> tecnologia IA, ovvero Llama</strong>; cosa per cui si è stato trattato da pazzo e da irresponsabile dal Senato americano. Ma ormai naturalmente i buoi sono (utilmente) fuori dalla stalla.</p>



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<p><strong>Per la realtà virtuale/aumentata davvero &#8220;utile&#8221;, mi pare che la leadership l&#8217;abbia presa Apple</strong>. Ma in sostanza già il navigatore stradale, che tutti abbiamo sul cellulare e che sarà prossimamente proiettato sul parabrezza dell&#8217;auto, è un programma di realtà aumentata che funziona anche senza bisogno di ricorrere ad un visore. Come per esempio la funzione che oggi sul mio cellulare Samsung mi permette di ottenere una traduzione simultanea di chi mi telefoni in una lingua che non conosco.</p>



<p><strong>(V.P.)</strong> Secondo te mezzi come&nbsp;Internet e lo smartphone hanno migliorato la società? Non ti sembra che stiamo regredendo, piuttosto che potenziare fisico e mente?&nbsp;</p>



<p><strong>(S.V.)</strong> L&#8217;esempio qui sono i&#8230; druidi. Non è che i druidi non conoscessero la scrittura, la disprezzavano, specie per tutto ciò che non fosse la lista della spesa, e soprattutto paventavano &#8211; a ragione &#8211; che l&#8217;abitudine ad utilizzarla indebolisse la memoria, che era del resto anche il principale strumento professionale di bardi e aedi. Risultato? Abbiamo l&#8217;Iliade e l&#8217;Odissea, tra l&#8217;altro in versioni ragionevolmente poco rimaneggiate, perché Pisistrato le ha fatte trascrivere. I misteri dei druidi? Beh, come dice la parola restano invece un mistero, perché la relativa tradizione orale si è spezzata, e ben poco può essere ricostruito al riguardo. <strong>D&#8217;altronde, questo è applicabile assolutamente a tutto</strong>. Per esempio, la bicicletta è uno strumento che rende più efficienti i nostri spostamenti a scapito della nostra resistenza e velocità nella corsa. Il taglio cesareo consente di riprodursi a donne che potrebbero diversamente soccombere con la loro prole, e che possono trasmettere tale difficoltà alla prole stessa. Gli antibiotici fanno sì che avere un sistema immunitario efficientissimo diventi meno importante. E così via. Che fare, allora? Tornare sulle piante?&nbsp;</p>



<p>In&nbsp;<a href="https://amzn.eu/d/i3Py2Xp" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Biopolitica. Il nuovo paradigma</em></a><em>&nbsp;</em>noto che quel tipo di eugenetica che vorrebbe puntare sul &#8220;lasciar fare alla selezione naturale&#8221; è fuorviante. Più precisamente scrivo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Il ricorso ad una &#8216;selezione naturale&#8217;, che nel caso della nostra specie appare del tutto mitica, rischia così di essere semplicemente funzionale alla creazione di popolazioni analoghe a quelle che la natura provvede in effetti a &#8220;selezionare&#8221; per i ratti, le erbacce o gli sciacalli. Un&#8217;adeguata risposta alla minaccia disgenica difficilmente potrebbe essere fatta consistere in una scelta implicita a favore di una popolazione di taglia medio-piccola, afflitta e sfigurata da carenze alimentari, malattie debilitanti e parassiti, mediocre nelle sue prestazioni psicofisiche ma capace di nutrirsi di immondizia, resistere in mezzo ad un letamaio ed infestare qualsiasi ambiente, aggressiva ma vigliacca, indiscriminatamente promiscua e stolidamente pigra, dalla socialità indebolita al limite del cannibalismo, con una vita media brevissima – scenario questo in cui pure un&#8217;ipotetica selezione &#8216;naturale&#8217; umana, magari post-atomica, si esprimerebbe al meglio. Per esempio, pestilenze endemiche o innalzati livelli di inquinamento chimico, radioattivo o biologico – sempre naturalmente che fossero almeno marginalmente compatibili con la sopravvivenza della specie – accentuerebbero certo la resistenza media dei sopravvissuti a tali fattori, ma difficilmente potrebbero essere considerati come un fattore di miglioramento della salute della popolazione coinvolta</em>.</p>
</blockquote>



<p>D&#8217;altronde, quando secondo le concezioni oggi dominanti non è possibile salvare capre e cavoli, <strong>la risposta transumanista è esattamente rompere il relativo paradigma ed esigere entrambi.</strong> Nella prospettiva da me proposta nel libro citato, perciò,&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>L&#8217;alternativa non è perciò tra una selezione &#8216;naturale&#8217; – che sarebbe comunque&#8230; artificialmente mantenuta – da un lato, e l&#8217;abolizione dei fattori selettivi dall&#8217;altro; ma tra una programmazione cosciente e deliberata delle caratteristiche (anche) genetiche della popolazione di riferimento, e la determinazione di tali caratteristiche da parte di fattori deliberatamente incontrollati o randomizzati o comunque sottratti ad una scelta umana e politica (il mercato, gli &#8220;effetti collaterali del progresso&#8221;, la volontà divina, l&#8217;imperativo morale di un umanitarismo indiscriminato a favore dei membri di certe fasce sociali ed etniche dei paesi occidentali&#8230;)</em>.&nbsp;</p>
</blockquote>



