In un Paese normale, Fabrizio Corona non sarebbe un giornalista. In un Paese normale, forse non sarebbe nemmeno in tv. Ma visto che parliamo di una democrazia con la libertà di stampa al cinquantesimo posto, eccoci qui.
Corona come premio morale. Come santo laico, testimone sporco di una verità che nessuno vuole toccare, sentire, guardare in faccia. Perché non ha soltanto “denunciato” uno scandalo (uno dei tanti) nei salotti televisivi. Ha fatto di peggio: ha rotto la narrazione. Ha messo in circolazione un racconto tossico e ingestibile, abbastanza difficile da rigiocarsi. Un #MeToo storto, sbagliato, impresentabile. Un #MeToo dove i corpi non sono quelli che ci aspetteremmo e le vittime non hanno la voce che vorremmo ascoltare. Così è saltato il copione.
Giovani uomini. Maschi. Eterosessuali. Molestati in ambienti di potere televisivo, costretti a violarsi, a subire pratiche che mettono in crisi la propria identità e il proprio desiderio, perché l’orco, stavolta, non corrisponde alla figura prevista: non è il maschio dominante stereotipato, ma un uomo, omosessuale dichiarato.