Dalla rubrica di L. Messina su Nemesi, “Patia”. “È una specie di paradosso delirante: cerchiamo l’unicità con una tale efficienza da renderla un fenomeno di massa. Prima il turista comune pianificava e partiva. Arrivava in una città e chiedeva a qualcuno dove mangiare. Il turista contemporaneo no. Analizza minuziosamente le recensioni, ma siccome delle recensioni non c’è più da fidarsi lui chiede in anticipo quale sia il posto con vibes eremitiche, il ristorante unico, la spiaggia unica, il tramonto unico, il cocktail unico e l’orario esatto in cui andarci per trovare parcheggio ed evitare gli altri.

Per arrivare a Testa dell’Acqua bisogna fare circa mezz’ora di strada senza lampioni, così stretta che preghi di non incrociare nessuno. Qualcuno le chiama “strade panoramiche”. Io le chiamo tornanti della morte. Quelli in cui a un certo punto smetti di chiederti dove stai andando e inizi a sperare che Google Maps sappia qualcosa che tu non sai.

È una frazione situata nell’altopiano di Noto, nell’entroterra siciliano. Il mare è lontano. Il telefono prende male, anzi non prende proprio. La sera non c’è niente da fare a parte la sagra della ricotta. Non ci sono locali instagrammabili, né beach club, né scorci mozzafiato da fotografare al tramonto. Eppure ogni anno c’è una nuova villa. Mezzo milione di euro, mi ha detto il macellaio. Quasi sempre ad acquistarla è qualcuno che viene da molto lontano.

Americani, canadesi, maltesi. Famiglie straniere che arrivano, comprano e decidono di rimanere. Il macellaio mi ha raccontato anche che, per riuscire a comunicare coi nuovi clienti, sta imparando l’inglese. Sta imparando l’inglese prima ancora di imparare l’italiano.

È stato in quel momento, davanti a quest’uomo corpulento col grembiule sporco di sangue e la parlantina incomprensibile, che mi sono ritrovato a pensare alla strana piega che ha preso il turismo contemporaneo. Già perché oggi il turismo ha una caratteristica curiosa: non ha più bisogno che un posto sia turistico per trasformarlo in una destinazione. Anzi a volte sembra funzionare meglio il contrario. Cerchiamo una meta fuori dalle rotte turistiche. Il posticino autentico. La caletta nascosta. La trattoria che conoscono solo “i locals”. Insomma: il posto incontaminato. Poi però lo recensiamo su Google. Lo condividiamo su Instagram. Qualcuno ci fa un video su TikTok. Diventa virale. E improvvisamente siamo in migliaia ad andare nello stesso posto perché non volevamo andare dove vanno tutti.

È una specie di paradosso delirante: cerchiamo l’unicità con una tale efficienza da renderla un fenomeno di massa.

Prima il turista comune pianificava e partiva. Arrivava in una città e chiedeva a qualcuno dove mangiare. Il turista contemporaneo no. Analizza minuziosamente le recensioni, ma siccome delle recensioni non c’è più da fidarsi lui chiede in anticipo quale sia il posto con vibes eremitiche, il ristorante unico, la spiaggia unica, il tramonto unico, il cocktail unico e l’orario esatto in cui andarci per trovare parcheggio ed evitare gli altri. Ovviamente a rispondere non è un essere umano senziente, ma l’intelligenza artificiale.

“Organizzami uno slow travel in Sicilia.” 

E lei (o lui, o esso) organizza.

“Qual è la spiaggia più bella e meno conosciuta?”

Risponde.

“Dove mangio stasera?”

Risponde.

Nel 2026 il 56% dei viaggiatori europei dichiara che utilizzerebbe un assistente virtuale basato sull’AI per organizzare un viaggio. Tra la Gen Z europea, il 61% dice di essere interessato a farlo in futuro. È comodo. È veloce. È preciso. E forse è proprio questo il problema. Perché una vacanza perfettamente organizzata rischia di assomigliare pericolosamente a una vacanza in cui non succede niente. Il posto è perfetto. Il panorama è perfetto. Tu in quella foto sei perfetto. Hai fatto esattamente quello che dovevi fare. Ma quando torni a casa ti rendi conto che di fatto l’unico modo per rendere quella vacanza davvero unica sarebbe stato perdere un autobus, prendere un’altra strada, entrare in un bar perché hai bisogno del bagno o capitare nel ristorante sbagliato, quello che non avresti trovato in nessuna classifica e che probabilmente ti causerà la gastroenterite, gestito da un vecchio che cucina senza il pollice opponibile perché lo ha perso nel sessantotto in un duello all’ultimo sangue per poter sposare Concetta che lava i piatti di là. Ed è quello il ricordo che resta. Non la spiaggia numero uno secondo ChatGPT. Perché c’è una cosa che nessun algoritmo riesce ancora a programmare davvero: la casualità. E la casualità, che per tutta la vita abbiamo cercato di eliminare dalla nostra organizzazione, in vacanza torna improvvisamente a sembrare preziosa.

