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	<title>libri Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>La malattia editoriale italiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jan 2026 10:58:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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		<category><![CDATA[editoria italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Storia di come ho sperperato l’eredità di mio nonno per diventare uno Scrittore.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Pigliati ‘sti quattro pidocchi, e fa il libro che devi fare</em> <br>&#8211; Mio nonno</p>
</blockquote>



<p><br>Esergo un po’ più serio, come nei saggi veri:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Esiste il &#8220;bravo&#8221; astrologo? Esiste l&#8217;alchimista &#8220;competente&#8221; e &#8220;aggiornato&#8221;? Allo stesso modo, uno scrittore non ha idea, e nessuno può averla, delle proprie eventuali qualità: esiste il buon scrittore? Gente che vuol scrivere ma vuole anche lavorare ha inventato le storie letterarie, nelle quali si afferma che il tale scrittore è bravo e il tale lo è di meno o di più. Tutte affermazioni campate in aria, perché lo scrittore è appunto come l&#8217;alchimista o l&#8217;astrologo, un tale che imbroglia fabbricando macchine mentali che nessuno può giudicare</em> <br>&#8211; Giorgio Manganelli &#8211;<em> Il rumore sottile della prosa</em></p>
</blockquote>



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<p><br>Devo all’esperienza di morte di mio nonno, che non ha mai letto un libro in vita sua, la possibilità di questo piccolo esperimento sociale che ho avuto modo di condurre negli ultimi due anni… forse da non continuare.<br><br>Avrei iniziato così questo abbozzo di saggio, di mini excursus nella mia esperienza con l’editoria del momento. Avrei inventato una premessa, come infatti ho inventato quella dell’eredità lasciatami da mio nonno, che non è mai esistita &#8211; e come avrebbe potuto? Mio nonno è morto, sì, ormai da qualche anno, non ricordo neanche più quanti di preciso &#8211; forse due o tre, comunque meno di cinque -, ma non mi ha lasciato nulla, perché è morto senza nulla. Anni prima, da ragazzino, gli avevo fatto presente con una certa insistenza quanto apprezzassi l’anello d’argento con montato in cima un opale nero che giocava coi riflessi della luce appena sotto la nocca del suo mignolo sinistro della sua mano sinistra &#8211; mignolo che terminava in un’unghia che lui, per qualche tradizione e motivo che adesso non ricordo e che non mi va più di indagare, lasciava crescere da non so quanti decenni senza tagliarla mai. Forse senza averla mai tagliata. Comunque, l&#8217;anello non l&#8217;ho mai avuto.</p>



<p></p>
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		<title>Non leggere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Jan 2026 14:27:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quello che viene da chiedersi davvero è perché un giovane che abita il proprio tempo, inconsciamente immerso nel flusso del presente, dovrebbe leggere e, soprattutto, dovrebbe leggere un libro pubblicato in Italia oggi?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Prologo per i più fortunati che non sanno cosa sia un libro:</p>



<p>Immaginate che un visionario trovi il modo di inventare un’IQOS non elettronica — un oggetto fisico, con dentro del tabacco, un filtro eccetera: adesso su due piedi non vi so fare un elenco esaustivo di cosa ci vorrebbe, altrimenti l’avrei inventata io, ma diciamo una cosa che puoi tenere in tasca, in un comodo pacchetto, e che ti puoi fumare in tutta tranquillità quando e dove vuoi (a meno che tu non viva a Milano). Sarebbe gustoso, no?</p>



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<p>Ecco. Qualcuno, questa cosa, l’ha già fatta con lo straordinario dono che Dio ci ha fornito: la parola. Ha preso un Kindle, in qualche modo (a mano credo) ha ricopiato le parole a una a una su un foglio, poi su un altro e alla fine li ha messi insieme e ci ha incollato sopra una copertina. Questo è un libro. Ci sono libri di storia, libri da comodino, libri usati e libri nuovi di pacca. Ci sono addirittura, pensate, dei libri da leggere.</p>



<p>Non voglio ricevere lettere formali da zii magistrati, però sappiamo tutti chi è l’unica persona sotto i sessant’anni che ancora legge libri in Italia. Se resiste il Premio Strega, o si organizzano quelle meravigliose fiere della vanità che sono i festival letterari, lo dobbiamo anche a lui, che non se ne perde una, e trotta da un capo all’altro dello stivale. E allora rapida carrellata descrittiva del profilo tipo: cardigan e occhialetto da eccellenza del Liceo Classico, capelli arruffati come arruffati sono i pensieri, riscatto della laurea come regalo dei genitori per il venticinquesimo compleanno e una certa innocuità sostanziale e depotenziamento concettuale sotto la sventolata potenza rivoluzionaria della cultura. In cameretta i busti di Augias e Gramellini. Nel congelatore? Facilissimo: solo buste di vellutata di zucca dell’Orogel. Se a Crepet chiedessero di buttare giù due righe per un prompt per il giovane ideale, uscirebbe lui.</p>
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		<title>Non possono esserci solo romanzi pietisti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Oct 2025 10:49:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
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		<category><![CDATA[Vita]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando la vita sparisce dai romanzi e la letteratura si riduce a poco più di una seduta di gruppo.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong><em>Nota a chi legge:<br></em></strong><em><br>Scrivere di dolore è non solo legittimo, ma spesso necessario. Alcuni dei libri che saranno citati in seguito contengono pagine potenti e oneste. Non metto in discussione il diritto di raccontare traumi, malattie o fragilità. Ma quello che oggi vedo – troppo spesso – è una narrativa che usa il dolore come lasciapassare, come scorciatoia estetica e soprattutto etica. Qui si vuole mettere in discussione un meccanismo editoriale, culturale, stilistico, che rende il dolore un prodotto. Una macchina che vende emozioni consolatorie, ma che nel farlo dimentica che la letteratura dovrebbe essere soprattutto vita, invenzione, visione, tensione.</em></p>



