L’Accademico è la figura di ripiego dell’intellettuale, che inneggia al post-moderno, si copre gli occhi e fa i capricci quando qualcuno prova a dirgli che servirà a poco la post-work theory sulla condizione dei precari, se a capirla sono in quattro o in cinque. L’Accademico manifesta un’ossessione per il contemporaneo poiché preferisce illudersi di comprendere il mondo, potendo scegliere di continuo di non abitarlo, sabotandone cioè un’esperienza diretta. Con la parola “Accademico” ci si riferisce a tutti coloro che hanno fondato una carriera sugli stessi valori della società del consumo, provando in qualsiasi modo a nascondere questo fatto, nella categoria rientrano perciò anche gli operai culturali, i creativi, gli editori.
Non c’è nulla di male nell’essere un Accademico. E’ utile riconoscerlo, ma anche ragionare sulla responsabilità della propria esistenza all’interno dell’istituzione, su come le energie e le parole che si dissipano nell’universo degli Accademici potrebbero essere impiegate per interrogarsi su come questa stessa classe, che detiene in larga parte il linguaggio, possa iniziare a utilizzarlo anche al di fuori della propria bolla.
Nell’accademia c’è spazio per tutti, ma nello stesso modo in cui la legge è uguale per tutti. Istruzione e protezione sono concetti riservati anzitutto a chi ha potuto costruire per se stesso un percorso lineare, chi ne ha avuto il tempo e le risorse, il “borghese”. Chi queste cose non le ha avute, il “proletario” si ritrova in una condizione di subalternità perenne, la cui causa è sistemica, e la cui reazione, spesso di ansia e chiusura, scaturisce da ciò che Cynthia Cruz definisce melanconia di classe. Per Cruz, docente e poeta, essa è “quel sentimento che nasce quando si abbandonano le proprie origini della working class (…). Finiamo per ritrovarci divisi, sdoppiati, intrappolati tra il mondo delle nostre origini e quello borghese in cui viviamo. Poiché non esiste in nessuno dei due mondi, il soggetto proletario non ha più luogo di appartenenza: ha abbandonato le sue origini, è arrivato sulla soglia del mondo della classe media (che gli nega l’accesso) e si ritrova a non essere né l’uno, né l’altro. È uno spettro che esiste tra i due mondi, una presenza inquietante”. (Cruz, C., 2022).
Penso spesso a queste parole durante l’estate, quando ascolto gli amici accademici dei miei amici. Più nello specifico, penso per esempio a quando Cruz riporta cosa voglia dire ritrovarsi a esser corretta dai suoi stessi studenti, soprattutto nelle discussioni relative ai testi sulla working class. L’autrice non ne parla come di un problema, ma, evidenziando la questione, mette in risalto sia l’aula come dispositivo spaziale di potere, sia i codici interiorizzati di chi è cresciuto in ambienti in cui la conoscenza – e soprattutto la cultura – sono sempre stati presenti e dati per scontati. Questi codici non riguardano il sapere in senso stretto, ma si traducono in una sicurezza incorporata che emerge nei comportamenti più ordinari: nel modo di prendere la parola, nel tono in cui si interviene, nel correggere o mettere in discussione l’altro. Chi ha sviluppato questa disinvoltura tende a muoversi negli spazi istituzionali con naturalezza e in maniera autoritaria. In realtà, ciò che appare come sicurezza individuale è molto spesso il risultato di un capitale culturale sedimentato nel tempo, che autorizza alcuni soggetti a parlare, interrompere o correggere, con maggiore legittimità di altri. Questo avviene anche perché quando la conoscenza favorisce il risultato rispetto al processo e il valore simbolico rispetto al significato, allora l’esperienza stessa viene annientata.