<p><strong>(V.P.) </strong>Altra cosa, molto probabilmente voi transumanisti, siete dei romantici spero, insomma dei pirati pionieri e idealisti, cercate l&#8217;autoconsapevolezza, l&#8217;autodeterminazione, <strong>ma esiste un processo capitalista che si chiama accelerazionismo</strong>, che tende ad assorbire queste innovazioni tecniche, a strumentalizzare al massimo, insomma davvero vorreste un chip nel cervello, e una psicopolizia internazionale&nbsp; che impedisca che qualche hacker pazzo, o a qualche paese dittatoriale di dominare il mondo?</p>



<p><strong>(S.V.) Esistono due versioni dell&#8217;accelerazionismo, entrambe per altro pressoché solo americane, e che interferiscono solo marginalmente con il transumanismo</strong>. La prima, quella &#8220;di destra&#8221;, originale, di<strong> Nick Land</strong>, pensa che l&#8217;accelerazione degli sviluppi tecnoscientifici porti ad un dispiegarsi delle potenzialità per lui positive di un capitalismo che, come nelle tradizionali visioni libertarie d&#8217;oltreoceano, si ritroverebbe oggi &#8220;represso&#8221; dagli Stati, dalle regolamentazioni, dalla norma sociale, etc.<strong> La seconda, &#8220;di sinistra&#8221;, vede nell&#8217;accelerazione, ivi compreso dei cambiamenti più criticabili ed alienanti, qualcosa che farà &#8220;esplodere le contraddizioni&#8221; del capitalismo stesso, generando ribellione, etc. </strong>Entrambi tali correnti hanno vari difetti, ai miei occhi, il più grave del quale è dare <em>per scontato</em> che un&#8217;accelerazione sia in atto e/o che comunque sia destinata a prodursi. Laddove invece credo di aver documentato in un articolo pubblicato in <a href="https://amzn.eu/d/4bWPF7p" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>DIvenire 3</em></a>, nel centenario della pubblicazione del Manifesto del Futurismo, intitolato &#8220;<a href="http://www.divenire.org/articolo.asp?id=23" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Ritorno sul promontorio dei secoli</a>&#8220;, che <strong>semmai il rischio cui siamo esposti è l'&#8221;<a href="https://amzn.eu/d/h4TIwRJ" target="_blank" rel="noreferrer noopener">uscita dalla storia</a>&#8221; </strong>apertamente auspicata dallo stesso Fukuyama che costituisce uno dei maggiori esponenti della &#8220;resistenza anti-transumanista&#8221;. Ma vedi anche il più recente <a href="https://amzn.eu/d/eftsbdN" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Rallentare. La fine della grande accelerazione e perché è un bene</em></a> di Danny Dorling&#8230; Esiste qualche (timido) sintomo rassicurante negli ultimi due o tre anni che il suddetto rallentamento (o arresto) possa essere superato? Vero. Ma se è vero che ci sono segnali di questo tipo è proprio perché al momento non solo il tentativo di usare la tecnica per combattere la tecnica sta incontrando serie difficoltà, ma proprio perché<strong> è l&#8217;attuale dominio sul mondo delle vecchie concezioni e degli attuali centri di potere che comincia ad essere sfidato da una realtà più variegata e multipolare</strong>, in cui i vari soggetti naturalmente non possono né vogliono rinunciare a nulla che possa loro consentire di sopravvivere ed affermarsi.</p>



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<p><strong>(V.P.)</strong> Lo strumento di autocontrollo quale sarebbe? La democrazia diretta? Siete consci che questo strumento è permeabile e&nbsp;che potrebbe essere fallimentare?</p>



<p><strong>(S.V.)</strong> &#8220;Controllo&#8221; può significare due cose. Una che riguarda <strong>l&#8217;uso del freno</strong>, che può essere certamente possibile ed opportuno, ad esempio per consentire l&#8217;effettuazione nel modo più efficace di una curva, ma che ovviamente riguarda in generale un rallentamento ed un possibile arresto. La seconda riguarda <strong>l&#8217;uso del volante</strong>, che è un dispositivo che non serve a combattere il timore della velocità, o dell&#8217;accelerazione, ma ad andare nella <em>direzione</em> da noi preferita &#8211; e reagire al timore suddetto mollando il volante e chiudendo gli occhi raramente è una reazione proficua&#8230; Quanto a chi, come e perché, debba esercitare tale controllo, non dubito che esistano da qualche parte transumanisti che pensano che debba farlo una classe dirigente di tecnici e saggi educata ai valori di una qualche supposta morale universale che sa meglio degli altri ciò che sarebbe bene per i popoli, per gli individui, e per l&#8217;umanità, del tutto indipendentemente da ciò che ne pensino gli interessati &#8211; il che poi è il punto di vistra assolutamente dominante nel campo avverso. A mio sommesso avviso, sempre appunto rifacendoci al concetto di autodeterminazione, <strong>è invece difficile sostenere che sia completamente coerente un punto di vista transumanista che non preveda qualche forma di sovranità popolare</strong>. Ma attenzione. La prima, fondamentale, primordiale sovranità di un popolo e di una comunità politica consiste <em>nel darsi gli ordinamenti che crede</em>. Ed anche qui, mentre posso avere dei miei punti di vista, più o meno provvisori e dubbiosi, o al contrario convinti ed appassionati, su come organizzare una comunità politica di cui io faccia parte, il primo punto anche per chi tenga alla sorte complessiva della nostra specie e della sua diversità e ricchezza dovrebbe essere quello comunque di non mettere tutte le uova nello stesso paniere, ma di <strong>puntare sulla diversità, e sugli effetti di positiva regolazione della medesima prodotti dalla competizione tra sistemi diversi</strong> &#8211; effetti che naturalmente non si producono nel caso abbiamo a che fare con un sistema socioeconomico, politico, culturale di portata universale. </p>



