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	<title>politica Archivi - Il Nemico</title>
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		<title>Eri come l’oro, adesso sei come loro!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 02 Jul 2026 13:05:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[Salvini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Per chi era liceale negli anni ’10 è stato il primo cattivo contemporaneo con cui fraternizzare, il primo uomo nero a cui le professoresse iscritte ai Cobas si riferivano con gli occhi alzati al cielo e le voci gonfie di un risentimento senza verve</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!t-vm!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2F8dbd699b-3fd8-45f7-8218-e7e525d2ee01_2560x1387.jpeg" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a>Che tu lo abbia amato o detestato, non puoi non sentirne già la mancanza. Ce lo si immagina lì, nel grigio Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, a distruggere con una manata il nuovo modellino di un ponte o di una ferrovia mentre viene lacerato dalla nostalgia dei tempi che furono, con una lacrima sul viso, <em>Ti scatterò una foto</em> in sottofondo: tra le cene al Metropol di Mosca dell’ingiustamente ostracizzato Savoini e le manifestazioni fianco a fianco (o meglio braccio a braccio) con i bravi ragazzi di Casapound… non ce la fa, troppi ricordi. E le magliette con le ruspe, le citofonate alle famiglie degli spacciatori, come tra innamorati, le varie epopee pontidiane che si infiammavano alla pronuncia delle parole “kebab”, “Ramadan”, e poi l’Italia agli italiani, l’elettroshock per i bambini rom&#8230; quanti ricordi. E perché? Le indimenticabili colluttazioni con chef Rubio ve le ricordate? Con il primo che lo chiamava “coglione” davanti agli occhi strabuzzati (di natura) di Myrta Merlino e l’altro che rispondeva in differita “io non so chi sia questo signore ma…” – “attacca Salvini ma non ha nemmeno un lurido chiosco” scriveva Camillo Langone riferendosi al folle chef romano. E ancora Morisi, la Bestia, il rapporto fraterno/paterno con Borghezio, Maroni e quello <em>odi et amo</em> con i giornalisti ai quali, alla fine, anche ai più faziosi e snob, strappava sempre un sorriso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per chi era liceale negli anni ’10 è stato il primo cattivo contemporaneo con cui fraternizzare, il primo uomo nero a cui le professoresse iscritte ai Cobas si riferivano con gli occhi alzati al cielo e le voci gonfie di un risentimento senza verve. Lo sentivi accostato ai russi, ai neofascisti, se venivi dal sud o da Roma sapevi che per quell’uomo eri e restavi una zavorra più nera che bianca eppure, nonostante tutto, gli volevi bene, ti ci affezionavi, ma non per il fascino del male o per insulse ribellioni giovanili: stavi solo iniziando a crescere. Perché Salvini, per noi nati degli anni duemila, alla fine ha fatto questo – ci ha fatto crescere, ci ha donato un’identità. E scommetto che a rimpiangerlo non siamo solo noi “pecore nere” che al liceo disegnavano svastiche in bagno – vero simbolo dell’innocenza e della spensieratezza giovanile – ma sono anche quei giovani vecchi che a partire dai quindici anni parlavano di giustizia sociale, di pari diritti – anche loro, alla fine, sapevano che di base era un uomo buono, assettato di potere certo, ma in un modo quasi infantile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il suo definitivo pensionamento si è celebrato la settimana scorsa, il mercoledì nero in cui la Gruber, l’unico vero sacerdote con il potere di battezzare gli impresentabili, ha deciso di infilare la testa di Vannacci nel fiume in cui scorrono le acque del populismo. Immaginatevi il nostro Nonno padano come l’avrà presa, ora che gli toccano solo placide ospitate davanti all’amico del Debbio o all’accolito Mario Giordano in cui, in assenza di un nemico (in pieno stile schmittiano) non riesce proprio a dare il meglio di sé come i bei tempi che furono con Formigli, con Telese. Chissà quanto non gliene freghi un cazzo dei ponti, delle autostrade e delle provinciali, dei traghetti, dei treni… chissà quanto gli mancano i rom.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo grazie a Salvini siamo diventati realisti, abbiamo capito che i buoni e i cattivi non esistono, e che allora è necessario scegliere il meno cattivo – dunque il più umano –, quello con cui ci sentiremmo liberi di fare una chiacchierata senza sentirsi a disagio, senza essere guardati come <em>goy </em>privi di speranze e rilevanza umana. Ora più che mai, in cui il nuovo cattivo è un generale e non scherza mai, non fa mai una gaffe e ci tritura le palle con valori democristiani, mi manchi, Matteo, come un nonno che non c’è più e mi faceva tanto ridere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ah, dimenticavo, le live durante la quarantena…</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://open.substack.com/pub/ilnemico/chat?utm_source=chat_embed" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></p>
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		<title>L’importanza di essere Giuli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2026 09:21:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Bestiario]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo debitori di un gallo ad Alessandro Gotama Giuli, lo Shakyamuni del MIC, il fondatore, antesignano, apripista, e conseguentemente massimo esperto della Via della Basetta Destra. </p>
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<p class="wp-block-paragraph">Un lungo tavolo da conferenza ospita due docenti universitari, un sociologo, un’artista, un attore-doppiatore, il direttore di una rete televisiva locale e un consigliere regionale intervenuto in auto blu.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I microfoni sono accesi sopra una tovaglia azzurrina un poco stinta. L’argomento della prolusione riguarda l’architetta&nbsp;<em>Caia Sempronia</em>: cementificazione modernista organizzata con decoro medio-borghese. Ogni virgola, ogni attimo, ogni singola posa dei conferenzieri s’apparecchia alla vertigine linguistica della desinenza di genere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sul pavimento di linoleum pompeiano, sgommano le scarpe del pubblico che prende posto. Poi, quando si fa silenzio, l’incanto pare funzionare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto diventa una primavera di boschetti uggiosi che fioriscono nell’omeostasi progressista. Il copione arrangia enfasi del vuoto, retorica della marginalità, elitismo della sottrazione. Come prescrivono i programmi a rotazione nelle scuole di scrittura creativa, il potere simbolico del linguaggio serve a legittimare una determinata gerarchia di valori e rapporti sociali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lo specifico femminile dell’architettura deve dunque presentarsi ai fatti solo attraverso l’appropriata nominazione identitaria: o&nbsp;<em>architetta</em>, o niente. Sarebbe una banale tautologia, ma la carezza lisergica del femminismo ideologico resta irresistibile. L’omeostasi progressista è il tavor dell’ambiente intellettuale. Ci si sente come piccoli satrapi distesi lunghi sui cuscini bianchi di un aperitivo al tramonto. Solo che sul punto di strafarsi, arriva Gennaro Sangiuliano. Il ministro trombato della&nbsp;<em>Cultura di Destra</em>&nbsp;trotterella, beccheggia, sgambetta e sputacchia. Interrompe, si siede e prende la parola. Col microfono in mano, il compito di Sangiuliano è dare a testate dentro l’egemonia. Per questo la Provvidenza, divina architetta, gli ha incerottato il cranio contundente. Sangiuliano è turgido, gonfio e tronfio, con le sinapsi in pieno bunga bunga. Apre forte su Croce e Prezzolini. Passa a una&nbsp;<em>laudatio</em>&nbsp;del razionalismo. Paragona la Torre Eiffel al Ponte sullo Stretto. Finisce in una temeraria geremiade sulla speculazione edilizia nel periodo del boom italiano. Quando parla di&nbsp;<em>Caia Sempronia</em>, Sangiuliano usa la locuzione “donna architetto”. Dimentica che la voce “architetta” si attesta in letteratura italiana da almeno quattro secoli. Ci sarebbe anche “architettrice”, con elegante suffissazione dal desueto “architettore”. Poi Melania G. Mazzucco ci ha fatto il titolo di un libro è la storia è finita lì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il quarto “donna architetto” di fila comincia a dare sui nervi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si sente un rumore di denti che digrignano e di cannucce di biro spaccate sulle ginocchia. A un certo punto, nella sala entra un’illuminazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">«Prendetelo! È Giuli!» urla Sangiuliano, indicando un grande cubo specchiante vicino all’ingresso. Largo e alto una ventina di centimetri sopra il metro, il cubo sembra un’installazione di Pistoletto, o il fondo di magazzino di un mobilificio del Guangdong. Sangiuliano è in piedi di scatto. Inizia a farsi largo in mezzo alle sedie di plastica. Il cubo fa un balzo in avanti, si volta e si dilegua, sparendo dietro una nuvoletta sulfurea. Per terra, resta un piccolo monile dorato. È un fermacravatta a forma di falcetto druidico. Sangiuliano lo mostra in trionfo agli astanti: «Giuli non può fare a meno di me», dice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In effetti, l’attuale ministro italiano della Cultura vive dentro un colossale fraintendimento narrativo. È stato abbastanza semplice scorgere nelle basette risorgimentali di Alessandro Giuli l’arrivista che emerge dalla risacca della politica, attaccato allo scoglio della poltrona col bisso della cozza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma ci vede più lungo chi cerca l’uomo scatola nascosto in una corazza di riflessi.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Marco Travaglio e il suo monologo sulla figura del Ministro Alessandro Giuli | Accordi e Disaccordi" width="500" height="281" src="https://www.youtube.com/embed/bqlzF81TARc?