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		<title>Il problema di quando la musica elettronica la possono fare tutti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2026 09:25:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dominio della Tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[industria musicale]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prima parte.</p>
<p>L'articolo <a href="https://ilnemico.it/il-problema-di-quando-la-musica-elettronica-la-possono-fare-tutti/">Il problema di quando la musica elettronica la possono fare tutti</a> proviene da <a href="https://ilnemico.it">Il Nemico</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Parte prima. Siamo il bolo schiumoso dell’evoluzione</strong></p>



<p>Forse dovrei smettere di occuparmi di storia della musica elettronica. Secondo l’ultimo report della Federazione Industria Musicale Italiana, l’82% degli stream riprodotti nel 2025 riguarda brani pubblicati dopo il 2010. È un dato tombale, che dovrebbe portarmi a seppellire ogni mia riflessione. Tanto, di questa storia iniziata quasi due secoli fa non importa a nessuno, eccetto una manciata di scoppiati che di notte ascolta il suono del frigo infrangersi sulle pareti di casa. Eppure, la storia della musica elettronica riguarda tutti noi e ci tocca ancor più da vicino da quando il confine tra chi produce e chi consuma musica è stato polverizzato dalle vertigini della spirale tecnologica.</p>



<p>Quando la musica elettronica era una questione di cataste di oscillatori alte come armadi e per farla serviva il budget di un centro di ricerca statale, la sua storia poteva tranquillamente restare nelle competenze di ingegneri del suono e Maestri compositori. Potevamo permetterci di ignorarla, che tanto era “roba loro”.</p>



<p>A ben vedere, quella musica però non era poi così distante dalle orecchie e dalle vite dei nostri nonni o dei nostri genitori, perché anche allora come oggi, la musica elettronica entrava di continuo nelle case delle persone. Lo faceva in incognito, nelle colonne sonore di sceneggiati di fantascienza come&nbsp;<em>A come Andromeda</em>&nbsp;(1972), opera di Mario Migliardi creata allo Studio di Fonologia Rai di Milano; oppure percolava fuori dagli altoparlanti della radio grazie ai tanti radiodrammi con le musiche di Luciano Berio e Bruno Maderna o strisciava con i suoi bleep-blop tra i velluti del cinema, come dimostrano – tra le altre – la deflagrante colonna sonora di Piero Piccioni per il&nbsp;<em>Caso Mattei</em>&nbsp;(1972) di Francesco Rosi o quella di Gino Marinuzzi Jr. per&nbsp;<em>Terrore nello Spazio</em>&nbsp;(1965) di Mario Bava.</p>



<p>Per quanto lo stesso Luciano Berio avesse tentato di spiegare agli italiani il volto e la storia di questa “nuova” musica in programmi televisivi come <em>C’è musica &amp; musica</em>, andato in onda dal Secondo canale nel 1972 e nel 1976, la storia dell’elettronica ha sempre avuto attorno a sé un recinto, una sorta di miraggio o allucinazione costruita per farla apparire snob e distante. Così distante che nel suo racconto istituzionale non rientrano nemmeno i popolarissimi Kraftwerk, la musica cosmica della Germania Ovest, quella dei Pink Floyd, il prog o le produzioni di Giorgio Moroder. Nei libri, la storia della musica elettronica ha sempre avuto selezioni alla porta così rigide che il Met Gala, al confronto, sembra la sagra della castagna di Mammolecchio.<a href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!x3oq!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F36fecd48-b9af-46bd-a874-c604cfc89e57_2256x1269.jpeg" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></p>



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<p>Oggi però la faccenda è diversa. Con quello che abbiamo in tasca o sulle nostre scrivanie, non solo siamo ascoltatori, ma siamo tutti potenziali produttori, critici, fan, amatori, consumatori e professionisti della musica elettronica. Quando apriamo un qualsiasi software per registrare un brano, quando mixiamo gli mp3 con il telefono a una festa, quando vagabondiamo senza meta tra i potenziometri di un synth da pochi euro o creiamo un loop per il nostro post nei social, stiamo facendo musica elettronica e stiamo usando le intuizioni di qualcuno che ha immaginato e progettato il nostro presente musicale più di un centinaio di anni fa.</p>



<p>Se possiamo produrre una traccia e caricarla su Spotify in dieci minuti, significa che ormai siamo tutti ingranaggi della cultura elettronica e che la sua storia ci appartiene per forza. Non siamo consumatori-produttori nati dal nulla. Siamo il bolo schiumoso di un’evoluzione, la fetta di un racconto che ha un “prima di noi” e che avrà un “dopo di noi”, mentre l’“adesso”, il nostro presente, ci viene venduto come l’epoca d’oro della democrazia musicale. Grazie all’accesso universale alla tecnologia, chiunque può fare, ascoltare, trasmettere e condividere musica elettronica. Accesso universale. Democrazia. Ma siamo sicuri che sia proprio così? Questa, vedrete, è una domanda che tornerà spesso.</p>



<p>Un po’ come accadeva al protagonista del film <em>Essi vivono</em> quando indossava gli occhiali neri e svelava un mondo fatto di mostruosi alieni-zombie, la conoscenza della storia della musica elettronica può trasformarsi in una lente capace di rivelare la vera identità del mondo in cui viviamo. Il problema però, è che la storia non è mai solo una: da una parte c’è la storia ufficiale, quella delle scuole, delle accademie, che è il canone che disegna la realtà che abitiamo ogni giorno. Dall’altra, c’è la storia sommersa, quella che si è deciso di lasciar fuori, che non si racconta e che probabilmente immortala l’unico posto a cui vorremmo appartenere.</p>



<p>Se vogliamo capire dove ci hanno costretti a stare, dove avremmo avuto il diritto di essere e, soprattutto, quale presente dobbiamo imparare a rifiutare, occorre conoscere entrambe le storie. Ma prima dobbiamo accettare che il canone ufficiale è un prodotto del costume, figlio – o vittima – di contingenze politiche e culturali. Perché quella che ci tramandano è una storia fatta di scelte e di elisioni, ed è proprio lei a dimostrarci quanto il nostro modo di stare al mondo sia il frutto di discriminazioni sistematiche.</p>



<p>Ma di questo, magari, ne parliamo la prossima volta. L’articolo di Johann Merrich continua la settimana prossima.</p>



<p><strong>–––––</strong></p>



<p><strong>FONTI</strong></p>



<p>Il dato riportato nel report della Federazione Industria Musicale Italiana lo trovi a pagina 15, qui:&nbsp;<em>Il mercato discografico italiano | Report FIMI 2026</em>.<a href="https://www.fimi.it/mercato-musicale/pubblicazioni/">&nbsp;https://www.fimi.it/mercato-musicale/pubblicazioni/</a></p>



<p>Per saperne di più sull’elettronica prodotta allo studio di Fonologia consiglio i saggi e i libri di Angela Ida De Benedictis. Potete partire da “Berio, Maderna e i «sottofondi». Storia sintetica di un tributo involontario all’evoluzione di un’arte”. Disponibile gratuitamente e in versione integrale su <a href="http://academia.edu/">Academia.edu</a>: <a href="https://www.academia.edu/1169088/Berio_Maderna_e_i_sottofondi_Storia_sintetica_di_un_tributo_involontario_all_evoluzione_di_un_arte">https://www.academia.edu/1169088/Berio_Maderna_e_i_sottofondi_Storia_sintetica_di_un_tributo_involontario_all_evoluzione_di_un_arte</a></p>



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		<title>Tucker Carlson doveva fare Hip Hop</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2026 09:19:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tucker Carlson sarebbe stato un grande rapper. Sarebbe stato difficile non rispettarlo perché avrebbe goduto della cosiddetta street credibility. Non in senso stretto ovvio, ma anche quando si addentrava in battaglie che da una parte facevano storcere il naso ai dem e dall’altra facevano incetta dei rutti di consenso dei vari Jim, non si è mai venduto, nemmeno quando l’industria gliene ha dato i mezzi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>L’ex anchorman di Fox News è in totale rottura con l’amministrazione Trump. I recenti asservimenti del Presidente nei confronti della politica estera israeliana non sono piaciuti a una fetta molto pesante del suo elettorato che comprende sia quelli a cui gli ebrei per qualche motivo non piacciono proprio, sia quelli che convinti che gli attuali interessi americani possano prescindere da quelli di Israele. Tucker Carlson è il portavoce e porta-pensiero di questa delusa frazione di MAGA, quella della classe media un tempo impiegata a frotte nelle fabbriche del Midwest o nelle imprese agricole del Sud, che si aspettava dall’amministrazione repubblicana sicuramente un’azione decisa da piedi sul tavolo che restituisse agli USA il prestigio e la trazione che gli spetterebbero, ma non che usasse davvero gli strumenti che resero grande l’America la prima volta: il genocidio, il petrolio e una propaganda tanto stratificata quanto martellante.</p>