<p></p>



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<p>Negli ultimi anni è emerso un genere letterario apparentemente di successo, che chiamiamo “romanzo pietista”. Quel tipo di romanzo che mette al centro <strong>malattia, perdita, trauma, lutto e disagio mentale</strong>, non come materia narrativa, ma come garanzia morale.</p>



<p>È la nuova zona franca della letteratura contemporanea: se soffri o se scrivi di qualcuno che soffre – anche se è un personaggio di fantasia &#8211;<strong> puoi anche dimenticare trama, stile, visione, coerenza, messaggio</strong>. Non importa. Il dolore ti assolve sempre.</p>



<p>Lo spunto di questa riflessione è giunto dopo aver provato a leggere <em>Lo sbilico </em>di Alcide Pierantozzi. Un testo che si muove tra diario clinico e flusso letterario, tra ambulatorio e confessionale. La lingua e lo stile cercano di tenere insieme i pezzi e a tratti ci riescono anche. Ma il problema non è stilistico quanto sostanziale.</p>
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		<title>Critica martiriale #1. Dan Brown, &#8220;L’ultimo segreto&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Oct 2025 11:15:06 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Ubaldo Berti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Recensire ogni mese il titolo che, incrociando i dati di varie classifiche, ha venduto di più. Nessuna preclusione: sceglie il mercato. Nessun preconcetto: solo spirito di servizio. Per cercare di capire le ragioni e l’andazzo di questo mostro che si alimenta a sportine chiamato editoria.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p><em>La critica letteraria, oggi, ha perso la sua funzione. Troppo facile, infatti, attingere dalla solita nicchia e tornare a recensire l’ennesimo capolavoro di Beppe Severgnini. Tutta roba posticcia, autoreferenziale. Il lettore vero, invece, sbaglierà pure l’accento di Iperborea, ma è quello che trasforma libri impensabili in bestseller. E noi del </em>Nemico<em>, sfruttando la vocazione al sacrificio e un paio di buoni Feltrinelli di Ubaldo Berti, lo vogliamo inseguire. Questo l’obiettivo di </em>Critica martiriale<em>: recensire ogni mese il titolo che, incrociando i dati di varie classifiche, ha venduto di più. Nessuna preclusione: sceglie il mercato. Nessun preconcetto: solo spirito di servizio. Per cercare di capire le ragioni e l’andazzo di questo mostro che si alimenta a sportine chiamato editoria.</em></p>



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<p>Premessa:‌ conosco poco <strong>Dan Brown</strong>. L’ultimo libro – <em>Origin</em> – uscì nel 2017, e all’epoca ancora me la tiravo. Oggi non più, dopo che un commesso di Libraccio mi ha pestato. Le nozioni di base, però, non le ho mai recuperate. So, come tutti, che nel <em>Codice Da Vinci</em> c’entravano le società segrete e il Santo Graal, o che nella prima stesura di <em>Inferno</em> tutte le occorrenze di “Firenze” fossero “Firensi oh my lovely lambredotti”, poi corrette prima del visto si stampi. Per il resto, larga ingenuità e zero preconcetti. Invidia per i 250 milioni di libri venduti? Figurati: ci dividono soltanto 249 milioni 999mila 998 copie. Due colleghi.</p>



<p>Comunque,<strong> il professor Langdon – Tom Hanks –</strong> <strong>stavolta è a Praga</strong>. Non avessimo notato la doppia copia della cartina stampata nelle sguardie anteriori e posteriori, l’ambientazione è presto extraribadita, e giustificata in una tra le prime, moltissime, incessanti digressioni nozionistiche che puntelleranno il racconto:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-style-default is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Il nome della città derivava dalla parola ceca per «soglia», e ogni volta che Langdon la visitava aveva proprio l’impressione di varcarne una […]. Per secoli l’attuale capitale ceca era stata il centro europeo dell’occulto. L’imperatore Rodolfo II aveva praticato, nel segreto dello Speculum Alchemiae, la scienza della trasmutazione. Personaggi come l’occultista John Dee e il medium Edward Kelley l’avevano scelta per tenere sedute in cui evocavano gli spiriti e conversavano con gli angeli. E sempre a Praga, sua città natale, l’autore di origini ebraiche Franz Kafka aveva scritto l’oscuro racconto <em>La metamorfosi</em>.</p>
</blockquote>



<p>Con Langdon, la dottoressa Katherine Salomon, specialista in noetica, il tema su cui s’innesta una trama di per sé piuttosto elementare – <strong>una progressione lineare impepata con i cliché del genere: sparizioni, servizi segreti, un manoscritto rubato che cambierebbe il mondo, una minacciosa entità imprecisata che si muove in parallelo ai protagonisti</strong>. Ma la storia è superflua: scopo del libro è mettere in scena il conflitto intorno alla natura della coscienza, polarizzato tra riduzionismo neurobiologico (se non, nella sua variante estrema, eliminativismo) e, appunto, <em>noetica</em>, che la Salomon – a pagina 21 – non manca di spiegarci con una tirata riassumibile in: crediamo che la coscienza sia indipendente dall’<em>hardware</em> del cervello.</p>