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Giuli viene dalla figliata del Foglio. Adesso l’abbiamo seguito in azione: finta di fioretto a Buttafuoco e scazzottata in rutto libero con Salvini. La sua cifra muove dentro il disgusto pseudo-aristocratico, piuttosto che nella comune vanità borghese. Non si può non volergli bene, come Malaparte voleva bene ai soldati americani per le strade di Napoli. Giuli porta nella&nbsp;<em>rivoluzione dell’infosfera globale un’ontologia intonata al nostro apocalittismo difensivo</em>. In fondo, l’oscuro discorso che il ministro ha regalato al suo insediamento disegnava il codice amministrativo del saggio eunuco di corte. La cultura in C maiuscolo pretende l’intenzione manifesta di adeguarsi alla carriera del compiacente corniciaio di un potere classista, che s’allarga intorno la sua chierica di terra bruciata. La strategia di Giuli è stata confondere l’autonomia con l’automazione, mettendosi in scena come forma attillata di robotico funzionario al profumo di muschio e ambra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bisogna intendersi sui programmi di un ministro della Cultura, nell’era dell’intelligenza artificiale. Se si tratta di dirigere il traffico di padiglioni alla Biennale e la bella figurina di Beatrice Venezi sul podio della Fenice, allora va bene un chatbot qualsiasi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cultura preesiste al commercio, perché finanzia il capitale di fiducia che fonda il mercato. Ma non è possibile chiedere a un intellettuale organico come Giuli di entrare, in stivali di cuoio, nel conflitto contemporaneo tra valore e utilità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema della produzione di utile deve poter continuare ad assorbire la totalità dei territori della cultura nella sfera economica. Quando il senso di comunità sociale evapora nelle infinite trame individuali della rete digitale, il valore intrinseco della cultura diventa valore d’uso, riducendosi a puro intrattenimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A noialtri umile colonia dell’impero, s’impone il vassallaggio dell’uscita dalla storia, dove l’individuazione delle parti genera la disintegrazione dell’intero. La sola egemonia che conta, è quella di se stessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A fronte delle eruzioni vesuviane di Sangiuliano, la scaltrezza di Giuli gli ha consentito di virare la propria volontà politica verso un ardente progetto d’impotenza. Neanche la più spinta libidine catto-conservatrice avrebbe potuto immaginare una simile evoluzione democristiana del passaggio al bosco. Giuli nulla cambia perché niente può. Gli va tuttavia riconosciuto il merito di sostenere le maestranze sartoriali a Cinecittà, con la commissione dei suoi impeccabili outfit.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!rEVd!,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fa9b00ec7-2b89-4e22-9eae-52e0df263e25_1300x680.webp" target="_blank" rel="noreferrer noopener"></a></p>



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		<title>Il conformismo della protesta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Sep 2025 09:42:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura Assoluta]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi scendere in piazza è un’esperienza reversibile, leggera, persino piacevole. Non lascia cicatrici, non incide realmente sul percorso personale. Si manifesta il sabato, e la domenica si torna a casa a consumare come sempre.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Negli ultimi anni, e in particolare oggi, nel 2025, le piazze dei giovani sembrano vive, piene, animate. Manifestazioni per il clima, contro la guerra, contro le diseguaglianze sociali: temi seri, globali, universali. Eppure, osservandole con un minimo di distacco, si ha la sensazione che queste stesse piazze siano meno rivoluzionarie di quanto appaiano, meno autentiche di quanto si proclami. In altre parole, <strong>il problema non è che i giovani manifestino, ma come e perché lo facciano</strong>.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un tempo, la manifestazione politica aveva un carattere drammatico.</strong> Chi scendeva in piazza sapeva di rischiare conseguenze personali: violenza, arresti, perdita di lavoro. La manifestazione era, in sostanza, un atto politico perché comportava un rischio reale. Oggi, invece, manifestare non comporta più alcun rischio concreto. È un’attività tollerata, quasi prevista, persino incoraggiata dal sistema. Ne consegue che la protesta ha perso il suo carattere originario di rottura e si è trasformata in un rito collettivo, ripetitivo e, in fondo, rassicurante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il paradosso è evidente: i giovani credono di ribellarsi, ma in realtà obbediscono. Obbediscono al nuovo imperativo del conformismo di massa: trasgredire. Un conformismo rovesciato, ma pur sempre conformismo. Lo dimostrano i modi stessi della protesta: slogan facili da ricordare, cartelli pensati per essere fotografati, cortei che diventano eventi condivisibili sui social. <strong>L’atto politico si riduce a immagine estetica</strong>. E un’immagine, per definizione, non cambia la realtà: la rappresenta e la consuma.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo senso, la protesta contemporanea è figlia diretta della società dei consumi. Come ogni altra merce, anche la ribellione viene prodotta, distribuita e consumata. Il capitalismo non reprime più le voci dissenzienti, come accadeva in passato: le ingloba, le neutralizza, le rivende. <strong>Una manifestazione diventa un hashtag, un evento mediatico, un prodotto culturale</strong>. E come ogni prodotto, anche questo ha un ciclo di vita breve: viene lanciato, consumato, dimenticato, sostituito da un altro.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Un esempio storico chiarisce la differenza. Nel Sessantotto o nel ’77, scendere in piazza significava porsi in opposizione frontale a un potere che reagiva con forza. La protesta era un atto di scontro e, in quanto tale, trasformava chi vi partecipava: l’esperienza era irreversibile. <strong>Oggi, al contrario, scendere in piazza è un’esperienza reversibile, leggera, persino piacevole</strong>. Non lascia cicatrici, non incide realmente sul percorso personale. Si manifesta il sabato, e la domenica si torna a casa a consumare come sempre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È chiaro, dunque, che il problema non riguarda soltanto i giovani, ma il sistema in cui essi si muovono. <strong>Una società che trasforma tutto in spettacolo non può che trasformare in spettacolo anche la ribellione</strong>. I ragazzi partecipano, certo; ma spesso partecipano come si partecipa a un concerto o a un festival: per esserci, per sentirsi parte di un rito collettivo, per provare un’emozione condivisa. Il contenuto politico della manifestazione si riduce a contorno dell’esperienza emotiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non bisogna però confondere questa critica con un disprezzo per i giovani. La loro energia, la loro indignazione, la loro voglia di dire no, sono autentiche. <strong>Ma ciò che manca è la traduzione di questa energia in azione politica concreta e rischiosa</strong>. Una manifestazione che non mette in gioco nulla di personale resta inevitabilmente inefficace. È un gesto che consola più che cambiare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il rischio, dunque, è duplice. Da un lato, i giovani si illudono di agire quando in realtà stanno soltanto partecipando a un rito innocuo. Dall’altro, il sistema trova in queste manifestazioni una valvola di sfogo: lascia che si gridi, purché quel grido non diventi azione. In questo modo, la protesta non solo non minaccia l’ordine esistente, ma finisce per rafforzarlo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La domanda cruciale, allora, è semplice e insieme terribile: fino a che punto i giovani sono disposti ad andare? Finché la protesta resta una pratica comoda, un atto estetico, un’esperienza collettiva ma indolore, non produrrà alcun cambiamento reale. Solo quando si accetterà il rischio – rischio di perdere sicurezza, privilegi, tempo, lavoro – la protesta potrà tornare ad avere la forza che aveva in passato.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">In definitiva, <strong>la ribellione di oggi non manca di passione, ma manca di serietà. Non manca di entusiasmo, ma manca di sacrificio</strong>. Non manca di numeri, ma manca di rischio. Finché queste mancanze persisteranno, la manifestazione sarà un conformismo travestito da ribellione: un rito collettivo che rassicura chi vi partecipa e chi lo osserva, senza intaccare davvero le strutture del potere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La vera ribellione, in una società che trasforma tutto in merce e spettacolo, consisterebbe forse nel rifiutare di partecipare allo spettacolo stesso. Nel sottrarsi alla logica dell’immagine, nel rinunciare alla scena. Ma questo, evidentemente, è il passo più difficile. Perché richiede ciò che manca: il coraggio di perdere qualcosa.</p>



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		<title>Il vocabolario del potere</title>
		<link>https://ilnemico.it/la-menzogna-delle-parole-nel-vocabolario-del-potere/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 14 Jul 2025 13:07:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[boicottaggio]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
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		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[proteste]]></category>
		<category><![CDATA[Roccella]]></category>
		<category><![CDATA[studenti]]></category>
