Marcello, mi fa, ti ricordi? Andavamo insieme ai gesuiti a scuola. Sento una nota di disprezzo nelle parole di quest’uomo, credo un professore o ricercatore universitario, mio coetaneo. Ha trovato in me la sua nemesi e non sarò certo io a deluderlo, a metterlo di fronte alla nuda realtà di non avere alcuna nemesi bensì di essere stato catapultato senza alcuna volontà dalla non esistenza alla complessità, non il caos, bada bene, ma la complessità. Sento i suoi pensieri aggiudicarmi, come premio d’infamità, i più terribili tra i crimini di questo paese, e io non posso fare a meno di pensare a quanto ingenuo quest’uomo sia, chiuso nel suo piccolo mondo di manifestazioni sulla legalità patrocinate da chi la legalità l’ha sempre adoperata a proprio uso e consumo. Amico mio, la gloria, quel che gli uomini chiamano gloria, è spesso lorda di fango. Mi congedo, l’ora è tarda e pure la compagnia. Salgo sull’auto che mi accompagna dalle parti di Cologno. Mi aspetta la festa di una buona amica, la vecchia signora dei pomeriggi italiani.
Una nebbia così non l’avevate mai vista, vero? Mi fa uno. Un classico dell’essere siciliani e ritrovarsi al Nord, sentirsi ritratti come increduli spettatori di tal fenomeno, che sia nebbia o neve. Eppure è vero che, nella letteratura siciliana, o meglio nella letteratura degli scrittori siciliani, nebbia e neve siano stati sempre trattati come corpi estranei ai topoi narrativi isolani, solitamente per indicare luoghi lontani e antinomici alla Sicilia (il nord freddo, in contrapposizione al clima mite dell’isola) o, nel caso della neve, ad uso di allegoria, come misura di candore o di freschezza, sicché spesso viene chiamata in causa per tema d’amore. «Cos’è l’amore in dentro la miseria? Un fiore delicato, una pomella bianca e avorio dentro a un pantano, neve immacolata nel fervore del luglio». E ancora, agli albori della scuola siciliana, Ruggerone, o forse Federico stesso in persona: «E scioglio come nivi, / pensando c’altri l’aia in potestate! »
Neve come esotismo o cosa rara, spesso ridotta a mero ingrediente principale di sorbetti rinfrescanti che rinfrancano dalla calura e dal temuto caldo siciliano – i siciliani, in verità, sono razza votata ai lài, e l’unico motivo per cui descrivono nell’arte quest’afa e questo caldo siciliano devastanti è che, eccezion fatta per particolari casi, non sanno cosa sia il caldo torrido delle città italiane d’entroterra, le città tosco-emiliane e lombardo-piemontesi avvolte dall’irrespirabile cappa di umidità da acquitrino paludoso e inquinamento.
Dei pochi racconti e romanzi che parlano di neve in Sicilia, quello che si dilunga di più ad affondarvi i piedi è forse Brancati ne Gli anni perduti, dove la neve è quella dell’Etna, e pur tuttavia sembra quasi il resoconto di una villeggiatura di borghesi in una più rinomata località alpina.
Dunque allegoria dell’anima o del sentimento, o paesaggio esotico, nulla più: raramente uno ‘Ntoni che affondi i piedi nella neve dei vicoli di un arduo paesino di montagna.
Da qui la credenza diffusa che in Sicilia non si sappia cos’è la neve, i cannoli di ghiaccio che gocciano dai balconi al primo sciogliersi, il fango acquoso che si crea sulle vie più battute; da qui la fatidica osservazione che mi sento fare, ormai da anni, voi siciliani non siete abituati a questo clima. E tutto ciò che fino a qui ho pensato sarebbe stato più o meno la risposta che avrei dato qualche anno fa, con qualche variazione di circostanza, di una lunghezza e approfondimento variabili a seconda dell’interlocutore. Mi sono però rotto il cazzo di ribattere, facendo la figura del Marco Travaglio scassaminchia che mette i puntini sulle i.