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<p>Ora, tutti d’accordo che le neuroscienze siano una delle più abusate e scriteriate mode accademiche degli ultimi decenni, e che i limiti e i pericoli del riduzionismo siano gli stessi dai tempi di La Mettrie, cioè quelli insiti in ogni approccio che rivendichi l’esistenza della sola materia. Inoltre, gli <em>hooligan</em> fisicalisti spiccano in genere per boria, saccenza, spirito competitivo e atteggiamento di superiorità verso il nemico – ora la credenza religiosa, ora l’irrazionalismo, ora il semplice senso comune. Io, che con la metafisica non ci ho fatto mai a manate e coi saputelli invece spesso, simpatizzerei dunque per Dan Brown, che da subito sembra schierarsi all’opposto. Purtroppo, mi annoia tantissimo anche chi annaspa per legittimarsi nel territorio della scienza, cadendo nell’equivoco idiota di pensare che non esista verità fuori dai vetrini e dalle provette. Ieri la ghiandola pineale, oggi le esperienze di pre-morte, i <em>qualia</em>, il collasso della funzione d’onda:‌ ci ho provato, lo giuro, ma poi ho preferito dare retta alla classe di Deirdre McCloskey e penare poco: “tanto vale arrendersi e chiamarla Anima”. <strong>Per questo, quando leggo di fisica quantistica chiudo e torno a parlare dell’Inter.</strong></p>



<p>Ma Dan Brown invece ha intuito che la questione si sta ormai svincolando dalla nicchia dei <em>paper</em> forforosi per entrare nel dibattito corrente. Matura, dunque, per farne materia di romanzo. Non che precorra i tempi, attenzione: gioca sul filo dell’<em>appena prima</em>, forse della simultaneità (impossibile dire quanto ci abbia davvero messo, a scrivere il tomone), di modo che il lettore, affabulato da parole strane e mozziconi di concetti, digitando “fisica quantistica coscienza” non manchi di reperire facile gratificazione in bloggacci divulgativi o in articoli sotto paywall del <em>Corriere</em>, e s’illuda di procurarsi un armamentario efficace per zittire l’amico chiacchierone che ha scelto lo scientismo acritico come strumento sociale per darsi un tono. Inoltre, Dan Brown ha fatto i compiti, si è documentato e parrebbe pure averla capita bene, la questione, con tanto di<em> disclaimer</em> iniziale sulla fedeltà scientifica di dati ed esperimenti.<strong> Ma ignora un problema: che il libro dovrebbe essere un romanzo. Thriller, per giunta</strong>. Ci si aspetterebbe quindi un minimo di frizzo, lo stimolo a girare pagina, la tentazione di sbirciare nei capitoli successivi. Purtroppo, nulla.</p>



<p>I motivi sono molteplici. La trama, s’è detto, è prevedibile, e lo stesso vale per le implicazioni nella faccenda della questione coscienza-mente-cervello.<strong> Le scelte stilistiche, invece, sono terrificanti.</strong> L’effetto Powerpoint terza media delle digressioni è un esempio, ma pure il ricorso ossessivo e gratuito a nomi propri di brand commerciali. Di continuo: non c’è ragione di intreccio né un in più estetico che giustifichi, nell’arco di due pagine, le lampade Wood, il costume Speedo, gli occhialini Vanquisher, e nemmeno il dolcevita Dale of Norway (per altro inguardabile) o il piumino Patagonia poco più avanti, tanto che si finisce per forza a immaginare un dialogo tra Dan Brown e il suo editor del tipo “perché quel musino triste Danny?”, “mi hanno detto che scrivo come un redattore di un quotidiano locale”, “e che problema c’è: digressioni”, “già fatto”, “ambientare la storia in Kosovo?”, “Praga”, “e allora nomi propri”, “madonna sei un grande”, se non delle marchette. Il peggio, tuttavia, lo raggiungono i corsivi con cui ogni dieci righe mette su carta i pensieri dei personaggi. In mezzo a un diluvio di <em>mio dio!</em>, ecco l’hit parade dei miei preferiti:</p>



<p><em>Dove diavolo sono finito?</em></p>



<p><br><em>Missione compiuta. Anche se ci è mancato poco.</em></p>



<p><br><em>Oh, cazzo</em> [la virgola mi esalta]</p>



<p>Quasi pacchiane, invece, le scelte redazionali: incomprensibile perché ogni tanto le parole ceche o russe non vengano tradotte (<em>вибратор</em> – «vibratore» per soprannome di un’epilettica – avrebbe potuto ometterlo del tutto, anziché fornircelo in due lingue); troppo smaccata, invece, la brevità dei capitoli, usata come incentivo alla lettura, per un ridicolo totale di 139. <em>Guerra e pace</em> 112, per dire.</p>



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<p>Infine, i personaggi. <strong>Tolto il protagonista – che gode della rincorsa di 3000 pagine pregresse –, gli altri sono fiacchissimi, meri vettori della trama</strong>: gli agenti dei servizi fumano, imprecano, cazzottano, il direttore della casa editrice non esce dal perimetro dell’idealizzazione capitalistica, gli altri hanno ragione d’essere perché il loro unico predicato verbale – infatuarsi, sbagliarsi, avere una crisi epilettica – serve alla progressione della storia. Ma se, tra questo piattume, la ganza del prof. Langdon si limita a essere uno scanzonato ying nella dicotomia metafisica-scientismo, l’altra – la SCIENZIATA – risulta di certo il personaggio più riuscito. In modo, però, del tutto involontario. Perché, nell’ostinarsi in bassorilievi senza scivolare nel tutto tondo neanche per sbaglio, nel suo caso Dan Brown ha la fortuna d’incappare in un <em>habitus</em> mentale che ha come tratto distintivo proprio l’assenza di profondità: il riduzionista. Peccato che la tolga di mezzo abbastanza presto.</p>