<p><strong>(V.P.)</strong>  Quale è la tua posizione definitiva? insomma mi pare di capire che forse non credi nell uploding della mente, o nella criosospensione del corpo.</p>



<p><strong>(S.V.)</strong> Nulla si oppone concettualmente al fatto che la personalità di qualcuno possa essere riprodotta su un supporto completamente diverso dal suo precedente corpo fisico. Tutte le relative questioni &#8220;filosofiche&#8221; sono molto ben chiarite in un libro che meriterebbe di essere tradotto, <a href="https://amzn.eu/d/4V5u49M" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>A Taxonomy and Metaphysics of Mind-Uploading</em></a> Se questo rappresenti o no una &#8220;continuazione&#8221; effettiva della personalità originale o una sua &#8220;emulazione&#8221; è una questione la cui risposta è puramente&#8230; sociologica, e che non ha nulla a che fare con concetti essenzialisti, come spiego nel post &#8220;<a href="https://transumanisti.wordpress.com/2010/03/22/uploading-cyborgisation-teletrasporto-rianimazione-postcrio-possibilita-ed-identita-2/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Uploading, cyborgisation, teletrasporto, rianimazione postcrio: possibilità ed identità</a>&#8220;. Se qualcuno entra in un ipotetico teletrasporto, si trasferisce dal punto A al punto B, o viene ucciso e ricreato a destinazione? Si tratta semplicemente di due descrizioni arbitrarie di ciò che empiricamente è <em>a tutti gli effetti lo stesso processo</em>. Per quello che riguarda la criosospensione, sappiamo che la putrefazione o la cremazione sono processi essenzialmente irreversibili. La criosospensione presenta almeno una <em>possibilità</em> di rianimazione per l&#8217;interessato. Certo, la tecnologia attuale è lontana dal rendere banale e sicura la &#8220;criosospensione turistica&#8221;, ovvero quella adottata da un paziente sano per visitare, nel tempo, il nostro futuro, o, nello spazio, un altro sistema stellare evitando di di invecchiare per le migliaia di anni necessarie per raggiungerlo.</p>



<p><strong>(V.P.) </strong>Se sei per il potenziamento della mente e del corpo in vita, in una realtà aumentata, non temi che tutto questo iper-potenziamento, possa creare super-eserciti, e guerre che potrebbero portare il mondo all&#8217;autodistruzione? O sono troppo pessimista? </p>



<p><strong>(S.V.)</strong> <strong>Gli effetti del progresso tecnico sulla guerra sono ambigui</strong>. Nella Bibbia, con una tecnologia non particolarmente avanzata, vediamo che la prassi coinvolge il completo sterminio della controparte (&#8220;E ora va, colpisci Amalek, votalo all&#8217;anatema con tutto ciò che possiede, sii senza pietà per lui, uccidi uomini e donne, bambini e poppanti, buoi e pecore, cammelli e asini. [Saul] prese vivo Agag re degli Amaleciti, e passò tutto il popolo a fil di spada in esecuzione dell&#8217;anatema&#8221;). Nel Rinascimento, le popolazioni civili soffrivano delle guerre, mentre le compagnie di ventura si giocavano più o meno a dadi gli esiti. Nelle guerre napoleoniche la situazione si inverte. Le &#8220;<a href="https://amzn.eu/d/f0SN4sI" target="_blank" rel="noreferrer noopener">tempeste di acciaio</a>&#8221; della prima guerra mondiale cui parla Ernst Jünger sono immani carneficine per chi è al fronte ma lasciano più o meno indenni le popolazioni civili, che invece saranno pesantemente coinvolte nella seconda, dai &#8220;bombardamenti strategici&#8221;, a cominciare da quelli atomici, alle guerre civili casa per casa in vari paesi. Oggi sappiamo che da oltre cinquant&#8217;anni <strong>siamo sotto la minaccia di un inverno nucleare, ma al tempo stesso esistono alcuni indizi che conflitti a più bassa intensità potrebbero vedere armi robotiche combattersi soprattutto l&#8217;un l&#8217;altra, con perdite umane (relativamente) limitate</strong>&#8230; Chiaramente, però, il modo per evitare con discreta sicurezza un&#8217;autodistruzione umana sarebbe diventare una specie interplanetaria.</p>



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<p><strong>(V.P.)</strong> So che è inutile parlare di questo con un laico illuminista convinto, ma davvero credete che rinunciare definitivamente a una dimensione spirituale e metafisica, seppur fittizia, possa creare nuove forme di bellezza? Si insomma l&#8217;arte, lo spirito, la grazia, cambieranno per sempre? Sono un passatista se voglio conservare le tradizioni? In fondo un quadro di Giotto è bello nel Trecento come nel 2024. La bellezza non cambia a mio modesto parere, eppure Giotto non era iper-potenziato, non era perfetto. Non pensi che dall&#8217;imperfezione possa nascere, se non altro, bellezza? Mentre da una potenziale perfezione non lo sappiamo.</p>



