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	<title>Il Nemico</title>
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		<title>Perché non provo niente quando guardo Sinner?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 16:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Ostilità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ma come mai allora, oggi che Sinner è una divinità e il tennis italiano in uno stato di forma senza precedenti, non riesco a gioire? Come mai le vittorie di Jannik non mi fanno né caldo né freddo se per anni tutto quello che ho sempre sognato era di vedere un tennista italiano non dico numero 1 al mondo, ma almeno vincere qualcosina?</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><a target="_blank" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Ls_8!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F74fb862b-d506-4d09-b21e-faeba063f188_2560x1387.jpeg" rel="noreferrer noopener"></a></p>



<p class="wp-block-paragraph">Due settimane fa Jannik Sinner ha trionfato agli Internazionali di Roma, il suo sesto Master 1000 di fila. L’ennesima vittoria di un anno assurdo che lo sta vedendo battere record su record. Sinner è un mostro, un animale, una macchina da tennis. Le vince tutte Jannik. Insieme a lui, che stacca assegni dopo assegni, sorride anche l’Italia intera. Un paese che, complici anche le figure cacine della nostra Nazionale, è tornato ad appassionarsi al tennis come non accadeva da una cinquantina d’anni a questa parte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi scrive ha passato tutta la sua giovinezza sui campi da tennis, seppur con scarsi risultati. Erano anni bui, quelli, per gli italiani. Mentre i fab four (Nadal, Federer, Djokovic, Murray) scrivevano una delle pagine più belle di questo sport, i nostri venivano presi a pallate più o meno da chiunque. Andreas Seppi, Simone Bolelli, Potito Starace, Filippo Volandri, Fabio Fognini, giusto per fare alcuni nomi. Giocatori mediocri, onesti mestieranti incapaci di spingersi oltre il terzo o quarto turno di uno slam.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordo la prima volta che andai agli Internazionali a Roma, nel 2010, quando ancora i biglietti non costavano un rene. Ricordo di un epico Volandri-Gulbis, forse un terzo o quarto turno. Volandri perse al tie-break del terzo set, ma il Centrale sembrava il Maracanã. Roba da pelle d’oca. Già, perché forse non ce lo ricordiamo più, ma prima del padel e dei tamarri palestrati pochette-muniti che iniziassero a invadere i circoli di tutt’Italia, era di questo che si campava tennisticamente parlando.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma come mai allora, oggi che Sinner è una divinità e il tennis italiano in uno stato di forma senza precedenti, non riesco a gioire? Come mai le vittorie di Jannik non mi fanno né caldo né freddo se per anni tutto quello che ho sempre sognato era di vedere un tennista italiano non dico numero 1 al mondo, ma almeno vincere qualcosina?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per onestà intellettuale, premetto che con Sinner entra in gioco quello strano meccanismo mentale per cui più una persona inizia ad avere successo più suscita antipatia. Non solo nello sport ma nella vita in generale. L’essere umano è programmato per rosicare, facciamocene una ragione. È accaduto con Cristiano Ronaldo prima, con Fedez e Tommy dell’Antico Vinaio poi. Aveva ragione Antonio Conte quando allenava la Juve a dire “<em>sono antibadigo berghè vingo</em>”. E Sinner adesso è semplicemente invincibile, quindi all’apice della curva di antipatia.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Ruud vince UN game contro Sinner ed esulta così!" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/B3NV40Letdo?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">Ma al netto di quanto sopra, temo che il motivo principale della mia indifferenza nei confronti dei successi sportivi di Jannik abbia più che altro a che fare con una semplice e scomodissima verità: Sinner non è italiano, e il suo successo ne è la dimostrazione. Eccolo lì, l’elefante nella stanza. Non mi interessa se il suo passaporto dica grande e grosso Repubblica Italiana o se addirittura, stando dietro ad una delle polemiche più inutili viste di recente, dica Principato di Monaco. Pallido e roscio, Jannik Sinner è nato a San Candido, un paesino nelle valli del Sud Tirolo che in realtà si chiama Innichen ed è per l’86% di madrelingua tedesca. (San Candido è infatti una traduzione che come per molti casi nella toponomastica dell’Alto Adige è stata imposta col manganello e l’olio di ricino dal fascismo e che niente ha a che fare con il nome in tedesco). Il suo italiano è nel tempo nettamente migliorato ma resta zoppicante, come quello di molti altoatesini. Sia chiaro, lui da questo punto di vista colpe non ne ha, e infatti se se ne stesse bello tranquillo a girellare per Brunico nessuno direbbe niente. Ma il fatto è che è stato subito adocchiato dagli addetti marketing di mezzo mondo, che a suon di quattrini lo stanno facendo diventare paladino del Made in Italy.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Già, perché se si parla di pubblicità e sponsorizzazioni Sinner è letteralmente ovunque. Ogni giorno un nuovo brand lo scrittura per fare da testimonial e la sua faccia da bravo ragazzo è visibile ormai in ogni angolo della città a fianco di creme, pacchi di pasta e forme di parmigiano. Oltre agli sponsor tecnici (Nike e Head) Sinner ha accordi commerciali con Rolex, Gucci, Lavazza, Fastweb, Parmigiano Reggiano, Alfa Romeo, Technogym, Pigna, Panini, Isybank, De Cecco, Allianz, La Roche-Posay, Enervit, MSC. Accordi che gli fruttano ogni anno almeno 25 milioni. Manca solo di vederlo brand ambassador per qualche trattoria di Catania mentre su Instagram dice, con quel suo accento crucco, “<em>Sapete dove mangiare gli arancini più pistacchiosi della Sicilia</em>” e siamo a cavallo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ancor più che la pista etnico-storiografica, per arrivare alla radice della scarsa italianità di Sinner, bisogna però seguire quella che porta sul campo da tennis. È lì che Jannik tradisce tutta la sua cruccaggine: il suo successo infatti non è altro che la dimostrazione ultima della sua essenza profondamente anti-italiana. L’eccezione che conferma la regola.<br><br><br><br>Il tennis non è uno sport da cazzoni, quindi non da italiani. Ancor più del talento richiede disciplina, abnegazione e una capacità di autocontrollo incompatibili con l’<em>homo italicus</em>. Prendiamo quei tennisti nostrani che prima di lui erano riusciti a dimostrare qualcosa: Fognini e Berrettini. Il primo ha avuto in dote un talento fuori dal comune, reso però vano dalla tenuta mentale di una tredicenne al primo breakup. Per anni il ligure ha alternato giocate da stropicciarsi gli occhi a scenate ridicole ma a dir poco esilaranti, come quella a Wimbledon nel 2023 quando dopo una chiamata sbagliata si accasciò in campo disperato urlando “<em>Non è vero non è vero</em>” e mandando il pubblico inglese in visibilio. Il secondo invece è un Bronzo di Riace che a forza di badilate da fondo campo è diventato nel 2021 il primo finalista slam italiano da oltre quarant’anni. Archetipo del bonazzo da spiaggia mediterraneo, Berrettini sembra fatto apposta per essere immortalato nelle storie Instagram dell’influencer di provincia, con la camicia di lino bianca aperta e la iqos poggiata sul tavolino di un bar del lungomare. Un atleta, certo, ma anche e soprattuto un uomo. E come tale, obbligato a fare i conti con i due arbitri supremi dell’esistenza maschile, ovvero il proprio corpo e la fica. Chissà dove sarebbe arrivato se, proprio all’apice della sua carriera, non fossero sopraggiunti gli infortuni e Melissa Satta, che dopo Bobo Vieri e Reginaldo si è posata anche su Matteone, facendogli perdere definitivamente la voglia di giocare a tennis.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco, Sinner non è niente di tutto questo. Uno sportivo esemplare dentro e fuori dal campo. Mai una parola fuori posto, mai una scenata, sempre affabile e disponibile. Un vero professionista. Scende in campo e con asburgica diligenza liquida il malcapitato in due set. Ma io, caro Jannik, voglio vedere le urla, il sangue, le bestemmie in dialetto, le polemiche, le foto rubate sullo yacht in Costa Smeralda con le modelle e il Dom Perignon. Soprattutto ti voglio vedere perdere qualche volta. Perché questa Italietta dal perdono facile e dalla scusa pronta, devi sapere, è allergica a chiunque sembri perfetto, infallibile, a chiunque osi discostarsi dalla mediocrità e mettere in discussione quel sistema di alibi collettivo che tanto ci comoda.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://open.substack.com/pub/ilnemico/chat?utm_source=chat_embed" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></p>
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		<title>Se bruciassi la città</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 16:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Incomunicabilità]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“…i tuoi pezzettini minuscoli di carne e odori si unissero ai loro ricettori, vorresti riempirli tutti del tuo corpo, fino alle ossa, in fondo tutta la tua stanza ha l’odore delle tue ossa, pensi, mentre te ne stai chiuso dentro il tuo scheletro che dà sulla strada, con lo sguardo abbassato, nel tuo odore, butti un occhio al tuo telefono, e a casa tutti bene, a 6000 kilometri dalla tua Roma, videochiamata su Viber, coi contorni tutti violetti, a casa ti parlano senza l’odore delle tue ossa, e li senti che dietro lo schermo loro sentono la terra e l’asfalto bagnato dalla pioggia, guardi i pixel di tua madre che sorride dolce e preoccupata e ti sembra di ricordarti l’odore delle sue labbra…”</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Chiuso con l’odore della tua pelle, che hai smesso di sentire, ma non ha smesso di riempire tutto lo stanzino, che adesso sa orrendamente di te, tanto che lo vedi, con gli occhi abbassati che tutti quelli che ti parlano si infastidiscono tutti nelle narici e allora un po’ ci godi, e vorresti che le particelle della tua pelle entrassero tutte nel loro naso, i tuoi pezzettini minuscoli di carne e odori si unissero ai loro ricettori, vorresti riempirli tutti del tuo corpo, fino alle ossa, in fondo tutta la tua stanza ha l’odore delle tue ossa, pensi, mentre te ne stai chiuso dentro il tuo scheletro che dà sulla strada, con lo sguardo abbassato, nel tuo odore, butti un occhio al tuo telefono, e a casa tutti bene, a 6000 kilometri dalla tua Roma, videochiamata su Viber, coi contorni tutti violetti, a casa ti parlano senza l’odore delle tue ossa, e li senti che dietro lo schermo loro sentono la terra e l’asfalto bagnato dalla pioggia, guardi i pixel di tua madre che sorride dolce e preoccupata e ti sembra di ricordarti l’odore delle sue labbra, adesso che ti annoi abbastanza, nella tua stanza sulla strada, dove entrano tutti, ma non ti vede nessuno, pensi che forse ti vorresti davvero sposare, come dice lei, che ti dice che te ne ha trovata un’altra buona, di conoscerla almeno, che dopo il matrimonio farà le cartacce e potrà venire in Italia da te, a Dhaka ci sono 27 percepiti, pioggia, e nella tua Roma 30 col sole, ma adesso è il contrario, da te è notte, entrano soli dentro di te, e li stai ad aspettare con gli occhi fissi su tua madre, che ti parla gracchiante dallo speaker del tuo iPhone, e ti sembrano invecchiate le sue corde vocali, ma forse la voce è solo metallica perchè viaggia oltre l’oceano, dal loro giorno alla tua notte, dove entra un tossico e tu non lo guardi in faccia, vorresti respirare via le particelle del tuo corpo per togliergliele dalle narici, che non si merita pezzi di te, e anzi ti fa un po’ vomitare che ti prenda dentro di sé, vorresti entrare solo dentro le ragazze belle, e perderti nei loro occhi senza narici, ma di solito con te ci fanno parlare i fidanzati che prendono le birre, ma quando mai si sposano questi italiani poi, sulla tua strada li vedi cambiare, come le stagioni delle foglie, mentre i tuoi occhi semi-abbassati fissano una scatoletta nera, piena di pixel, il tuo portale per casa coi colori un po’ sbagliati, il tuo portale senza odore, con la voce da vecchio, hai comprato il 17 Pro, coi soldi di un mese del negozio, 897 peroni, circa, alle quali va dedotto l’affitto, ma quello lo ammortizzi dormendo dietro, ti