Il metodo più efficace per “trasportare” rapidamente un concetto o un pensiero è ridurre il testo all’osso ed unirlo a un’immagine: questo è quello che comunemente chiamiamo “meme”, un’idea digitalizzata, cioè la realizzazione concreta di una riflessione di Burroughs, “[...] l’immagine è un virus”.

William Seward Burroughs era più di uno scrittore: era un vero e proprio incantatore che usava il testo scritto come una sorta di bacchetta magica. È stato uno dei più grandi autori di tutta la seconda metà del ‘900, oltre che uno dei padri fondatori della beat generation. Nessuno scrittore aveva come lui la capacità di creare veri e propri incantesimi con le sue opere, in grado di mesmerizzare la mente del lettore e trascinarlo in una dimensione oscura, nei più orrendi abissi dell’animo umano, nella depravazione, nella droga, nel grottesco e nella violenza, insomma in tutti quei mondi che la letteratura contemporanea sembra star abbandonando. 

Era in grado, attraverso la tecnica del cut-up (di cui fu creatore, insieme a Brion Gysin), di “fare a pezzi” la realtà di un qualunque testo narrativo e trasformarlo in un mondo surreale, malvagio e corrotto. E in tutto questo orrore, in tutta questa oscenità, trovavano posto idee rivoluzionarie, folli per molti e geniali per altri. Una soprattutto è molto cara ai suoi lettori: quella secondo cui il linguaggio non sarebbe altro che un virus e uno strumento di controllo. Un concetto in realtà estremamente contemporaneo, le cui implicazioni, ad oggi, sono infinite e variegate. Burroughs ha realizzato ben tre opere con la tecnica del cut-up: La morbida macchina (SugarCo, 1994), Il biglietto che esplose (Adelphi, 2009) e Nova express (Adelphi, 2008), tutte facenti parte, insieme al suo capolavoro Pasto nudo (Adelphi, 2006), della cosiddetta “tetralogia nova”. Il linguaggio può, dunque, controllare la mente di un individuo, in forme anche assolutamente normali e quotidiane, come quando si convince qualcuno di un nostro pensiero. Ma cosa succede quando il linguaggio, e quindi la comunicazione, non è più (solamente) tra umano e umano, ma viene mediata da una macchina?

Partiamo da una forma “alternativa” di linguaggio: l’immagine. Le immagini sono potenti, sono in grado di farci pensare, riflettere, a volte persino comprendere. Burroughs, in Nova Express, si esprime chiaramente: La parola genera l’immagine, e l’immagine è un virus.Sembra quasi che l’autore stia rivedendo la sua posizione sul linguaggio, che non è più visto solo come un vettore virale, bensì come un componente di un meccanismo ben più complesso. Vi è mai capitato di leggere una poesia, un romanzo o un qualsiasi testo scritto così bene da creare una sorta di “film” nella vostra mente? Di vedere con estrema chiarezza ciò che l’autore descrive, che sia un luogo, un’azione, un personaggio o anche semplicemente un paesaggio? Se la risposta è sì, avrete capito benissimo il significato delle parole dell’autore di Pasto Nudo; e capirete tranquillamente anche che, con le parole, si possono creare idee, concetti ed ideologie che trascendono persino i secoli, che diventano semplicemente incrollabili. Ma la parola, da sola, lascia fin troppa libertà di interpretazione, poiché non è detto che tutte le persone che leggono un determinato libro si immaginino le stesse identiche cose: ci saranno delle somiglianze, certo, ma le creazioni delle loro menti differiranno sempre in un modo o nell’altro: si può scrivere cosaimmaginare, ma non come immaginarlo: è necessario, per manipolare davvero una mente, essere più precisi.

Il metodo più efficace per “trasportare” rapidamente un concetto o un pensiero è ridurre il testo all’osso ed unirlo a un’immagine: questo è quello che comunemente chiamiamo “meme”, un’idea digitalizzata, cioè la realizzazione concreta della seconda parte della frase di Burroughs, “[…] l’immagine è un virus”. Un meme, infatti, si comporta esattamente come un agente virale, che viene trasmesso di dispositivo in dispositivo alla velocità della luce, e dai dispositivi passa direttamente alla mente degli utenti, portando con sé un concetto chiave. Possiamo definire il meme come un “virus mentale a diffusione rapida”. Ma come funzionano, esattamente, questi “meme”?

