Momento-domande: qualcuno alza la mano. Lei usa Marx? Sì, quotidianamente. Siamo a posto.

“In cotanta miseria, la patrizia prole, che fa?” (U. Giordano, Andrea Chénier).

Arbasino ricorre sovente al pastiche. Se digiti il suo nome e lo cerchi lo trovi così: statuario, quasi assurdo, impostato, migliore di te. Prima foto: un sopracciglio giù e uno su, come il migliore degli intellettuali, il gormito più forte di tutti (io immagino comandi l’elemento della terra, ma forse pure vulcano va bene). Eccomi a leggerlo: un’arguzia che nasce da un’osservazione meticolosa; citazione colta mischiata al parlato (bello saporito, come piace a me). Commisto esplosivo, formula perfetta. Tutto ritmo e aggettivi, ritmo e aggettivi: del resto lo si sa: è così che si conquistano le donne (ce lo ha già insegnato Sorrentino: Lezione nr 1 sulla seduzione). Quindi eccomi qui: ritmicamente sedotta (è bastato un esile libro che conta – aspetta che guardo – 113 pp: che vergogna).

Dormo. Mi sveglio: articolo su Lucy. È Lorenzo Gramatica. Alzo la cornetta e rispondo al telefono. Sfoglio il suo profilo Instagram (dunque: sedotta, e non c’è stato neppure bisogno del ritmo). Esco con Fausto: ho guardato il tuo profilo, sai, del resto i profili sono lì per noi, mi dice. Le vetrine social sono le vetrine di Amsterdam: eccomi in pasto. Ecco Gramatica in pasto a me. Slurp. Sfoglio i suoi post più lontani: 2015/16. Io di quegli anni ricordo solo che avevo l’iPhone SE. Non mi interessano troppo le foto, mi atteggio, mi interessano le didascalie. Bello, colto, interessante e ironico, probabilmente fin dalla culla, così dice il social. Sbuffo: ma forse che sono dieci anni che parliamo tutti delle stessecose?

È il momento di svelarmi: voglio leggere Arbasino, sì, e quindi leggo Vita bassa (pubblicato nel 2008, poche pagine: low effort). Per l’appunto: piccolo e tascabile come il perbenismo culturale che dissacra, come l’intellighenzia, i formaggini culturali, i vecchi pasolinidi (a cui associo anche il Nemico perché mi ha rotto il cazzo con tutti quegli articoli su PPP) e quei politologhi irriverenti inclini al marameo. E mentre lo sfoglio mi diverto, bofonchio, alzo gli occhi al cielo. È così bravo a prendere per il culo e a essere irriverente e dissacrante che quasi non riesco a disprezzarlo. Dentro, ad ogni modo, c’è tutto quello che odiamo (plurale maiestatis). Sbuffo: ma forse che sono vent’anni che parliamo tutti delle stesse cazzo di cose? E io che volevo sentirmi un po’ speciale. Qualche coro, da lontano, intona un: “SCEMA, SCEMA, SCEEEMA”

Ad ogni modo, non vi interessa, ma se vi interessa: su di me la pistola colla a caldo ha sempre prodotto una fascinazione suggestiva, almeno da quel giorno in cui Stella, alle elementari, mi ha invitato nella sua ultra mega villa in collina a costruire con tessuti e stoffe di mamma strane astrazioni artistiche. E quindi ora la uso: pew pew. Scusate l’imbarazzo: ho visto troppi pochi polizieschi e non vivo in America. Dicevo:

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Scusate di nuovo: un po’ di stanchezza semiotica. O forse mi è solo rimasta un po’ di iper-stimolazione incastrata nell’occhio (non sto piangendo). Datemi un secondo che mi spiego, e vediamo se questo collage mi riesce bene. Dunque. Zona universitaria, assisto ad una conferenza: un geografo (quanto sono contenta) inizia a parlare (che amarezza). Di seguito i miei appunti:

[…]

utopismo concreto: capacità di trasformazioni latenti nella realtà e capacità di immaginare ciò che pare inimmaginabile

utopia: sfida al nostro imprigionamento ideologico -> urto contro i limiti che la realtà pone alla nostra capacità immaginativa

potenza materiale dell’immaginazione

[…]

bla bla bla Marx… bla bla bla Derrida

[…]

occorre costruire un linguaggio capace di rendere conto dello sfruttamento e delle oppressioni delle diverse parti del mondo e capace di generare un comune desiderio di liberazione

Derrida che prova a usare “immaginazione creativa” contro di te. È superefficace.