ricordi di quando da piccolo hai bastonato tuo fratello così forte da farlo sanguinare, per gioco, facendo lotta di spade, sognando di essere europeo, te l’hanno inculcata gli schermi quell’immagine, sei cresciuto in un villaggio coi cavalieri di Internet, e la prima volta che hai visto una Ferrari dal vivo ti sembrava di esserci anche tu, su Internet, ti ha ricordato il rosso sangue di tuo fratello, che scorreva dal braccio, odorava un po’ tanto come le macellerie degli italiani, di quel pulito innaturale di listerina, che la prima volta che hai visto il Colosseo eri in videochiamata con mamma, era il tuo primo giorno a Roma e ti sei visto riflesso nel tuo schermo, con la tua faccia in videochiamata più grande del sorriso di mamma, minuscolo, 128px nell’angolo a sinistra, che ti è sembrato tanto di essere su Internet anche tu, che il Colosseo sullo sfondo lo hai visto nei pixel e non era tanto diverso da un filtro, o da una storia, le hai detto mamma qui c’è odore di smog, non di storia, e lei ti ha chiesto se gli italiani ricchi si sposano nel Colosseo, le hai detto che non lo sapevi, ma probabilmente sì, ogni tanto te lo chiedi ancora, il tossico ora se n’è andato, non prima che dovessi urlargli di pagarti, l’hai chiamato amico, perché hai imparato che agli italiani piace, e li rende più mansueti, ora espiri, finalmente, così che il tuo odore possa andare con calma a riprendersi la tua stanza/scheletro, e non impregni chi non se lo merita, mamma butta giù che devi lavorare, e i tuoi occhi bassi muoiono sul display, e tiktok si riempie di video verticali di casa, di gente che si pubblicizza, che non ha nessun odore, la tua via della Marranella qui a Roma sembra un po’ Dhaka, tanto che non ci sono italiani, e l’amministrazione comunale ha pensato bene di abbandonarvi al vostro destino, infatti la monnezza, come la chiamano loro, non la raccoglie nessuno, pensi così tanto a quella volta che hai picchiato tuo fratello perché non riesci a ricordarti il suo sguardo, ma solo l’odore della macellerie italiane, delle quali hai iniziato a mangiare la carne Haram, pur di pensare a lui, pensi al fatto che vorresti sposarti con un’italiana che viene tutti i giorni al negozio, ti parla in inglese per gentilezza e le piace negoziare sui prezzi, è l’unica persona con un odore alla quale parli, e hai smesso di farti la doccia per un po’ proprio per entrarle dentro in qualche modo, l’hai visto su un reel che se uno sente l’odore sono pezzi di pelle morta, e tu senti la sua che sa di fiori appassiti, di estate e degli occhi di tuo fratello, i suoi ricci neri e le labbra rosse, le narici che annusano te e le vostre particelle che si scambiano, ma è da una settimana che non la vedi, e quindi questa notte muori dalla voglia di entrarle dentro ancora, allora è con una naturalezza incredibile che prendi una bottiglietta d’alcol e ti ricopri tutto, poi altre due sui bidoni della monnezza fuori, poco davanti al tuo scheletro, evapori in una fiamma, e il tuo fumo ti porta in tutte le narici del quartiere, oggi sarai finalmente dentro tutta Roma.<br><br><br></p>
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		<title>L’India è l’etnocrazia più cool del momento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 15:57:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitik]]></category>
		<category><![CDATA[India]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’India è in rampa di lancio ed è pronta a fare da contrappeso alla caduta suicidaria dell’Europa nei complessi moti di riassestamento degli equilibri internazionali. L’ascesa della “più grande democrazia del mondo”, prima che tecnologica, militare o economica, va intesa come percettiva.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">L’India è in rampa di lancio ed è pronta a fare da contrappeso alla caduta suicidaria dell’Europa nei complessi moti di riassestamento degli equilibri internazionali. L’ascesa della “più grande democrazia del mondo”, prima che tecnologica, militare o economica, va intesa come percettiva. Da che se ne ha memoria l’immagine dell’India proposta dai rumorosi ripetitori occidentali è mediamente ben poco lusinghiera: ancora si trova chi repelle lo stile di vita indiano, fatto, secondo le loro fonti, di scarsa igiene, strade trafficate e inquinamento sfacciato. Fin qui il primo dei paesi del Terzo Mondo è stato il limite inferiore del decoro civile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I luoghi comuni spesso ci azzeccano, ma altrettanto spesso sussistono solo in seno a precise campagne propagandistiche. La macchina dell’intrattenimento crea feticci di realtà di qualsiasi tipo, &#8211; in questo caso un popolo, un paese &#8211; per cucirgli addosso il costume più adatto per provocare la reazione, anche inconscia, voluta nel pubblico. Così nella coscienza collettiva l’attore India è stato presentato fin qui solo con delle sudice vesti, un bizzarro brufolo sulla fronte e cibo poco digeribile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Possiamo sospettare quale sia il motivo per cui gli Indiani non vengano ricordati come dei mistici, saggi e illuminati. Negli anni ‘50 la politica estera indiana è stata quella del non allineamento alla NATO o al Patto di Varsavia. Il sentimento di indipendenza appena conquistata era tale da far sì che l’allora governo di Nerhu, non cedesse all’attrazione gravitazionale dei due poli. A condividere questa postura all’epoca furono i nazionalisti socialisti, in particolare, la Jugoslavia di Josip Broz Tito e l’Egitto di Gamal Abed el-Nasser: non proprio due eroi nella favoletta del liberalismo all’americana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma ora qualcosa è cambiato e la figura dell’India nello stereotipo comune è destinata ad apparire in un ruolo diverso, in abiti formali e portamento inquisitore. Il primo ministro Narendra Modi è un personaggio carismatico, nonché il primo virtuoso esempio di punto di incontro tra lo sfarzo del tardo capitalismo e il misticismo della spiritualità orientale, entrambi esaltati nell’esecutivo. Il suo Bharatiya Janata Party, il Partito Popolare, è in cima ai sondaggi da 12 anni. Modi è anche amante dell’arte, filosofo e soprattutto profeta dell’Hindutva, grazie al quale ha potuto ridisegnare gli abiti da scena del suo immenso paese; a tesserli ci penseranno gli esperti costumisti Israeliani.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">L’Hindutva è un’ideologia politica che interpreta i fondamenti della religione indù in chiave etnica, ponendosi come ideale la realizzazione dello Stato Induista. Questo programma sfocia naturalmente nel nazionalismo estremo e nel restringimento degli spazi di libertà e contaminazione. In India quasi l’80% della popolazione è induista, la minoranza più rilevante è quella islamica (15%) seguita da cristiani, sikh e da ciò che rimane dei buddisti. Come per il Sionismo, l’Hindutva esiste solo quando indica il proprio nemico, la minaccia esistenziale che giustifica l’esistenza, e come per il sionismo questo nemico è l’Islam.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando il Raj britannico si ritirò dalla regione dopo la marcia del Sale di Gandhi, i coloni fecero in tempo ad assicurarsi la separazione del Pakistan a maggioranza musulmana dalla nascente Repubblica Indiana. Si generò una situazione di forte tensione per la quale partirono enormi flussi migratori attraverso la mal tracciata Linea Radcliffe che fecero registrare quasi un milione di morti. Se Mahatma Gandhi, fino al suo omicidio, aveva sempre teso la mano alle comunità musulmane del Pakistan, anche condannando fermamente le azioni intraprese in Palestina dagli Israeliani, con Modi questa linea è stata definitivamente stravolta e le pretese della Nuova India si trovano convergenti, almeno per ora, con gli interessi di egemonia di Israele.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’alleanza si concentrerà sicuramente sulla creazione del corridoio IMEC alternativo alla via della Seta cinese, ma anche e soprattutto sul tema sicurezza, difesa e digitalizzazione. L’Impero si assicura la fedeltà del secondo esercito più grande del mondo e del più grande campo prove al mondo per allenare IA e sistemi di coercizione digitale. La nuova India avrà in cambio, oltre alla promessa di una crescita senza precedenti, l’accesso ai salotti eleganti del palazzo degli stereotipi, una nuova opinione pubblica sul suo conto che racconterà di un paese di grandi lavoratori, di competenti ingegneri, programmatori e di esperti massimi di intelligenza artificiale. Gli investimenti delle big tech, tra cui NVIDIA e Microsoft, e dei falchi dei settori della difesa occidentali in termini di infrastrutture e formazione tecnica sono colossali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Palantir in particolare esercita un ruolo quasi ministeriale nell’India di Modi, attraverso Foundry monitora i movimenti del sempre più digitalizzato sistema bancario indiano e con Gotham sorveglia la popolazione specialmente nelle aree del Kashmere in funzione anti-pakistana. Entrambi i software sono armonizzati con sistemi bancari, droni e cloud israeliani. Il nuovo asse va oltre al cinismo economico, lo dimostra per esempio l’esodo dal nord-est dell’India verso Israele della tribù dei Bnei Manashe, considerata una delle ”10 tribù perdute di Israele” e spediti a ripopolare le aree occupate di Libano e Palestina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Contestualmente a questi grandi affari abbiamo assistito all’esplosione di Dyia Joukani, alias “Cool Girl from India”. La fashion designer di Mumbai sbarca nei Per Te e immediatamente l’asticella della nonchalance viene spostata su un nuovo livello, prendendo in contropiede i primatisti europei. È l’occidente che si apre lentamente a una possibile nuova forma degli indiani. E mentre Dyia si propone come modello per i chill guys e le cool girls che si lasciano scorrere addosso il mondo che esplode tra un blouson ricamato e una canzone di Frank Ocean, anche le classi dirigenti possono guardare all’India.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Narendra Modi incarna quel leader che ogni dirigente europeo vorrebbe essere: un leader eletto democraticamente, ma il cui potere è giustificato da una volontà superiore, divina. Se la guerra all’Iran ha fatto provare a qualche elettore un po’ di simpatia per gli Ayatollah, che almeno muoiono da grandi signori rispetto agli omologhi della controparte occidentale, immaginarsi in Europa una teocrazia democratica emanata dal Dio progresso non è affatto un esercizio complicato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’élite europea osserva il paradigma indiano come se fosse la condizione ideale per l’amministrazione di un elevato tasso di povertà. Qui da noi sarà necessario romanticizzare la povertà con la religione, e far risaltare i moti d’orgoglio sotto l’occhio sempre vigile di Palantir. La nostra classe dirigente in futuro non mancherà mai di farci vedere con quale dignità gli indiani si fanno forza tra la miseria, aggrappandosi al loro inesauribile spirito imprenditoriale così carente tra noi, cresciuti nella bambagia della fine della storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’atteggiamento che la “cool girl from India” mostra nei suoi bellissimi video è stato il rifugio sicuro di molti giovani occidentali che, non trovando nelle istituzioni delle basi d’appoggio credibili su cui fondarsi si sono protetti dalla disumanità del mondo dietro uno scudo di silenzio cosmico altrettanto disumano. Per non rischiare di disturbare nessuno in questa vita in cui tutti disturbano tutti, i chill-guys si arroccano nell’immagine che gli altri hanno di loro e, sempre senza forzature, lasciano che la loro preziosa personalità fluisca solo a piccole gocce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma gli spazi di libertà sono talmente stretti che questi fiati vitali scorrono solo lungo i canali social che lucrano su chi spera, un giorno, senza ammetterlo, che per essere notato da qualcuno possano bastare le poche gocce di personalità filtrate dall’algoritmo. Al giorno d’oggi questo sentimento di eroica resistenza (digitale) al caos trova il suo vate in Dyia. Quindi, se gli europei non riusciranno ad accogliere la mentalità micro-imprenditoriale che si addice ai popoli affamati, possono ancora ritirarsi nel loro cyber-nichilismo cosmico e dedicarsi all’ansia abissale che ne consegue. In entrambi i casi si guardi all’India.</p>



