Sulla fine de "La Stampa" e "La Repubblica".

Avvertenza satirica: quando parlo di «Repubblica» e «Stampa» non mi riferisco ai singoli redattori, ma alla funzione editoriale storica esercitata da queste testate come apparato culturale; il registro è volutamente iperbolico e satirico, perché solo così si racconta un potere che per anni si è presentato come neutrale.

Partiamo dalla notiziona: c’è qualcosa di profondamente pedagogico nel vedere «La Repubblica» e «La Stampa» scioperare contro il mercato cattivone, un oggi a me domani a te atavico, eterno ritorno vendicativo. Non perché lo sciopero non sia legittimo (nel 2026 qualsiasi cosa assomigli a uno sciopero è ridicolo, se non spacchi tutto), ma perché arriva dopo trent’anni di lezioncina neoliberale impartita a un Paese boomer da boomer con la poltrona attaccata al culo di studi televisivi parrucconi: perché privatizzare è moderno, capito? Però noi ci godiamo le pensioni, a voi ve la pagheranno i maranza.

Lo Stato è un intralcio, il pubblico è inefficiente, e te lo dico dal mio pulpito radical chic, ok? Caro inferiore operaio dell’Ilva incatenato e in sciopero della fame, povero rider di Deliveroo, che ormai guadagni più di un commercialista di Bassano, che sta per essere sostituito dall’AI di prima generazione… Oggi, quello che i fricchettoni chiamano “karma” e noi comuni mortali logica, o anima benedetta di nostro signore Gesù Cristo per i credenti, presenta il conto: improvvisamente il mercato non è più neutrale, fico, yuppie, ma feroce. E lo Stato, da zavorra ideologica, torna a essere rifugio, salvagente, salva-famigghia, e non è colpa nostra se abbiamo sostenuto teorie stronze ed impopolari, raga, scusateci se ora dormite in una Ford Fiesta.

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