La prima cosa che notiamo in un meme è l’immagine. Questa è sempre qualcosa di immediatamente riconoscibile, di semplice, che cattura l’attenzione. Soprattutto, è virale: gode quindi di una fama effimera che lo fa risaltare agli occhi di chi lo vede. L’immagine è il primo imprinting che il nostro cervello ha col meme, e ci dice come reagire al testo: ci mostra, in un istante, se dobbiamo indignarci, schifarci, rattristarci, arrabbiarci, rallegrarci, etc., etc. L’immagine è dunque un comando, un imperativo: “reagisci così a queste parole”; quindi, appena visto il meme, sappiamo già che umore avere, come rispondere al testo.

Un altro punto di forza del meme sta nella facilità di creazione e condivisione. Se per quest’ultima credo sia chiaro a tutti, ormai, come e perché funziona, non credo sia altrettanto scontata la prima. Un meme è facilissimo da fare: basta scaricare il template da internet, inserirlo in una delle tante app di fotoritocco che affollano gli store di app, aggiungere un testo a piacere e il gioco è fatto. Questo fa sì che di meme se ne possano creare tantissimi, un’infinità, anche sullo stesso argomento, cambiando magari il template per ottenere reazioni più o meno diverse dall’utente che lo visualizza. È questo meccanismo che fa sì che il meme abbia il potere di radicalizzare: la visione continua e ripetuta delle tanto famose immaginette ironiche – anche diverse tra loro, ma riguardanti sempre le stesse idee chiave – finisce per dare sempre più validità al concetto già presente nella nostra mente, rafforzandolo; e magari perché no, estremizzandolo. In parole povere, la forza con cui crediamo in un’idea, o anche un ideale, può tranquillamente essere intensificata attraverso la ripetizione stessa di quell’idea, confermandola come vera più e più volte. 

E si finisce per aver bisogno di quella validazione che ci dà il meme: senza di essa rimaniamo insicuri, ansiosi, spaventati; sentirci ribadire continuamente che ciò che pensiamo è giusto, che non può esistere nulla di più corretto della nostra idea/valore/concetto, che noi abbiamo ragione e sono tutti gli altri ad avere torto, ci dà un piacere immenso, e ci aiuta a costruire una (falsa) sicurezza. Alla lunga, si diventa dipendenti da questo tipo di validazione; come scriveva lo stesso Burroughs: Poiché la droga è immagine, gli effetti della droga possono essere facilmente prodotti e concentrati in una colonna sonora e visuale (Nova Express, 1964) – e nel nostro caso, il meme è sia droga che colonna visuale. Inoltre, se per caso qualcuno dovesse mettere in discussione il nostro modo di pensare o – Dio non voglia – la nostra visione del mondo, allora è giusto insultarlo, deriderlo: lui si sbaglia, punto e basta, e lo scontro è inevitabile. Basta farsi un giro nella sezione commenti di una qualunque pagina di meme a sfondo politico per capire di cosa parlo. Questo perché si diventa talmente dipendenti dalla validazione del proprio pensiero, che non riusciamo a tollerarne l’opposto, ovvero la svalutazione, proprio perché abbiamo delegato al web il compito di darci la forza di credere in qualcosa, anziché trovarla dentro di noi, e quindi il web deve essere in linea con i nostri valori, pena l’insulto e lo sbeffeggio. Vale la pena inoltre menzionare il fatto che, in Pasto nudo (1959), ma un po’ in tutte le opere di Burroughs, viene descritto l’uso di alcune droghe allo scopo di controllare la mente di una persona, negli stessi anni in cui la CIA sperimentava, sulla stessa lunghezza d’onda, con il progetto MKULTRA

E le parole?