Parole dolci che sanno di melassa, d’ambrosia, ci colano addosso e lavano le nostre coscienze sporche. Tutti cosparsi di miele, comunque, nella serratura del conformismo si passa meglio. Ma chi siamo noi in tutta questa immaginazione? In questo sogno astratto (e disfatto) a lowissimo cost che sa di terra promessa? Chi è disposto a mettere a servizio di questa immaginazione le proprie energie? Chi a sedersi ad un tavolino e a far dialogare queste idee con la strumentazione storica e materiale? Alla base, forse, c’è la grande preoccupazione di non macchiare un’idea – questo presupposto sacrale, questo mitologema – con le dimensioni del reale (bimbe di Badiou). Che barba. Osservo: siamo degli smidollati.

… In più, a me, ‘sta storia del linguaggio mica la racconta giusta. O almeno, non se chi mi parla di linguaggio capace di rendere conto dello sfruttamento e delle oppressioni lo fa utilizzando tutto il tempo l’accademichese. Bo? Sono seduta, prendo appunti, io come tutti gli altri qui dentro. La “l” di “linguaggio” rotola fuori così fluida dalla voce di quest’uomo che sembra quasi stendersi rettilinea come a segnare the pathway. Ma per dove? Penso che mi piacerebbe assai se ora entrasse l’alieno grigio e glitterato di Avanti un altro e ci interrogasse tutti su chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo… che cosa mangiamo. Quando si mangia? Quando si mangia??? E soprattutto chi ha mai “cooked” qua dentro? Six seven, six seven – come dicono les jeunes.

Intanto, guardateci: come siamo belli. Io, Arbasino e Gramatica seduti sul precipizio del Re Leone. Un giorno questa terra sarà nostra, dobbiamo solo immaginarla abbastanza bene. Quindi. Mani giunte, fronte aggrottata: iniziamo a immaginare. Passa qualche minuto, ma non è successa ancora una bella sega di niente. Io e Gramatica siamo ancora seduti a terra a fare ommmm, quando Arbasino impazzisce, si alza e inizia a gridare. Un signore, capelli da sparviero, barba lunga e ispida, si avvicina e gli flette il mignolo: skadush. Mentre gli accarezza il pelo brizzolato e ripete “Come on, Albertino, you can do it” Arbasino, steso supino a terra, si calma. Come diavolo hai fatto? Sussulto. Ci sono passato anche io, sorride l’uomo beffardo, anche io sto ancora aspettando Godot.

Una strana sensazione mi si attorciglia nello stomaco, e stavolta non sono le farfalle per Gramatica. Guardo il paesaggio di fronte a me. Dove sta questa potenza materiale dell’immaginazione? Dico. Dove? La città è sempre più invivibile, i cpr esistono, le carceri pure, il 25 Aprile sparano a due manifestanti col fazzoletto dell’ANPI, io c’ho ancora paura di girare la sera, gli spazi autogestiti vengono sgomberati, io non c’ho ‘na lira e i miei amici nemmeno, le borse di tela con scritto “sta rottura de cojoni dei fascisti” valgono ancora come esercizio sufficiente alle pratiche di lotta, io compro una maglietta contro il turismo e mi sento figa, lo sterminio è praticabile, l’autodeterminazione no, tutti abbiamo il sogno di vivere in campagna in casa con amici e poi tutti finiamo all’estero perché non c’abbiamo ‘na lira nemmeno dopo vent’anni di lavoro, gli Epstein Files esistono e vengono pubblicati in massa per desensibilizzarci, il latte vegetale non si può chiamare latte, la carbonara solo se col guanciale, in manifesta sì, ma alle 20:00 ci si saluta (è stato wonderful e grazie, ci vediamo alla prossima se riesco). È che io mi sento così persa e afflitta, e non solo la domenica pomeriggio.

Momento-domande: qualcuno alza la mano. Lei usa Marx? Sì, quotidianamente.

Siamo a posto.

P.s.

Nulla di quanto scritto fa riferimento a cose reali o realmente accadute (:P). Se qualche lettore attento scorgerà nel testo una citazione in borghese, consiglio caldamente la lettura di CTRL + C, CTRL + V – Scrittura non creativa, di Kenneth Goldsmith