La ripubblicazione di Gomorra a vent’anni dalla sua prima comparsa offre una buona occasione per tornare su Saviano: non tanto perché il suo bestseller resti la sua opera migliore, quanto perché il suo gesto intellettuale più felice sembra essersi compiuto altrove. Quello che segue è un elogio pseudo-vero e pseudo-serio di Roberto Saviano. Conduco questa operazione apologetica pur non lavorando per La Repubblica o Fabio Fazio, il che in Italia è una notizia. Il motivo dell’encomio è presto detto: ciò che riguarda il suo elogio ha a che fare con la morte, con Pier Paolo Pasolini e con Amazon Video.
Studiare la produzione letteraria di Saviano, che a partire dalla pubblicazione di Gomorra è cresciuta su se stessa accumulando pagine su pagine – pur sempre queste, però, inferiori al numero delle interviste rilasciate ai vari podcast italiani – implica osservare il corpo a corpo che lo scrittore napoletano ha ingaggiato con la produzione letteraria dell’autore di Ragazzi di vita, morto esattamente mezzo secolo fa. Questo “pasolinismo” di Saviano è stato già analizzato, descritto e raccontato magistralmente da Walter Siti – curatore, fra l’altro, proprio delle opere di Pasolini per i Meridiani della Mondadori – nel suo Contro l’impegno, libro uscito per i tipi della Rizzoli nel 2021, in cui i propri strumenti di critico letterario vengono affilati attraverso la nobile arte della stroncatura. Lo statuto prettamente letterario di Roberto Saviano – che nell’aspetto fisico, sempre secondo l’occhio di Siti, ricorda Enrique Irazoqui, il Cristo del Vangelo di Pasolini – non ne esce perfettamente illeso, anzi tutt’altro.
Apprendiamo, per esempio, che in Gomorra Saviano non solo riprende un famoso pezzo anaforico di Pasolini, “io so, ma non ho le prove”, volgendolo però in positivo, “io so e ho le prove”, ma dichiara altresì di voler “fare della mia vita un campo di battaglia”, forse ancora pensando al “gettare il mio corpo nella lotta” di pasoliniana memoria. Commenta Siti: «Pasolini, sull’impotenza della parola di fronte all’enormità della vita, ci ha penato per anni, ci ha giocato il valore della sua stessa poesia, attraverso una continua dolorosa sperimentazione formale. Per Saviano sembra che basti ridurre la forma ai minimi termini […] Saviano ripudia la profondità polisenso della scrittura a favore dell’efficacia immediata, dello shock cronachistico-politico, dello “sbattere in faccia”, del fare i nomi».
Con La paranza dei bambini, edito da Feltrinelli nel 2016, l’influenza di Pasolini nella scrittura di Saviano non si limita a qualche episodico rimando. Qui, infatti, il modello sottotraccia «è quello dei ragazzi di vita di Pasolini: pasoliniano è l’uso di incastonare narrativamente dei “pezzi” ritenuti sociologicamente significativi, pasoliniana la connessione tra emarginazione e sacralità, pasoliniano il divertimento nel notare la modernità tecnologica dei ragazzi, pasoliniana infine la vivacità magnetofonica di certi cazzeggi». Eppure, volendoci affidare nuovamente al giudizio di Walter Siti, il punto debole del romanzo è proprio la scrittura: «Contrariamente a quanto accade in Pasolini, i diversi livelli stilistici non frizionano consapevolmente tra loro ma si giustappongono inerti, passivi; lo scrittore usa tutti gli stili e quindi non ne ha nessuno».
Saviano cade in fallo, inoltre, anche quanto ad esattezza della conoscenza storica della vita di Pasolini. Scrivendo infatti che si sentiva «salire all’esofago il sapore rancido del pollo che Pino Pelosi mangiò al Biondo Tevere», sembra dimenticare che il commensale di Pasolini nella sera che precedette la sua morte non fu sicuramente Pino Pelosi, ma probabilmente Johnny Lo zingaro.