<p>Carlson era a tutti gli effetti l’incarnazione del trumpismo, al punto da venir indicato come valido successore del Tycoon da David Duke, nientepopodimeno che l’ex gran maestro del Ku Klux Klan. Numerose le accuse di razzismo, misoginia e sessismo nel corso della sua carriera, tutte mostrate ai suoi seguaci come medaglie al valore o come ferite di guerra. Carlson era talmente Americano con la ‘A’ maiuscola che nel 2024 Putin scelse proprio lui come unico giornalista occidentale degno di intervistarlo dopo l’inizio dell’operazione speciale in Ucraina del 2022. Il portavoce del Cremlino Dimitrij Peskov disse che Tucker Carlson, a differenza della maggior parte dei suoi colleghi occidentali, non era da considerare né un filorusso né un filo ucraino, ma solamente un genuino conservatore americano, molto intelligente, ma altrettanto realista e perciò privo di interessi minacciosi per l’immagine di Putin. Quest’intervista ha impostato per un po’ di tempo la linea di pensiero MAGA sulla questione russa, Carlson in 2 ore di video mostra l’inaccessibile Zar in tutto il suo freddo splendore da imperatore orientale e lo candida di fronte all’opinione pubblica come un valido alleato di Trump contro la diffusione della cabala democratica.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Interview to Tucker Carlson" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/hYfByTcY49k?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p>Rispetto ai repubblicani della campagna, i galli del mondo MAGA delle città, con la loro retorica a <em>La vita secondo Jim</em>, sono quelli che più hanno l’ambizione di impersonarsi in Carlson. Ne assumono la postura integra e affidabile e conducono la propria vita come se con il volgere delle generazioni avessero somatizzato le nefandezze colonialiste commesse dai padri fondatori, ma invece che ripudiarle, finanche all’auto-razzismo, preferiscono conservarle gelosamente in un angolo della propria personalità e giustificarle all’occasione richiamando tempi più difficili, o a volte Darwin. Grazie a questo asset genetico sono pervasi continuamente da quello stesso senso di magnanimità che ti accompagna quando ti trovi in un negozio che eri solito derubare da bambino. Ora che sei diventato grande, accetti di buon grado di rispettare i costumi, e paghi per i tuoi acquisti; ma è proprio in quel momento che ti sembra di emanare un calore particolare dovuto al controllo di quel talento che ti consentirebbe, in caso di reale bisogno, anche di tornare il ladro che eri e che in fondo non hai mai smesso di essere. Allo stesso modo il repubblicano da cappello rosso e gilet di jeans sente che il suo DNA-USA non lo tradirà di certo quando una minaccia esistenziale si farà viva.</p>



<p>Oggi allora salta fuori l’ipocrisia (o la sacrosanta ignoranza) dei MAGA che quando le difficoltà arrivano in pompa magna per risvegliare gli spiriti assopiti del popolo americano, ecco che tentennano. Se il loro americanismo latente con cui tanto si pavoneggiano fosse stato autentico, avrebbero immediatamente smesso di andare a pagare in cassa, ignorando spudoratamente qualsiasi politica moralista che finora, in tempi di pace, avevano sempre liquidato con il populismo, oppure esibendo lo stesso sorriso scocciato e autocompiacente che si rivolge al figliolo che si fa i capelli ossigenati. Ad oggi l’America è al tramonto, il dollaro è carta straccia e la povertà è ovunque: se non ora, quando? Me li sarei aspettati in prima linea, finalmente pronti per difendersi attivamente contro i virus orientali che subdolamente stavano contagiando quei mercati che loro avevano già contagiato per primi, pagando per altro un altissimo prezzo di sangue della migliore qualità. Insomma, credevo davvero che sarebbero stati felici di interrompere finalmente il giochino del diritto internazionale perché era giunto il momento per i grandi di mettere a posto il tavolo.</p>



<p>E invece eccoli pavidi, tremanti a denunciare violenze, bugie e tradimenti del proprio presidente. Si capisce quindi che Tucker Carlson sarebbe stato un grande rapper. Sarebbe stato difficile non rispettarlo perché avrebbe goduto della cosiddetta street credibility. Non in senso stretto ovvio, ma anche quando si addentrava in battaglie che da una parte facevano storcere il naso ai dem e dall’altra facevano incetta dei rutti di consenso dei vari Jim, non si è mai venduto, nemmeno quando l’industria gliene ha dato i mezzi. Nel 2020 usò i palchi della Fox per aizzare le folle contro i presunti brogli elettorali escogitati dal deepstate per favorire Biden e ora usa la sua influenza per denunciare anche chi, come Donald Trump e tutto il mondo America First, ha contribuito in maniera decisiva a dedicargli quella posizione così risonante, mantenendo negli occhi quello stesso luccichio di sempre. La sua libera parola non risparmia nessuno e non appartiene a nessuno se non a sé stesso e alla sua comunità; questo i fan del rap lo capiscono, lo rispettano e poi però si fermano lì. I fan di Tucker Carlson invece non sono così. 2 ore di episodio podcast, tenuti con quella faccia allo stesso tempo allarmata e dignitosa, stampata su quel massiccio cranio da chad caucasico, non sono come un album rap, perché i suoi ascoltatori modulano apertamente la propria forma mentis in base alla sua. Forse è per questo che oggi sembra che sia finito nelle liste nere della CIA, in quanto avrebbe avuto contatti con il regime Islamico di Teheran prima dell’inizio dei bombardamenti; nel frattempo lui ospita Joe Kent, l’ex direttore del National Counterterrorism Center dimessosi in seguito all’inizio degli attacchi accusando Israele di aver costretto Trump al conflitto.</p>



<p>Se tutte queste cose da&nbsp;<em>late noticer</em>&nbsp;le avesse dette in un disco, magari chiamato “CARLSON”, magari decorandolo con orpelli di stampo cattolico come va di moda ora, forse nel peggiore dei casi sarebbe sparito dalle radio mentre nel migliore dei casi sarebbe stato usato come collettore di voti in vista delle imminenti elezioni del prossimo neonazista di facciata. Invece, vista la sua efficacia dialettica, la paura che aleggia in America è quella di un nuovo caso Kirk, che possa restituire ai consumatori più distratti la figurina ricordo di Carlson nella sua forma miope e innocua di MAGA, che tanto rassicura gli zotici e poco stuzzica Israele. Ma resisti Tucker, finché non c’è il meme, forse c’è speranza.</p>



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		<title>La cultura è un demagogo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 07 May 2026 09:14:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intellighenzia]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[egemonia culturale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prima parte.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Sono seduta di fronte alla docente di architettura dell’Accademia di Belle Arti. Sono seduta di fronte alla docente di architettura per sostenere un colloquio all’Accademia di Belle Arti. Mi chiede come mai io sia interessata a un percorso in accademia se di fatto un lavoro già ce l’ho. Mi chiede stizzita quali siano le mie prospettive lavorative. Interpreta, la docente di architettura, il mio interesse come una frode, o anzi pure peggio come una perdita di tempo. Aggiunge poi che il percorso, questo dell’Accademia di Belle Arti, lo reputa inadatto perché piuttosto diverso dalla mia attuale mansione. Alla docente di architettura non dico che la mia attuale mansione serve a pagarmi le bollette. Le dico piuttosto che il tono della conversazione mi stupisce, che la reputo più adatta a un’agenzia interinale. Spiego all’architetto di essere lì per imparare e non per cercare un lavoro. La docente di architettura si stizzisce, insiste col suo scetticismo, mi suggerisce che dovrei considerare allora l’idea di licenziarmi. Procede poi a farmi domande molto tecniche sul disegno anatomico. Quando lascio l’aula sono stordita e mi sudano i palmi delle mani.<br><br>Mi circondano adesso, seduta sul gradino d’ingresso, le matricole dell’Accademia di Belle Arti. Una ragazza di diciotto anni dice a una poco più grande di lei che avrebbe voluto scegliere il corso di pittura. Dice che però <em>con i dipinti non fatturi</em>. La citazione è una citazione diretta. La sua collega risponde che per lo stesso motivo lei ha scelto il corso di progettazione piuttosto che quello di scultura. Le due diciottenni iniziano a parlare di fondo pensionistico nel cortile dell’Accademia di Belle Arti. <em>E’ già tanto se ci arriviamo vivi alla pensione</em>. Lascio il cortile e le matricole con le guance rosse di rabbia. Non mi iscrivo all’Accademia di Belle Arti quando scopro di aver superato il colloquio.</p>



<p>L’episodio qui proposto è di scopo aneddotico ed è anche un frammento quotidiano della nevrosi che scandisce la società contemporanea. Anzitutto, perché la nevrosi in questione è governata – come ci fa notare circa tutto nel mondo – da un crescente stato di paura, per cui&nbsp;<em>nessuna libertà è possibile</em>&nbsp;(Han, B.-C., 2025). In ogni caso, più che sul dominio che il terrore detiene sulla nostra vita psichica, in questa occasione ci soffermeremo su una delle cause principali di questa tendenza a temere tutto, che è quella del rapporto tra l’uomo moderno e il tempo. Si parta dall’assunto che la paura annulli la futurabilità: provare terrore rende cioè difficile credere nella possibilità di un domani e diminuisce i desideri di provare a costruirlo. Crea cioè un individuo prigioniero del suo desiderio inespresso (il desiderio di unione con l’altro), immobilizzato.</p>



<p>La paura della morte che contraddistingue soprattutto l’Occidente sembrerebbe dettata da un Capitale che agisce annientando la vita psichica attraverso la narrazione dogmatica che propone sul tempo: questo è da noi percepito come limitato, ridotto a qualcosa di finito, lineare e prestabilito. Credere alla possibilità di un domani risulta essere sempre più difficile. Si genera così un processo di annientamento del sé e di disinteresse. Queste due emozioni causano risultati negativi sia sulla pratica di pensiero che sulle modalità di costruzione di comunità, le uniche due componenti utili a costruire nuove strategie del vivere. Ma l’uomo moderno, progressivamente più isolato e diffidente, non può imparare da nessun altro che non sia se stesso. A questo sé emarginato altro non resta che produrre e alimentarsi attraverso le istituzioni, attraverso cioè l’apprendimento inteso e incluso sotto il termine ombrello di “<em>cultura</em>”. Tuttavia, la cultura è anch’essa ormai un agglomerato della società dei consumi, un arto malmesso e tumefatto, nascosto dal guanto della performatività. In questo senso, la cultura è il demagogo dell’uomo moderno: manipola le sue aspirazioni, deforma i suoi desideri, lo seduce con la promessa di un futuro in cui egli sarà finalmente visto. La cultura diventa una consolazione provvisoria, un minuscolo innaffiatoio di fronte al deserto del quotidiano.</p>



