Saverio Tommasi è la nuova avventura del giornalismo italiano. Ha attraversato una giungla di teschi e scimmie urlatrici, ma niente può levargli dalla faccia il suo stupore e il suo entusiasmo. Regia di Ernesto Tedeschi. Musiche dei Doors.

Il film comincia praticamente con una foresta incendiata e sopra gli elicotteri che volano. Sotto c’è la musica dei Doors: This is the end…tun, tun, tun: tutta una bella scena molto forte.

Saverio Tommasi sbarca dal pattugliatore StreetGang col passo ondeggiante del capitano Willard che approda nella terra del colonnello Kurtz.

Lo accompagna il fido cameraman con gli occhiali di Dennis Hopper, un mazzo di Nikon al collo e la bandana rossa in testa. Saverio Tommasi è la nuova avventura del giornalismo italiano. Ha attraversato una giungla di teschi e scimmie urlatrici, ma niente può levargli dalla faccia il suo stupore e il suo entusiasmo. Sembra una valletta di Sanremo che presenta l’orchestra di Peppe Vessicchio.

Quando apre la porta del rifugio di Kurtz, Saverio non si accorge della tremenda ventata di tanfo che lo avvolge all’improvviso. Dietro di lui, il cameraman vestito da Dennis Hopper è già svenuto. Per questo il resoconto degli eventi qui descritti resta puramente ipotetico.

Il rifugio di Kurtz è un camerino foderato di peluche fradici d’umido. Al centro, una vasca trabocca di melma verdina. Dentro la vasca, al posto del colonnello Kurtz, c’è Massimo Gramellini.

Gramellini emerge dalla melma con due filetti bianchi che gli pencolano dalle narici.

Gramellini fa il colonnello Kurtz del giornalismo italiano.

– L’orrore… l’orrore – inizia a sussurrare Gramellini, col mento che gli sparisce nello sviluppo asimmetrico della mascella inferiore.

Tommasi accenna un gesto della mano, tende l’indice verso i filetti bianchi nelle narici e pare voglia chiedere qualcosa.

– Potete uccidermi – riattacca Gramellini – ma non avete il diritto di chiamarmi…

– Volevo chiedere se sono due Tampax quelli, – dice Tommasi.

– Tampax?

– Nelle narici.

– Sì sono Tampax.

– A che servono?

– A non sentire l’odore. Non si è accorto della puzza di merda?

– No, sono nato così. Non sento la puzza di merda. È il mio superpotere. La zia me lo diceva sempre.

– Quello è un altro film, – dice Gramellini, e ricomincia: — Non esistono parole… per descrivere… lo stretto necessario… a coloro che non sanno… cosa significhi l’orrore…l’orrore. L’orrore ha un volto e…

– Bisogna essere amici dell’orrore, – risponde Tommasi.

Gramellini si passa una mano sul cranio ispido. Un fascio di luce alla Storaro lo illumina come un santo di Caravaggio. La postura è la stessa del miglior Brando. Dalla vasca di melma verdina sale un gorgoglio di bolle d’aria. Saviano in apnea ogni tanto batte un colpo. Sullo sfondo, un sergente sputato a Roberto Vecchioni esegue lentissime mosse di tai chi.

– Che fa? – chiede Tommasi.

– È Roberto Vecchioni. Sono gli esercizi per mantenersi giovane che gli passa Morandi.

Tommasi mantiene lo sguardo fisso sulla fluida coordinazione scheletro-muscolare di Roberto Vecchioni. Poi sbatte le palpebre, rinvenuto in tutta la pienezza della sua presenza di spirito.

– Mi hanno inviato in missione segreta, signore – dice.

– Cosa le hanno detto?

–  Mi hanno detto che… lei era completamente impazzito e che… i suoi metodi erano malsani.

– I miei metodi sono malsani? – domanda Gramellini.

– Io non vedo alcun metodo… signore – cita a memoria Tommasi, ormai completamente realizzato nella sua dissociazione in Martin Sheen.

Gramellini gronda sulle gote un liquido denso come olio esausto:

– C’è bisogno di uomini… con un senso morale… e allo stesso tempo capaci di… utilizzare il loro… primordiale istinto di uccidere: senza sentimenti, senza passione…senza giudizio, senza giudizio… perché è il giudizio che ci indebolisce. Lei è un assassino?

– Sono un soldato.

– Né l’uno, né l’altro, – chiarisce Gramellini. – Lei è un garzone di bottega, che è stato mandato dal droghiere… a incassare i sospesi.

«PBR StreetGang, qui Onnipotente passo… PBR StreetGang, qui Onnipotente in ascolto, passo» inizia a gracchiare un apparecchio radio dal fondo buio del nulla.

«Mi avrebbero fatto maggiore per questo» ripete a mente Tommasi, mentre scivola, sinuoso e viscido, verso l’acme del suo dramma edipico: «e non facevo neanche più parte del loro esercito di merda».

Un bagliore fulmineo squarcia l’oscurità quando la musica di The End comincia il suo crescendo ipnotico.

«Tutti volevano che lo facessi, soprattutto lui… mi sembrava che se ne stesse lassù, ad aspettare che io lo liberassi dal dolore»: silenzioso come un rettile, Tommasi si è infilato nella vasca di Gramellini.

La voce di Jim Morrison monta la sua furia iconoclasta:

«Fuck, fuck, fuck, yeah

Fuck, yeah, come on baby»

Gramellini si volta. Tommasi gli arriva incontro a petto nudo, con la faccia ricoperta della solita melma verdina. Gramellini resta immobile: il suo destino è compiuto. Tommasi gli ha appena stappato le narici. Avvolto dall’insostenibile tanfo del suo rifugio, Gramellini stramazza a terra come un grosso bufalo nero.

Fuori dal camerino, una folla adorante di indigeni accoglie Tommasi in trionfo. Lo sguardo rimane, come sempre, estasiato e stupefatto.