		<category><![CDATA[Valditara]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Roccella chiama "censura" il fatto di essere contestata in pubblico. Valditara chiama "boicottaggio" la protesta silenziosa di alcuni studenti all'esame di maturità. La repressione si gioca sul potere di delegittimare il dissenso, controllandone le parole.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Ho sempre creduto che il vero scandalo non sia il peccato, <strong>ma l’ipocrisia</strong>. Che la vera violenza non sia quella visibile, ma quella che si nasconde nei gesti di chi mente mentre sorride, nei comunicati istituzionali, negli slogan da talk show.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Osservando <strong>la ministra Roccella e il ministro Valditara</strong> pronunciare con spocchia due parole gravissime — “censura” e “boicottaggio” — ho avuto la sensazione netta di trovarmi di fronte a quella che potremmo definire la pornografia del linguaggio del potere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sì, pornografia. <strong>Perché è osceno un potere che finge di essere vittima</strong>. Una classe dirigente che ruba al dissenso i suoi strumenti semantici per usarli contro chi dissente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La ministra Roccella, contestata da un gruppo di ragazze e ragazzi, ha parlato di censura. <strong>Censura.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Una parola enorme, una parola che ha fatto morire scrittori, esiliare poeti, bruciare giornali. Una parola che puzza di fascismo, di bavagli, di leggi speciali, di fogli strappati. Una parola che — mi si perdoni l’insistenza — <strong>non può essere usata da chi governa contro chi protesta</strong>. Perché la censura, nella sua struttura ontologica, è verticale, discende dall’alto verso il basso, mai il contrario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Roccella non è stata censurata. <strong>È stata contestata</strong>. Le è stato ricordato, con le voci e con i cartelli, che il suo potere non è neutrale, che le sue politiche — in tema di aborto, maternità, donne — non parlano a tutti, ma parlano contro alcuni. Non le è stato impedito di parlare. È stata costretta ad ascoltare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E questo, nel vocabolario politico, non si chiama censura. Si chiama conflitto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il suo vittimismo è un’operazione chirurgica e fredda, ideologica. Serve a delegittimare il dissenso, a dipingerlo come violenza, a ridurre ogni forma di opposizione a un disturbo dell’ordine pubblico. È lo stesso meccanismo che negli anni Settanta definiva gli operai teppisti, le femministe isteriche, i giovani provocatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il potere, oggi, si sente autorizzato a definirsi censurato solo perché non è più abituato ad essere interrotto</strong>.<strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E poi c’è <strong>Valditara.</strong> Il maestro dell’ordine e della disciplina, l’ultimo baluardo di un’idea di scuola come apparato di controllo. Ha definito “<strong>boicottaggio</strong>” la scelta di alcuni studenti — pochi, fragili, arrabbiati — di restare in silenzio durante l’orale di maturità.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Ora, boicottare significa agire consapevolmente per colpire un sistema, danneggiarne i meccanismi. Ma qui non c’è organizzazione. Non c’è sabotaggio. Non c’è calcolo. C’è una protesta grezza, disperata, disarmata. Una protesta adolescenziale, forse ingenua, ma onesta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E invece, il ministro la punisce come si punisce un crimine. Il silenzio, per lui, è provocazione. È inaccettabile. Merita la bocciatura. Ma cos’è, davvero, l’orale della maturità? Un sacramento? Una liturgia dogmatica in cui lo studente deve inginocchiarsi davanti al sistema che lo giudica?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Se un ragazzo sceglie di non parlare, se si rifiuta di partecipare a quella messa secolare, non sta sabotando lo Stato: lo sta interrogando</strong>. Sta chiedendo se valga ancora la pena obbedire a un sistema che lo ha formato come esecutore e non come pensatore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E Valditara, con la severità di un parroco offeso, decide di colpirlo. Di bocciarlo. Di insegnargli che il silenzio non è concesso se non è sottomesso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi due casi, presi insieme, ci raccontano una cosa semplice e terribile: questo governo ha paura del dissenso, soprattutto se viene dai giovani. Non perché sia pericoloso — lo sa bene che non lo è — <strong>ma perché è incontrollabile</strong>.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Un ministro può negoziare con un sindacato, può reprimere un corteo, può manipolare i giornali. Ma non può zittire una classe che fischia. Non può punire il pensiero che rifiuta di esprimersi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora lo ridicolizza. Lo criminalizza. Lo svuota. Lo definisce censura. Lo definisce boicottaggio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché se un governo chiama “censura” ciò che è protesta, e “boicottaggio” ciò che è disagio, allora non sta più solo esercitando il potere: lo sta sacralizzando. Sta dicendo che è intoccabile, che ogni opposizione è eresia. Che ogni voce che non è in coro è una bestemmia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed è qui, cari lettori, che sta la vera urgenza. Non solo nella politica, non solo nella scuola. Ma nel vocabolario. Perché il primo passo della repressione non è la legge: <strong>è la nominazione sbagliata</strong>. È l’atto sacrilego di chiamare censura la contestazione, boicottaggio il silenzio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È così che si chiude lo spazio politico: non impedendo di parlare, ma facendo finta che chi urla sia il carnefice e chi comanda la vittima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora tocca a noi — studenti, cittadini — custodire il significato delle parole, come si custodisce un bene sacro. Non per nostalgia, ma per necessità. Perché se perdiamo il senso delle parole, perdiamo anche la capacità di resistere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E se c’è una cosa che ci è rimasta da difendere, in questo paese pieno di bugie, è la verità che abita nel linguaggio.</p>



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		<title>L&#8217;algoritmo è fascista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jun 2025 10:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dominio della Tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Algoritmo]]></category>
		<category><![CDATA[community]]></category>
		<category><![CDATA[dissenso]]></category>
		<category><![CDATA[Fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
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		<category><![CDATA[ribellione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chi oggi si discosta dalla logica del contenuto – chi non semplifica, chi non si adatta, chi non si rende riconoscibile o spendibile – viene neutralizzato. Non escluso in senso classico, ma semplicemente non calcolato. Invisibile. Scartato dall’algoritmo come un dato irrilevante.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Oggi si ha l’illusione di essere liberi. Un’illusione dolce, narcotica, che penetra attraverso ogni notifica, ogni like, ogni scroll. <strong>Siamo convinti di scegliere: cosa guardare, cosa ascoltare, cosa pubblicare</strong>. Ma è una libertà addomesticata, una libertà messa al guinzaglio. Il guinzaglio non è più visibile come un manganello o una censura ministeriale: è una formula matematica, un calcolo di compatibilità.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">È qui che entra in gioco l’algoritmo: non come semplice strumento tecnico, ma come dispositivo ideologico. <strong>Non ci limita dall’esterno, ma ci guida dall’interno, sostituendosi ai nostri criteri</strong>. <strong>Non censura, ma orienta. Non vieta, ma premia ciò che è conforme: ciò che funziona, ciò che viene accettato, replicato, monetizzato</strong>. È il trionfo dell’aderenza come virtù, della compatibilità come valore.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’algoritmo non impone contenuti. Impone forme. Ritmi, estetiche, toni. Omologa senza obbligare. E in questo senso si comporta come una nuova forma di potere culturale, più efficiente dei vecchi modelli autoritari, perché non deve più imporre la regola: gli basta rimuovere tutto ciò che non è compatibile col sistema di visibilità. È un potere che opera non per divieto, ma per assorbimento. Un potere senza volto, che non si dichiara mai come tale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Chi oggi si discosta dalla logica del contenuto – chi non semplifica, chi non si adatta, chi non si rende riconoscibile o spendibile – <strong>viene neutralizzato. Non escluso in senso classico, ma semplicemente non calcolato. Invisibile. Scartato dall’algoritmo come un dato irrilevante</strong>. Il dissenso non è represso, è ignorato. Ed è proprio qui che si manifesta l’aspetto più subdolo del controllo digitale: non la violenza dell’oppressione, ma quella dell’indifferenza.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Questo non avviene per censura, ma per una forma più raffinata di controllo: la misurazione costante del valore sociale attraverso l’attenzione. Non sei visibile? Allora non esisti. Non sei performante? Allora non sei rilevante. È il mercato della presenza. L’attenzione non è più solo un bene scarso: è la nuova unità di misura dell’esistenza pubblica. Un like vale più di un’idea. Un engagement più di una posizione politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pensate a TikTok, Instagram, YouTube: sono spazi apparentemente orizzontali, democratici. Tutti possono parlare, tutti possono “essere”. <strong>Ma a quale prezzo? Il prezzo è la forma. Devi avere il ritmo giusto, la faccia giusta, il tono giusto</strong>. Devi stare nei 60 secondi. Devi piacere subito. Devi funzionare. È il dominio della performatività. L’esistenza stessa si misura in click, in views, in engagement. Una ragazza può parlare di femminismo, purché lo faccia con il filtro giusto. Un ragazzo può fare satira politica, purché non ecceda, non approfondisca, non spaventi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la trasgressione è prevista. È già parte del piano. L’algoritmo è pronto a monetizzare anche il dissenso, purché sia elegante, ironico, “condivisibile”. Non c’è niente che non possa essere inglobato. <strong>L’antagonismo diventa un’estetica, una nicchia, un brand.</strong> <strong>La ribellione è prevista nel palinsesto</strong>. Così l’oltraggio diventa contenuto virale. Il grido si trasforma in entertainment. Il dolore si fa storytelling. <strong>Non esiste più lo scandalo, solo l’attenzione</strong>. È la nuova estetica del potere: ciò che non attira, decade.