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		<title>Lezioni dall’apocalisse zombie. Riflessioni a partire da 28 anni dopo &#8211; Il Tempio delle Ossa</title>
		<link>https://ilnemico.it/lezioni-dallapocalisse-zombie-riflessioni-a-partire-da-28-anni-dopo-il-tempio-delle-ossa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 11:51:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[horror]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nonostante le macerie interiori ed esteriori prodotte da un virus che trasforma gli esseri umani in bestie rabbiose, e nonostante una lotta per la sopravvivenza estrema, l’umanità continua a contrastarsi e a tentare di prevalere.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/lezioni-dallapocalisse-zombie-riflessioni-a-partire-da-28-anni-dopo-il-tempio-delle-ossa/">Lezioni dall’apocalisse zombie. Riflessioni a partire da 28 anni dopo &#8211; Il Tempio delle Ossa</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Partiamo dalla scena finale (e ce ne freghiamo degli spoiler perché ci interessa analizzare, chi prosegue è complice): un Cillian Murphy che impartisce lezioni di storia alla figlia in un presente post-apocalittico. In questo contesto viene evocata una celebre frase spesso attribuita a Winston Churchill: «Chi dimentica la storia è condannato a ripeterla». In realtà (sarà vero?), secondo internet, la formulazione più vicina è da ricondurre al filosofo George Santayana; tuttavia, sempre in rete, sembra che un pensiero simile sia già rintracciabile anche nelle riflessioni del filosofo Edmund Burke.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quale sia l’origine “autentica” è però una questione secondaria: la nozione si è ormai radicata nell’immaginario collettivo perché nasce da una considerazione spontanea dell’essere umano in relazione alle catastrofi generate dai suoi stessi comportamenti. L’uomo fa ordine analizzando gli eventi del passato, li organizza creando una logica invisibile al momento del loro verificarsi ed estrapola una narrazione storica che dovrebbe servire a non commettere nuovamente gli stessi errori. Chi non impara dai propri errori continuerà a farne.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è proprio dei “soliti” errori commessi dall’uomo che tratta la saga di&nbsp;<em>28 giorni dopo</em>, ideata da Danny Boyle e Alex Garland, i quali decidono di rispolverare questa riflessione in un periodo storico in cui appare evidente l’incapacità dell’uomo di imparare dal proprio passato.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">In&nbsp;<em>28 anni dopo – Il tempio delle ossa (2026) &#8211;&nbsp;</em>terzo capitolo della serie di film iniziata con&nbsp;<em>28 giorni dopo</em>&nbsp;(2002) e proseguita con&nbsp;<em>28 settimane dopo</em>&nbsp;(2007), a cui era preceduto anche il film&nbsp;<em>28 anni dopo&nbsp;</em>(2024)<em>,&nbsp;</em>diretto da Danny Boyle &#8211; il mondo non lo ha fatto: nonostante le macerie interiori ed esteriori prodotte da un virus che trasforma gli esseri umani in bestie rabbiose, e nonostante una lotta per la sopravvivenza estrema, l’umanità continua a contrastarsi e a tentare di prevalere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Garland scrive questo capitolo in un mondo completamente devastato dal virus della rabbia, dove la civiltà non è soltanto crollata, ma è regredita a uno stato primordiale. Il benessere è esistito, è finito, e l’individuo ne è conscio e, per questo, si aggrappa alla propria tensione verso l’assoluto, declinandola nella razionalità scientifica o nell’irrazionalità religiosa. Nel sottotesto di&nbsp;<em>28 anni dopo – Il tempio delle ossa</em>, questa è la storia che si ripete.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da un lato troviamo la figura di un uomo di scienza con un’elevata spiritualità, il dottor Ian Kelson (interpretato da Ralph Fiennes). Non più semplice osservatore, ma quasi sacerdote laico della nuova umanità, che tenta di comprendere gli infetti, di studiarli e persino di guarirli. Ha creato un santuario con tutte le ossa degli esseri umani che ha incontrato, infetti e non. Il suo tempio di ossa non è soltanto un’immagine macabra, ma un monumento alla memoria dell’uomo: un tentativo disperato di riconoscere dignità anche nella mutazione mostruosa. In questo senso, il «fatti non foste a viver come bruti» diventa centrale: Kelson incarna la volontà di resistere alla regressione, cercando una possibile convivenza tra umano e mostruoso. La scienza è il suo strumento verso la compassione, la prova che, oltre alla scienza medica, fondamentale per la sopravvivenza e la guarigione dell’uomo, esiste anche un fattore metafisico da considerare; per questo crea un luogo per la memoria dei defunti. Lo scienziato che crede nel trascendente, perché la sua indole, da uomo acculturato, reagisce in maniera empatica con la naturale ricerca dell’assoluto.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="28 YEARS LATER: THE BONE TEMPLE - Official Trailer (HD)" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/EOwTdTZA8D8?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph">Sul versante opposto si colloca Jimmy Crystal (Jack O’Connell), leader di una setta che mescola, per estetica e struttura, le derive nichiliste del black metal norvegese degli anni Novanta a un look stradaiolo fatto di tute e croci rovesciate in bella vista. Figura disturbante e disturbata, figlio di un pastore cristiano, Jimmy afferma di sentire «la voce del caprone». Nel suo caso, però, la dimensione non è soltanto simbolica: si configura come una vera e propria psicosi. Jimmy, probabilmente influenzato dagli insegnamenti del padre, ribalta la valenza religiosa e sente non la voce di Dio ma quella di Satana nella propria mente. Anche lui, come Kelson, ha un’inclinazione verso la ricerca dell’assoluto, ma anziché cercarla attivamente, la percepisce come conferma nelle voci che sente. Quando incontra il dottor Kelson e lo identifica come il “caprone” in carne e ossa, pretende da lui una legittimazione messianica per mantenere il potere sulla cricca dei suoi seguaci (ragazzi perduti che obbliga a chiamarsi Jimmy come lui e a indossare parrucche bionde).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se Kelson rappresenta la scienza che dalla materia arriva alla trascendenza, Jimmy incarna una trascendenza imposta, piegata al mantenimento del potere materiale. La scienza di Kelson è funzionale alla comunità ed è più spirituale della religione di Jimmy, che è invece uno strumento di dominio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il film apre così una riflessione sulla psicosi e sulla soggettività: gli infetti, secondo Kelson, sono preda di allucinazioni che li portano a reagire con violenza; allo stesso modo, Jimmy percepisce entità e voci invisibili, costruendo una realtà alternativa altrettanto coerente, ma profondamente distorta. Garland descrive quindi l’impossibilità di una verità condivisa e la presenza di prospettive concorrenti: una prospettiva scientifica orientata al bene comune e una prospettiva religiosa, egoistica, piegata al dominio individuale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi, come il dottor Kelson, è mosso da un impulso etico, guarire gli infetti per comprendere “ciò che vedono” e liberarli dal male, si contrappone a chi, come Jimmy, intende elevarsi, facendo leva sulle sue psicosi che lo “condannano” a essere il messia, attraverso la sottomissione altrui.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>28 anni dopo – Il tempio delle ossa</em>&nbsp;è diretto diligentemente da Nia DaCosta, ha un ritmo sufficientemente frenetico da intrattenere lo spettatore contemporaneo, ettolitri di sangue e, come il primo capitolo, è stato girato prevalentemente con degli iPhone 15 Pro Max. La colonna sonora si avvale di diversi brani dei Duran Duran e la coreografia eseguita da Kelson/Fiennes su&nbsp;<em>The Number of the Beast</em>&nbsp;degli Iron Maiden è sublime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma alla fine, ciò che resta dopo la visione, non è una risposta, bensì una domanda radicale: in un mondo privo di senso, cosa significa ancora “credere”?</p>