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<p>La struttura della cultura è devota agli altarini dell’Io-isolato, che si alimenta dell’emotività del singolo, solo e in costante allerta, nonché della sua ricezione passiva del tempo, che viene subìto piuttosto che interpretato o interrogato. Una volta sottratte all’umano la comunità e il ritmo naturale (diverso dal tempo), tutto ciò che rimane al singolo è se stesso. Il suo carattere, la sua carriera, persino i suoi ideali, diventano le uniche componenti capaci di permettere all’uomo di potersi affermare nel mondo. Ma nulla di quello che abbiamo appena citato (la sua carriera, il suo carattere, i suoi ideali), è in verità suo proprio; deriva piuttosto da un processo di assorbimento della cultura stessa, dunque poco più di un rimescolamento delle nozioni apprese attraverso le istituzioni. Se l’educazione passa solo e unicamente dagli enti riconosciuti la vita dello spirito sarà anch’essa istituzionalizzata, ossia si abituerà a livello inconscio a ragionare solo secondo gli schemi proposti dagli stessi organismi di coordinamento (la scuola, l’Università, i media) e userà quegli stessi schemi anche nei suoi tentativi di combatterli. E miseramente fallirà.</p>



<p>Subentra in questo il ruolo fondamentale del ragionamento, inteso come abitudine al pensiero filosofico. Sarebbe dunque il caso di cominciare a ragionare sul concetto di istruzione e di provare a sostituire quello di educazione con quello di apprendimento. Un primo punto di osservazione può essere fornito da ciò che sta accadendo alla figura dell’insegnante, ormai del tutto cannibalizzato dal nostro sistema educativo, come sostiene Nancy Fraser.</p>



<figure class="wp-block-image"><a class="image-link image2 is-viewable-img can-restack" href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Mt06!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fd0d7a72a-d84d-41af-8fd6-56f68d339feb_720x380.jpeg" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><img decoding="async" src="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!Mt06!,w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fd0d7a72a-d84d-41af-8fd6-56f68d339feb_720x380.jpeg" alt="" title=""/></a></figure>



<h4 class="wp-block-heading">A che punto è l’istruzione?</h4>



<p>Appiccicata al muro dell’università una locandina recita: <em>l’AI non sostituirà i professionisti. Sostituirà chi non la conosce</em>. In alto, a caratteri cubici, le parole “corso di perfezionamento”. In basso a destra uno sticker fucsia fluo di Kuromi. Se il linguaggio è ciò che crea il ponte tra il simbolico e il reale, allora quello che lascia intuire lo slogan è semplice: la specializzazione ha sostituito la conoscenza. Nel sistema di istruzione superiore ciò che è legato al sapere e all’insegnamento è stato plasmato verso la creazione di strategie dedite solo a creare nuova forza lavoro e nuove economie. In aggiunta a questo il lavoro, che è diventato il fulcro di qualsiasi processo immaginato e immaginabile, preferisce stimolare idee per generare profitto piuttosto che esercizio al pensiero critico. A regolare gli spazi istituzionali e d’istruzione sono la prontezza e la rapidità robotica e artificiosa. Di fronte a questa constatazione le implicazioni da approfondire sarebbero numerose ma il comune denominatore di tutte è anche in questo caso il desiderio di controllare il tempo piuttosto che abbandonarsi al suo ritmo naturale.<br><br>La precarietà, che è un difetto strutturale, viene adesso venduta come responsabilità del singolo. Questo porta il singolo a cadere in una trappola, a sviluppare (in maniera conscia o inconscia) nuovi metodi di adattabilità e di perfezionamento della sua disciplina, non per un suo desiderio autentico, ma per un tentativo piuttosto di non rimanere indietro rispetto a un tempo che accelera. Se questo avviene, è anche e soprattutto perché nella mentalità neo-liberista il fallimento è legato direttamente alla propria occupazione e alla propria capacità di trovarne &#8211; e mantenerne &#8211; una. Il tempo smette così di essere durata e diventa scadenza e la vita diventa una corsa per rendersi visibili, anche quando questo significa fronteggiare enormi carichi di stress, spese insostenibili e una costante prossimità al <em>burnout</em>. Vivere tra debito e precarietà significa modificare il rapporto che si ha col futuro, con l’idea di scelta e con quella di sicurezza. Questo <em>leitmotiv</em> danneggia e regolamenta, dunque, anche le modalità di apprendimento: nel dibattito contemporaneo prevale infatti un approccio al sapere inteso come preparazione funzionale al lavoro futuro. In questa prospettiva il sapere viene presentato come un processo lineare, orientato a obiettivi chiari, immediatamente comprensibili e facilmente trasferibili ad altri contesti.<br><br>Si privilegiano attività capaci di rendere evidente fin dall’inizio la loro utilità e i risultati attesi, mentre pratiche il cui scopo non appare subito definito o che non producono effetti misurabili nel breve periodo tendono a essere guardate con sospetto o sottoposte a pressioni affinché dimostrino rapidamente la propria efficacia. Il sapere non ha così più modo di seguire la sua via più sincera, ovverosia quella volta alla ricerca, e alla necessità che la vita psichica ha di approcciarsi alla conoscenza attraverso un percorso non lineare, esteso nel tempo, fatto di tentativi e ripetizioni, deviazioni e contraddizioni, in cui il significato di ciò che si apprende può emergere solo in un secondo momento o in modo indiretto. Le istituzioni non sono esenti da questo modo di intendere la conoscenza e anzi contribuiscono a rafforzare modelli di apprendimento orientati alla prestazione e al risultato. In questo quadro gli studenti finiscono per interiorizzare una logica fondata sul profitto simbolico, sulla massimizzazione dei risultati e sulla ricerca di riconoscimento da parte dei docenti e dei propri pari. Ne deriva un ambiente in cui il sapere si piega verso rendimento e visibilità, producendo di fatto una selezione implicita: alcune forme di conoscenza vengono premiate e legittimate, mentre altre, meno immediatamente produttive o riconoscibili, restano ai margini. Anche in questo caso chi vive l’istituzione finirà per cibarsi dei suoi scarti e col riprodurne le stesse modalità. Prima di diventare professore, infatti, chi fa poi del sapere una carriera attraversa quasi sempre una lunga sequenza di ruoli intermedi: assistente, supplente, ricercatore, o peggio ancora un Accademico. Della figura dell’Accademico parleremo però la settimana prossima, sempre qui su Nemesi.</p>



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		<title>Vorrei avere il controllo della salivazione di Stefano Massini</title>
		<link>https://ilnemico.it/vorrei-avere-il-controllo-della-salivazione-di-stefano-massini/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 09:46:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Bestiario]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[La7]]></category>
		<category><![CDATA[televisione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immersione dentro le asciuttissime fauci di Stefano Massini.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Qui al Nemico tra una spiritosaggine e un invito alla dissoluzione dello stato democratico si sarebbe anche gente seria. E infatti l’altro pomeriggio si stavano vagliando proposte per una ricerchina scientifica. Ipotesi, ambiente sperimentale, raccolta dati. Una roba fatta bene. Vincenzo Profeta, per dire, suggeriva una rilettura accelerazionistica di Domenica In. Vittorio Ray un argomento di estrema finezza intellettuale che purtroppo mi è impossibile riferire perché di troppo superiore alla mia gittata cognitiva. Poi, all’improvviso, viene fuori il nome di Stefano Massini. Io, che sono un ingordo bastardo, senza pensarci alzo il lapis e mi propongo.</p>



<p>“Benissimo: Massini”, dicono.</p>



<p>“Ottimo”, rispondo. “Inizio a selezionare un campione”.</p>



<p>“Sei te il campione”.</p>



<p>“Sì, lo so, troppo buoni, ma io intendo campione nel senso di sottoinsieme della popolazione…”.</p>



<p>Lo scambio si spenge lì. Nessuno aggiunge altro, Profeta inizia a parlare di Massimiliano Allegri e io smetto di pensarci.</p>



<p>Il giorno dopo, mentre mi sto ritoccando le sopracciglia, suonano al campanello. Chi è: è un corriere. Mi consegna una pennina USB e una lettera, col sigillo in ceralacca del Nemico (vergogna, reazionari). Leggo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Da guardare entro domani.<br>Altrimenti non t’incomodare a tornare.﻿</p>
</blockquote>



<p>Apro la pennina. Ci sono diversi file, tra cui il videoclip di Fantasy di Mariah Carey. Ma immagino che l’oggetto dell’intimazione sia il video intitolato “STEFANO-MASSINI_TUTTI-I-MONOLOGHI_PIAZZA-PULITA_2018-2026”. Durata totale: 22 ore e 16 minuti.</p>