Tutto questo mi attraversa in pochi secondi, e lui è ancora lì, fermo, in attesa che io gli confermi la sua piccola teoria climatica sui siciliani. Una nebbia così non l’avevate mai vista. E subito ricambio con un cenno d’assenso corredato di sorriso, per poi girarmi e allontanarmi dall’ennesimo emerito sconosciuto che si trova al party in veste di ex concorrente di qualche programma tv che millanta partecipanti famosi o cosiddetti VIP. Mi vedo circondato da una corte di freak disperatamente bisognosi d’attenzioni, la foto perfetta di un impero oramai caduto, spogliato delle sue ricchezze, di cui restano solo rovine, vestigia di un’età dell’oro più narrata che vissuta, e qualche foto ricordo. Lei, la regina della festa, oramai mero ricordo dello spettacolo nazionalpopolare da quando la tv è stata surclassata dai servizi on demand, invita al ballo e all’ennesimo selfie gli invitati, un circo di comparse e semisconosciuti, provenienti dall’ennesimo reality il cui share cade sempre più in basso. Queste “comparse della vita” fanno letteralmente a gomitate per riavvicinarsi a lei, per cercare un’attenzione, un cenno, nella speranza di essere nuovamente ospiti, un giorno, di un suo nuovo programma pomeridiano.
Forse era meglio cercare a Roma, alla fine rimane, nonostante la polverosità e la decadenza degli ambienti “culturali” oramai residuati di un mondo che fu, pur sempre Roma. Forse alla fine è solo un capriccio narcisistico dell’anima, tentare a tutti i costi di far notare la propria opera, per dare un po’ di corda al proprio ego schiacciato dalla routine. Perché la fregatura è che quando finisci di essere ragazzo, e devi lavorare e rispondere ai tuoi doveri di uomo, le tasse, il mutuo, gli appuntamenti, le scadenze… è lì che capisci dove sta la fregatura, che tutti i famigerati valori, lo studio, l’impegno, servono alla società solo per fare leva sul tuo Io e convincerti a essere quello che la società vuole che tu sia: l’ennesimo ingranaggio, parte del tutto, necessario ma facilmente sostituibile al tempo stesso.
Alla fine siamo tutti benvenuti dentro la macchina, come cantavano i Pink Floyd. What did you dream? It’s alright, we told you what to dream. You dreamed of a big star. Alla fine, forse, i punk agli angoli delle strade – quelli veri, non i “poser” da università bolognese mantenuti dai genitori – quelli veri non avevano poi torto. E pensare a quante volte li ho disprezzati, per il loro aspetto così lontano dal mio, per il disturbare l’armonia dei luoghi, l’essere di fastidio, per un motivo o per l’altro, ad altri. Ma in fondo anche loro, in un modo o nell’altro, sono diventati parte del meccanismo. Cotonati i capelli.
Riempiti di borchie. Rompiti le palle. Rasati i capelli. Crepa, crepa, crepa. Mentre penso e canto tra me tutto questo, mi inoltro nella parte più buia della casa, un noioso e ormai annacquato gin tonic in mano (esclusivamente Gin Mare, ça va sans dire). Marcello, come here. Una pisciata nel bagno pieno di led nascosti alla vista, che fanno una luce irreale, e poi di nuovo a vagare. D’improvviso, di fronte a me una libreria a muro e un finto camino a bioetanolo – spento – incassato al di sotto della libreria, agghiacciante nel suo essere posticcio. Su uno degli scaffali, nella penombra quasi buio, un boccione di vetro contenente un liquido giallognolo, e dentro il liquido, malconservato, un pezzo di carne informe, un uccello spennato. Su una piccola targhetta in ottone, attaccata in basso, mi sembra di leggere una scritta: He Pingping.
Mezzanotte passata, ritorno a casa. Seduto sul sedile posteriore ripenso a tutti quei volti che hanno attraversato la mia vita, alle amicizie, alle conoscenze, agli approfittatori e agli approfittati.
Alla radio un cantante dall’accento familiare mi sussurra il destino di una luna che, stanca d’esser mille volte onda, caracolla via.
Lo ripeto quasi sottovoce, assaporando le parole, mi è sempre piaciuto il suono delle parole, il verso: ùna lùna stànca d’èsser mìlle vòlte ònda caracòlla vìa. ‘Caracolla’, che verbo assurdo e perfetto. Non cammina, non fugge, non svanisce: caracolla. Come una cosa esausta che continua comunque a muoversi.
Per un istante mi pare che tutta la vita sia lì dentro: nel caracollare via e nel ripetersi delle onde. Di un riflesso.