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		<title>Adelphi, Calasso e le tote-bag</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 11:46:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[editoria italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Adelphi è stato l’esperimento di superare la particolarizzazione degli autori più diversi, di intravedere l’elemento che accomuna i “libri unici” per cercare una visione d’insieme. Una visione che ormai è patrimonio estetico del Radicalchicchismo, spegnendo la critica sociale e appiattendosi a feticcio: il libro Adelphi è arredamento.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">“L’arte è leggera perché vaga nella foresta. Ora l’altare è vuoto”[1]. L’opera di Roberto Calasso prende atto dell’innominabilità dei nostri tempi. Tutto sfugge, cambia, muore, rinasce in una forma tecnologicamente più avanzata. È difficile ormai definire il momento in cui ci troviamo, è come se gli anticorpi culturali delle nostre società non riuscissero a fornire un qualche stralcio di risposta. Autobiografie, penzierini, e travel blog si sostituiscono ai grandi romanzi del secolo scorso. Ogni libro che ambisce a qualche premio tratta del coito nell’isola caraibica e delle solite tragedie familiari, mentre i lettori postano sui social i colori pastello degli Adelphi nelle loro stanze bianche. La letteratura si indossa, è il capo di decine di migliaia di autori emergenti e la tote-bag che invade le università. Il passaggio dal cosmo alla cosmesi riempie i nostri scaffali Ikea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Togliere la letteratura dal mondo e portarla alla singola vita non è un peccato capitale. Sia mai privare l’intellettuale medio della narrazione di sé stesso, unico metodo di sostentamento in un momento in cui la lettura appartiene solo agli autori e agli sfortunati che tocca il Cazzullo annuale a Natale. E poi c’è un mercato, è gratificante vedere che la letteratura penetra nelle storie più futili, la storiella si fa storia. Forse, non ci sentiamo all’altezza di lavori di maggior respiro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradigma Adelphi può però servire da lezione. Prima di Instagram e dell’ennesimo Carrère, nasceva dal silenzio di Bobi Bazlen, e si incendiava poi con la&nbsp;<em>letteratura assoluta</em>&nbsp;di Calasso, uno stile che assorbe filosofia, arte, teologia, scrittura di ogni secolo e religioni millenarie. La sua&nbsp;<em>Rovina di Kasch</em>&nbsp;indica al lettore il nesso fra scrittura e storia, il fatto che tutto ciò che viene prodotto oggi dalla società ha come scopo la società stessa. La letteratura non conduce ai Misteri Eleusini, rinvia sempre al nostro uso e consumo. Ce ne freghiamo di interpretazioni della “Sociiiiietà”, tuttologia spicciola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come via di fuga dall’oggettivazione moderna, Calasso indica lo sfondo sacro da cui origina il mondo. Non vi spaventate davanti a questa intrusione del divino: Il sacro non è invenzione o moralismo, è guardare oltre alla “lussuria amazzonica”[2] dove tutto è oggetto. Sacro è ciò che è incontrollabile, inverificabile in laboratorio, è il “riconoscimento di un Altro”[3]. Il tono calassiano da vate sembra condurre a misticismi indefinibili, ma ciò che serve alla letteratura odierna è l’analisi di un presente avviluppato da meccanismi sottili, “con la stessa naturalezza con cui le lattine di Coca-Cola venivano usate per adornare i feticci, fra chiodi e schegge di vetro, come se da sempre fossero state predisposte a quella funzione”[4]. Lo sguardo a partire dal sacro consente di decifrare al meglio ingranaggi sociali che diamo per scontati. Partire da un elemento incomprensibile rivela gli automatismi di come spieghiamo il mondo, mentre la scrittura odierna dimentica il sacro e si fa mera biografia.</p>



<figure class="wp-block-image"><a class="image-link image2 is-viewable-img can-restack" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!__W8!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F4f75dcbc-4df3-4468-82e4-accafaa627c4_600x936.jpeg" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!__W8!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F4f75dcbc-4df3-4468-82e4-accafaa627c4_600x936.jpeg" alt=""/></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Adelphi è stato l’esperimento di superare la particolarizzazione degli autori più diversi, di intravedere l’elemento che accomuna i “libri unici” per cercare una visione d’insieme. Una visione che ormai è patrimonio estetico del Radicalchicchismo, spegnendo la critica sociale e appiattendosi a feticcio: il libro Adelphi è arredamento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Roberto Calasso è morto il ventotto luglio del 2021, giorno in cui è uscito Memè Scianca, una breve autobiografia frammentaria della propria infanzia. La sua letteratura assoluta è una costellazione di idee infinite a cui attingere. Leggetela, sottolineatela, criticatela, rileggetela. La sua letteratura non ci lascia soli, prova a dire qualcosa intorno all’”innominabile attuale”. Se ci riesce o meno spetta a voi deciderlo, ma almeno avrete l’opportunità di leggere un autore che travalica la propria vita e affronta la Storia in cui ci siamo trovati.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph">[1] R. Calasso<em>, La rovina di Kasch</em>, Milano: Adelphi 1983, p. 194.</p>