<p>Ora: Stefano Massini per me è più un’astrazione che un dato di realtà. L’ho intercettato di rado, scanalando da Italia 1 al Nove in quei cinque, dieci minuti che separano la fine di NCIS – Unità Anticrimine dall’inizio di Nudi e crudi, e senza soffermarmi. Certo ho presente il fulgore nello sguardo, la durezza del volto tutto angoli retti, la mascella cementata dal testosterone, gli accenti e i timbri vocali da tifoso della Fiorentina col daspo, le tinte grigiognole delle sue giacche destrutturate. Ed è vero che se qualcuno mi chiedesse: “Di che parla, Stefano Massini?” risponderei con una certa sicurezza “di ingiustizie”. Ma se a favore o contro, non saprei dire. Quindi, a parte il fastidio di scalare da osservatore a osservato, l’idea è giusta: zero preconcetti. Sono la cavia migliore. Inizio.</p>



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<p>Si parte dal 2018. <em>La dittatura spiegata a un bambino</em>. <em>Il paese dei gonzi e dei ganzi</em>. <em>Il razzista che è in me</em>. E vado a integrare il mio ritrattino mentale: espressività facciale ossimorica – più è tragico più sogghigna, e sui buoni propositi delle chiose finali lo sguardo si rabbuia; forma fisica invidiabile; incredibili pollici appesi alle tasche dei jeans, in genere troppo stretti. <em>Auguri e figli maschi</em>. <em>Dedicato a chi non china la testa</em>. <em>Monumento al cretino ignoto</em>. Ancora: propensione per un edificio diegetico che porti a coincidere narrante e narrato, e pure altre forme di participio, esistessero. Comunque, sempre lui. Tutti spunti autobiografici. Salienti? Mai. Una passeggiata al parco, una giratina col cane, un ricordo d’infanzia. Insistenza evitabile nell’attribuirsi la qualifica di SCRITTORE. Maestoso controllo della salivazione.</p>



<p>Guardo l’orologio mentre lascio scorrere la pubblicità dei Nuvenia (magari tagliarle, la prossima volta): tre ore e mezzo. Le lenti a contatto mi si stanno seccando. Sbatto le palpebre, allora, e mi accorgo che se lo ascolti a occhi chiusi Massini ha 15 anni, ed è uno studente di un liceo classico di provincia. Scrive sul giornalino d’istituto. È tormentato dai sensi di colpa perché Pavese gli rimane illeggibile. Ha provato a farsi crescere la barba, ma è ancora presto. Gioca a rugby. Quando mette lo Scarabeo sul cavalletto, due volte sue tre gli casca. Poi riapri gli occhi, e di quello studente vedi il padre.</p>



<p>Intorno alle sette ore, inizio invece a sospettare che ci sia un trucchino retorico. Perché Massini non dice. Allude. Pencola sul filo della metafora, senza mai davvero chiarire chi siano i cattivi che riempiono i suoi discorsi. Si percepisce che tira sempre una riga per dividere quelli che sono nel giusto da quelli che sbagliano. Ma se dovessi fare un paio di nomi sarei in difficoltà. Eppure il tono evangelico, la totale assenza di umorismo e i suoi deltoidi suscitano comunque il timorato desiderio di schierarsi. Più lo guardo e più penso che proprio non voglio essere uno degli imbecilli di cui parla spesso. E neanche uno dei cretini. Al massimo un indifferente. Ma imbecille non ci penso neanche. E allora non c’è altra scelta: in assenza di categorie definite, l’unica è schierarsi dalla parte del giudice. A prescindere. E giù proseliti. Che fenomeno. Mentre attacco la tredicesima ora di riproduzione, mi chiedo allora cosa succederebbe se si togliessero dalla scena gli orpelli intimidatori, sostituendoli con un tocco di farsa. Se si buttasse, insomma, sulla pagliacciata. Ma prima di compiere uno sforzo d’immaginazione vengo anticipato: alla fine di un video, compare una maschera di Donald Trump, taglia bimbo. Indossata prima alla rovescia, poi riposizionata. Colpo di teatro clamoroso. E il senso d’inadeguatezza rimane intatto. Peccato solo che si veda la bazza.</p>



<p>Comunque, l’oggetto della sperimentazione sono io, e arrivato alla ventesima ora continuo a non registrare particolari effetti. Per un paio di volte girandomi di scatto mi sembra di vedere l’articolo quinto della Costituzione che galleggia a mezza altezza nel centro del mio salotto, e non riesco più a pensare alla sigla di&nbsp;<em>Game of Thrones</em>&nbsp;senza sovrapporci il tema di Piazzapulita. Sui video più lunghi, invece, scavallato il quinto minuto la faccia mi si deforma nella stessa espressione che la regia coglie sul volto di Stefano Formigli quando stacca da Massini.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="571" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2026/05/image-1024x571.png" alt="" class="wp-image-2855" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2026/05/image-1024x571.png 1024w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2026/05/image-300x167.png 300w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2026/05/image-768x428.png 768w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2026/05/image.png 1079w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Ma, per il resto, nulla. Grande delusione. Esperimento fallito.</p>



<p>Sono all’ultimo video. È bello dire no. L’ennesimo pezzo costruito su un’anafora. “È bello dire no” ripetuto trentatré volte. Contate. Forse, più che racconti, avrei osato poemetti. Comincia, e io ascolto distratto. Anzi, sto quasi per annoiarmi. Poi, passato un minuto, un minuto e mezzo, accade qualcosa. All’improvviso. Dopo l’ultimo, perentorio “è bello dire no”. Una domanda. Pronunciata con intonazione insolita. Quasi un gridolino. “Hai capito?”. E poi silenzio.</p>



<p>Chiudo Angry Birds (confesso) e torno al video. C’è Massini fermo al centro dello schermo. Sguardo all’incrocio degli assi. Impassibile. Interrogativo. Sempre zitto.</p>



<p>“Hai capito?”.</p>



<p>La regia non stacca.</p>



<p>“Ubaldo”. Aggiunge. E la circolazione mi si blocca. “Hai capito o no?”.</p>



<p>Oddio. Vuole una risposta. Allarme. Che vuole. Cosa si aspetta che gli dica. Balbetto. Alzo lo sguardo. Deglutisco. Cerco una soluzione. E mentre i suoi occhi azzurri com’era azzurro il cielo sopra la sede di Lehman Brothers il 15 settembre 2008 continuano a fissarmi, le sue mani escono dallo schermo e mi afferrano il colletto della polo. Mi scuote. Mi strozza. Mi schiaffeggia. Mi tira un orecchio.</p>



<p>“HAI CAPITO? HAI CAPITO?”.</p>



<p>Apnea. Visione che si offusca.</p>



<p>“HAI CAPITO, UBALDO? HAI CAPITO O NO ACCIDENTI A TE E A CHI TI HA FATTO?”.</p>



<p>“No”, urlo. “No Massini no”.</p>



<p>Mi molla. Torno a respirare, mentre con la destra ora mi pettina. Con la sinistra, prova ad asciugarmi una lacrima. Infine mi accarezza.</p>



<p>“Visto? È bello dire no”.</p>



<p>“Bellissimo”.<a href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!a-84!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fba8524f0-0cc0-4c02-8957-f28298e8f36b_1079x602.jpeg" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></p>
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		<title>Riflessioni a partire da Punishment Park</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 09:41:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cinema America]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Che noia i film che chiedono i permessi.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Roma clandestina, America spettacolare: Punishment Park, quando il falso diventa più vero del reale</p>



<p>Oltre a essere invivibile, Roma è anche indecifrabile: stratificata, antica e dunque misteriosa. È proprio grazie a questa sua natura opaca che, talvolta, ci si imbatte in eventi strani, mai pubblicizzati perché completamente privati, borderline, quasi clandestini. Può così capitare di ritrovarsi nel centro della capitale a partecipare a un cineforum segreto (il Cinegiordani) di cui non esiste traccia online, ospitato in uno di quegli spazi romani che da anni sopravvivono nell’ombra della produzione audiovisiva indipendente, lontano dai circuiti ufficiali.</p>



<p>Ed è lì che può accadere di vedere un film assurdo e dimenticato come Punishment Park (1971). Diretto da Peter Watkins in piena epoca nixoniana, è un mockumentary militante (un finto documentario) e un feroce atto d’accusa contro la violenza istituzionale americana. Il film immagina un’America alternativa (ma non troppo) in cui giovani dissidenti politici vengono processati da tribunali speciali.</p>



<p>Ai condannati è offerta una scelta: sei anni di carcere oppure l’accesso a Punishment Park, un deserto da attraversare per tre giorni senza acqua né cibo, con l’obiettivo di raggiungere e toccare una bandiera americana per riconquistare la libertà. A sorvegliarli ci sono polizia e Guardia Nazionale, autorizzate a sparare.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="PUNISHMENT PARK TRAILER (1971)" width="500" height="375" src="https://www.youtube.com/embed/X04-bpHCCCU?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p>Un’idea potente, probabilmente devastante all’epoca, che oggi appare in parte datata. Non tanto per il contenuto politico, quanto perché la violenza che il film condanna è la stessa che la società e il cinema americani hanno imparato a metabolizzare, spettacolarizzare ed esportare. In questo senso, Punishment Park rende esplicito un meccanismo più profondo: l’America ha bisogno della violenza per raccontarsi, per trasformare il conflitto in intrattenimento.</p>



<p>Questo tema riaffiorò in un altro evento romano di qualche anno fa, anch’esso semi-clandestino ma annunciato: un incontro in un pub di San Lorenzo (l’Underdogs) con Abel Ferrara. Il regista, tra una provocazione e l’altra (arrivando persino a sostenere di sapere con certezza chi abbia ucciso Pier Paolo Pasolini, salvo poi rimandare la rivelazione a una futura autobiografia per “ragioni di sicurezza”) sottolineava un punto significativo: quando negli Stati Uniti arrivò la notizia della morte di Pasolini, non passò quasi nulla del poeta. Passò invece il truce assassinio, l’immagine folcloristica e brutale, il dettaglio scandalistico, la sua Lancia blu e le marchette nei luoghi malfamati.</p>