<p>Di positivo (almeno in termini commerciali) resterebbe dunque l’intuizione sul tema, che infatti trasforma buona parte del romanzo in un saggio divulgativo. Dan Brown – senza farne troppo mistero:‌ “le ricerche volte a comprendere la coscienza umana stanno diventando il Santo Graal della scienza”, pensa Langdon – ritenta l’operazione che gli è riuscita in passato, cioè accattivarsi un lettore che non cerchi la narrativa, ma nozioni di massima su temi a effetto per fare il ganzo mentre aspetta il suo turno alla pectoral machine. Il problema è che quel lettore, che nel 2003 s’era sbrodolato di Priorato di Sion e Maria Maddalena, oggi considera Dan Brown una commercialata, e passa le sue ore ad ascoltare Barbero che parla di Caporetto. Gli altri, invece, almeno un po’ di narrativa magari la gradirebbero.</p>



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		<title>Intervista impossibile ai Tlonisti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Jan 2025 09:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Intervista Impossibile]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Colamedici]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Maura Gancitano]]></category>
		<category><![CDATA[performatività]]></category>
		<category><![CDATA[Tlon]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tlon è una inarrestabile e onnipresente megamacchina editoriale, gestita con dolcezza e infaticabile operosità da Maura Gancitano e Andrea Colamedici.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Pieve di Cadore, sono le 23 e 45, Maura e Andrea hanno appena finito la sessione del loro ciclo settimanale di conferenze, rigorosamente in presenza, sui rimedi al burnout dei casellanti degli impianti sciistici. Riusciamo a intercettarli in camerino. </em></p>



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<p>N: Ciao Andrea, ciao Maura. Come state?</p>



<p><strong>M: Bene, dai, un po’ stanchi.</strong></p>



<p>N: Beh direi, siete ovunque, sempre in giro a una presentazione, a un festival, sui social.</p>



<p><strong>M: Sì il 2024 è stato uno dei nostri anni migliori… abbiamo sbloccato la manovra a tenaglia, Andrea presentava a nord, mentre io partivo da giù. A metà strada una fiera a Roma per sgrassare, e poi via a direzioni inverse.</strong></p>



<p>N: Un grande traguardo, complimenti…</p>



<p><strong>A: La cosa di cui andiamo più fieri però è la pubblicazione delle 30mila ore di storie su Instagram negli ultimi 365 giorni.</strong></p>



<p>N: Ellapeppa!</p>



<p><strong>A: Sì, ho fatto un calcolo e sono di più delle ore che ho realmente vissuto.</strong></p>



<p>N: Splendido, ma mi chiedevo una cosa. Mentre parliamo in questa simpatica intervista impossibile, state allo stesso tempo facendo uno streaming sull’educazione sessuale negli asili nido. Come fate a rispondere a me e contemporaneamente a tenere un convegno su un tema così delicato?</p>



<p><strong>A: Semplice</strong> [Andrea si volta] <strong>abbiamo un’altra faccia dietro la testa. E alle nostre spalle facciamo lo streaming.</strong></p>



<p>N: Ah… ecco, non capivo. Fa un po’ senso.</p>



<p><strong>A: Io la chiamo deformazione professionale.</strong></p>



<p>N: Chiaro. E anche tu Maura?</p>



<p><strong>M: Sì, anche io ho un’altra faccia ma purtroppo la mia è sotto il piede. È per questo che sto in questa posizione scomodissima per fare la diretta.</strong></p>



<p>N: Ah capisco. Che ingiustizia però…</p>



<p><strong>A: Per me è colpa del patriarcato.</strong></p>



<p>N: È possibile, è possibile.</p>



<p><strong>A: Forse è anche per colpa di Onlyfans. I piedi stanno prendendo coscienza. Coscienza di calze.</strong></p>



<p><strong>M: Ahahha Andrea, il tuo marxismo è spudorato.</strong></p>



<p>N: Adorabile. Non mi è chiaro però come fate a conciliare alcuni dei vostri core business – la lotta alla performatività, alla società dell’efficienza – con l’essere poi performativi ed efficientissimi al massimo. Producete contenuti in continuazione, siete a 15 eventi contemporaneamente, parlate di temi che comprendono tutto lo scibile umano e postumano, dalla paleontologia alla guerra in Ucraina, dalle disuguaglianze di genere ai generali dietro la collina.</p>



<p><strong>A: Io la chiamo deformazione professionale</strong>.</p>



<p>N: Mi pare giusto. Ma cos’è questo odore sgradevole?</p>



<p><strong>A: Niente niente. Apri la finestra Maura.</strong></p>



<p>N: È una puzza insopportabile. Andrea… hai scorreggiato?</p>



<p><strong>A. Io la chiamo fioritura personale.</strong></p>


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<figure class="aligncenter size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="670" height="1000" src="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/01/e717f62d-3518-49fc-94bc-b7928751decb_670x1000.png" alt="" class="wp-image-1802" srcset="https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/01/e717f62d-3518-49fc-94bc-b7928751decb_670x1000.png 670w, https://ilnemico.it/site/wp-content/uploads/2025/01/e717f62d-3518-49fc-94bc-b7928751decb_670x1000-201x300.png 201w" sizes="(max-width: 670px) 100vw, 670px" /></figure>
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		<title>Chiudete Adelphi prima che sia troppo tardi!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Oct 2024 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
		<category><![CDATA[Blazen]]></category>
		<category><![CDATA[Calasso]]></category>
		<category><![CDATA[editoria]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Mondadori]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se l'unica di cui ci potevamo fidare ha imboccato la strada a senso unico che già fu di Feltrinelli e Mondadori, quale alternative restano, se non chiudere tutto? </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-text-align-right">«Quanto più il mondo è inconsistente, tanto più cresce il numero di coloro che hanno da lamentarsene. <br>Ma anche il loro lamento è inconsistente»</p>