L’esperienza è un meccanismo pedagogico ignorato dall’Europa. E’ ciò che viene vissuto direttamente, ciò che si sente, si vede, si percepisce e si comprende attraverso la partecipazione concreta a una situazione. L’evidenza, al contrario, tende a registrare solo ciò che può essere mostrato, documentato o reso visibile dall’esterno. In questo scarto si apre una distanza significativa: mentre l’evidenza cattura ciò che è dimostrabile, l’esperienza contiene una dimensione più densa e incarnata che spesso sfugge alla semplice registrazione. È la differenza, ad esempio, tra il discorso di una classe borghese che parla di precarietà o di proletariato e la sostanza materiale che implicano quelle condizioni. Nel primo caso la questione resta una situazione osservabile; nel secondo entra in gioco quella profondità che la fenomenologia dell’esperienza genera, fatta di vissuti, affetti e implicazioni che non sempre possono essere pienamente mostrati senza essere anche attraversati. Prima che l’istituzione diventi azienda, che lo studioso diventi ricercatore, che il proletario diventi operaio, alla base di tutto rimane la vita interiore dell’essere umano che prova a spiegare e spiegarsi. L’istituzione, comunque, non ha interesse che lo studente si riscopra posizionato in direzione della verità. Essa semplicemente imbottiglia il desiderio in un concorso, in un bando per il dottorato, costringe lo studioso a lottare per una borsa di studio e un contratto precario. Lo costringe cioè a rintanarsi nella paura, a difendere il proprio posto, a inimicarsi l’altro, a rinvigorire il proprio Ego e a costruire un’idea di Io che gli dia l’illusione di potersi in questo modo difendere dal mondo. Ma uno scudo di paglia può prendere fuoco molto facilmente. Se l’essere è, proprio come il ritmo, in continuo movimento, l’identità non è altro che la scatola in cui si prova a costringere la coscienza. Non c’è motivo di demonizzare il singolo individuo (nel caso qui proposto la figura dell’Accademico, del borghese o del proletario), ma si invita a guardare in maniera critica le numerose posture storte della personalità e i meccanismi inconsci che la costruiscono e la ingabbiano. Solo uno sguardo sincero sull’ontologia della propria individualità (differente dalla vita dello Spirito) può sperare di liberare il gruppo accademico e permettergli di costruire un linguaggio non riduttivo, ma comprensibile anche ai più.
L’ironia della coscienza, comunque, è questa: qualche settimana fa qualcuno ha commentato un mio contributo online così: «è meraviglioso quello che c’è scritto, ma un operaio non ci capirebbe un cazzo». E in effetti aveva ragione, devo riconoscere di aver introiettato anche io il desiderio di essere riconosciuta dagli Accademici, e me provo vergogna. Penso al dilemma del linguaggio, una facoltà che esiste per via di un sistema che separa la coscienza dalla natura, l’individuo dal gruppo e le passioni dalla cultura. Penso a un pezzo su Prada che ho scritto a Milano dopo aver interrotto per anni la trascrizione dei miei pensieri. Ci metto quasi un mese e mezzo a tirarlo fuori, il pezzo, ci piango sopra l’ultima notte in cui lo correggo. Mi fa male il linguaggio e mi fa male Milano. Il linguaggio e Milano mi costringono a farmi più tecnica di quello che sono. Il problema non è Milano, la lingua o me stessa. Il problema è che la vita psichica e l’esperienza sono entrambe diventate una questione di credibilità.
Me lo ricordo sempre: quando sono a Milano e quando scrivo.
Appunti da un workshop:
Questo (il loro) è un primo tentativo di mediazione testuale. Il contenitore è sempre un testo. Ma cosa accade se il testo pure diventa sempre e solo un contenitore? Che cosa sta provando a contenere?
Suggerire di decostruire la scrittura durante un corso di scrittura. Evviva il contemporaneo, la performance, la spe-ri-men-ta-zi-one!
A me l’Accademia ha rovinato la vita. Le residenze sono le prigioni dell’arte. Le gabbie (e che gabbie!), aprite le gabbie.
L’elite che parla dell’elite. L’elite che critica l’elite. Il cinema d’élite.
L’architettura di un’opera in Italia è.
(Classificazione specializzata) L’élite è confusa. L’élite ha la coda di paglia. Mette l’attenzione sul proprio sentire. (fenomeno site-specific, si prova un’emozione una volta ogni dieci anni).
Il fenomeno non è un’idea. L’arte non è un’idea. Un’idea è reputazione. La reputazione è tutto per l’élite. L’élite, dice, ha le mani legate.
