I grandi scrittori non hanno tatuaggi, e sono decadenti solo nei libri, come Ray Banhoff, scrittore e autore della newsletter Bengala.

I grandi scrittori non hanno tatuaggi, e sono decadenti solo nei libri, come me e Ray Banhoff, scrittore e autore della newsletter Bengala.

Ormai sto bene solo se dico stronzate: tutti che si prendono sul serio, tutti che fingono—fingono che gli interessi la guerra, la geopolitica, il destino del mondo. Invece devono promuovere se stessi. Io ho troppi grattacapi per prendermi sul serio, e allora flexo, flexo. Questo termine l’ho imparato da mia nipotina di otto anni: lo dice sempre.

Le ho dovuto spiegare chi è Michael Jackson. Mi sentivo in Ritorno al futuro 7, usando un’AI in cui il Colosso di Rodi aveva la mia faccia. E tu mi hai messo cuoricini ovunque Ray.

E lo so, Ray, che questa cosa la fai pure tu, flexi: essere un po’ idiota per sopravvivere e sovvertire, perché se non sei in Iran non puoi parlare di guerra e pretendere di essere preso sul serio. Bisogna anzitutto flexare con i libri.

Vi presento Ray Banhoff: un po’ Fabrizio De André, un po’ Charles Bukowski, un po’ Kurt Cobain; un po’ boomer, un po’ hipster, un po’ leggenda. Perché Ray, quando prende a scrivere, è davvero pericoloso: quasi meglio di Bukowski, o di qualsiasi poeta beat. Perfino James Joyce e Bob Dylan, a volte, se li beve.

O forse è solo uno scapigliato milanese qualunque, con troppi capelli e troppo romanticismo addosso, uno che con la chitarra in mano riesce ancora a sembrare vero.

Poi ha il piglio dell’intellettuale nerd di sinistra, legge e consiglia libri e cose fighe e noiose in continuazione. Sembra comunista, ma non è niente. Non è politico. È sociale. Anzi, spesso è asociale. Gli interessa la vita: la carne, i culoni, gli alcolizzati, la strada, i disgraziati. Li beffa, li fotografa, li usa—ma poi resta lì con loro. Ci passa le serate. Li accudisce come gatti. E poi riparte, scorribanda per lo stivale come uno che non ha casa, o forse ne ha troppe.

Se provo a immaginarlo lo vedo sempre dietro qualche gonnella, a presentare libri—non per la letteratura, ma per la figa. Perché le donne lo stendono, sempre. E lui soffre, ama, desidera a modo suo: in maniera anarco-individualista, senza redenzione e senza scuse.

E alla fine è tutto qui. Perché sotto questa valanga di ironia, di pose e contro-pose, resta una cosa sola: che nessuno di noi ci crede davvero, ma tutti abbiamo bisogno di fingere di crederci, per il riposizionamento sociale e forse per la figa. Per questo Ray Banhoff crede. Ma possibile che sia questa ancora la nostra unica forma di verità, oggi come allora: Gesù Cristo?

Vincenzo Profeta:

Ti riconosci nell’immagine di Cristo, lo personifichi, collezioni croci, che rapporto hai con la religione, preghi?

Ray Banhoff:

Sono cresciuto in mezzo a comunistoni atei e gli anarchici che odiavano i preti e la chiesa a prescindere, però mi hanno salvato le suore dallo smettere di studiare, ho fatto la scuola di Don Bosco. Mi hanno chiamato Gesù fin da quando ho 14 anni, in senso dispregiativo perché ero secco, ma a me Cristo piace. Me ne sono accorto con L’Ultima tentazione di Cristo di Scorsese e poi amavo Toki il fratello di Kenshiro che era identico. Non prego, ma adoro i rituali (ho creato un sacrario in casa solo perchè me lo ha detto Jodorowski: “fallo soprattutto se non credi!”), quindi la liturgia ecclesiastica, mai quella del prete ma le processioni dei fedeli. Così come la Chiesa dell’alto medioevo, i fanatici religiosi che si facevano ammazzare perché amavano una divinità umana e mortale invece che quegli dèi stronzi e sfarzosi dei romani, e pensavano di dare speranza anche ai poveri. Ho fatto la tesi su un monaco irlandese pazzo che evangelizzava in latino e non lo capiva nessuno ma ha salvato la cultura occidentale: San Colombano. Insomma niente che oggi esista più. Cristo è l’uomo. Solo sulla croce, schiattato. Poi quello che succede dopo, nessuno ne sa niente.