Le parole sono veicoli (o, per dirlo con i termini di Burroughs, vettori virali) che trasportano idee e concetti, e questo è particolarmente vero nel caso del meme. Ci dicono esattamente a cosa reagire, a quale fatto, notizia, opinione o idea rivolgere la reazione creata dall’immagine. È questo il vero virus, è questa l’infezione portata dal meme: un pensiero invisibile che dallo schermo del telefono passa direttamente al cervello, e dal cervello alla mente, facendo nascere idee, smentendone altre, rafforzandone altre ancora e portando all’odio di alcune (è rilevante sapere che la tecnica usata dalla cosiddetta “Mafia Nova” di Burroughs per distruggere i pianeti è proprio quella di creare conflitti o alimentare quelli già esistenti).

Esistono varie tipologie di meme. Sono tantissime ed elencarle tutte renderebbe questo articolo fin troppo lungo, ma prendiamo una in esame, quella, secondo chi scrive, più dannosa: lo “starter pack”. Uso quest’espressione perché inizialmente questi meme usavano il seguente formato per il testo: Goth girl starter pack, dove alle parole “Goth girl” si può sostituire il nome di un qualunque gruppo sociale. La funzione di questi meme è quella di stabilire o ribadire i canoni di una determinata “categoria sociale”: punk, metallari, fighette milanesi, radical chic… Nessuno è escluso. Dicono all’utente come vestirsi, che musica ascoltare, cosa bere e quanto, se fumare sigarette normali o elettroniche… Per farla breve, tracciano una sorta di “linee guida” per l’individuo. Ci pensano poi altri meme a spiegare come comportarsi, che idee avere, cosa pensare di altre categorie sociali o di eventuali sottocategorie… Lo “starter pack” plasma l’individuo accomunando i suoi gusti ed interessi a quelli di un gruppo di suo gradimento, che procederà dunque a fare proprio l’individuo, assimilandolo. Per questo capita spesso, per strada, di vedere qualcuno vestito in un certo modo e pensare: “quell’outfit l’ho visto su pinterest”. Ma più notevole è il fatto che più la persona osservata è in linea coi canoni della sua categoria, maggiore sarà il disprezzo che proveremo per lei, nel caso in cui la sua “classe” di appartenenza non ci piaccia; ma vale anche l’inverso, nel caso in cui invece quella “classe” ci affascini o sentiamo di farne parte. Burroughs sosteneva che “credersi un individuo autonomo con un’identità fissa è l’illusione fondamentale che permette al Potere di controllare i corpi e le menti”, e non a caso parlava, in Nova express, anche di “Pacchetti d’identità”, e gli starter pack – come le categorie sociali in generale – sono proprio questo: identità preconfezionate in cui l’individuo si rinchiude per semplice comodità, assumendo un io fisso e immobile che non è più in grado di cambiare, di evolversi e di adattarsi; un io che nega l’essenza stessa di tutto ciò che vive sulla terra, ovvero il cambiamento.

Alcuni Beat

Ma la vera forza del meme è un’altra.

L’umorismo.

Sì, perché alla fine dei giochi, noi non diamo mai alcun peso al meme stesso, è una cosa da nulla ai nostri occhi, un istante passeggero, un soffio nel vento; e questo perché fa ridere; e noi, con la nostra risata, eliminiamo qualsiasi importanza possa avere. Quella risata cancella tutto, distrugge ogni cosa, è una bomba atomica che spazza via qualsiasi dubbio: rido, quindi non sei, e ciò che non è non ci può far paura, difficilmente pensiamo a quali meccanismi possano starci dietro. Però intanto un’idea si è già insinuata nella nostra testa, e piano piano metterà radici, rinforzata da altri meme portatori di idee simili o dallo sdegno nel vederne di opposte. Non tutti i meme sono semplice goliardia. Alcuni sono latori di un virus pronto a infettare quanti più utenti possibile.