(Sistema consolatorio)
L’élite ama l’♡ Accademico puro. ♡ Qualcuno dice: «…dottorato sulla sparizione della scrittura». L’élite rizza la testa, si è mangiata la scrittura e adesso se la cerca nelle viscere. Per avere delle viscere si presuppone si abbiano anche sangue, saliva, lacrime e sperma. L’élite suda e basta.
♡ L’élite non vuole profetizzare. ♡ L’élite ama la democratizzazione! L’élite cerca sempre nuove idee per avere nuove idee. (L’élite dà le chiavi critico-interpretative).
Ci manda a scrivere una descrizione di un’opera d’arte. Ci sono solo però circa 20 minuti al massimo.
L’élite non vuole né troppi sforzi, né perdere tempo. L’élite ci tiene a ribadire che ciò che suggerisce comunque lo reputa critico! Lungi da noi credere che…
Che differenza c’è tra etica e morale? L’élite incolla nella biografia Agamben al fianco di Heidegger e Heidegger al fianco di un video su Youtube di Luis (2019).
La militanza adesso è più nell’attivismo, dice l’élite. L’attivismo di cui anche quello siamo critici, ma amici. L’élite è amica degli attivisti – e di tutti – ma non fa attivismo. L’élite è aperta al dialogo, ma non crea il tempo o lo spazio, ha budget limitato. Per cui capirete bene che ci vuole tempo, dice l’élite.
L’élite vuole proporre un esercizio di scrittura/postura. La postura di fronte all’opera. In posizione per massimo 20 minuti. La critica d’arte, lo stato dell’arte, è una serie di squat.
Sotto Roma l’elite non scende. Chiama pure il giornale un contenitore.
Le parole creano uno scambio, dice l’élite. Nessuno si ricorda il nome dell’altro.
SE SI TECNICIZZA IL CUORE (per un’insurrezione del pre-visto)
L’inconscio e la vita dello spirito sono spesso contraddittorie, vivono in una zona grigia, sono alle volte amorali o malvagie, non evitano il dolore. Riconoscersi feriti nel momento di adesso è umiliante per via di come l’umiliazione abbia a che fare con le ferite e l’emozione, due questioni che proviamo a schivare di continuo. Ma evitare il dolore significa provare a tecnicizzare il cuore. Sarebbe un bene se qualcuno si sentisse toccato o addirittura offeso da quanto scritto in queste righe. Se lo spirito, inteso in senso simmeliano, è scisso tra spirito soggettivo (l’interiorità, dunque in un certo senso la naturale propensione verso le proprie passioni e i propri interessi) e spirito oggettivo (la cultura prodotta), la ferita dell’Io se quando interrogata ci aiuterà a prendere coscienza dello stato di compressione cui si è costretti a vivere, che crocifigge la nostra vita e quella degli altri all’interno di un sistema che richiede, per essere sopportato, uno stato di professionalizzazione e alienazione insostenibile nella lunga durata. Solo e soprattutto nel criticismo propositivo c’è la possibilità di un cambiamento. È bene dunque imparare a conoscere le proprie reazioni, per trasformarle e utilizzarle come mezzi reazionari. Questa compressione della vita interiore colpisce infatti non solo lo Spirito, ma anche il modo in cui reagiamo e critichiamo il mondo che abitiamo. Nelle società capitaliste avanzate, il sistema tollera solo alcune forme di opposizione, purché non mettano davvero in discussione le sue basi. In questo modo, anche le idee più critiche rischiano di essere assorbite e rese innocue. Il risultato è quello che Marcuse chiama pensiero uni-dimensionale: uno spazio in cui diventa sempre più difficile immaginare alternative reali al sistema esistente. La stessa limitazione viene proposta dall’istituzione e reiterata dalla cultura. Se il dissenso viene neutralizzato, anche la capacità di immaginare un altro mondo si atrofizza. Infatti, dopo il tempo e la comunità, il capitalismo ha inghiottito l’immaginazione e maciullato il cuore. Le sovrastrutture regolamentano, direzionano e commercializzano ogni forma di amore intesa come Eros, la forza motrice che spinge l’individuo verso la conoscenza suprema, ovverosia la verità, raggiungibile attraverso l’abitudine al pensiero.