VP:

In Degrado Paradiso, il tuo ultimo libro, il “Maestro” sei tu o è ciò che vorresti essere?

RB:

Il maestro è stata la scrittura, che per attimi di estasi mi ha abitato. Poi se ne è andata e son tornato il solito coglione. Ma in Degrado Paradiso ho volato.

VP:

Perché il verso e non la prosa? Così come il prossimo lavoro sarà un disco.

RB:

Devi usare quello che ti serve e quanto ti serve. Non è che dici: faccio solo le foto o faccio solo i romanzi. Io faccio tutto a seconda dell’occasione. Solo la poesia poteva essere così fulminea, mi drogavo di immagini liquide: statali, baretti, falliti, fallimenti, conto in rosso, multe, amori, tristezze. Scrivevo come un ladro nelle note del cellulare, è stato naturale, non puoi metterti lì e scrivere un romanzo al cellulare, le poesie sì. E suonavano bene. Le scrivo da quando ho 15 anni ma queste del libro sono degli ultimi sette, in cui ho raggiunto un certo livello.

VP:

Il degrado è una condanna o una forma di libertà dalla vita?

RB:

Per come lo vedo io assoluta libertà. Il termine degrado è dispregiativo ma quando lo trasformi in un habitat, in qualcosa di sacro, godi: Faulkner, Dante, McCarthy, Parise, Steinbeck e Dosto: la più grande letteratura nasce nel Degrado. Può esserlo anche la ricchezza, l’opulenza, ma di solito quella rincoglionisce. E’ più facile essere povero e figo che ricco e figo, tranne rare eccezioni tipo Arbasino, Helmut Newton, Capote, Dalì e boh. Di certo non Fedez ecco.

VP:

Il tuo libro può essere un aiuto per qualcuno?

RB:

Si per tutta Italia potenzialmente. Il mio libro è l’unico che dovresti leggere quest’anno, infatti non ne ha parlato quasi nessun giornale nonostante abbia speso uno stipendio di ufficio stampa, il che credo sia un attestato di merito. Vuol dire che era veramente diverso dalla merda che propinano. E poi il pubblico mi dà ragione, la nicchia chiaramente, ma faccio le presentazioni live nei bar marci e vendo tutte le copie, la gente mi viene sotto casa. Credo sia un testo multigenerazionale. E’ perfetto per questi tempi, c’è dentro la vita di chiunque e c’è pure la soluzione: provare a godere. Nel libro fornisco un metodo per non perire alla sofferenza.

VP:

Concordi con me che è un poema cristologico?

RB:

Non c’ho mai pensato, se lo dici tu mi fido. È quello che ti pare, per me è più dionisiaco che cristologico perché c’è si l’espiazione ma anche tanta ricerca di ebbrezza.

VP:

Sei mai stato davvero “figlio di Dio” prima di essere “debito pubblico”?