Nulla è vero, tutto è permesso, citazione blasonata di Nietzsche, riutilizzata da Burroughs all’interno di Nova Express. Con questa frase l’autore americano intendeva sottolineare l’importanza di una profezia, una profezia che ai giorni nostri si è avverata alla lettera. Si parla infatti della morte dei valori, che non contano più niente perché si è passati al nichilismo più sfrenato, condito da un edonismo e un materialismo che non fanno che accentuare le stesse tendenze nichiliste della nostra società (più ho, più vorrei, meno vale ciò che ho; più provo piacere, più ne voglio provare, meno vale quello che già provo). E se non ci sono valori, se le persone vivono senza un’etica, naturalmente anche le regole stesse – soprattutto quelle morali – vengono meno, e quindi, appunto, tutto è permesso. I meme, i post, i reel, i tiktok, Instagram, Facebook, X, hanno messo ogni singola persona sullo stesso piano intellettuale: il post di una qualunque pagina meme vale quanto quello di un professore universitario (che magari neanche vediamo perché il nostro feed è abituato a farci vedere tutt’altro). Non a caso nel 2015 Umberto Eco diceva che “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel”. E se non esiste più una verità condivisa, se tutto può essere considerato vero a livello individuale, se non esiste più un perno intorno a cui ruota il pensiero comune, la verità stessa viene meno (è proprio questa la post-verità di cui si parla tanto, spesso a sproposito), pertanto nulla è vero.

Rimane un’ultima cosa da spiegare, presente in tutta la Tetralogia Nova così come nella nostra società: la cosiddetta “morte orgasmica”. In realtà, per comprendere di cosa si tratti, basta analizzare il nome. Stiamo parlando, quindi, di una morte piacevole, gradita all’individuo, e quindi – possiamo presumere – difficile da riconoscere come morte. Probabilmente un tossicomane lo saprebbe spiegare meglio, ma la morte orgasmica non è poi tanto diversa dalla sensazione che dà lo sballo dell’eroina: ci si sente affondare, piacevolmente, finché non si arriva a un punto più stabile e allora si comincia a galleggiare, a fluttuare in un mare, appunto, orgasmico, di puro piacere. Questa sensazione la si può provare (ovviamente su scala ridotta) anche senza sostanze: basta estraniarsi sufficientemente dalla realtà: è così che si “muore orgasmando”, cessando di vivere davvero, diventando una creatura che esiste e al tempo stesso non esiste: un fantasma tangibile, che si è talmente distaccato dalla sua stessa realtà da non vivere più nella realtà in generale, ma solo in quella simulata presente su internet. Del resto, è il web stesso a dare credito alla teoria della morte orgasmica di Burroughs, attraverso due tipi di post: il primo è quel genere di meme in cui si ironizza su stati depressivi molto pesanti (spesso indotti dal web stesso), in cui si ha la sensazione di “non esistere davvero” o di “star scomparendo”.

Il secondo è la sensazione che si ha guardando una delle cosiddette “immagini liminali” (che spesso accompagnano il primo tipo di post): si prova, quando si osserva una di queste particolari foto, una sorta di alienazione, di calma inquieta, come se ci si trovasse nell’occhio del ciclone: va tutto bene, ma sappiamo che presto o tardi andrà tutto male; siamo su una soglia, una soglia che si affaccia su un abisso non visibile ma intuibile, un’emozione altamente descrittiva della società attuale. Queste emozioni sono precisamente ciò che si percepisce nei periodi di morte orgasmica. L’esistenza stessa di questi post dimostra che la morte orgasmica è reale – in quanto già sperimentata da molti utenti -, che è tra noi e che ha già mietuto un certo quantitativo di vittime.

Il rischio che sta dietro alla morte orgasmica è quello di svanire completamente, di diventare un essere puramente virtuale, senza più alcun contatto (o quantomeno un contatto estremamente limitato) con la realtà tangibile (come succede ai vari Incel, Femcel, Hikikomori – loro soprattutto – e a tutte quelle persone che, passando la maggior parte della vita sui social o comunque online, ci si avvicinano), essere di fatto un altro software in una macchina in costante movimento; e quindi morire – non letteralmente ma a livello umano – orgasmando perché comunque quella sensazione di “non-esistenza” dà piacere, dà conforto, dà sicurezza: se non esisti sei libero da responsabilità, ansie, lavoro, rapporti, relazioni, e tutte quelle cose che per molti sono un peso difficile da sostenere.