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ed è qui che il fascismo rinasce. Non come nostalgia del Ventennio, ma come logica dell’adesione</strong>. Non c’è più un partito, non c’è più un duce, non ci sono divise: ma <strong>c’è una forma di dominio che orienta senza comandare</strong>. Che plasma senza costringere. Che ottimizza l’individuo per renderlo performante<strong>. Si partecipa non per scelta, ma per non scomparire</strong>. È la dittatura della presenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una volta la repressione si esercitava con la violenza. Oggi si esercita con la misura. Ogni nostro gesto è tracciato, valutato, trasformato in dato. E il dato viene trasformato in profitto. Non siamo più soggetti, ma estrattori involontari di valore. Ogni emozione è una moneta. Ogni like è una confessione. Ogni scroll è una scelta politica, travestita da svago.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scuola non educa più, suggerisce. La cultura non forma, intrattiene. Il dissenso non resiste, si adatta. È la fine della coscienza critica<strong>. È il trionfo della compatibilità.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E allora la resistenza, oggi, non è romantica né clamorosa. Non è spegnere il cellulare o chiudere l’account. <strong>È rifiutare l’idea che l’esistenza debba essere visibile per essere vera</strong>. <strong>È accettare l’irrilevanza come atto politico</strong>. È parlare in un linguaggio che non converte<strong>. È creare contenuti che non funzionano. Che disturbano. Che non fanno community. Che non monetizzano</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non per nostalgia. Non per moralismo. Ma per restituire dignità all’umano che sfugge al calcolo. Alla parola che non serve. Al gesto che non performa. Alla fragilità che non si mostra. Alla verità che non si vende.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Perché il potere oggi non ti comanda: ti seduce. E non c’è niente di più pericoloso di un potere che non ha più bisogno di farsi odiare per farti obbedire.</p>



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		<title>Il Monumento 5 Stelle</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Nov 2024 10:59:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Situazionismo]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Visca]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[Movimento 5 Stelle]]></category>
		<category><![CDATA[opera d'arte]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E se il Movimento 5 Stelle non fosse stata solo un'esperienza miseramente fallita di anti-politica e bonifica delle istituzioni, ma la più importante opera d'arte del primo quarto di questo secolo?</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Immagina di fotografare due arance, rotonde come due palle, una accanto all’altra, su sfondo azzurro, per farne risaltare la purezza squillante del colore<strong>. La fotografia di due arance perfettamente rotonde è immorale, perché contro la natura della realtà</strong>. Vedi palle dove ci sono arance.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Strofina i polpastrelli e annota sul foglio di carta:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>ARANCE NAVEL Kg 1. PREZZO: 2,19€</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quale relazione tra prezzo e utilità? <strong>A cosa serve un’opera d’arte?</strong> Quando si vende? E quando si compra? <strong>La foto delle tue palle costa quanto una spremuta d’arance</strong>.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Anna Visca, curatrice artistica, somiglia a Anna Maria Ortese da giovane: il labbro superiore appena sporgente, la fronte disegnata dalle due curve asimmetriche dell’attaccatura dei capelli tirati indietro, lo sguardo vitreo della lente fotografica attraversata dalla luce. Nonostante la sua tesi di laurea contenga un numero adeguato di virgolettati da Deleuze e Guattari, <strong>Anna Visca costruisce una personale idea di arte su due letture intime, per non dire confidenziali, da condividere</strong> <strong>solo in caso di estrema necessità</strong>:<em> Capri e non più Capri</em> di Raffaele La Capria e un racconto di Henri James intitolato <em>Madonna del Futuro</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da La Capria, Anna apprende <strong>che l’eterno destino della bellezza è la sua profanazione</strong>. In Henri James trova invece il senso di un concetto abbastanza radicale che chiama <strong>“il rischio della produzione”.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo Anna, non esiste arte senza rischio di produzione, e tale rischio appartiene in misura uguale all’artista e allo spettatore, motivo per cui si verrebbe a escludere, nell’esperienza dell’arte, <strong>la contemplazione estetica del bello.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Chiunque almeno una volta è stato sopraffatto dal non capire un’opera d’arte. È irrilevante. Conta solo il potere d’acquisto. Per questo Anna propone una radicale distinzione tra opera d’arte e fatto artistico. <strong>Un fatto artistico può non essere un’opera d’arte e spesso capita che un’opera d’arte non sia un fatto artistico</strong>. Un teschio di diamanti, cinque fendenti di taglierino su una tela bianca e trentadue barattoli di zuppa Campbell sono notoriamente un’opera d’arte.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Un fatto artistico assomiglia di più a una borsa Vuitton con l’iconico logo disegnato a penna da un irregolare senegalese di nome Bamba Dieng. Nessuno la compra perché si vede che è falsa, mentre la sua perfetta autenticità sta appunto nel rifiuto di <strong>postulare il vero come copertura del falso. </strong>Almeno così sostiene la Digos in un sommario verbale di sequestro della merce contraffatta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In base a queste considerazioni, Anna si convince che <strong>il Movimento 5 stelle non solo è un fatto artistico, ma anche l’opera d’arte più importante del primo quarto del ventunesimo secolo</strong>. Se diamo per scontato che senza il situazionismo del contemporaneo il Movimento non sarebbe potuto esistere, è altrettanto evidente il contrario. <strong>Non sarebbe possibile comprendere il situazionismo contemporaneo senza il dispositivo del Movimento 5 stelle</strong>.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">Immaginando, in prospettiva storica, la tassonomia di un linguaggio che parte dall&#8217;orinatoio di Duchamp e arriva ai pupazzi di Cattelan, <strong>il Movimento 5 stelle rappresenta la più accurata lettura mai vista del suo codice genetico</strong>. Scioglie il dilemma biologico della fissità inerte di una performance relazionale di Marina Abramovic.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella&nbsp;sua brutale epitome, il Movimento pianta deputati alla Camera dalla stessa astrazione simbolica di Joseph Beuys che pianta querce alla <em>documenta 7</em> di Kassel.&nbsp;Tiene insieme la squadrata purezza ascetica di una mensola di Donald Judd e la contorsione espressionista di un pezzo di Schifano o di Rauschenberg.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E se qualcuno ha la pretesa di spiegarsi quello che è stato appena detto, allora <em>Deo gratias</em> <strong>non sa ancora niente né dell’arte contemporanea, né del Movimento 5 stelle. Sono ipnosi e allucinazione.</strong> Parlano di cose che non si conoscono e che non si possono fare, o possedere, ammesso che si conoscano.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Il ragionamento funziona a livello controintuitivo. <strong>Viene sempre facile fare politica con l’arte, quasi mai fare arte con la politica</strong>. In questi termini il Movimento 5 stelle da movimento politico diventa monumento artistico. Nuovo Edipo che impone il suicidio della Sfinge<strong>, Il Monumento 5 stelle entra di diritto nella storia dell’arte</strong>. I curatori e i critici, o chiunque scriva venti parole con un virgolettato di Deleuze e Guattari, devono soltanto stendere il tappeto rosso della sua solenne passerella.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La conclusione di Anna Visca è semplice. <strong>Il posto del Monumento 5 stelle è in un museo, tra una Venere di gesso e un estintore</strong>. A livello contrattuale, bisogna trovare un accordo. Il Monumento non fa niente gratis, al massimo anticipa. <strong>Come ogni vera opera d’arte, il prezzo del Monumento non è reale, ma esponenziale</strong>. Rappresenta il numero infinito di tutti i prezzi possibili. Il suo valore d’uso è una quotazione di borsa. Il valore di scambio potrebbe invece limitarsi a una mera cifra assicurativa, quanto basta per garantire l’integrità fisica delle distinte parti che lo tengono insieme.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Pazienza se i bilanci della cultura pubblica non se lo possono permettere. <strong>Le fondazioni e i grandi mecenati hanno già fiutato la rilevanza dell’acquisizione.</strong> Non resta che inserire la delibera all’ordine del giorno della nuova Assemblea Costituente. Il Monumento 5 stelle è pronto a essere impacchettato, sottovuoto e in formaldeide, da esporre per intero a beneficio degli spettatori paganti nella grande camera bianca di una torre d’oro progettata da Rem Koolhas. Al garante, il vitalizio di una percentuale fissa sulla bigliettazione netta.</p>



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		<title>Trump l&#8217;oeil</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 Nov 2024 00:05:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Cancer culture]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Surrealismo Capitalista]]></category>
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		<category><![CDATA[Elezioni americane]]></category>
		<category><![CDATA[Harris]]></category>
		<category><![CDATA[politica]]></category>
		<category><![CDATA[repubblicani]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché anche questa volta i sondaggi delle elezioni americane non sono serviti a niente? Potrebbe avere a che fare con il fallimento della strategia della sinistra, estremizzata negli USA, che con la sottrazione di dignità dei suoi avversari, li spinge all'autocensura pubblica e allo sfogo protetto dal segreto dell'urna. </p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">Che i sondaggi siano lo strumento peggiore per capire le inclinazioni di voto di un Paese, quello che il politologo Alfonso Signorini chiama il <em>sentiment</em>, ormai si può dire. Ma perché gli analisti e i commentatori, i giornalisti e i giudici di XFactor li prendono ancora sul serio? Chi esultando prima del tempo, chi lanciandosi in sperticate sentenze, chi vendendo le sue cripto per poi mangiarsi le mani. <strong>Quando li ascoltiamo sembra che ci sia come una misconoscenza dell’antropologia di base, quell’infarinatura minima di consapevolezza delle meschinità umane</strong> su cui ci illuminano da bambini le favole, la Bibbia e Dragon Ball. </p>