<p class="has-text-align-right">Roberto Calasso, <em>L&#8217;innominabile attuale</em></p>



<p>Roberto Calasso è morto e Feltrinelli ha il 10% di Adelphi. Dal maggio 2027 anche Mondadori avrà il suo buon 10%. Siamo giusto in tempo. <strong>Anzi <em>siete</em> giusto in tempo per chiudere con un lieto fine.</strong> Lo sappiamo: tutto finisce e niente dura per sempre, speravamo di finire prima noi ma non importa, è andata così. Preferiamo vederla morta e continuare a contemplarne il cadavere squisito – a leggerne il catalogo già edito – che assistere impotenti al suo pervertimento. <em>Corruptio optimi pessima.</em></p>



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<p>C’è stato un momento specifico nella mia vita di lettore inesperto in cui ho capito che Adelphi era l’unica di cui mi potevo fidare. <strong>Tutte le altre grandi case editrici, nonostante i capolavori che avevano in catalogo, potevano sempre rifilarti qualcosa di scadente. Solo Adelphi significava qualità assicurata</strong>. Non avrei mai visto su una di quelle copertine pastello il nome di una youtuber, ne ero certo. Adelphi significava cultura.</p>



<p>Poi bisogna essere onesti e ammettere che anche Adelphi ha pubblicato cose di minor valore letterario – anche se molte meno di tutti gli altri editori maggiori – ma il problema non è quello. Il problema non è neanche la prefazione a <em>Narcotopia</em> di Patrick Winn scritta da Saviano (che tra l’altro aveva già prefatto <em>Višera</em> di Šalamov, nel 2010, quando Calasso era ancora vivo e in retti sensi) ma il problema sono tutte le altre che temiamo arriveranno. Guardiamo con terrore al giorno in cui Adelphi pubblicherà un romanzo di Saviano. No, non stiamo dicendo che auguriamo a Saviano di finire in mano ai Casalesi, stiamo semplicemente dicendo che Saviano scrive male. <strong>Qualunque sia la valenza politica e civile dell&#8217;uomo Saviano, lo riteniamo come scrittore mediocre e come studioso</strong> <strong>irrilevante</strong>. Stiamo dicendo che se Adelphi pubblicasse un romanzo di Saviano vedremmo irreversibilmente intaccata quella garanzia di qualità, il mantenimento di quegli standard, che fino a oggi hanno caratterizzato la casa editrice.</p>



<p>Quando la prosa italiana era viva e vegeta – e il serpente della lingua cambiava pelle non nella pagina Facebook di Vera Gheno, ma sotto la penna di Landolfi o Ceronetti – Adelphi pubblicava pagine del genere: «Per l’italiano, il fatto di non essere in galera è semplicemente un segno che da noi lo Stato non funziona. E come potrebbe funzionare, avendo dei cittadini come lui? L’italiano libero è semplicemente un italiano che l’ha fatta franca». Chi parla è un Manganelli affatto ironico. <strong>Davvero vogliamo affiancare all’autore di <em>Mammifero italiano</em> e <em>Dall’inferno</em> i paladini della giustizia a buon mercato, gli inclusivi rigorosamente inclementi e intolleranti? </strong>Chi lo accetta senza battere ciglio, è complice – e questo ci riporta a Manganelli: «L’Italia – dove l’istituzione (la raccomandazione) fiorisce, ma che certamente non ne è il solo eden – non pare interessata ad una società giusta; essendo una società di moltissimi deboli e pochi potenti, è una società di complici»).</p>



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<p>Nel 2015 RCS, che possedeva il 58% della casa editrice, voleva vendere al gruppo Mondadori e Calasso intervenne esercitando un’opzione per acquistare le quote detenute da RCS e impedire che il passaggio avvenisse. Adesso sua figlia, Josephine Calasso, cede a Mondadori una parte delle sue azioni. <strong>Non ci vuole un medium per capire che il padre non sarebbe d’accordo</strong>, ma Josephine Calasso posta sotto la sua foto mentre fa aperitivo la falsa citazione di Calvino, quella che dice «prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore». Chiunque abbia letto davvero la <em>Lezione sulla leggerezza</em> sa che questa frase non c’è scritta, chiunque abbia mai letto Calvino dovrebbe nutrire dei seri dubbi sul fatto che potesse aver scritto una frase così banale.</p>



<p>Noi non vogliamo prendercela con chi non ha letto Calvino, né tantomeno vogliamo criticare le altre case editrici perché pubblicano prodotti mediocri o addirittura insulsi: va bene così, che lo facciano. Devono farlo. Ci sono persone a cui piace leggere quelle cose e non vediamo per quale motivo dovrebbero essere private di questo piacere. Ma neanche noi vogliamo essere privati della cultura. <strong>Vogliamo che si continui a riconoscere la differenza tra intrattenimento e cultura. Non è un discorso gerarchico, non sta a noi stabilire se una cosa è meglio dell’altra, non è una questione di snobismo.</strong> Ma noi vogliamo che continuino a esistere tutte e due. Che esista l&#8217;intrattenimento, la distrazione, <strong>ma per quale motivo la cultura deve morire nel tentativo di farsi intrattenimento</strong>? Adelphi comincerà a cercare di fare soldi con tutto ciò che gravita intorno ai libri, ma che libro non è, come gli altri editori maggiori? Dopo le shopper Adelphi, che già esistono e vanno alla grande, ci toccherà vedere la serie Netflix tratta dai romanzi di Bernhard? Indosseremo le t-shirt del merchandise di Fleur Jaeggy come quello di Sally Rooney?</p>