La pre-visione (intesa come la capacità di prefigurare una visione del mondo), come il ragionamento, è un muscolo. Questo purtroppo rappresenta per la società contemporanea un problema: se la pre-visione è l’occhio della mente e l’occhio, come l’immaginazione, è un muscolo, allora è certo che siamo tutti prossimi alla cecità. Nel 2009 Mark Fisher afferma: è più probabile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo. Nel 2026 ci pare che la questione non faccia che riconfermarsi.
La natura dogmatica del Capitale è riuscita in buona parte nel suo intento: attraverso mezzi e tecnica ha convinto l’inconscio della società delle masse a credere che non esista davvero un’alternativa a quella che si sta vivendo da meno di duecento anni o che – ancor peggio – questo sia per davvero il migliore dei sistemi possibili, e dunque immaginabili. Come abbiamo detto, il nostro rapporto col tempo è governato dalla paura: il futuro si restringe, il passato svanisce. Il decrescente interesse verso una coscienza che sia prima di tutto storica, inoltre, ci impedisce di vedere come ciò che viene presentato come unica possibilità sia in realtà un sistema recentissimo. Il capitalismo, nella sua forma industriale, esiste da appena due secoli. Se comprimessimo l’intera storia della Terra in un anno occuperebbe appena 1,5 secondi.
Siamo all’intersezione tra ciò che per tutta la durata della nostra vita – ben diversa dalla durata del Cosmo – ci è stato presentato come unica possibilità (un’esistenza scandita dal lavoro e dalla solitudine) e ciò che è necessario realizzare (il mondo nuovo). Non è un caso che oggi la parola utopia venga usata come sinonimo di illusione. Nel 1516, Thomas More definisce l’utopia come “un luogo che non esiste”. Guarito il conflitto col tempo, sintomo di una società ossessionata dal controllo, potremmo aggiungere a questa definizione l’avverbio ancora: “l’utopia è un luogo che non esiste, ancora”.
In questo senso, l’utopico non è altro che uno sforzo di immaginazione concreta. Rivolgersi all’immaginazione attiva due stati fondamentali: eccitazione e attesa, entrambi capaci di stimolare la forza creatrice necessaria a generare nuove idee, possibilità e prospettive sistemiche alternative. Pensiamo, per esempio, allo stato di trepidazione che precede l’incontro con la persona amata, quello che anticipa un concerto: non serve essere già fisicamente nel luogo per proiettarsi nell’emozione di ciò che si vivrà, di ciò che cioè verrà generato. Ciò di cui il tempo storico di oggi ha disperatamente bisogno è una riscoperta e una rimanipolazione propositiva del proprio mondo interiore, che segua uno slancio che dall’interno si protragga verso l’esterno. Solo ricongiungendosi con la propria vita psichica sarà possibile sperare di ricongiungersi con il mondo.
4. Chi saranno i nuovi maestri?
Gli operai. I nerd. I maranza. I nativi americani. I guru. Gli sciamani. Le streghe di Etsy. I poeti. I tarologi. I nevrotici. I cani romantici. I cuori selvaggi. I fisici. I filosofi. I bambini. I funghi. I surrealisti. Le donne nell’attico. I nomadi. Le vecchie del villaggio. I parrucchieri. I vagabondi. Gli agricoltori e i contadini. I Sufi. Gli astrologi. I circensi. I blogger. I pirati. I monaci. Gli straight-edge e i punk. Gli esteti. Nietzsche. I fanatici e i cospirazionisti. Gli stregoni. Il Reiki. I mistici. I furfanti. I ladri. Gli Yogi. I ciclisti. I parassiti. I beatnik. I neoromantici. Gli edonisti. I reietti. Gli eretici.
Bibliografia
Han, B.-C. (2025). Contro la società dell’angoscia. Speranza e Rivoluzione. Einaudi.
Crutz, C. (2022). Melanconia di classe. Manifesto per la working class. Blu Atlantide.
Fisher, M. (2009/2018). Realismo capitalista. Produzioni Nero.
Han, B.-C. (2025). Contro la società dell’angoscia. Speranza e Rivoluzione. Einaudi.
Simmel, G. (1903/1995). La metropoli e la vita dello spirito. In P. Jedlowski (a cura di), La metropoli e la vita dello spirito. Armando Editore.