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<p class="wp-block-paragraph">Tra tutte, il fatto che <strong>le persone mentono</strong>. Un’ovvietà che gli analisti troppo spesso sottovalutano, loro che lavorano solo sui dati, quindi solo su ciò che la gente dice esplicitamente. <strong>Ma le parole non sono un dato, nascondono sottotesti, sottointesi, in base al contesto mutano di significato. </strong>Pensiamo a un ragazzo americano qualsiasi, chiamiamolo Benjamin, che esce dall’Università a braccetto con la sua ragazza, anzi la sua crush – sono ancora nella fase del corteggiamento e non c’è la confidenza sufficiente per confessare l’indicibile. Lei della Virginia, una progressista convinta, lui del Missouri e la notte di nascosto guarda i video di Logan Paul che intervista gente assurda. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Una sondaggista donna, ispanica, incazzata nera dopo aver litigato con il marito causa stress pre-elettorale, li intercetta, e chiede loro che candidato voteranno alle prossime presidenziali. Lui è intenzionato a votare Trump, e tuttavia non può ammetterlo di fronte alla sondaggista incazzata ma soprattutto a Sarah, farebbe una figuraccia, complicherebbe la relazione, salterebbe la scopata a cui aveva pensato durante tutta la lezione di Bioetica dove gli hanno spiegato che il binarismo è una mistificazione teocratica. <strong>Opterà quindi per il <em>virtue signalling</em></strong>, superficiale ma ostentata segnalazione di virtù: dirà di votare per Kamala Harris. È più facile, comporta meno rischi. Perché non accade il contrario? Perché non è Sarah a mentire, dichiarando che voterà Trump per compiacere il suo ragazzo? La risposta a questa domanda, probabilmente, <strong>contiene anche la risposta a un’altra incognita: perché la sinistra sta sulle palle a tutti?</strong> </p>



<p class="wp-block-paragraph">È una variazione sulla teoria delle minoranze intolleranti di Nassim Taleb, formulata in seguito ad un barbecue tra amici, quando si accorge che tutte le bevande disponibili sono «kosher», dicitura con cui vengono qualificati i cibi adatti agli ebrei in ossequio alle loro tradizioni. «La popolazione kosher rappresenta meno del tre per cento dei residenti degli Stati Uniti, eppure pare che quasi tutte le bevande siano kosher. Perché così il produttore, il negoziante e il ristorante non devono distinguere tra kosher e non. Niente reparti o inventari speciali. La semplice regola che detta tutto è: “Chi mangia kosher non mangerà mai cibo non-kosher, mentre a chi mangia non-kosher non è proibito il kosher”». «Basta che un certo tipo di minoranza intransigente raggiunga un livello minimo, come il 3 o il 4 per cento, perché l’intera popolazione finisca per sottomettersi alle sue preferenze».</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ora qui non si tratta di demografia, di un rapporto tra maggioranza e minoranza in termini numerici, quello tra Sarah e il nostro giovane Benjamin, ma rimane comunque un fatto:<strong> Sarah non potrebbe tollerare la scelta di Ben, mentre Ben tollererà senza fare troppe storie la scelta di Sarah</strong> (il patriarcato tra i ventenni è finito da un pezzo). Sarah è in qualche modo una minoranza auto-percepita, in quanto donna, in quanto progressista, di sinistra, illuminata, buona, giusta, queerfriendly, a differenza del popolo reazionario, infame, pancia del paese, composto da quelle che Eco chiamava “legioni di imbecilli” che hanno trovato voce sui social, senza capire che imbecilli con un telefono in mano lo diventiamo un po’ tutti, <strong>anche Eco</strong>. Così Sarah si sente depositaria di una legittimità superiore a quella di Ben e può far valere la sua intolleranza, costringendolo a fare pippa. «Voto Kamala Harris! Claro que sì», dirà il nostro sorridendo in favore di foglio Excel e abbracciando ancora più forte a sé Sarah. </p>



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<p class="wp-block-paragraph">Ecco che salta il banco, il sondaggio mente perché gli uomini mentono – per quieto vivere o per chissà quante altre ragioni. Quanto spazio di ripensamento corre tra ciò che diciamo, la nostra reale intenzione e l’azione concreta? <strong>Tutto questo spettro di incertezza non è contabilizzato nelle statistiche.</strong> Un vuoto in cui si muovono masse di elettori. È come pensare di vincere le elezioni sulla base dei «mi piace» ai propri post, strategia che in qualche modo la Harris ha utilizzato incentivando gli <em>endorsement</em> da parte di tutto lo Star System, da Taylor Swift a Bruce Springsteen. I social ci dicono che piacciono. Gli stadi pieni ci dicono che piacciono, certo. Ma a quanti altri stanno sulle palle e questa avversione non viene conteggiata? Su quanti, tra gli elettori afro e ispanici, ha prevalso una tendenza patriarcale che gli ha fatto preferire Trump a una donna, senza che ciò potesse essere previsto? </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non c’è il tasto «non mi piace» sui social</strong>, non esistono gli indici di sgradimento, le minoranze non coincidono sempre con i pregiudizi statistici che abbiamo su di loro. La frustrazione o il rancore hanno questa differenza con le passioni positive, che spesso sono mute. Nessuno può ammettere di provare risentimento. Nessuno si alzerà e dirà di averne abbastanza di mangiare cibo Kosher, non davanti a tutti almeno. Nessuno dirà alla sua ragazza che è contrario all’aborto o che gli rode solo l&#8217;idea di avere uno stipendio inferiore a quello di una donna (è sbagliato questo rodimento? Però esiste e incide sul voto). Da qualche altra parte quel rancore, aggravato dalla sua inconfessabilità e divenuto umiliazione, sopraggiungerà ben oltre l’odio che vediamo sui social – la parte visibile di un’insofferenza molto più grande che è il vero ago della bilancia <strong>in un vecchio Occidente con un discreto tenore di vita dove la politica si gioca sempre più sulla manutenzione o la sostituzione dei simboli</strong> (che tanto sull’economia domina il realismo capitalista).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco perché una strategia basata solo o principalmente sull’analisi dei dati è destinata a fallire. <strong>La politica è l’arte di interpretare il non detto, l’inconfessabile, tutto ciò che la gente omette – e dargli una voce, quindi una dignità.</strong> La destra ci sguazza in questa roba, originando mostri come Trump e affini. Mentre la sinistra si sforza di fare il contrario – il suo sembra un perenne esercizio di sottrazione di dignità alla maggioranza delle persone comuni, invitando all’autocensura, alla colpevolizzazione di sé. <strong>Possibile che non ci sia un’alternativa a queste due modalità di fare politica? Il disprezzo del basso da un lato e l’esaltazione della bassezza dall’altro?</strong> Deve esserci una via di uscita, e sicuramente non è quella di gridare che Trump ha ucciso la democrazia, sono arrivati quelli di Qanon al potere (anzi i veri complottisti sono proprio quanti credono che i complottisti abbiano portato Trump alla Casa Bianca). </p>



<p class="wp-block-paragraph">È che l’America sembra proprio aver completato tutto l’arco delle possibilità democratiche, facendo il giro e portando all’estremo il paradosso che la democrazia contiene al suo interno, <strong>quello per cui si può pretendere la libertà di scegliere per l’illibertà</strong>. Anche perché dall’altra parte non si è proposta una vera libertà, ma un’illibertà uguale e contraria, con l&#8217;aggravante di dover sopportare una tipa come Sarah.</p>



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		<title>La struttura oligarchica dell&#8217;edificio democratico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Redazione Il nemico]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Aug 2024 09:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA['900 in fiamme]]></category>
		<category><![CDATA[Highlight]]></category>
		<category><![CDATA[Impolitica]]></category>
		<category><![CDATA[Elite]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Perché tutte le rivoluzioni, alla lunga, si corrompono? La maggior parte dei movimenti, ottenuto il monopolio della violenza, si trasformano in regimi. I rivoluzionari in dittatori. Gli attivisti in funzionari. Lo studioso della sociologia dei partiti Robert Michels risponde partendo da un assunto fondamentale: in ogni società, una minoranza organizzata si impone su una maggioranza disorganizzata.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph">La tendenza burocratica ed oligarchica assunta dall’organizzazione dei partiti anche democratici è da considerarsi senza dubbio quale <strong>frutto fatale d’una necessità tecnica e pratica</strong>. Essa è il prodotto inevitabile del principio stesso dell’organizzazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma vi è ancora un altro coefficiente, che contribuisce non poco a produrre il medesimo effetto. Il moderno partito politico è altresì un’organizzazione di guerra. Come tale, esso deve piegarsi alle leggi della tattica. <strong>Ora, la legge fondamentale della tattica è la prontezza alla battaglia, la indefessa preparazione alla lotta</strong>. <strong>Senonché, democrazia e prontezza sono concetti assolutamente inconciliabili</strong>. Ciò venne riconosciuto già da Ferdinando Lassalle, il grande capo-partito socialista-rivoluzionario, quand’egli propugnò l’idea che la dittatura personale, esistente di fatto nella sua associazione, dovesse venir dichiarata giustificata dalla teoria e proclamata indispensabile in pratica. Egli stabilì esplicitamente che i soci dovevano lasciarsi guidare passivamente dal loro duce e che l’associazione doveva esser simile ad un martello nella mano del suo presidente. Questo era un precetto di necessità politica, specie poi in quei primordi del movimento operaio, ancora puerilmente maldestro; ed era anche l’unico modo per assicurarsi potenza e stima di fronte ai partiti della borghesia. La rapidità delle decisioni restava garantita dal centralismo.