<p><strong>(S.V.)</strong> Io non sono proprio universalmente considerato un &#8220;laico illuminista convinto&#8221;, né dentro né fuori il mondo transumanista. Ma faccio sicuramente una <strong>distinzione forte tra la dimensione &#8220;spirituale&#8221;</strong>, che dalle sue connotazioni antiche a quelle dell&#8217;idealismo ottocentesco e novecentesco, per giungere al senso comune della parola, ha un senso per me grosso modo positivo, <strong>e quella &#8220;metafisica&#8221;</strong>, che soprattutto dopo l&#8217;avvento del cristianesimo in Europa (ma anche sulla base di ambiguità precedenti) ha nella visione di Nietzsche e Heidegger, che faccio del tutto mia, una connotazione del tutto opposta. Ovviamente la questione non ha nulla a che fare con la legittima rivendicazione di appartenenze e tradizioni cui uno può non solo richiamarsi, ma voler portare oltre. Giotto nel Trecento era un innovatore, e sarebbe tradire la sua eredità più che restarvi fedeli se ci limitassimo oggi ad imitarlo laddove lui invece ha rivoluzionato ciò che lo precedeva. E <strong>la perfezione appunto è un ideale cui tendere per sempre</strong>, come nella tradizione dell&#8217;Umanesimo (contrapposto in questo all&#8217;umanismo), non un punto che possa essere raggiunto.</p>



<p><strong>(V.P.)</strong> Da alcune cose che scrivi, mi pare che hai una certa tendenza identitaria forte, credi nelle nazioni, negli imperi, nei confini? O questa roba è passatista? </p>



<p><strong>(S.V.)</strong> Esattamente come Marinetti, <strong>credo nell'&#8221;uomo moltiplicato&#8221;, e nella ricchezza insita nella diversità del &#8220;genio&#8221; di ciascuna popolazione per l&#8217;arco della sua esistenza storica</strong>. Non credo nella globalizzazione, nella omologazione, nella entropia, e nello sforzo di imporre a tutti gli uomini &#8211; ma anche a marziani, animali o intelligenze artificiali, se mai ce ne fosse bisogno &#8211; una verità unica e un dominio dell&#8217;indifferenziato, appunto senza confini. Per cui, mentre penso che il modello europeo dello stato-nazione affermatosi a partire dalla pace di Westfalia sia largamente superato, certamente credo nella possibilità ed opportunità di sovranità multiple. Più ancora, <strong>apprezzo la diversità di popoli e culture</strong>, che non è un dato immemoriale da conservare passivamente, ma il frutto di un processo continuo di autocreazione umana. In questo le identità collettive non sono sostanzialmente diverse dalle identità individuali &#8211; che viste da vicino sono del resto altrettanto frattali e in divenire.</p>



<p><strong>(V.P.)</strong> Geopoliticamente il mondo postumano come potrebbe essere?</p>



<p><strong>(S.V.)</strong> Multipolare. Sino al limite della speciazione, ed oltre. Ma &#8220;geo&#8221; fa riferimento solo al &#8220;nomos della Terra&#8221; di cui parlava Carl Schmitt.<strong> Idealmente il mondo postumano dovrebbe e potrebbe conoscere un&#8217;espansione al di fuori dei confini del nostro pianeta.</strong></p>



<p><strong>(V.P.)</strong> Molte questioni etiche e politiche non te le poni, perché pensi che la tecnica supererà tutto?</p>



<p><strong>(S.V.)</strong> Ma niente affatto. <strong>La tecnica è un modo per esprimere ed applicare scelte etiche e politiche su una scala sin qui inaudita</strong>. Ma la stessa cosa è successa a ben pensare con la rivoluzione neolitica, prima della quale grosso modo tutti gli uomini vivevano in condizioni e sulla base di meccanismi e regole analoghe.</p>



<p><strong>(V.P.)</strong> Il fatto inconscio che l&#8217;uomo ricerchi la fede anche nel transumanesimo, non è indice che una trascendenza esiste?</p>



<p><strong>(S.V.)</strong> La &#8220;fede&#8221; è un modo giudeocristiano &#8211; ivi comprese le varianti secolarizzate della stessa mentalità, che conservano la stessa esigenza di avere una garanzia metafisica della &#8220;vittoria finale&#8221;  &#8211; di porre le cose. &#8220;Non occorre sperare per intraprendere, né riuscire per perseverare&#8221;, secondo il detto di Guglielmo d&#8217;Orange. <strong>Molti transumanisti sono tali semplicemente perché le relative posizioni esprimono i loro desideri e le loro preferenze</strong>, senza alcun bisogno di avere certezze sul loro successo finale. Per loro, una sconfitta è possibile (almeno sulla scala che li coinvolge personalmente, e senza pregiudizio di ciò che sia comunque forse destinato ad accadere tra milioni di anni in una galassia lontana, lontana), per quanto deplorevole. Ragione di più per impegnarsi ad evitarla. <strong>La <em>trascendenza</em> della nostra condizione attuale</strong>, che è anche il titolo del film sorprendentemente transumanista <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Transcendence_(2014_film)" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Transcendence</a>, <strong>rappresenta d&#8217;altronde l&#8217;obiettivo ultimo della loro azione.</strong></p>