RB:

Lo sono stato tutta la vita tranne un certo periodo difficile dopo i 30 a Milano in cui non sapevo come fare a rendere contenti gli altri. Non avevo identità, in quella città paranoide mi avevano terrorizzato che se non ero come quei fighetti pallemosce delle agenzie, quelli che parlano tutto “bro” “media” “lol”, non sarei mai stato nessuno. Per fortuna mi sono ripigliato: è servita la disoccupazione, cambiare lavoro, fallire del tutto e rinascere. Adesso lo risono. Sono il matto del paese, quello coi capelli lunghi che sembra americano e scrivo poesie. Attualmente sul conto ho 53 euro e mangio scatolette da tre giorni, ma capisci ho dei capelli pazzeschi. Prima avevo una Panda verde con una papera di plastica dentro che chiamavo Panda Quack. Erano tutti pazzi della mia Panda, creava veramente qualcosa quando arrivava. Le donne la amavano e persino i bambini. Ecco cosa è essere figlio di Dio: ti becco al pomeriggio dopo un turno in un ufficio schifoso con un capo schifoso che ti ha umiliato e ci facciamo mezza risata guardando due sdentati che litigano al bar. Non è più bella la vita? Non è questo il vangelo?

VP:

Perché consigli libri come un intellettuale ma disprezzi l’intellettualismo?

RB:

Non lo faccio come un intellettuale, lo faccio come uno che li legge. Un po’ forse ne capisco… Non lo sfoggio mai, ma sono un po’ colto e mi fa cagare l’intellettualismo perché è noioso, è come fare il filo a una donna menandogliela tutta la sera con storie del cazzo tipo: «sai la filmografia di Kubrick è tutta così “monolitica”…» mavaffanculo dillo che vuoi chiavare! Ecco l’intellettualismo è il gattamortismo dei colti, una forma di seduzione basata su una finzione totale, una roba che prenderei a pugni.

VP:

Sei davvero apolitico o è una posa per evitare etichette?

RB:

Non voto da tanti anni, da Grillo, non riesco a crederci proprio. E’ come la religione o gli alieni e la metempsicosi o i fantasmi, vorresti crederci ma poi tanto lo sai che è una puttanata. La politica italiana dalla Terza Repubblica è una roba da cerebrolesi, non capisco perché te che sei così intelligente ti ci confondi. Mi pare evidente che sia solo una lobby dei peggiori che cercano solo di sottomettere la gente meno dotata e fare una loro scalata sociale a discapito dei poveri cristi. Infatti i peggio falliti umanamente sono ai vertici di comando: da Musk al Sindaco al Presidente della Regione fino alla commissione cultura, non se ne salva uno. Lo diceva Bene: lo Stato è la mediocrità per eccellenza. In fin dei conti la politica è la cosa più vicina alla violenza che conosco, più delle pallottole. Se penso ai partigiani gli direi: ragazzi mi dispiace, potevate pure sta’ fermi se doveva anda’ così. Rimpiango la monarchia, almeno non avevamo scelta, invece questa presa per il culo della democrazia è così frustrante. Ma non me ne frega niente, non parlo di politica con nessuno, mai. Non me ne frega niente sarebbe come parlare di calcio, non conosco quasi nessuno che ne capisca. Cioè qui uno dovrebbe uscire di casa con una mazza, ma poi credo che ti si rovini il karma. Devi accettare di esserci nato in mezzo, non puoi sperare nella politica, devi salvarti da solo. Non ho alcuna fiducia nella politica. I pochi buoni di solito li ammazzano o li fanno fuori o schiattano di crepacuore come Berlinguer.

VP:

Cosa ti annoia della cultura contemporanea?

RB:

La recita. Lo scegliere l’argomentino del giorno, la causina, il tono di voce serioso alla Raimo. Non una bestemmia, non un urlo, non una sorpresa. I post fanno. Mavaffanculo. Io son cresciuto con i maledetti. Nietzsche scriveva: nei miei libri si respira l’aria delle vette. Mi piace il rock and roll perché è sensuale, la chitarra elettrica e le poesie di Baudelaire, così come l’estetica tutto cazzo di Jim Morrison o Josh Homme o soprattutto Liam Gallagher. Questa è cultura contemporanea. Non certo il Premio Strega, quella è solo una fiera di settore come Vinitaly.. La cultura contemporanea italiana a cui ambisco io è vivissima, c’è dentro Davide Bregola, ******* , Picca, i cantanti svitati come Martelli, Le città di Pianura, i pittori come Enrico Pantani, i fotografi come Piero Percoco, un artista come l’art director Paolo Proserpio, lo Studiotonnato o Massimo Bologna; le pagine meme come le Eterobasiche o Biologicamente o Filosofia Coatta e il dottor Pira. Insomma un sacco di roba non ufficiale.