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Restava, e resta. Una grande organizzazione è già in sé un ingranaggio di molta pesantezza. Le grandi distanze, e la perdita di tempo che deriverebbe, se si volesse spiegare alle masse i singoli problemi quotidiani che richiedono decisioni rapide, sia pur solo affinché esse acquistino una capacità relativa a farsi un giudizio, <strong>comportano l’impossibilità d’un regime democratico nella sua schietta forma originaria, giacché con questo non si potrebbe fare se non una politica di ritardi e di buone occasioni mancate</strong>; né in tale modo il partito politico riuscirebbe comunque a conservare la sua attitudine a stringere alleanze politiche e la necessaria duttilità tattica. In altri termini, il regime democratico non è affatto confacente ai bisogni primordiali del partito politico. <strong>Al partito che conduca una guerra – ed anche solo una guerriglia – occorre una armatura gerarchica</strong>. Senza di che, esso potrebbe paragonarsi alle sterminate orde amorfe e selvagge degli africani, la cui arte guerresca naufraga nella mischia con un qualsiasi battaglione ben disciplinato di soldati addestrati all’europea.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così adunque – per motivi d’indole tecnico-amministrativa e di tattica –<strong> si forma un corpo direttivo di professione, il quale, sulla base di procure, accudisce da padrone agli affari della massa.</strong> Le masse delegano un piccolo numero di singoli individui che le rappresenta permanentemente. <strong>Ora l’inizio della formazione d’un corpo direttivo di professione denota il principio della fine della democrazia</strong>. E ciò in prima linea per la logica impossibilità dello stesso sistema di rappresentanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rousseau ed i socialisti francesi della prima metà del secolo XIX hanno enunciato una profonda verità quando sostenevano che una massa che deleghi la propria sovranità, ossia la conferisca ad un esiguo numero di individui, abdica alla sovranità. <strong>Egli è che la volontà di un popolo non è conferibile, e nemmeno quella d’un singolo individuo. </strong>Ciò vale in grado ancor maggiore per un’epoca, ove la vita politica assume forme di giorno in giorno più complesse, e quindi ogni giorno più insensato diventa il voler “rappresentare” una massa in tutte le miriadi dei più svariatissimi problemi della vita politica ed economica. <strong>Rappresentare, significa spacciare la volontà di un singolo per volontà d’una massa</strong>. In casi particolari ed in questioni ben delineate e semplici, l&#8217;identificazione sarà anche conforme a verità. Ma una rappresentanza prolungata significa senz’altro il dominio dei rappresentanti fondato su un equivoco.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il formarsi d’un gruppo direttivo di professione <strong>conduce altresì ad un aumento considerevole della disparità di cultura che intercede tra i condottieri e i condotti</strong>. Una lunga esperienza, basata sulla storia, insegna che gli elementi del dominio esercitato dalla minoranza sulla maggioranza vengono formati sopra ogni altra cosa, oltre che dal fattore del denaro e del capitale – superiorità economica – e dal fattore della tradizione e della educazione – superiorità storica – dal fattore della cultura – superiorità intellettuale. Ora, nei partiti del proletariato ci colpisce al primo sguardo il fenomeno che, in fatto di cultura, i duci sono di gran lunga superiori all’esercito.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa superiorità è in prima linea d’ordine puramente formale. In Paesi ove lo sviluppo politico ed una spiccata predisposizione psicologica di quella sotto-classe della borghesia, che diremmo intellettuale, fanno affluire al partito dei lavoratori un gran numero di avvocati, di medici e di professori universitari, come in Italia, tale superiorità si constata facilmente. <strong>Non ad onta, anzi, appunto a causa della superiore cultura formale da essi acquistata nel campo nemico, e che portano con sé nella loro diserzione nel campo dei proletari, i fuoriusciti della borghesia diventano i capi del proletariato organizzato.</strong></p>



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<p class="wp-block-paragraph">In altri Paesi gli strati della borghesia incalzano contro i rivoluzionari con un’intransigenza così accanita da additare i propri elementi, passati al partito operaio, al completo boicottaggio sociale e politico; e le classi lavoratrici, in virtù della meravigliosa organizzazione dello Stato, e sotto la pressione della grande industria, che esige dai propri addetti un certo grado d’intelligenza, si trovano in possesso d’una cultura scolastica, sia pure elementare, che esse spesso procurano d’estendere e di completare con diligenti studi privati. <strong>In questi ultimi Paesi rintracciasi, alla testa dei lavoratori, accanto a un piccolo numero di intellettuali, una immensa maggioranza di ex operai.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Epperò anche questi ex operai non si trovano più al medesimo livello di cultura dei loro antichi compagni. <strong>Il meccanismo del partito, col suo gran numero d’impieghi e di cariche onorifiche, offre agli operai la possibilità di far carriera; e spiegando in tal guisa una forza d’attrazione non comune, tende alla trasformazione, intesa in senso sociale, di una schiera di proletari, più o meno intelligenti, innalzandoli alla qualità d’impiegati fissi del partito e mettendoli quindi nelle condizioni di esistenza della piccola borghesia</strong>; e ciò col procurare loro, a proprie spese, agio e opportunità di acquistarsi una cultura superiore ed una certa cognizione delle cose della vita pubblica. In tal tirocinio gli ex operai acquistano una routine, che li rende sempre più superiori ai loro mandanti, e <strong>fa sì che finiscano col perdere il sentimento della propria comunanza colla classe da cui ebbero origine</strong>. Fra i capi proletari e l’esercito proletario sorge una vera differenza di classe sociale. In questo modo i lavoratori, colle loro proprie forze, si creano dei nuovi padroni i quali possono contare, nell’arsenale degli strumenti di dominio, come su una delle loro armi più potenti, soprattutto sull’incremento della propria cultura dovuta agli oboli dei loro compagni nelle fabbriche.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prescindendo dagli anarchici – che in politica esercitano scarsa influenza, e inoltre in parte si oppongono a qualsiasi organizzazione, oppure sono organizzati in organizzazioni così rilassate ed elastiche da non poter esser propriamente considerate come formanti un partito – <strong>tutti i partiti hanno un obiettivo parlamentare. La via su cui essi muovono è la via legalitaria ed elettorale; loro scopo immediato è il conseguire influenza in parlamento; loro ultima finalità è la cosiddetta conquista del potere politico</strong>. In tale guisa resta spiegato perché anche i rappresentanti dei partiti rivoluzionari entrino a far parte della assemblea legislativa. Ma il lavoro parlamentare che essi vi compiono, dapprima controvoglia, poi con crescente compiacimento ed interesse, li trasporta ancor sempre più lontano dai loro elettori. Le questioni che lor si presentano e che esigono di venir da essi seriamente studiate, hanno per effetto di allargare e di approfondire le loro cognizioni e di aumentare quindi sempre di più il divario tra loro e i compagni rappresentati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è, adunque, soltanto un divario puramente iniziale tra i rappresentanti dei partiti detti rivoluzionari e i loro compagni, che l’attività parlamentare ingrandisce. Addestrandosi nei dettagli della vita politica, nei particolari della legislazione, delle questioni tributarie, delle questioni daziarie e nei problemi della politica estera,<strong> i capi acquistano un valore che – almeno finché la massa si attiene alla tattica parlamentare, ma forse anche se vi rinunzia – li rende indispensabili al partito</strong>; e ciò per il fatto ch’essi ormai non potrebbero più venir sostituiti senz’altro da altri elementi del partito non facenti parte del meccanismo burocratico perché accudiscono invece alle loro quotidiane occupazioni, che li assorbono completamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E così dalle cognizioni di causa vien virtualmente creata, anche in questo campo, <strong>una inamovibilità che è in contraddizione coi princìpi fondamentali della democrazia</strong>. Le cognizioni di fatto che innalzano definitivamente i capi al di sopra della massa rendendosela schiava, acquistano una base ancor più salda per i bei modi e pel <em>savoir faire</em> in società, che i deputati imparano nei parlamenti, come pure per lo specializzarsi, frutto in particolar modo del lavoro compiuto nella camera oscura delle commissioni.  Com&#8217;è naturale, essi applicano poi gli stratagemmi, ivi appresi, anche nei loro rapporti col partito. <strong>Con ciò riescono facilmente a vincere eventuali correnti loro contrarie: </strong>nell’arte di dirigere le adunanze, di applicare ed interpretare il regolamento e il programma, di presentare opportuni ordini del giorno in momenti opportuni, in breve, negli artifici atti a toglier di mezzo dalla discussione i punti importanti ma loro ostici od anche ad indurre una maggioranza mal disposta a votare in loro favore o, nel caso più sfavorevole, a farla ammutolire, essi sono maestri. Quali relatori e competenti che conoscono persino i più reconditi penetrali del tema che han da trattare, e che a forza di raggiri, parafrasi ed abilità terminologica, san trasformare anche le questioni più semplici e più naturali del mondo in tenebrosi misteri, dei quali essi soli possiedono la chiave, essi sono, in linea intellettuale, del tutto inaccessibili e, in linea tecnica, del tutto incontrollabili da parte delle grandi masse, di cui ognuno di essi si atteggia ad essere “l’esponente teorico”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Essi sono i padroni della situazione. In questa posizione essi vengono vieppiù fortificati dalla fama che si vanno acquistando, sia come oratori, sia come studiosi o conoscitori di determinate materie, sia anche con le attrattive della loro personalità – intellettuale oppure soltanto fisica – nella stessa sfera dei loro avversari politici e, per tal modo, anche nell’opinione pubblica. <strong>Se le masse organizzate congedassero uno dei loro <em>leader</em>, generalmente riconosciuto e stimato, il partito dovrebbe subirne la conseguenza con un discredito di non poco momento agli occhi della gente.</strong></p>