<p>È la violenza che eccita l’America, sia essa messa in scena in un mockumentary, sia essa appartenente alla cronaca. La violenza è alla base dello spettacolo americano. Questa contrapposizione poteva funzionare finché l’America produceva prevalentemente intrattenimento violento e l’Europa realizzava opere più introspettive. Fino agli anni Ottanta la distanza tra cinema europeo e statunitense appariva netta: pop e spettacolare il primo, filosofico e autoriale il secondo.</p>



<p>Oggi questa separazione è meno evidente. Il cinema americano ha integrato l’autorialità anche all’interno di forme apparentemente commerciali. Ciò rende più complessa la lettura contemporanea di Punishment Park, che resta un’opera figlia del suo tempo ma conserva una forza inquietante. È un film militante che flirta con la stessa violenza che denuncia? Forse. E i titoli di coda, dove una voce fuori campo rivela che alcune persone coinvolte ebbero in seguito problemi legali e conseguenze reali, aumentano l’ambiguità tra rappresentazione e realtà.<a href="https://open.substack.com/pub/ilnemico/chat?utm_source=chat_embed" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></p>



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<p>Il punto più rilevante che emerge da un’opera simile è però un altro: il potenziale del mockumentary come arma di destabilizzazione, capace di incrinare la credibilità dei media. Una ferita che oggi si riapre con i fake video prodotti dall’intelligenza artificiale. Con una differenza sostanziale: nel mockumentary esiste un’intenzione autoriale esplicita, un progetto politico deciso a monte. L’inganno è dichiaratamente artistico e finalizzato a produrre consapevolezza, non semplice disorientamento.</p>



<p>In Italia, tuttavia, il documentario è ancora percepito come “moralmente vero” e, quando è falso (come nel caso di Fascisti su Marte) viene perlopiù assimilato alla satira. Negli Stati Uniti, invece, il successo di celebri mockumentary come This Is Spinal Tap ha reso possibile un’ulteriore evoluzione del genere attraverso i film di Sacha Baron Cohen, come Borat (2006) e Brüno (2009), che hanno trasformato il mockumentary in una performance totale: personaggi fittizi incarnati nel mondo reale, reazioni autentiche catturate e restituite come dispositivo critico. Realizzare un mockumentary alla Sacha Baron Cohen in Italia é un qualcosa che nessuno ha mai pensato, ma potrebbe seriamente portare alla luce interessanti ingranaggi nascosti del nostro belpaese.</p>



<p>In un’epoca ossessionata dal “tratto da una storia vera”, in cui i reel di Instagram risultano spesso più seducenti di qualsiasi biopic e l’intelligenza artificiale produce narrazioni false ma realistiche, prive di reale urgenza politica, il mockumentary potrebbe tornare a essere una forma decisiva. Non come gioco postmoderno, ma come strumento di disturbo. Non come parodia, ma come atto sovversivo. Come un cinema che, ancora una volta, non chiede il permesso.</p>



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		<title>Stai in guardia dal tuo nomade io</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 May 2026 09:37:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro inutile]]></category>
		<category><![CDATA[mondo del lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fai della tua passione il tuo lavoro, poi licenziati e inizia a vivere.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Una tetralogia di discorsi si annida sotto al letto di ogni io, incombe la minaccia del nomadismo del sé. Risuonano gli echi centenari del diventa ciò chi sei nicciano, del socratico conosci te stesso. Risuonano durante le giornate di orientamento liceale, ai placement post-università; una favola la cui genesi è nel cosa vuoi da grande che ti chiedono appena hai superato la fase della lallazione, ma non sei ancora troppo sviluppato per articolare una risposta che non sia&nbsp;<em>telegrafica e monadica.</em></p>



<p>Interiorizzi per la prima volta che c’è un Qualcuno indefinito e amorfo i cui bordi attendono di essere tracciati con l’indelebile come si fa con i disegni a matita per far loro assumere un po’ di spessore. Poi ti ritrovi in un futuro ipotetico in cui si fa sempre più pressante e presente l’attesa di un’epifania che ti colga mentre torni da lavoro o mentre sei sul treno che non si sa da dove arrivi e che invece di ricordarti la scadenza incombente ti rivela chi sei che cosa devi fare nel mondo e ti indica la strada giusta, il tuo&nbsp;<em>ikigai</em>. La tua ragion d’essere che ti fa svegliare ogni mattina in trepida attesa con un’ansia missionaria di portare il tuo vero Sé nel mondo e di poter fare del bene.</p>



<p>Fai della tua passione il tuo lavoro, o fai della tua passione e del tuo lavoro te stesso, insomma è uguale. Scegli una passione bambino, una e una sola, che però tu la possa mercificare e trasformare in denaro, così che di un sorriso obbligato e sardonico possa essere macchiato il tuo volto. Le centomila copie vendute dei libri dalla copertina lucida di self help che proliferano persino sulle bancarelle dell’usato ti insegnano a ritrovarti dopo che ti sei perso per strada e attendi la tua epifania. Le passeggiate la domenica pomeriggio prescritte dal dottore o dallo psicologo che ti invitano ad accordarti con il vibrare delle foglie e della natura, per pensare un po’ a te stesso e ritrovarti.</p>



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<p>Così ti viene imposto questo Io monolitico e substratico il cui velo dell’inautenticità aspetta solo di essere strappato dopo l’ennesimo percorso di psicoterapia fallito. Un Io sedentario che ti aspetta sulla strada ma di cui sei troppo distratto per accorgerti, troppo preso dai ritmi della vita, troppo impegnato con le&nbsp;<em>deadlines</em>&nbsp;e di cui quindi il velo non potrai mai strappare. Perché ti devi conoscere, devi diventare ciò che sei, devi far coincidere te stesso con il tuo sostrato originario e se ce la fai, se ti sforzi e ti ritrovi, se ti dedichi del tempo o se una mossa fortuita ti mette sulla casella giusta, poi sei destinato a rimanerci per sempre.</p>



<p>Stai fermo, non osare avanzare che ti sei trovato e ritrovato. Non perderti. Scordati e sopprimi tutte le spinte disgregatrici che ti vogliono fluttuante e instabile, ritrova il tuo equilibrio, accordati al ritmo costante e periodico del tuo sostrato originario. Una passione devi avere, abbandona il tuo&nbsp;<em>ulissismo</em>, non andare oltre i confini prescritti del tuo Sé. Rimani sulla strada maestra nel centro città non ti inoltrare nelle viuzze periferiche buie mal frequentate dell’Io dove ti attengono gli amici sbagliati.</p>



<p>Uccidi l’Io nomade che vive dentro di te che rifiuta di scoprirsi e diventare ciò che è, che minaccia di portarti altrove, l’io inquieto ed itinerante che si tradisce e contraddice, uccidi la minaccia perché ti manca poco e se ti impegni all’improvviso sulla strada o in una passeggiata domenicale lo diventerai ciò che sei, ti conoscerai, un Io trascendente e vero ti si rivelerà.</p>



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		<title>La Generazione X ha vinto!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 18:06:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Declino dell'Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Baby-boomer]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci stiamo rivalutando da soli, ecco: abbiamo un’infanzia analogica ed un presente digitale, che usiamo anzitutto per abbordare e sparare boomerate sui social. Siamo il ponte di Messina sul nulla. Noi le famose riforme le abbiamo fatte.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>In questi giorni vorrei scrivervi nelle sclere degli occhi, autocelebrarmi come mai tramite la scrittura; in questi giorni di hater e commenti stupidi, di Miami Festival, di Biennali di Venezia e Mondiali falliti, vado per la scrittura confessionale, egoica. In questi giorni di corse al buio e sfide con me stesso, nel gioco succube delle generazioni che mi frulla nel cervello la notte, quando non riesco a dormire.</p>



<p>Noi di mezza età ci fissiamo su queste cose fintamente rumorose. I Baby Boomers che hanno occupato questo Paese e lo hanno distrutto, il testosterone che manca. Nel frattempo la Generazione Z incendia l’oggi con una nuova etica e una nuova velocità, e il sesso di carta che gli hanno dato da bere. In mezzo, sempre nel malato gioco delle generazioni, ci rivalutiamo noi: quelli della Generazione X, che sembrava marginale, incompetente, una parentesi. E invece noi col colpo in canna. La generazione del figlio unico, che al massimo fa un figlio, ed è pure tardo e iperviziato, o quella che si autosterilizza. Per questo abbiamo vinto culturalmente.</p>



<p>Abbiamo vinto in modo più freddo: definendo un nuovo linguaggio, costruendo le piattaforme, interiorizzando il cinismo. Abbiamo ceduto al lato oscuro della forza, ci siamo presi la Silicon Valley, siamo diventati la Silicon Valley.</p>



<p>Internet è Generazione X. Prima degli influencer c’erano i forum, il trolling anonimo e sarcastico, Facebook, il rendere tutto scaricabile come valore. Pensavamo che l’ironia disincantata fosse refrattaria all’autorità, che il “suca a tutto” fosse vero: abbiamo sbagliato tutto. Oggi lo abbiamo fatto diventare l’unico modo, abbastanza triste, per dire le cose. Siamo noi ad aver creato la cattedrale dell’ironia. I meme sono la formalizzazione algoritmica della nostra tristezza; siamo disperati, lo cantavamo con i Nirvana, lo cantava Kurt Cobain che, per fortuna, come tutte le rockstar, è morto bello, maledetto e manipolato.</p>