<p class="wp-block-paragraph">[2] Ivi, p. 307.</p>



<p class="wp-block-paragraph">[3] Ivi, p. 186.</p>



<p class="wp-block-paragraph">[4] <em>Ibid</em>.</p>



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		<title>La fatica di restare in una conversazione senza mai guardare il telefono</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jun 2026 11:44:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Patia]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo numero della rubrica Patia, di Lorenzo Messina.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Sono con un amico al tavolo. A un certo punto prende il telefono, come se fosse successo qualcosa. Lo guarda con attenzione, sembra importante. Allora lo faccio anch’io. Solo che… non c’è niente. Nessuna notifica. Nessun messaggio. Nessuno mi sta cercando. Resto lì, a fissare uno schermo vuoto, cercando qualcosa da aprire per giustificare il gesto. Lui digita, scrolla. Io fingo di essere impegnato come lui.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è noia. Non è solitudine. È qualcosa di più preciso. Il momento in cui capisci che la conversazione non si è interrotta. Si è spostata. E tu sei rimasto fuori, senza che nessuno se ne accorgesse. Non sei stato escluso. Non è che qualcuno ha scelto di ignorarti. Sei stato sostituito. Sei diventato irrilevante nel momento in cui è subentrata un’alternativa più veloce di te. E la cosa più strana è che non ce ne vergogniamo nemmeno più. Una volta sarebbe stata “maleducazione”. Adesso è automatico. Anzi, se qualcuno non controlla mai il telefono durante una conversazione sembra quasi strano. Strano perché troppo presente. Come se non avesse abbastanza persone che lo cercano. Ci siamo abituati all’idea che ogni interazione possa essere interrotta da qualcosa di più urgente. O semplicemente di più stimolante. Il problema è che, dopo un po’, inizi a percepirti nello stesso modo: interrompibile. Temporaneo. Sostituibile. È come se la presenza fisica avesse perso esclusività. Essere davanti a qualcuno non significa più avere davvero la sua attenzione. Significa solo essere la finestra attualmente aperta sul mondo. E si può chiudere in un attimo.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Prima, quando qualcuno smetteva di parlare, il silenzio era condiviso. Adesso no. Oggi, con uno schermo perennemente a portata di mano, il silenzio è denso di comunicazione. E tu resti lì, fisicamente presente, socialmente in pausa. È una sensazione strana perché non succede niente di esplicito. Nessuno ti esclude davvero. Eppure per qualche secondo sparisci, mentre tutti danno attenzione a qualcuno che non sei te. Come se esistessero due livelli: quello reale, dove sei seduto accanto a qualcuno, e quello digitale, dove stanno succedendo le cose importanti. E tu sei nel livello sbagliato.<br><br><br><br>La parte assurda è che a volte il telefono non lo guardiamo nemmeno per interesse. Lo guardiamo per riflesso. Apriamo Instagram. Chiudiamo Instagram. Apriamo WhatsApp. Entriamo nelle storie. Usciamo. Tutto nel giro di cinque secondi. Senza cercare e senza vedere niente davvero. È solamente controllo. Come quando apri il frigorifero cinque volte aspettandoti che compaia magicamente qualcosa di nuovo, anche se lo avevi aperto per controllare la data di scadenza dell’insalata. Solo che, dentro il telefono, invece dell’insalata stai cercando conferme minime di esistere nel radar di qualcuno. Una notifica. Un messaggio. Un nome. Qualsiasi cosa che interrompa, anche per un secondo, la sensazione di essere fuori dal flusso. E, lì dentro, l’unica scadenza sono le stories che svaniscono dopo ventiquattro ore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa cosa ha bisogno di un nome. Una nuova emozione. Non è malinconia. Non è FOMO. Non è imbarazzo. La chiamo Assentia. Il momento in cui capisci che la tua presenza vale meno di una notifica. Spesso gli altri sono impegnati a comunicare con tutti, tranne con la persona che hanno davanti. Poi però ci penso. Quante volte sono io quello che guarda il telefono mentre qualcuno mi parla? Quante volte sono io quello che sparisce, che risponde dopo ore, che chiede di ripetere? Dall’altra parte sembra normale. Da questa parte sembra personale. Forse non è vero che gli altri mi ignorano. Forse è solo che, a turno, ci stiamo ignorando tutti. E forse è per questo che oggi facciamo fatica anche a stare semplicemente in silenzio con qualcuno. Perché il silenzio, appena dura più di qualche secondo, sembra un piccolo fallimento della conversazione. Deve succedere qualcosa. Una battuta. Un contenuto. Una notifica. Qualunque cosa pur di evitare quel momento ambiguo in cui non stai producendo niente, non stai reagendo a niente, non stai ricevendo niente. E allora il telefono diventa una via di fuga perfetta. Ti permette di sparire senza andartene davvero.</p>
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		<title>Se si tecnicizza il cuore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 09:54:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Ciò di cui il tempo storico di oggi ha disperatamente bisogno è una riscoperta e una rimanipolazione propositiva del proprio mondo interiore, che segua uno slancio che dall’interno si protragga verso l’esterno.”<br />
Questo articolo è la parte III di un articolo, la cui parte I è uscita su Nemesi #31, la II su Nemesi #33.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">L’inconscio e la vita dello spirito sono spesso contraddittorie, vivono in una zona grigia, sono alle volte amorali o malvagie, non evitano il dolore. Riconoscersi feriti nel momento di adesso è umiliante per via di come l’umiliazione abbia a che fare con le ferite e l’emozione, due questioni che proviamo a schivare di continuo. Ma evitare il dolore significa provare a tecnicizzare il cuore. Sarebbe un bene se qualcuno si sentisse toccato o addirittura offeso da quanto scritto in queste righe. Se lo spirito, inteso in senso simmeliano, è scisso tra&nbsp;<em>spirito soggettivo</em>&nbsp;(l’interiorità, dunque in un certo senso la naturale propensione verso le proprie passioni e i propri interessi) e&nbsp;<em>spirito oggettivo</em>&nbsp;(la cultura prodotta), la ferita dell’Io se quando interrogata ci aiuterà a prendere coscienza dello stato di compressione cui si è costretti a vivere, che crocifigge la nostra vita e quella degli altri all’interno di un sistema che richiede, per essere sopportato, uno stato di professionalizzazione e alienazione insostenibile nella lunga durata. Solo e soprattutto nel criticismo propositivo c’è la possibilità di un cambiamento. È bene dunque imparare a conoscere le proprie reazioni, per trasformarle e utilizzarle come mezzi reazionari. Questa compressione della vita interiore colpisce infatti non solo lo Spirito, ma anche il modo in cui reagiamo e critichiamo il mondo che abitiamo. Nelle società capitaliste avanzate, il sistema tollera solo alcune forme di opposizione, purché non mettano davvero in discussione le sue basi. In questo modo, anche le idee più critiche rischiano di essere assorbite e rese innocue. Il risultato è quello che Marcuse chiama&nbsp;<em>pensiero uni-dimensionale</em>: uno spazio in cui diventa sempre più difficile immaginare alternative reali al sistema esistente. La stessa limitazione viene proposta dall’istituzione e reiterata dalla cultura. Se il dissenso viene neutralizzato, anche la capacità di immaginare un altro mondo si atrofizza. Infatti, dopo il tempo e la comunità, il capitalismo ha inghiottito l’immaginazione e maciullato il cuore. Le sovrastrutture regolamentano, direzionano e commercializzano ogni forma di amore intesa come Eros, la forza motrice che spinge l’individuo verso la conoscenza suprema, ovverosia la verità, raggiungibile attraverso l’abitudine al pensiero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La pre-visione (intesa come la capacità di prefigurare una visione del mondo), come il ragionamento, è un muscolo. Questo purtroppo rappresenta per la società contemporanea un problema: se la pre-visione è l’occhio della mente e l’occhio, come l’immaginazione, è un muscolo, allora è certo che siamo tutti prossimi alla cecità. Nel 2009 Mark Fisher afferma:&nbsp;<em>è più probabile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo</em>. Nel 2026 ci pare che la questione non faccia che riconfermarsi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La natura dogmatica del Capitale è riuscita in buona parte nel suo intento: attraverso mezzi e tecnica ha convinto l’inconscio della società delle masse a credere che non esista davvero un’alternativa a quella che si sta vivendo da meno di duecento anni o che &#8211; ancor peggio &#8211; questo sia per davvero il migliore dei sistemi possibili, e dunque immaginabili. Come abbiamo detto, il nostro rapporto col tempo è governato dalla paura: il futuro si restringe, il passato svanisce. Il decrescente interesse verso una coscienza che sia prima di tutto storica, inoltre, ci impedisce di vedere come ciò che viene presentato come unica possibilità sia in realtà un sistema recentissimo. Il capitalismo, nella sua forma industriale, esiste da appena due secoli. Se comprimessimo l’intera storia della Terra in un anno occuperebbe appena 1,5 secondi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo all’intersezione tra ciò che per tutta la durata della nostra vita &#8211; ben diversa dalla durata del Cosmo &#8211; ci è stato presentato come unica possibilità (un’esistenza scandita dal lavoro e dalla solitudine) e ciò che è necessario realizzare (il mondo nuovo). Non è un caso che oggi la parola&nbsp;<em>utopia</em>&nbsp;venga usata come sinonimo di illusione. Nel 1516, Thomas More definisce l’utopia come “un luogo che non esiste”. Guarito il conflitto col tempo, sintomo di una società ossessionata dal controllo, potremmo aggiungere a questa definizione l’avverbio&nbsp;<em>ancora</em>: “l’utopia è un luogo che non esiste, ancora”.</p>