<p><strong>(V.P.)</strong> L&#8217;attuale crisi di natalità dell&#8217;Europa, potrebbe essere risolta con l&#8217;eugenetica? Ho visto che hai scritto una prefazione a un libro che tratta dell&#8217;argomento.</p>



<p><strong>(S.V.)</strong> L&#8217;eugenetica tradizionalmente riguarda la <em>qualità</em> (arbitrariamente intesa&#8230;) della prole di una certa comunità; ma una <em>quantità</em> che scenda al di sotto dei margini necessari per la perpetuazione delle relative linee germinali naturalmente rende la questione puramente accademica. E il fatto che nelle società europee non solo ci si riproduca ben poco, ma ci si riproduca oggi solo nel sottofondo e nei (discutibili) vertici della scala sociale, rischia ovviamente di<strong> ridurre le loro prospettive di sopravvivenza anche in termini di adattabilità e &#8220;qualità&#8221; delle nuove generazioni.</strong> La cosa, discussa appunto nel libro che citi, <a href="https://amzn.eu/d/20OFFmO" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>La scomparsa dei popoli europei</em></a> di Augusto Priore, rappresenta una perdita potenziale che appare davvero tragica sia per chi ha una identificazione &#8220;identitaria&#8221; con le stirpi coinvolte, che hanno portato un contributo alla storia umana di cui credo nessuno possa negare l&#8217;interesse, sia per chi appunto semplicemente deplora la perdita di biodiversità nella nostra specie.</p>



<p><strong>(V.P.)</strong>  Qual è il rapporto di un transumanista con l&#8217;ambientalismo?</p>



<p><strong>(S.V.)</strong> L&#8217;idea generale del passaggio al &#8220;<a href="http://www.biopolitica.it/biop-ii.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">terzo uomo</a>&#8220;, quello destinato a far seguito al primo uomo dell&#8217;ominazione ed al secondo uomo della rivoluzione neolitica e della nascita delle grandi culture spengleriane, è appunto che lo stesso <strong>è destinato a farsi integralmente carico del proprio ambiente,</strong> quanto meno e soprattutto terrestre. Non esiste più plausibilmente una &#8220;natura&#8221; di cui non siamo integralmente responsabili, ed <strong>un parco naturale è altrettanto &#8220;artificiale&#8221; di una centrale nucleare</strong>. Sta perciò a noi plasmare il mondo in cui vogliamo vivere, laddove l'&#8221;ambientalismo&#8221; tradizionale ha fantasie quanto al fatto che possa e debba essere ridotta la nostra &#8220;impronta ecologica&#8221;, e che si tratti in sostanza di tener giù le mani da qualcosa che in mancanza di intervento umano vivrebbe in perfetto equilibrio. Dimenticando per esempio che il 95% delle specie mai vissute sul pianeta si sono estinte prima che gli ominidi si evolvessero, e che anche se gli esseri umani si estinguessero domani non c&#8217;è assolutamente nulla che garantirebbe la sopravvivenza a quelle restanti.</p>



<p><strong>(V.P.)</strong> E con la cancel culture?</p>



<p><strong>(S.V.) </strong>La cancel culture è solo la estremizzazione di una prospettiva su cui ho avuto modo di esprimermi (molto negativamente) nel libro <a href="https://amzn.eu/d/fDwFahH" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Per farla finita con la civilizzazione occidentale</em></a>. Tale fenomeno infatti non mira tanto a criticare o appunto a superare aspetti eventualmente non condivisibili di un passato comune, <strong>ma ad operare su di essi una sorta di rimozione freudiana, in vista di un&#8217;ansia di purificazione che trova le sue ultime origini appunto nel fanatismo monoteista</strong>, sulla falsariga del processo che abbiamo già conosciuto in Europa nei primi secoli della nostra era &#8211; vedi ad esempio <a href="https://amzn.eu/d/it3LHaK" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Nel nome della croce. La distruzione cristiana del mondo classico</em></a> della Nixey. E come dice Santayana, &#8220;chi non vuole ricordare il proprio passato è condannato a riviverlo&#8221;. Da un punto di vista transumanista la questione a mio avviso non è mai di condannare moralmente il passato, qualunque esso sia, <strong>ma di storicizzarlo e superarlo, o più esattamente <em>trascenderlo</em>.</strong></p>



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<p><strong>(V.P.)</strong> Che ne pensi di autori come Renè Guénon? </p>



<p><strong>(S.V.)</strong> Non ne penso molto. A fronte del progressismo e dell&#8217;ottimismo ingenuo del modernismo positivista ottocentesco, alcuni intellettuali, <strong>per spirito di contraddizione &#8211; e per trovare una propria nicchia nella parte più reazionaria della società loro contemporanea -, si sono inventati un &#8220;tradizionalismo&#8221; romantico</strong>, per per lo più a tinte cattoliche (e in tal caso con accenti molto più controriformistici che medievali o paleocristiani), ma in qualche caso come quello di Guénon con accenti esotici ed ancor più universalisti. Chi ancora oggi aderisce a questi punti di vista poco si rende conto di come sia <strong>squisitamente <em>moderno</em> </strong>questo stesso punto di vista, e come la sua narrativa sia costruita su una <strong>violenza misticheggiante sulle fonti che non ha nessuna plausibilità in termini filologici</strong>. Diciamo che per quello che mi riguarda <strong>questa forma di tradizionalismo sta al modernismo come i satanisti stanno ai cristiani</strong>. Tutti quanti parte di una prospettiva tragicamente anacronistica, e in opposizione puramente &#8220;dialettica&#8221; gli uni agli altri.</p>