<p>Ormai da tempo la cultura insegue l’intrattenimento pensando di guadagnarci qualcosa, quando è evidente che queste scelte sono solo a perdere, la diluiscono fino a farla risultare annacquata e insapore. Seguire quel mercato, soci di Adelphi, vi costringerà a rinunciare a voi stessi, che invece siete gli unici ad avere ancora interi manipoli di fedelissimi lettori desiderosi di leggere cose belle. <strong>Gruppi di Adelphiani convinti la cui devozione è nata proprio dalla consapevolezza di avere a che fare con la cultura, la bellezza e il genio</strong>. Gente smaniosa di leggere il volume mai uscito che doveva seguire il primo, sontuoso, delle prose di Hofmannsthal (<em>L’ignoto che appare. Scritti 1891-1914</em>) stampato nel 1991. Lettori che vorrebbero avere tra le mani la vostra edizione di un libro prezioso come <em>Il parricidio mancato</em> (1985) di Emanuele Severino, che continua anche da morto (o meglio: uscito dal cerchio finito dell’apparire) ad essere uno degli autori più venduti del vostro catalogo. Persone private della possibilità di leggere i libri sulla musica e la teoria della composizione di Franco Donatoni, <em>Questo</em> (1970) e <em>Antecedente X</em> (1980), ormai introvabili perché mai più ristampati. (Qual è la colpa? Voler leggere testi scritti da autori competenti in materia?). Adelphiani che si disperano per <em>La carta è stanca</em> (1976) e <em>La vita apparente </em>(1982) di Ceronetti, che sono entrambi ormai esauriti da almeno quarant’anni – e valgono quasi tutta l’opera del loro autore. E potremmo ancora citare opere come <em>Il garbuglio</em> di Werner Kraft (1971), <em>Artemis Efesia</em> di Albino Galvano (1967), <em>Corna e lingua</em> di Alfred Salmony (1968), segni di una parete geroglifica scheggiata, fiati sottili di lingue dimenticate.</p>



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<p>Ve lo diciamo con amore e apprensione, perché su questa colpa (dimenticare sistematicamente i giganti, e pubblicare l’insulso) <strong>la furia dell’Onnipotente non potrà che piombarvi addosso, contro i vostri primogeniti</strong> – e noi non vogliamo che accada.</p>



<p>Non vogliamo veder svanire l’universo culturale di Adelphi, costruito pubblicando autori che hanno storicamente esplorato visioni diverse e soprattutto lontane dalla triste e ripetitiva banalità dell’intellighenzia italiana di oggi.<strong> Ci preoccupa vedere la coerenza intellettuale che ha definito Adelphi per decenni, eredità di Roberto Calasso, diluirsi progressivamente.</strong> Trovarci a doverlo spiegare è già un sintomo della perdita di quella direzione unica e riconoscibile. «A chi non capisce l’allusione è inutile fornire la spiegazione» (Ceronetti)</p>



<p>Vi chiediamo di sigillare lo stile che Adelphi ha sempre mantenuto e il modo è uno solo:<strong> chiudere</strong>. Non si può fare altro. Dal momento che non vi possiamo chiedere di riportare in vita Bobi Bazlen e Roberto Calasso vi chiediamo una cosa molto più facile: chiudete. Morti i grandi ispiratori che l’hanno creata, a Adelphi non resta che continuare per inerzia, perdendo ogni giorno qualcosa e pervertendosi ogni giorno in qualcos’altro. Risparmiateci la visione di Chiara Valerio, tronfia delle sue strampalate sciocchezze, che siede sul trono di chi ha iniettato Nietzsche nelle vene piene di sangue stantio della cultura italiana. <strong>Chiudetela! Vi imploriamo! Adelphi non ha più ragione di esistere. Del resto, non ce la meritiamo</strong>.</p>



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		<title>La peggiore delle case editrici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vitelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 May 2024 09:21:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dissesto editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Stroncature]]></category>
		<category><![CDATA[accento edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro cattelan]]></category>
		<category><![CDATA[cattelan]]></category>
		<category><![CDATA[contemporary humanities]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura creativa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Accento, la casa editrice di Alessandro Cattelan, è una delle peggiori operazioni editoriali degli ultimi anni. Fondata su presupposti cretini, non può fare altro che libri cretini.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p></p>



<p>Come dice il maestro Nicolás Gómez Dávila, che non ci stancheremo mai di citare<strong>, i pregiudizi salvano dalle idee stupide</strong>. Non si tratta solo di giudizi espressi a priori, senza alcuna conoscenza di un’esperienza o di una situazione particolare, ma di giudizi basati sulla somma delle conoscenze che le passate generazioni si sono formate su quell’esperienza o situazione e che noi, per ultimi, abbiamo ereditato. E visto che l’umanità è più o meno sempre la stessa, mossa dalle stesse passioni e dalle stesse angosce – recita il&nbsp;<em>Qohélet</em>: «quel che è stato sarà e quel che si è fatto si rifarà: non c’è niente di nuovo sotto il sole» – allora tante volte un pregiudizio millenario, sopravvissuto alla storia e giunto fino a noi, forse è più affidabile e meno fallace dell’ultimo pregiudizio, quello dettato dalla moda del momento.&nbsp;<strong>Come i proverbi, i pregiudizi sono giudizi levigati dai secoli, scremati dalle donne e dagli uomini che ci hanno preceduto, che li hanno utilizzati, testati, collaudati.</strong>&nbsp;Più sono vecchi, più è probabile siano giusti. La realtà, ogni tanto, interviene per sconfessarli, rimettendo tutto in discussione, o facendoci scoprire le eccezioni che rendono vario e stupefacente il mondo, ma senza pregiudizi, le prime bussole che ci vengono fornite per orientarci nella vita, ci troveremo perennemente spaesati.</p>