<figure class="wp-block-image"><a class="image-link image2 is-viewable-img can-restack" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!zMKN!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ffe5964d5-f5c4-42c7-ac38-65b67250ee62_1500x1201.jpeg" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!zMKN!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Ffe5964d5-f5c4-42c7-ac38-65b67250ee62_1500x1201.jpeg" alt=""/></a></figure>



<p class="wp-block-paragraph">In questo senso, l’utopico non è altro che uno sforzo di immaginazione concreta. Rivolgersi all’immaginazione attiva due stati fondamentali: eccitazione e attesa, entrambi capaci di stimolare la forza creatrice necessaria a generare nuove idee, possibilità e prospettive sistemiche alternative. Pensiamo, per esempio, allo stato di trepidazione che precede l’incontro con la persona amata, quello che anticipa un concerto: non serve essere già fisicamente nel luogo per proiettarsi nell’emozione di ciò che si vivrà, di ciò che cioè verrà generato. Ciò di cui il tempo storico di oggi ha disperatamente bisogno è una riscoperta e una rimanipolazione propositiva del proprio mondo interiore, che segua uno slancio che dall’interno si protragga verso l’esterno. Solo ricongiungendosi con la propria vita psichica sarà possibile sperare di ricongiungersi con il mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Chi saranno i nuovi maestri?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli operai. I nerd. I maranza. I nativi americani. I guru. Gli sciamani. Le streghe di Etsy. I poeti. I tarologi. I nevrotici. I cani romantici. I cuori selvaggi. I fisici. I filosofi. I bambini. I funghi. I surrealisti. Le donne nell’attico. I nomadi. Le vecchie del villaggio. I parrucchieri. I vagabondi. Gli agricoltori e i contadini. I Sufi. Gli astrologi. I circensi. I blogger. I pirati. I monaci. Gli&nbsp;<em>straight-edge</em>&nbsp;e i punk. Gli esteti. Nietzsche. I fanatici e i cospirazionisti. Gli stregoni. Il Reiki. I mistici. I furfanti. I ladri. Gli Yogi. I ciclisti. I parassiti. I&nbsp;<em>beatnik</em>. I neoromantici. Gli edonisti. I reietti. Gli eretici.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bibliografia</p>



<p class="wp-block-paragraph">-Han, B.-C. (2025).&nbsp;<em>Contro la società dell’angoscia. Speranza e Rivoluzione</em>. Einaudi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">-Crutz, C. (2022).&nbsp;<em>Melanconia di classe. Manifesto per la working class</em>. Blu Atlantide.</p>



<p class="wp-block-paragraph">-Fisher, M. (2009/2018).&nbsp;<em>Realismo capitalista</em>. Produzioni Nero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">-Han, B.-C. (2025).&nbsp;<em>Contro la società dell’angoscia. Speranza e Rivoluzione</em>. Einaudi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">-Simmel, G. (1903/1995).&nbsp;<em>La metropoli e la vita dello spirito</em>. In P. Jedlowski (a cura di),&nbsp;<em>La metropoli e la vita dello spirito</em>. Armando Editore.</p>



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		<title>Perché il Club dei grandissimi ha rotto le palle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 09:51:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dominio della Tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[industria musicale]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Data l’effettiva esistenza di problemi metodologici strutturali, è lecito chiedersi con quali criteri siano stati scelti i protagonisti della storia della musica elettronica e se quelli applicati fino ad oggi abbiano ancora senso di esistere e di regolamentare il racconto.”<br />
Questo articolo è la parte II di un articolo uscito su Nemesi #31.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Secondo Simon Crab – ricercatore britannico che indaga le implicazioni politiche della tecnologia audio, “la mitologia dominante della musica elettronica converge attorno a un set limitato di grandi narrazioni e temi: ‘Grandi Uomini’, ‘Grandi Studi’, ‘Grandi Tecnologie’, ‘Grandi Paesi’, ‘Grandi Momenti’ e ‘Grandi Compositori’ che si sono combinati assieme per formare una versione della storia riduttiva e verificabilmente falsa’”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È difficile non dargli torto: la storia che leggiamo nei libri e che si ha l’abitudine di raccontare è una foto di gruppo da cui sono stati ritagliati via i volti di numerose popolazioni e categorie sociali. Pensiamo, ad esempio, alle donne: centinaia di pioniere, inventrici e compositrici non hanno mai avuto il diritto di essere incluse nel racconto del nostro passato musicale tecnologico. Solo da pochi anni è iniziato un lento e timido processo di riabilitazione, che sta andando tutt’altro che bene.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il fatto è che queste azioni di elisione finiscono inevitabilmente per modellare l’architettura della nostra società. Come in un atto linguistico performativo o in una manifestazione del costruzionismo sociale, le cose esistono così come sono perché attraverso il nostro linguaggio e la nostra cultura abbiamo concordato che debbano esistere in tal modo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Aver omesso dai libri il ruolo delle donne nella nascita e nello sviluppo della musica elettronica non ha solo creato un vuoto narrativo, ma ha alimentato l’esclusione delle stesse dall’universo tecnologico musicale, legittimando gli stereotipi e le barriere erette dalle convenzioni sociali che per secoli hanno generato la disparità di partecipazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La mitologia maschile è talmente consolidata e fusa nella società che solo a pochi – o meglio: a poche – suona strana. Come mai, se chiudo gli occhi e penso ai pionierismi della musica elettronica la mia mente dipinge l’immagine di Karlheinz Stockhausen o quella di Bob Moog ma non quelle di Elżbieta Sikora, Daphne Oram o Erica Nemescu?</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Erica Nemescu -  Performance O. Nemescu „Natural-Cultural”" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/QguaCqMzluM?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il Ministero dell’Università e della Ricerca si guarda bene dall’indagare il divario di genere nelle classi di Musica Elettronica. L’omissione del problema nei report ministeriali si commenta da sola e ci dovrebbe far capire quanto sia davvero sentito il problema dell’equa partecipazione alle STEM in Italia. Ma se il Ministero tace, l’osservazione empirica grida: le testimonianze dirette, il confronto con docenti e gruppi di lavoro come la commissione MEDEG – Musiche Elettroniche Donne e Genere, e l’analisi di studi localizzati, portano ad affermare in modo più che lecito che in Italia la percentuale di ragazze iscritte ai corsi di musica elettronica, computer music e tecnologie digitali applicate al suono non supera, se va bene, il 5 o il 10% del totale dei frequentanti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A questo punto sarebbe sano chiedersi perché dobbiamo continuare a convalidare una storia che, oltre a essere falsa e parziale, danneggia il tessuto sociale alimentando pregiudizi. Per Crab, questa narrazione distorta sopravvive in virtù della sua convenienza e della sua chiarezza: così come è scritta, è una storia lineare e facile da raccontare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se state pensando di star leggendo l’ennesimo articolo femminista, vi rassicuro subito: non si tratta di una questione di genere, ma di un problema storiografico di ordine universale. Ci stiamo misurando con l’inefficienza del rigore scientifico, con un pasticcio metodologico di portata colossale e sì, con l’impellente necessità di revisione del canone storico. Ridurre la revisione storica a una questione di genere è il modo più efficace per non affrontare il fallimento del metodo storiografico tradizionale: quando un errore metodologico viene etichettato come “una questione femminista” non si fa altro che trasformare la critica scientifica in una rivendicazione di parte per negarla e defunzionalizzarla.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Data l’effettiva esistenza di problemi metodologici strutturali, è lecito chiedersi con quali criteri siano stati scelti i protagonisti della storia della musica elettronica e se quelli applicati fino ad oggi abbiano ancora senso di esistere e di regolamentare il racconto. Il modello narrativo imposto è una storia filtrata da logiche di supremazia e colonialismo, è una visione anacronistica, del tutto incapace di sopravvivere nel presente. È un racconto parziale, declamato dal punto di vista di specifici segmenti di popolazione innestati nelle nazioni che hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se nelle accademie il problema può apparire talvolta attenuato dalla competenza settoriale di pochi docenti illuminati e capaci di calibrare le lenti della narrazione, nella divulgazione digitale la faccenda assume toni drammatici. Nel regno dei caroselli, delle top ten, e “del primo che” la complessità viene immolata sull’altare del iper riassunto, perdendo ogni consistenza e rinforzando gli stereotipi dominanti. Perché no, non è stato Bob Moog a inventare il sintetizzatore negli Stati Uniti degli anni Sessanta e no, la musica elettronica non è nata in Germania (Ovest) negli anni Cinquanta. E se state pensando: “Ah, ma sì che ci sono le pioniere, com Daphne Oram, Delia Derbyshire, Suzanne Ciani o Laurie Anderson” ricordatevi che sì, ci sono, ma nella vostra versione del racconto le compositrici sono tutte statunitensi o britanniche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma di questo, magari, ne parliamo la prossima volta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">–––––</p>