C’è poi un’altra stranezza. Siamo diventati sempre più disposti a viaggiare da soli. Partiamo da soli per conoscere altre persone. È quasi un controsenso. Il viaggio solitario diventa paradossalmente un nuovo modo di socializzare. Perché a casa non ci verrebbe mai in mente di sederci accanto a uno sconosciuto e chiedergli: “Tu di dove sei?”. Invece, in un ostello a Cancun, è perfettamente normale. E dopo trenta secondi sappiamo dove vive, che lavoro fa e perché quella notte di luglio ha preso la clamidia.

Viaggiare è diventato così normale che ci siamo dimenticati del vero privilegio che ci concede, quello che nella vita quotidiana ci manca: una nuova identità temporanea di cui possiamo sbarazzarci al check-in del ritorno. A casa siamo noi stessi. In viaggio siamo “quello italiano”, “quello che viaggia da solo”, “quello che è arrivato ieri”. Nessuno conosce la versione precedente di noi. E allora possiamo parlare con gli altri. È curioso: la cosa più interessante che accade quando parti è sentirti autorizzato a fare una cosa semplicissima che potresti fare sotto casa.

Ma c’è un’altra cosa che abbiamo cominciato a fare. Lavorare. Sì, in vacanza. Il 49% dei viaggiatori italiani si dichiara interessato a formule che combinano lavoro e vacanza; il 24% è interessato alla cosiddetta workation. La scena è sempre la stessa. “Quest’anno mi prendo una settimana.” Poi devi solo rispondere a questa mail. Controllare una cosa. Una call veloce. Eimprovvisamente ti sei perso il tramonto.

Abbiamo lavorato tutto l’anno per poter finalmente non fare niente. E quando arriva il momento di non fare niente, ci sentiamo in colpa. È diventato persino difficile riposarsi senza trasformare il riposo in un’attività. Devo andare al mare. Devo vedere il borgo. Devo fare aperitivo. Devo fare trekking. Devo vedere il tramonto. Devo uscire stasera. Devo fare una foto. Devo godermi la vacanza. Devo godermi la vacanza. Che è una frase molto strana. Perché forse “dover” godere di qualcosa non è esattamente il presupposto corretto.

E poi ci sono i social. Il luogo dove tutte queste contraddizioni diventano visibili contemporaneamente. Perché magari sei in vacanza al Lido Gelsomino. Stai bene, hai mangiato bene, sei con le persone che ami e per la prima volta dopo sei mesi hai dormito otto ore. Poi apri il telefono. “Non sai cos’è la felicità finché non balli su un tavolo a Saint-Tropez” Un altro tizio invece è in barca. L’altro ancora ha trovato una caletta deserta.

Uno sta facendo yoga davanti all’alba. Uno sta brindando con una tartaruga. Un altro ancora ha fotografato una tartaruga mentre una balena saltava dietro di lui sorridendo e facendo ciao ciao con la pinna destra. E improvvisamente la tua vita è mediocre.

Non perché sia cambiata. È cambiato il metro con cui la misuri. Per la prima volta nella storia possiamo confrontare la nostra vacanza non con quella del vicino di casa, ma con migliaia di vacanze contemporaneamente. E quindi la vacanza non deve più essere soltanto bella. Deve essere abbastanza unica da sbalordire gli altri.

Forse è questo che sta succedendo al turismo. Stiamo cercando sempre più disperatamente qualcosa che non sappiamo definire. Vogliamo autenticità, i luoghi deserti e incontaminati, ma la cerchiamo tutti con gli stessi mezzi. Vogliamo perderci, ma alla prima esitazione controlliamo Google Maps. Vogliamo conoscere sconosciuti, ma dobbiamo essere dall’altra parte del mondo per poterlo fare. Vogliamo riposarci, ma riempiamo il calendario di attività. Vogliamo staccare dal lavoro, ma ci portiamo il computer. Vogliamo smettere di confrontarci con gli altri, ma fotografiamo tutto e appena possiamo controlliamo cosa hanno fotografato loro. E forse il problema della vacanza contemporanea è che se ci fa stare bene non basta più. Dobbiamo avere la sensazione di aver fatto qualcosa che valga la pena raccontare.

Persino a Testa dell’Acqua, nel paese dove il telefono non prende, qualcuno sta costruendo una villa da mezzo milione, forse proprio perché il telefono non prende. Il macellaio sta imparando l’inglese. Qualcun altro arriverà l’anno prossimo. Forse comprerà la casa accanto e ci farà una piscina interrata. Forse aprirà un B&B. Forse qualcuno farà un video. Forse tra dieci anni Testa dell’Acqua sarà piena di persone arrivate proprio perché volevano evitare i posti pieni di persone. Io, intanto, continuo a tornarci. Non perché ci sia qualcosa da fare. Ma proprio perché non c’è niente da fare. 7 giorni su 365 in un posto dove non succede niente, dove nessuno chiama e le stelle si vedono davvero.

Passiamo tutto l’anno a cercare di non perderci niente, dentro un sistema che ci spinge a ottimizzare, programmare, confrontare e documentare ogni cosa. Forse è per questo che, quando finalmente andiamo in vacanza, cerchiamo artificialmente l’esatto opposto: un posto dove non succeda nulla.