<p><strong>(V.P.)</strong> Secondo te non esiste nessuna forma di magia, di dio o di trascendenza spirituale, ma <strong>non pensi che tutta questa tecnica sia una forma di magia?</strong></p>



<p><strong>(S.V.)</strong>  Certamente la magia e la trascendenza o il divino esistono e forniscono rispettivamente i mezzi, e il senso, alla nostra presenza nel mondo. Potrei al riguardo citare il filosofo nietzschano e heideggeriano Giorgio Locchi, che ne parla in <a href="https://amzn.eu/d/3Ag7O98" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Definizioni</em></a>, ma è ancora più agevole al riguardo invocare una notissima massima di un autore di fantascienza, Arthur C. Clarke, laddove dice &#8220;<strong>Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia</strong>&#8220;.</p>



<p><strong>(V.P.)</strong>  USA e Cina attualmente sono le potenza più transumaniste del mondo, la Cina ha una popolazione sottomessa ad un tecno-socialismo di facciata, che ne garantisce un certo controllo e sviluppo, ma ne ha letteralmente cancellato la cultura umanistica e limitato la libertà d&#8217;espressione. Sono ben pochi infatti gli artisti o gli scrittori cinesi degni di nota oggi, mentre scienziati, tecnici ed ingegneri abbondano. Inoltre la sua popolazione ha uno stile di vita tremendamente omologato e che somiglia sempre di più al nostro, entrambe le potenze omologano ed opprimono, l&#8217;una con il capitalismo, l&#8217;altra attraverso il socialismo, ed entrambe inseguono il transumanesimo. Non credo che il transumanesimo utopico e idealista possa fare cambiare idea a chi da sempre specula e drena risorse a popolazioni sottosviluppate, solo per il proprio tornaconto. In questo il transumanesimo che mi hai esposto, non ricorda troppo da vicino utopie rivoluzionarie come il comunismo, il fascismo, il capitalismo del libero mercato che si autoregola?</p>



<p><strong>(S.V.)</strong> Vediamo. Gli USA hanno vantato sinora una certa leadership tecnologica in vari campi, grazie anche al poderoso <em>brain drain</em> esercitato sull&#8217;Europa occidentale nella seconda metà del XX secolo. Ma non direi che sia un &#8220;paese transumanista&#8221;, anzi, è uno dei paesi in cui a partire dal famoso discorso davanti al caminetto di George W. Bush la reazione anti-transumanista si fa sentire in modo più vistoso. Jeremy Rifkin, Bill McKibben, Danny Dorling, il solito Francis Fukuyama, il Kass a capo del Comitato Bioetico della presidenza americana, sono esempi tipici. Ma persino ricercatori e imprenditori high-tech come Bill Joy o Craig Venter sono ideologicamente del tutto contrari a ciò che &#8220;rischia&#8221; di essere prodotto dalle loro ricerche ed attività. Semmai, <strong>è proprio la &#8220;minaccia cinese&#8221; che tiene sotto controllo la tecnofobia dei fondamentalisti religiosi o degli umanisti bio-luddisti locali</strong>, grazie al terrore di essere superati nella capacità di calcolo, nella intelligenza artificiale, nelle biotecnologie, nella corsa allo spazio, etc. La Cina, d&#8217;accordo, è la prima potenza industriale del pianeta ed oggi ha il maggior numero di<em> paper </em>scientifici pubblicati nelle ricerche rilevanti, e soprattutto non soffre delle ipoteche e delle remore ideologiche dominanti negli USA ed ancor più nella UE &#8211; come del resto non ne soffrono le due Coree, o, s&#8217;è per questo, Cuba che malgrado un&#8217;economia minuscola e disastrata ha vari punti di eccellenza in campo biogenetico. D&#8217;altronde, almeno secondo uno studio realizzato poco dopo l&#8217;inizio del secolo, a livello di opinione pubblica <strong>il paese più transumanista, nel senso in particolare con una minor percentuale di persone avverse a trasformazioni postumane o ad interventi radicali sul nostro ambiente, sarebbe&#8230; l&#8217;India.</strong> E qui pare difficile dubitare dell&#8217;incidenza culturale del retaggio induista, con la sua fantasmagoria mitologica di entità senza nette separazioni tra la sfera umana e quella animale e divina, giochi un ruolo.</p>



<p>Sul fatto che esista oggi una omologazione globalista su modelli universali e&nbsp;<em>al tempo stesso</em>&nbsp;idealmente statici e stagnanti, non c&#8217;è dubbio, ma questo è esattamente il contrario di ciò che abbiamo già visto rientrare negli auspici del transumanismo.&nbsp;</p>



<p>Altra questione ancora è il <strong>minor &#8220;individualismo&#8221; del mondo cinese</strong>, in questo simile ad altre componenti estremo-orientali, che per altro non mi pare particolarmente correlato all&#8217;epoca o al regime politico, ma che è una costante della relativa etnocultura. D&#8217;altronde, una caratteristica saliente della Cina odierna, o almeno della parte controllata dalla RPC, è<strong> il fatto che stia reagendo con forza alla colonizzazione culturale occidentale</strong>; e che mentre persegue ovviamente la propria affermazione economica, politica, etc., anche a scapito di altri attori, non manifesta alcun interesse o tentazione di trasformare il resto del mondo a sua immagine e somiglianza, di annettere popolazioni non-cinesi, o di mescolarsi con esse.</p>