<p>Tutto questo per dire che&nbsp;<strong>Accento</strong>, la neonata casa editrice di Alessandro Cattelan, pur non avendo letto nessuno dei libri pubblicati (altrimenti il nostro sarebbe un semplice giudizio) è una delle peggiori operazioni editoriali degli ultimi anni. Fondata su presupposti cretini, non può fare altro che libri cretini (ecco il pregiudizio). Aspettiamo che la realtà ci sconfessi, ma nel frattempo ci sentiamo di poter affermare che questa casa editrice, emanazione del suo patron, il Pippo Baudo che la nostra generazione si merita, è l’ennesima di cui non si sentiva alcun bisogno in un Paese che pubblica, tra novità e ristampe,&nbsp;<strong>70.000 libri l’anno, quindi 192 al giorno</strong>&nbsp;(siamo una delle industrie più prolifiche del reame se non fosse che non c’è nessun mercato pronto ad assorbire questa offerta, tanto che il 90% di ciò che viene pubblicato vende meno di 100 copie – a mamma e papà e zia praticamente). In un panorama desolante per sovrabbondanza, bisogna avere motivazioni serie, irrinunciabili, irrevocabili. Variando quello che diceva Rainer Maria Rilke nelle sue lettere al giovane poeta – moriresti se ti fosse vietato scrivere? –<strong>&nbsp;l’editore deve chiedersi: moriresti se ti fosse vietato pubblicare?</strong>&nbsp;Lungi da noi vestire i panni dei martiri, sia chiaro (ma un dito, una falange, ecco, quella potremo sacrificarla) qualche movente lo possiamo almeno sguainare. Ma quale buona motivazione vanta Cattelan? Cosa lo spinge, cosa lo motiva, cosa lo muove? Sono queste le domande che ci sorgono spontanee mentre&nbsp;<strong>allo stand del Salone di Torino lo guardiamo firmare copie di libri che non ha scritto di fronte a schiere di fan che non li leggeranno.</strong>&nbsp;Così recuperiamo un’intervista rilasciata all’indomani del suo debutto editoriale: «Il periodo della pandemia ha coinciso con i miei quarant’anni, quel periodo in cui tiri un po’ le somme e decidi di fare qualcosa di diverso». La noia, lo spleen, la saudade pandemica ci avevano già ammorbato con un altro virus, quello degli scrittori in ciabatte, dei romanzi brutti e dei “viaggi intorno alla propria camera da letto”, con l’aggiunta delle quaranta candeline Cattelan è passato direttamente alla fondazione di un marchio editoriale. Ma l’enfant prodige della tv era già noto alle cronache del bel mondo della cultura, almeno sui social, per le sue #recensionivelocidilibri.&nbsp;<s>La prima volta avevamo letto eiaculazioniveloci</s>. Pensavamo fosse una rubrica di un centinaio di caratteri, delle recensioni-tweet, il grado zero dell’approfondimento culturale.&nbsp;<strong>Invece è peggio. Sono recensioni monosillabi. Ecco un esempio.</strong></p>



<figure class="wp-block-image"><img decoding="async" src="https://substackcdn.com/image/fetch/w_1456,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F90b7e5ab-92ac-4376-9368-0effc293d366_1678x1238.png" alt=""/></figure>



<p>Sì, ma qual è il suo rapporto con la lettura? Mai letto niente fino ai vent’anni, anzi repulsione epidermica (e sacrosanta) per i libri, finché non gli viene regalata la biografia di Baggio scritta da Zazzaroni: «è stato importantissimo perché mi ha fatto capire che leggere non ti uccide, puoi benissimo arrivare in fondo e divertirti».&nbsp;<strong>Inconsapevolmente Cattelan ha elencato due dei principali motivi per cui i libri sono diventati oggetti obsoleti</strong>, destinati alla sostituzione, che non assolvono più ad alcuna funzione rivoluzionaria. 1) Il fatto che non uccidano più (metaforicamente), quindi non creino quei conflitti interiori ed esteriori che sono alla base di ogni movimento e 2) che il loro scopo definitivo sia quello di divertire, come se un libro fosse l’equivalente di un video di Paperissima o di una puntata del suo programma.&nbsp;<strong>Nella società dello spettacolo tutto scivola verso l’intrattenimento, e il messaggio si dissolve dietro la danza dei significanti.&nbsp;</strong>Così anche il discorso culturale si è ridotto a spettacolo. E Cattelan, in questo senso, è letteralmente il “conduttore” perfetto, lui che viene da Radio Deejay, ha un programma in Rai e uno spettacolo a teatro…&nbsp;<strong>Senza nulla togliere a radio, televisione e teatro, si tratta di mezzi espressivi che hanno l’intrattenimento nel dna</strong>, è la loro naturale vocazione, ma il medium libro è una tecnologia che se può servire anche per divertire, tra tutti i tipi di intrattenimento è sicuramente il più noioso, specie nel mondo multimediale. Se continuiamo a diffondere a tappeto l’idea di una lettura sempre più appiattita sull’intrattenimento, allora è un attimo che poggeremo i libri sul comodino per giocare a Fornite o per guardare Xfactor,&nbsp;<strong>perché sono, giustamente, molto più divertenti.</strong>&nbsp;Leggere invece è faticoso, è uno sforzo, una rogna infinita, e soddisfa non un bisogno, quanto più un’inclinazione umana &nbsp;“negativa” senza cui diventeremo un po’ meno umani e un po’ più cyborg. Siamo davvero convinti, come scrive Dostoevskij nelle&nbsp;<em>Memorie dal sottosuolo</em>, «<strong>che soltanto il normale e il positivo, insomma soltanto il benessere, sia vantaggioso per l’uomo</strong>? Che non abbia a sbagliarsi, la ragione, a proposito di codesti vantaggi? Non sarebbe poi possibile che all’uomo non piaccia soltanto lo star bene?&nbsp;<strong>Che gli piaccia anzi altrettanto la sofferenza?</strong>&nbsp;Che lo star male gli sia di vantaggio giusto quanto lo star bene?».</p>



