Ogni epoca è pregna delle proprie virtù, che emergono e si sviluppano nel tempo. Alcune di queste, però, germogliano solo in determinate circostanze storiche. Se pensiamo alla memoria, è facile riconoscere che appartiene a entrambe le categorie. Anche se è una capacità biologica, da più di un secolo è senz’ombra di dubbio diventata un imperativo morale. Nei monumenti eretti in onore delle vittime di guerra, nelle fotografie custodite come preziosissimi memorabilia famigliari e nei racconti tramandati di generazione in generazione: la memoria è costantemente presente. La stessa espressione, “non dimenticare”, la si trova ovunque si sia verificato uno strappo all’interno della realtà. La ripetiamo dopo genocidi, dittature e stragi, perché sembra evidente che l’oblio significhi concedere alla violenza un ulteriore successo. In questo contesto, la memoria non rappresenta solo una capacità personale.
Si tratta, invece, di una vera e propria questione etica. Ricordare implica prendersi una responsabilità verso il passato, mentre dimenticare spesso significa sottrarsi a essa. È raro immaginare un elogio del dimenticare che non sembri immediatamente sospetto. Tuttavia, se spostiamo l’attenzione dalla storia alla vita quotidiana, la nostra percezione cambia. La maggior parte di ciò che viviamo viene effettivamente dimenticata. Volti, conversazioni, odori, nomi, percorsi ripetuti centinaia di volte: quasi tutto svanisce senza lasciare traccia. Non ricordiamo molto di ciò che ci accade e di ciò che subiamo. Ogni giorno della nostra infanzia, o le parole dette dalle persone a noi care, e persino il dolore, che col tempo si trasforma, dopo un po’ sembra svanire nel nulla. O meglio, resta presente ma smette di occupare ogni angolo della coscienza.
La nostra identità non si forma attraverso un accumulo indiscriminato di ricordi, ma piuttosto attraverso la loro selezione. Ogni memoria è già, inevitabilmente, un atto di dimenticanza. Forse qui risiede un primo fraintendimento. Pensiamo alla memoria come l’opposto della dimenticanza, quando in realtà sembrano sostenersi a vicenda. Non esiste ricordo che non si basi su una quantità infinitamente maggiore di esperienze perdute. Per definirla, potremmo dire che la memoria è un assemblaggio che, come tutti gli assemblaggi, comporta inevitabilmente un’esclusione. Perciò la domanda che sorge è specifica: per quale motivo dimentichiamo? Cosa rende possibile questa continua rimozione? E soprattutto: esiste davvero una forma di dimenticanza puramente naturale, o ogni società finisce per decidere anche ciò che è opportuno lasciar cadere nel dimenticatoio?
Prima di poter rispondere a questa domanda, forse dobbiamo mettere in discussione un’altra convinzione diffusa. L’idea, apparentemente ovvia, che è sempre meglio ricordare tutto che ricordare poco. Nel 1881, Nietzsche formula una riflessione che diventerà una delle più radicali riguardo al rapporto tra memoria e vita. Nella seconda delle Considerazioni inattuali, osserva che vi è un livello di insonnia, ruminazione e senso storico oltre il quale l’essere umano non è più in grado di agire. Per vivere, sostiene Nietzsche, non è sufficiente ricordare: occorre anche – e soprattutto – saper dimenticare. Questa affermazione non rivaluta l’oblio, ma perché ne riconosce un ruolo attivo. Ecco allora che dimenticare non è semplicemente una perdita; è un’attività concreta dello spirito. «Ogni azione», scrive Nietzsche, «richiede oblio». Se ogni esperienza continuasse a gravare sulla nostra coscienza con la stessa intensità con cui è vissuta, prendere decisioni diventerebbe un’impresa impossibile. Stare bene, in questo senso, significherebbe lasciare sempre qualcosa indietro.