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<p>Infine, sulla valenza &#8220;utopica&#8221; del transumanismo: qualsiasi filosofia &#8220;attivistica&#8221; e poco convinta che viviamo già oggi nel migliore dei mondi possibili mira a <em>trasformarlo</em>, e plasmarlo in conformità con le proprie idee, e magari con modelli immaginari. Ora, benché tra gli autori e le associazioni transumaniste resti tutt&#8217;altro che debellato il retaggio della mentalità secondo cui sarebbe possibile e desiderabile trovare una soluzione definitiva ed ideale a tutti i problemi, questa non è affatto un requisito per porsi in tale prospettiva, anzi.<strong> L&#8217;accettazione tragica del fatto che nuove sfide saranno eternamente destinate a riproporsi, che ogni soluzione genera un nuovo problema, e che anzi è proprio questo che dà un senso alla nostra esistenza storica</strong>, risulta secondo me al contrario il legame più importante tra le nostre radici più lontane e il futurismo più radicale.</p>



<p><strong>(V.P.)</strong> In conclusione ti faresti impiantare un chip nel cervello in un mondo così? Pensi possa essere una scelta non condizionata, libera. L&#8217;uomo non ha mai inseguito il benessere comune e la libertà se non con ipocrisia fino ad oggi, una parte del mondo drena le risorse dell&#8217;altra. </p>



<p><strong>(S.V.)</strong><em> </em><strong><em>Tutte</em> le scelte sono &#8220;condizionate&#8221;, e nondimeno sono scelte.</strong> Ogni progetto implica un certo grado di conflitto tra interessi diversi – benché non necessariamente al livello di ipocrisia oggi invalso. Possiamo abbracciare l&#8217;idea del suicidio, magari collettivo, o fantasie di secessione individuale ed eremitaggio sempre più problematiche in un mondo in cui non esistono più spazi con cui non interferisca la società umana; o persino di fughe in mondi virtuali dove ogni nostro desiderio personale venga realizzato e l&#8217;universo esista solo per servirci. Oppure, se pensiamo che grandezza è fatta anche dal fatto di vedere il mondo per quello che è e non per quello che vorremmo che fosse, accettare di giocare la mano che ci viene servita in funzione di ciò che siamo stati, siamo e vogliamo diventare. L&#8217;integrazione del nostro cervello con i &#8220;chip&#8221; – che a breve del resto non sarà più neppure necessario impiantare, e che si ridurranno all&#8217;equivalente di un auricolare o di un apparecchio acustico –<strong> saranno semplicemente parte del modo per essere soggetti e non oggetti della nostra storia</strong>, naturalmente per chi lo vorrà, come nel passato lo sono stati gli aghi d&#8217;osso o le lame di selce per chi ha deciso di adottarli dopo innumerevoli milioni di anni in cui nessuno li aveva mai utilizzati.</p>



<p><strong>(V.P.)</strong> Grazie Stefano, chiudendo questo dialogo con chiosa ottimista, credo che le nostre generazioni debbano <strong>trovare un complesso equilibrio tra tecnica e tradizione</strong>, rendendole in qualche modo interdipendenti, è il nostro dovere generazionale e sarà estremamente difficile farlo, altrimenti la nostalgia egoica e il tecnoscetticismo da un lato, e il postumanesimo reazionario dall&#8217;altro, ci annienteranno, o meglio <strong>renderanno il futuro invivibile</strong>.</p>



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		<title>Epitaffio per una generazione di falliti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 May 2024 10:51:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Tilt]]></category>
		<category><![CDATA[Trash]]></category>
		<category><![CDATA[Ray Banhoff]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Profeta]]></category>
		<category><![CDATA[Vita da Autodidatta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’ultimo romanzo di Ray Banhoff è una palla in fronte, canto funebre di una generazione di trenta/quarantenni che non ha combinato un cazzo nella vita, destinata ad essere cancellata dalla storia. Non ha fatto rivoluzioni, non ha prodotto grandi libri né grande musica, non è stata all’altezza dei suoi sogni. Generazione alle periferie della storia, squallida, indifesa, e perciò magnifica.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Le recensioni non fanno per me, ma neanche le stroncature, semplicemente, in questo primo pezzo per <em>il Nemico </em>vi parlo di un vero nemico, ovvero <strong>Ray Banhoff</strong>, e vi dico: <strong>raramente ho trovato un libro che ferisce così tanto i trenta/quarantenni in Italia</strong> (che sono inspiegabilmente impegnati a farsi i pompini da soli). Ray Banhoff scrive un romanzo fiume, <em>Vita da autodidatta</em> (Nfc edizioni), dove sevizia la generazione x y z e bla bla bla, attraverso il lungo monologo del protagonista, <strong>una specie di gigolò perdente, un loser alla Beck anni Novanta</strong>, che ci fece una canzone manifesto, ovvero l’idea del perdente che ha cultura, del nullofobico uomo della strada, che ha lo stile fico che non ti aspetti, con le sue scelte culturali estreme, le suo foto squallide tra le case di periferia di provincia, nella stupenda fanzine/newsletter Bengala, che già da tempo gira per il web, ma andiamo al sodo, alla figa o alle puppe come direbbe lui, io che sono siciliano dico allo sticchio, eh si qui al Nemico proponiamo pure dialetti volgari, perché siamo il nemico, mica cazzi, dalla fondina tiriamo fuori la pistola che ferisce i semicolti come il personaggio di questo libro, che si autodefinisce nemico di se stesso, uccideteci pure voi, fateci causa, <strong>siamo ignoranti, amorali e suca</strong>!</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" width="600" height="600" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/Free_Book_Mockup_1_grande.webp" alt="" class="wp-image-506" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/Free_Book_Mockup_1_grande.webp 600w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/Free_Book_Mockup_1_grande-300x300.webp 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2024/05/Free_Book_Mockup_1_grande-150x150.webp 150w" sizes="(max-width: 600px) 100vw, 600px" /></figure>