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<p>Il paradosso è che tutti noi volevamo i nostri genitori divorziati, come in&nbsp;<em>Beverly Hills 90210</em>; oggi di ritorno, esattamente come la musica dei Gorillaz, come tutto è di ritorno, lanciamo un binario ancora strafottente. La nostra attitudine antisistema è diventata però infrastruttura. Il rifiuto del brand è diventato rebranding; il G8, il no-logo. Adesso fa figo, forse pure allora.</p>



<p>Così, mentre i generazionalismi omologavano il cervello pure a noi, noi Generazione X, forti del nostro rebranding, occupavamo silenziosamente le leve del potere: dirigenze, aziende, governi, piattaforme. La nostra rivoluzione non è diventata sistema, è diventata infrastruttura, come vi dicevo; è molto diverso. Chiamateci pure stronzi, come direbbe David Foster Wallace. Chiamatela stronzaggine, pragmatismo, ecco: scelta, scelta operativa, raga. Non ci siamo suicidati al momento giusto, le nostre droghe non erano così devastanti e molti di noi hanno finto di assumerle.</p>



<p>Ci stiamo rivalutando da soli, ecco: abbiamo un’infanzia analogica ed un presente digitale, che usiamo anzitutto per abbordare e sparare boomerate sui social. Siamo il ponte di Messina sul nulla. Noi le famose riforme le abbiamo fatte.</p>



<p>Il problema è di tutti gli altri: che l’Italia non va ai Mondiali ed il testosterone crolla. Tutto ciò che oggi è figo porta la nostra firma: nostalgia anni ’90-2000, revival analogico, il cazzo di cyberpunk dei Subsonica, il rap e la musica da fare a casa con un pc senza studiare. Abbiamo fatto tornare di moda la musica da camera, pensateci.</p>



<p>Ma la nostra eredità più profonda non è tecnologica né estetica: è la destrutturazione psicologica. Il cinismo come sistema operativo. Il nichilismo spettacolare. Una cosa abbiamo insegnato al mondo: a mixare cose diverse; abbiamo remixato benissimo per esempio il ribellismo e il conservatorismo, ma solo per ballare un po’. Il nostro lascito sono una serie di collassi orgasmici.</p>



<p>Siamo stati gli ultimi a far saltare in aria quei fricchettoni dei Baby Boomers, e loro, per reazione, hanno lobotomizzato il cervello a tutti gli altri con riletture del ’68 in chiave woke. Noi ci abbiamo provato a rendere il sistema figo; ora beccatevi il lockdown energetico, Gennaro Gattuso allenatore della nazionale, e l’Iran figo. Siamo tutti, ancora una volta, a tre giorni di digiuno dal cannibalismo; ed ora una Generazione X come Peter Thiel o Elon Musk blatera di anticristo. Era già tutto previsto, come diceva Riccardo Cocciante.</p>



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		<title>La manosfera rende gay</title>
		<link>https://ilnemico.it/la-manosfera-rende-gay/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2026 08:23:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La manosfera è la nemesi di una parte della cosiddetta social justice, quindi delle fazioni più battagliere del campo progressista e woke. Benché agli antipodi ideologici, queste correnti sono unite da un comune denominatore: il vittimismo. Tratto dalla newsletter di GOG Edizioni, "Preferirei di no".</p>
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<p>È disponibile su Netflix il documentario di Louis Theroux, il giornalista britannico che ha avuto l’idea geniale di intrufolarsi tra gli esponenti più in vista della manosfera americana quando bastava andare sui loro canali Youtube. Anche perché Theroux non è un gran chiacchierone, non fa domande particolarmente scomode, non mette in difficoltà gli interlocutori né riesce a fargli dire qualcosa in più di quanto già non dicano nelle loro dirette. </p>



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<p>Che cosa impariamo allora da questo documentario? Non impariamo granché sulla manosfera, quell’emisfero del mondo MAGA radicalizzatosi intorno alle idee di alcuni influencer, opinionisti, fuffaguru specializzati in criptotruffe, impegnati nella diffusione soprattutto online – social, forum, telegram e podcast – di tesi controverse sulla mascolinità, il patriarcato, il femminismo. Anche chi non li conosce si è imbattuto sicuramente nei reel dei fratelli Tate, di Joe Rogan o Justin Waller, dell’ex poliziotto Myron Gaines. Li vediamo spesso con sigaro in bocca, camicia scollata, doppiopetto tagliato male, whiskey in mano, oppure vestiti da personal trainer, attentissimi alla dieta, pelle luminosa grazie a skincare e tisane al tarassaco, mentre sbavano davanti ai microfoni perché le donne gli hanno rubato i pantaloni!!! Ultimi residui, scorie, sussulti di un patriarcato moribondo, tanto più rumoroso quanto più esanime.</p>



<p>La manosfera è la nemesi di una parte della cosiddetta social justice, quindi delle fazioni più battagliere del campo progressista e woke. <strong>Benché agli antipodi ideologici, queste correnti sono unite da un comune denominatore: il vittimismo</strong>. La manosfera infatti, come ogni narrazione basata sul successo, ha bisogno del fallimento, ed è perciò un’ideologia che produce autocommiserazione e frustrazione presso la sua audience, e fa proprie molte istanze della subcultura incel (<em>involuntary celibates</em>), i famosi brutti che hanno recuperato l’eredità lombrosiana e sui forum si misurano a vicenda le mascelle per capire quanto sono lontani dall’essere dei chad (dei fighi). Alle radici della filosofia incel un principio determinista: l’uomo nasce senza valore e perciò deve costruirlo attraverso il successo personale, quantificabile in <em>look, money, status</em>, mentre la donna ha valore sulla base della sola bellezza e sceglie il suo partner tramite i tre criteri di cui sopra (quindi aspetto, conto in banca e posizione sociale). </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Louis Theroux: Inside The Manosphere | Official Trailer | Netflix" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/Ms23FeJWvKU?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p>Seguendo la legge dell’ottimo paretiano, il 20% dei maschi, i più belli, ricchi e potenti, ha a disposizione l’80% delle femmine, mentre il restante 80% deve litigarsi il 20% delle signore. L’ingresso delle donne nel mondo del lavoro e la relativa autonomia economica che ne è derivata hanno fatto sì che potessero scegliere liberamente il proprio partner, mentre prima erano costrette ad accontentarsi e a trovare rapidamente marito. L’emancipazione femminile ha creato, secondo gli incel, un’aspra competizione darwiniana sul mercato del sesso (Houellebecq ha scritto pagine magistrali sulle umiliazioni prodotte dal liberalismo sessuale), che vede molti uomini sconfitti. Gli incel applicano le teorie marxiste alle relazioni interpersonali, e si paragonano ai proletari espropriati del loro plusvalore, non avendo a disposizione alcun capitale in termini di <em>look, status, money</em>. La manosfera nasce per rispondere a questo apparente problema, a questa sensazione diffusa tra alcuni maschi, ma forse soprattutto per crearla e alimentarla, convincendo i giovani a prendere la famigerata pillola rossa e vedere la realtà senza i filtri dell’ideologia progressista. </p>



<p>Ecco allora che la manosfera è la <em>pars costruens </em>della teoria incel: dopo aver capito come funziona il mondo, ora è il momento di trasformarlo. Basta piangersi addosso, adesso si tratta di costruire un’identità maschile forte, leaderistica, basata su valori del tutto contraddittori e antistorici. Fitness, soldi, sesso, gioco d’azzardo e armi da fuoco, skincare e insider trading, disprezzo (quasi paura?) per le donne disinibite ma poi collab su Onlyfans, per finire con la famosa “monogamia unilaterale”.</p>



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<p>L’uomo deve saper rischiare ma anche difendere la casa, deve andare a puttane ma saper essere anche un bravo padre, deve essere l’eroe ma anche la vittima. Praticamente un incubo, almeno quanto il <em>performative male</em>. Alla base di tutto, ovviamente, i soldi. Passepartout che giustifica le peggiori nefandezze e riesce a sanare qualsiasi contraddizione. Obbiettivo di tutti i membri più autorevoli della manosfera non è certo la rivoluzione anti-woke, ma quello di scalare la piramide economica.Theroux intervista quattro <em>main character</em> della manosfera, cerca di spulciare nella loro quotidianità, si sforza di capire cosa li muove, ma oltre i soldi non trova quasi nulla. Il problema di Theroux nell’avvicinarsi a questi soggetti è il problema che ha tutta la sinistra quando si avvicina a fenomeni che non capisce e che tenta di liquidare sbrigativamente regalando consensi a una destra che sospende ogni giudizio e non fa alcuna raccolta differenziata in termini elettorali.</p>



<p>1. Theroux, per spiegare la genesi di questo fenomeno si lancia in analisi freudiane sull’assenza della figura paterna: il grado zero della psicologia sociale. In questo modo si semplificano e si riducono le cause reali di un fenomeno molto più complesso, e che seppure reputiamo approdi a soluzioni assurde solleva comunque degli interrogativi che andrebbero presi sul serio. Il patriarcato, e l’idea di mascolinità che lo innesta, come ogni ideologia morente, non può morire da un giorno all’altro. Nell’attesa che sia chiaro cosa debba diventare il maschio nella società del futuro, non serve guardare il dito – le forze che vogliono capitalizzare il disagio creato da un vuoto di significato – ma la luna – ossia proprio quel vuoto da riempire con un’alternativa valida.</p>



