Quando sono un po’ triste faccio questo esercizio mentale. Chiudo gli occhi e mi figuro una hall of fame degli psicoterapeuti. Massimo Recalcati, Stefania Andreoli, Paolo Crepet e Umberto Galimberti camminano verso l’ingresso sul tappeto rosso. Tutti, tranne Recalcati che ha le lenti fotocromatiche, sono abbagliati dai flash dei fotografi. Galimberti fa un inchino e perde dalla tasca della giacca le cartoline con il discorso di ringraziamento: le raccoglie veloce, ma si riesce comunque a leggere l’incipit: “Grazie alle mie fonti di ispirazione: Federico Fellini, i Talking Heads, Martin Scorsese e Diego Armando Maradona…”. Crepet, invece, con la mano accenna il gesto di John Cena. Fingono ritrosia, insomma, ma sbavano dalla gioia. Arrivati alla porta, un ultimo cenno al pubblico e ai giornalisti, fischi, reggiseni. Poi entrano. Terrore. La sala è buia e vuota. Si serrano l’uno contro l’altro. Galimberti è costretto a mettere in pausa la sua entrance song – Freudiana degli Alan Parsons Project, scelta dopo un crudele ballottaggio con Doctor Doctor degli UFO. Avanzano a tentoni. “Ehi Siri, lumos”, dice Recalcati, e così riescono a vedere qualcosa e a muovere verso il centro. Silenzio, freddo. È illuminato soltanto il palcoscenico: un seguipersona, che punta perpendicolare su una sedia da gaming. Si avvicinano e, quando l’hanno quasi raggiunta, la poltroncina vortica di 180 gradi e nella scena lo schienale si sostituisce a una figura anziana. È una donna, un po’ gobba, con gli occhiali. È Gabriella Tupini, che sghignazza. A questo punto, Recalcati si inginocchia e urla. La Andreoli piange. Io, invece, torno felice.
Gabriella Tupini è una psicologa, sicuro anche psicoterapeuta, di Roma. È del 1941, quindi ha 85 anni, e intorno agli 80 ha cominciato a registrare e diffondere su internet video – a oggi 213 – in cui racconta il suo “percorso spirituale”. Sono filmati di qualità ignobile, specie i primi: c’è sempre un rumore di fondo – parrebbe la ventola dell’aspiraggio forzato di un bagno cieco –, se dovessi azzardare direi che sono registrati con una webcam Logitech del 1999, l’inquadratura è sbagliatissima e spesso la prossemica sborda, alcuni cominciano con un bip di origine incomprensibile, il microfono forse è l’unico attrezzo decente e invece sarebbe stato meglio di no perché non manca mai di assorbire ogni scoppio prodotto dall’incontro tra due o più componenti del cavo orale della Dottoressa. Dottoressa che si riprende mentre giace in tralice su una poltrona Luigi XV – che nel giro di un annetto, per prescrizioni ortopediche, si trasforma in sedia da gaming –, come fondale un affastellamento di suppellettili di quelle che nei mercatini “no grazie non le trattiamo”, e parla con ritmo lentissimo, pause controsintattiche, spesso superando a colpi di mezz’ore il ragionevole limite di tempo che si imporrebbe a un video degno di circolare su internet. Io, stupido scettico, ho pure pensato che potesse essere una roba fatta con l’Intelligenza Artificale. Poi una collega della Tupini mi ha fatto notare: “l’intelligenza artificiale non biascica”. Vero. Comunque, resta che la Dottoressa ha un seguito gigantesco, intergenerazionale, immagino pure distribuito tra vari gradi di istruzione. Numeri sulle centinaia di migliaia, che non sono milioni, ma che hanno lo stesso un certo peso statistico. Questo perché, nonostante il nipote le abbia spiegato soltanto come pubblicare su YouTube, porzioni dei suoi monologhi vengono selezionate, ritagliate e riproposte ovunque dai suoi moltissimi adepti. Successo strepitoso.
La dottoressa Tupini impasta mitologia greco-romana, paganesimo new age, iconografia norrena (lupi ovunque), un lodevole ma maldefinito animismo, convinzioni esoteriche. Con il crescere della popolarità, ha comprato una nuova videocamera ma soprattutto ha iniziato a dirazzare sempre più spesso sul magico e su allusioni agli assilli cari alla contemporaneità idiota: patriarcato, mindfulness, astrologia. Anticlericalismo alla Pannella – l’età è quella –, e quando azzarda strutturazioni positivistiche il livello è sussidiario di quinta elementare. Tutta roba da ignorare, parrebbe. Non fosse che, quando si limita al suo grande tema, senza aprire a influenze inutili o deteriori, la dottoressa Tupini è eccezionale. E io non mi trovo mai in disaccordo. Mai.
Il suo grande tema è il condizionamento familiare. Come, cioè, nascere e vivere in famiglia implichi l’introiezione di automatismi che vincolano i nostri comportamenti e il nostro modo di pensare. Niente società, niente cultura, niente congiunture economiche. Tutte le nostre sofferenze – riprendendo il motto di Ugone di Certoit, che fu caro a Carlo Fruttero – hanno una fonte e una soltanto: la famiglia d’origine. Con dolo, nei casi più estremi. Oppure senza. Ma comunque sempre, anche quando le cose sembrano procedere indenni da storture macroscopiche. Il male del mondo, si potrebbe dire, nasce dallo scontro inevitabile tra la nostra interiorità infantile – che non dismettiamo mai – e la realtà. Gabriella Tupini ne è convinta, e concepisce la psicoterapia come un lungo e doloroso percorso di emancipazione da questi schemi. Non scopri cos’è e rasserenati. Scopri cos’è e INTERVIENI. È una visione netta, radicale, terribile – perché mancano giustificativi o consolazioni – e comunque piena di speranza e dignità – perché incentrata sulla responsabilità individuale e sull’etica. Soprattutto, è un modo di ripensare le persone in chiave umanistica, non clinica. Una psicoterapia che non certifica, che non contiene, di per sé, verità, ma che è solo una delle possibili vie, forse la più codificata e accessibile, per compiere un affondo su noi stessi. Una grammatica, a tratti semplicistica, per introdurre al profondo. Lontanissima, di certo, da quello che oggi si spera che sia, e cioè una delle tante occasioni per darsi un tono da problematici – “sai, il mio psicoterapeuta dice…” “MADONNA NON ME LO DIRE UGUALE IL MIO OSTEOPATA” – o, peggio, per accaparrarsi etichette autoassolutorie e cretine che ci pacifichino rispetto alle nostre mancanze e magari offrano pure lo spunto un memino. Se dev’essere, è filosofia, letteratura, spiritualità appunto. La scienza, che tanto vi piace, lasciatela ai vetrini di Pasteur. Magari fosse la dopamina. Purtroppo è sempre una questione di mammacce. E Gabriella Tupini l’ha capito.