<p>Forse siamo perdenti di successo come Raybanoff, non si sa, saremo adolescenti eterni, come <strong>la generazione trenta/quaranta, che ha perso, non è riuscita a migliorare le sue condizioni di vita, non ha fatto nessuna rivolta, non ha cambiato nulla nella musica e nell’arte, ha solo remixato,</strong> e chiama tutto questo postmoderno, una generazione di conservatori che non darà mai un futuro migliore a figli e nipoti, per chi li fa i figli, i nipoti etc etc fate voi. Insomma Ray crea questo personaggio anonimo anni Novanta, questo scrittore fallito, sessuomane, claustrofobico, fissato, autistico, intriso di cultura pop e cultura alta, ma anche sveglio, veloce, poetico, profondamente triste, con una scrittura tra Bukowski, Houllebecq e Unabomber, un manifesto politico di Forza Nuova con la fica, forse è lui questo medioman insurrezionalista, forse no, non si sa, non è importate, non ci interessa capirlo, delira Ray, la sua trama si è spezzata, a tratti è poesia, poi diario, poi sociologia, poi satira, in quel di Pistoia, o come la chiama lui Tristoia, e niente <strong>il libro sta li come un pezzo di carne sanguinolenta che urla vendetta dalla periferia della bella Italia</strong>, non certo di quella brutta o da Scampia, non c’è neanche la trap a redimere, solo rancore spedito come un siluro nello spazio del web, che galleggia su Amazon, come una vera bomba ad orologeria in un supermarket universale, pronta ad esplodere tra le mani di un bambino o di una suora, l’odio per il consumismo, la libertà promessa e poi mancata. Il sesso sempre all’insù, a cazzo dritto, come una barra di condanna a morte in pizzeria, dove il godimento è solo morire, la piccola morte dei francesi, in un’eterna condanna che urla vita-morte, senza redenzione. Un tormento in un’Italia infernale, in una realtà ipersessuata, che crea vere e proprie caste di scapoli e ammogliati, come in un Ugo Fantozzi, però epico e cavalleresco in un atto d’accusa agli intellettuali, allo Stato, alla civiltà che vomita tutto, come<strong> il personaggio di Ray che soffre, si tormenta, ma almeno non è un borghese</strong>, scava l’anima, il cuore, è un outsider, all’inferno, vuole un amico con cui sognare la rivoluzione machista, far saltare tutto il sistema che lo opprime, e prende sto Oscar mezzo fighetto, mezzo dandy, lo vuole complice-amico, perché siamo soli come cani nel buio, «e scrivere è come una puttana cattiva, ci fa sentire alla deriva» insomma ad Oscar gli rapisce la fidanzata, è a lei a cui vuole sparare una palla in fronte, poi finale a sorpresa. Ma chi se ne fotte della trama, leggetelo! Rimane che <strong>Ray Banhoff scrive parole brucianti, triste ammettere di essere un fallito, ma questo permette altissimi gradi di lucidità liberatoria.</strong></p>



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<p>È colpa del fatto che non ci hanno insegnato a parlare con i nostri genitori? Chi lo sa, quindi dobbiamo pagare uno che ci ascolta, e ci dice di andare a parlare con i nostri genitori? Non lo sappiamo, non lo sapremo mai, non saremo rivoluzionari ma avremo qualche buona penna, la psicologia è al pari della speculazione online, ti vende sogni di guarigioni impossibili come arricchimenti istantanei. Benedetto Croce diceva che la psicologia era un’americanata. Il guru online ti promette la rinuncia al lavoro, mentre chatGPT fa i soldi per noi, scrolli ed una 15enne balla col culo rifatto di fuori, <strong>una generazione con i sogni ai Caraibi siamo, ma le chiappe sul divano</strong>, supercazzole viventi, si salvi chi può, Dio o Cthulhu protegga i giocatori di biliardino, il ragù la domenica, la fidanzata per chi ce l’ha, le partite di calcetto, i baretti anonimi, la curva Sud, perché siamo teneri, siamo romantici, <strong>che scenda l’oblio sull’Occidente, perché diciamoci la verità, la tv è troppo bella, il cellulare è troppo fico, il gesto infinito, la distrazione eterna</strong>, incantati come in un monologo delirante di David Foster Wallace, io non resisto non mene fotte un cazzo di Israele, si fotta l’ambiente, gli animali si estinguano, la crisi, le riforme, non possiamo farci un cazzo.</p>



<p></p>
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