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<p class="wp-block-paragraph">Se adunque le masse del partito spingessero le divergenze fra loro ed i duci ch’esse medesime si sono eletti fino al punto della rottura completa, esse rimarrebbero “senza capo” nel doppio senso della parola, anche perché da una simile situazione deriverebbe loro un danno politico incommensurabile. E ciò non soltanto perché esse non dispongono, così senz’altro, di sufficiente qualità e quantità di forze nuove, tali da poter sostituire le forze vecchie che, grazie ad una pratica di decenni, conoscono a fondo la materia politica, ma anche perché alla personale influenza ed alla salda autorità parlamentare dei capi, esse devono buona parte dei loro successi nel campo della legislazione sociale e nella sanzione di princìpi generali di libertà politica. <strong>Le masse democratiche si trovano perciò in una posizione senza uscita, dovendo concedere sotto pena di suicidio politico ai loro <em>gros bonnets</em> un potere che, a lungo andare, elimina il caposaldo medesimo della democrazia.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il più forte diritto dei duci consiste nel fatto che essi sono indispensabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Così dunque al primo passo è seguito il secondo. La creazione di un ente direttivo di professione non fu che il preludio del formarsi di una direzione stabile ed inamovibile. Tale sviluppo viene ancora accelerato da certe qualità che son comuni a tutto il genere umano. Ciò che fu iniziato da necessità d’organizzazione, d’amministrazione e di strategia, verrà ultimato da necessità psicologiche. La coscienza della propria forza suole destare la smania di dominio, latente in ogni cuore umano. E&#8217; questa una nozione elementare di psicologia. <strong>Di regola, chi giunge ad impadronirsi di un qualsiasi potere, sarà poi sempre intento a rafforzarlo e a consolidarlo, a circondare di nuovi baluardi la posizione acquisita, ed a sottrarsi al dominio e al controllo delle masse.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La naturale sete di comando dei capi viene assecondata dal naturale bisogno della folla di venir guidata, nonché dalla sua indifferenza. Nelle masse vi è proprio un profondo impulso a venerare chi sta in alto. <strong>Nel loro primitivo idealismo, esse han bisogno di divinità terrestri, alle quali si attaccano di affetto tanto più cieco, quanto più aspramente la durezza della vita le afferra</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sovente questo bisogno di adorare è l’unico <em>rocher de bronze</em> che sopravviva alla metamorfosi delle loro convinzioni. Negli ultimi anni, gli operai delle fabbriche della Sassonia son divenuti, da pii protestanti che erano, socialisti-democratici. Può ben darsi che tale evoluzione abbia provocato in essi l’inversione di tutti i valori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma dalla parete del modesto abituro essi non tolsero l’obbligatorio ritratto di Lutero che per sostituirlo con quello di Bebel, appunto come nell’Emilia, ove avendo i lavoratori della terra subito la medesima evoluzione, l’immagine della Madonna non cedette il posto che a quella dell’onorevole Prampolini, o a quella di Enrico Ferri, il “flagellatore della camorra”. Sotto le macerie del loro modo di pensare nel passato, la colonna trionfale del bisogno di adorare rimase in piedi ed intatta. Dalla delegazione, prende le mosse e si sviluppa il diritto morale alla delegazione. <strong>Chi sia stato delegato una volta, facilmente resta in carica, in quanto non glielo impediscano delle disposizioni statutarie, senza interruzione</strong>. L’elezione ad uno scopo determinato si muta in impiego a vita. La consuetudine diventa diritto. Il capo, che per un certo periodo di tempo sia stato successivamente delegato, finisce coll’aspirare alla continuazione della delegazione come a un suo buon diritto. Caso mai gli si negasse di continuare questo diritto, egli minaccia subito rappresaglie, tra le quali il dare le dimissioni è ancora la più innocua; e crea in tal modo gravi imbarazzi ai compagni del suo partito. Ma tali incidenti finiscono quasi sempre – e vedremo in seguito per quali motivi – colla vittoria del capo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La composizione dei congressi del partito va diventando sempre più stabile. In altre parole: <strong>le masse tornano a rieleggere ogni volta i medesimi rappresentanti</strong>. Sicché i congressi, più che congressi di un dato partito, sembrano talvolta congressi di impiegati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche i fortunati possessori delle posizioni più eminenti nel partito, che d’altronde vengono distribuite mediante elezioni indirette e che sono di loro natura cariche democratiche sottoposte a continuo mutamento, tentano di prolungare vita natural durante il termine della “procura generale” loro affidata. Lì pure l’incarico diventa un ufficio, e l’ufficio si tramuta in impiego fisso.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nel regime dei partiti democratici, i capi diventano più inamovibili e più inviolabili di qualsiasi corporazione aristocratica</strong>. La durata media del loro ufficio sorpassa di gran lunga la durata media dell’ufficio di ministro negli Stati monarchici. Si è calcolata la durata media dell’ufficio di ministro in Germania a quattro anni ed un terzo. Invece, nella direzione del partito socialista tedesco, vediamo per oltre quarant’anni i medesimi uomini rivestire come capi le cariche ministeriali del partito stesso. La loro riconferma, richiesta dalle disposizioni statutarie dopo un periodo di tempo più o meno lungo, diventa una pura formalità, una cosa che va da sé.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per capire questo fenomeno, bisogna spiegarlo prendendo in considerazione, più di ogni altra cosa, <strong>il gran fattore della tradizione</strong>, con la quale le masse rivoluzionarie si sono immedesimate non meno delle consorterie conservatrici. L’attenersi logico ai princìpi fondamentali della democrazia richiederebbe il non aver riguardo alcuno a tradizioni personali ed a sentimentalismi, ed esigerebbe anzi che la suprema direzione venisse cambiata ogni qual volta fosse necessario, in seguito al cambiamento della maggioranza nel seno del partito diviso in diverse correnti o tendenze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In tali condizioni le forze vecchie tra i capi dovrebbero ceder il posto alle forze nuove, agli ultimi conquistatori del potere nel partito. D’altronde anche prescindendo da ciò, una massa, imbevuta di princìpi veramente democratici, <strong>dovrebbe forzatamente mirare a non lasciare troppo a lungo le stesse persone in una posizione di autorità e di impedire ch’essi si arrugginiscano</strong> acquistando la convinzione di non poter essere che loro gli eletti del popolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Invece, il misoneismo della tradizione insieme all’istintivo bisogno di una politica stabile, son causa del fenomeno che il corpo direttivo dei partiti democratici sia, quasi sempre, <strong>più l’espressione del passato che del presente.</strong> La direzione del partito – come avviene, a mo&#8217; d’esempio, da oltre trenta anni nel partito socialista tedesco – viene riconfermata non già perché rappresenti, nel momento della riconferma, la risultante delle forze del partito, bensì pel semplice fatto che esiste. <strong>E&#8217; la legge d’inerzia o, per servirsi di un termine eufemistico, la legge della stabilità</strong>, che prolunga ai capi il mandato sino alla loro morte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Senonché un altro momento ancora, eticamente più attraente, coopera alla formazione di tale fenomeno: <strong>la gratitudine delle masse verso delle persone la cui opera, in fondo, è stata per esse di non poca utilità e che spesso, per amore della comune “idea”, han dovuto subire persecuzioni, esilio e carcere</strong>. E&#8217; opinione assai diffusa nelle masse che sarebbero “ingrate” se non riconfermassero sempre di nuovo un duce “benemerito” nelle sue funzioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La mentalità speciale che, in tali condizioni, si va formando nei duci, è uguale in tutti i partiti. La differenza di cultura e di competenza, realmente esistente tra i membri del partito, spicca anche nella distribuzione degli incarichi.<strong> Forte della propria superiorità <em>routinière</em> i capi impongono alle masse obbedienza, in nome di quella.</strong> Sembra loro cosa rivoltante, che l’esercito degli organizzati agisca in senso contrario alle loro proposte, o non si pieghi alle loro ammonizioni. Di fonte a siffatte disobbedienze, essi non possono trattenersi dall’assumere un tono di vera indignazione. Essi riguardano come grande e deplorevole mancanza di tatto e di educazione da parte delle masse, il fatto che esse non tengano conto dei consigli dei rappresentanti, peccato tanto più grave in quantoché le masse, eleggendoli spontaneamente a capi, li hanno rivestiti, come essi credono, della stessa invulnerabile sovranità popolare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I capi insistono sull’incapacità della folla a giudicare, per tenerla lontana dagli affari. <strong>Essi si convincono che al partito non può convenire che la minoranza dei compagni, avvezzi a seguire e ponderare le questioni politiche, venga sopraffatta dalla maggioranza, composta di coloro che non sono capaci di formarsi un giudizio in casi determinati</strong>; e perciò si dichiarano contro il referendum o, almeno, nella vita vissuta del partito, non ne fanno uso.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per scegliere il momento propizio all’azione, occorre una perspicacia che soltanto pochi dei singoli componenti una massa possiedono, mentre la maggior parte di essi segue le impressioni e gli impulsi del momento. <strong>Un gruppo ristretto di impiegati e di fiduciari, che deliberino a porte chiuse, sottratti così all’influsso delle relazioni colorate e svisate della stampa</strong>, e dove ciascuno può parlare senza aver da temere che le sue parole vengano riportate nel campo avversario, <strong>ha maggiori probabilità di emettere come corpo deliberante un giudizio oggettivo</strong>.