VP:

Ti piace apparire un po’ sfigato o Rockstar anni novanta?

RB:

Si. Il fatto è che mi viene troppo bene. Lo sono, mi dona. Sono assolutamente una rockstar sfigata, non mi devo sforzare, c’è gente che studia per farlo io sono un miracolato. Quando sono stato a Los Angeles o a Berlino mi hanno trattato tutti come una rockstar, non avevo nemmeno bisogno di parlare. In Italia uno con il mio aspetto è un perdente, ma verso i cinquanta mi farò un look garibaldino e verranno tutti a leccarmi il culo, lo so, Perché in questo paese fino a che non sei vecchio non ti si fila nessuno ed è un bene, perché posso fare veramente quello che mi pare. Se domani fossi da Fazio avrei l’agente che mi dice cosa non dire.

VP:

Oggi è più avanguardia il cinismo o il romanticismo? E perché i bar di merda sono più veri di qualsiasi salotto culturale?

RB:

I bar di merda sono veri perché ci va la gente vera e non quelle termiti del cazzo delle pagine della cultura di cui sopra. Al bar se giochi l’asso al turno sbagliato ti becchi un porco***. Il che è così normale, così giusto. L’avanguardia non so che sia.

VP:

Perché romanticizzare il degrado, non è troppo scontato?

RB:

Mah, potrebbe esserlo se lo facesse un altro, se lo faccio io no. Io ho fatto urlare la pagina, sono entrato nell’eterno finalmente, che è il posto a cui appartengo. Poi non romanticizzo niente direi, è il mio mondo. Non devo nemmeno fare finta.

VP:

Insomma non si rischia il vittimismo, non lo hanno fatto tutti?

RB:

Vedi se pensassi a una cosa del genere non mi alzerei dal letto la mattina. Non me ne frega niente di come posso essere visto, io sono un drogato delle mie sensazioni. Faccio tutto questo perché mi serve, mi fa volare alto, mi fa incontrare gente, mi fa affermare. Sono egoista in questo. Mi fa sentire che sono bravo a farlo, mi fa divertire. Durante le letture monto in piedi sui tavoli e suono l’inno di Mameli distorto alla chitarra elettrica, capisci? Non me ne frega un cazzo se sembro scemo, mi sento Dio. Se dovessi guardare quanto guadagno, che posizione ho nella società, cosa ho realizzato rispetto anche al più cretino dei miei compaesani del liceo mi sparerei oggi stesso. Non ho figli, non ho una villa, non vado in vacanza in barca, sono un fallito per il mondo odierno. Almeno quando scrivo sono un campione.

VP:

Cosa ti lega davvero agli ultimi: empatia, estetica, dipendenza, amoralità?

RB:

Il conto corrente. Solo quello.

VP:

Perché sei sbarcato su You Tube così tardivamente, Bengala da newsletter diventa programma tv, parlacene.

RB:

Mi riesce. L’ho sempre saputo, ma solo ora ho avuto il coraggio e poi ho incontrato Massimo Bologna che è un giovane regista e un visionario e ha creato un mondo che è unico. Da solo non avrei potuto. Nessuno in Italia fa quello che facciamo io e lui ci sono solo i fottuti podcast (li odio, tranne Barbero non ne ho mai ascoltato uno) e canali YouTube tutti identici con le lucine led da scemi stile Gazzoli Pulp e Tintoria. Sucate. E tra poco amplierò il progetto.