Eppure, è proprio il tema della morte che permette a Saviano di correggere il suo errante ma errato pasolinismo, e di passare dalle stroncature agli elogi (pur se pseudo veri e pseudo seri). Come è noto, una tra le tante ipotesi circa l’assassinio di Pasolini è che questo sia stato premeditato, ma dallo scrittore stesso, che avrebbe così inscenato la propria morte come atto finale e cruciale della propria opera. A favore di questa tesi, vi sarebbero molteplici testimonianze all’interno delle opere stesse del casarsese, elencate minuziosamente dal pittore e amico di Pasolini, Giuseppe Zigaina, nel suo libro Hostia. Trilogia della morte di Pier Paolo Pasolini. Nella finta nota dell’editore premessa alla Divina mimesis, per esempio, si legge che l’autore del libro, appunto Pasolini, «è morto ucciso a colpi di bastonate sulla spiaggia». Nella stesura teatrale di Bestia da stile, invece, leggiamo: «Per protesta voglio morire di umiliazione. Voglio che mi trovino morto col sesso di fuori, coi calzoni macchiati di seme bianco, tra le saggine laccate di liquido color sangue».
Detto ciò, e ritornando a Saviano, ecco che allora emerge un nuovo aspetto che lo collega a Pasolini. Al pari dello scrittore di Casarsa, anche Saviano ha immaginato il giorno della propria morte. Tuttavia, non ha utilizzato la prosa dei suoi articoli e dei suoi romanzi, ma ha delegato il tutto ai riflettori di Amazon video. Un documentario in bianco e nero di sei ore e mezzo in cui, con il suo solito particolare afflato retorico, viene ad innalzare il proprio altare intellettualistico e militante? Null’affatto, bensì un programma comico, Roast in peace, in cui dei comici di professione (Stefano Rapone, Edoardo Ferrario, Beatrice Arnera, Eleazaro Rossi, Corrado Nuzzi e Maria di Biase) si sfidano nel tessere l’elogio funebre migliore a quattro personaggi ben noti della nazione (appunto Saviano, con Francesco Totti, Elettra Lamborghini e Selvaggia Lucarelli).
Finalmente, dunque, dopo aver inseguito Pasolini fin dai suoi esordi narrativi, uscendone sempre sconfitto dal punto di vista letterario, ecco che, con questo gesto, posata la penna, può smettere di arrancare. Saviano crea pasolinianamente scandalo, tradendo il proprio mondo culturale di riferimento, ovvero l’impolverato primo Novecento. Lo accompagnano non le riflessioni sulla libertà della Arendt ma il twerking della Lamborghini, non l’amore per la verità ricercato da Simone Weil bensì gli articoli della Lucarelli, non le poesie di Carlo Michelstaeldter ma le barzellette di Totti. Ancora, non la prima pagina de L’Aurore con il J’accuse di Zola (fieramente mostrata dietro di sé in un suo video su Instagram, incorniciata alla parete), ma le battute di Eleazaro Rossi, non una pubblicazione per Einaudi, ma un set televisivo gravido di trashate. Spazzata la polvere del Novecento è riemerso uno scenario postmoderno, dove alto e basso confluiscono, dove la parola dell’intellettuale, pur in uno scenario di finzione, vale quanto quella di un comico.
Eppure, all’interno di questa finzione, Saviano ha compiuto un gesto tanto nobile quanto poetico, motivo che sostanzia il mio elogio: finalmente non si è preso sul serio. Con un’abile operazione di regresso, ha portato al grado zero della discussione concettuale quella stessa tematica – quella della propria morte – attraverso la quale precedentemente aveva potuto scalfire il proprio statuto intellettualistico. È come se si fosse seduto sul lettino del proprio psicoterapeuta, per poi però alzarsi e farsi una linguaccia.