<p>✷</p>



<p>Il nostro sospetto di fondo, sommato ai pregiudizi che qualcuno speriamo confuterà, è che <strong>Accento abbia una funzione inavvertitamente organica al sistema inceppato delle “Contemporary humanities”.</strong> L’enorme carrozzone sponsorizzato da Baricco &amp; Friends sta creando migliaia di aspiranti scrittori che non trovano una collocazione nel mondo del lavoro. Accento, in questo ecosistema malato, fa da ammortizzatore, da sbocco transitorio per attutire una manciata di diplomati in eccesso delle scuole di scrittura creativa, parte di quel surplus che se va bene, dopo aver fatto un po’ di anti-camera nel salottino di Cattelan, <strong>troverà posto a sedere tra i big dell’editoria</strong>. In questo modo il sistema fa finta di essere in buona salute, mentre siamo in bancarotta culturale ormai da un pezzo. Non tanto perché con la cultura non si mangia e le solite menate liberiste, ma perché la cultura delle contemporary humanities che stiamo edificando (e mantenendo a spese dello Stato, finché potrà) con l’illusione di avvicinare la gente a una lettura pop, carina, divertente, tisanina, fotina sull’insta, sta traghettando più persone possibili verso Netflix e tutti quei medium che, sul piano dell’intrattenimento, vincono su qualsiasi “prodotto” culturale. <strong>La cultura non è meglio, ma è un’altra cosa, i libri sono un’altra cosa.</strong> E bisognerebbe raccontarli (anzi forse bisognerebbe smettere di parlarne) come mezzi diversi, con potenzialità diverse da quelle di una serie tv o di un podcast. Assolvono a un’altra funzione. Per quanto riguarda Accento, basta guardare ai titoli, ai temi (pescati tra i trend topic dei social), alle copertine, a tutto un progetto concepito sul letto di Instagram, che oltre a sancirne l’inizio sembra anche indicarne il fine, quindi la tomba, per capire che si tratta di un’operazione inserita in questo discorso. E poi il giovanilismo spicciolo promosso dal duo Cattelan-Bianchi (non proprio due ragazzini) con la pubblicazione di <em>Quasi di nascosto</em>, un’antologia che raccoglie 12 racconti scritti da under 25, sulla scorta dell’esperimento di Tondelli degli anni ’80, ci sembra l’ennesima forzatura, il tentativo di ghettizzare la Generazione Z (ma cos’è poi questa generazione? Chi l’ha definita e messa in forma, se non dei <em>boomer</em>,<em> </em>come in questo caso?) nei soliti temi (transizione sessuale, discriminazione, bullismo, disturbi alimentari: sono questi i motivi triti e ritriti dei racconti) che una minoranza rumorosa al suo interno mette sotto i riflettori, come se i giovani di oggi fossero solo questo e che <strong>il materiale letterario si esaurisca nelle proprie fragilità, e che la fragilità basti a legittimare la scrittura. </strong>Per quanto riguarda lo stile, poi, rimandiamo a una recensione (anche se il sistema delle recensioni nel suo insieme ci ripugna) che abbiamo letto su Goodreads. Tra le tante immotivate, sia di approvazione che di disapprovazione, questa è l’unica che allega un minimo di analisi, e quest’analisi conferma molti dei nostri sospetti.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p><em>Anche stilisticamente non mi ha convinto: cambiano i contesti, i personaggi ed anche i registri linguistici (un brano è in dialetto ed un altro, parzialmente, in una lingua inventata), <strong>ma, non so come sia possibile, tutti i racconti sembrano scritti dalla stessa voce, come se ci fosse dietro una stessa scuola di scrittura.</strong> La caratteristica ricorrente dello stile è un proliferare di immagini molto cariche, con un uso un po’ barocco degli aggettivi e, soprattutto, delle metafore, che mal si combina con un contenuto scarno, impoverendo ulteriormente questi brevi brani. Non aiuta, secondo me, neanche la scelta di una linearità quasi pedante. Si doveva osare di più, puntare su una sperimentazione, non so, o un tono più personale. Capisco che il linguaggio social appiattisca ed omologhi il modo di parlare di chiunque, ma questa eco costante, soprattutto in un contesto letterario che ci si aspetta eterogeneo, rende l’esperienza di lettura molto meno agile.</em></p>
<cite>MsElisaB</cite></blockquote>
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