<p class="wp-block-paragraph">FONTI</p>



<p class="wp-block-paragraph">-Il saggio di Simon Crab si intitola “The irrational roots of electronic music” e la citazione compare a pagina 35 del volume in cui è contenuto: The Routledge Handbook to Rethinking the History of Technology-Based Music. A cura di J. Rudi e M. Adkins (Roultedge, London &amp; New York 2025).</p>



<p class="wp-block-paragraph">-La Commissione MEDEG – Musiche Elettroniche Donne e Genere è stata avviata nel febbraio 2025 e fa parte dell’AIMI, Associazione Informatica Musicale Italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph">-I report del Ministero dell’Università e della Ricerca a cui si fa riferimento riguardano il Sistema dell’Alta Formazione Artistica Musicale e Coreutica e sono, ad esempio: “Focus ‘Il Sistema AFAM’. Anno Accademico 2024-2025” a cura del MUR, Servizio Statistico o il precedente “Focus ‘Il sistema AFAM’. Anno Accademico 2021-22”. I dati sono disponibili sul Portale dell’Istruzione Superiore (https://ustat.mur.gov.it/), nelle sezioni Esplora i dati (https://ustat.mur.gov.it/dati/didattica/italia/afam) e li potete trovare qui:</p>



<p class="wp-block-paragraph">-https://ustat.mur.gov.it/media/1237/focus_afam_2021-2022_mur.pdf</p>



<p class="wp-block-paragraph">-https://ustat.mur.gov.it/media/1339/focus_afam_2024-2025.pdf</p>
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		<title>Benvenuti al Piagneto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 09:43:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Barbarie]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Al Piagneto ci si siede agli stessi tavoli, con la stessa faccia stanca e soddisfatta, e si racconta quanto sia insopportabile stare dentro un giro che ormai è diventato tappezzeria umana. E lì sta il trucco: stare fuori dal giro, a forza di volerlo, ti rende uguale a tutti gli altri.</p>
<p>Quando sei fuori dal giro abbastanza a lungo, scopri di essere finito esattamente nel giro.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Nel cuore di Roma c’è un quartiere dove l’anticonformismo è diventato quasi una regola di condominio. Si chiama Pigneto, ma chi osserva la città con un minimo di onestà — da urbanista, sociologo o anche solo da passante con occhio clinico — finisce per chiamarlo&nbsp;<strong>Piagneto</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché qui succede una cosa curiosa: chi arriva per distinguersi prova subito quella soddisfazione un po’ nervosa di chi pensa di aver trovato il proprio angolo irregolare nel mondo, salvo poi accorgersi che è lo stesso identico rifugio scelto da tutti gli altri che volevano sentirsi eccezioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradosso del Piagneto è tutto qui: la differenza prodotta in serie. Nessuno vuole sembrare normale, eppure alla fine si assomigliano tutti. Cambiano i dettagli, non il formato. C’è la barba curata che deve sembrare casuale, l’occhiale largo da intellettuale affaticato, la tote bag con la frase giusta, il cane rigorosamente salvato — o almeno narrato come tale. C’è anche una professione dai contorni sfumati ma pronunciata sempre con grande gravità: “lavoro su progetti”, “sto sviluppando una ricerca”, “porto avanti una pratica artistica”. E poi c’è il rapporto col denaro, che oscilla tra il disprezzo teorico e il sostegno familiare mai nominato troppo apertamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Più che un quartiere, sembra una messa in scena sociale molto ben riuscita. Chiunque si atteggi a strano, chiunque si racconti come alieno alle logiche del branco, prima o poi finisce da queste parti come una biglia che rotola inevitabilmente nella stessa buca del tavolo. E il punto è proprio questo: l’individualismo contemporaneo non produce individui, produce categorie. Uno vuole essere incompreso, e l’incompreso diventa un target. Vuole essere irregolare, e l’irregolare diventa subito estetica. Tutti scappano dal gregge con la stessa lentezza composta di una bicicletta a scatto fisso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Piagneto, in fondo, è il luogo ideale dei radical chic urbani. Artisti, creativi, documentaristi eternamente in cerca di distribuzione, dj che dichiarano guerra al mainstream salvo suonare sempre negli stessi tre locali, copywriter che parlano come se dovessero smontare il capitalismo e poi passano venti minuti a scegliere la tazza giusta per il caffè filtro. Altro che avanguardia: è una colonia perfettamente riconoscibile. Un acquario di classe, dove ogni pesce si crede squalo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se Bourdieu avesse avuto Instagram, probabilmente avrebbe passato mesi interi al Piagneto a osservare come il gusto, a un certo punto, smetta di distinguere e cominci a uniformare. Qui la distinzione non è più un fatto sociale: è un formato. Nasce da una somiglianza scelta, si ripete in serie, si consolida in abitudine. È il fordismo dell’eccezione. Ognuno recita il marginale con tale disciplina che il margine, alla fine, si trasforma in centro, poi in protocollo, poi in liturgia. Il ribelle del Piagneto è, in sostanza, un impiegato del ribellismo.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Il quartiere ama raccontarsi come laboratorio, frontiera, ultimo avamposto umano contro una Roma pacificata, venduta, turistica. Lo fa però mentre serve drink costosi in bicchieri bassi, mentre organizza letture sulla fine delle periferie a cinquanta metri da un murale di Pasolini usato come fondale morale, mentre denuncia la gentrificazione dopo averla trasformata in scenografia. E questa è forse la sua grazia più comica: riuscire a lamentare il proprio successo continuando a viverci comodamente sopra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pasolini, del resto, è il santo patrono di ogni conversazione di quartiere. Lo si tira in ballo con la stessa frequenza con cui altrove si chiama il portiere. Solo che il Piagneto ama Pasolini come certi borghesi amano la povertà: a patto che sia già diventata immagine, repertorio, icona. Il sottoproletariato pasoliniano, quello vivo, ruvido, scomodo, probabilmente disturberebbe il brunch. La sua versione addomesticata, invece, funziona benissimo accanto a una libreria indipendente e a un festival di cinema militante sponsorizzato da chi vende gin artigianale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la letteratura, a forza di essere citata, finisce per ridursi ad arredamento. Morante serve a dare spessore all’idea di Roma popolare. Benjamin trasforma ogni muro scrostato in rovina significativa. Foucault giustifica il tavolino occupato per tre ore con una sola bevanda. Deleuze autorizza un’altra frase sui flussi, sui corpi, sui margini. Heidegger parla di autenticità, ma nessuno si ferma sulla domanda decisiva: se siete tutti autentici nello stesso identico modo, non state semplicemente recitando una parte?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il Piagneto non produce bohémiens spontanei. Produce bohémiens amministrati. La gente si veste da incidente, ma è il risultato di una filiera culturale precisissima. Disprezza i quartieri omologati e poi frequenta solo luoghi in cui l’omologazione viene ribattezzata “cura del dettaglio”. Guarda il centro storico come un luna park per turisti, e intanto trasforma il proprio isolato in un piccolo parco tematico dell’alternativa certificata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è anche un aspetto morale in questa geografia. Se vivi in un altro quartiere, sei guardato con sospetto. Se vivi qui, parti già con un capitale simbolico in tasca. Basta dire “abito al Pigneto” — o meglio, al Piagneto — perché nella testa degli altri tu diventi automaticamente sensibile, consapevole, legato alla realtà. Il CAP funziona come un certificato etico. A quel punto non importa nemmeno più cosa fai davvero: basta sapere dove prendi l’aperitivo per intuire come voti, quali libri fingi di leggere e quanto dici di odiare il successo mentre cerchi disperatamente di ottenerlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi c’è l’economia affettiva del quartiere: tutti esausti, tutti sfruttati, tutti sottopagati, tutti contro il neoliberismo, ma sempre presenti dove bisogna esserci. Vernissage, opening, dj set, presentazioni, proiezioni, cene sociali, mercatini consapevoli, feste improvvisate con invito fatto circolare con grande attenzione. Il Piagneto è anche questo: il regno della precarietà artistica trasformata in ambiente. Si soffre, certo, ma si soffre con networking. Qui il lamento non è solo uno stato d’animo: è una valuta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quel punto il nome giusto diventa inevitabilmente Piagneto. Non perché qui si pianga più che altrove — a Roma i lamenti sono sport cittadino — ma perché qui il pianto ha una forma più elegante, più composta, quasi più fotogenica. Non si dice “sto male”. Si dice: “sono stanco di una città che ti divora”. E intanto non si va via, perché fuori da quel perimetro l’identità si sgonfierebbe come una bici vecchia con la ruota bucata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La parte più divertente è che chi arriva al Piagneto per sembrare totalmente fuori dal giro finisce nel giro più riconoscibile della capitale. È quasi una commedia. Scappare dalla folla produce una folla più esigente, più snob e infinitamente più prevedibile. Qui l’eccezione non conferma la regola: prenota su WhatsApp per le 20.30.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Detto brutalmente, il Piagneto è il quartiere dove la gente che segue tutti alza il mento e si convince di aver fatto una rivoluzione. È il quartiere dove la novità è così diffusa da essere diventata paesaggio. Dove la stranezza è la forma più ordinaria dell’appartenenza. Dove chi si sente alieno finisce regolarmente a condividere emozioni con altri alieni, tutti perfettamente catalogabili.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Il Pigneto" width="500" height="375" src="https://www.youtube.com/embed/1VnQ4H9Knqs?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Il quartiere è piacevole, vitale, pieno di energia. Nessuno lo nega. Ma proprio per questo bisognerebbe raccontarlo senza mitologie. Il Piagneto non è il margine del mondo: è un club all’aperto per persone convinte di non voler appartenere a nessun club. È Groucho Marx in versione immobiliare: non vorrei mai far parte di un ambiente che accoglie gente come me, ma intanto firmo il contratto, apro il vino naturale e pubblico una storia con didascalia ironica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alla fine la morale è semplice. A Roma la gente passa la vita a cercare un posto dove sembrare incompresa, sbagliata, fuori asse, felicemente stonata. Poi, prima o poi, finisce tutta nello stesso punto: al Piagneto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al Piagneto ci si siede agli stessi tavoli, con la stessa faccia stanca e soddisfatta, e si racconta quanto sia insopportabile stare dentro un giro che ormai è diventato tappezzeria umana. E lì sta il trucco: stare fuori dal giro, a forza di volerlo, ti rende uguale a tutti gli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando sei fuori dal giro abbastanza a lungo, scopri di essere finito esattamente nel giro.</p>