<p>2. Di fronte al ventitreenne Harrison Sullivan, star di Tiktok, dichiaratamente omofobo e misogino, Theroux tenta la mossa del Dalai Lama. Lo guarda negli occhi intensamente, vuole creare una connessione, e quando sente di averlo all’amo gli chiede: «perché non provi a fare del bene?» Come si fa a ridurre tutto a una questioncina morale così parrocchiale? Di fronte un ragazzo poco più che ventenne, che è riuscito a fare una barca di soldi, ad avere donne, belle macchine, ville di lusso. Praticamente il pacchetto di sogni che la società liberale ha spacciato per decenni e su cui ora lo stesso Theroux sta monetizzando. Adesso che ha raggiunto l’unico obbiettivo che <em>l’american way of life</em> è riuscita a pubblicizzare per tenere in piedi la baracca, vogliamo fare di Sullivan il colpevole? Non sarebbe piuttosto il caso di interrogarsi sul perché l’idea di realizzazione personale sia ancora incastrata in un cliché così noioso, vecchio e ingenuo?</p>



<p>3. Buona parte del documentario cerca di forzare la manosfera smontando un suo principio cardine, la “monogamia unilaterale”, il patto stipulato tra moglie e marito che obbliga la prima ad astenersi dalle relazioni extraconiugali, anzi addirittura evitare il contatto con altri uomini, mentre il secondo può praticare l’adulterio indisturbatamente. Questo perché, a detta degli “ideologi” intervistati, l’uomo non si lega sentimentalmente all’altro partner nell’atto sessuale mentre la donna è più propensa a concedersi quando c’è in ballo un sentimento. Ora, al di là della cialtroneria dei moventi, cosa dà fastidio a Theroux? Siamo stati istruiti per anni dalla retorica del consenso, quindi vanno bene il poliamore, il bdsm, lo scambismo, se c’è consenso va bene qualsiasi cosa, però la monogamia unilaterale no, solo perché è di destra? Fintanto che le mogli dei redpillati in questione approvano questo assurdo contratto (che poi approvare non vuol dire rispettare), rientra tutto nella sfera, oltre che del privato, anche del legittimo.</p>



<p>Ma quindi come si sconfigge la manosfera? Quanto di questo fenomeno è reale e quanto è invece sovrastimato, frutto di un’amplificazione algoritmica, laddove l’algoritmo promuove contenuti polarizzanti? Il pubblico a cui fa riferimento è composto per lo più da adolescenti, 13-14enni, e a dirla tutta la loro adesione sembra più un rito di passaggio, come può essere stato in forme diverse GTA3, che non una partecipazione politica strutturata e duratura. E allo stesso modo in cui GTA venne additato da psicologi e intellettuali come il movente del disagio e della violenza giovanili degli anni duemila, così anche la manosfera è diventata il capro espiatorio delle malefatte di una generazione. Ma guardare i video dei fuffaguru palestrati è più vicino a una forma di <em>doomscrolling</em> o <em>guilty pleasure</em> da parte di molti adolescenti, che vivono indubbiamente qualche sconforto psicologico ma per motivi anagrafici, canonici e prevedibili. Alcuni smetteranno presto di seguire questo trend per noia, altri si faranno fregare qualche centinaio di dollari prima di accorgersi dello schema Ponzi su cui si basa, mentre probabilmente sì, una minoranza finirà per radicalizzarsi intorno a quelle teorie strampalate condannandosi all’infelicità. E qualcuno probabilmente farà una stronzata bella grossa. Come il ragazzino che ha tentato di accoltellare la professoressa di francese in provincia di Bergamo. Ogni generazione ha la sua quota parte di violenza immotivata da sfogare e da scontare. Ma quella che la precede, invece di pulirsi la coscienza individuando i responsabili di facciata, farebbe meglio a guardare ai modelli che ha lasciato in eredità, ai vuoti semantici che non sono stati occupati, al fatto insomma che se l’alternativa culturale alla manosfera è la <em>queerness</em> allora sarà dura, e soprattutto fare i conti con la fin troppo basica constatazione che non ci sono cure alla stupidità delle giovinezza, bisogna solo aspettare che passi, tentando di arginare il più possibile i danni, ma forse c’è una stupidità anche della vecchiaia, ancora più difficile da scovare.</p>



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		<title>Un libro non può competere con TikTok</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2026 18:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnologia]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[editoria italiana]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[Tik Tok]]></category>
		<category><![CDATA[TikTok]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I due problemi della produzione culturale - o del perché l’editoria non deve vincere la gara dell’attenzione immediata.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Non si può più fare cultura perché la cultura deve vendere: questa frase torna ogni volta che si parla di editoria, e ogni volta suona abbastanza intelligente e antisistema, quel tanto che basta per evitare di metterla adeguatamente sotto esame. Si scoprirebbe che questa tesi è un’ipersemplificazione della realtà, un’analisi superficiale condita dalla nostalgica romanticizzazione di un idilliaco passato in cui la cultura, quella vera, se ne fotteva del pubblico.</p>



<p>La cultura, ovunque e in qualsiasi tempo sia stata prodotta, ha sempre dovuto circolare. Un libro che nessuno legge (presto o tardi che sia, anche dopo la morte dell’autore se il libro è in anticipo sui tempi) non è un libro compiuto. Un saggio di cui nessuno discute resta un monologo.</p>



<p>Il rapporto con il pubblico non è il tradimento dell’arte, che un’opera venga donata (o venduta, si consentirà) a un pubblico è una condizione materiale di esistenza. Senza lettori, spettatori, visitatori, anche l’opera più ambiziosa resta lì, come un discorso pronunciato in una sala vuota (e uno che parlasse al nulla sarebbe considerato un matto, o qualcuno particolarmente innamorato del suono della propria voce).</p>



<p>Per questo il problema non può essere che la cultura debba vendere o confrontarsi con un pubblico, perché anche in passato ha dovuto farlo, in un modo o nell’altro. Il problema è un altro: oggi il mercato non si limita più a testare le opere, ma sempre più spesso applica un filtro in partenza, decidendo e progettando prima che cosa meriti di nascere.</p>



<p>Per molto tempo la sequenza è stata semplice: prima nasceva l’opera, poi arrivava il mercato. Prima c’era un’intuizione dell’autore, una ricerca, una domanda, un’ossessione che dava vita a qualcosa, poi la prova del pubblico. Il mercato interveniva dopo, come verifica capace di premiare, diffondere, ignorare o stroncare. Il punto fondamentale è che il mercato arrivava a cose fatte, a opera pubblicata. Certo, esistevano dei filtri a monte: editori e finanziatori decidevano cosa pubblicare o sostenere nel tempo, tuttavia queste decisioni venivano prese in condizioni di forte incertezza ed erano influenzate soprattutto dal gusto, dall’intuizione e da scommesse personali.</p>



<p>Adesso classifiche, velocità di vendita, percorsi di acquisto, interazioni, permanenza, conversioni, trend online o le opinioni di particolari influencer entrano nel processo creativo prima ancora che il libro (o l’opera in generale) esista. Se si sa già quali forme funzionano, o quali verranno promosse di più, si tenderà inevitabilmente a produrre variazioni di quelle forme. In questo senso il mercato smette di essere un puro meccanismo di verifica e diventa un progettista. L’opera pubblicabile con minor rischio d’impresa diventa quella prefabbricata, studiata a tavolino per piacere, conformandosi al giudizio di un pubblico tenuto costantemente sotto controllo.</p>



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<p>E poi c’è un secondo problema, se si vuole più umiliante e svilente: la produzione culturale viene spinta a competere nello stesso recinto dell’intrattenimento immediato.</p>



<p>Un libro oggi non compete solo con altri libri, ma compete con le serie su Netflix progettate per persone costantemente distratte dalle notifiche, con i reel di TikTok, con i meme, con i caroselli e le infografiche di Instagram, con la musica su Spotify pensata per entrare in playlist e massimizzare gli ascolti, con la puntata di&nbsp;<em>Falsissimo</em>&nbsp;di Corona su YouTube. E qui conviene essere chiari: non c’è niente di male nell’intrattenimento facile, ma non tutto deve per forza intrattenere subito, fornire gratificazione senza attrito, o piegarsi alle stesse regole di selezione.</p>



<p>Molte forme di intrattenimento contemporaneo sono costruite per ridurre al minimo l’attesa della gratificazione, la densità degli argomenti, lo sforzo cognitivo e per questo sono volutamente create per essere immediate, scorrevoli, facilmente digeribili. Spesso e volentieri i libri offrono l’opposto: generano resistenza, chiedono tempo e concentrazione e alcuni persino un po’ di disciplina, per questo leggere, ascoltare alcuni tipi di musica, visitare un museo con calma sono attività più simili all’allenamento, al praticare sport, rispetto al guardare una fiction in prima serata.</p>



<p>La produzione culturale, se funziona, non dovrebbe soltanto far passare del tempo, ma dovrebbe restituirlo, lasciando qualcosa che non coincide con il piacere del momento (che sia chiaro: il piacere momentaneo può anche esserci, ma è mediamente di più difficile accesso). Questo è anche il compito del fare cultura: non fare compagnia, non intrattenere a tutti i costi, non rassicurare, non essere per forza semplice e immediata.</p>



<p>Perciò no, il problema non è che la cultura debba vendere, ma che chi la vende la stia progettando come se dovesse competere con quei contenuti nati per essere dimenticati in pochi secondi: questa è una gara persa in partenza!</p>