Quasi un secolo più tardi, Jorge Luis Borges esplora abilmente le conseguenze di un mondo in cui questa capacità viene meno. Nel racconto Funes o della memoria, il protagonista subisce una caduta da cavallo e, a seguito dell’incidente, sviluppa un dono straordinario: non dimentica più nulla. Ricorda ogni foglia vista da bambino, ogni venatura del marmo, ogni nuvola apparsa nel cielo. Ogni istante viene conservato con precisione assoluta. Per quanto possa sembrare una invidiabile capacità prodigiosa, a ben guardare è in realtà una condanna. Funes non riesce più a pensare. Pensare implica riconoscere schemi e somiglianze, creare categorie, sacrificare dettagli per formare concetti. Ogni volta che pronunci la parola “albero”, ignori le differenze che rendono ogni albero unico. Ogni volta che riconosci un volto, dimentichi migliaia di variazioni infinitesimali. Diremmo allora che il pensiero è sempre alimentato dalle astrazioni, ma la memoria assoluta le renderebbe impossibili. Funes, infatti, resta intrappolato nell’infinita particolarità del reale, e il mondo gli appare così ricco da risultare incomprensibile. Sia Nietzsche che Borges giungono, attraverso percorsi differenti, alla stessa interessante intuizione: l’oblio non è opposto alla memoria, ma la condizione che la rende gestibile. Forse dovremmo smettere di far combaciare in maniera così diretta dimenticanza e perdita. Dimenticare non significa cancellare, anzi: vuol dire concedere a un’esperienza di cambiare forma, intenerirsi fino a smettere di dominare la coscienza, diventandone solo sfondo. Se questo movimento continuo non fosse perennemente attivo, non ci sarebbe alcun apprendimento, non ci sarebbe identità, e non esisterebbe il linguaggio.
Se dimenticare non è semplicemente un bug della memoria, ma piuttosto una sua funzione essenziale, l’oblio assume una dimensione più ampia, oltre il solo ambito psicologico. Diventa un terreno su cui si può – si deve? – agire e influire. In questo contesto, la questione centrale non è più soltanto il motivo per cui dimentichiamo. Si trasforma invece nella questione di chi stabilisce come, quando e quali aspetti una comunità deve lasciare nell’oblio.
C’è un aspetto sorprendente nel finale dell’Odissea: il poema che più di ogni altro celebra il ritorno della memoria sembra terminare con un oblio collettivo. Ma ricapitoliamo. Tutto il racconto di Ulisse si basa sul ricordo. Ulisse deve essere ricordato, riconosciuto. La sua intera identità dipende dal fatto che qualcuno mantenga viva una traccia del passato. Penelope deve conservare nella mente l’immagine del marito assente, Telemaco ha bisogno di ricostruire il ricordo del padre, Itaca deve tener viva la memoria del re che è partito vent’anni prima e che con ogni probabilità non farà ritorno. Il viaggio di Ulisse è, in definitiva, un lungo tentativo di sfuggire alla dimenticanza, all’oblio.
Gli uomini che incontra lungo il cammino incarnano spesso proprio la minaccia della dimenticanza. I Lotofagi, ad esempio, offrono ai compagni del re un frutto che può cancellare il desiderio di tornare. Chi lo mangia non soffre più, ma perde anche il legame con ciò che è stato. Non desidera più di ritornare a casa perché ha dimenticato di averne una. Che impatto potrebbe avere per un frammento di identità dimenticare il proprio decennale baricentro?