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Per sostituire, per quanto è possibile, l’elezione diretta con l’indiretta, si mette in campo, oltre ai motivi politici, la struttura complessa dell’organizzazione del partito; mentre per l’organizzazione dello Stato, che pure è tanto più complicata, si propugna, tra gli stessi capisaldi del programma, la legislazione diretta, chiedendo che si dia a ogni singolo cittadino il diritto di proporre leggi o di proporne l’eliminazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quest’antinomia invade tutta la vita del partito. <strong>Ogni nuova corrente d’opposizione in seno al partito viene biasimata come se fosse nient’altro che un espediente di demagogia</strong>; l’appello diretto alla massa da parte degli elementi non soddisfatti dei dirigenti del partito, per quanto possano esser nobili i motivi che lo provocano, e sebbene esso sia da considerarsi senza dubbio quale diritto fondamentale d’ogni democrazia, viene respinto come scorrettezza o, addirittura, bollato col marchio d’infamia, quale maligno tentativo fatto unicamente per distruggere la disciplina del partito, e dietro istigazione di volgari sobillatori.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggetto di particolare zelo è il far sì che le masse, non foss’altro che per motivi tattici, a garanzia della necessaria coesione di fronte al nemico, <strong>non abbiano in alcun caso a perdere la fede nei dirigenti che si sono dati</strong>. Questo è il criterio, in base al quale ogni severa critica sull’oggettiva manchevolezza del movimento vien tacciata di attentato contro il partito stesso, e gli uomini che fanno capo all’opposizione vengono messi alla gogna come detrattori e nemici del partito e delle masse.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non v&#8217;è chi non veda come la tattica e la pratica del partito rivoluzionario non si allontanino granché dalla tattica e dalla pratica del governo borghese.</strong> Persino la terminologia nella lotta del governo contro i sovversivi e delle lotte del socialismo ufficiale contro i “miserabili” è – <em>riservatis riservandis</em> – identica. I medesimi rimproveri contro i ribelli; i medesimi argomenti a difesa dello status quo; lì, conservazione dello Stato, qui, conservazione del partito nella sua forma attuale; la medesima confusione di idee nello stabilire il rapporto tra cosa e persona, tra individuo e collettività.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non v’è quasi capo-partito importante, che non pensi e non agisca e – se è uomo risoluto e di carattere onesto – non dica apertamente: <em>Le parti c’est moi!</em>, parafrasando il motto attribuito al Re Sole.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’identificazione del burocrate con tutto il partito, e degli interessi dell’uno con gli interessi dell’altro, ben spesso non potrebbe esser più completa. Se il capo viene aggredito, la prima cosa che egli fa è di riferire l’attacco al partito; e ciò non soltanto per considerazioni di opportunità, ossia per assicurarsi in tal modo l’appoggio di tutto l’ente a scopo di atterrare l’aggressore col peso e colla preponderanza della massa, <strong>ma altresì per ingenua confusione tra la particella e il tutto</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I duci stessi, se rimproverati di contegno antidemocratico, se ne appellano alla volontà delle masse che li tollerano, e quindi alla loro qualità di rappresentanti ed eletti. Fintanto che le masse – essi dicono – ci eleggono e ci rieleggono, noi siamo la legittima manifestazione della volontà delle masse e coincidiamo con essa. La nostra azione è dunque, <em>eo ipso</em>, azione della massa. In teoria, questa difesa è piana e chiara e non ammette contraddizioni di sorta. <strong>Ma in pratica, le elezioni dei capi da parte delle masse si compiono con tali metodi, e sotto così forti suggestioni e altre costrizioni morali delle masse stesse, che la loro libertà di decisione appare in sommo grado limitata</strong>. E se ciò non appare sempre dalle elezioni, è però un fatto costante nelle rielezioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il sistema democratico nel partito si riduce, in fondo, senza alcun dubbio, al diritto delle masse di scegliersi da sé, in determinati momenti, quei padroni, ai quali esse nel frattempo<strong> debbono assoluta obbedienza</strong>; al sistema, cioè, che nella storia degli Stati abbiamo imparato a conoscere sotto il nome del sistema plebiscitario o bonapartistico.</p>



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<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’onnipotenza della burocrazia, liberata del tutto, nella pratica, dall’obbligo di una resa di conti, finisce per innalzarsi a dittatura</strong>, poiché essa nella sua qualità di amministratrice del patrimonio del partito, dispone anche di mezzi di natura economica e politica (come la stampa, le casse, la facoltà di pubblicare e diffondere, o meno, gli scritti degli aderenti al partito, di assumere oratori stipendiali, ecc.); mezzi ch’essa può sempre precludere, e difatti preclude a concorrenti male accetti e agli elementi irrequieti della massa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In forza di un’evoluzione nel medesimo senso, oggigiorno vediamo anche i capi dei partiti democratici e socialisti rivoluzionari, muniti di ampi poteri, far una politica di propria testa, del tutto indipendente dalla collettività.</strong> La generale abitudine di non rispettare le decisioni in questioni di tattica, affidate loro come inviolabili dalla sfera direttiva più vasta (ossia dalle riunioni del partito, dai congressi e così via); di non prendere risoluzioni importanti se non <em>en petit comité</em>, sottoponendo poi alla collettività il fatto compiuto (per es. col fissare i congressi dopo le elezioni, in modo che i capi siano gli unici a decidere sul programma elettorale); gli accordi segreti dei capi tra di loro (come in Germania la segreta, anzi clandestina intesa sulle questioni del primo maggio e dello sciopero generale da parte della direzione del partito socialista con la Confederazione generale del lavoro); gli impegni e le convenzioni prese alla chetichella, col governo; l’imposizione del silenzio attorno a certe deliberazioni ed accordi presi, considerata come scorretta soltanto nel caso che sia stata applicata dal basso all’alto ossia alla direzione, e non però dall’alto al basso (ossia di fronte alle masse del partito): <strong>ecco i frutti giornalieri e naturali del sistema oligarchico, in vigore anche nei partiti della democrazia.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">I capi tendono a rinchiudersi tra di loro, formando una specie di lega o se vogliamo, un <em>trust</em>, circondandosi così d’una alta muraglia, oltre la quale essi non lasciano passare che gli elementi loro accetti e loro soggetti.<strong> Invece di lasciare questo compito alle elezioni delle masse, essi talvolta cercano di scegliere i loro successori da sé, e di completarsi, in via diretta o indiretta, per mezzo di un opzione autocratica</strong>. Già oggi possiamo rintracciare i rudimenti di questa evoluzione in tutte le corporazioni socialiste-democratiche ben organizzate tanto che chi predilige il paradosso potrebbe ben sentirsi tentato di valutare questo processo come primo sintomo del passaggio dal sistema del bonapartismo plebiscitario al sistema della monarchia per diritto ereditario.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutte le parole usuali per esprimere il dominio della massa o della maggioranza, come sarebbero Stato, cittadinanza, rappresentanza popolare, partito ecc., indicano soltanto un principio legale, soltanto un ideale, uno scopo ma non un fatto reale ed esistente. <strong>Alle masse tale differenza sostanziale è ancora del tutto ignota</strong>. Il proletario d’oggi subendo l’influenza delle costanti forze di un’arte oratoria instancabile, esercitata da elementi eletti dal proletariato stesso, ma a lui superiori per grado di cultura, ha concepito l’idea fissa che gli basti creare un posto nuovo nella burocrazia operaia per un nuovo impiegato o gettare una scheda nell’urna, vale a dire affidare la sua causa economico-sociale ad un avvocato politico, per divenir così egli stesso compartecipe del potere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La scienza ha il dovere di strappar questa benda dagli occhi delle masse.</strong> E ciò per diversi motivi. Per amor delle masse; per amore dell’avvenire della democrazia – posto che la democrazia abbia un avvenire –; ma soprattutto per amor di sé stessa, proseguendo una indagine gnoseologica.</p>



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<p class="wp-block-paragraph">Riassumendo quanto abbiamo detto finora, il risultato finale della nostra analisi è il seguente:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La formazione di regimi oligarchici nel seno dei regimi democratici moderni è organica</strong>. In altri termini, essa è da considerarsi quale tendenza, alla quale deve soggiacere ogni organizzazione, persino la socialistica, persino la libertaria. Questa tendenza si spiega in parte con la psicologia, cioè coi cambiamenti psichici che le singole personalità subiscono nel corso del loro moto evolutivo nel partito; in parte invece anche, ed anzi in primo luogo, con ciò che si potrebbe chiamare la psicologia dell’organizzazione stessa, vale a dire colle necessità di natura tattica e tecnica, che derivano dal consolidarsi dell’aggregato in ragione diretta del suo procedere disciplinatamente sulla via della politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Se vi è una legge sociologica, a cui sottostanno i partiti politici</strong> – e prendiamo qui la parola politica nel suo senso più lato – questa legge, ridotta alla sua formula più concisa,<strong> non può suonare che all’incirca così: l’organizzazione è la madre della signoria degli eletti sugli elettori.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’organizzazione di ogni partito rappresenta una potente oligarchia su piede democratico. Dovunque, in essa, si rintracciano elettori ed eletti, ma, pure dovunque, dominio quasi illimitato dei capi eletti sulle masse elettrici. <strong>Sulla base democratica s’innalza, nascondendola, la struttura oligarchica dell’edificio.</strong></p>
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