<p>Quando il pubblico viene anticipato, misurato e simulato prima ancora che l’opera nasca, il rischio è offrire una produzione culturale addomesticata. Continueremo a pubblicare libri, a organizzare festival, a produrre discorsi, a celebrare collane, ma a farlo dentro un orizzonte sempre più stretto, più prudente, più prevedibile, più fruibile e soprattutto lo faremo vendendo libri sempre alle stesse (poche) persone.</p>



<p>Non bisogna smettere di vendere la cultura, ma bisogna smettere di venderla come se fosse in competizione con le scariche di dopamina generate dallo scrolling, perché nessuno sano di mente venderebbe un abbonamento in palestra facendo leva sugli stessi meccanismi di gratificazione su cui si basa il consumo di contenuti sui social.</p>



<p>Se vendi qualcosa ad alto attrito con logiche di basso attrito, lo svaluti o lo falsi. In parole povere: nessuno si allena (o legge) con lo stesso spirito con cui apre TikTok.</p>
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		<title>Su Petrolio e l’omicidio di Pasolini</title>
		<link>https://ilnemico.it/su-petrolio-e-lomicidio-di-pasolini/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Apr 2026 17:58:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Anni '70]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Pasolini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È innegabile che l’eccessivo immaginario sessuale del romanzo ha un effetto anestetizzante, un velo che occulta il sostrato di un linguaggio politico accusatorio. Dunque è necessario leggere tra le righe.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nella notte tra l’1 e il 2 Novembre 1975, un uomo di mezza età si trova nell’Idroscalo di Ostia, cercando di avere un rapporto sessuale con un ragazzo ben più giovane di lui. Quell’uomo è Pier Paolo Pasolini, cineasta, poeta, scrittore, un intellettuale multiforme tra i più importanti del XX secolo. In quella notte a cavallo tra il sabato e la domenica, Roma dormiva, dopo l’ennesima settimana interminabile. Pasolini invece moriva brutalmente, colpito con un bastone e successivamente travolto con la sua stessa auto.</p>



<p>La ricostruzione ufficiale dell’omicidio accusa come unico colpevole Giuseppe Pelosi, il minorenne con cui si stava intrattenendo lo scrittore. I giornali parlarono di un rapporto sessuale non consensuale finito in tragedia. I critici si avventarono sul morto come avvoltoi, accusandolo di violenze su minori ed altre becere iniziative: “Se l’era cercata”, insomma.</p>



<p>Ad oggi la situazione è molto più complessa di quello che sembri. È probabile che Pasolini sia stato ucciso da un gruppo di uomini, forse sicari, ma mandati da chi? E perché soprattutto? Bisogna avere un occhio di riguardo per gli ultimi lavori del friuliano e la complessa situazione politica nell’Italia degli anni ‘70.</p>



<p>Gli italiani non se la passavano bene in quel periodo, per varie ragioni. In primis, il “miracolo economico” che perdurava dal dopo guerra ebbe una brusca battuta d’arresto. Potremmo riassumere il sentimento degli italiani di quegli anni con una parola: diffidenza. Diffidenza perché si erano aperte delle crepe insanabili nelle istituzioni in cui l’italiano credeva fermamente. Gli operai scioperavano in tutta Italia, il PCI di Berlinguer stava diventando il partito di sinistra più influente d’Europa. Il governo era appannaggio della Democrazia Cristiana da tempo; la Guerra Fredda era entrata anche in Italia, con complessi meccanismi di potere da una parte e dall’altra. Questa netta divisione viene esasperata dal terrorismo degli anni di piombo. Si aveva paura anche solo di prendere un treno.</p>



<p>In tale contesto emerge la loggia P2, guidata da Licio Gelli, che annoverava tra gli iscritti i principali vertici politici ed economici del paese. Il loro progetto prevedeva: contenimento della sinistra, controllo dei media e riforme autoritarie del sistema statale. Comprensibile che gli italiani guardassero alle istituzioni con diffidenza. A chi si dovevano rivolgere? Chi erano i “buoni” e chi i “cattivi”?</p>



<p><a href="https://open.substack.com/pub/ilnemico/chat?utm_source=chat_embed" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a>A tutto ciò si aggiunge l’impresa statale più importante del tempo: l’Eni. Anch’essa non era esente dalla corruzione; del resto, controllare l’energia ha un peso enorme nella politica di un paese. Nel 1962 Enrico Mattei, presidente dell’Eni, viene fatto morire in un misterioso incidente aereo; dalle dinamiche emerge che probabilmente non si trattava di una tragedia accidentale, bensì di un attentato. Gli successe alla conduzione dell’azienda Eugenio Cefis, una personalità tutt’oggi opaca, che si muoveva tra le ombre della loggia P2. Infine, come se non bastasse, nel ‘73 c’è la famosa crisi petrolifera: il prezzo del carburante quadruplica e in Italia non si parla d’altro.</p>



<p>In questa cornice storica si muove uno degli intellettuali più lucidi del XX secolo, il nostro Pasolini. Negli ultimi anni di vita stava scrivendo un romanzo controverso, scabroso se vogliamo:&nbsp;<em>Petrolio</em>.</p>



<p>La trama in breve parla di Carlo Valletti, un ingegnere Eni diviso tra una vita retta e una dionisiaca, volta all’amore omosessuale e scandaloso. La critica si è incentrata solo sul secondo lato dell’opera, ignorandone la forte matrice politica. Il celebre poeta Edoardo Sanguineti, per dirne uno, di&nbsp;<em>Petrolio</em>&nbsp;diceva che fosse una disperazione privata “in cui la componente sadomasa è poi esplosa in una chiara patologia”. Pasolini sarebbe stato un malato, un pervertito mentale dunque.</p>



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<p>Il libro “frocio e basta” di Benedetti e Giovanetti, offre un’analisi a tutto tondo della complessa opera. Qui si parla di lettura “sessuo-patologica” degli ultimi lavori del friuliano,&nbsp;<em>Salò</em>&nbsp;e&nbsp;<em>Petrolio</em>: se Pasolini fosse morto per cause naturali, afferma Benedetti,&nbsp;<em>Petrolio</em>&nbsp;sarebbe stato accolto dalla critica con un giudizio storico e fortemente impegnato; a causa della sua morte ambigua, l’opera è stata aspramente criticata solo per le sue oscenità.</p>



<p>È innegabile che l’eccessivo immaginario sessuale del romanzo ha un effetto anestetizzante, un velo che occulta il sostrato di un linguaggio politico accusatorio. Dunque è necessario leggere tra le righe.</p>



<p>“Pasolini non è stato quindi ucciso da un ‘ragazzo di vita’ poiché omosessuale,” ammonisce Benedetti, “bensì da sicari armati dai poteri, occulti o meno, in quanto oppositore a conoscenza di verità scottanti, per di più in grado di divulgarle con autorevolezza anche dalle pagine di un quotidiano nazionale”.</p>



<p>La scrittrice si riferisce al celeberrimo articolo scritto da Pasolini un anno prima della sua morte, “io so”. In questo articolo uscito per il Corriere della Sera, egli afferma di conoscere i nomi dei colpevoli e dei mandanti delle stragi che avevano spaccato l’Italia in due, dal ‘69 ( a Piazza Fontana, Milano) in poi.</p>



<p>Pasolini sa, ma non ha prove né indizi. Per molti, questo intervento segnerà la sua condanna.</p>



<p>In aggiunta, la giornalista Simona Zecchi nel suo libro/inchiesta sulla vicenda riporta un episodio finora rimasto in ombra: due settimane prima di trovare la morte, Pasolini aveva ricevuto un dossier sulla Dc (un documento finora sconosciuto) la cui eventuale pubblicazione avrebbe messo in crisi il partito cattolico di governo.</p>



<p><em>Petrolio</em>&nbsp;fu pubblicato postumo 17 anni dopo. Amputato delle parti più importanti, tra l’altro. Di un intero capitolo, “lampi sull’Eni”, non abbiamo che una pagina bianca con il titolo. I discorsi di Eugenio Cefis, di cui Pasolini aveva sottolineato l’importanza, scomparsi anche quelli. Non una parola sull’Eni, sull’omicidio di Mattei, sui meccanismi di potere. Per chi legge il romanzo oggi, sorriderà pensando ai dettagli sessuali così espliciti. Non troverà altro. Come afferma ancora una volta Benedetti, si sono censurate le parti “politiche” con il risultato di far passare Petrolio per un libro “scabroso”.</p>



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<p>Nelle opere di Pasolini è possibile ravvisare la complessa dicotomia tra un’Italia che si affacciava al progresso e le sue radici rurali, che lo stesso Pasolini cerca di mantenere salde sottoterra, affinché l’albero non crolli. Sottoterra però, c’è finito solo lui. E ancora oggi le circostanze di questa tragica fine non sono ancora chiare.</p>



<p>Alla luce di tutto ciò che abbiamo detto, la questione rimane irrisolta. Più ci si immerge in queste storie, più emergono domande senza risposta. Pasolini intanto, è stato brutalmente ammazzato. Ed è importante non sapere da chi. Il suo “testamento”, come lo definiva nelle lettere a Moravia, è uscito anni dopo e censurato. Per timore? Siamo in uno stato democratico, che ha fatto dei diritti umani e della libertà i capisaldi della sua encomiabile Costituzione. Gli intellettuali non sono epurati, come accade presso altri totalitarismi mostruosi… o no?</p>
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