Nell’universo omerico, dimenticare può significare anche questo. Tuttavia, quando Ulisse finalmente fa ritorno a Itaca, è proprio attraverso l’oblio che la pace diventa possibile. Dopo aver riconquistato il suo palazzo e eliminato i pretendenti che per anni hanno dilapidato le sue ricchezze e minacciato il suo regno, sembra che il re tornato abbia ristabilito l’ordine. Ma nella logica arcaica dell’onore, la vendetta non si conclude mai con il primo sangue versato. Ogni vittima lascia qualcuno dietro di sé obbligato a vendicarla. I parenti dei Proci chiedono giustizia, dividendo la comunità e rischiando di prolungare una guerra senza fine. È qui che Atena interviene, e non perché la colpa dei pretendenti sia stata cancellata, né perché Ulisse sia diventato innocente, né perché una parte abbia ragione sull’altra. La pace giunge perché qualcosa viene rimosso dalla memoria collettiva. Zeus incarica la dea di far dimenticare agli abitanti di Itaca gli eventi trascorsi, perché solo sospendendo il passato si può fermare la violenza. È un finale sicuramente paradossale e profondamente ambiguo, poiché solleva una domanda che ancora oggi ci pone difficoltà: può esistere una comunità politica senza un certo grado di oblio?
La risposta di Omero sembra essere affermativa, ma non perché dimenticare sia un valore di per sé.
Se una società non fa che basarsi sulla memoria delle offese, corre automaticamente il rischio di trasformare ognuna di queste offese in un pezzo di eredità indelebile. Questa rappresenta una delle intuizioni più profonde dell’antichità greca: il conflitto non emerge solo dal torto subito, ma anche dal suo perpetuarsi nel tempo. La memoria salvaguarda il passato, ma può anche mantenerlo costantemente presente.
La studiosa Nicole Loraux ha esplorato approfonditamente il legame tra memoria, conflitto e riconciliazione nella polis greca. Nei suoi studi sulla guerra civile ateniese, specialmente nel libro La città divisa, evidenzia come la comunità democratica sia nata anche grazie alla capacità di interrompere il ciclo della vendetta attraverso una sorta di oblio istituzionalizzato. Dopo la guerra civile tra democratici e oligarchi del 403 a.C., ad Atene fu stabilita un’amnistia, un divieto di riaprire i vecchi conflitti attraverso nuove accuse. La formula utilizzata, mē mnēsikakein, si traduce letteralmente in “non ricordare i mali”. Senza rancore.
Non era semplicemente una questione di rimozione; si trattava di una solida decisione politica. La città decideva che alcune memorie, pur essendo autentiche, non avrebbero più dovuto esercitare influenza sul presente. Questo è un punto cruciale: l’oblio politico non implica necessariamente l’eliminazione della storia; spesso significa porre un limite al potere del passato sul presente. Ogni comunità, persino quando afferma di voler ricordare tutto, compie selezioni continue stabilendo quali eventi diventeranno monumenti, quali saranno inclusi nei libri scolastici, celebrati pubblicamente o relegati negli archivi. Sappiamo che la memoria collettiva non è un deposito neutro ma una costruzione. Maurice Halbwachs, uno dei pionieri della sociologia della memoria, già negli anni Venti del Novecento, dimostrava come i ricordi individuali non siano mai completamente isolati: ricordiamo sempre in contesti sociali che determinano cosa viene preservato e cosa viene dimenticato. Non ricordiamo solo perché qualcosa è successo; ricordiamo perché una comunità ha creato uno spazio in cui quell’evento continua ad avere rilevanza. Stessa e identica cosa per l’oblio: non si tratta di ciò che non viene ricordato, ma di ciò che una società decide – consciamente o inconsciamente – di non mantenere al centro dell’attenzione. In questo senso, il finale dell’Odissea è più moderno di quanto possa sembrare, perché Omero narra non solo di una riconciliazione divina, ma esplora anche un problema politico fondamentale: l’ordine, soprattutto quello collettivo, nasce da una gestione strategica del passato.
Per secoli, il potere ha mantenuto un legame stretto con la memoria: i re erigevano monumenti, gli imperi documentavano cronache e le religioni creavano calendari commemorativi. Governare significava anche decidere quali eventi meritevoli sarebbero stati ricordati nel tempo. Con l’avvento della modernità però questa dinamica ha subito una progressiva trasformazione. Non si tratta solo di controllare ciò che una società ricorda, ma diventa fondamentale guidare l’attenzione delle persone. È in questo contesto che emerge la figura di Edward Bernays.