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		<title>L’importanza di essere Giuli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 09:21:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Bestiario]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo debitori di un gallo ad Alessandro Gotama Giuli, lo Shakyamuni del MIC, il fondatore, antesignano, apripista, e conseguentemente massimo esperto della Via della Basetta Destra. </p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Un lungo tavolo da conferenza ospita due docenti universitari, un sociologo, un’artista, un attore-doppiatore, il direttore di una rete televisiva locale e un consigliere regionale intervenuto in auto blu.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I microfoni sono accesi sopra una tovaglia azzurrina un poco stinta. L’argomento della prolusione riguarda l’architetta&nbsp;<em>Caia Sempronia</em>: cementificazione modernista organizzata con decoro medio-borghese. Ogni virgola, ogni attimo, ogni singola posa dei conferenzieri s’apparecchia alla vertigine linguistica della desinenza di genere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul pavimento di linoleum pompeiano, sgommano le scarpe del pubblico che prende posto. Poi, quando si fa silenzio, l’incanto pare funzionare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto diventa una primavera di boschetti uggiosi che fioriscono nell’omeostasi progressista. Il copione arrangia enfasi del vuoto, retorica della marginalità, elitismo della sottrazione. Come prescrivono i programmi a rotazione nelle scuole di scrittura creativa, il potere simbolico del linguaggio serve a legittimare una determinata gerarchia di valori e rapporti sociali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo specifico femminile dell’architettura deve dunque presentarsi ai fatti solo attraverso l’appropriata nominazione identitaria: o&nbsp;<em>architetta</em>, o niente. Sarebbe una banale tautologia, ma la carezza lisergica del femminismo ideologico resta irresistibile. L’omeostasi progressista è il tavor dell’ambiente intellettuale. Ci si sente come piccoli satrapi distesi lunghi sui cuscini bianchi di un aperitivo al tramonto. Solo che sul punto di strafarsi, arriva Gennaro Sangiuliano. Il ministro trombato della&nbsp;<em>Cultura di Destra</em>&nbsp;trotterella, beccheggia, sgambetta e sputacchia. Interrompe, si siede e prende la parola. Col microfono in mano, il compito di Sangiuliano è dare a testate dentro l’egemonia. Per questo la Provvidenza, divina architetta, gli ha incerottato il cranio contundente. Sangiuliano è turgido, gonfio e tronfio, con le sinapsi in pieno bunga bunga. Apre forte su Croce e Prezzolini. Passa a una&nbsp;<em>laudatio</em>&nbsp;del razionalismo. Paragona la Torre Eiffel al Ponte sullo Stretto. Finisce in una temeraria geremiade sulla speculazione edilizia nel periodo del boom italiano. Quando parla di&nbsp;<em>Caia Sempronia</em>, Sangiuliano usa la locuzione “donna architetto”. Dimentica che la voce “architetta” si attesta in letteratura italiana da almeno quattro secoli. Ci sarebbe anche “architettrice”, con elegante suffissazione dal desueto “architettore”. Poi Melania G. Mazzucco ci ha fatto il titolo di un libro è la storia è finita lì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il quarto “donna architetto” di fila comincia a dare sui nervi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si sente un rumore di denti che digrignano e di cannucce di biro spaccate sulle ginocchia. A un certo punto, nella sala entra un’illuminazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Prendetelo! È Giuli!» urla Sangiuliano, indicando un grande cubo specchiante vicino all’ingresso. Largo e alto una ventina di centimetri sopra il metro, il cubo sembra un’installazione di Pistoletto, o il fondo di magazzino di un mobilificio del Guangdong. Sangiuliano è in piedi di scatto. Inizia a farsi largo in mezzo alle sedie di plastica. Il cubo fa un balzo in avanti, si volta e si dilegua, sparendo dietro una nuvoletta sulfurea. Per terra, resta un piccolo monile dorato. È un fermacravatta a forma di falcetto druidico. Sangiuliano lo mostra in trionfo agli astanti: «Giuli non può fare a meno di me», dice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In effetti, l’attuale ministro italiano della Cultura vive dentro un colossale fraintendimento narrativo. È stato abbastanza semplice scorgere nelle basette risorgimentali di Alessandro Giuli l’arrivista che emerge dalla risacca della politica, attaccato allo scoglio della poltrona col bisso della cozza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma ci vede più lungo chi cerca l’uomo scatola nascosto in una corazza di riflessi.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Giuli viene dalla figliata del Foglio. Adesso l’abbiamo seguito in azione: finta di fioretto a Buttafuoco e scazzottata in rutto libero con Salvini. La sua cifra muove dentro il disgusto pseudo-aristocratico, piuttosto che nella comune vanità borghese. Non si può non volergli bene, come Malaparte voleva bene ai soldati americani per le strade di Napoli. Giuli porta nella&nbsp;<em>rivoluzione dell’infosfera globale un’ontologia intonata al nostro apocalittismo difensivo</em>. In fondo, l’oscuro discorso che il ministro ha regalato al suo insediamento disegnava il codice amministrativo del saggio eunuco di corte. La cultura in C maiuscolo pretende l’intenzione manifesta di adeguarsi alla carriera del compiacente corniciaio di un potere classista, che s’allarga intorno la sua chierica di terra bruciata. La strategia di Giuli è stata confondere l’autonomia con l’automazione, mettendosi in scena come forma attillata di robotico funzionario al profumo di muschio e ambra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bisogna intendersi sui programmi di un ministro della Cultura, nell’era dell’intelligenza artificiale. Se si tratta di dirigere il traffico di padiglioni alla Biennale e la bella figurina di Beatrice Venezi sul podio della Fenice, allora va bene un chatbot qualsiasi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cultura preesiste al commercio, perché finanzia il capitale di fiducia che fonda il mercato. Ma non è possibile chiedere a un intellettuale organico come Giuli di entrare, in stivali di cuoio, nel conflitto contemporaneo tra valore e utilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema della produzione di utile deve poter continuare ad assorbire la totalità dei territori della cultura nella sfera economica. Quando il senso di comunità sociale evapora nelle infinite trame individuali della rete digitale, il valore intrinseco della cultura diventa valore d’uso, riducendosi a puro intrattenimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A noialtri umile colonia dell’impero, s’impone il vassallaggio dell’uscita dalla storia, dove l’individuazione delle parti genera la disintegrazione dell’intero. La sola egemonia che conta, è quella di se stessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A fronte delle eruzioni vesuviane di Sangiuliano, la scaltrezza di Giuli gli ha consentito di virare la propria volontà politica verso un ardente progetto d’impotenza. Neanche la più spinta libidine catto-conservatrice avrebbe potuto immaginare una simile evoluzione democristiana del passaggio al bosco. Giuli nulla cambia perché niente può. Gli va tuttavia riconosciuto il merito di sostenere le maestranze sartoriali a Cinecittà, con la commissione dei suoi impeccabili outfit.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"></p>
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