“Data l’effettiva esistenza di problemi metodologici strutturali, è lecito chiedersi con quali criteri siano stati scelti i protagonisti della storia della musica elettronica e se quelli applicati fino ad oggi abbiano ancora senso di esistere e di regolamentare il racconto.” Questo articolo è la parte II di un articolo uscito su Nemesi #31.

Secondo Simon Crab – ricercatore britannico che indaga le implicazioni politiche della tecnologia audio, “la mitologia dominante della musica elettronica converge attorno a un set limitato di grandi narrazioni e temi: ‘Grandi Uomini’, ‘Grandi Studi’, ‘Grandi Tecnologie’, ‘Grandi Paesi’, ‘Grandi Momenti’ e ‘Grandi Compositori’ che si sono combinati assieme per formare una versione della storia riduttiva e verificabilmente falsa’”.

È difficile non dargli torto: la storia che leggiamo nei libri e che si ha l’abitudine di raccontare è una foto di gruppo da cui sono stati ritagliati via i volti di numerose popolazioni e categorie sociali. Pensiamo, ad esempio, alle donne: centinaia di pioniere, inventrici e compositrici non hanno mai avuto il diritto di essere incluse nel racconto del nostro passato musicale tecnologico. Solo da pochi anni è iniziato un lento e timido processo di riabilitazione, che sta andando tutt’altro che bene.

Il fatto è che queste azioni di elisione finiscono inevitabilmente per modellare l’architettura della nostra società. Come in un atto linguistico performativo o in una manifestazione del costruzionismo sociale, le cose esistono così come sono perché attraverso il nostro linguaggio e la nostra cultura abbiamo concordato che debbano esistere in tal modo.

Aver omesso dai libri il ruolo delle donne nella nascita e nello sviluppo della musica elettronica non ha solo creato un vuoto narrativo, ma ha alimentato l’esclusione delle stesse dall’universo tecnologico musicale, legittimando gli stereotipi e le barriere erette dalle convenzioni sociali che per secoli hanno generato la disparità di partecipazione.

La mitologia maschile è talmente consolidata e fusa nella società che solo a pochi – o meglio: a poche – suona strana. Come mai, se chiudo gli occhi e penso ai pionierismi della musica elettronica la mia mente dipinge l’immagine di Karlheinz Stockhausen o quella di Bob Moog ma non quelle di Elżbieta Sikora, Daphne Oram o Erica Nemescu?

Il Ministero dell’Università e della Ricerca si guarda bene dall’indagare il divario di genere nelle classi di Musica Elettronica. L’omissione del problema nei report ministeriali si commenta da sola e ci dovrebbe far capire quanto sia davvero sentito il problema dell’equa partecipazione alle STEM in Italia. Ma se il Ministero tace, l’osservazione empirica grida: le testimonianze dirette, il confronto con docenti e gruppi di lavoro come la commissione MEDEG – Musiche Elettroniche Donne e Genere, e l’analisi di studi localizzati, portano ad affermare in modo più che lecito che in Italia la percentuale di ragazze iscritte ai corsi di musica elettronica, computer music e tecnologie digitali applicate al suono non supera, se va bene, il 5 o il 10% del totale dei frequentanti.

A questo punto sarebbe sano chiedersi perché dobbiamo continuare a convalidare una storia che, oltre a essere falsa e parziale, danneggia il tessuto sociale alimentando pregiudizi. Per Crab, questa narrazione distorta sopravvive in virtù della sua convenienza e della sua chiarezza: così come è scritta, è una storia lineare e facile da raccontare.

Se state pensando di star leggendo l’ennesimo articolo femminista, vi rassicuro subito: non si tratta di una questione di genere, ma di un problema storiografico di ordine universale. Ci stiamo misurando con l’inefficienza del rigore scientifico, con un pasticcio metodologico di portata colossale e sì, con l’impellente necessità di revisione del canone storico. Ridurre la revisione storica a una questione di genere è il modo più efficace per non affrontare il fallimento del metodo storiografico tradizionale: quando un errore metodologico viene etichettato come “una questione femminista” non si fa altro che trasformare la critica scientifica in una rivendicazione di parte per negarla e defunzionalizzarla.

Data l’effettiva esistenza di problemi metodologici strutturali, è lecito chiedersi con quali criteri siano stati scelti i protagonisti della storia della musica elettronica e se quelli applicati fino ad oggi abbiano ancora senso di esistere e di regolamentare il racconto. Il modello narrativo imposto è una storia filtrata da logiche di supremazia e colonialismo, è una visione anacronistica, del tutto incapace di sopravvivere nel presente. È un racconto parziale, declamato dal punto di vista di specifici segmenti di popolazione innestati nelle nazioni che hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale.

Se nelle accademie il problema può apparire talvolta attenuato dalla competenza settoriale di pochi docenti illuminati e capaci di calibrare le lenti della narrazione, nella divulgazione digitale la faccenda assume toni drammatici. Nel regno dei caroselli, delle top ten, e “del primo che” la complessità viene immolata sull’altare del iper riassunto, perdendo ogni consistenza e rinforzando gli stereotipi dominanti. Perché no, non è stato Bob Moog a inventare il sintetizzatore negli Stati Uniti degli anni Sessanta e no, la musica elettronica non è nata in Germania (Ovest) negli anni Cinquanta. E se state pensando: “Ah, ma sì che ci sono le pioniere, com Daphne Oram, Delia Derbyshire, Suzanne Ciani o Laurie Anderson” ricordatevi che sì, ci sono, ma nella vostra versione del racconto le compositrici sono tutte statunitensi o britanniche.

Ma di questo, magari, ne parliamo la prossima volta.

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FONTI

-Il saggio di Simon Crab si intitola “The irrational roots of electronic music” e la citazione compare a pagina 35 del volume in cui è contenuto: The Routledge Handbook to Rethinking the History of Technology-Based Music. A cura di J. Rudi e M. Adkins (Roultedge, London & New York 2025).

-La Commissione MEDEG – Musiche Elettroniche Donne e Genere è stata avviata nel febbraio 2025 e fa parte dell’AIMI, Associazione Informatica Musicale Italiana.

-I report del Ministero dell’Università e della Ricerca a cui si fa riferimento riguardano il Sistema dell’Alta Formazione Artistica Musicale e Coreutica e sono, ad esempio: “Focus ‘Il Sistema AFAM’. Anno Accademico 2024-2025” a cura del MUR, Servizio Statistico o il precedente “Focus ‘Il sistema AFAM’. Anno Accademico 2021-22”. I dati sono disponibili sul Portale dell’Istruzione Superiore (https://ustat.mur.gov.it/), nelle sezioni Esplora i dati (https://ustat.mur.gov.it/dati/didattica/italia/afam) e li potete trovare qui:

-https://ustat.mur.gov.it/media/1237/focus_afam_2021-2022_mur.pdf

-https://ustat.mur.gov.it/media/1339/focus_afam_2024-2025.pdf