Nipote di Sigmund Freud e considerato tra i pionieri delle moderne relazioni pubbliche, Bernays pubblica nel 1928 Propaganda (Ibex Edizioni, edizione italiana), un’opera destinata a diventare una delle più discusse del XX secolo. Attualmente, la parola “propaganda” richiama immediatamente l’idea di inganno e manipolazione. Per Bernays, invece, è una componente imprescindibile della società di massa. Egli sostiene che in un mondo popolato da milioni di persone non è realistico aspettarsi che ciascuno analizzi autonomamente ogni informazione o decisione politica. Le masse hanno bisogno di essere guidate attraverso simboli, immagini e narrazioni. Il punto cruciale non è semplicemente che qualcuno inganni, ma piuttosto che determini quali elementi della realtà diventeranno visibili. La propaganda, prima di suggerire cosa pensare, stabilisce a cosa pensare. Si tratta della gestione dell’attenzione. In questo scenario, il concetto di oblio si trasforma. Nell’Odissea, Atena interviene a gamba tesa e in modo evidente: la sua azione è chiara e lucida nel cancellare i ricordi per garantire la sopravvivenza della comunità.
Nel mondo moderno, invece, il processo è meno esplicito. Non è necessario cancellare attivamente un ricordo; basta impedirgli di occupare uno spazio significativo. Un evento non narrato, ripetuto o discusso accuratamente perde il suo impatto sul presente. L’oblio moderno non consiste sempre nella cancellazione, spesso è il risultato della saturazione: troppe immagini generano poche memorie, troppe informazioni portano a poca esperienza, e un eccesso di notizie crea una forma paradossale di dimenticanza.
Il filosofo Paul Virilio ha descritto una società in cui l’accelerazione continua prevale: con l’aumento della velocità, il tempo affinché qualcosa si stabilizzi si riduce. Il presente diventa un flusso incessante che si rinnova costantemente. In questo contesto, la questione attuale non riguarda solo la possibilità che qualcuno manipoli i nostri ricordi. Si tratta anche del rischio di non avere più il tempo adeguato per ricordare effettivamente. Bernays aveva compreso l’importanza dell’organizzare il consenso, e il ventesimo secolo ha dimostrato il potere della propaganda di massa. Ad oggi però dobbiamo tenere in considerazione anche il controllo del tempo di permanenza delle idee. Sì, perché non è più sufficiente stabilire quali idee circolano; è necessario capire quanto a lungo possano durare.
Questo potrebbe rappresentare la transizione fondamentale dalla propaganda alla Homecoming Initiative. Se Bernays rappresentava un modo per organizzare l’attenzione, la serie di Sam Esmail immagina un potere che agisce direttamente sulla memoria. Non solo decidere cosa le persone vedranno, ma anche cosa saranno ancora in grado di ricordare.
Nel 2018, la serie Homecoming, creata da Eli Horowitz e Micah Bloomberg e diretta da Sam Esmail, proietta un futuro molto prossimo al nostro. Non esistono macchine in grado di leggere la mente, né società totalitarie che distruggono libri, e nessun regime che decide apertamente cosa far ricordare ai cittadini. Nell’universo di Esmail, c’è qualcosa di molto più inquietante: un ufficio, un programma di reintegrazione, una promessa di guarigione. I veterani coinvolti nell’iniziativa Homecoming credono di ricevere aiuto per superare il trauma della guerra. Dopo aver vissuto esperienze che hanno lasciato ferite psicologiche profonde, vengono accolti in una struttura dove psicologi e operatori sembrano guidarli verso una nuova vita. Ma lentamente emerge una verità macabra, sinistra: il programma non ha nessuna intenzione di restituire loro il passato e di aiutarli nella transizione dal periodo post guerra alla normalità cittadina. Grazie a una sostanza somministrata all’insaputa dei partecipanti, i ricordi della guerra cominciano a svanire, e le esperienze traumatiche perdono consistenza, con i dettagli che si dissolvono e il dolore che sembra perdere impatto. Qui l’identità si frammenta, e un pezzo fondamentale di vita scivola via. Ciò che all’apparenza sembra una forma estrema di terapia, però, cela un’oscura realtà.
Sì, è vero: chi non vorrebbe liberarsi dei ricordi più terribili della propria vita? Chi non desidererebbe, almeno una volta, cancellare qualcosa che continua a far male? La forza inquietante della serie risiede proprio in questo: il controllo della memoria non appare inizialmente come una violenza, ma come una liberazione. L’oblio si presenta come una promessa, ed è forse per questo che rappresenta una delle forme più sofisticate di potere. Perché eliminare il passato può essere accettato quando viene offerto come un rimedio. Il fulcro di Homecoming non è semplicemente che qualcuno manipoli i soldati, ma che qualcuno abbia capito che la memoria è un ostacolo alla ripetizione. Un soldato che ricorda è più di una persona che soffre; è qualcuno che sa. E in un contesto come quello della guerra, il prezzo della memoria è altissimo. Nessuno vuole rimanere ancorato ai propri traumi per sempre, ma bisogna riconoscere che, come tutto ciò che scalcia per essere visto, il trauma stesso conserva una traccia morale fondamentale del proprio io.
Cancellare la memoria significherebbe, in questo senso, eliminare anche quella resistenza. Il soldato qui non viene semplicemente curato; viene reso nuovamente disponibile. È in questo contesto che Homecoming introduce una variazione decisiva rispetto all’oblio di Atena. La dea greca agisce affinché il passato non continui a generare violenza, mentre la corporation nella serie agisce affinché il passato non impedisca la continuazione della violenza. Lo stesso strumento assume una funzione diversa. L’oblio può essere sia una medicina sia una condizione di sfruttamento. Può chiudere una ferita, ma anche impedire di riconoscere l’esistenza di quella ferita. La questione diventa ancora più complessa se si sposta dal campo della fantascienza al presente. Forse il potere contemporaneo non ha bisogno di cancellare i ricordi materialmente proprio perché ha trovato modi più indiscreti per gestirli.
Il problema più profondo dell’oblio, quindi, riguarda la gestione della rilevanza. Una società non dimentica solo ciò che viene deliberatamente nascosto, ma anche quello che non riesce più a mantenere in vita. E qui emerge nuovamente la domanda iniziale: chi decide cosa dobbiamo dimenticare? La risposta immediata sarebbe: il potere. Ed è una risposta valida, ma non completa. Perché il potere non si esercita solo dall’alto verso il basso, e di certo non è sempre un’autorità visibile che ordina, censura, proibisce. A volte è una struttura più sottile e subdola, un sistema che decide cosa merita la nostra attenzione e cosa no, cosa deve essere ripetuto e cosa può svanire, cosa deve diventare memoria collettiva e cosa deve rimanere un frammento privato.
Nessuna delle prospettive prese in considerazione, analizzata singolarmente, risulta sufficiente. La questione fondamentale non è se dobbiamo ricordare tutto, poiché è impossibile e probabilmente inutile. Non sarebbe neanche auspicabile. D’altronde, una società che non è in grado di ricordare si rivelerebbe altrettanto vulnerabile, in quanto ogni errore potrebbe essere ripetuto senza il riferimento sicuro delle sue conseguenze. Il problema reale sta nell’evitare che memoria e oblio siano utilizzati per sopprimersi a vicenda. Può essere che il potere più insidioso non sia quello che ci impone di dimenticare, ma quello che riesce a farci desiderare di farlo?